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Alla scoperta della cooperazione tra Italia e Israele – Intervista all’Ambasciatore Dan Haezrachy

Intervista all’Ambasciatore Dan Haezrachy, Vice Capo Missione Diplomatica di Israele a Roma .

Alla scoperta della cooperazione tra Italia e Israele – Intervista all’Ambasciatore Dan Haezrachy - Geopolitica.info

Come ha fatto Israele a diventare una Startup Nation?

Credo che a questa domanda si puo’ rispondere sottolineando due fattori: uno che definirei “fisico”, l’altro che definirei “sistemico”. Fisicamente, come Lei sa, solamente in questo periodo stiamo scoprendo in Israele delle risorse energetiche considerevoli. Scoperte che, indubbiamente, cambieranno parte della geopolitica dell’energia locale e regionale e la stessa economia israeliana. Per decenni, però, il solo “oro nero” d’Israele è stato il cervello umano. Abbiamo dovuto contare unicamente sulle capacità dei nostri cittadini, per poter sviluppare un sistema politico ed economico, capace di garantire insieme sicurezza e sviluppo. Qui vengo al secondo fattore, quello “sistemico”: Israele è riuscito a creare una economia fondata sulla costante innovazione, grazie al contributo dell’integrazione tra le necessità militari e l’assorbimento costante di immigrati da tutto il mondo. L’esercito è riuscito a diventare un laboratorio di innovazione e integrazione: un laboratorio che, una volta finita la leva obbligatoria, è divenuto un modello per l’intera società. Ecco quindi che, le menti usate per sviluppare nuovi sistemi tecnologici nel settore della difesa, sono divenute le menti che hanno permesso lo sviluppo economico, attirando l’attenzione di tutto il mondo e facendo di Israele una vera e propria Startup Nation. A questo aggiungerei, se posso permettermi, anche l’importanza dell’immigrazione in Israele: ebrei sopravvissuti all’Olocausto o scappati dalle persecuzioni nei Paesi Arabi che, una volta giunti in Israele, hanno lavorato sodo per ricostruirsi una seconda vita e sono divenuti spesso degli imprenditori, contribuendo al costante sviluppo economico e sociale del Paese.

 

Quali sono i settori di maggior cooperazione tra Italia ed Israele?

Per Israele, l’Italia è più che un alleato. É probabilmente il Paese con cui il popolo israeliano si sente culturalmente più affine e che sente come un amico sincero. Non è un caso che, oltre 400,000 israeliani visitano annualmente l’Italia per turismo o business. Tra Israele e Italia, quindi, esistono accordi in ogni settore, a cominciare da quello della difesa e della sicurezza. Come saprà, gli stessi piloti israeliani si addestrano sui caccia M-346 della Aermacchi. Inoltre, mi permetta di aggiungere che apprezziamo enormemente l’impegno dell’Italia alla lotta contro le vecchie e nuove forme di antisemitismo, quelle che provano a celarsi dietro la critica al sionismo (ma che poi in realtà, alla prova dei fatti, negano lo stesso diritto di Israele ad esistere e il diritto del popolo ebraico ad avere un focolaio nazionale). L’impegno dell’Italia in tal senso non è dimostrato solamente dai continui scambi culturali tra i due Paesi, ma anche dalle chiare posizioni contro ogni forma di boicottaggio, espresse da numerosi rappresentanti politici italiani, tra cui l’ex Premier Renzi e l’ex Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. La stessa Giannini ha guidato importanti delegazioni della CRUI in Israele, ribadendo l’importanza degli scambi accademici tra Roma e Gerusalemme. In questi mesi, come Lei saprà, anche la questione del gas sta diventando centrale nei rapporti tra Israele ed Italia, nell’ottica della diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, promossa dalla stessa Unione Europea.

 Ad inizio aprile, il ministro dello Sviluppo economico italiano Carlo Calenda si è recato a Tel Aviv, dove ha sottoscritto la partnership per la costruzione del gasdotto EastMed. Di cosa si tratta?

Come suddetto, le scoperte energetiche di questi anni, stanno cambiando la geopolitica locale. Non solo hanno creato un asse strategico tra Israele-Grecia e Cipro, ma anche giocato anche un ruolo importante nella normalizzazione dei rapporti tra Israele e Turchia. L’Italia, è interessata a diversificare le sue fonti di approvvigionamento e il gasdotto EastMed permetterebbe di trasportare il gas del Mediterraneo verso il sud dell’Italia. A tal fine il Ministro Calenda ha visitato Israele e prima di lui il Ministro dell’energia israeliano Steinitz ha visitato Roma. Israele può garantire all’Italia una fonte di approvvigionamento importante, soprattutto perché siamo un Paese che può vantare non solo di essere la sola democrazia dell’area mediorientale, ma anche uno dei pochi Paesi stabili. Ritengo che dobbiamo guardare davvero con estremo interesse a questi sviluppo, perché credo possano rappresentare anche il primo passo concreto per rilanciare una integrazione dell’area mediterranea, capace di garantire non solo sicurezza, ma anche una generale crescita economica.

 

Dopo la fine della sanzioni che dal 2006 gli erano state imposte per lo sviluppo del suo programma nucleare militare, l’Iran è tornato un protagonista assoluto in tutti i quadranti critici della regione Mediorientale. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Ghasemi, ha definito Israele “la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza della regione e del mondo”, cosa ne pensa?

Queste affermazioni, se non fossero espresse da chi diffonde morte, farebbero ridere. Purtroppo, sono dette da rappresentanti di un regime che, sin dalla sua nascita, ha scelto di non essere uno Stato, ma una rivoluzione permanente. A tal fine, come la stessa Costituzione iraniana dice – basterebbe leggerla – si è dato una matrice fondamentalista e ha creato corpi paramilitari il cui unico scopo è quello della diffusione della rivoluzione khomeinista nel mondo. Per questo motivo, oggi più che mai, non solo Israele ma soprattutto gli Stati arabi sunniti, vedono nell’Iran non un partner regionale, ma una minaccia alla loro stessa esistenza. L’Iran non si è mai fatto scrupoli a finanziare il peggior terrorismo internazionale, non solo di matrice sciita (come Hezbollah), ma anche sunnita (non solo Hamas o la Jihad Islamica, ma anche al Qaeda e gli stessi Taliban). La posizione israeliana e di buona parte del Medioriente sull’accordo nucleare è sempre stata nota. Abbiamo sottolineato come la fine delle sanzioni avrebbe favorito l’instabilità regionale, l’espansione iraniana e lo stesso conflitto settario tra sciiti e sunniti. A distanza di oltre un anno da quell’accordo, possiamo dire che avevamo ragione: la disoccupazione iraniana non è calata, ma le spese militari del regime sono più che duplicate, favorendo la perpetuazione dei conflitti in Paesi quali Siria, Iraq e lo stesso Yemen. Il regime iraniano ha elevato il martirio a sesto pilastro dell’Islam, con conseguenze e processi imitativi, che hanno portato sofferenze drammatiche prima in Medioriente, poi in tutto il mondo. Israele attende con ansia di vedere l’Iran diventare sinceramente un attore che favorisce la stabilità e la sicurezza regionale. Ad oggi, a dispetto della propaganda di Teheran, l’Iran è un Paese che diffonde unicamente instabilità e che, assolutamente, non rappresenta neanche un partner economicamente affidabile per lo stesso Occidente, mancando totalmente di rispetto dei parametri minimi propri dello Stato di Diritto.

