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Geopolitical Brief #1 – Italia – Stati Uniti. Ragioni e prospettive di una relazione strategica

La crisi dell’ordine liberale, l’avanzata della Cina in campo economico e, al contempo, l’assertività della Russia in ambito politico-militare sembrano annunciare una nuova fase di cambiamento per il mondo, nonché la prospettiva di una grande partita per la redistribuzione del potere a livello globale. In questo scenario, l’Italia si trova costretta a dover compiere delle scelte e tra le opzioni, quella di un’alleanza con gli Stati Uniti sembra essere la più ragionevole e conveniente. Di Olga Vannimartini, Centro Studi Geopolitica.info

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Quali misure per rilanciare l’Italia e la sua credibilità?

Intervista al Prof. Roberto Pasca di Magliano, Direttore di SFIDE, Scuola di Alta Formazione di Unitelma Sapienza.

Quali misure per rilanciare l’Italia e la sua credibilità? - Geopolitica.info

La pandemia ha riportato indietro nel tempo lo sviluppo sia nei Paesi avanzati, ove si prevede un crollo del Pil almeno del 5%, del 7% nell’Eurozona e in Italia del 9,5%, sia nei Paesi in via di sviluppo che avevano fatto passi in avanti grazie alla globalizzazione riducendo i divari di reddito e accrescendo le esportazioni di materie prime. In Africa si prospettano carestie di proporzioni disastrose.

Quali misure per rilanciare l’Italia e la sua credibilità? Ne parliamo oggi con il prof. Roberto Pasca di Magliano, professore di Economia e Gestione dell’Innovazione e Direttore School of Financial Cooperation and Development, SFIDE, Unitelma Sapienza. Professore, qual è lo scenario europeo e italiano dopo il lungo lockdown?

A fronte dei vantaggi, la globalizzazione ha generato povertà vecchie e nuove, diseguaglianze interne a singoli Paesi che sconvolgono equilibri sociali e politici aggravando le condizioni socio-economiche dei ceti medio-bassi. L’1% della popolazione mondiale detiene oggi il 20% della ricchezza prodotta (25% negli Usa). In Italia la diseguaglianza nella distribuzione del reddito ha raggiunto il livello record de7% nel 2019.

Sarà difficile continuare ad eludere la necessità di una più equa distribuzione della ricchezza ed una maggiore equità sociale. Solo in Europa appaiono tiepidi segni di cambiamento grazie ai comportamenti virtuosi di alcune imprese che migliorano assetti lavorativi e adottano sostenibili.

Il nostro Paese ha superato con successo le restrizioni imposte dal lockdown e deve ora introdurre misure rapide ed efficaci la via per rilanciare l’economia, riequilibrando al tempo stesso i rapporti tra economia, ambiente e società. Occorre che la crescita economica torni ma con attenzione alla sostenibilità ambientale, all’esaltazione della qualità e salubrità dei prodotti, alla creazione di un ambiente lavorativo più equilibrato e confortevole.

Le grandi crisi epocali del passato, quella del ’29 (crollo di Wall Street) e del 2007-8 (fallimento Lehman Brothers), furono entrambe innescate provocate da ragioni di sfiducia delle imprese o da speculazioni finanziarie. Questa volta la situazione è assai diversa. La crisi deriva da uno shock sistemico esterno che si è tradotta in decisioni drastiche di molti governi nazionali, ben sapendo che ciò avrebbe provocato un collasso delle attività economiche e sociali. Misure decise dalla politica. 

Soli in Italia si prevede una caduta dei consumi dell’8,7%, degli investimenti del 12,5%, dell’export del 13,9%, dell’occupazione del 9,3%. Le politiche pubbliche di contrasto faranno lievitare il debito pubblico oltre quota 160 del Pil. In particolare, la perdita di 1,5 milioni di posti-lavoro prevista nel 2020 con inevitabili tensioni sociali.

Si può parlare ripresa economica e sociale? Sarà equilibrata e sostenibile?

La sostanziale stabilità dei mercati azionari, insieme con il contenimento dello spread, fa sperare in una ripresa ad U che però dipenderà dall’efficacia e rapidità delle politiche e delle misure specifiche di rilancio necessarie per agganciare la ripresa del 4-5%preannunciata nel 2021, seppur concentrata in alcuni settori (agroalimentare, tecnologie digitali e comunicazione) e meno in altri seriamente colpiti (auto, turismo, artigianato).

Tesi “decisamente ottimistica” che trova le sue motivazioni nelle seguenti:

  1. un andamento ciclico già moderatamente espansivo tra fine 2019 fino a gennaio 2020;
  2. un debito delle famiglie a fine ’19 raggiungeva appena il 62% del reddito disponibile, inferiore alla media UE (95%) e di gran lunga più basso di Paesi con i conti in ordine quali l’Olanda (200%);
  3. un debito delle imprese poco più della metà di quello medio europeo (68% rispetto a 150%);
  4. un risparmio degli italiani di poco meno di 4.300 mld euro, di cui 1.400 parcheggiati, che colloca il nostro Paese appena dopo  gli Stati Uniti, il Giappone, il Belgio e i Paesi Bassi;
  5. il tempestivo lancio di politiche espansive che in Italia hanno raggiunto 75 mld (il 4,5% del Pil);
  6. una reazione europea mai vista nel passato che ha riguardato: la tempestiva sospensione dei parametri di Maastricht, l’avvio di un programma straordinario di acquisto di titoli della BCE (750 mld iniziali, cui sono stati aggiunti altri 600 mld) calmierando lo spread del nostro Paese, la possibilità data al Mes di concedere prestiti a medio termine ad interessi vicini allo zero con la sola condizione di esser utilizzati per interventi diretti e indiretti legati all’emergenza sanitaria (l’Italia ne potrebbe beneficiare per 34 mld), il programma SURE a carico del bilancio UE destinato a cofinanziare schemi nazionali di ammortizzatori sociali sotto forma di prestiti a lungo termine (100 mld, di cui 20 previsti per l’Italia), il programma straordinario BEI destinato al sostegno di investimenti strategici attraverso prestiti a lungo termine a bassi interessi (200 mld), ed infine l’auspicato Recovery Plan destinato a finanziare progetti di ricostruzione e il rilancio nei Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia (750 mld tra contributi a fondo perduto e presiti agevolati).

In tale contesto le restrizioni imposte per arginare l’epidemia hanno profondamente mutato comportamenti sociali scoprendo nuove forme relazionali, nuovi strumenti di lavoro che hanno permesso la continuazione delle attività e insieme di accrescere la produttività. Mutamenti sociali che vanno valorizzati per prefigurare una società migliore e vivibile

Guardando al nostro Paese, la strada della progettualità, della redazione di un piano organico di riforme è irta di ostacoli ascrivibili alla conflittualità politica e alle complessità burocratiche che frenano l’attuazione anche delle migliori leggi di riforma. I punti di forza – pochi ma significativi – sono spesso sopraffatti dai punti di debolezza.

Esiste una via per conciliare le ambizioni della politica con le necessità di intervento?

Sono molti i sistemi democratici che, in una logica pragmatica, affidano le riforme alla discussione parlamentare mentre le misure specifiche e urgenti alle decisioni dei governi. Con un po’ di coraggio, questa via sarebbe perseguibile anche nel nostro Paese. 

