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Cyber Warfare: il triangolo Iran-Israele-Stati Uniti

Cyber Warfare, una nuova frontiera

Cyber Warfare: il triangolo Iran-Israele-Stati Uniti - Geopolitica.info

Il 18 novembre 2012, Carmela Avner, responsabile dell’informazione nel governo israeliano, in un’intervista ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La guerra viene combattuta su tre fronti. Il primo è quello fisico, il secondo è quello relativo al mondo dei social networks ed il terzo concerne gli attacchi informatici. La guerra cibernetica sta diventando parte integrante del conflitto militare contemporaneo…”.

Nel 2006 il Presidente George W. Bush, in collaborazione con l’amministrazione israeliana, pianifica un’operazione d’intelligence, nota come “Operation Olympic Games”, avente lo scopo di individuare una mappatura degli impianti di Natanz e ostacolare i progressi iraniani nel campo dell’energia nucleare. Riconfermata con Obama nel 2009, l’obbiettivo principale dell’operazione  erano i sistemi industriali della Siemens impiegati nel sito di Natanz per la produzione di uranio arricchito, un materiale fissile insieme al Plutonio impiegabile per la produzione di ordigni nucleari.

Israele premeva sul suo alleato occidentale, gli Stati Uniti, per attaccare militarmente l’Iran, convinto che solo attraverso una prova di forza si sarebbero ottenuti i risultati sperati. Gli Usa al contrario ovviarono per un’opzione alternativa: una cyber war.

Maggiormente percorribile e dai costi e rischi decisamente inferiori rispetto ad una operazione militare su larga scala, essa consentiva anche di evitare uno scontro aperto con gli alleati di Teheran in seno al Consiglio di Sicurezza ONU, cioè Russia e Cina.

La strategia statunitense

Appena entrato in carica nel 2009, il presidente Barack Obama ha dichiarato il cyber spazio una risorsa nazionale strategica eccezionale e fin dall’inizio del suo mandato ha chiesto di accelerare gli attacchi informatici contro l’Iran.

Nel 2010 i militari statunitensi hanno creato un nuovo Cyber Comando per unificare e amministrare le reti informatiche del Dipartimento della Difesa (DoD), al fine di rafforzare la capacità di respingere e lanciare attacchi cibernetici. Nel maggio 2011 ha fatto la sua comparsa la “Strategia Internazionale per il Cyberspazio”, importante in quanto sottolineava il diritto di usare la forza per fronteggiare minacce cibernetiche.

I militari statunitensi hanno iniziato a studiare varie strategie nel cyberspazio, armi offensive comprese; l’attenzione è stata rivolta in particolare all’uso di capacità cyberspaziali per distruggere, interdire, degradare, ingannare, corrompere o usurpare la capacità degli avversari di usare la sfera del cyberspazio a proprio vantaggio.

Fin dall’amministrazione Bush, la distruzione o rallentamento del programma nucleare iraniano  prevedeva l’utilizzo di una famigerata arma informatica: il virus Stuxnet. Considerato la prima vera “cyber weapon” della storia, questo strumento rappresentò una novità assoluta nel mondo delle armi strategiche: fu infatti il primo reale “cyber attack”, studiato per generare una distruzione esterna al dominio digitale, dove il cyberspazio venne utilizzato per compromettere un obiettivo fisico e concreto, ovvero gli impianti d’arricchimento nucleari. Stuxnet fu non solo il primo worm di cyber-sabotaggio ma anche di cyber-spionaggio, in grado di spiare e sovvertire sistemi industriali.

Dalle ricerche emerse sembra che sia stato un dipendente o un addetto alla manutenzione a introdurre il virus, collegando una pen drive USB contenente il malware a uno dei computer presenti negli impianti. A causa di un errore di programmazione, il malware ha superato il confine della rete interna e si è propagato su Internet; dopo aver provocato ingenti danni, i ricercatori di sicurezza hanno analizzato in dettaglio il funzionamento di Stuxnet, e ne hanno individuato il codice di programma. Per questo, è stato creato un nuovo malware per continuare la cyberwar, noto come Flame; 20 volte più grande di Stuxnet, fu progettato per raccogliere informazioni sulla capacità dell’Iran di sviluppare un’arma nucleare, è attualmente uno dei virus più pericolosi in circolazione.

La sua esistenza fu rivelata nel maggio 2012 dall’Iranian Computer Emergency Response Team(Maher), mentre venne scoperto da Kaspersky, su richiesta della International Commuication Union delle Nazioni Unite, preoccupata per la scomparsa di “sensitive informations” in tutto il Medio Oriente. Il virus informatico Flame, a partire dal 2012, si è infiltrato soprattutto nell’area del Medio Oriente, infettando una moltitudine di computer, fra cui l’Iran che colleziona il numero più alto di computer infetti, ben 189.

Un ex funzionario della CIA ha dichiarato che sia Stuxnet che Flame farebbero parte di un solo grande piano di cyber attacco: “Mettendo insieme i vari pezzi del puzzle raccolti finora, si direbbe che ci troviamo di fronte alla prima prolungata campagna di cyber-sabotaggio contro un nemico degli Stati Uniti”, scrive infatti il Washington Post.

Nonostante la segretezza del programma e degli autori, Usa e Israele vennero additati fin da subito come i principali sospettati. L’esperto di sicurezza cibernetica tedesco Ralph Langner ha rivelato alla radio pubblica nazionale nel 2011 che gli Stati Uniti erano «la forza principale» dietro Stuxnet, un’affermazione alla quale credono molti anche in altri paesi.

Hillary Clinton ha confermato questa circostanza, diventando il primo alto funzionario nordamericano ad ammettere il fatto che gli Stati Uniti abbiano intrapreso una guerra nel cyberspazio. I leader israeliani non hanno mai nascosto l’intenzione di ricorrere al sabotaggio per provare a eliminare il programma nucleare iraniano.

Infine, Israele raramente si è tirato indietro quando si è trattato di scavalcare i confini geografici per perseguire i propri interessi e non sarebbe la prima volta che utilizza operazioni “covert” per eliminare i propri nemici o sabotarne i programmi d’armamento. Fra i sospettati l’Iran annoverò anche la Gran Bretagna, sulla base di alcune rivelazioni fatte qualche tempo fa da Sir John Sawers, il capo del MI6, il quale si era espresso in favore di “covert actions” per distruggere, o quantomeno rallentare, il programma nucleare iraniano.

Cyberspazio e Sfera Internazionale: l’eredità di Stuxnet

Le conseguenze prodotte dalla diffusione prima del virus Stuxnet e poi dei suoi successori Flame e Duqu sono state molto gravi, a conferma del fatto che la dimensione digitale non  è meno insidiosa di quella materiale. Ritenere il cyberspazio un dominio separato da quello fisico è un errore: questi nuovi strumenti digitali d’instabilità hanno infatti la potenzialità di generare nuovi conflitti e sfruttando la dimensione del cyberspazio, danneggiare elementi fisici di importanza strategica.