 

Appena eletto Trump ha promesso di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, di non opporsi agli insediamenti in Cisgiordania e di rivedere gli accordi con l’Iran. Riuscirà, secondo lei, a mantenere le promesse?

La questione di Gerusalemme è molto artificiosa. Non solo perché, nella storia, Gerusalemme non è mai stata capitale di due Stati. Non solo perché Gerusalemme mantiene un legame con il popolo ebraico che dura da millenni, ma anche perché è una questione meramente di facciata. A Gerusalemme sono presenti gli uffici del Governo e tutte le principali istituzioni: ciò significa che gli Ambasciatori delle rappresentante estere, devono costantemente viaggiare almeno due ore per i loro appuntamenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, come Lei sa, il Congresso americano ha già deciso da anni di trasferire l’Ambasciata USA a Gerusalemme, ma la decisione non è mai stata concretamente applicata. La verità è che la politicizzazione della questione di Gerusalemme, così come quella di Israele, fa parte di una campagna di mistificazione, che riesce ad affermarsi nelle diverse Agenzie delle Nazioni Unite, non per la sua veridicità storica, ma per il sostegno che riceve da parte di alcuni Paese, aprioristicamente schierati con i palestinesi.

Per queste ragioni, Israele ha deciso di ridurre il finanziamento ad Agenzie come l’Unesco: non possiamo continuare a versare i soldi dei contribuenti israeliani, per sostenere chi nega il cuore della storia ebraica. Non so dire quale sarà alla fine la scelta di Trump, ma ritengo che l’eventuale trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, rappresenterebbe un atto coraggioso che avvicinerebbe la pace. Parte della sfiducia odierna del popolo israeliano verso il negoziato di pace, infatti, non è derivata solamente dal terrorismo e dall’incitamento all’odio da parte arabo palestinese, ma anche dalla negazione della stessa storia ebraica e del suo legame con la Terra d’Israele.

Gaza: che fare?

La politica israeliana verso la Striscia di Gaza è condizionata da due elementi principali: il dominio di Hamas nella Striscia ed il ritiro unilaterale voluto dal governo Sharon nel 2005.

Gaza: che fare? - Geopolitica.info

Hamas è un movimento islamico vicino alla Fratellanza Musulmana che nel 2006 vince le elezioni parlamentari palestinesi. In seguito ad una fase di scontro militare con il principale movimento rivale Fatah, Hamas nel giugno 2007 assume il controllo della Striscia di Gaza e tale evento segna de facto una spaccatura nei Territori Palestinesi tra la West Bank governata da Fatah e dunque sotto l’autorità dell’ANP e la Striscia di Gaza governata da Hamas. Quest’ultimo viene considerato da Tal Aviv come un movimento terroristico ed una minaccia esistenziale a causa della sua decisione di non rinunciare all’uso della violenza contro Israele, di non riconoscerne il diritto ad esistere e di non accettare gli accordi di pace siglati tra OLP e Tel Aviv.

Il ritiro unilaterale dalla Striscia, occupata insieme alla West Bank durante la guerra del 1967, attiene principalmente a motivazioni di carattere militare. La Striscia di Gaza è un’area di 360 km² con una popolazione di circa 1.700.000 abitanti, tali dati fanno della Striscia uno dei posti più densamente abitati al mondo con una stima di 5.000 abitanti per km². Nella Striscia di Gaza fino al 2005 abitavano circa 8000 israeliani dislocati in ventuno colonie situate nel cuore della Striscia di Gaza. L’esiguo numero di israeliani residenti, le colonie isolate le une dalle altre, il rapporto numerico totalmente sfavorevole alla componente israeliana, la necessità di un costante dispiegamento di truppe per proteggere i coloni ed i pericoli per militari e civili di essere vittime di attacchi terroristici hanno spinto Tel Aviv ad optare per la cessazione dell’occupazione. Il piano di disimpegno ha previsto un abbandono di quelle pratiche di conflict management realizzate tutt’oggi in West Bank e una ricollocazione delle truppe dell’IDF lungo il confine con Israele al fine di monitorare l’attività palestinese.

Questi due aspetti condizionano la politica israeliana verso Gaza nella misura in cui il dominio di Hamas è visto da Israele come una minaccia esistenziale da eliminare e il ritiro unilaterale da Gaza non consente alle truppe dell’IDF di esercitare quelle pratiche poliziesche di controllo del territorio e della popolazione al fine di intercettare ed eliminare eventuali minacce poste in essere contro Israele.

Tali elementi hanno contribuito a definire le principali strategie di politica estera sviluppate da Israele verso la Striscia di Gaza: garantire un peggioramento delle condizioni di vita nella Striscia al fine di spingere la popolazione gazana a rovesciare Hamas e mantenere una deterrenza militare.

La prima strategia si realizza tramite un controllo militare del confine esterno, sia esso terrestre, aereo o marittimo. Israele ha imposto una “security zone” attraverso la quale controlla i flussi di beni e di persone in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza. Ha imposto a Gaza un blocco economico e ha ultima parola sulle merci che possono entrare ed uscire da Gaza. Ufficialmente il blocco economico deve consentire l’ingresso a Gaza di quei beni considerati necessari a soddisfare i basic needs dei gazani e vietare la possibilità d’ingresso di quei beni che potrebbero essere destinati alla costruzione di razzi come legno, cemento e benzina. La razionalità del blocco economico, lungi dal garantire il pieno soddisfacimento dei bisogni primari, consiste nel fare in modo che esso garantisca il soddisfacimento dei bisogni essenziali e vitali della popolazione gazana al fine di evitare che venga classificato come punizione collettiva sulla base di quanto definito nella Quarta Convenzione di Ginevra. Il blocco economico funge inoltre da arma di ricatto nella misura in cui in periodi di tensione militare tra Hamas ed Israele quest’ultimo può riservarsi la decisione di una chiusura temporanea e totale della frontiera.

La strategia della deterrenza è utilizzata al fine di mantenere la superiorità militare dell’IDF contro Hamas. Le minacce provenienti da Hamas sono legate all’eventuale lancio di razzi che possono colpire indiscriminatamente il territorio israeliano. Così la strategia della deterrenza è orientata all’eliminazione di tale possibilità tramite azioni come il blocco economico, il bombardamento mirato di centri di fabbricazione e lancio di razzi e la distruzione di tunnel utilizzati per l’acquisizione di quel materiale destinato alla costruzione degli stessi. In questo quadro, obiettivo della deterrenza è garantire il mantenimento dello status quo piuttosto che procedere al rovesciamento manu militari del governo di Hamas.

Tali strategie mentre da un lato consentono ad Israele di mantenere lo status quo vigente a Gaza, dall’altro creano ulteriori sfide per Tel Aviv. Innanzitutto l’assedio e il blocco economico di Gaza non sembrano aver indebolito la legittimità di Hamas né stimolato i gazani a ribellarsi ad esso. Oggi Hamas conserva il suo monopolio della violenza legittima nella Striscia e sta accrescendo il proprio consenso tra i palestinesi a discapito di altre forze come Fatah. In particolare i giovani palestinesi sono sempre più affascinati da Hamas nella misura in cui al vecchio modello del nazionalismo arabo sostenuto da Fatah sostengono i messaggi di un nuovo Islam politico diffusi da Hamas. La legittimità di Hamas è cresciuta anche grazie ai servizi di governo e di polizia che esso offre.