Per rimettere in moto la macchina produttiva, l’intervento pubblico emergenziale dovrebbe privilegiare misure a basso costo per l’erario aprendo, insieme, ad una crescente collaborazione pubblico-privato, adottando misure cosiddette “virtuose e di carattere orizzontale”, ossia: capaci di indurre nei beneficiari comportamenti coerenti gli obiettivi della misura in modo automatico e semplice (sfruttando ad esempio il naturale istinto del “contrasto d’interesse”) e di carattere orizzontale (e non settoriale) così da concentrarsi su poche misure applicabili  ad una pluralità di comparti produttivi.

Proposte queste di cambio di rotta per far fronte all’emergenza creata dalla pandemia. Proposte che non interferiscono con piani più ambiziosi in discussione in sede governativa e che, quand’anche approvati, spesso si arenano in fase attuativa.  Proposte che accrescerebbero la credibilità del Paese a livello europeo nella difficile trattiva per il varo del Recovery Plan.

In sede UE è ormai intrapreso e con tutta probabilità si concluderà positivamente seppur con qualche correzione (sulle modalità di erogazione, sulle quote-Paese, sull’entità dei contributi a fondo perduto) per trovare un compromesso con i quattro Paesi riottosi. Difficile valutarne gli esiti e i tempi di attuazione. Al momento sappiamo che il piano prevede interventi a fondo perduto e in prestiti a lungo termine con contenuti tassi di interesse e che l’Italia potrebbe figurare tra i maggiori beneficiari sempre che sia in grado di presentare progetti credibili (gli ottimisti prevedono 170 mld).

Gli ambiti progettuali del piano riguardano: il rinnovamento delle strutture delle di ogni ordine e grado, con particolare riferimento al Sud; il finanziamento delle borse di studio universitarie e dei prestiti d’onore; il potenziamento della ricerca universitaria; la valorizzazione dei beni artistici e culturali; la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; la ristrutturazione delle periferie degradate dei grandi agglomerati urbani; gli interventi periodici di tutela e manutenzione del territorio per scongiurare i periodici dissesti idrogeologici.

A fianco del piano proposto dalla Commissione dovrebbe aprirsi la strada per l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), superando polemiche che hanno carattere essenzialmente politico.  Il Mes prevede la concessione di prestiti ad 7 anni a tasso zero con la sola condizione che essi siano utilizzati per progetti attinenti direttamente o indirettamente il settore sanitario. E, infine, un’attenzione particolare andrà dedicata ai finanziamenti che la Banca Europea degli Investimenti per la realizzazione diretta di opere infrastrutturali strategiche che, per dimensione e priorità, non possono rientrare nel sistema di partenariato pubblico-privato.

Roberto Sciarrone,
Sapienza Università di Roma

Italia e Turchia. Tra ambiguità e mea culpa

I più recenti eventi che hanno visto la cooperazione italo-turca in Somalia per la liberazione di Silvia Romano hanno risuonato tanto nei media quanto nell’opinione pubblica come un vaso di Pandora scoperchiato all’improvviso. Eppure, le relazioni tra Roma e Ankara sono da tempo connotate da peculiarità che appaiono certamente ambigue – se non divergenti – qualora le si interpreti con la grande lente internazionale. Allo stesso tempo, però, le relazioni bilaterali continuano a mantenere un profilo tutt’altro che conflittuale, lasciando quindi aperti interrogativi più profondi sul loro futuro così come su quello delle calde questioni di mutuo interesse.

Italia e Turchia. Tra ambiguità e mea culpa - Geopolitica.info

Due Paesi due misure

In generale, seguendo il trend degli ultimi anni, non deve del tutto sorprendere che laddove l’Italia giochi il suo classico ruolo di mediatore e subisca la mancanza di un’agenda estera europea, la Turchia abbia gioco facile nel perseguire il proprio obbiettivi strategici. Sarebbe fallace leggere l’ingresso della Turchia in determinate aree di reciproco interesse come un torto all’alleato italiano in una diretta correlazione causa-effetto, poiché significherebbe non considerare le variabili strutturali interne ed esterne che hanno determinato la più recente politica estera dei due Paesi. Da un lato l’Italia ha pagato le discontinuità di governo e l’aver subordinato l’interesse nazionale ad azioni cooperative con alleati incerti o sotto l’egida delle organizzazioni internazionali. Ne è risultato un rischio costante di privarsi di una propria voce e mancare di rapide risposte ai mutamenti globali. Dall’altro, la stabilità al potere dell’AKP di Erdoğan e la crescente instabilità internazionale hanno invece permesso alla Turchia di ricercare un proprio spazio di autonomia fuori dal conservatorismo della “pax americana” e verso nuove aree, ma sempre sfruttando la propria posizione geostrategica all’interno della NATO e senza mai privarsi totalmente di un’utile dimensione europea. 

La Somalia: rischi e opportunità

Di certo, non si può parlare di una “questione somala” tra Roma e Ankara o di una competizione sul campo, quanto piuttosto di un diverso calcolo costo-opportunità maturato nel tempo. L’ex colonia è fuori dalle rotte italiane già dal crollo del regime di Barre nel 1991, cui hanno seguito un’anarchia militare e una missione ONU fallimentare che hanno reso il terreno fertile per la diffusione di gruppi terroristici di matrice islamica e per l’ingresso di nuovi attori. Lo scenario avrebbe pertanto richiesto un impegno meno cooperativo e più assertivo con il quale l’Italia avrebbe arrischiato la propria immagine internazionale già pesante di un passato coloniale. Chi invece ha potuto penetrare più in sordina nel Corno d’Africa è la Turchia. Contrariamente a una lettura del neottomanesimo limitata alla chiave imperialistica, la dottrina estera delineata da Davutoğlu ha dapprima giocato la carta del soft power culturale e della “diplomazia umanitaria” per poi stabilizzare la propria presenza con investimenti economici e militari. Erdoğan ha guadagnato credito a tal punto da “esser stato invitato” a cercare petrolio dal governo di Mogadiscio. È sempre la Turchia che negli ultimi mesi ha portato assistenza nell’affrontare la drammatica invasione di locuste e che ha inviato in Somalia materiale sanitario per far fronte all’emergenza Covid-19. Rimane altresì da comprendere quanto siano realmente calcolati i pericoli di iperestensione nel lontano ginepraio africano per un Paese che, similmente all’Italia, si configura come una media potenza. 

La Libia tra due fuochi 

Lo scenario libico è invece il più preoccupante dal momento che l’Italia fatica a districarsi nel balletto di alleanze tra i suoi alleati nel Vecchio continente e quelli mediterranei, tanto da aver scelto una posizione intermedia tra Al-Sarraj e Haftar che fornisce poche certezze. Roma ha seguito la strada diplomatica dalla Conferenza di Palermo all’ultimo incontro di Berlino, aprendosi alla sponda di Egitto, Russia, Emirati e Francia al fianco di Haftar. Questo però al prezzo di rischiare di perdere la propria credibilità con quello che appare un tacito passo indietro – se non l’ammissione di un fallimento strategico – dall’inziale supporto al presidente Al-Sarraj sostenuto dall’ONU. La Turchia, anche in questo caso, ha approfittato delle reticenze europee (e ancor più degli alleati atlantici) a scendere in campo a fianco del Governo di Accordo Nazionale, inviando armi e trasferendovi le milizie mercenarie già usate in Siria. L’interesse di Ankara nell’evitare il collasso del governo di Tripoli non si inserisce tanto nel contesto delle rivalità egemoniche regionali, quanto piuttosto negli appetiti energetici che l’accordo con Al-Sarraj potrebbe saziare al termine del conflitto. 