Il cyberspazio è un dominio complicato, dai contorni e meccanismi ancora indefiniti. Oltre alle nazioni vi agiscono altri soggetti quali gruppi criminali transnazionali, hacker, cyber attivisti, insider e terroristi, tutti con le proprie motivazioni. Gli obiettivi dei cyber attacchi possono essere colpiti, danneggiati o compromessi senza preavviso e una risposta efficace, a causa delle peculiarità del cyberspazio, può richiedere giorni o settimane per essere organizzata ed attuata. I problemi dei cyber attacchi non sono esclusivamente tecnologici ma anche legali, politici e sociali.

Relativamente al caso Stuxnet il diritto internazionale non è ancora in grado di rispondere efficacemente allo svilupparsi di questi nuovi strumenti tecnologici, che minacciano la stabilità globale. La NATO, ad esempio, cerca di promuovere la condivisione delle informazioni fra gli stati membri, favorendo aspetti come trasparenza e comunicazione, ma il livello di preparazione di questi non è al momento sufficientemente omogeneo ed elevato. Questa incapacità è emersa al momento di definire l’attacco agli impianti iraniani se come un “act of force”, quindi una violazione del diritto internazionale, o come “attacco armato” il che legittimerebbe un contrattacco iraniano in nome della legittima difesa.

Secondo il Tallin Manual on International Law Applicable to Cyber Warfare, commissionato dal Cooperative Cyber Defense Center della NATO in Estonia, Stuxnet può esser considerato un atto di forza, mentre non è ancora chiaro se possa esser ritenuto un attacco armato

Il rapporto di McAfee & SDA fornisce una serie di interessanti raccomandazioni sulle misure di cyber security che ciascuna nazione dovrebbe opportunamente intraprendere per aumentare il proprio livello di preparazione, gestire in maniera più efficace gli eventi di cyber sicurezza e limitarne i relativi danni.

Innanzitutto è opportuno aumentare il livello di fiducia e cooperazione fra il governo e il settore industriale al fine di condividere efficacemente informazioni e linee guida. Poi investire su misure che consentano alla popolazione di aumentare il proprio livello di consapevolezza sui rischi e sulle minacce che incombono sui propri dati personali, promuovendo educazione e addestramento sulla cyber security.

Conclusioni

Il rapporto di McAfee & SDA del 2013 rivela che Il 57% degli esperti mondiali ritiene che sia oggi in atto una corsa agli armamenti digitali (cyberwar) nel mondo internet; il 36% degli intervistati considera che la sicurezza informatica sia più importante della difesa missilistica; danni o interruzioni alle infrastrutture critiche sono visti come la minaccia maggiore posta dagli attacchi informatici e il 43% la individua come una minaccia nazionale dalle conseguenze economiche estese. Inoltre il 45% degli interpellati considera la sicurezza informatica importante quanto quella alle frontiere per la protezione del territorio patrio; il livello di «prontezza» cibernetica di Stati Uniti, Australia, Regno Unito, Cina e Germania è minore di quello di nazioni più piccole come Israele, Svezia e Finlandia.

Le infrastrutture informatiche iraniane sono state diverse volte vittime di un cyber-attacco, in ultimo sembra sia un derivato di Stuxnet, conosciuto col nome in codice “Stars” ad aver recentemente insidianto gli impianti nucleari iraniani.

Stars sarebbe il secondo worm a prendere di mira specifici sistemi informatici iraniani nel giro di pochi mesi, dicono gli ufficiali, una continuazione della presunta cyber-guerra perpetrata nei confronti dell’Iran dopo l’attacco distruttivo di Stuxnet alle centrifughe impiegate nel programma nucleare del paese. Le autorità iraniane affermano che certe caratteristiche del worm Stars sono state identificate ma in realtà si è ben lontani dal parlare di “capacità di proteggersi”.

Tutte queste rivoluzionarie conquiste tecnologiche preannunciano nuove corse agli armamenti se non sono protette da accordi di controllo internazionali. Pertanto la creazione di un sistema di sicurezza collettivo sostenuto da accordi internazionali in questo campo è opportuna e ovvia.

La Sapienza per i diritti umani: al via il master “Social sciences and humanitarian affairs”

Ha preso ufficialmente inizio la nuova edizione del Master “Social sciences and humanitarian affairs”, che l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” organizza dal 2006 insieme alla Cooperazione italiana allo sviluppo del Mae e all’Unesco con l’obiettivo di creare un luogo di incontro tra studenti israeliani e palestinesi. Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato il Rettore Prof. Luigi Frati, il Pro Rettore Vicario Prof. Antonello Folco Biagini e un nutrito gruppo di studenti. Per comprendere meglio la storia di questa esperienza e gli obiettivi che i suoi organizzatori si sono prefissi per il futuro abbiamo incontrato il coordinatore accademico del Master, il Prof. Manuel Castello.
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La Sapienza per i diritti umani: al via il master “Social sciences and humanitarian affairs” - Geopolitica.info

Il Master in “Humanitarian Affairs and Crisis Management” rappresenta uno dei progetti di formazione più ambiziosi attivato presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Quali sono i suoi obiettivi principali?
Questo Master ,che è arrivato alla sua 4a edizione è sicuramente un fiore all’occhiello della Sapienza. Iniziato nel 2006 ,finanziato dal Ministero degli AaEe italiano attraverso l’Unesco, annovera già ben 100 studenti (50 israeliani e 50 palestinesi)  tra i suoi allievi. Come si può desumere del programma comprende diverse aree quali ambiente, sviluppo sociale, demografia e salute pubblica ; scienze sociali, affari umanitari e cooperazione universitaria; economia e sviluppo. Oltre all’utilità dell’insegnamento lo scopo principale è quello di far convivere israeliani e palestinesi sotto lo stesso tetto, che conduce alla fine del corso a che diventino amici.

 Nel corso dell’esperienza del Master quale impressione ha ricevuto dall’interazione tra studenti israeliani e studenti palestinesi?
Dopo la convivenza a Roma ,all’inizio di 3 mesi e  ora di due, realizzano che sono simili, studenti della stessa età e di lì l’amicizia che segue. 

Più in generale, quali sono a suo giudizio le aree prioritarie per la cooperazione internazionale italiana?
Noi abbiamo fatto molta cooperazione con il Medio Oriente (Bosnia, Israele e Palestina, Libano) Recentemente abbiamo collaborato con l’Università di Palermo con una Scuola d’Infermieri in Etiopia. Credo che la nos tar cooperazione si debba orientare specialmente verso i paesi del Mediterraneo e di alcuni paesi del Africa che hanno avuto una influenza italiana.

