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Crisi dei rapporti russo – israeliani?

L’abbattimento del Il-20 da ricognizione lo scorso 17 settembre è stato un evento grave. Dopo la perdita di un aereo e soprattutto di 15 militari la postura russa nel teatro siriano non poteva non cambiare. Putin ha smorzato i toni dopo la prima furente dichiarazione del ministro Shoigu ma nonostante le migliori intenzioni del presidente si è verificata una rottura tra Russia e Israele. Su Rossija 1, tv di stato moscovita, si reputano insincere e non convincenti le giustificazioni israeliane. L’area già travagliata dalla guerra civile rischia ora di divenire lo scenario di un confronto russo-israeliano che si era cercato per anni di evitare.

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La risposta del Generale

La realtà nel teatro siriano è molto complessa. Israeliani, statunitensi, francesi e inglesi hanno dato prova di poter colpire ovunque con armi stand-off senza timore di ritorsioni. Il Generale Sergei Kuzhugetovich Shoigu, ministro della difesa della Federazione Russa, ha deciso di modificare gli equilibri di teatro giustificandosi con la recente perdita. Non vi sono dubbi riguardo l’appoggio presidenziale alle iniziative dei militari ma Putin ha scelto di non farsi carico personalmente, almeno a livello d’immagine, di tali responsabilità. La prima e più immediata mossa, è stata procedere al jamming dei radar, dei sistemi di navigazione e di comunicazione satellitare di qualsiasi velivolo, che si trovi nello spazio aereo siriano o nel Mediterraneo nord orientale diretto ad effettuare strike in Siria. Non bisogna sottovalutare l’importanza di questa misura di guerra elettronica infatti le forze russe possono limitare molto l’efficacia delle aviazioni alleate grazie a questo strumento. Di gran lunga più importante a livello strategico è però la concessione ad Assad del sistema S-300.  Il complesso missilistico è tecnologicamente allo stato dell’arte e garantisce la difesa anti-aerea e anti-missile a lungo raggio. Secondo il ministro della difesa di Mosca i siriani sono equipaggiati con il sistema di controllo fuoco e identificazione friend/foe attualmente in uso nelle unità russe e mai esportato prima. Tale gesto è una rarità nella condotta di affari all’estero da parte di Mosca che ha spesso venduto armamenti ad uno standard tecnologico inferiore, e a volte di molto, a quello delle proprie forze armate. Già i complessi anti-aerei Pantsir S1 per la difesa a corto raggio avevano aumentato le capacità difensive di Damasco ma ora con un sistema tanto potente e avanzato gli si permette non solo di contrastare sciami di missili cruise ma anche di colpire aerei nemici a grande distanza. Shoigu ha concluso il suo breve secondo comunicato dicendosi fiducioso che le misure prese contribuiranno a tenere più al sicuro il personale militare russo calmando le “teste calde”, non lasciando dubbi sul destinatario.

Uno scacco a Israele?

Quali sono le reali prestazioni degli S-300? Capaci di colpire aerei e missili nemici a più di 240 km una batteria schierata nei pressi di Damasco potrebbe ingaggiare bersagli ben oltre Nazareth, il lago di Tiberiade in quasi tutto il nord di Israele. Per la IAF il cielo siriano non sarebbe più un’area di semi-libero sorvolo e strike ma piuttosto proprio gli aerei con la stella di Davide verrebbero individuati e potenzialmente abbattuti ben al di qua dei propri confini nazionali. Limitazioni operative totalmente inaccettabili per lo stato ebraico. Il 10 febbraio scorso si verificò l’abbattimento di un F-16 israeliano da parte della contraerea siriana, in tale occasione il ministro della difesa di Israele, Avigdor Lieberman, aveva dichiarato: “Se qualcuno spara ai nostri aerei noi li annienteremo”. Parole che vennero seguite da una notte di raid israeliani in tutta la Siria, particolarmente importanti furono le missioni di Suppression of Enemy Air Defences (SEAD). Eventi che visti in prospettiva fanno prevedere un’automatica e soverchiante risposta nel caso aerei israeliani vengano nuovamente ingaggiati dai siriani. Gli F-35 potrebbero essere la migliore risorsa di Israele contro gli S-300 in virtù della loro quasi nulla tracciabilità radar ma le missioni di SEAD sono sempre molto rischiose e con l’elettronica disturbata dai russi tali costosissimi aerei verrebbero a trovarsi in seria difficoltà.