La strada è in salita perché la partita è militare. Contrariamente alle illusioni iniziali, purtroppo, il disegno di Haftar esclude disarmo e pace. Nonostante un costo in vite umane inqualificabile, in realtà, il conflitto libico è poco nelle mani dei libici e molto dipendente dalla forza del sostegno degli attori esterni. Le ultime sconfitte subite dal generale sembrano aver portato Egitto, Russia e Francia a rimodellare il loro coinvolgimento, mentre la presenza turca ostacola le forniture dagli Emirati. Con questo nuovo equilibrio a favore del fuoco di Al-Sarraj, l’Italia ha la possibilità reinserirsi nello scacchiere. Per farlo è prima necessario un riavvicinamento deciso al Governo di Unità Nazionale e un’eventuale rinegoziazione del Memorandum of Understanding sarebbe una prima via per chiarire le opzioni anche nell’ottica di tavoli futuri. In tal senso, l’azione turca e italiana rimarrebbero antitetiche nelle modalità d’azione – l’una militare e l’altra negoziale– ma avrebbero in Al-Sarraj una pedina comune sul campo da muovere verso i propri scopi ultimi. Parallelamente, il tenore del contributo alla nuova operazione navale europea EUNAVFOR MED “Irini” sarà l’altro strumento da maneggiare con cura per provare a tener vivo un minimo indirizzo comunitario votato al bene comune: la stabilità. 

Le burrasche del Mediterraneo Orientale

Sul versante levantino del Mediterraneo, oltre alla annosa questione cipriota, il nodo è la spartizione delle Zone Economiche Esclusive per lo sfruttamento di risorse energetiche. Il sopracitato accordo di massima con al-Sarraj ha certamente dimostrato l’intenzione della Turchia nel proseguire con esplorazioni extraterritoriali in netto contrasto con gli interessi di diversi attori, tra cui l’Italia stessa. I toni si sono inaspriti a tal punto che Grecia, Cipro, Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno adottato un comunicato che condanna le “attività illegali turche”. Ciononostante, la tradizionale prudenza potrebbe paradossalmente favorire Roma in questa fase polarizzante della questione. “Sostenere a oltranza, più della stessa Unione Europea, le mire di Grecia e Cipro non ci avvantaggia”, sottolinea l’ufficiale Fabio Caffio. Così come prendere una posizione meno equilibrata potrebbe avere un alto prezzo strategico visto che, a differenza degli altri Stati dell’asse anti-Erdoğan, l’Italia non sostiene ufficialmente Haftar e possiede una serie di dossier comuni con Ankara. In sostanza, gli interessi geopolitici italiani ruotano attorno alla prospettiva di una Libia unificata e pacificata. Nel frattempo, un riavvicinamento alla Turchia va comunque valutato positivamente nella misura in cui l’Italia sappia da sola far valere la superiorità del proprio peso specifico nella questione energetica. Tra consensi interni altalenanti e un’economia in bilico, Erdoğan necessita di azioni repentine e grandi compromessi col rischio di errori di calcolo. L’italiana ENI è invece un consolidato protagonista che necessita unicamente di tornare ad esser caricata del suo naturale significato strategico. Magari partendo da un impulso al progetto Eastmed e da una valorizzazione del TAP, fuori dai connotati politici ma dentro l’idea di affidarsi ad armi negoziali meglio delineate. 

Non solo Alleanza Atlantica

Le relazioni bilaterali, non va dimenticato, hanno numeri importanti e necessitano di rimanere vive anche per il quadro economico ora più che mai necessario per l’export italiano e l’internazionalizzazione delle aziende strategiche. L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia, con 20 miliardi di interscambio totale e 1.418 realtà italiane presenti sul territorio – tra cui FCA, Leonardo, Pirelli, Ferrero, Salini Impregilo. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica, seguita dalla metallurgia e dal tessile e dal settore agroalimentare. Se è vero in generale che l’Italia fatichi a far la voce grossa, sarebbe un errore farlo tout court nei confronti della Turchia e privarsi di un partner con cui è più conveniente continuare dialogare anziché rompere il canale privilegiato e rischiare pesanti ripercussioni di lungo termine. Mantener saldo lo strumento economico è sempre utile nell’ottica di dispute più ampie.

In conclusione, la politica estera italiana va come sempre esaminata con la giusta dose di pragmatismo. È quindi lecito e corretto il dibattito su un eventuale debito verso Erdoğan dopo la liberazione di Silvia Romano, ma il giudizio non può prescindere da un mea culpa più profondo: la Turchia rappresenta solo uno dei tanti speculatori su un debito che la politica estera italiana nutre in primis verso se stessa e le vicende in Somalia altro non sono che una cartina tornasole di problematiche strutturali mai realmente affrontate.

Nel quadro mediterraneo in costante evoluzione, mantenere la “barra al centro” con il vicinato è ora l’unico imperativo realistico per l’Italia, quantomeno per continuare a difendere un profilo internazionale di moderazione e affidabilità. Certo, farlo con paesi sfuggenti come la Turchia richiede la stesura a monte di un’agenda estera con precise priorità e la definizione di propri asset strategici per materializzarla. Solo in tal caso, forte di espedienti concreti su cui far leva, sarebbe possibile per l’Italia tornare ad avere un Mare Nostrum e ridefinire la propria postura, anche verso l’incauto alleato turco. Il fatalismo non deve prevalere e un più alto livello di minacce non deve tradursi in disinteresse né tantomeno in rottura, ma nell’elaborazione di un’interdipendenza che disincentivi la non-cooperazione. 

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone - Geopolitica.info

1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Fincantieri rafforza la “pista atlantica” della Difesa italiana

Fincantieri, che per vocazione e interessi è stata a lungo considerata l’ala “europeista” della Difesa italiana, vince un’importante commessa negli USA: la pista atlantica risulterà la più promettente per un comparto industriale decisivo sul piano geopolitico?

Fincantieri rafforza la “pista atlantica” della Difesa italiana - Geopolitica.info

Negli scorsi mesi la Difesa italiana è stata a lungo divisa sulle priorità da dare al suo posizionamento nelle grandi catene del valore industriale, strategico e politico che attraversano il settore su scala globale.

Il dilemma della Difesa italiana

Le cordate dominanti appaiono due. Da un lato, la strada di una crescente integrazione nelle filiere di stampo “atlantico”, ruotanti attorno all’asse Usa-Regno Unito; dall’altro la partecipazione a un più serrato rafforzamento di un’industria comune europea. Roma ha saputo, in questo settore, giocare a lungo su entrambi i campi. Presidio della vocazione “atlantica” è da tempo Leonardo, in cui il legame con la Nato è stato considerato strategico durante l’intera gestione dell’ad Alessandro Profumo. La strategia di integrazione strategica con il comparto navale francese ha invece portato Fincantieri, nel periodo di direzione dell’attuale ad Giuseppe Bono a scommettere con maggior forza sulla possibilità di una galassia europea della difesa autonoma. 