Per concludere, quali risultati si aspetta che il Master raggiunga nel futuro?
Anche se è una goccia d’acqua nel mare , la conoscenza e l’amicizia reciproca penso siano i risultati principali da raggiungere.Oltre a ciò bisogna aggiungere il fatto che chi ha studiato in Italia ,in questo caso alla Sapienza, rimane per tutta la vita in un certo senso attaccato al nostro paese.

La diplomazia energetica d’Israele
Quando, nel 1999, la compagnia petrolifera British Petroleum ottenne dal governo israeliano il permesso di perlustrare i fondali a largo di Haifa, in pochi credevano che si sarebbe riusciti a “trarre un ragno dal buco”. Invece, da quel “buco” sono stati tirati fuori ben altro che ragni: si e’ scoperto infatti che quei fondali, a differenza di un entroterra poco prodigo di risorse minerarie, nascondevano due dei bacini più ricchi di gas naturale del Mediterraneo, a cui è stato dato il nome di Tamar e di Leviatan.  

La diplomazia energetica d’Israele - Geopolitica.info
Da allora, Israele ha concesso licenze di sfruttamento a un consorzio di imprese, il cui azionista di maggioranza è l’australiana Woodside (in consorzio con l’americana Noble Gas) e per il restante da imprese israeliane. Secondo le prime stime, i bacini di Leviatan e Tamar dovrebbero contenere circa 425 miliardi di metri cubi di gas, in grado di garantire il fabbisogno energetico di Israele nel medio periodo e di esportarne una parte consistente attraverso una rete di gasdotti (in costruzione) o in forma liquida. Le prime estrazioni sono previste per aprile 2013 e il principale acquirente e’ la compagnia elettrica di Stato, la Israeli Electric Corporation.

La scoperta di questi giacimenti comporta un cambiamento quanto mai opportuno per la politica energetica dello Stato ebraico: fino a due anni fa, il suo principale fornitore di gas naturale era l’Egitto di Mubarak, che attraverso un gasdotto lungo il Sinai riversava a Israele 1,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno per $2.75/mmbtu, prezzo al di sotto del valore di mercato. Ma con la crisi politica in Egitto il gasdotto e’ stato continuamente sabotato e infine, con il cambio di regime, il “rubinetto” e’ stato definitivamente chiuso. Né la Russia, da cui peraltro Israele importa petrolio, appare come un fornitore non privo di incognite, tenuto conto delle esperienze,davvero poco incoraggianti, di «guerra energetica» con l’Europa dell’Est.

Adesso, con un volume d’affari da 14 miliardi di dollari e una produzione di 42 miliardi di metri cubi in 15 anni, Israele si emancipa da vicini e fornitori poco affidabili. Non solo, ma questa « manna » energetica conferisce allo Stato ebraico un potere diplomatico fin qui inedito: quello di esportatore di energia. Tale situazione potrebbe avere delle implicazioni significative per gli equilibri regionali in Medio Oriente.

E’ di qualche giorno fa, infatti, la notizia che una delle maggiori holding turche, la Zorlu, ha chiesto il permesso di sfruttare il gas di Tamar attraverso appositi gasdotti che giungerebbero fino alle coste meridionali della Turchia. Il progetto consentirebbe di « pompare » verso tali zone da 8 a 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, rafforzando la posizione della Turchia come principale hub di transito per il gas naturale da e verso l’Europa.

Certo, al di là delle recenti tensioni politiche tra la Turchia e Israele, altri ostacoli – sia tecnici (il gasdotto dovrebbe passare attraverso le acque del Libano e della Siria) che commerciali (esportare da Israele antagonizzerebbe l’altro principale esportatore di gas, la Russia) – si interporrebbero alla sua attuazione. Ma dal punto di vista israeliano, un accordo col gruppo Zorlu si rivelerebbe un ottimo affare. La Grecia, verso cui le esportazioni israeline di gas sono indirizzate, attanagliata dalla crisi, non fornisce gli stessi margini di profitto della Turchia, mentre la prospettiva di vendere sotto forma liquida (LNG) il gas alla Cina -programma per altro già in cantiere- si rivelerebbe più dispendiosa che il trasporto via gasdotti verso un grande paese vicino.

Peraltro, la Turchia non è il solo paese della regione a guardare con interesse al gas israeliano. La Giordania ha intrapreso negoziati segreti per poter usufruire del prezioso combustibile, al fine di alleggerire il proprio carico di spese legate all’approvvigionamento. Amman infatti importa il 97% del proprio fabbisogno energetico, spendendo circa un quarto del PIL nazionale. Approvvigionamento reso più difficoltoso dal fatto che lo stesso gasdotto egiziano – sabotato-che riforniva Israele,serviva anche la Giordania. E l’88% dell’energia consiste proprio in gas naturale.

Avere un fornitore al proprio confine, disposto a vendere questa energia, con un costo infrastrutturale minimo data la vicinanza rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per la malconce casse del regno hashemita.

Israele quindi, non solo si scopre indipendente dal punto di vista energetico, ma può anche giocare su un tavolo nuovo, quello dell’energia, che in Medio Oriente significa molto per gli assetti politico-strategici, non solo della regione. La grande domanda ora è: Gerusalemme potrà sopperire al proprio isolamento diplomatico con i contratti energetici? Probabilmente no, anche se l’impatto psicologico di un piccolo paese che esporta GNL al gigante cinese potrebbe spingere i leader israeliani a peccare di hubris.

Tuttavia non sarebbe irrealistico pensare che questa « miniera di gas » possa riuscire laddove, come nel caso della Turchia, le diplomazie hanno finora fallito. Un riavvicinamento tra le due potenze medio-orientali, da molti osservatori ritenuto inevitabile, potrebbe rivelarsi più vicino di quanto si possa immaginare.

Mentre e’ verosimile che manifestazioni d’interesse come quello della Giordania possano giungere da altri paesi vicini, in maniera più o meno segreta, come la Tunisia o il Marocco o altri Stati africani. Israele ha quindi una carta formidabile da poter utilizzare per migliorare i propri rapporti con alcuni dei suoi vicini più importanti: occorre che sappia giocarla bene e sostituire, al momento giusto, questa « diplomazia del gas » con una vera diplomazia politica, capace di capitalizzare, nel lungo periodo, i vantaggi strategico-commerciali derivanti da questa insperata, preziosa risorsa.
La nuova Knesset: vincitori e vinti delle elezioni israeliane
Le elezioni politiche, svoltesi in Israele il 22 gennaio scorso, hanno segnato uno smacco per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e la sua alleanza elettorale con la destra dell’uscente Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Sebbene l’unione Likud-YisraelBeitanhu abbia ottenuto la maggioranza relativa dei voti (con 31 seggi), tale risultato ha deluso le aspettative del Primo Ministro, che aspirava a superare i 40 seggi. Né si sono avverati i pronostici di chi vedeva una Knessett completamente sbilanciata dal peso dei partiti ultra-nazionalisti e ultra-ortodossi. 