Inoltre mentre il blocco economico e l’assedio di Gaza non sembrano aver indebolito Hamas, dall’altro ha accresciuto le pressioni e le critiche internazionali contro Israele a causa delle condizioni in cui la società gazana vive. Uno studio condotto dalle Nazioni Unite nel 2011 conclude che la popolazione di Gaza nel 2020 raggiungerà i 2 milioni di abitanti e che per essere ancora considerata vivibile la Striscia di Gaza necessiterà di ampi sforzi per migliorare i settori della salute, della sanità, dell’educazione, dell’energia e dell’acqua. Da più parti si sollevano proteste contro il blocco di Gaza e numerose sono le richieste di sollevamento delle sanzioni economiche poste in essere da Israele. Le critiche contro Tel Aviv si sono intensificate a causa delle tre operazioni militari condotte a Gaza tra il 2008 ed il 2014 che hanno distrutto gran parte delle infrastrutture civili e peggiorato drasticamente le condizioni di vita dei gazani.

Anche la strategia della deterrenza comporta alcune sfide. Si è visto come Hamas riesce ad affrontare le sfide del blocco cui è relegata Gaza, infatti fece scalpore la prima scoperta di tunnel creati per collegare Gaza all’Egitto. Hamas inoltre, nonostante l’assedio, ha migliorato le sue capacità militari. Mentre fino al 2008 i razzi cadevano principalmente in aree poco popolate vicino la Striscia, oggi arrivano a minacciare città più popolose come Beersheba e la stessa Tel Aviv.

Sebbene i razzi non rappresentino una seria minaccia per Israele, forte è il contraccolpo psicologico che generano nella popolazione israeliana a causa della casualità degli stessi. Tale aspetto ha creato malcontento da parte di alcuni settori della società civile israeliana che spingono per una definitiva e totale sconfitta di Hamas. A tale aspetto Israele ha provato a rispondere tramite il meccanismo Iron Dome in grado di intercettare e distruggere i razzi lanciati contro il suo suolo. Il problema di tale dispositivo è che un solo missile non intercettato spingerebbe gli israeliani ad interrogarsi sulla sua effettiva capacità protettiva.

Si è visto come la Striscia di Gaza comporta serie sfide per Israele e come quest’ultimo al giorno d’oggi cerchi di destreggiarsi tra un mantenimento dello status quo e di sfuggire alle pressione e alle critiche interne ed internazionali. Una possibile soluzione all’empasse gazana potrebbero essere la rioccupazione militare della Striscia di Gaza e il definitivo rovesciamento di Hamas. Tale aspetto tuttavia non è esente da criticità infatti un intervento militare di terra e un’occupazione militare della Striscia potrebbero comportare la perdita di numerose vite tra i ranghi dell’IDF. Inoltre mentre la vittoria militare sarebbe scontata, difficile sarebbe ottenere una vittoria politica. Poiché un intervento del genere potrebbe accrescere le critiche internazionali contro Israele come dimostrato, ad esempio, a margine delle operazioni militari Cast Lead del 2008-2009 e Protective Edge del 2014.

Un’ulteriore possibile soluzione potrebbe essere il rovesciamento Hamas ed il reinsediamento di Fatah nella Striscia di Gaza. Da questo punto di vista non è sicuro che Fatah riuscirebbe a mantenere il controllo sulla popolazione gazana e dunque la Striscia potrebbe cadere nel caos. D’altro canto se Fatah riuscisse nell’impresa di stabilizzare la Striscia ciò porterebbe inevitabilmente ad un rafforzamento dell’ANP, riaprirebbe la questione del passaggio sicuro per collegare la Striscia di Gaza con la West Bank come discusso negli accordi di Oslo ed aumenterebbe le pressioni su Israele al fine di procedere a concessioni territoriali verso i palestinesi.

Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente interessante poiché, secondo alcune ricostruzioni, evidenzierebbe come al di là dei proclami sulla necessità di rimuovere Hamas, questo movimento risulti funzionale alle finalità israeliane. Il governo di Hamas e, di conseguenza, il mancato controllo dell’ANP sulla totalità dei territori palestinesi indebolisce e delegittima quest’ultima agli occhi di Israele quale interlocutore affidabile. L’incapacità dell’ANP di affrontare le sfide poste in essere da Hamas viene strumentalizzata da Tel Aviv al fine di posticipare i colloqui di pace con i palestinesi evitando, così, di affrontare la questione spinosa del ritiro militare dalla West Bank.

Al momento si può notare come la politica estera israeliana verso la Striscia di Gaza debba tener conto di una molteplicità di fattori sia in termini di sfide sia in termini di opportunità. Mentre le sfide sono legate ad Hamas e alla pressione internazionale cui è sottoposta Tel Aviv, le opportunità sono legate alla divisione tra Hamas e Fatah che consente ad Israele, sulla base del collaudato principio del divide et impera, di non riaprire le trattative con l’ANP fino a quando la situazione non torni alla normalità. Israele sembra, in questo momento storico, aver scelto di non decidere limitandosi unicamente al mantenimento dello status quo. Tuttavia si ritiene che la finestra su Gaza non possa restare chiusa ancora a lungo, basti pensare alla stima delle Nazioni Unite per cui nel 2020 la popolazione gazana raggiungerà i 2 milioni. Molto probabilmente la pressione internazionale spingerà Israele a collocare la questione di Gaza al vertice della sua agenda internazionale. Un aiuto in tal senso potrebbe provenire da una eventuale riunificazione tra Hamas e Fatah che rafforzerebbe l’ANP e incrementerebbe, ulteriormente, le pressioni su Israele.

 

The Israeli-Palestinian conflict and the need for courageous leaders

The new American administration is an opportunity for the leaderships of Israel and the Palestinian Authority to reach a final agreement through face-to-face negotiations, whether the opportunity will be grasped or not will depend on the priorities they will set for their populations.

The Israeli-Palestinian conflict and the need for courageous leaders - Geopolitica.info

The recent UNSCR 2334 has shown the complex of inferiority that the present Palestinian leadership is affected of, living at the mercy of the United States instead of engaging in face-to-face negotiations with Israel.

The same resolution has shown also the mistake of placing trust in the previous American administration without advancing an effective diplomatic engagement to curb the Palestinian Authority’s attempt to single out Israel.

In the days before the sworn in of Mr Donald Trump as president, he has repeatedly said that a solution to the Israeli-Palestinian conflict must not be forced. Some members of his entourage have also given hints on the laissez-faire policy the new president wants to apply to the major international crisis (except the fight against the Islamic State) and avoid to be directly involved. Recently the possibility of involving Arab allies to push for the restart of direct negotiations between the parties is becoming more and more plausible. Indirectly the Russian ministry of foreign affairs has also been approached by its Israeli and Palestinian counterparts, but it is very difficult that the US will give up its prestigious position on the matter, although determined not to push directly.

But whatever is the final decision of the Trump administration, whoever will be involved as mediator, Mr Netanyahu and Mr Abbas will be left without many options but to negotiate with each other.

In the perspective of advancing the peace process, the Israeli government should have the courage and audacity to come up openly with a courageous plan to present during the negotiations. So far the unofficial governmental positions concerning the future of the West Bank expressed by Naftali Bennett and Tzipi Hotovely leave more questions than answers. But even more, they pave the road to a bi-national state that in the long term will only end the Zionist dream of a country for the Jews.

By approving the bill to “regulate settlement in Judea and Samaria and allow its continued establishment and development”, Mr Netanyahu and his government have placed themselves in a very uncomfortable position in front of the international community. Although the bill, nicknamed by Israel’s detractors as “Expropriation Bill”, does not disown Palestinian owners of their lands and grants them the right to compensation, it denies them the right to claim to its use until a diplomatic resolution is reached. The Israeli Supreme Court is carefully analysing the legality of the bill, but this still will not protect Israel from legal and political criticism from the international community. Most of all it allows a strong diplomatic counter-attack from the Palestinian side.

