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Tutti contro l’Iran

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha accusato apertamente l’Iran di violare l’accordo sul nucleare, e ha dichiarato di possedere 55 mila documenti che dimostrano la volontà di Teheran di sviluppare ordigni atomici. Il 12 maggio Trump si pronuncerà sull’accordo sul nucleare. Intanto il giovane leader dell’Arabia Saudita, bin Salman, critica Abu Mazen e apre ufficialmente a Israele. Le convergenze di interessi e le alleanze sono oramai palesi: quali scenari futuri ci saranno tra l’Iran e la regione mediorientale?

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“Credo che ogni popolo, ovunque, abbia il diritto di vivere nella sua nazione pacificaCredo che i palestinesi e gli israeliani abbiano il diritto di avere la loro terra”. L’intervista di inizio aprile rilasciata dal giovane leader saudita al giornale The Atlantic, non ha fatto altro che evidenziare una convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele, in chiave anti iraniana, che molti analisti avevano ipotizzato dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il viaggio nel maggio del 2017 del neo presidente statunitense in Medio Oriente aveva chiarito in maniera netta le intenzioni dell’attuale amministrazione repubblicana sulla regione: il ritorno alle alleanza tradizionali di Washington e la sfida aperta alla Repubblica Islamica. La grande differenza con l’amministrazione Obama, che dell’Iran aveva fatto un interlocutore internazionale con la firma dell’accordo sul nucleare del 2015.
Dopo diversi mesi di trattative, e diversi cambi di poltrona all’interno dell’amministrazione, il presidente statunitense è riuscito a posizionare le pedine sulla scacchiera immaginata a inizio mandato: la convergenza tra l’Arabia Saudita e Israele è oramai palese. Le dichiarazioni di Bin Salman sono storiche, per portata e impatto mediatico, e le critiche ad Abu Mazen degli ultimi giorni rafforzano il messaggio di apertura verso Israele.
Nel frattempo, il primo ministro israeliano Netanyahu ha apertamente attaccato l’Iran, accusandolo di non rispettare l’accordo sul nucleare. Il premier israeliano ha dichiarato che il Mossad possiede oltre 55mila documenti che provano la volontà e il progetto iraniano di costruire ordigni atomici da installare su vettori balistici in grado di attaccare ogni stato della regione. Inoltre, il parlamento israeliano ha approvato una legge che consente al premier di dichiarare guerra “in circostanze eccezionali” con il solo consenso del ministro della difesa. Toni incandescenti e provvedimenti politici che denotano una volontà di agire in maniera rapida, e che probabilmente anticiperanno la futura uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare.
Mike Pompeo, neo segretario di stato americano che sembra essere in completa simbiosi con il presidente Trump, al centro di numerose trattative diplomatiche (non ultimo il dossier coreano), nel corso di un incontro con il presidente Netanyahu ha affermato di condividere la paura e il timore che le azioni iraniane nella regione siano di intralcio alla pacificazione dell’aerea, ribadendo il suo appoggio al leader israeliano.

Il nuovo corso in politica estera inaugurato da Donald Trump riporta quindi le alleanze degli Stati Uniti in Medio Oriente nel percorso più tradizionale: Israele e Arabia Saudita tornano ad essere i pilastri delle politiche di Washington della regione. L’obiettivo è quello di responsabilizzare gli storici alleati nel contrastare l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente, giunta ai massimi livelli dopo l’inizio delle Primavere Arabe. Il tutto nel paradigma teorico e politico di Trump che spinge per una convergenza tra i due paesi alleati al fine di disimpegnare gran parte delle risorse americane dalla regione, come promesso a più riprese in campagna elettorale.
Impedire un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente fondato, tra gli altri, anche sul ruolo dell’Iran è l’imperativo strategico degli Stati Uniti e degli alleati regionali.
E’ un obiettivo perseguibile? Uno dei tasselli che avrebbero senza dubbio aiutato il raggiungimento del risultato sarebbe stata la capitolazione del regime di Assad in Siria, che avrebbe certamente minato nelle fondamenta l’influenza iraniana nel territorio siriano, tagliando il cosiddetto “corridoio sciita” che da Teheran arriva a Beirut.
Un obiettivo che, a detta dei principali analisti, è oramai difficilmente perseguibile: al contrario l’Iran e le sue milizie hanno consolidato un potere notevole in diverse zone del territorio siriano.