La nuova Knesset: vincitori e vinti delle elezioni israeliane - Geopolitica.info
La vera sorpresa di queste elezioni è costituita dall’expoit elettorale del partito centrista YeshAtid, guidato dal suo seducente leader Yair Lapid. In realtà il personaggio era già conosciuto al pubblico israeliano, essendo Lapid un noto anchor man nonché figlio d’arte (il padre era anch’egli leader politico). YeshAtidé diventato il secondo partito del Parlamento israeliano, la Knessett, rendendo Lapid un interlocutore obbligato per la formazione di qualsiasi governo. Quanto al blocco di centro sinistra, ha ottenuto un risultato soddisfacente, conquistando 59 seggi in totale, contro i 61 della destra.

D’altra parte, non si può certo dire che la destra oltranzista – legata alle colonie – del partito « il Focolare Ebraico » si sia indebolita. Al contrario, grazie al carisma del suo nuovo leader, Naftali Bennett, un giovane e brillante uomo d’affari, ha ottenuto un ottimo risultato conquistando 12 seggi (rispetto ai 5 della passata legislatura) che ne fanno il primo partito a Gerusalemme e un partner certo per una coalizione di destra guidata da Netanyahu.

In questa fase ancora fluida in cui si susseguono negoziati e tentativi di alleanze per definire il prossimo governo, appare chiaro che il ruolo di Benjamin Nethaniau è uscito nettamente indebolito rispetto alle elezioni del 2009. « King Bibi », come veniva sino a ieri soprannominato in patria, è rimasto vittima di un’alleanza infelice con la destra di Lieberman, di un programma elettorale mai presentato e di una campagna tutta incentrata sulla minaccia nucleare iraniana. La sicumera ostentata da Netanyahu durante le settimane precedenti la consultazione elettorale si è rapidamente smontata alla lettura dei primi dati sull’affluenza al voto, costringendolo persino a implorare gli elettori di recarsi ai seggi.

Al di là dei meriti (o dei demeriti) del primo ministro, le ragioni del ridimensionamento dell’alleanza Likud-YisraelBeinatu si possono spiegare attraverso due ordini di motivi. Il primo è costituito dal ricambio generazionale in corso in Israele che ha visto, a livello elettorale, premiare « volti nuovi » a detrimento del « vecchio » establishment. Yair Lapid non ne è il solo esempio. Un successo in gran parte personale è da riconoscere alla leader del partito di sinistra Meretz, ZahavaGal-On, la quale con tre seggi in più rispetto alle precedenti elezioni ha scongiurato il rischio di estinzione politica di un partito dal glorioso passato (appartenevano a Meretz i fautori israeliani dell’Accordo di Oslo).

E’ anche vero che Yachimovic – leader del Labour- rappresenta anch’ella una novità (e nei fatti ha visto ingrossare le fila dei suoi parlamentari di ben 7 seggi) ma il successo è stato relativo; in parte per una fisiologica erosione – forse irreversibile – del consenso del partito laburista e in parte perché lei stessa è percepita come una figura d’apparato, poco carismatica e politicamente inconsistente.

Chi ha decisamente perso è stata l’ex Ministro degli Esteri ZtipiLivni, ex-stella nascente del centrismo israeliano, ex-promessa di queste elezioni. Il suo partito, Hatnuah, ha ottenuto soltanto 6 seggi; certamente meglio di Kadima, da cui è fuoriuscita lo scorso anno e che fino all’ultimo ha rischiato di non raggiungere la soglia minima per entrare in Parlamento (Kadima ha 2 seggi). Il secondo motivo poggia sulle proteste sociali che, nell’estate del 2011, avevano infiammato le strade di tel Aviv e che adesso hanno inciso notevolmente sulle scelte di voto. Con una significativa differenza: le rivendicazioni di maggiori opportunità, di un costo della vita meno alto e di una redistribuzione del benessere più equa, non hanno «premiato» il partito laburista che pure aveva candidato esponenti di punta dei movimenti di protesta, o quei partiti di sinistra tradizionalmente più attenti alle istanze sociali. E’ stato invece il campione della borghesia urbana Yair lapid a catalizzare i voti degli scontenti. La sua piattaforma, che chiedeva in primo luogo la ripartizione degli oneri militari anche tra gli ebrei ortodossi (finora esentati dal servizio militare) e una maggiore attenzione per la classe media (detassazione, incentivi per la casa), ha attratto il voto della classe media urbana che aspira a un maggiore benessere economico e ad una “normalizzazione” nazionale.

Tale “normalizzazione” ha implicato, di contro, un abbandono dei temi cari alla destra “sicuritaria” di Netanhyau, tutta incentrata sulla minaccia iraniana e sui rischi del processo di pace. Questi due temi sono stati opportunamente trascurati da un blocco di centro-sinistra che sapeva di dover puntare sull’economia e che, sulla base di tale strategia, è stato premiato dagli elettori.

Come molti esperti hanno osservato “il dossier iraniano” sembrerebbe depennato dall’agenda politica del prossimo governo israeliano, quale che sia la sua composizione, esattamente come il processo di pace.
Riguardo a quest’ultimo, le linee guida, se di linee guida si può parlare, non dovrebbero mutare sostanzialmente rispetto ai cinque anni passati. Yair Lapid -forse prossimo ministro degli Esteri- ha posto l’accento sulla necessità di riprendere i negoziati, ma la questione non appare centrale né nel suo programma né agli occhi del suo elettorato. D’altro canto, NaftaliBennet, forte del suo successo a destra, ha ribadito di non intendere cedere nulla alle rivendicazioni territoriali dei palestinesi nella West Bank. In questo stallo politico, molto dipenderà dall’amministrazione americana e da quanto il presidente Barack Obama vorrà investire sui negoziati tra israeliani e palestinesi. A leggere i risultati di queste elezioni in Israele, pertanto, per la pace in Medio Oriente, pare purtroppo che neanche questo 2013 sarà l’anno della svolta
Hamas, da una sconfitta militare una vittoria politica?
L’operazione Pillar of Defence, lanciata da Israele martedì 14 novembre allo scopo di fermare il rinnovato lancio di missili dalla Striscia di Gaza e riaffermare la propria forza di deterrenza, ha segnato una tappa fondamentale nella consapevolezza che Israele ha di sé in termini strategici e di sicurezza.  

Hamas, da una sconfitta militare una vittoria politica? - Geopolitica.info
La prima considerazione da fare è che Israele (non solo a Sud e a Nord) si ri-scopre vulnerabile. Una sensazione amara, se si pensa che gli ultimi sei anni di relativa quiete avevano incoraggiato un falso senso di invulnerabilità. Non solo le fasce di territorio a ridosso dei confini con Gaza e con il Libano, infatti, ma anche Tel Aviv e la capitale Gerusalemme hanno dovuto svegliarsi sotto il suono delle sirene anti-missile. Qualcosa di inimmaginabile, o meglio di dimenticato, sino a un paio di settimane fa.