The political atmosphere in the Palestinian Authority is not really different from Israel: the time has come for Mr Abbas to stop using the international arena as the playground to unleash their political strategy, and instead come out with a plan about what he and his entourage intend to do with delicate issues such as the control of the Gaza Strip and the relationship with Hamas.

The Gaza Strip and Hamas are probably the biggest test for Mr Abbas: while the Islamic Movement is still uncertain whether to engage directly Israel or not, its leadership is going through a transition that in Spring time will end with a new leadership and a new strategic plan. Currently there are two wings in the party: the first, backed by Turkey and Qatar, is chaired by Ismayil Anyeh and Abu Marzuk, while the second, backed by Iran, is chaired by Mahmoud Zahar. Each wing and backers have their own interests to protect and agenda to follow. In such circumstances the margin of negotiation for Mr Abbas is very limited.

From the domestic point of view, both Mr Netanyahu and Mr Abbas see their positions challenged by extremist parties that push for unilateral decisions and moves. This has become a moment of choice for the two leaders: secure their political position in the short term by giving in to their demands or accept the challenge and try to persuade and soften these positions, shaping at the same time a policy that can lead to a final solution.

Mr Netanyahu has been able to persuade his government to freeze some of the decisions about the future of the West Bank until his first meeting with Mr Trump, supposedly to take place early February.  Mr Abbas has not really expressed a position yet. Certainly the new American administration places the Palestinian leader in the uncomfortable position to present a plan of action. This administration will hardly allow him to play according to the same rules used under Mr Obama. When Israel froze settlement construction for ten months, the Palestinian Authority still refused to engage into direct negotiations. This attitude will not be accepted by Washington.

The new American administration can be an opportunity for the Israeli and Palestinian leaderships to assess their strategies and engage a face-to-face negotiation instead of relying on Mr Trump and the international community in general. The time has come for both leaders to choose between shaping an affordable future for their people or pave the way to more violence. The first option is the path less travelled by, the most difficult, but also the most rewarding if taken seriously.

The State of Israel and the Issue of Jewish Extremism

The alarming footages of extremist Jewish youngsters stabbing the picture of a toddler, Ali dawabsha, killed in an arson attack in July 2015, resulting in the indictment of two young people, Amiram Ben-Uliel and a minor, whose name has not been disclosed, suspected of setting ablaze the house of the Dawabsha’s, have shown a deeper divide, which the State of Israel has been fighting against for many decades between a democratic socio-political view and an extremist, religiously motivated setting. The way the Israeli society and authorities respond to such a phenomenon will determine their domestic and international standings and future.

The State of Israel and the Issue of Jewish Extremism - Geopolitica.info (cr: Reuters - Mussa Qawasma)

The variety of the targets of Jewish extremism

Through the decades, many are the groups and individuals that have been labelled as extremist or even terrorist by the Israeli enforcement authorities. Brit HaKanaim, Malchut Yisrael, Gush Emunim Underground, Keshet, Bat Ayin, Lehava, Sikrim, Kach and Kahane Chai, Yaakov Teitel, Eden Natan-Zada, Baruch Goldstein, and Yigal Amir are only a few of the names. In some circumstances their extremism was focused on Israeli political figures and the State of Israel itself, in other cases on Arabs.

While extremism against the Arab population is motivated by national reasons and is characterized by price tag attacks and propaganda on the ethnic rights over the land, different is the case when this extremism has the Israeli authorities as a target. In this circumstance a whole interpretation of Jewish laws is involved.

When it comes to Israeli political figures and any act against them, such as killing, this is motivated by the accusation of betraying the Jewish people and their cause. When acts include murders, the “justification” is often found in a perverted understanding of the rule of “din rodef”, law of the pursuer. This rule is the religious understanding of the principle of self-defence and affirms that it is legitimate to execute immediately an individual that tries to take yours or someone else’s life. In the case of Yitzhak Rabin, killed by Yigal Amir, the “accusation” was based on being a traitor of the Jewish cause on Eretz Yizrael HaShlema because of the negotiation with the PLO and the signing of the Oslo Accords. According to Amir, these accords would have endangered the life of Jews, therefore indirectly attempting to take the life of the Jewish population. Although this religious argument has been rejected by the overwhelming majority of rabbinical authorities, it still finds followers.

Jewish extremism has often had the State of Israel itself, through its authorities such as the police and the army, as a target. These groups or individuals see the State of Israel as a political entity whose first duty is to defend the Jews, even before enforcing law and order. In this case their understanding of the raison d’être of the existence of the State of Israel reaches the point of expecting to be allowed to speak and act as they feel most suitable. When this option is barred, then the State is considered “apostate” and as such it is necessary to fight against it. Many circumstances and issues have risen where groups or individuals have rioted against and clashed with the police or army.

On January 3rd, 2016 the newspaper The Jerusalem Post reported an analysis made by the Shin Bet (the domestic security services of the State of Israel) about these phenomena. We report an extract of this analysis: “But officials at the Shin Bet said on Sunday that to view the horrific Duma attack as one incident would be to miss the larger phenomenon behind this act of terrorism: the emergence, since October 2013, of an underground movement of dozens of Jewish fanatical activists, who have set themselves the goal of toppling the state, replacing it with a “Judean monarchy,” and building a third temple, while expelling non-Jews from the land and creating a fundamentalist theocracy led by a king. The number of youths who subscribe to such ideas is very small – no more than a few dozen – but each one has the potential to carry out another attack and ignite the region, according to the Shin Bet. Today, between 20 and 30 potential terrorists are capable of carrying out a “second Duma,” the intelligence agency said on Sunday.” (Yaakov Lappin, Analysis: The Duma Terrorist and the ‘Judean Monarchy’ ideology, The Jerusalem Post, January 3, 2016)

The dangers for the State of Israel and its response to Jewish extremism

The dangers for the State of Israel concern law and order, anti-democratic drifts spread throughout the civil society, social clashes, bad image abroad, and a lot more.

Some of the aspects that particularly alarm the Israeli authorities concern the presence of rotten apples in the army and the bad impact that such occurrences have on international media, therefore increasing the pressure on it. Many of the youngsters that are part of these extremist groups that serve in the army are often subjected to disciplinary actions following deeds against the Arab population and in disobedience of orders. For a country that is often under the scrutiny of the international community, acts against the Arab population are often picked by the international media and arena as “silently sponsored by the government.”

Following these incidents, the word “Zionism”, where as such we understand the demands for Jewish self-determination in their ancient land, becomes loaded with some of the worst epithets as it is viewed by Israel’s detractors as the political and ideological umbrella to justify such actions, along with land grabbing and ethnic cleansing of the Arab population.

In such context the State of Israel finds itself in the uncomfortable position of having to defend itself against anti-Israel standings in the international arena and in the civil society. In such sense, the most active movement against the State of Israel is the Boycott, Divest, and Sanction (BDS), a transnational movement that has rooted all over the world, especially in business and academic environments.

In this context though, an aspect should be noted. The strength of a democracy does not stand on the population’s or individuals’ actions, but on the way the authorities react when despicable occurrences take place. In the case of the State of Israel, usually immediate decisions are taken to thwart these phenomena. Israel usually use the iron fist against Jewish extremism. The way the authorities will re-affirm law and order, along with the way the civil society will deal with these drifts, will set the path to Israel’s survival as democratic country.

The Israeli society is very fragmented. As every society it has to find its own anti-corps to such phenomena. Only time will say if it has been able to vanquish these extremist drifts.

