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Geopolitica dell’energia: una prospettiva italiana

Il problema della sicurezza nazionale dell’Italia appare legato a doppio filo a quello della sicurezza energetica. Tra i membri UE, il nostro Paese è l’ottavo – dopo Cipro, Malta, Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Lituania e Portogallo – per tasso di dipendenza energetica dall’esterno e il primo tra i “grandi” Stati europei (Fonte: Eurostat, marzo 2017). Questa “fragilità” è parzialmente compensata dalla centralità della penisola italiana nel bacino del Mediterraneo, che la proietta nel ruolo di ponte tra il Medio Oriente Nord Africa (MENA), una parte dell’ex Spazio sovietico e i territori dell’Unione Europea. Alcune importanti infrastrutture energetiche già collegano l’Africa settentrionale direttamente alle nostre coste, ma l’Italia grazie alle sue potenzialità “geopolitiche” potrebbe ambire a diventare un vero e proprio hub energetico continentale.

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Come è noto, il mercato del gas è molto più rigido di quello del petrolio, a causa del numero ridotto di rigassificatori (in Italia quelli di Panigaglia, Livorno e Porto Viro, mentre nei Paesi UE sono in tutto 18) e dell’interdipendenza determinata dalle pipeline. La costruzione dei gasdotti, infatti, diventa l’oggetto di accordi politici tra Stati, poi implementati dai rispettivi campioni nazionali, che compiono una vera e propria scommessa sui rispettivi destini così come su quella degli attuali tavoli di discussione attivi sul piano della realizzazione normati dalle linee dell’Unione Europea in materia di accordi sul transito del gasdotto. Va da sé, infatti, che dopo la sigla degli accordi i Paesi coinvolti diventano mutuamente interessati alla reciproca stabilità politica, la quale diventa un “bene pubblico” ugualmente interessante per tutti e un incentivo alla cooperazione. La destabilizzazione di uno Stato o di intere aree comporta, invece, oltre ai danni economici, anche un contestuale aumento dell’esposizione strategica dei paesi partner, siano essi venditori o consumatori.

Russia, Libia, Algeria, Qatar, Norvegia e Olanda sono, attualmente, i principali fornitori di gas dell’Italia. Per ambire ad ottenere la posizione di hub per il continente o, quanto meno, di suo hub meridionale (con la Germania nel ruolo di hub settentrionale), Roma deve mantenere, anzitutto, i suoi ottimi rapporti con Mosca ma, al tempo stesso, sviluppare anche progetti di autonomia energetica. La Russia fa la parte del leone nell’import energetico italiano: nel 2015 ha soddisfatto il 45% della nostra domanda di gas, il 16% di prodotti petroliferi e il 21% di combustibili. I gasdotti che partono dal suo territorio verso l’Europa (Soyuz, Yamal, Brotherhood), tuttavia, transitano in Ucraina, tanto da rendere molto rilevante dalla prospettiva italiana anche la stabilità di questo Paese, turbata dall’annessione russa della Crimea e dalla guerra civile nel Donbass (a partire dal marzo 2014).

Sebbene il settore energetico sia stato coinvolto solo in misura marginale dalle conseguenti sanzioni dell’UE contro la Russia (che prevedono il divieto di esportazione di tecnologie per l’upstream), la crisi ucraina diventa un banco di prova per i rapporti tra Mosca e Roma. I nostri governi, infatti, hanno cercato di svolgere un ruolo “moderatore” rispetto agli Stati con posizioni più intransigenti sul capitolo delle sanzioni (Gran Bretagna, alcuni Paesi dell’Europa orientale). L’Italia ha così adottato una politica definita di “ambiguità costruttiva”. Pur condannando l’annessione della Crimea sotto il profilo giuridico, l’ha considerata una questione “persa” sotto il profilo politico. Pertanto, ha concentrato i suoi sforzi verso la risoluzione della crisi nell’Ucraina orientale. A tal fine Roma ha lavorato affinché le sanzioni non fossero rinnovate automaticamente e con durata annuale, ma fondate su un impianto negoziabile ogni sei mesi sulla base dei progressi registrati rispetto ai 13 punti degli accordi di Minsk (quindi alle evoluzioni politiche nel Donbass). Uno degli obiettivi da conseguire nel medio periodo attraverso questa operazione potrebbe essere quello di ottenere da Mosca una ridiscussione del progetto South Stream (arenatosi in favore del Turkish Stream proprio in conseguenza della crisi del 2014), che attribuirebbe all’Italia un elevato peso strategico e permetterebbe di riequilibrare quello ottenuto dalla Germania con la realizzazione del Nord Stream. Questo diventerebbe persino schiacciante se anche il progetto Nord Stream 2 divenisse realtà.

Per evitare che tale scenario si realizzi, (di fatto non piace agli americani, divide gli europei e l’Italia è poco convinta) il nostro Governo deve comunque lavorare al progetto del cosiddetto “corridoio” meridionale dell’energia. Oltre a insistere sul processo di State building in Libia per mettere in sicurezza “anche” i suoi interessi energetici, ha altri due importanti progetti in ballo. Il primo è quello del Trans Adriatic Pipeline – meglio noto come TAP – che dalla frontiera greco-turca, attraversando Grecia e Albania, dovrebbe far approdare in Italia il gas azero (collegandosi al TANAP e al South Caucasus Pipeline). Sebbene la capacità del TAP non rivoluzionerebbe gli equilibri energetici del continente, anche l’Unione Europea gli ha attribuito lo status di Progetto di Interesse Comune (PCI), secondo le nuove linee guida TEN-E (Trans-European Energy infrastructure). L’opposizione dei movimenti NIMBY e una campagna politico-mediatica avversa, tuttavia, rischiano di far perdere al nostro Paese questa opportunità, tanto che ultimamente è emersa l’ipotesi dello Ionian Adriatic Pipeline (IAP), che porterebbe il gas azero in Europa via Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia.