Le ragioni per giocare su due fronti

Ambiti industriali quali la componentistica militare, la portata dei progetti di lungo periodo, le eccellenze italiane nei sistemi elettronici e il forte impulso dato dal settore aeronautico, spingono perché l’Italia approfondisca il suo ruolo nella cooperazione con l’industria anglo-americana della Difesa. Storicamente, invece, la cantieristica navale è maggiormente europeista, come dimostra la prospettiva aperta dagli accordi tra Fincantieri e la francese Naval Group che, prescindendo dalle questioni politiche, sulla carta rispondono a una ratio condivisibile: Fincantieri è più specializzata sugli scafi, Naval Group sui sistemi integrati interni. A cavallo tra i due settori si colloca lo spazio: in Europa l’Italia si sta conformando sempre di più al ruolo di grande player del settore dell’esplorazione spaziale, cavalcando la crescita del ruolo di aziende dinamiche come Avio, mentre Leonardo, il maggior player italiano della Difesa, ha abilmente espanso le sue attività anche nel settore oltre oceano inserendosi nel programma NorthStar Earth & Space.

La Us Navy premia Fincantieri

Fincantieri, però, può portare a uno spostamento dell’ago della bilancia. La vittoria del gruppo triestino nel bando indetto dalla Marina statunitense per la fornitura di dieci fregate alla flotta a stelle e strisce cambierà gli equilibri? La scelta di Marinette Marine Corporation, partecipata di Fincantieri Marine Group, per la costruzione delle nuove unità della Us Navy certifica l’affidabilità e la qualità della progettazione italiana, le prospettive crescenti dell’export navale italiano (già testate con successo in Medio Oriente) e le certezze di un notevole valore aggiunto dalla partecipazione alle catene del valore e alle strategie industriali di matrice atlantica.

La vittoria nel bando da oltre 5 miliardi di dollari della Us Navy dà il via ad una relazione strategica che durerà per tutto il decennio. Come sottolinea Analisi Difesasi “prevede una progettazione e costruzione destinata a concludersi con la consegna dell’unità capoclasse nel luglio 2026 mentre la seconda il cui contratto dovrebbe essere assegnato a distanza di un anno, dovrebbe essere consegnata dopo 5 anni e mezzo”. L’equivalente per integrazione, durata e prospettive operative, della scelta della Difesa per il programma aeronautico di stampo britannico “Tempest” sul caccia di sesta generazione, altro campo d’azione in cui il fronte atlantico ha garantito maggiore libertà operativa all’Italia. “Tempest” garantisce all’Italia più certezze in termini di coinvolgimento dell’apparato militare-industriale rispetto al progetto concorrente, il franco-tedesco FCAS, dove Leonardo e le altre aziende consociate avrebbero dovuto competere con Dassault e gli altri campioni nazionali d’Oltralpe per commesse che a Parigi sono valutate di primaria importanza. Sia Tempest che il programma Fincantieri negli USA, poi, si ripropongono di durare nel tempo, fornendo una certezza di coinvolgimento industriale, indotto economico ed occupazione a lungo termine in un settore che, è bene ricordarlo, è fortemente condizionato dalla lunga durata dei programmi industriali e dalla necessità di ricevere flussi di cassa regolari.

Cosa favorisce la “pista atlantica”

Ad aumentare la proiezione della Difesa italiana verso i lidi atlantici sono gli atteggiamenti scostanti a cui l’industria italiana va incontro nel contesto europeo. Nel consorzio Fincantieri-Naval Group, ad esempio, i francesi stanno cercando di marginalizzare un gioiello dell’industria della Difesa italiana come Orizzonte Sistemi Navali, a favore di “campioni nazionali” transalpini come Thales. Una scelta di campo maggiormente orientata all’asse Usa-Regno Unito avrebbe, paradossalmente, effetti strategici sulla capacità d’azione italiana verso i partner europei, perché aprirebbe a Roma gli spazi per alzare la posta ai tavoli negoziali e segnalare la minore disponibilità a subire manovre di accerchiamento e persuasione quali quelle condotte dalla Francia su Avio nelle scorse settimane.  All’inizio della fase di crisi legata all’epidemia di coronavirus, infatti, Parigi è arrivata a proporre l’opzione di una crescente integrazione tra il comparto aerospaziale nazionale e quello italiano definendo, per bocca del ministro dell’Economia Bruno Le Maire “indispensabile” un avvicinamento tra Avio e la transalpina Arianegroup e ventilando l’ipotesi di una fusione. Come sottolineato da Marcello Spagnulo su Formiche, tale manovra ha in sé sotteso l’obiettivo di mantenere stabile la leadership francese nel campo dei lanciatori spaziali, nuova frontiera di competizione per l’industria italiana, che con il “Vega” di Avio ha messo in campo un concorrente di primo livello per Ariane. Tutto ciò dimostra, secondo Spagnulo, come “la strategia francese si dipani, in maniera peraltro trasparente, tra una logica di federazione comunitaria e di mantenimento della propria leadership”.

Il contesto strategico è in continua evoluzione: per l’industria della difesa italiana diventa sempre più plausibile l’idea che le prospettive su scala continentale diventino sempre meno promettenti rispetto a quelle aperte a lungo raggio dalla collaborazione con i partner esterni all’Unione. Il partenariato strategico con le aziende “atlantiche” non è certificato solo da Tempest e dalla presenza costante di Leonardo oltre Manica, ma è già stato valorizzato dagli Stati Uniti sia in passato (basti pensare al successo avuto dalla Beretta M9 nell’esercito di Washington) che in tempi più recenti, dimostrato dalla scelta dell’ex Finmeccanica come appaltatore di una nuova flotta di elicotteri alla Us Navy. 

In una fase di acuta incertezza economica e industriale come quella che il mondo si prepara a vivere nei prossimi mesi, il settore della Difesa aumenta la sua rilevanza a tutto campo: risulterà fondamentale curare con attenzione ogni contratto e ogni obiettivo nel settore valutandone con importanza le ricadute geopolitiche e quelle relative all’occupazione e al valore aggiunto: nel contesto del bivio della Difesa italiana, in questa fase, la pista atlantica sembra essere quella più promettente sul lungo periodo.

L’impegno in politica estera di Aldo Moro

Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Aldo Moro, occorre notare come la sua figura umana, di docente universitario e politica, nell’immaginario collettivo sia troppo spesso oscurata dai tragici eventi che vanno dal suo rapimento al ritrovamento in via Caetani. Questi fatti, d’altronde, hanno scolpito nella mente di ognuno di noi il nome di Moro associandolo con quello che fu uno dei momenti più bui della storia repubblicana.

L’impegno in politica estera di Aldo Moro - Geopolitica.info

Aldo Moro era un uomo di grandi qualità umane ed intellettuali, al quale tutti hanno sempre riconosciuto un profondo senso dello Stato e delle istituzioni e, soprattutto, un grande equilibrio nel gestire le vicende politiche che gli si presentavano nei vari ruoli che ricopriva: da giovane membro della Costituente, a Segretario e Presidente della Democrazia Cristiana, a Ministro della Pubblica Istruzione, di Grazia e Giustizia e degli Affari Esteri, fino alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Era professore di diritto all’università, professione che seguiva con grande impegno, nonostante l’attività politica lo avesse assorbito sin dalla giovane età. Fu eletto per la prima volta all’Assemblea Costituente e poi Deputato nel 1948 nel primo Parlamento repubblicano della storia d’Italia, anno in cui assunse anche l’incarico di Sottosegretario agli Affari Esteri. Attività di politica estera che proseguì anche negli anni successivi, culminando nell’assunzione del ruolo di ministro degli Esteri (1969-1972, 1973-1974).