Cosa può succedere

John Bolton, National Security Advisor di Trump, ha definito la consegna ai siriani del sistema russo una “significant escalation”. Uno scontro è possibile, se non probabile, e Mosca sa di non poterselo permettere, per quanto concerne la scarsa capacità russa di alimentare un grande sforzo all’estero. Consegnare armi tanto potenti ad un attore come Assad sembra dunque una mossa folle. Un precedente storico potrebbe però fornire una chiave di lettura degli eventi così da non lasciarsi ingannare dalle apparenze. Durante la guerra d’attrito, 1967-1970, erano i “consiglieri” sovietici ad azionare i radar e i missili dell’esercito egiziano. Uno stratagemma che potrebbe rivelarsi altrettanto efficace al giorno d’oggi. Il Cremlino dunque controllerebbe direttamente gli S-300, decidendo quando e se ingaggiare gli aerei alleati ma assicurandosi allo stesso tempo la possibilità di negare il proprio coinvolgimento nell’azione e scaricando ogni responsabilità sui male addestrati siriani già colpevoli per l’abbattimento dell’Il-20. Non vi sono dubbi sulla pericolosità di un tale approccio da parte di Mosca infatti per quanto i missili si trovino già in Siria passerà ancora del tempo prima che diventino operativi.
I leader dei due paesi sanno che per i rispettivi interessi strategici è vitale non ostacolarsi vicendevolmente e in ultima analisi risulta più probabile che la mossa russa sia volta a ristabilire la propria autorevolezza e non a sgretolare i buoni rapporti con Israele. È infatti vitale per il Presidente Putin mantenere alta la credibilità delle proprie forze armate soprattutto nel teatro siriano dove da esse dipende il mantenimento al potere di Bashar al-Assad. Per Netanyahu è invece necessario lo spazio aereo di Damasco per colpire gli iraniani e le loro basi nel paese, da qui la volontà reciproca di arrivare a “colloqui in tempi brevi” come annunciato negli ultimi giorni.

L’incerto destino delle comunità beduine

Lo scorso 5 Settembre la Corte Suprema Israeliana ha rigettato l’appello contro la demolizione del villaggio beduino di Al Khan Al-Ahmar nel deserto ad Ovest di Gerusalemme dove vivono circa 180 persone tra uomini, donne e bambini. Il villaggio è particolarmente importante anche per il fatto di ospitare la scuola ecologica di gomme costruita con l’impegno della ONG “Vento Di Terra” che ospita circa 160 alunni offrendo istruzione e speranza.

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Scuola di Gomme, villaggio di Al Khan Al-Ahmar.

Dopo L’approvazione della legge da parte del Parlamento israeliano che indica Israele come “Stato-Nazione degli Ebrei” continua anche il processo di colonizzazione dell’area C importante per il rafforzamento territoriale Israeliano che deve velocizzare la “pratica” Palestinese per poter fronteggiare le crescenti minacce provenienti dai paesi vicini tra cui l’Iran di Hassan Rouhani principale nemico nello scacchiere geopolitico Medio-orientale d’Israele.

Circa un mese ho visitato il villaggio beduino ad Al Khan Al-Ahmar ed ho incontrato il responsabile tecnico-amministrativo della comunità che mi ha detto che si aspettavano una sentenza negativa nei loro confronti e nei confronti di tutte le comunità beduine che abitano la zona, perché in contrasto con i piani del fiorente stato israeliano. Se dal punto di vista del diritto internazionale l’espropriazione di quelle terre va contro molti diritti della persona umana indicati nella Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei Rifugiati del 1951, secondo la corte suprema israeliana il villaggio è stato costruito in contrapposizione alle leggi interne esistenti e quindi dev’essere demolito, però da un punti di vista geopolitico il villaggio si trova proprio al centro di due insediamenti e la sua rimozione comporterebbe lo sblocco di un corridoio usufruibile per agevolare gli spostamenti israeliani così da rafforzare nel tempo la presenza nell’Area C fino ad un completo controllo della stessa.