Il secondo progetto su cui l’Italia vuole investire è quello dello sviluppo del potenziale gasifero del Mediterraneo sud-orientale, dove già erano stati scoperti i giacimenti Afrodite, Tamar e Leviathan nelle acque territoriali di Cipro e Israele. Nel 2015 Eni ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano, nel prospetto esplorativo denominato Zohr. Si tratta di giacimento supergiant che presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas, con un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, che potrebbe modificare – in favore dell’Italia – gli equilibri del mercato del gas. La tragica vicenda di Giulio Regeni e la recente virata anti-russa dell’Amministrazione Trump, potrebbero mettere tutto in discussione. Il contenzioso aperto tra l’Italia e l’Egitto in relazione alla scomparsa del giovane ricercatore naturalmente rende più difficile la collaborazione tra i due governi e produce effetti potenzialmente destabilizzanti sul Paese nordafricano. L’isolamento dell’Egitto, inoltre, lo sta facendo scivolare completamente nell’orbita della Federazione Russa, tanto che i rapporti tra Mosca e Il Cairo non erano mai stati così intensi dai tempi di Nasser. Inoltre, il progetto Mediterraneo Sud-Est potrebbe risultare tra quelli colpiti (come lo sarà sicuramente Nord Stream 2) dalle nuove sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump, a causa della partnership al 30% della società russa Rosneft (l’altro partner è British Petroleum al 10%).

Rispetto a tali scenari resta da riflettere su chi e perché guardi con sfavore: a) il rafforzamento della posizione italiana sul mercato del gas; b) un riequilibrio del baricentro del mercato del gas verso sud-est. Due attori più di altri sembrano, per ragioni diverse, osteggiarne la realizzazione, sebbene questa dipenda da una cornice ben più complessa. La Germania appare contraria alla prima ipotesi in quanto si fa promotrice di un progetto uguale e contrario a quello italiano, che la vedrebbe nel medio termine diventare il principale hub energetico europeo. La contrarietà a questa ipotesi è complementare a quella nei confronti della seconda. A differenza di Roma, infatti, Berlino può aspirare a questo ruolo solo attraverso il gas russo e, quindi, non ha interessi affinché nuovi giacimenti vengano scoperti e nuove rotte edificate. La Russia, dal canto suo, pur accordando attualmente le sue preferenze al progetto tedesco, è contraria solo alla seconda ipotesi. Se questa prendesse forma, pur essendo Mosca parte in causa di alcuni dei progetti menzionati, rischierebbe di vedersi sottratte significative quote di mercato, di assistere a un’ulteriore flessione dei prezzi energetici e di perdere uno strumento di pressione nei confronti dei Paesi dell’Unione Europea.


Angelo Colombini
– Segretario Confederale CISL

Gabriele Natalizia – Professore di Relazioni internazionali Link Campus University

Intervista al Senatore Marinello: doveroso coinvolgere Taiwan nella lotta al cambiamento climatico.

Il 15 novembre scorso è stata presentata al Senato una Mozione – firmata dai Senatori Giuseppe Francesco Marinello, Fabiola Anitori, Franco Conte, Mario Dalla Tor, Roberto Formigoni, Marcello Gualdani, Pippo Pagano e Salvatore Torrisi – che impegna il Governo a sostenere la partecipazione pragmatica e costruttiva di Taiwan alla Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC) e alle riunioni della Conferenza tra le Parti (COP) la cui ultima si è svolta a Bonn dal 6 al 17 novembre. Il primo firmatario della Mozione è il Senatore Giuseppe Francesco Marinello, Presidente della 13ª Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato. Lo abbiamo intervistato sul contenuto e le motivazioni della Mozione volta a sostenere gli sforzi di Taiwan su questi temi cruciali per l’intero Pianeta.

Intervista al Senatore Marinello: doveroso coinvolgere Taiwan nella lotta al cambiamento climatico. - Geopolitica.info


Presidente Marinello, quali sono le ragioni della Mozione da lei promossa?

Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico rappresentano due fenomeni che affliggono tutta l’umanità, nessuno escluso. Sulla base di tali incontrovertibili constatazioni l’ONU, negli ultimi 23 anni, ha sviluppato una strategia, volta al miglioramento della cooperazione internazionale per affrontare queste tematiche, formulata nella Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC). L’idea di fondo è strategica ed è finalizzata ad includere il più ampio numero di Paesi per combattere fenomeni di carattere globale. Un’impostazione ribadita dagli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDGs) del 2015, che recitano esplicitamente che nessun Paese sarebbe stato messo da parte. Tuttavia, se si guarda alla situazione di Taiwan, è evidente che stiamo lasciando indietro qualcuno e ciò avviene, purtroppo, per motivi del tutto estranei – dunque inaccettabili – alla natura dei citati accordi e delle conclamate e conseguenti azioni operative.

In che senso le Nazioni Unite stanno “lasciando indietro” Taiwan? Perché dovrebbe essere inclusa nei consessi che ha citato?

La questione generale è nota ed è da sempre dibattuta: la Risoluzione delle Nazioni Unite del 1971, che assegnò a Pechino il seggio appartenuto dal 1945 alla Repubblica di Cina, Paese fondatore delle stesse N.U., non ha risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e dei suoi 23 milioni di abitanti. Ciò premesso, a partire dal 1995 – anno della prima riunione della COP-, Taiwan ha potuto partecipare alle relative attività come “organizzazione non governativa” o come osservatore. Questo significa che, nonostante Taiwan sia un paese sovrano, retto da trasparenti istituzioni democratiche e rappresentative – quel “Rule of Law” proprio degli Stati di diritto, radicalmente diverso dal “Rule by Law” dei regimi totalitari – e nonostante che sia oggi la 22ª maggiore economia del mondo, la sua posizione è costretta ai margini per le “ragioni” politiche che conosciamo. Già solo tenendo in considerazione questi elementi è facile capire come questo ostracismo sia irragionevole, ingiusto e fuori dalla realtà. Ma la situazione appare ancor più paradossale se si guarda ad altri dati, legati alle questioni ambientali.


A quali dati si riferisce?