Note: In this specific context we purposely focused on Israel and avoid a comparison with what happens with the Palestinian extremist groups in the Palestinian Territories under the control of the Palestinian Authority when similar phenomena arise. This choice is motivated by the attempt to avoid any kind of diatribe on the subject.

La popolazione beduina del Negev e la disputa sulla terra

Il riconoscimento dei diritti sulla terra rimane un punto fondamentale per la popolazione beduina del deserto del Negev. A partire dal XVI secolo,la questione della terra è stata oggetto di numerosi interventi legislativi.Oggi si assiste a consistenti proteste contro un piano che prevede lo spostamento di circa 80.000 beduini da villaggi non riconosciuti verso altri insediamenti urbani.

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A 67 anni dalla nascita dello Stato d’Israele la questione della terra è estremamente attuale, non solo nell’ottica della definizione dei confini di uno Stato palestinese, ma anche per quanto concerne il riconoscimento di alcuni villaggi nel deserto del Negev. Anche la popolazione beduina della regione ha subito infatti le conseguenze della guerra del 1948, la Prima guerra Arabo-Israeliana, e continua a subirle.

La popolazione beduina in Israele è sempre stata considerata marginale e ha ricevuto attenzione da parte del governo israeliano solo recentemente. La problematicaè sempre stataritenuta secondaria rispetto a questioni più urgenti, questione palestinese in primis. La questione della terra è fondamentale per i beduini del Negev e sono frequenti i casi di ricorso ai tribunali perché siano fatti riconoscere i diritti di proprietà, così che un villaggio possa venire riconosciuto e ottenere in questo modo uno status di legalità e di conseguenza l’ottenimento di  diritti e di servizi.

E’ interessante analizzare la questione da un punto di vista storico, per capire come si è arrivati alla situazione contemporanea. Nel XVI secolo,quando la Palestina era parte dell’Impero Ottomano, la regione del Negev non subì particolari cambiamenti, ma vennero promulgate leggi riguardanti la proprietà della terra che hanno effetti sino ai nostri giorni. Infatti nel 1856 fu emanata una legge che classificava le terre in cinque categorie: proprietà private, terre ad uso agricolo o per la pastorizia, terre per istituzioni religiose musulmane, terre a scopo pubblico e terre abbandonate o senza proprietari (mawat).

Secondo tale legge, una volta ottenuta l’autorizzazione dal governo ottomano, era possibile lavorare la terra classificata come mawat. In seguito alla Prima Guerra Mondiale e alla caduta dell’Impero Ottomano, la Palestina fu posta sotto Mandato, che iniziò ufficialmente nel 1922, quando la Società delle Nazioni ratificò la proposta del Governo britannico. Il sistema dei mandati, in conformità con l’articolo 22 dello Statuto della Società delle Nazioni, consentiva alle potenze mandatarie un controllo economico e amministrativo dei territori assegnati. La potenza mandataria, per conto della Società delle Nazioni, il Regno Unito per la Palestina, si faceva garante di accompagnare il Paese in un processo di sviluppo che lo avrebbe portato all’indipendenza.

Il Mandato Britannico in Palestina non interferì in modo significativo sulla società beduina, che mantenne una certa libertà ed autonomia secondo le proprie esigenze. Le autorità britanniche intendevano ottenere il controllo sulla terra ed agirono in maniera da raggiungere quest’obiettivo. Un atto importante da ricordare fu un’ordinanza che venne emanata dalla potenza mandataria, la quale riclassificò le terre mawat, coltivate in seguito all’autorizzazione ottomana, come occupate illegalmente. Si rendeva pertanto necessario registrare le proprie terre, comprese le terre mawat, in un arco temporale di circa due mesi, così da poter ottenere tutte le autorizzazioni necessarie.

Coloro che non registrarono i propri possedimenti in questo limitato arco di tempo persero ogni diritto di proprietà e le terre  divennero proprietà statale. La maggioranza della popolazione del Negev non registrò alcuna proprietà terriera per diverse ragioni, fra cui una scarsa conoscenza dei sistemi di registrazione e una forma di diffidenza riguardo a questo sistema, temendo un aumento delle tassazioni e l’obbligo di prestare il servizio militare.

Il Mandato Britannico sulla Palestina terminò nel maggio del 1948, con l’annuncio della nascita dello Stato d’Israele: con questa dichiarazione scoppiò la guerra del 1948, la Prima Guerra Arabo-Israeliana. La popolazione Beduina del Negev lasciò il Paese o venne espulsa durante questa guerra. Si calcola che 65.000 beduini furono costretti a lasciare il Negev per rifugiarsi in Egitto, Giordania, Gaza e l’attuale West Bank. Coloro che rimasero, circa 11.000 persone, vennero sottoposti a controllo militare fino al 1966 e concentrati in un’area denominata Siyag, una zona circoscritta, compresa fra le attuali città di Beersheva, Arad, Dimona e Yeroham. La concentrazione della popolazione beduina nell’area dello Siyag era funzionale al controllo della regione ed alla protezione della popolazione ebraica da potenziali attacchi da parte dei beduini.

Dal 1950 in poi lo stato israeliano promulgò una serie di leggi volte ad incrementare il controllo dello Stato sulla terra che portarono alla perdita di diritti sulla terra da parte della popolazione beduina del Negev. Negli anni ‘60 il governo israeliano avviò un piano per lo sviluppo della regione del Negev: il piano prevedeva lo spostamento della popolazione Beduina, dispersa in un numero indefinito di villaggi, in sette cittadine che sarebbero state costruite appositamente. In realtà questo piano non ebbe successo perché la maggioranza dei Beduini rifiutò di trasferirsi e perché, almeno inizialmente, le cittadine non possedevano i servizi primari che erano stati promessi.

Oggi circa la metà della popolazione beduina del Negev vive in queste sei cittadine, mentre l’altra metà è suddivisa fra villaggi riconosciuti e villaggi non riconosciuti.

Attualmente la questione beduina è oggetto di grandi dibattiti in quanto nel 2011 è stato approvato il Piano Prawer, che prevedeva lo spostamento di circa 70.000 beduini provenienti da villaggi non riconosciuti nelle cittadine costruite per loro negli anni ‘60, in cambio di alcuni lotti di terra. Questo Piano è stato ed è tutt’ora fortemente contestato  non solo dalla popolazione Beduina, ma anche dalla società civile israeliana e da diverse ong, che protestano rivendicando il diritto dei Beduini di rimanere nella propria terra.

Attualmente la questione è in una fase di stallo e non è chiaro se e quando il Piano Prawer verrà attuato, ma le demolizioni ai danni di costruzioni ed abitazioni nel villaggi non riconosciuti continuano, al pari delle proteste organizzate dalla società civile israeliana per tentare di reagire a questa situazione.

 

The Israeli-Lebanese border, a powder keg ready to explode any time

Since 2006, made exception for a few border skirmishes, the Israeli-Lebanese border has been relatively calm. Despite its apparent calmness though, tensions between Israel and Hezbollah has been on the rise continually, especially in consideration of the upgrade of the Party of God’s arsenal and the de facto failure of UNIFIL. Hezbollah’s role in the Syrian crisis has spared this border from further escalation, but as the Shiite powers and groups in the Middle East face a turning point, this border could become a new front line to find legitimacy in the eyes of supporters, groups, and States.