Due bambini della comunità beduina.

Nell’ottica colonizzante la destra che si trova al governo d’Israele oggi ha offerto alla comunità beduina di stabilirsi temporaneamente in un sito vicino alla città palestinese di Abu-Dis, ma la sistemazione definitiva e con esse il destino di queste 180 persone nonché dell’intera comunità beduina Palestinese che oggi conta 18 villaggi rimane incerto. In futuro, solamente due possibili soluzioni sembrano prefigurarsi: una che consiste nell’intervento della comunità internazionale che per tutelare  i diritti dei palestinesi spinga per la soluzione a due stati, attraverso presenza effettiva e monitoraggio fino ad una completa realizzazione dello stesso, oppure quel piccolo, diviso e debole Stato Palestinese che oggi ha due linee governative, quella più rigida e violenta di Hamas sulla striscia di Gaza e quella dell’Autorità Nazionale Palestinese che governa la West Bank con un approccio più diplomatico e garantista, è destinato a dissolversi sotto i colpi legislativi e militari di Israele.

Cosa è successo ieri in Siria

Alta tensione in Siria: nella notte bombardamenti su diversi target nella zona di Latakia. Abbattuto un aereo russo per errore dalla contraerea siriana. Tutto questo dopo che Erdogan e Putin, a Sochi, avevano trovato un accordo per evitare un’offensiva militare su Idlib.

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La giornata di ieri, 17 settembre, era iniziata con una notizia distensiva per la Siria. A Sochi, nella residenza estiva di Putin, il leader russo e il presidente turco Erdogan si sono incontrati per trovare una soluzione per la provincia di Idlib. Durante il trilaterale di Teheran del 7 settembre, che aveva coinvolto Russia, Turchia e Iran, era proprio il presidente turco che più di tutti aveva spinto affinché venisse evitata una campagna militare sulla provincia siriana: Erdogan temeva una nuova ondata di profughi nel proprio paese, che già ospita circa 3 milioni di siriani.
Durante l’incontro di ieri il leader turco è riuscito ad evitare la temuta offensiva militare: Russia e Turchia hanno presentato un piano diplomatico che prevede la creazione di una zona smilitarizzata profonda circa 20 chilometri, che interesserà gran parte della provincia di Idlib. La zona cuscinetto dovrà essere istituita entro il 15 ottobre: porterà al ritiro di tutti i combattenti considerati “radicali” e al “ripiegamento di tutti gli armamenti pesanti nella zona”. La gestione della sicurezza delle operazioni sarà affidata a gruppi mobili di contingenti turchi e alla polizia militare russa.
“Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib”, ha affermato Erdogan a margine dell’incontro.
Un accordo che soddisfa entrambe le parti: la Russia non si esporrà, nel breve termine, in un conflitto che rischia di attirare le critiche di gran parte della comunità internazionale, dato l’alto numero di civili presenti nell’area; la Turchia scongiura il rischio della nuova ondata di profughi a ridosso dei propri confini. Anche la Siria e l’Iran, spettatori interessati dell’incontro, possono ritenersi soddisfatti: l’alto numero di combattenti sparso nella provincia di Idlib, diviso tra milizie jihadiste e oppositori di Assad, avrebbe potuto tramutare l’offensiva militare in una campagna lunga diverse settimane, e ad alto rischio di perdite. Non a caso il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato di aver accolto con favore l’accordo russo-turco su Idlib.
Al momento Assad dovrà rinunciare a riconquistare la cosiddetta “ultima provincia nemica”: il rapporto tra la Russia e la Turchia, paese Nato che si sta allontanando da Washington, per Putin vale più della provincia siriana.