Mi riferisco al fatto che Taiwan è il 21° maggior emissore mondiale di Ossido di Carbonio. Si tratta, poi, di un Paese densamente popolato che affronta regolarmente fenomeni climatici estremi – si pensi ai tifoni e ai terremoti. Per cui, se si vuole discutere di questioni climatiche, credo che siano a tutti evidenti e doverose le ragioni per includere Taiwan nelle discussioni. Inoltre, come se non bastasse, bisogna tenere in conto gli sforzi che i Governi di Taipei hanno messo in campo negli ultimi anni, se non decenni, rispettando scrupolosamente le direttive e le strategie stabilite dalle Nazioni Unite. Pur non essendo tenuta a rispettare gli accordi sulle questioni ambientali, da ultimo quello di Parigi, Taiwan si è impegnata a ridurre le emissioni dei gas serra al 50% dei livelli attuali, entro il 2030. Un processo che passerà anche attraverso lo smantellamento delle proprie centrali nucleari e l’aumento dell’energia, proveniente da fonti rinnovabili, al 20% (cinque volte il livello attuale) entro il 2050. Uno sforzo enorme, se si considera che Taiwan soddisfa il 98% del suo fabbisogno energetico per mezzo delle importazioni. A questo si aggiunga il fatto che, lo scorso settembre, il Governo di Taipei ha presentato la sua SDG (anche questa non richiesta dall’ONU), con la quale sono stati riassunti gli innumerevoli progetti volti a raggiungere gli obiettivi citati, e anche i numerosi programmi di cooperazione internazionale per promuovere lo sviluppo sostenibile di alcune economie emergenti in Asia, Africa e America Latina.
In poche parole: nonostante Taiwan venga esclusa dalla comunità internazionale, per imposizioni politiche completamente estranee alle tematiche ambientali, si sta affermando come uno dei Paesi più virtuosi, in Asia-Pacifico, proprio sul terreno delle profonde riforme e innovazioni necessarie per la salvaguardia climatica. È palese che si tratta di una situazione a dir poco assurda.

A questo punto, perché escludere Taiwan? E perché ritiene che questa esclusione sia ingiustificata?

L’esclusione di Taiwan, come ho già ricordato, rimanda all’esclusione del Paese dalle Nazioni Unite e dalle sue Agenzie specializzate. Si tratta, lo ripeto, del prodotto di pressioni politiche piegandosi alle quali l’ONU è entrato, e rimane, in contraddizione proprio con i principi fondanti che essa stessa promuove, che sono alla base della sua costituzione e motivo della sua esistenza.
Si pensi a quanto accaduto, quest’anno, all’Assemblea Mondiale della Sanità dove, dopo 8 anni di proficua partecipazione, Taiwan non ha potuto partecipare per il diktat di Pechino esplicitamente motivato dal diverso e sgradito colore del nuovo Governo taiwanese. Ovvero, una plateale motivazione politica di parte quando proprio lo Statuto dell’AMS/OMS esclude, tassativamente, le discriminazioni politiche essendo la salute un bene primario da tutelare al di sopra di ogni differenza di nazionalità, religione, idea politica e condizione economica. Le malattie, i virus, le epidemie non conoscono né frontiere né ideologie, ma all’AMS/OMS la pensano diversamente…fino al punto, un mese fa, di nominare (poi rimangiandosi la nomina a seguito di furibonde proteste) “Ambasciatore di buona volontà” il dittatore dello Zimbabwe, Mugabe, inquisito dalla Corte Penale Internazionale, ora in crisi terminale dopo 37 anni di regime che ha letteralmente distrutto il suo Paese.
Messi da parte questi aspetti grotteschi, dobbiamo prendere atto di una situazione molto complessa, che inevitabilmente rimanda ad ambiguità dettate dalla necessità di trovare un equilibrio tra realpolitik e principi. Secondo noi promotori della Mozione – che si inserisce nel quadro della più generale Mozione pro-Taiwan già approvata dal Senato il 27 giugno scorso e alla quale Geopolitica.info ha dato risalto – per quanto concerne le tematiche ambientali le ambiguità vanno tolte dal tavolo, perché tutte le parti in campo avrebbero molto da guadagnare. Bisogna trovare la formula più adatta; siamo convinti che sia giusto, utile e importante lavorare per una soluzione che porti Taiwan al tavolo delle trattative. I primi a riceverne effetti positivi saranno certamente i taiwanesi ma, con loro, anche l’intera comunità internazionale. Perché, lo ribadisco, le questioni ambientali riguardano tutti, nessuno escluso, e continuare a marginalizzare la 22ª economia del mondo, che sta mettendo in campo politiche rigorose e futuristiche, non credo proprio che sia ragionevole.

Nord Stream 2: la “guerra del gas” tra Europa e Russia

Il raddoppio del gasdotto che porta il gas russo in Germania sta dividendo l’Europa, con la Commissione europea alla ricerca degli strumenti giuridici per bloccarne la realizzazione. Se da un lato, infatti, si teme un’eccessiva dipendenza dalle forniture russe, dall’altro lato l’idea di ottenere gas a buon prezzo ed in maniera affidabile “fa gola” a numerosi Paesi, tra cui la Germania. Anche perché non sembrano esserci (credibili) alternative all’orizzonte.

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Negli ultimi anni la Russia di Vladimir Putin si è mossa sullo scacchiere energetico europeo secondo una linea ben precisa: portare il proprio gas verso il vecchio continente cercando di aggirare l’Ucraina, territorio politicamente ostile che spesso ha bloccato, seppure parzialmente, il transito del gas proveniente dai giacimenti russi. In questo contesto, quindi, si è inserita la realizzazione del Nord Stream, il più lungo gasdotto sottomarino al mondo che trasporta, dal 2012, 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia verso la Germania. E da qualche anno, oramai, si parla con insistenza della possibilità di un suo raddoppio a partire dal 2019, con un’Europa che, quindi, dipenderebbe sempre più dalle importazioni di gas russo proprio mentre a Bruxelles si ripete a gran voce la necessità di una diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico.