Una nuova strategia per raggiungere l’obiettivo, per Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, è quella che prevede l’annullamento, o quanto meno la delegittimazione, dell’accordo sul nucleare. Le accuse di Netanyahu all’Iran, pochi giorni prima dell’annuncio (previsto il 12 maggio) di Trump sul futuro dell’accordo, vanno lette in questa ottica.
La pianificazione di nuove sanzioni economiche da parte di Washington, unita alla postura militare maggiormente aggressiva di Israele e Arabia Saudita, è una seconda strategia che può colpire l’Iran, costretto a fronteggiare economicamente il rischio di nuove sanzioni e insieme a concentrare gli sforzi di bilancio sulla spesa nella difesa. Una doppia pressione che può mettere in difficoltà gli sforzi iraniani di integrazione al sistema economico internazionale da una parte, e di mantenimento di una posizione militare di vertice nelle gerarchie regionali.
Ipotizzare un first strike israeliano, o saudita, in territorio iraniano è invece difficilmente prevedibile: l’Iran ha una grande forza di deterrenza schierata vicina ad entrambi i confini dei due paesi. Da una parte con Hezbollah e diverse milizie sciite in Siria, dall’altra con gli Houthi nello Yemen, ribelli che controllano larga parte del territorio e che non di rado effettuano lanci di missili contro Riyadh. Oltre a questo è sempre bene ricordare che l’Iran possiede un arsenale balistico in grado di poter colpire entrambi i paesi considerati nemici.

L’equilibrio di potere nel Medio Oriente continua a mantenersi, seppur in bilico, tramite il ruolo delle due potenze maggiori esterne alla regione, Stati Uniti e Russia, garanti dei due diversi schieramenti presenti sul campo. I futuri scenari vanno ancora analizzati tramite un approccio sistemico che guardi con attenzione alle decisioni e alle mosse delle potenze esterne,  ricordandosi però contemporaneamente di non sottovalutare gli interessi degli attori locali. L’ultimo rapporto SIPRI, uscito in questi giorni, evidenzia un significativo aumento nella spesa militare da parte di Arabia Saudita (9,2%) e Iran (19%) rispetto allo scorso anno. Un dato da evidenziare, che conferma come i toni incandescenti delle dichiarazioni siano accompagnati da reali scelte politiche a lungo termine.

Al via il giacimento Zohr. E ora?

A poco più di due anni dalla sua scoperta, prende avvio la produzione di gas dal giacimento egiziano di Zohr. Una scoperta che potrebbe trasformare l’Egitto da Paese importatore a Paese esportatore. Ma resta aperto il problema di come collegare il Mediterraneo Orientale all’Europa

Al via il giacimento Zohr. E ora? - Geopolitica.info

 Con la scoperta di Zohr, al largo delle coste egiziane, che si aggiunge a quella di altri importanti giacimenti di gas nell’offshore di Cipro (Aphrodite) e di Israele (Tamar e Leviatano), il Mediterraneo Orientale ha assunto sempre più un ruolo rilevante negli scenari energetici mondiali. Una volta che tutti questi giacimenti saranno a regime, infatti, si stima che da quella zona del Mediterraneo sarà possibile estrarre sino a 1.890 miliardi di metri cubi di gas. E poco meno della metà di tali riserve, in particolare, proverrà proprio dal giacimento egiziano di Zohr.