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The relatively calm between Israel and Hezbollah is a very volatile powder keg, liable of turning the Israeli-Lebanese border in a new battlefield any time. Indeed, a new conflict between the two parties is considered inevitable by both populations in Israel and Lebanon. Hezbollah’s involvement in the Syrian crisis has changed its position on the regional check-board, shifting its role from subjected to Assad’s power to watchtower of his power. In this present stage, only Iran is set on a commanding position over Hezbollah.

The failure of UNIFIL and the growing regional role played by Hezbollah

During the 2006 war between Israel and Hezbollah, the United Nations Security Council (UNSC) adopted Resolution 1701 with the purpose of restoring calmness on the border, cut the weapon rearmament and smuggling to the Party of God’s militias, and prevent the Party from enhancing its activities in the buffer zone between the Litani river and the border.

Though everyone agreed on putting an end to the hostilities, some of the transcripts of the meeting at the UNSC express the different diplomatic and political approaches and standings of the parties involved, including the international community’s institutions:

«Welcoming the 7 August decision of the Lebanese Government to deploy 15,000 armed troops in Southern Lebanon, the Council extended the mandate of the United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL) through the end of August 2007, and increased its troop strength –- currently at some 2,000 -– to a maximum of 15,000. In addition to carrying out its original mandate under Council resolutions 425 and 426 (1978), UNIFIL would, among other things, monitor the cessation of hostilities; and extend its assistance to help ensure humanitarian access to civilian populations and the voluntary and safe return of displaced persons.

The text emphasizes the importance of the Government of Lebanon extending its control over all Lebanese territory in accordance with the provisions of Council resolutions 1559 (2004) and 1680 (2006), and calls upon that Government to secure its borders and other entry points to prevent the entry, without its consent, of arms or related materiel. It further decides that all States shall take the necessary measures to prevent, “by their nationals or from their territories or using their flag vessels or aircraft” the sale or supply of arms and related materiel of all types, to any entity or individual in Lebanon.

Lebanon’s Acting Foreign Minister Tarek Mitri told the Council that, while his country is eager to see a cessation of hostilities, the nature of the cessation must be the same for both sides. “The Lebanese are not confident in [an] Israeli distinction between ‘defensive’ and ‘offensive’. The end to military operations should be unqualified”, he said, adding that “the obscenely disproportionate and unjustifiable Israeli retaliation” has already led to the deaths of more than 1,000 Lebanese.

Israeli Ambassador Dan Gillerman said the way to avoid the crisis between Israel and Lebanon had been clear: implementation of the unconditional obligations set out in resolutions 1559 and 1680, which had set out issues for resolutions between Syria and Lebanon. The clear path forward was by disarming and disbanding Hizbollah and other militias, as well as by Lebanon’s exercise of authority over all its territory. But the will to implement such actions had been lacking, leading the people of Israel and Lebanon to pay a heavy price. The resolution adopted this evening represented “an opportunity to correct the mistakes of the past and to create a genuine new reality in our region”.»

The resolution that was adopted set the principles to follow and the aims to reach:

«“13. Requests the Secretary-General urgently to put in place measures to ensure UNIFIL is able to carry out the functions envisaged in this resolution, urges Member States to consider making appropriate contributions to UNIFIL and to respond positively to requests for assistance from the Force, and expresses its strong appreciation to those who have contributed to UNIFIL in the past;

“14. Calls upon the Government of Lebanon to secure its borders and other entry points to prevent the entry in Lebanon without its consent of arms or related materiel and requests UNIFIL as authorized in paragraph 11 to assist the Government of Lebanon at its request;

“15.  Decides further that all States shall take the necessary measures to prevent, by their nationals or from their territories or using their flag vessels or aircraft:

“(a)  The sale or supply to any entity or individual in Lebanon of arms and related materiel of all types, including weapons and ammunition, military vehicles and equipment, paramilitary equipment, and spare parts for the aforementioned, whether or not originating in their territories; and

“(b) The provision to any entity or individual in Lebanon of any technical training or assistance related to the provision, manufacture, maintenance or use of the items listed in subparagraph (a) above;

except that these prohibitions shall not apply to arms, related material, training or assistance authorized by the Government of Lebanon or by UNIFIL as authorized in paragraph 11”.»

Through the years this resolution proved to be void in its meaning. The proof is the continuing rearmament of Hezbollah, with an arsenal that reached far beyond the quality and the quantity it had in 2006, and its continuing activities in the buffer zone.

This constant growth has been possible on one side because of the political network it developed and the role it plays in the Iranian strategy, while on the other through the securing of “safe smuggling passages” on the Syrian-Lebanese border. The role it is currently playing in the Syrian crisis and its fights against the ISIS and al-Nusra militias haven strengthened and confirmed its position as one of the regional key players.

Despite this role, its main weakness though is to be found in the Lebanese political environment itself. Hezbollah controls every inch of Southern Lebanon, but has never been able to really take control of the Lebanese political spectrum. Many are the enemies it has on that front and putting in jeopardy the Lebanese population through its open hostility with Israel has brought the population and the political arena to distance itself from it.

The Lebanese government does not speak openly against Hezbollah as this would be implicitly considered standing on Israel’s side, at the same time though it is bringing on a silent policy to undermine Hezbollah’s power and avoid, as far as possible, new open hostilities with Israel that would only result in bloodshed on Lebanese soil.

Israel and the future war against Hezbollah

The State of Israel lives by the principle of safeguarding its security by itself, for this reason it is very sceptical about the role that international forces, such as UNIFIL, can play in preventing an escalation of hostilities.

Lately Tzahal (Tz’vah Haganah Le-Yisrael – Israel Defence Forces, IDF) has released some of the information it has about Hezbollah’s military deployment in Southern Lebanon. Some of the information concern a Shiite village called Muhaybib, a town with less than two thousands inhabitants: in this village the IDF has discovered arms deposits, rocket-launching sites,  infantry positions, underground tunnels, anti-tank positions, and a Hezbollah command post.

Many are the reasons why Israel may have decided to release these kind of information. The first may be found in its need to make the international community aware of the deteriorating situation on its borders.

While a second reason may be found in Israel’s need to set a new hasbara, a new public relations policy: Israel’s military operations in Gaza have always had as consequence an outbreak of criticism and its explanations have never been considered satisfactory by the international community. The IDF is very well aware that a war with Hezbollah will be much harder and will cost a higher number of human lives on both sides than those with Hamas. For this reason, from an Israeli perspective, it is mandatory to set a new policy in order to avoid the media implications of previous military operations.

A third reason may be found in Israel’s attempts to create an “empty area” around Hezbollah: the more IDF’s message reaches the Lebanese population, the higher are the chances that the this population itself will turn politically and socially against Hezbollah. The main purpose is to undermine the social safety net that the Party of God has been able to create in order to buy the population’s loyalty through the provision of services not provided by the government.

Conclusions

Both Israel and Hezbollah know that the countdown is on. Hezbollah’s artillery is now capable of reaching almost any major city in Israel. The question therefore is not any more if there will be a war, but when and who will shoot the first bullet.

The international community does not have the political tools to avoid this conflict. Hezbollah’s mainly raison d’etre is fighting Israel. Hezbollah is too important for Iran as it allows its regime to have a foothold on the Mediterranean coast.

Israel has set red lines, at the same time as long as Hezbollah will be actively involved in the Syrian crisis and in other Middle Eastern strategic regions, this war will be postponed.

Il conflitto fra Israele e Palestina non conosce confini

Il presidente della FIFA Blatter, ha incontrato nei giorni scorsi il presidente della PFA (Palestine Football Association) Jibril Rajoub. Oggetto dell’incontro, la mozione che la Federazione araba è intenzionata a presentare al prossimo congresso di fine Maggio, che mira ad escludere la nazionale di calcio israeliana dalle competizioni internazionali.