La distensione del pomeriggio è durata poco: gli eventi mutevoli, a cui lo scenario mediorientale ci ha spesso abituato, hanno preso una piega inaspettata nella notte.
4 F-16 israeliani hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Latakia: il ministero della difesa israeliano ha diramato un comunicato spiegando che gli obiettivi erano strutture dell’esercito siriano nelle quali si confezionavano armi destinate a Hezbollah tramite l’Iran. Durante l’attacco nella notte, il sistema di difesa S-200 siriano ha colpito per errore un aereo da ricognizione russo che si trovava nella zona. Il ministero della difesa russo ha denunciato “l’azione irresponsabile di Israele” come causa della tragedia aerea. Israele ha avvertito dell’attacco con gli F16 contro siti siriani con un solo minuto di anticipo, “non assicurando agli aerei russi il tempo necessario di mettersi in sicurezza”. Sempre secondo il ministero della difesa russo i piloti israeliani avrebbero usato l’aereo russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze siriane di difesa aerea. Avendo una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 siriano. Nella mattinata è stato convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano dal ministero degli esteri russo, per riferire dell’abbattimento dell’aereo e dell’operazione militare di Israele. 
Poche ore dopo è direttamente Putin ad abbassare i toni durante una conferenza stampa, bollando i fatti della notte come “il risultato di una catena di tragici errori”.
Il ministero della difesa israeliano ha nel frattempo diramato un comunicato ufficiale, nel quale mostra cordoglio alle vittime militari russe e accusando Damasco dell’abbattimento.
Una delle possibili azioni che Putin potrebbe intraprendere è quella di aumentare le risorse militare nelle basi nei pressi di Latakia: al momento non si hanno conferme, bisognerà attendere i prossimi giorni.
Sempre nella notte fonti russe hanno registrato il lancio di cruise dalla fregata francese “Auvergne”: Parigi nega ogni coinvolgimento.
La partita siriana è ancora aperta.

La guerra tra Israele e Iran per il controllo del Golan

La situazione nel Levante Arabo e in particolare nella zona del Mashriq, l’area che fin dai tempi della Sublime Porta, indicava le attuali regioni di Israele, Palestina, Siria, Libano, Giordania, sud della Turchia, è caratterizzata in queste ultime settimane da un notevole fermento.  Una guerra, quella siriana, sta auspicabilmente finendo, altri focolai vanno però accendendosi ai quattro angoli della regione. Il Golan in particolare sembra essere l’area in cui Israele e Iran potrebbero decidere di regolare questioni aperte da decenni.

La guerra tra Israele e Iran per il controllo del Golan - Geopolitica.info

Una serie di fatti, curiosamente concentratisi nelle ultime settimane indicano una certa dinamicità che caratterizza tutti gli attori della regione. Stati Uniti, Israele, Iran e Russia, direttamente attraverso dichiarazioni ufficiali o per il tramite degli alleati regionali, stanno muovendo pedine nello scacchiere. Il centro nevralgico di tale dinamicità è rappresentato dalle alture del Golan, l’area montuosa al confine tra Israele e Siria, occupata dall’IDF dal 1967 e smilitarizzata con l’Accordo sul disimpegno con l’esercito siriano, garantito dall’ONU e risalente al 1974. Proviamo a mettere in sequenza alcuni di questi fatti e a preconizzarne i possibili sviluppi.

L’evacuazione dei caschi bianchi

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio, sul Golan si è svolta una spettacolare operazione di evacuazione di 442 caschi bianchi, la cd Difesa Civile Siriana, organizzazione umanitaria, peraltro discussa, che da anni si occupa di assistere i civili nelle zone sotto il controllo dell’opposizione al regime di Damasco.

Il governo siriano denuncia che l’organizzazione, secondo il regime finanziata dagli USA e da Soros, rappresenterebbe in realtà una colossale operazione della CIA per sostenere i ribelli e i terroristi islamici. Effettivamente i caschi bianchi da anni, attraverso un uso sapiente dei social media, denunciano le violazione dei diritti umani e i crimini di guerra delle forze di Assad: bombardamenti indiscriminati, torture, uccisioni e non ultimo, l’uso di armi chimiche, compreso il discusso attacco con cloro e gas nervino nella Ghoutha orientale a Douma nello scorso aprile.