La posizione di Gazprom

Secondo Gazprom, la compagnia energetica russa che sarà proprietaria del gasdotto, vi sono diverse ragioni che spingono alla realizzazione del raddoppio di Nord Stream. In primo luogo, infatti, da un punto di vista meramente commerciale, la costruzione del gasdotto consentirebbe alla compagnia di risparmiare sulle tariffe di transito che oggi vengono pagate all’Ucraina e che sono piuttosto elevate (2 miliardi di dollari all’anno). Inoltre, il costo previsto per la realizzazione dell’opera non è superiore a quello che dovrebbe essere pagato qualora si optasse per l’ipotesi alternativa, ovvero il rafforzamento del gasdotto che oggi porta il gas russo in Europa attraverso, appunto, l’Ucraina. Da un punto di vista geopolitico, poi, e quindi in termini di sicurezza energetica europea, la costruzione del nuovo gasdotto consentirebbe di aggirare il territorio ucraino, evitando così che le continue tensioni tra Mosca e Kiev possano avere conseguenze sul piano degli approvvigionamenti energetici, garantendo all’Europa una diversificazione in termini di rotte di transito del gas russo. D’altronde, all’orizzonte, non sembrano prospettarsi alternative percorribili: i fornitori del Medio Oriente e del Nord Africa non hanno una sufficiente capacità di esportazione mentre il Corridoio Sud, qualora venisse realizzato, porterebbe in Europa non più di 10 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno.

La (dura) opposizione dei “Quattro di Visegrad”

A guidare il blocco dei Paesi contrari alla realizzazione del raddoppio del gasdotto Nord Stream ci sono i cosiddetti “Quattro di Visegrad”, ovvero la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e, soprattutto, la Polonia. Considerazioni sia di natura politica che economica stanno alla base della dura resistenza al progetto russo. La costruzione del Nord Stream 2, infatti, è in contraddizione con l’obiettivo europeo di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas, nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Questi Paesi, inoltre, qualora le forniture di gas attraverso Nord Stream rimpiazzassero quelle che oggi arrivano in Europa attraverso il gasdotto “Fratellanza”, perderebbero lo status di “Paese di transito”, unitamente agli introiti che derivano dalle connesse tariffe di transito pagate da Mosca.

USA e Germania divisi su Nord Stream 2

Il gasdotto baltico farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo. Per questo motivo, quindi, Berlino continua a guardare con grande interesse alla realizzazione di Nord Stream 2, sottolineandone il suo carattere prettamente economico e cercando di lasciare fuori dal dibattito le considerazioni di natura politica. Per la Germania (e la Francia) Nord Stream è particolarmente importante perché, quando la capacità del gasdotto arriverà a pieno regime (e sarà quindi in grado di trasportare sino a 110 miliardi di metri cubi l’anno), coprirà il consumo annuale di gas dei due Paesi. Di conseguenza, la Germania ha criticato la possibile imposizione da parte degli USA di sanzioni contro le aziende che collaborano con la Russia nel tentativo di espandere la rete di forniture energetiche di Mosca. La posizione di Washington è chiara: gli Stati Uniti, infatti, intendono sfruttare la propria posizione leader di produttori di shale gas per promuovere sempre di più il proprio export di gas verso il mercato europeo. E ciò può avvenire, inevitabilmente, solo a scapito delle forniture russe.

Le mosse dell’Unione europea

Bruxelles, anche se in maniera non proprio compatta, è tra i principali oppositori del progetto. Più volte, infatti, le istituzioni europee hanno definito Nord Stream 2 una “minaccia per la sicurezza energetica e la diversificazione degli approvvigionamenti” del continente. Per questo motivo la Commissione europea si sta muovendo in due direzioni. Poco prima dell’estate, la Commissione ha chiesto agli Stati membri un mandato per poter negoziare con la Russia la costruzione del nuovo gasdotto. Sul punto, però, il Consiglio dell’Unione europea ha chiarito come, in realtà, non vi sarebbe alcuna base giuridica per riconoscere tale mandato, in quanto la richiesta della Commissione si baserebbe esclusivamente su “meri argomenti politici”. Inoltre, proprio recentemente, Bruxelles ha annunciato l’intenzione di “integrare” l’attuale direttiva sul gas, precisando che “i principi essenziali della legislazione energetica dell’Unione si applicano a tutti i gasdotti che arrivano o partono dai Paesi terzi”. Una direttiva che prevede, in particolare, che i produttori di gas debbano essere separati dai proprietari delle infrastrutture e che, sino ad oggi, è stata applicata solamente ai gasdotti intra-europei.

Dove sta l’Italia?

Non manca, in Italia, una certa preoccupazione per il possibile raddoppio di Nord Stream. Il nuovo gasdotto, infatti, farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo, costringendo la nostra industria a pagarlo stabilmente di più, dovendo aggiungere il costo del trasporto Nord-Sud. E l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico nel Mediterraneo, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane, cipriote ed israeliane nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian attraverso il Corridoio Sud.

Villa Silin: un intervento di diplomazia culturale italiano in Libia

Intervento d’urgenza per la messa in sicurezza del sito archeologico “Villa Silin” in Libia. Il Department of Archaeology of Libya e la Missione Archeologica in Libia dell’Università Roma Tre, sulla base di un accordo sottoscritto a Tunisi il 10 maggio 2016, hanno avviato un’operazione di messa in sicurezza del sito archeologico della Villa di Silin.

Villa Silin: un intervento di diplomazia culturale italiano in Libia - Geopolitica.info

L’operazione prevede la sostituzione delle coperture della Villa e la salvaguardia del ricco patrimonio artistico che essa racchiude.

La direzione scientifica del cantiere è affidata alla Missione Archeologica, diretta dalla prof.ssa Luisa Musso mentre il Department of Antiquities si è fatto carico della direzione tecnica; il progetto delle nuove coperture è stato realizzato dall’ingegnere strutturista prof. Andrea Giannantoni dell’Università di Ferrara; le linee guide dell’intervento sono state predisposte dall’ISCR – Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo – e le risorse economiche necessarie, circa 230.000,00 €, sono state messe a disposizione dalla Fondazione MedA – Mediterraneo Antico – Onlus.

I lavori sono iniziati a giugno 2017 e si concluderanno entro fine anno.

 La villa di Silin, scoperta il 13 dicembre 1974, è il miglior esempio conservato di villae extraurbana di età imperiale in Tripolitania. L’abitazione, situata sulla costa a pochi chilometri da Leptis Magna, si estende per circa 3600 mq e fu rinvenuta in uno stato di conservazione eccezionale. La maggior parte degli ambienti, per una superficie complessiva di 900 mq, è arricchita da pavimenti a mosaico a soggetto geometrico e figurato e da una ricca decorazione parietale costituita da pitture e stucchi per un’estensione complessiva di circa 300 mq.