La seconda è che il mantenimento dello ‘status quo’ regionale su cui Israele ha fatto affidamento nell’ultimo decennio si è infine rivelato insostenibile. Si può affermare che tale consapevolezza sia andata maturando a seguito degli stravolgimenti che hanno interessato i paesi del Maghreb e del Mashrek. Tutto intorno a Israele i regimi e gli interlocutori (nel bene e nel male) sono cambiati (ad eccezione della traballante Giordania) ed era ovvio che ciò non potesse non ripercuotersi sulle relazioni tra lo stato ebraico e i palestinesi.

Sul versante interno, d’altro canto, l’appoggio pubblico all’operazione Pillar of Defense è stato minore rispetto al passato. In parte a causa dei razzi piovuti su Tel Aviv e Gerusalemme. In parte perché quest’ultimo conflitto è parso a molti rievocare l’operazione ’Cast Lead’ del 2009. Allora, malgrado la soddisfazione del governo Netanyahu (e il largo supporto popolare), il bombardamento e l’invasione della Striscia si rivelarono insufficienti a bloccare definitivamente la minaccia di Hamas. Che nel frattempo si è rinforzata politicamente e militarmente, riuscendo a contrabbandare armi da guerra di qualità superiore che sono andati a colpire città a 70 km di distanza da Gaza, come Tel Aviv e Gerusalemme. 
Giacché anche questa volta la leadership di Hamas non ne esce indebolita – ma, al contrario, rafforzata – parte della stampa ebraica e degli opinionisti si chiedono quale sia stato il risultato strategico ottenuto da Israele in questo ultimo ‘round’. Risposta non semplice da trovare, in quanto l’operazione Pillar of Defense si innesca – ribadiamolo- in un processo di profondi mutamenti geo-strategici.

E’ possibile che, a differenza della precedente operazione Cast Lead, Israele non volesse effettivamente scalzare Hamas dalla Striscia di Gaza. I piani militari per ‘espellere’ Hamas erano sul tavolo del Primo Ministro (e molti nel gabinetto di Netanyahu l’appoggiavano). Certo, il costo di un’operazione militare sul terreno sarebbe stato alto, sia in termini di immagine che di rischio per i soldati. Ma Israele non ha mai indugiato a simili considerazioni quando in gioco era la propria sicurezza. 
E’ probabile che Netanyahu abbia capitalizzato, in questo conflitto, le lezioni apprese dalle rivolte arabe. La prima è che il nemico che si conosce è da preferire al nemico sconosciuto; e la preoccupazione con cui Israele segue gli scontri in Siria lo dimostra: dopotutto Assad è pur sempre riuscito a evitare ogni deflagrazione sulle alture del Golan.
Lo stesso varrebbe per la Striscia di Gaza. Il messaggio che Israele sembra abbia voluto recapitare ai leader di Hamas è che ogni attacco o lancio di missili dalla striscia verrà pagato a caro prezzo. Ma è meglio che Hamas resti dov’è piuttosto che le fazioni più radicali, imprevedibili ed insensibili ad ogni considerazione di realismo politico, prendano il potere.

In effetti l’autorità di Hamas è stata di molto erosa in questi ultimi due anni da una galassia di movimenti e gruppuscoli cha vanno dai Salafiti alla Jihad Islamica, sino a veri e propri clan mafiosi che si sono arricchiti gestendo i tunnel con l’Egitto e che vorrebbero scalzare la leadership di Hamas nella Striscia. Sono loro che, lanciando razzi su Israele, hanno interesse a provocare la risposta dello Stato ebraico e che infatti nelle ultime ore del conflitto hanno cercato di sabotare le trattative per la tregua mediata dall’Egitto e dagli Stati Uniti. Nei prossimi giorni si vedrà se effettivamente Hamas riuscirà a mantenere il controllo su Gaza, imponendo il proprio controllo sui gruppi più riottosi.
Detto questo, Hamas è emerso da quest’ultimo ‘round’ come il vero vincitore politico. In larga parte grazie alla legittimità internazionale ottenuta già prima del conflitto da ‘sponsor’ politici di primo piano come l’Emiro del Qatar (che ha ostensibilmente annunciato una “pioggia” di finanziamenti sulla Striscia), il neo-presidente Egiziano Morsi (anche lui facente parte della Fratellanza Musulmana come Hamas) e infine, ma non ultimo, il Presidente Turco Erdogan. E questo vantaggio diplomatico il movimento palestinese è riuscito a spenderlo negoziando un cessate il fuoco che, se confermato, vedrà l’apertura dei valichi di confine con un conseguente allentamento del blocco israeliano.

Insomma, Hamas, sembra uscito dall’angolo diplomatico cui sino all’anno scorso era stato relegato per giocare, ora più che mai, un ruolo di primo piano in ogni eventuale negoziazione con Israele. 
L’altro lato della medaglia vede invece Abu Mazen come il principale sconfitto dei giochi di potere medio orientali. Il Presidente dell’Autorità’ Palestinese sembra aver perso ormai ogni credibilità agli occhi della maggior parte dei palestinesi: neppure la mossa di chiedere il riconoscimento della Palestina all’ONU servirà a valorizzare la “sua” strategia diplomatica con Israele. Paradossalmente (ma neanche tanto) ha ottenuto più Hamas in sette giorni di combattimenti (per lo più subiti) che Abu Mazen in anni di sterili tentativi negoziali. Nè, a dire il vero, il fatto di aver accuratamente evitato la Striscia durante o dopo i bombardamenti, ha contribuito a rilanciare l’immagine di Abu Mazen come leader unitario del popolo palestinese.

Chi conosce la storia del conflitto israelo-palestinese sarà tentato di scorgere delle similitudini tra l’attuale situazione di dialogo indiretto con Hamas e i primissimi negoziati Israele – OLP. Allora quest’ultima era ancora votata alla distruzione dello Stato ebraico, il quale a sua volta ne accettava la presenza solo in delegazioni miste con rappresentanti giordani. Oggi sembrerebbe che la storia si ripeta, almeno in parte: negoziati indiretti (o segreti) avvengono tra Hamas e Israele coi buoni uffici dell’Egitto. Che questo sia o meno il preludio di un più vasto negoziato per risolvere il conflitto è ancora presto per dirlo. Quello che sembra certo è che ormai anche nella società israeliana si è diffusa la consapevolezza che quella militare non può essere la sola risposta per garantire la sicurezza del paese, che il tempo non gioca più a favore di uno status quo ormai insostenibile e che un negoziato con i palestinesi è l’unica, imprescindibile, soluzione per uscire dallo stallo diplomatico.
Le relazioni turco-israeliane e la tensione regionale