Durante i suoi mandati si occupò in particolare di Europa, di relazioni atlantiche e di Mediterraneo. A tal proposito, è rimasta celebre la sua frase che recita: «nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa ed essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo». Questo pensiero rappresenta una sintesi della sua convinzione relativa alla dimensione mediterranea dell’Europa (ed in particolare del nostro paese), che egli vede necessariamente «immersa nel Mediterraneo». Lo scenario mediterraneo di quegli anni aveva conosciuto forti cambiamenti, dettati dall’evoluzione socio-politica di tanti paesi passati dallo status di colonie a Stati liberi e sovrani. Aldo Moro già negli anni Cinquanta aveva compreso tali cambiamenti che stavano accompagnando molti paesi, sulla scia del nazionalismo panarabo, lungo un tortuoso cammino verso l’indipendenza, l’autoaffermazione e la pari dignità con le altre nazioni. Molti dei quali avevano anche preso coscienza del proprio ruolo internazionale, rafforzato dal controllo di risorse strategiche per le società occidentali come gli idrocarburi.

Gli anni in cui Moro svolse la sua attività politica furono segnati da profondi cambiamenti sociali, politici, economici e culturali anche nella sponda nord del Mediterraneo, la quale dopo essere stata teatro di due guerre mondiali, si incamminava verso la nascita dei primi embrioni istituzionali di quella che sarebbe diventata l’Unione Europea negli anni Novanta. Moro in quel periodo avviò un nuovo modo di fare politica sia interna che estera, che guardava oltre gli “steccati” e l’interesse specifico degli Stati sovrani. Una politica ispirata forse dal suo essere cattolico e democratico e che guardava alla gente, alla volontà popolare, ai diritti umani ed alle libertà dell’individuo in quanto tale. Un’altra sua frase sintetizza bene anche questo pensiero: «la persona di prima di tutto».

Erano dossier difficili quelli di cui Moro si occupava, sul suo tavolo di Ministro degli Esteri c’erano numerosi casi importanti a partire da quello sulla Libia, paese nel quale il giovane colonnello Muammar Gheddafi, ispirato dalla rivoluzione di Nasser in Egitto aveva preso il potere spodestando il vecchio Re Idris.

Era anche la fase delle grandi proteste in tutta Europa: studenti, donne e operai rivendicavano nuovi diritti, erano gli anni della guerra in Vietnam, dell’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica, della Guerra dello Yom Kippur in Israele, della crisi petrolifera. Era, inoltre, una delle fasi più critiche della Guerra Fredda, contraddistinta dalla scelta del presidente americano Richard Nixon di porre fine al Gold Standard e – su spinta del suo più stretto collaboratore Henry Kissinger – da quella dell’apertura tattica verso la Cina di Mao in chiave antisovietica (grazie alla quale la Repubblica Popolare Cinese occupò il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU).

È da presidente del Consiglio (1974-1976), tuttavia, che Moro ebbe il suo momento più alto in politica estera. Nel 1975 riportò il successo della Conferenza di Helsinki, durante la quale svolse un’opera importante per la pace e la cooperazione tra i popoli. Sempre nello stesso anno, firmò il Trattato di Osimo grazie al quale si metteva fine all’annosa questione dei rapporti con la Jugoslavia di Tito.

Moro seppe, quindi, gestire alcuni tra i più importanti temi dell’agenda politica italiana con grande abilità e senso dello Stato, non a caso è considerato uno dei più grandi protagonisti del novecento italiano. Le sue qualità sarebbero importanti in un’epoca come quella attuale, nella quale avremmo bisogno di personaggi dotati non solo della sua capacità di interpretare e gestire gli eventi, ma anche della sua stessa lungimiranza politica.

Pietro Stilo,
Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina

Poche volte la scena politica italiana si è polarizzata intorno a questioni di politica estera. Ancor più raramente queste hanno innescato crisi di governo. Pertanto, è abbastanza significativo il fatto che il dibattito pubblico odierno, sulla scorta dell’emergenza Coronavirus, abbia trovato tra i suoi principali “materiali infiammabili” quello del rapporto dell’Italia con la Repubblica Popolare Cinese (RPC).  

Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina - Geopolitica.info

Una prima avvisaglia della sensibilità nostrana sul “tema Cina” l’avevamo già avuta in corrispondenza della visita “imperiale” di Xi Jinping a Roma e della firma del Memorandum sulla Via della Seta. Al tempo, era subito emersa una divisione tra sostenitori del progetto OBOR e i suoi acerrimi oppositori, mentre decine di mappe e infografiche illustravano le rotte marittime e terrestri dell’inarrestabile avanzata economica cinese. Nel giro di qualche settimana, tuttavia, il rapporto con la RPC si era velocemente eclissato dal dibattito pubblico italiano.

Il ritorno – e che ritorno – di fiamma si è avuto con l’esplosione della pandemia COVID-19, che ha alimentato sentimenti oscillanti tra gli italiani nei confronti della Cina. A inizio marzo questa era generalmente considerata l’origine del Coronavirus e il suo regime accusato di essere parte in causa della sua diffusione, avendo inizialmente blindato ogni informazione in merito. Oggi, invece, è per lo più guardata come un leader nella lotta al morbo e un numero crescente di italiani considera auspicabile un’intensificazione dei rapporti tra Roma e Pechino a discapito di quelli con gli alleati tradizionali (sondaggio SWG). Tuttavia, non possiamo prevedere quali saranno gli effetti sull’opinione pubblica italiana dell’escalation di accuse che arriva dagli Stati Uniti, dal governo ai servizi di intelligence, passando per i maggiori media nazionali (compresi quelli più ferocemente anti-trumpiani).

La contrapposizione che è emersa sembra in qualche modo evocare alcuni dei tratti caratterizzanti che la Guerra fredda assunse in Italia, tanto che molti osservatori ne parlano come della “nuova” Guerra fredda. Anche se, marxianamente, non è dato sapere se dopo il tragico confronto tra USA e URSS la storia si ripeterà sotto forma di farsa in quello tra USA e RPC, sono comunque ravvisabili quattro differenze principali tra le due dinamiche per come hanno preso forma nel nostro Paese. 

La prima, naturalmente, è relativa alla componente militare. Centrale nel primo caso (si ricordi che tra le ragioni della caduta del Governo Craxi 1 fu la crisi di Sigonella) e quasi del tutto assente nel secondo. Non si tralasci, tuttavia, che l’attuale competizione tra Washington e Pechino si sta sviluppando lungo direttrici relativamente nuove per la dimensione della sicurezza, come il dominio cyber, il 5G, il controllo dei big data e ora, causa COVID-19, le pandemie.