Negli ultimi anni il progressivo deterioramento delle coperture e dei restauri a cui furono sopposti i mosaici dopo il rinvenimento hanno compromesso la conservazione di questo sito unico nel suo genere. Il Department of Archaeology of Libya, vista la mancanza di risorse economiche e l’impossibilità di procurarsi il materiale necessario al restauro a causa degli eventi successivi al 2010, ha chiesto all’Italia di intervenire per impedire la perdita definitiva della Villa.

 L’accordo, oltre alla Fondazione MedA e alla Missione Archeologica in Libia dell’Università Roma Tre, coinvolge attivamente l’ISCR che nel 2013 aveva promosso e finanziato interventi di messa in sicurezza e realizzato corsi di formazionedestinati agli operatori locali, si è impegnato a fornire i materiali necessari alla protezione delle pitture e dei mosaici e a supportare le fasi più delicate dell’intervento fornendo un inedito supporto telematico ai restauratori libici.

 L’accordo prevede:

• Coordinamento tecnico-scientifico degli interventi.
• Fornitura dei materiali necessari al restauro e non disponibili sul mercato libico.
• Protezione delle superfici musive.
• Protezione degli intonaci dipinti.
• Ripristino delle coperture danneggiate e ricostruzione delle coperture a volta a rischio di crollo.
• Ripristino e sostituzione degli infissi e delle porte.
• Ripristino delle recinzioni del sito archeologico.
• Ripristino dei sistemi di smaltimento delle acque meteoriche.

 Lo scopo degli interventi è salvaguardare un monumento unico nel suo genere, per completezza e peculiarità, in attesa che la situazione sociale e politica consentano di avviare un complessoprogetto di restauro. L’accordo ribadisce la collaborazione tra l’Italia e la Libia nel settore dello studio e della conservazione del patrimonio archeologico e monumentale in un momento particolarmente difficile per la società e le Istituzioni libiche.

La collaborazione tra Istituzioni pubbliche e private, nazionali e internazionali, rappresenta una soluzione innovativa per la Libia e potrebbe costituire un precedente importante nella risoluzione delle, purtroppo frequenti, emergenze che vedono a rischio il patrimonio archeologico e monumentale dei paesi del Mediterraneo.

Intervista all’Ingegnere Giuseppe Izzo, decano della comunità italiana a Taiwan

Vice Presidente della European Chamber of Commerce di Taiwan e Vice Presidente per la regione Asia Pacifico di ST Microelectronics, Giuseppe Izzo ha vissuto in prima persona l’evoluzione democratica della società taiwanese.

Intervista all’Ingegnere Giuseppe Izzo, decano della comunità italiana a Taiwan - Geopolitica.info

Ingegnere Izzo, alla luce della sua ultra ventennale esperienza a Taiwan, quali sono gli elementi che l’hanno particolarmente colpita della vita taiwanese, sia dal punto vista umano sia in campo professionale? 

Una delle caratteristiche principali della società taiwanese è l’apertura alle novità, elemento questo che si riscontra anche nella famiglia tipica. Quando si trasla questa propensione alle attività lavorative si può facilmente intuire il perché Taiwan è, da decenni, al traino dell’innovazione soprattutto nel settore Information Communication Technologies (ICT). Vedere all’opera il loro pragmatismo, permeato da una ottima capacità commerciale, consente di intuire anche la determinazione a perseguire aree di leadership globale soprattutto nel settore manufatturiero. Questo spiega, ad esempio, anche la recente, coraggiosa decisione di investimento in Wisconsin (USA) di 10 miliardi di dollari da parte della taiwanese Foxconn. Dal punto di vista umano, Taiwan è un paese molto accogliente, con un concetto di ospitalità tipico delle isole. Un paese dove gli stranieri si sentono, senza eccezioni, a proprio agio e dove possono facilmente trovare una via alla realizzazione dei propri desideri e progetti lavorativi. Inoltre, la gentilezza nelle relazioni interpersonali, la qualità dei servizi e l’estensione delle infrastrutture rendono Taiwan un paese eccellente per la qualità della vita e del lavoro.

Di cosa si è occupato in questi anni in Asia e a Taiwan? Quale è la sua carica in questo momento?

Appena laureato intrapresi la mia carriera in Italia, ma dopo un breve periodo di apprendistato mi trasferii nel 1988 a Seoul e, dopo tre anni, a Taipei; è qui che ho trascorso questi anni ad eccezione di un breve periodo ad Hong Kong e a Shanghai. Un lungo periodo nel quale mi sono occupato di Semiconduttori, lavorando sempre per la ST Microelectronics di cui oggi sono Amministratore Delegato per Taiwan e Vice Presidente per la regione Asia Pacifico. L’esperienza è andata via via sviluppandosi con i mercati che gradualmente sono emersi e che hanno segnato le grandi transizioni tecnologiche, Dai televisori a tubo catodico e monitor in bianco e nero, ai televisori che ora quasi si confondono con le pareti o i monitor che sono diventati display onnipresenti e che si comandano col tatto. Dai telefoni da tavolo ai cellulari e poi agli smartphone. Ed ora siamo in una nuova, lunga e misteriosa transizione verso la connessione ubiqua ad internet di tutti i prodotti e di tutti i servizi. L’automobile automatica sembra essere una nuova dimensione sia nel pubblico che nel privato e questa appare, al momento, una sfida che porterà alla modifica delle nostre abitudini di vita. Il mio impegno è stato ed è costantemente quello di fornire le nostre tecnologie ai nostri clienti che operano negli ampi settori dei mercati di consumo con i nomi, più o meno famosi, che sono nella nostra vita, o di trovarne dei nuovi che poi possano emergere nel panorama globale.

Lei è oggi Vice Presidente della European Chamber of Commerce di Taiwan, della quale è stato anche per due mandati Presidente. Quale è il ruolo della ECCT e che attività svolge qui a Taipei? 