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Siamo di fronte ad una richiesta formale di espulsione dalla FIFA. Il motivo, stando a quanto si apprende dal sito della FIFA, sarebbe la violenza dello Stato ebraico nei confronti degli sportivi palestinesi. Se la mozione dovesse essere effettivamente presentata, il risultato sarebbe tutt’altro che certo, con il concreto rischio che la maggioranza delle altre federazioni possa votare a favore. Le conseguenze, non sarebbero solo calcistiche.

Anche Michel Platini avrebbe ammesso che “stavolta la questione è molto seria”, e che “molti paesi potrebbero schierarsi con la Palestina”. Spesso il mondo del calcio si è schierato dalla parte dei palestinesi, anticipando quei riconoscimenti che la politica ha impiegato anni a dare. Mentre lo Stato palestinese è entrato nell’Onu solo nel 2012 come “osservatore permanente” e non è universalmente riconosciuto, nel calcio la Federazione è affiliata alla Fifa sin dal 1998. E nel 2015 la nazionale ha preso parte alla sua prima Coppa d’Asia. Da una parte Blatter si schiera con Israele, dichiarando alla fine dell’incontro: “La sospensione di una federazione, per qualsiasi ragione, è sempre un danno per l’intera organizzazione”, prendendo una posizione esplicita contro la richiesta della Palestina.

Stavolta, però, la Pfa sembra più che mai determinata ad arrivare fine in fondo.Infatti, il suo attuale presidente già alla viglia dei mondiali brasiliani del 2014, tentò di presentare la stessa mozione che poi però non venne presa in considerazione. In numerose occasioniRajoub, ha rilasciato dichiarazioni nei confronti di Israele molto dure, rendendo evidenti le finalità ideologiche che si celano dietro le sue iniziative. Nel 2013, durante una trasmissione televisiva, sul canale libanese Al- Miadin dichiara:

Il nostro principale nemico, non soltanto dei palestinesi, ma anche di arabi e musulmani è Israele, l’occupazione israeliana. Ancora non abbiamo un’arma nucleare. Ma giuro che se l’avessimo, la utilizzeremo immediatamente.

Inoltre, nel corso degli anni ha paragonato Israele (i Figli di Satana) ad un regime nazifascista, elogiando pubblicamente le azioni di Hamas per “porre fine all’occupazione israeliana”.

Gli ambasciatori israeliani intanto, stanno incontrando i vari presidenti delle federazioni calcistiche di ogni singolo paese, per impedire l’esclusione d’Israele dalla FIFA. Ancora una volta dallo sport potrebbe arrivare una scelta dal grande significato politico. La guerra tra israeliani e palestinesi non conosce confini. L’infinita guerra sulla Striscia di Gaza ha sconvolto anche il mondo del pallone. Presto Israele potrebbe pagarne le conseguenze.

Israel: Netanyahu’s victory and future scenarios

Netanyahu’s electoral victory against all the odds brought many political analysts and journalists to dismiss the case as a situation where fear prevailed over good sense. Indeed, a more careful analysis leads to unuttered conclusions. In the meanwhile his election plays also in favour of the Palestinian militant groups that may feel justified to fight with violence the State of Israel.

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Likud’s landslide electoral victory was hardly predictable if polls had to be given serious attention. Since they were announced, the elections have been portrayed as a referendum on Netanyahu and an opportunity for Israeli voters to give a new face to the international image of the country.

A careful analysis of the electoral campaign and the ballots’ outcome leads to a few important conclusions mostly ignored by the international media, especially in the West, where the “outrage” for the results reached very high peaks. The Zionist Union led by the duo “Herzog-Livni” mostly focused its campaign on the slogan “Anyone but Bibi”. Negative electioneering never really pays off. As an Exclusive Report by DebkaFile reported, “The tactic’s very intensity boomeranged, when Bibi craftily turned it into an asset. He reached out to the voter as the underdog who had been unjustly vilified by the haves.

Despite Likud’s victory though, this election showed a counter-trend compared to the previous electoral rounds. Very few have noted that Israel is slowly shifting to the left. If the results are compared with the 2013 electoral round, it turns out that during the previous elections, the political strength of the right-wing parties in the Knesset – Likud, Yisrael Beiteinu, Habayit Hayehudi, Shas and United Torah Judaism – was 61 seats, while now, these same parties together dropped to 57 seats. The centre in 2013, formed by Yesh Atid and Kadima, reached 21 seats, and in 2015 it retained the same number of seats, although now formed by Yesh Atid and Kulanu. In 2013 the left received 38 seats, while in 2015 it rose to 42. This is an important counter-trend as these elections have seen the nationalist parties (Habayit Hayehudi and Yisrael Beitenu) losing seats, and an extremist party such as Yahad, chaired by Eli Yishai, being left out of the Knesset. At the same time it saw the Arab parties, united under the name Joint List and chaired by Ayman Odeh, gaining 14 seats and representing the third party in the Knesset, but must of all with a pro-active attitude, trying to enter the Israeli political discussion with a meaningful agenda.

For some time during the election, president Reuvlin has been reported as hoping for a national unity government, but as soon as the results became official, this option has been de facto sidelined and discarded.

The political challenges ahead of the new government mainly concern social, diplomatic, and security issues. The biggest concern for the average Israeli voter is linked to social issues, particularly salaries, housing crisis, schools, and social services. In the past ten years though, the State of Israel has experienced an incredible development of infrastructures, particularly for what concerns water supply and transportation. In this sense, the new government is expected to continue along this path.

Income inequality and widening of the gap between rich and poor is a growing problem, and as such it is not much different than any other Western countries. Particular attention in the Israeli society has recently been given to the religious and Arab sectors. These two groups are those less integrated in the employment system, and as such efforts to include them in social and employment development programmes are expected.

On the diplomatic and security track, in the past decade the Israeli politicians, both on the right and left, understood that the State of Israel has to secure its self-reliance concerning technology, security, and home production. The international scenario developed in the past few years have shown a growing number of countries around the world unwilling to accept and support Israel’s quest for security and safety, and most of all ready to battle these reasons in international arenas and institutions. For this reason it is expected a harder work, already brought on by previous governments, to create a diplomatic and regional safety network. Israel and the Sunni Arab countries of the region share the same concern for security, especially for what concerns the Iranian threat.

Despite the opinions that the duo “Herzog-Livni” would have represented political standings closer to the demands of the international community, the positions between them and Netanyahu are not really far from each other when security issues are concerned, especially for what concerns the Iranian threat. Even for what regards the peace process with the Palestinian Authority, although with different words, none of them would be less firm in their demands. The only difference would probably concern the expansion of Jewish settlements in the West Bank, or Judea and Samaria, according to the interlocutor.

The approach would probably be different, as Herzog and Livni support the idea of a Palestinian State in order to relieve the State of Israel from the obligation of dealing with Palestinian internal issues, while Netanyahu and other nationalist leaders would set clear lines on Palestinian obligations in order to avoid the creation of a rogue state whose main aim is the destruction of the “Jewish state.” Despite all this though, the firmness would be the same.

Contrary to what it might be expected, the Palestinian factions will actually benefit from Netanyahu’s victory. One of the main shortfall shown by the Palestinian Authority through the years was to actually implement a proper master plan for the development of the Palestinian territories, curbing the widespread corruption among civil servants and developing social programmes meant to raise the quality of life among the population.