La seconda diversità è l’assenza di una connotazione ideologica, che rende la dialettica tra Washington e Pechino molto più simile alla politica di potenza ottocentesca che ai confronti titanici del Novecento (prima quello tra liberalismo e fascismi, poi quello tra liberalismo e comunismo). Anche in questo caso, tuttavia, stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti. Proprio in questi giorni il vice-consigliere per la Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, Matthew Pottinger, ha parzialmente riportato al centro dell’attenzione il fattore ideologico. Intervenendo al Miller Center, infatti, ha spiegato che alcuni dei valori universali respinti da Pechino provengono direttamente dalla Cina. Quindi, è solo l’ideologia comunista ad essere in contraddizione con loro, e non la cultura cinese in quanto tale a dispetto di quanto sostiene il regime di Pechino che ne contesta l’universalità. 

La terza differenza va rintracciata nella dimensione economica della competizione tra USA e PRC. Questa era assente durante la Guerra fredda. I due blocchi, infatti, erano contraddistinti da sistemi di produzione e consumo antitetici e non comunicanti. Pertanto, il confronto in tema di economia aveva uno spessore prevalentemente teorico, ovvero era legato a quale modello fosse migliore per conseguire il benessere e il progresso dell’umanità (economia di mercato o economia pianificata?). Al contrario, oggi entrambe le potenze partecipano a un sistema capitalista che si dipana su scala globale. Non solo, sono anche profondamente interdipendenti. Allo stesso modo, anche le economie dei principali alleati degli Stati Uniti, tra cui l’Italia, sono contraddistinte da una profonda integrazione con il mercato e la finanza cinesi. Di conseguenza, se l’Unione Sovietica fu impegnata principalmente in azioni di propaganda ideologica e spionaggio militare nel nostro Paese, la Cina profonde la maggior parte dei suoi sforzi proprio nel tentativo di legarlo il più possibile al suo sistema economico (il progetto OBOR rappresenta solo il culmine di un lungo percorso).

La diffusa convinzione tra la nostra classe dirigente che l’economia costituisca un terreno politicamente neutrale, dove gli scenari win-win sono più frequenti dei giochi a somma zero, ha fatto sì che alcune scelte rilevanti per la competizione tra Stati Uniti e Cina siano state prese – quanto meno – alla leggera. È da questo atteggiamento che deriva l’ultima grande differenza tra la competizione della Guerra fredda e quella attuale nel nostro Paese. La natura ideologico-militare della prima permise una distinzione netta tra lo schieramento filo-americano, composto dai partiti di centro-sinistra, di destra e dal PSI a partire dal 1956, e quello filo-sovietico, composto dal PCI fino a inizio anni Ottanta e dal PSI fino al 1956. La natura in buona parte economica del confronto tra Stati Uniti e Cina, invece, fa sì che le divisioni attraversino trasversalmente i partiti italiani. Sebbene alcuni siano percepiti nel complesso come più filo-cinesi di altri, in verità quasi tutti i partiti hanno al loro interno una componente più o meno consistente che strizza l’occhio a Pechino. 

A tal proposito, tuttavia, è opportuno ricordare che nonostante l’export italiano stesse registrando buoni numeri sul mercato cinese prima del COVID-19, difficilmente potrà superare i livelli già raggiunti anche dopo il riflusso della crisi. E non solo perché l’attesa contrazione della domanda cinese, che sarà alimentata come in un circolo vizioso dal basso potere d’acquisto occidentale previsto per i prossimi anni, modificherà le abitudini di parte delle classi media e alta della RPC a cui i nostri prodotti sono destinati. 

Intervengono, infatti, anche altre due ragioni. La prima riguarda la struttura del nostro sistema economico. La presenza di poche imprese di grandi dimensioni, infatti, non facilita la nostra penetrazione in Cina e rende più difficile l’azione diplomatica a suo supporto. Le esperienze del passato, infatti, non sono incoraggianti, su tutte il disastroso fallimento del centro dell’eccellenza agroalimentare tricolore Viva Italia a Pechino nel 2009. 

La seconda riguarda il vantaggio competitivo che altri Stati occidentali vantano rispetto a noi per via dei rapporti che hanno tradizionalmente intessuto con la Cina. Marco Polo, Matteo Ricci e, perfino, la breve parentesi coloniale di Tianjin (le concessioni straniere sono considerate in Cina come il momento più umiliante della storia nazionale) sono stati recentemente citati come esempi della vicinanza tra Roma e Pechino. Ma l’Italia è arrivata alla Cina e alla cultura cinese in grande ritardo rispetto ad altre potenze. Eminenti sinologi e orientalisti italiani hanno dato un grande contributo allo studio della lingua e della cultura di questo Paese, ma si è trattato di casi isolati. Rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti la nostra conoscenza della Cina è avvenuta principalmente attraverso lo studio della lingua, tanto che la maggior parte degli esperti nostrani di “affari” cinesi si è formata in questo ambito specifico per poi essere chiamata ad occuparsi di altro. Tale condizione naturalmente si è tradotta in un deficit cognitivo di quella realtà e in una maggiore difficoltà a interagire con essa in un settore strategico come quello economico.

Gabriele Natalizia e Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info

La spesa per la Difesa nel mondo sale, al vertice Stati Uniti e Cina. E l’Italia?

Come ogni anno lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha pubblicato il Report sulle spese destinate al settore militare in tutto il mondo. Nell’anno preso in riferimento, ovvero il 2019, sono stati spesi in totale nel mondo 1.917 miliardi di dollari nella difesa, un aumento del 3,6% rispetto ai numeri dell’anno precedente.

La spesa per la Difesa nel mondo sale, al vertice Stati Uniti e Cina. E l’Italia? - Geopolitica.info

Questi dati confermano una crescita che probabilmente non si vedeva dagli anni della Guerra Fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica cercavano di superarsi nella corsa agli armamenti. I tempi sono cambiati ma non è un caso che i due Paesi che oggi aumentano i propri budget per la Difesa siano sempre gli Stati Uniti, insieme stavolta alla Cina, i due player mondiali principali. Il bipolarismo che sta nascendo/crescendo (a seconda delle visioni) si può notare anche da questo.

Gli U.S.A. hanno infatti speso nel 2019, sempre secondo il report, 732 miliardi di dollari. Per inquadrare meglio questa cifra basti pensare che rappresenta circa il 38% del totale delle spese mondiali in questo settore. Rispetto al 2018 l’aumento è stato del 5,3% e, secondo Pieter D. Wezeman, ricercatore dell’Istituto svedese, questo si collega facilmente alla percezione generale di “un ritorno della competizione tra grandi potenze”.

Al secondo posto, come già preannunciato, troviamo la Cina, con 261 miliardi spesi nel 2019. Se questo numero è ben inferiore a quello statunitense, l’aumento in percentuale rispetto al 2018 è invece sulla stessa linea di grandezza, 5,1%. Segno che la Cina sta attuando politiche volte a ridurre quanto più possibile le attuali enormi distanze con Washington. Sull’ultimo gradino di questo particolare podio si attesta l’India. Complici anche le croniche tensioni con il vicino Pakistan e la rivalità con la stessa Cina, l’India ha infatti aumentato del 6,8% le sue spese militari arrivando alla cifra di 71.1 miliardi.