Dall’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza contro le forze di Hamas, iniziata nel dicembre 2008, il governo islamico moderato guidato dall’Akp di Recep Tayyip Erdoğan , ha continuamente criticato Tel Aviv per la conduzione delle sue operazioni. I rapporti tra i due Paesi sembra stiano subendo un deterioramento rispetto alla relazione strategica avviata negli anni 90. Solo due giorni prima dell’inizio dell’Operazione Piombo Fuso il premier israeliano, Ehud Olmert, era in Turchia per i negoziati promossi dal governo turco per un trattato di pace tra israeliani e siriani. In quell’occasione non fu fatta menzione di un possibile intervento militare su Gaza. L’imbarazzo per non essere stati messi al corrente dell’operazione, oltre che la condotta sproporzionata della stessa, determinarono il malcontento turco. Già nel 2005, alcune azioni militari israeliane, in concomitanza con il ritiro unilaterale da Gaza, provocarono la reazione di Erdoğan, che accusò Israele di “terrorismo di Stato”. Le relazioni tornarono tranquille, e, in occasione di una visita ufficiale del primo ministro turco in Israele, furono firmati alcuni importanti accordi tra i due Paesi. Questa volta, l’intoppo nelle relazioni tra i due Paesi è più evidente.

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Già in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos nel gennaio del 2009, il premier turco Erdoğan abbandonò i lavori in segno di protesta dopo essersi scontrato con il presidente israeliano Shimon Peres. La stampa di entrambi i Paesi ha condotto campagne di demonizzazione, alimentando lo scontro sul piano del dibattito pubblico. Nel settembre 2009 il governo israeliano rigettò la richiesta del ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoğlu, di dirigersi nella Striscia di Gaza direttamente da Israele per incontrare rappresentanti di Hamas. L’idea era in linea con l’impostazione politica della Turchia di apparire un valido mediatore regionale, ma non in linea con l’indisponibilità israeliana ad accettare una visita ad Hamas nello stesso tour diplomatico destinato ad Israele. In seguito a ciò, Ankara ha inviato un forte segnale nell’ottobre dello scorso anno, quando ha deciso di ritirare l’invito per la partecipazione delle forze israeliane all’esercitazione militare multilaterale “Anatolian Eagle”. Stando però alla versione turca, non si tratterebbe di una decisione politica, né di una cancellazione della presenza israeliana, ma solo di una scelta tecnica di condurre la terza fase dell’esercitazione annuale senza la partecipazione internazionale (Today’s Zaman). Sempre ad ottobre, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in occasione della visita di José Luis Zapatero in Israele, ha fatto sapere di non ritenere più la Turchia capace di essere “un onesto mediatore” nei negoziati tra Israele e Siria (Haaretz). L’ultima occasione di contrasto tra i due Paesi è stata data dalla trasmissione di una serie televisiva da parte di una TV privata turca, in cui ai soldati israeliani venivano fatti compiere rapimenti e tentativi di conversione forzata all’ebraismo. Per reazione, il vice -ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, fece convocare l’ambasciatore turco in Israele Ahmet Oğuz Çelikkol e, mancando ad alcune prescrizioni protocollari, lo mise in una situazione di disagio, davanti agli occhi dei media che erano stati appositamente radunati. Due giorni dopo, in seguito alla richiesta di scuse formali avanzata di Ankara, Ayalon ha inviato una lettera di scuse a Celikkol.

Potrebbero, inoltre, aggiungersi altri elementi di tensione. I rapporti turchi con Teheran stanno migliorando. Nell’agosto del 2008 il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad andò in Turchia per una visita ufficiale; visita ricambiata l’ottobre scorso con Erdoğan a Teheran. Inoltre Ankara ha, almeno per ora, sempre difeso pubblicamente il diritto dell’Iran al nucleare civile. Gli interessi riguardano anche gli investimenti nel settore degli idrocarburi, con un accordo per lo stabilimento di una raffineria nel Nord dell’Iran in modalità joint-venture. Attualmente circa un terzo del consumo turco di gas è assicurato dall’Iran. 
Nonostante ciò, non bisogna perdere di vista la natura strategica delle relazioni tra Ankara e Tel Aviv, e i loro interessi comuni nella regione. La Turchia occupava infatti il primo posto nell’ambito della cosiddetta “strategia periferica” israeliana, inaugurata da David Ben Gurion, e portata avanti fino alla metà degli anni 80, che mirava a mantenere un equilibrio mediorientale usando i due paesi non arabi (Turchia e Iran). In seguito questo approccio venne ridimensionato in quanto l’establishment israeliano intravide la possibilità di un miglioramento dei rapporti con i regimi arabi moderati (uniti nella lotta all’integralismo). Rimangono perciò molti fattori di vicinanza. Entrambi sono paesi non arabi in una regione prevalentemente araba; entrambi preferiscono un mondo arabo debole e diviso, piuttosto che un fronte arabo unito in grado di esercitare un certo potere politico. Queste considerazioni, insieme ad altri fattori, hanno determinato una sintonia tra i Paesi, che nel 1996 li condusse alla firma di un’alleanza strategica, consistente principalmente nell’accesso di Israele ai porti ed allo spazio aereo anatolico in cambio della cessione di tecnologie per l’ammodernamento delle forze aeree turche, oltre che nella programmazione di operazioni congiunte di addestramento del personale.

É difficile, quindi, effettuare un ragionamento completo, a causa delle innumerevoli variabili che andrebbero considerate. Però si possono tracciare delle linee interpretative. Il primo ministro turco Erdoğan sembra abbia legato il miglioramento delle relazioni tra Turchia e Israele al rilassamento delle pressioni israeliane su Gaza, con la fine del blocco ai confini, e al miglioramento delle condizioni umanitarie della popolazione di Gaza. L’atteggiamento di contestazione nei confronti di Israele è considerabile in linea con l’impostazione islamico-moderata del partito al governo, il quale sta tentando di recuperare i rapporti con il mondo islamico, pur mantenendo una politica filo-occidentale. Probabilmente altri settori della politica turca adotterebbero una impostazione diversa. In quest’ottica, il governo non poteva permettersi di passare per un sostenitore dei piani di Israele, anzi aveva l’occasione di prendere, a cose fatte, le difese del popolo palestinese. 
Tuttavia, va notato anche che questa politica è resa possibile da alcuni cambiamenti profondi che stanno interessando il Medio Oriente a partire dalla fine della Guerra Fredda. Provando, perciò, a dare preminenza alle relazioni strutturali nell’area, si potrebbe supporre che sia in corso una modifica della struttura regionale, la quale ha condotto la Turchia a conferire maggiore attenzione ai rapporti con altri importanti attori regionali; tra i fattori di questo mutamento vi sarebbero l’attenuazione della conflittualità con la Grecia, la presenza di segnali di ripresa nelle relazioni con la Siria, il rallentamento del processo di adesione all’Unione Europea. Vanno considerati in tale ottica, quindi, anche gli effetti della Guerra in Iraq del 2003, la quale ha inciso sull’assetto mediorientale, andando a determinare un cambiamento degli interessi. Il pericolo di una divisione amministrativa dell’Iraq ha creato una possibile convergenza di interessi tra Turchia, Siria ed Iran, laddove Israele non escludeva l’ipotesi della formazione di un territorio curdo alleato di Israele, esportatore di petrolio, e con un ruolo di cuscinetto nei confronti dell’Iraq.