These issues have often been sidelined due to the focus of the international community on the supposed Netanyahu’s intransigence. The election of the latter will actually allow these factions to continue on the same track. It will be up to the international community to push on the track of reforms and free elections, which have been missing in the territories for almost ten years.

L’online recruitment del Mossad: molto rumore per nulla?

L’offerta lavorativa delle principali agenzie di intelligence occidentali è ormai da tempo consultabile in rete. In un settore che ancora oggi sconfina nel mito, ogni campagna di online recruitment (come quella recente del Mossad) acquisisce una risonanza mediatica maggiore del suo reale interesse analitico. La ricerca di trasparenza nelle procedure di assunzione, garantita dalla pubblicità via internet, non indica l’approdo a una nuova era per i servizi informativi, quanto l’adattamento ai normali standard di ogni amministrazione statale avanzata.

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I servizi segreti israeliani del Mossad hanno lanciato in settimana un nuovo portale internet per il reclutamento del personale. Chiunque sia interessato a un impiego all’interno dell’agenzia può dare un rapido sguardo ai profili occupazionali richiesti, riempire un modulo dopo aver effettuato un blando test attitudinale e aspettare la comunicazione dell’esito. Ampiamente pubblicizzata sui principali media globali, la notizia in sé non dovrebbe stupire i più attenti alle questioni di intelligence. Per quanto riguarda la trasparenza sulla selezione del personale, da oltre un lustro l’online recruitment è praticato con successo dalle principali agenzie occidentali di sicurezza nazionale, senza tenere conto sia dei vincoli giuridici in termini di pubblicità di eventuali bandi di concorso, sia dell’obbligo di trasparenza delle procedure presente in qualsiasi amministrazione statale avanzata. Oltretutto già nell’aprile del 2013 il Mossad si era reso protagonista di un’altra campagna di reclutamento sempre attraverso i social media, diretta a uomini e donne dallo “stile di vita irregolare” ma che avessero a cuore la salute pubblica israeliana. Né certamente può essere classificato come materiale da OSINT (fonti “aperte”, liberamente accessibili, acquisite e catalogate da altri servizi di intelligence) il fatto, invero abbastanza ovvio, che sia data priorità a interpreti e traduttori dal farsi, dal russo e dall’arabo.

Il dato abbastanza innovativo, che solo in parte riesce a tenere separata la notizia dalla pletora di effimere curiosità che rimbalzano sul web, sta nell’allargamento dell’offerta di collaborazione anche ai semplici informatori stranieri, dunque prescindendo dalla nazionalità d’appartenenza e dal vincolo lavorativo. Chiunque si rispecchi nei valori presentati dall’organizzazione e abbia le qualità e competenze ricercate può dare il suo contributo al Mossad. Una novità interessante se si pensa che il requisito di cittadinanza è richiesto da tutte le agenzie che praticano reclutamento via web. Fino al caso estremo dell’MI6, la cui compilazione del form di candidatura non può prescindere oltre che dal possesso della cittadinanza britannica, anche dall’essere fisicamente presenti sul territorio del Regno Unito al momento dell’invio. Alcuni commentatori hanno dunque collegato la necessità di arruolare informatori, non necessariamente stipendiati, all’isolamento diplomatico israeliano nel Medio Oriente, potendo contare solamente su rappresentanze diplomatiche in Egitto e Giordania.

Individuata questa sottile peculiarità tutta israeliana dovuta a ben noti fattori geopolitici, nel mondo dei servizi informativi per la sicurezza nazionale non destano più stupore gli spazi working for us, che normalmente ci si aspetterebbero sul sito di qualche multinazionale. Sul portale della CIA (Central Intelligence Agency), accanto alla presentazione generale e alla storia dell’agenzia, campeggia in bella evidenza la sezione Careers et Internship, nella quale si illustra letteralmente la mission aziendale, si individuano i requisiti presi in considerazione ai fini del reclutamento e si elencano una serie di opportunità lavorative, con tanto di interviste all’attuale expertise che ricopre quelle posizioni. L’NSA (National Security Agency) invece circoscrive e approfondisce nel dettaglio gli hot jobs, i profili lavorativi maggiormente ricercati, oltre a pubblicare una lista di impieghi immediatamente disponibili con tanto di indicazione ubicativa della sede in cui essi sono richiesti.

I britannici del SIS (Secret Intelligence Service) erano stati i primi a utilizzare le potenzialità del web, prima nel 2008 con una campagna di reclutamento via Facebook dei loro famosi operational officiers, poi pubblicando sul proprio sito uno stravagante test attitudinale con annesso role-play spionistico (i cui risultati erano comunque irrilevanti ai fini della selezione), al termine del quale era possibile inviare la propria candidatura. Si trattava ad ogni modo di trovate sensazionalistiche più orientate alla riconciliazione con l’opinione pubblica in un momento molto difficile per i servizi di Sua Maestà. Oggi l’online recruitment dell’MI6 è più asciutto e professionale, con l’indicazione delle attuali vacancies, le domande frequenti e la presentazione generale dell’offerta formativa.

Non sono da meno le intelligence continentali. Se in Spagna un intrigante slideshow ci spiega perché è bello servire la nazione lavorando per il CNI (Centro Nacional de Inteligencia), collegandosi al sito della BND (Bundesnachrichtendienst) apprendiamo addirittura come i servizi tedeschi siano tra le 100 best choice nella classifica annuale di Trendence per giovani e per chiunque sia in cerca di lavoro in Germania. La DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure) opta per un approccio meno privatistico e più consono al suo rango istituzionale di divisione della Défence francese, dando risonanza ai concorsi pendenti e futuri e alla possibilità di lavorare a contratto. In Italia, il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica non solo pubblicizza concorsi ufficiali e varie call for candidates (ultima delle quali quasi un anno fa, nell’ottobre 2013), ma mette a disposizione una pagina in cui è possibile inviare candidature spontanee che saranno prese in considerazione in caso di esigenza nell’area lavorativa di interesse dell’aspirante collaboratore.

L’affermazione dell’online recruitment ha spesso dato adito a interpretazioni semplicistiche, essendo stata classificata erroneamente come una tendenza e, a volte, proprio come un fenomeno vagamente rivoluzionario. Per certi versi è giusto evidenziare un’assimilazione ai metodi privatistici di ricerca del lavoro, come dimostra il fatto che la maggior parte delle offerte punti sul dato della remunerazione elevata (ma questo può dipendere anche dalla necessità di attrarre nuovi profili storicamente più legati al settore privato). È però fin troppo superficiale parlare in relazione all’online recruitment di intelligence 2.0 o addirittura di una nuova era per i servizi di informazione, a maggior ragione se si considera il momento difficile che attraversa il settore, scosso da scandali quali l’NSAgate, oltre che dal pericoloso rischio di contagio del concetto di open diplomacy che si è diffuso in altri ambienti correlati. In realtà l’online recruitment, non è un aspetto esteriore di tale crisi, quanto una naturale conseguenza della maggiore richiesta di trasparenza delle procedure da parte delle amministrazioni democratiche occidentali. Attiene dunque più al metodo di organizzazione della cosa pubblica che alla mera gestione dei servizi informativi. D’altro canto non vi è traccia di online recruitment per intelligence al di fuori dell’ex blocco occidentale. Inoltre risulta difficile condurre una precisa valutazione d’impatto del fenomeno, dal momento che non vi sono dati precisi su quanti operatori di intelligence effettivamente siano stati reclutati in tal modo. Di conseguenza è del tutto impossibile riuscire a stabilire se l’online recruitment stia portando al superamento dei più comuni metodi di selezione del personale quali la cooptazione, il concorso pubblico e lo spoils system.