Negli ultimi anni sono stato abbastanza attivo, nella comunità internazionale presente a Taipei, attraverso la ECCT, European Chamber of Commerce in Taiwan. E’ questa una organizzazione, molto dinamica, che raggruppa circa 850 membri. Lo scopo primario della Camera è quello di armonizzare l’aspetto normativo di Taiwan con quello della Unione Europea in modo da evitare intralci, o spese aggiuntive di qualifiche, alle corporate europee che fanno parte della Camera, con conseguenti vantaggi anche per tutte le altre. La promozione delle tecnologie delle varie aziende, quasi tutte leader globali nel loro settore, rappresenta una parte importante delle attività che si sviluppano attraverso numerosi eventi di varia natura che coinvolgono il Governo di Taiwan nelle cariche più alte: dal Presidente al Primo Ministro a quasi tutti i Ministri e a molti altri addetti ai lavori nelle istituzioni, compresi i Sindaci delle città principali. Le iniziative avvengo in sinergia molto positiva con gli uffici diplomatici di rappresentanza della Unione Europea e degli Stati membri (quasi tutti presenti a Taipei). Allo stato attuale uno dei temi maggiori è la gestione dell’energia che prevede la denuclearizzazione dell’Isola entro il 2025 e, dunque, una crescita importante delle rinnovabili. Ciò costituisce una opportunità notevole per le aziende europee, soprattutto nel settore eolico. La promozione dei rapporti di libero scambio rappresenta un altro importante aspetto del lavoro della ECCT guidata, con straordinarie capacità e dinamismo, dal Presidente Hakan Cervell e dal Segretario Generale Freddie Hoeglund. Tutto questo è all’intersezione delle negoziazioni tra l’Unione Europea e Taiwan.

Alla luce della sua esperienza quali possono essere le prospettive dei rapporti bilaterali tra Italia e Taiwan e in che maniera potrebbero essere intensificati la cooperazione economica e gli scambi commerciali tra i due paesi.

Le relazioni in tutti i campi tra Italia e Taiwan hanno registrato una forte accelerazione nei passati 10 anni grazie all’impegno del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan e, poi, alla costituzione, nel 2010, del Foro economico italo-taiwanese, co-presieduto dai rispettivi Direttori Generali dei Ministeri competenti per il commercio estero. Il Foro, ogni anno, prevede un incontro di consultazioni e di decisioni per lo sviluppo dell’interscambio bilaterale e per la soluzione appropriata dei problemi di carattere commerciale e normativo. Un “tavolo” di lavoro di grande importanza e utilità per il mondo della produzione e del lavoro italiano. La prossima sessione si terrà a Taipei l’11 settembre. Abbiamo visto come i rapporti economici e commerciali tra i due paesi sono andati intensificandosi  – attualmente il volume dell’interscambio è di circa 4 Miliardi di Dollari nel quadro dei 44 Miliardi complessivi con la U.E. –  in relazione agli esiti positivi di molti “dossier” – penso alla Legge sulla esenzione della doppia tassazione approvata nel 2015 e in vigore dal gennaio 2016 mentre attendiamo il varo delle “Working Holiday” per i giovani –  e al costruttivo lavoro portato avanti dal Foro in numerosi comparti produttivi protagonisti del nostro export. L’Italia si giova delle sue leadership in molti settori che vanno, come è noto, dall’agroalimentare al tessile, dalle macchine utensili al design e, di recente, anche al settore ICT. Queste aree sicuramente vedranno ulteriori sviluppi favorevoli anche grazie all’ottimo lavoro promozionale svolto a Taipei dagli uffici istituzionali italiani, Esteri e ICE. Io credo che un ulteriore impulso potrebbe venire dallo sviluppo di nuove intese tra piccole e medie imprese. La similitudine tra il tessuto industriale Italiano e quello taiwanese è, in questo caso, sorprendente e sono convinto che si potrebbe coniugare la creatività italiana con la capacita taiwanese di metterla in essere, per dar vita a modelli inediti di collaborazione in grado poi di sfociare in una crescente proiezione sui mercati europeo e asiatico.

Quale è il suo punto di vista sul ruolo economico e geostrategico di Taiwan nell’area Asia-Pacifico? I valori della democrazia taiwanese, dalla libertà di stampa al rispetto e alla promozione dei diritti umani, possono rappresentare un esempio per gli altri paesi dell’area? 

La mia esperienza a Taipei iniziò nel lontano 1991, quando Taiwan emerse come una delle “Quattro Tigri Asiatiche” al pari di Hong Kong, Singapore e Corea del Sud con le quali mantiene positivi rapporti di vicinato (nel caso di Singapore, di tradizionale stretta cooperazione) e un elevato indice di sana competitività. Nell’arco di questo quarto di secolo ho avuto modo di assistere alla coraggiosa transizione di Taiwan verso una democrazia autentica e vibrante, con una partecipazione popolare forse oggi senza uguali nelle democrazie più avanzate. È questa anche la prima vera democrazia nella cinquemillenaria storia cinese: una democrazia che si protegge e si promuove attraverso la piena libertà individuale articolata nella libertà di parola e di stampa che anima la vita civile, politica e sociale del paese, nella promozione e nella salvaguardia dei diritti umani, nel rispetto esemplare della libertà religiosa per tutte le fedi e confessioni. Una straordinaria realtà fondata, nella valorizzazione della sua antichissima storia e straordinaria cultura, sui grandi valori civili delle più moderne democrazia del mondo. Tutto questo, unito alla cruciale posizione geografica dell’Isola, fa di Taiwan un paese al crocevia degli sviluppi strategici, economici, commerciali ed energetici della Regione nonché un faro di pace, di libertà e di prosperità al centro dell’area Asia Pacifico.

 

 

Amicizia Italia – Marocco: intervista all’On. Nicola Ciracì

Intervista all’Onorevole Nicola Ciracì, presidente dell’intergruppo parlamentare di amicizia Italia – Marocco.

Amicizia Italia – Marocco: intervista all’On. Nicola Ciracì - Geopolitica.info

Il Marocco è per ragioni geopolitiche un paese di grande rilevanza per l’Italia. Ma qual è lo stato dell’arte delle relazioni economico-culturali tra i due paesi?