Subito dopo troviamo Russia e Arabia Saudita. Mosca, nonostante l’evidente difficoltà degli ultimi anni, ha avuto un incremento del 4,5%, toccando i 65.1 miliardi. Attualmente il comparto militare russo è ancora temibile, nonostante non sia paragonabile al livello della Guerra Fredda; probabilmente nel prossimo futuro, per mancanza di fondi, non riuscirà a tenere il passo delle altre due grandi potenze. Riad invece ha avuto un brusco calo delle spese militari scivolando dalla terza posizione alla quinta. Nonostante la costante guerra in Yemen, la ricerca di un attivo protagonismo regionale e la volontà generale di ‘spingere’ sul settore della Difesa, l’Arabia Saudita ha registrato infatti un calo di circa 16 punti percentuali rispetto al 2018.

In sesta posizione troviamo la Francia, primo paese dell’Unione Europea finora assente, con poco più di 50 miliardi di dollari ed un aumento del 1,6%. Chi invece, nel giro di un anno, ha rinforzato notevolmente il budget della Difesa è la Germania, che con +10% è arrivata a spendere 49.3 miliardi. Il Regno Unito rimane stabile rispetto al 2018 con 48.7 miliardi, anche se il Report ovviamente non considera l’ambiziosa ‘Global Britain’ lanciata da Boris Johnson, il quale prevede nel prossimo futuro post-Brexit un’attenzione ed un sostegno particolare al budget della difesa e alle sue politiche. Incrementi rilevanti sono stati fatti inoltre da Paesi dell’Europa centrale e orientale, Bulgaria e Romania su tutti.

Le motivazioni dietro il forte aumento della Germania sono da ricercare soprattutto in tre fattori: Berlino sta cercando di ammodernare e sviluppare un comparto che è ancora piuttosto indietro rispetto ai grandi stati europei; inoltre questa crescita, secondo Diego Lopes da Silva (SIPRI), può essere in parte spiegata dalla percezione di una possibile minaccia proveniente dalla Russia, condivisa da diversi membri della NATO. Da ultimo, c’è da tener conto anche delle famose richieste NATO (sottolineate più volte da Trump) sulle spese da destinare all’Alleanza Atlantica.

Scendendo ancora nella classifica troviamo invece l’Italia, al dodicesimo posto, con 26.8 miliardi. L’Istituto svedese registra un aumento dello 0,8% rispetto al 2018 e una percentuale rispetto al PIL dell’1,4. In realtà ci sono alcune discrepanze con i dati rilasciati dalla NATO ma quello che si nota (ed è importante notare) è una leggerissima tendenza ad aumentare i bilanci della difesa, dopo anni in cui il settore della difesa e sicurezza italiano ha subito numerosi tagli, nonostante spesso nell’opinione pubblica si tende ad avere un’idea diversa. Questo viene confermato anche dall’attuale budget del Ministero della Difesa che registra un incremento di circa un miliardo e mezzo rispetto 2019. Anche qui la principale motivazione è l’obiettivo di arrivare ad una spesa relativa al 2% del PIL, richiesta dall’Alleanza Atlantica.

L’emergenza Covid-19 e le misure che verranno adottate per la ripartenza economica sicuramente metteranno le istituzioni e le varie filiere davanti a scelte complicate, a decisioni che impatteranno nel breve, medio e lungo futuro dell’intera penisola. La difesa non può essere tenuta in secondo piano, avendo una valenza strategica fondamentale per l’intero sistema Paese. Un riscontro si è avuto anche durante l’emergenza di questo periodo, quando le Forze Armate italiane si sono messe al servizio concreto della popolazione con un supporto sanitario e logistico importante.

Non si tratta più di corsa agli armamenti o di ritorno alla guerra, come poteva essere nei decenni della Guerra Fredda, o come taluni cercano di far passare. Alcuni asset di un Paese, oltre a garantire uno dei pilastri fondamentali su cui si deve basare uno Stato, ovvero la sicurezza, sono strumento imprescindibile per un posizionamento internazionale di rilievo. Ma non solo. Ricerca, sperimentazione, innovazione e sviluppo di nuove tecnologie sono solo alcuni dei caratteri basilari del settore difensivo che si mettono conseguentemente a disposizione di tutto il Paese. L’Italia non può ridurne troppo il sostegno o addirittura rischiare di farne a meno.  

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

La Norvegia mette la solidarietà europea in pratica

Margit F. Tveiten è l’Ambasciatrice Norvegese in Italia. Giunta a Roma nel 2017 dopo una lunga carriera nel Ministero degli Esteri parla perfettamente italiano grazie anche ad una formazione universitaria legata al nostro paese.

La Norvegia mette la solidarietà europea in pratica - Geopolitica.info

Raggiunta telefonicamente rilascia in esclusiva per Geopolitca.info un’intervista in merito agli aiuti che il Governo di Oslo ha deciso di inviare in Italia per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.  

Gentile Ambasciatrice la ringrazio per la Sua cortese disponibilità. Innanzitutto non possiamo non chiederLe come è la situazione in Norvegia e quali sono le misure adottate dal Governo di Oslo in merito alla battaglia contro il Covid-19?

Al momento la situazione del coronavirus in Norvegia non è troppo difficile. Purtroppo abbiamo avuto 108 morti in totale  [aggiornato il 10 aprile]. 25 persone sono ricoverate e ci sono 6.218 positivi ma è difficile fare il test. Naturalmente questi numeri non sono alti rispetto a quelli italiani ma ci si deve ricordare che la Norvegia non è un paese grande, ci sono circa 5,4 milioni di persone ed il sistema sanitario è molto più piccolo di quello italiano.  

Quali azioni ha adottato il Governo norvegese?  

Sono state applicate una serie di misure restrittive. Le scuole ad esempio sono state chiuse pochi giorni dopo la chiusura delle scuole italiane anche se va detto che non tutte le altre restrizioni italiane sono adottate in Norvegia. Nei giorni scorsi [il 7 aprile] il governo ha invece deciso di cominciare a riaprire il paese ma molto gradualmente. Gli asili nido aprono per primi, dopo Pasqua. 

Parlando di aiuti abbiamo appreso che sono arrivati dal Suo paese alcuni aiuti per l’Italia ed in particolare per la Provincia di Bergamo. In cosa consistono questi aiuti?  

Sono sbarcati in Italia 19 persone; 16 medici ed infermieri specializzati e tre persone per la sicurezza, la logistica e la gestione dell’operazione. L’equipe è sotto la guida del Direttorato Norvegese per la Protezione Civile. Il personale medico rafforzerà il sistema sanitario locale lombardo, operando nell’Ospedale “Bolognini” di Seriate e, in modo totalmente autosufficiente, rimarrà in Italia per un periodo di quattro settimane. La Norvegia offre assistenza con equipe mediche durante le crisi internazionali tramite il sistema transsettoriale dell’Emergency Medical Team e dopo la richiesta di Regione Lombardia abbiamo deciso di non sottrarci.  

Quale è il significato di questa scelta? 

Le nostre autorità sanitarie dicono che in questo momento non c’è troppa pressione sul sistema sanitario in Norvegia. “Ci si presenta un’ottima occasione per aiutare un Paese che si trova davanti a delle sfide enormi”, ha detto il Ministro della Sanità norvegese, Bent Høie. Speriamo che il contributo dell’equipe norvegese possa consistere in un aiuto importante al personale medico italiano che probabilmente è stanco dopo molte settimane in questa lotta contro il Covid. Per fortuna, sembra che la situazione in Italia si stia stabilizzando con meno ricoveri e meno morti negli ultimi giorni. 