Un giacimento a tempo di record

Era il 30 agosto 2015 quando Eni annunciò la scoperta, nel blocco di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto a circa 190 chilometri a nord di Port Said, di quel giacimento che ben presto si rivelerà essere il più grande giacimento di gas mai scoperto nel Mediterraneo (nonché il più importante al mondo negli ultimi anni). Ed ora, a circa due anni e mezzo dalla sua scoperta, il giacimento di Zohr ha avviato la propria produzione. Una tempistica record per un giacimento che, con una stima di 850 miliardi di metri cubi di gas, è quasi sette volte maggiore di Aphrodite, tre volte maggiore di Tamar e superiore perfino al maxi giacimento Leviatano.

Cosa cambia per l’Egitto

Il giacimento di Zohr sembra offrire importanti prospettive per lo sviluppo energetico (ed economico) dell’Egitto e per il suo posizionamento quale hub regionale del gas (sebbene a tale titolo concorrano anche altri Paesi quali, ad esempio, la Turchia). Tale scoperta, infatti, avviene in un momento di difficoltà per il Paese, il quale, a partire dal 2010, non è più stato in grado di soddisfare la crescente domanda interna di gas. Da un lato, quindi, l’Egitto ha dismesso il proprio ruolo di Paese esportatore di gas naturale, con i terminali di liquefazione di Idku e Damietta che sono oggi sostanzialmente fermi. Dall’altro lato, il Paese nordafricano è diventato un importatore netto di gas naturale liquefatto, situazione che potrebbe rimanere stabile almeno per i prossimi cinque anni quando, qualora il giacimento di Zohr dovesse divenire pienamente operativo, l’Egitto potrebbe tornare ad essere un Paese esportatore di GNL.

Dove andrà il gas di Zohr

Per tali ragioni, quindi, il gas proveniente dal giacimento al largo delle coste egiziane sarà destinato primariamente al mercato interno e, quindi, al soddisfacimento della domanda interna di gas. Ciò sarà vero, soprattutto, per quanto riguarda la fase iniziale di sfruttamento del giacimento. Se il consumo domestico rimane la destinazione principale delle riserve di gas scoperte nel giacimento di Zohr, l’esportazione di una quantità, seppur limitata, di gas resta comunque un’opzione sul tavolo per il Governo egiziano, soprattutto una volta che l’Egitto avrà raggiunto una certa autosufficienza energetica (dopo il 2020). È infatti solamente attraverso l’export di una parte della propria produzione di gas, a maggior ragione se nell’ambito di una cooperazione regionale con Israele e Cipro, che passa la possibilità per l’Egitto di diventare un hub del gas nel Mediterraneo Orientale, ponendosi così al centro della cooperazione energetica regionale. Ma resta quindi aperto il problema di come trasportare il gas naturale.

L’Egitto come hub del GNL

In Egitto sono già operativi due terminali di liquefazione, quelli di Idku e Damietta, che hanno una capacità totale di export pari a 19 bcm all’anno (da tempo, inoltre, nel Paese si parla della possibilità di espandere la portata dei due impianti). Poiché la maggior parte del gas contenuto nel giacimento di Zohr verrà utilizzata dal Cairo per il soddisfacimento della domanda interna, parte della capacità dei due terminal potrebbe essere utilizzata per l’esportazione del gas proveniente da Cipro e Israele. In tal senso, ad esempio, si muove l’accordo firmato nell’agosto 2016 tra Nicosia e Il Cairo per porre le basi della costruzione

di un gasdotto capace di collegare il giacimento di Aphrodite con i due terminal egiziani di liquefazione. Se da una prospettiva economica l’investimento ridotto necessario per l’implementazione di tale soluzione costituisce un grande vantaggio, dall’altro lato fattori politici, come la preoccupazione di Israele per una eccessiva dipendenza dall’Egitto per le proprie esportazioni, rappresentano ancor un importante ostacolo a fare dell’Egitto il baricentro del gas nel Mediterraneo orientale.