Tuttavia, la spiegazione strutturale può essere relativizzata andando a considerare invece gli aspetti contingenti. La diffusione dell’Islam e il consenso politico che sta riscuotendo, può essere considerato un fattore determinante nel deterioramento dei rapporti tra Ankara e Tel Aviv. Secondo tale visione, si tratterebbe di una fase temporanea, che non incide sulla vicinanza strategica tra i due Paesi. Intrecciando le due letture, si affermare dire che il cambiamento più profondo nei rapporti mediorientali ha indotto la Turchia a compiere scelte di riposizionamento politico, compiute dal partito di orientamento islamico al potere. In questo riposizionamento nella politica estera turca è inevitabile il rischio di compromettere i rapporti con gli alleati tradizionali, ma non è interesse della Turchia rompere i rapporti con Israele. Anche perché l’alternativa strategica sarebbe una più stretta collaborazione con l’Iran, il quale si ritroverebbe, in ultimo, con una posizione di preminenza nel Medio Oriente, a scapito della stessa Turchia. Per cui, a parte l’escalation di retorica verificatasi in questi mesi, i rapporti economici, militari e politici sono rimasti solidi. La Turchia è l’unico Paese nella regione che ha relazioni economiche senza restrizioni politiche con Israele. Lo scambio commerciale bilaterale ammontava a 2,1 miliardi dollari nel 2005. La Turchia rappresenta il 5° mercato di destinazione delle merci israeliane. Israele esporta in circa 1,5 miliardi di dollari in beni e servizi, importandone da Ankara circa 1 miliardo. Entrambi, inoltre, temono la prospettiva di un Iran dotato di armi nucleari. Nella visita in Turchia del ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, il 17 gennaio scorso, il ministro della difesa turco, Vecdi Gönül, ha confermato la relazione strategica esistente tra i due Paesi, dettata dagli interessi condivisi. Si è parlato inoltre di accordi militari; vi sarebbero infatti trattative per l’acquisto di 10 droni Heron per un valore di circa 180 milioni di dollari. Alla base, tuttavia, vi è l’interrogativo circa il futuro geopolitico della Turchia. Nel suo tentativo di divenire un internal balancer nell’area mediorientale, Ankara, almeno per ora può permettersi di dialogare ed avere rapporti con tutti, ed è quello il suo obiettivo; una eventuale rottura con Israele impedirebbe di acquisire quel ruolo e di capitalizzarlo, e porrà il governo di fronte ad una scelta di campo; scelta che, qualora dovesse ricadere sull’Iran, potrebbe rivelarsi perniciosa per Ankara.

 

Israele: i rischi dell’isolamento

I recenti gravi fatti avvenuti al largo della Striscia di Gaza rischiano di avere conseguenze molto pesanti per la stabilità del Vicino Oriente, allontanando ulteriormente la Turchia dal campo occidentale e quindi dall’Unione Europea. La rottura de facto delle relazioni diplomatiche tra Tel Aviv e Ankara, poi, mette a repentaglio un laborioso intreccio negoziale che aveva avvicinato due pedine fondamentali delle alleanze USA nell’area fin dal 1996. Ed è questo senza dubbio il rischio contingente maggiore. Israele rischia infatti di perdere un’importante sponda politica per la sua sicurezza e per un futuro accordo di pace con i palestinesi. La Turchia si troverà ora a continuare il suo riavvicinamento alla Siria, certamente aumentando in questo modo i motivi di attrito con Tel Aviv. C’è da dire che tale atteggiamento turco va inquadrato, come sottolineato da molti analisti, anche nella progressiva emancipazione di Ankara dal campo occidentale, in conseguenza del venir meno della minaccia sovietica e dalla volontà turca di porsi come interlocutore rilevante dell’area mediterranea e del Vicino Oriente (e forse anche oltre).

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Lo Stato ebraico corre quindi il pericolo di un più pesante isolamento nell’area, con implicazioni deleterie per la sua sicurezza e per qualsiasi futuro accomodamento con la controparte araba. Il declino americano, come giustamente da più parti sottolineato, è uno degli aspetti più preoccupanti per Israele, alle prese anche con l’instabilità interna. La reazione spropositata contro le navi pacifiste accusate di fornire armi e sostegno ad Hamas è senza dubbio la spia più evidente del senso di insicurezza ed accerchiamento attualmente patito da Tel Aviv.
La grave crisi in cui versa l’intero sistema economico occidentale si inserisce in uno dei nadir della storia dei rapporti arabo-israeliani. Probabilmente mai come in questo momento una soluzione definitiva appare lontana. I disegni di riassetto americani del Vicino Oriente non solo non hanno aiutato la soluzione del conflitto in Palestina, ma hanno anche rafforzato i movimenti estremisti in Libano e Terra Santa. Inoltre, il ripiegamento strategico statunitense ha determinato una grande instabilità nel Greater Middle East. Dall’Iraq al Pakistan, passando attraverso Iran e Afghanistan, i punti caldi (flashpoints) si sono moltiplicati, senza diminuire realmente i rischi per la sicurezza internazionale, anzi forse favorendo involontariamente scenari inquietanti.
L’Iran è anzi ormai diventato un attore rilevante per gli equilibri e i rapporti di forza futuri nell’area. Da un lato, infatti, la debolezza dello Stato iracheno favorisce l’influenza sciita a Baghdad, dall’altro la mancata spinta ad una ripresa dei negoziati israelo-palestinesi accresce l’influenza dei movimenti estremisti finanziati da Teheran (primo fra tutti Hezbollah).