Nei rapporti vi sono vincoli antichi di amicizia e stretta collaborazione, ribaditi con la firma dell’accordo di conversione del debito verso l’Italia dell’aprile 2013 che ha certificato la totale solidarietà tra i due popoli. D’altronde Re Mohammed VI ha definito l’Italia “l’avvocato del Marocco in Europa”. Ancora oggi l’emigrazione marocchina nel nostro Paese è in crescita e tuttora rimane il terzo paese europeo per il flusso migratorio, a dire il vero quasi a senso unico. Basti pensare alle sole rimesse economiche degli emigrati che rappresentano la maggiore entrata per il bilancio del Marocco, prima anche del turismo, per comprendere quanto siano fondamentali i rapporti con il nostro paese. L’Italia e’ il sesto partner commerciale sia per importazione che per esportazione, con un saldo commerciale a favore del nostro parse. Va rammentato che dal 2008 l’Unione europea ha concesso al Marocco il cosiddetto “stato avanzato” facilitando di molto la collaborazione con i paesi europei. D’altronde, verso l’Italia, c’è sempre stata la visione di naturale partner libero da qualsiasi reminiscenze coloniali.

Che vantaggio potrebbe avere l’Italia in una maggiore cooperazione con il Marocco? Cosa invece si aspetta il Marocco dall’Italia?

Il vantaggio dell’Italia nel cementificare i rapporti con il Marocco sono soprattutto in termini di sicurezza. Nel dicembre 2010 il Nord Africa è stato travolto dalle “primavere arabe” che, oltre a spazzare i dittatori, hanno azzerato nazioni, confini ed eserciti aprendo le porte a Al Qaeda, ISIS, estremismi islamici e soprattutto creando le condizioni per quella emigrazione incontrollata che investe le nostre coste. In questo contesto di debolezza altrui, il Regno del Marocco ha continuato e rafforzato il proprio percorso riformatore con l’adozione della Costituzione del 2011 che ha rafforzato il concetto di Stato, rendendo il Paese affidabile verso l’estero. In questi anni c’è stato un grade impegno verso le nuove tecnologie che hanno ridotto ” le differenze”. Di fatto il Marocco, per prodotto interno lordo, prodotto interno digitale, tenuta dei confini, allargamento delle libertà e rafforzamento del concetto di Stato grazie a una monarchia laica e moderna è forse oggi l’unica “nazione” nordafricana nel senso occidentale del termine. Di fatto l’unica nazione affidabile anche in termini di sicurezza e lotta al terrorismo. Credo che il Marocco si aspetti da noi una maggiore presenza imprenditoriale e culturale che testimoni il gran lavoro svolto sulla sicurezza.

Quali sono le azioni che sta intraprendendo il gruppo interparlamentare di amicizia Italia – Marocco?

Siamo da poco tornati da un viaggio di rappresentanza in Marocco, durate il quale abbiamo gettato le basi del progetto di futura cooperazione tra i due Paesi. Siamo stati ricevuti dal Presidente marocchino della Camera dei Rappresentanti Habib El Maliki e dal Vice Presidente della Camera dei Consiglieri M. Abdelilah Hallouti. Abbiamo, inoltre, incontrato il Segretario di Stato presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Mounia Boucetta, il Presidente della Commissione degli Affari Esteri, della difesa nazionale, degli affari islamici e dei marocchini residenti all’estero, Youssef Gharbi e siamo stati ospiti dell’Ambasciatore italiano a Rabat Roberto Natali. Per finire abbiamo incontrato Serge Berdurgo, Segretario Generale della Comunità israelita del Marocco, e visitato la Camera del Commercio di Marrakech.

In questi giorni, in occasione di una loro visita istituzionale, abbiamo ospitato a Roma l’onorevole Yahfed Benmbarek, Presidente del Gruppo di amicizia Regno del Marocco-Italia e sei parlamentari di vari gruppi politici che componevano la delegazione, con lo scopo di rafforzare la collaborazione e il rapporto di amicizia fra i due gruppi, cogliendo l’occasione per conoscere meglio alcune città come Safì, Dakhla e Agadir.

Quali saranno i prossimi passi per rafforzare questa cooperazione?

Durante l’incontro con i Presidenti delle due Camere del Regno del Marocco, abbiamo ripreso un progetto risalente a due anni fa, che non aveva ancora trovato accoglimento da parte dell’Italia: la creazione di un Forum parlamentare bilaterale, che testimoni i rapporti eccellenti che intercorrono tra i due Paesi e che possa incrementare la cooperazione tra Italia e Marocco sul tema della sicurezza e immigrazione. A tal proposito, durante la conferenza stampa tenuta alla Camera il 6 luglio scorso, alla presenza dell’Ambasciatore del Regno del Marocco Hassan Abouyoub, abbiamo lanciato ufficialmente ai Presidenti Grasso e Boldrini, la proposta di realizzare il Forum in questione. A fine settembre, inoltre, saremo di nuovo in Marocco, accompagnati da un pool di imprenditori, poiché sono sicuro che in Marocco ci siano grandi opportunità economiche per le nostre imprese presenti ancora in un numero troppo ridotto, rispetto alle potenzialità e alla sicurezza che quel Paese offre.

Mozione pro-Taiwan: la mano tesa del Senato italiano

A 13 anni dalla approvazione della analoga Mozione che la Camera dei Deputati votò alla unanimità il  4  Maggio 2004, il 27 giugno scorso il Senato ha approvato, con il voto favorevole di tutti gli schieramenti politici tranne i 5 Stelle, la Mozione a favore di Taiwan che era stata presentata nel dicembre 2016, con primo firmatario il Sen. Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, e sottoscritta dai Senatori Francesco Maria Amoruso, Paolo Arrigoni, Raffaela Bellot, Massimo Caleo, Remigio Ceroni, Silvana Andreina Comaroli, Nunziante Consiglio, Sergio Divina, Emma Fattorini, Adele Gambaro, Giuseppe Francesco Marinello, Maria Paola Merloni, Emanuela Munerato, Giorgio Pagliari, Antonio Razzi; ai quali in Aula, durante la discussione, si sono uniti i Senatori Mauro Del Barba, Stefania Giannini, Albert Laniece, Claudio Micheloni, Gian Carlo Sangalli, Mario Tronti e Francesco Verducci.