Il gasdotto East Med

Quella del GNL non è però l’unica strada percorribile, anche se l’opzione certamente più flessibile e oggi più conveniente. Al di là della via turca, che comporterebbe la costruzione di un gasdotto sottomarino in grado di collegare i giacimenti del Mediterraneo Orientale con il territorio turco, dal quale poi il gas potrebbe essere convogliato verso il mercato europeo tramite il Corridoio Sud del Gas grazie ad un allaccio con il Trans-Anatolian Gas Pipeline (TANAP), l’opzione che oggi viene ampiamente discussa sui tavoli della diplomazia europea è rappresentata da East Med. Un gasdotto sottomarino che, secondo il Ministro israeliano dell’Energia Steinitz, potrebbe essere realizzato entro i prossimi 5-6 anni e che sarebbe il più lungo e profondo al mondo, con i suoi 2.200 km di lunghezza e 3 km di profondità, in grado di portare sul mercato europeo circa 10 bcm di gas all’anno. East Med gode di un forte sostegno politico, in particolare da parte delle istituzioni europee, ma deve fare i conti con i costi di realizzazione, 6 miliardi di euro. Un costo particolarmente elevato se paragonato ai 9,5 miliardi di euro necessari per la realizzazione di Nord Stream 2, il gasdotto che porterà una quantità di gas (russo) in Germania pari a quasi 6 volte quella che verrà trasportata da East Med.

 

Temple Mount v Haram al-Sharif: The Clashing of Narratives

The recent Jerusalem crisis has not brought to a more violent escalation for the time being, but a close analysis leads to focus the attention on the narratives, national symbols and political goals of the parties.

Temple Mount v Haram al-Sharif: The Clashing of Narratives - Geopolitica.info

The smuggling of weapons and the killing of two Israeli police officers on Haram al-Sharif unleashed weeks of tension, riots, and political crisis in Jerusalem.

Acts of violence on holy thresholds are not new to history. In these last two decades the world has seen scenes of conflicts involving holy sites with a steadier increase. Worth of mention are the acts of violence at Hebron’s Cave of the Patriarchs, Joseph’s Tomb in Nablus, the Church ofNativity in Bethlehem, cemeteries, and so on. The Middle East and Central Asia are constantly hit by attacks on mosques and religious followers. Even the Grand Mosque in Mecca, the Prophet’s Mosque of Medina and the Great Mosque of al-Nuri in Mosul have not been spared from this spiral of violence.

Following these attacks, all Middle Eastern governments have put in place security measures to prevent other attacks and acts of violence against followers from taking place. It must not surprise therefore that the Israeli government had decided to start using metal detectors first and cameras later on.

The setting up of stricter security measures have resulted into the open protest of Palestinian authorities, both political and religious, representatives, and people. Also Jordan, as the official protector of Muslim sites in Jerusalem, and the Arab League were involved into the crisis.

But while the metal detectors were a casus belli, the crisis has brought up once again the conflict’s political and religious related issues.

One of the main trigger points is the narrative about the sanctuary: Temple Mount for Jews and Haram al-Sharif for Muslims. For most of Jews that is the place were the two previous Jewish temples stood and were the third temple will be built. For most of Muslims that is the place were the prophet Mohammed was lead during a dream making it the third most important place for Sunni Islam. Often these places have been used as propaganda against the opposing party, portraying them as the destroyers of the holy sites.

Particularly relevant to the issue is the campaign launched in 1929 by then Jerusalem’s mufti Hajj Amin al-Husseini that portrayed the Al-Aqsa mosque as in danger because of the Zionist movement and its aim to exercise the right of self-determination of the Jews. Today the legacy of al-Husseini’s campaign has been taken by the Israeli Arab sheikh Raed Salah and sheikh al-Qardawi, spiritual leader of the Muslim Brotherhood.

A close analysis of the parties’ holy scriptures bring to the conclusion that neither the exact place of where the third temple has to be built is mentioned, nor it is absolutely sure the al-Aqsa mosque in Jerusalem is the al-Aqsa mosque mentioned in the Quran. But the collective memory of a people is based less on what the texts say and more on the stories passed from generation to generation through the centuries.

The trends of the Israeli-Palestinian conflict are not encouraging. They show a slow but steady resort to violence. Unless courageous leaders step up to sign an all comprehensive deal that includes also the narratives of people, the next rounds will be more and more violent.