C’è stato quindi un contatto tra Roma ed Oslo? 

La scorsa domenica il Ministro degli Esteri norvegese Ine Eriksen Søreide ha parlato con il collega Di Maio, che ha voluto ringraziare calorosamente per l’offerta norvegese. La Norvegia ha tratto benefici dall’Italia in questa crisi poiché i medici italiani, nonostante l’immensa mole di lavoro che stanno gestendo, si sono impegnati a partecipare a videoconferenze al fine di condividere con la Norvegia la loro esperienza acquisita sul campo. Quindi, sono convinta che i legami bilaterali si possono rafforzare ancora di più. 

Un gesto importante nonostante la Norvegia non appartenga all’Unione Europea.  Per la Norvegia l’equipe mandata in Italia rappresenta la solidarietà europea nella pratica. Anche se il mio paese non è un membro dell’Unione ha una stretta relazione con l’UE attraverso il nostro Accordo dello Spazio Economico Europeo ed altri accordi ed altre cooperazioni con l’UE. 

 Il quadro geopolitico pare essere sempre più difficile da interpretare in queste settimane.   

La crisi del Covid è una crisi internazionale, quindi deve essere affrontata sia attraverso la cooperazione europea sia la cooperazione globale. Per la Norvegia la cooperazione è la parola chiave, non la discordia. L’assistenza norvegese all’Italia dimostra quanto sia cruciale la cooperazione europea in questo momento di crisi. Dobbiamo poi proteggerci contro le fake news e raccontare le bellissime storie di cooperazione europea ed internazionale. Spero che l’equipe medica norvegese a Bergamo possa essere una di queste storie. 

Il mondo dopo il Covid sarà completamente ribaltato sotto l’aspetto geopolitico? 

Nessuno sa come sarà cambiato il mondo e quale sarà il quadro geopolitico dopo il Covid. In questo momento il focus del mio paese è affrontare la crisi e gestirla insieme ad altri paesi. 

L’ultima domanda Eccellenza. Come è lo stato dei rapporti tra Italia e Norvegia?  

I rapporti diplomatici sono eccellenti abbiamo molti progetti insieme sia comunitari che non. Inoltre Italia e Norvegia sono Paesi Nato ed entrambi sono attivi in operazioni internazionali a favore della pace. Per il mio paese l’Italia rappresenta un mercato molto importante per l’esportazione del salmone e dello stoccafisso e dal punto di vista relazionale nel 2016 c’è stata una importante visita di Stato e le loro maestà di Norvegia sono state ricevute dal presidente Mattarella. Lo stesso Presidente ha poi pronunciato parole molto belle durante la visita, affermando che la Norvegia e l’Italia condividono valori come libertà, democrazia, pace e solidarietà. 

Giangiacomo Calovini,
Geopolitica.info

Il MES e l’Italia: alcuni necessari chiarimenti

La pandemia da Covid-19 sta avendo ed avrà un impatto significativo sull’economia mondiale. Chi è in grado di stabilire con assoluta certezza quando ogni paese raggiungerà il suo picco di contagi? Di conseguenza, al momento è pressoché impossibile valutare l’impatto economico e finanziario generato dell’emergenza, nonché stabilire con assoluta certezza l’efficacia di una politica economica e fiscale.

Il MES e l’Italia: alcuni necessari chiarimenti - Geopolitica.info

Tuttavia, il dibattito è aperto. E così, anche a livello europeo si è iniziato a discutere su come sostenere le economie dei singoli Stati membri. Uno degli strumenti proposti per fronteggiare l’emergenza, sicuramente il più discusso (non solo in Italia sia ben chiaro) è il Meccanismo europeo di stabilità (MES). Al di là delle valutazioni politiche sull’opportunità di accedere o meno agli aiuti del MES, occorre prima riassumere brevemente (attualmente) cos’è e come opera.

Il MES ha sostituito il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF) e il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF), strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria ed operativi fino al 30 giugno 2013.

Il MES è un’organizzazione intergovernativa. Il suo Trattato istitutivo è entrato in vigore nell’ottobre del 2012, a seguito della ratifica iniziale, dei 17 paesi membri dell’area euro che inizialmente aderirono al Trattato. Il capitale totale è di circa 704 miliardi di euro. L’Italia è il terzo Paese per contributo al capitale del MES (125,3 miliardi di euro), dopo la Germania (190 miliardi di euro) e la Francia (142 miliardi di euro).

Si accede all’assistenza finanziaria previa richiesta da parte di uno Stato membro. Il contributo (è bene chiarire anche questo) viene concesso solo nel caso in cui la situazione economica e/o finanziaria metta a repentaglio la stabilità dell’intera zona euro. Qualora concesso, le condizioni richieste sono molto rigorose: come ad esempio importanti politiche di aggiustamento di bilancio, ponderate sulla base della valutazione della sostenibilità del debito pubblico dello Stato interessato.

In merito alle polemiche sollevate in queste ore, occorre anche qui qualche chiarimento:

  • l’Eurogruppo era chiamato a formulare proposte da portare all’attenzione del prossimo Consiglio europeo;
  • Quattro gli strumenti proposti: a) MES senza condizionalità per le spese sanitarie, con la possibilità, per ogni Stato membro di richiedere fino al 2 per cento del PIL; b) programma Sure della Commissione Europea, strumento che serve a salvaguardare l’occupazione nei Paesi colpiti dal Covid-19; c) un nuovo programma della Banca Europea degli Investimenti; d) un fondo in grado di preparare e sostenere la ripresa, fornendo finanziamenti attraverso il bilancio dell’Unione europea a programmi progettati per rilanciare l’economia;
  • la decisione definitiva su tutti gli strumenti da utilizzare (che saranno scelti su base volontaria da ogni Stato membro) sarà decisa dal Consiglio europeo del prossimo 23 aprile;
  • la decisione degli strumenti  messi in campo dall’Unione europea per fronteggiare l’emergenza non è quindi definitiva e potrà subire modifiche;
  • l’Italia non ha richiesto al momento l’attivazione del MES.

Attualmente quindi nessun allarmismo. Indubbiamente lo spettacolo offerto dalle istituzioni europee e da alcuni Stati membri non è certo qual che ci si aspettava in una situazione del genere. L’attuale governo italiano ha escluso categoricamente l’adesione ad un pacchetto di aiuti che comprenda il MES. Speriamo continui così. Tuttavia, c’è bisogno di fare di più.

Se l’Unione europea non si dimostrerà all’altezza tanto vale a questo punto assumere decisioni autonomamente. La pandemia continua a mietere vittime, a generare incertezza sociale ed economica, mentre i leader europei continuano, come troppo spesso accade, a tergiversare su numeri e virgole. Ecco questo dovrebbe farci pensare, spingerci ad immaginare quale futuro vogliamo per l’Italia, di quali politiche dotarci per risollevare, non solo economicamente, il nostro paese. Il dibattito politico nazionale su questo tace. Confusione o inettitudine? Tanto si sa, purtroppo anche noi cadiamo troppo spesso nel tranello…

Piero De Luca,
Sapienza Università di Roma