Mozione pro-Taiwan: la mano tesa del Senato italiano - Geopolitica.info

Il dispositivo della Mozione impegna il Governo “a continuare a considerare attivamente, insieme ai partner UE, modalità compatibili con la One-China Policy”  – inderogabile riaffermazione divenuta ormai una recitazione “mantra” nonostante che il regime di Pechino, dal 1949 ad oggi, mai abbia esercitato una qualunque forma di sovranità e di giurisdizione territoriale, marittima e aerea sull’Isola di Taiwan, sulla sua popolazione, sulle sue acque e sul suo spazio aereo  –  “per consentire la partecipazione di Taiwan, come osservatore, nei contesti multilaterali in cui la sua presenza corrisponda all’interesse della popolazione taiwanese e della comunità internazionale”.
La Mozione è senz’altro positiva, nonostante questi equilibrismi semantici, anche per  il significativo e articolato testo introduttivo. Essa arriva dopo un periodo di crescenti difficoltà per Taiwan, vittima dell’aspro ostracismo cinese nei confronti del Presidente e del Parlamento taiwanesi liberamente eletti nel 2016, e di una comunità internazionale che, pur nella comprensibile considerazione di prioritari interessi economici, commerciali e finanziari, non trova l’anima e il coraggio morale per mettere un argine a queste insensate rappresaglie e perentori diktat per escludere un paese, Taiwan, che ha quasi 24 milioni di abitanti (la stessa popolazione, in Europa, della Romania) da organismi tecnici multilaterali creati per la tutela della salute delle persone e la lotta alle epidemie (WHA), la sicurezza aerea (ICAO), il contrasto alla criminalità internazionale (INTERPOL), l’impegno per la protezione del clima (UNFCCC). Tutti organismi che, come sancito nei loro atti costitutivi, devono  – o meglio, dovrebbero –  operare senza commettere alcuna discriminazione di carattere politico, razziale, religioso. Esattamente il contrario di quanto avviene, per ragioni politiche di parte, nei confronti di Taiwan.
Dunque il Senato italiano – come in Europa e nel mondo è già avvenuto nei mesi scorsi e continua ad avvenire da parte di numerosi Parlamenti di paesi democratici –  ha fatto sentire la sua libera voce.

Il dibattito in Aula si è sviluppato a partire dalle considerazioni del Senatore Malan (FI) che, presentando la Mozione e le sue fondate ragioni, ha ricordato come Taiwan  rappresenti la ventiduesima economia mondiale, il diciottesimo partner della Unione Europea in termini di interscambio commerciale, e il primo partner della Cina continentale in termini di investimenti. Il Sen. Malan, giudicando importante e doverosa la partecipazione taiwanese agli organismi internazionali, ha anche dato alla discussione una profondità storica rievocando il ruolo e il contributo decisivo della Repubblica di Cina nella sconfitta dell’Asse durante il secondo conflitto mondiale, prima che il suo Governo legittimo dovesse trasferirsi a Taiwan a seguito della vittoria comunista nella guerra civile.

Un paese, Taiwan, che oggi occupa una posizione strategica, in un “punto delicato dello scacchiere militare, oltre che della politica internazionale”, come ha ricordato il Senatore Sangalli (PD) il quale ha anche sottolineato con forza il valore della democrazia taiwanese fino alla elezione popolare del Presidente della Repubblica.
Un paese, secondo il Sen. Consiglio (Lega Nord), in cui “i diritti civili, sociali e sindacali, come pure quelli religiosi, sono assolutamente garantiti” e che per il Sen. Marinello (AP-NCD) ha dimostrato di essere “un baluardo di libertà e di democrazia” oltre al necessario rilievo, messo in evidenza dall’esponente del partito del Ministro degli Esteri, Alfano, degli intensi rapporti economici e culturali, in continuo sviluppo, con l’Italia e con gli altri membri della Unione Europea.

Nei diversi interventi è stato inoltre considerato il fatto, che è all’origine della presentazione della Mozione, della ormai sistematica pretesa cinese  – a seguito delle elezioni taiwanesi del 2016 e del loro risultato sgradito al politburo di Pechino –  di escludere Taiwan anche dai consessi multilaterali nei quali aveva partecipato, in qualità di osservatore, negli anni precedenti, con particolare riferimento all’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) e alla Assemblea Mondiale della Sanità (WHA).

Come affermato dal Senatore Arrigoni (Lega Nord), se l’ostracismo politico di Pechino è da giudicare grave, appare ancor più grave che organizzazioni della natura e dei doveri della WHA e dell’ICAO  “si siano prestate a questi giochi” visto che dovrebbero operare “al di fuori e al di sopra di ogni motivazione razziale, religiosa, politica ed economica”.
E che si tratti, da tutti i punti di vista, di straordinaria gravità è palese considerando la realtà delle cose, le motivazioni che determinano questa forma di neo-razzismo politico e le sue possibili conseguenze. Infatti, attraverso gli scali aeroportuali di Taiwan transitano, annualmente, circa 60 milioni di passeggeri. Escludere Taiwan dalla 39° Assemblea dell’ICAO (dopo aver partecipato a quella precedente, nel 2013), come anche escluderla dalla WHA (dopo aver partecipato alle 8 sessioni tenutesi dal 2009  al 2016), ha rappresentato – a parte l’inaccettabile ingiustizia – una totale assurdità foriera di possibili pericoli e di negative conseguenze per la sicurezza sanitaria globale, dato che, come ricordato sempre dal Senatore Arrigoni, “virus, malattie ed  epidemie non si fermano dinnanzi ai confini nazionali né ai regimi di qualunque colore politico”. E la tragica esperienza della SARS, nella prima metà del passato decennio, dovrebbe essere di insegnamento e di ammonimento.

Sulla base di queste ragionevoli riflessioni la Mozione è stata infine approvata con il voto di tutte le forze politiche, eccetto, come già ricordato, il Movimento 5 Stelle che ha optato per l’astensione (che, al Senato, equivale al voto contrario), mostrando per l’ennesima volta una innata e lunare stravaganza oltre ad una inossidabile e sterile vena polemica fine a se stessa. Ma, ed è un punto non secondario, dimostrando anche, purtroppo,  una indifferenza per le sorti di un paese amico, libero e democratico, di grande rilievo economico internazionale non fosse altro per la sua imponente produzione di componentistica elettronica che “alimenta” tutto il mondo, sempre solidale e costruttivo con paesi e popoli in via di sviluppo, situato in una posizione geostrategica, quella dell’area Asia-Pacifico, cruciale per l’avvenire e il destino dell’umanità.