Il massimalismo che regna tra le due Parti in Palestina sembra ormai rendere sempre più incerta la data di inizio di veri e propri colloqui di pace. Se la soluzione dei due Stati è quella più vicina al sentire della comunità internazionale, gli ostacoli restano enormi. Il vuoto politico nella leadership araba è stato prontamente riempito da Hamas e la spaccatura politica oltre che fisica tra Territori Cisgiordani e Striscia di Gaza è sempre maggiore. Israele vive una grande frammentazione politica e di conseguenza instabilità interna e lotte di potere.
Probabilmente però, il nuovo approccio strategico USA potrebbe al tempo stesso gettare le basi per una ripresa di contatti seri tra le due parti, costringendo Israele a sedersi al tavolo delle trattative. L’atteggiamento dell’amministrazione Obama sarà forse meno accondiscendente con le richieste israeliane, specie se eccessivamente squilibrate. D’altra parte, alcuni fattori, come già ricordato, giocano contro Israele: il declino degli stessi USA, il fattore demografico, la crescita dell’Iran. Tel Aviv si trova dunque in una fase assai complessa della sua storia e dei rapporti con gli arabi. Una soluzione reale del conflitto in Terra Santa dovrebbe essere mai come ora nell’interesse di entrambe le parti. Ma episodi cruenti e probabilmente spartiacque come quello della Freedom Flotilla sono destinati a pesare molto sugli equilibri dell’incandescente scacchiere mediorientale. 
Tutte le principali cancellerie occidentali hanno reagito condannando l’azione israeliana, solo blandamente condannata da una piccola parte dell’establishment israeliano. Il pericolo grave di una terza Intifada non può al momento essere escluso. Ma ciò costituirebbe un pesantissimo passo indietro negli sforzi negoziali per una soluzione sostenibile, con conseguenze assai più pesanti per Europa e Stati Uniti di quanto possa accadere a Baghdad, Kabul o Islamabad.

L'incertezza di Tel Aviv e il futuro del conflitto israelo-palestinese

I difficili equilibri del Vicino Oriente dipendono senza dubbio in gran parte dal delinearsi di una possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese, che infiamma la regione da ormai più di 60 anni e che i recenti avvenimenti hanno reso, se possibile, ancora più difficile da risolvere. L’esito delle ultime elezioni israeliane inoltre, data l’incertezza che le ha caratterizzate, rischia di trasformare le provocazioni di Hamas in una strategia vincente per gli oltranzisti palestinesi, vista l’avanzata di componenti politiche israeliane anch’esse massimaliste, e di bloccare ancora una possibile ripresa del dialogo.

L'incertezza di Tel Aviv e il futuro del conflitto israelo-palestinese - Geopolitica.info

assai più difficoltoso il cammino del già agonizzante processo di pace. Il recente conflitto e la disastrosa situazione di Gaza hanno spinto l’elettorato israeliano ad appoggiare le componenti fautrici di una linea dura nei rapporti con i palestinesi che rischia però di inasprire anche i rapporti con gli arabi cittadini israeliani e di destabilizzare la situazione in Cisgiordania. Se la logica dei due Stati sembrava essere un concetto ormai fuori discussione per una soluzione del conflitto, la situazione odierna non lascia tuttavia grandi speranze che tale presupposto continui ad essere la base di futuri negoziati. La reazione israeliana alle provocazioni di Hamas può essere apparsa sproporzionata, ma il pomo della discordia è costituito dallo status da riconoscere alla formazione islamista. Di recente Tony Blair, inviato per la pace nel Medio Oriente su mandato del cosiddetto “Quartetto” (ONU, Unione Europea, USA e Russia), ha affermato che Hamas dovrebbe essere coinvolto nei negoziati israelo-palestinesi, condizione tuttavia inaccettabile per chi considera tale formazione politica un gruppo terrorista.

Questa affermazione riflette la constatazione che una parte non irrilevante dei palestinesi ha appoggiato e continua a sostenere Hamas, percepita come un’organizzazione più trasparente e meno corrotta di Fatah e capace, in passato, di dar vita ad una rete assistenziale e scolastica altrimenti inesistente, anche grazie al sostegno economico proveniente dall’estero.
Gli anni dell’Amministrazione Bush lasciano indubbiamente un’eredità molto pesante al suo successore Barack Obama. Il nuovo Presidente USA, pur volendo (o dovendo) rinunciare alla riorganizzazione complessiva del Greater Middle East (ormai praticamente impossibile data la situazione in Afghanistan con la recrudescenza talebana ed in Iraq dove, nonostante i progressi, la stabilizzazione è ancora lontana) si troverà ad affrontare una situazione esplosiva su vari fronti, con la minaccia iraniana ancora presente. A sei anni di distanza dalla campagna irachena, si deve anche prendere atto che tale mossa non ha creato i presupposti per una progressiva democratizzazione del mondo arabo e musulmano ed anzi ha in parte favorito la crescita di istanze radicali. L’impatto sul conflitto arabo-israeliano non è stato certo positivo, come dimostrato dalle guerre degli ultimi tre anni e dall’affossamento definitivo della Road Map. Persino la Turchia, che dei buoni rapporti con Israele aveva fatto un punto fermo della sua politica estera, proponendosi come mediatore tra i paesi arabi e l’esecutivo di Gerusalemme, ha recentemente operato un parziale cambiamento di rotta.

La fine dell’intransigenza repubblicana nel Vicino Oriente potrebbe consentire ad esempio un miglioramento dei rapporti con la Siria, accusata dall’Amministrazione Bush di fornire appoggio ai terroristi, ma che risulta assai importante nel quadro della stabilizzazione della Palestina tout court. Molti sperano che, come accaduto durante la Presidenza democratica di Clinton, si arrivi a trattative più consistenti e costruttive tra le due parti (appare tuttavia difficile che un Premier israeliano possa arrivare a concedere ai palestinesi più di quanto fece il governo laburista di Ehud Barak nel 2000 a Camp David).

Ma come detto, il ritorno al governo israeliano di partiti della destra radicale peserà non poco sugli sviluppi politici nel breve termine, data anche l’incertezza sull’esistenza di un unico interlocutore palestinese. L’attuale debolezza di Fatah sta certamente contribuendo alla popolarità di Hamas, che non è confinata alla Striscia di Gaza. Inoltre, l’obiettivo israeliano di risolvere con mezzi militari un problema politico, cioè di credibilità ed autorevolezza dei leaders palestinesi, è sostanzialmente fallito, esponendo inoltre l’esecutivo alle pesanti critiche della comunità internazionale, per le numerose perdite civili causate dall’operazione “Piombo fuso” nella Striscia. Tale operazione (probabilmente attuata per lanciare un messaggio alla nuova Presidenza USA o per motivi meramente elettorali, data la vicinanza temporale con le consultazioni) potrebbe rivelarsi alla lunga un vero e proprio boomerang per Israele (come già avvenuto peraltro durante la campagna contro l’Hezbollah in Libano) e contribuire al rafforzamento politico di Hamas. Le ipotesi di governi di unità nazionale in Israele sono ancora una volta segnali di profonde difficoltà politiche, che influiranno non poco sulla posizione internazionale dello Stato ebraico e sui rapporti con la controparte araba. Un ritorno dei “falchi” alla Knesset e nel gabinetto governativo, nondimeno, difficilmente contribuirà alla ripresa concreta di contatti tra le due parti, considerato il pesante ricorso ai mezzi militari da parte israeliana. Le prospettive di pace appaiono, nella situazione attuale, ancora una volta appese ad un filo.