I 442 evacuati (all’inizio si era parlato di 800), provenivano dall’area di Daraa, dove le truppe di Assad appoggiate dai Russi e da Hizb’Allah,stanno combattendo una delle ultime battaglie decisive per la riconquista di una delle poche porzioni di territorio siriano ancora in mano ai ribelli. Gli uomini appartenenti all’organizzazione umanitaria e le loro famiglie sarebbero potuti entrare in Giordania direttamente dalla zona di Daraa, tuttavia trattandosi di una zona controllata da Hizb’Allah e da truppe governative siriane e temendo rappresaglie, hanno ottenuto l’ingresso in Israele attraverso il valico di Kuneitra, per il tramite della fascia di sicurezza sulle alture del Golan. Ad attenderli c’erano l’esercito israeliano e i media. Operatori umanitari e famiglie sono stati presi in consegna e accompagnati fino al confine con la Giordania. Dalla Giordania gli evacuati prenderanno la via della Germania e del Canada.

L’operazione di Israele, ha avuto ovviamente il placet americano e ha rappresentato un ottimo battage pubblicitario per lo Stato ebraico. Non è allo stesso modo chiaro il ruolo giocato dalla Russia. Fonti russe hanno smentito che vi fosse il placet di Mosca all’evacuazione, tuttavia appare difficile che una tale operazione possa essere avvenuta senza il consenso russo.

Attacco israeliano su Masyaf

Il 22 Luglio, poche ore prima dell’operazione di evacuazione sul Golan, l’aviazione israeliana ha bombardato un sito siriano nella città di Masyaf nella provincia di Hama. Si tratta dello stesso sito già colpito nel settembre del 2017,in cui l’intelligence israeliana sostiene vengano prodottearmi chimiche. L’operazione sembra aver avuto un ulteriore seguito il 5 agosto scorso, allorché un ordigno ha ucciso sempre ad Hama il generale Aziz Asbar, scienziato siriano a capo del centro di ricerche di Masyaf nonché, secondo fonti vicine all’opposizione siriana, di un programma per lo sviluppo di produzione di missili terra-terra a corto raggioin collaborazione con l’Iran. Il ruolo dello scienziato e l’attribuzione della sua morte ad un’operazione israeliana è ovviamente tutta da verificare.

 La visita di Lavrov in Israele

Sempre nelle stesse ore (il 23 luglio), a sorpresa il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, accompagnato dal capo di stato maggiore Valeri Guerassimov, si è recato in visita a Gerusalemme per incontrare Benyamin Netanyahu, anche lui accompagnato dal ministro della difesa Avigdor Lieberman.

Dagli scarni resoconti sull’incontro, è ipotizzabile che  Netanyahu e Lavrov abbiano discusso della situazione che va prospettandosi al confine tra Siria e Israele, ovvero nella zona delle alture del Golan. A preoccupare Israele non è tanto il ritorno delle truppe di Assad nella zona, quanto la presenza dell’Hizb’Allah libanese e dei quadri di comando della Forza Qubs, le truppe speciali dei Guardiani della Rivoluzione presenti in Siria e sotto il comando del Generale Qasem Soleimani.

Lavrov avrebbe promesso a Netanyahu 100 Km di cuscinetto entro cui le milizie Hizb’Allah non dovrebbero poter penetrare. Preme ricordare che il Golan è sotto controllo israeliano dalla guerra del 1967, possesso ulteriormente ribadito dalla vittoriosa conclusione della guerra dello Yom Kippur (1973). Dal 1974 sul Golan l’ONU attraverso i reparti dell’UNDOF (United Nations Disengagement Observer Force), garantisce il controllo di una fascia di sicurezza smilitarizzata in cui né gli israeliani né i siriani possono penetrare. La promessa di Lavrov comporterebbe ulteriori 100 km di sicurezza, ma in Israele c’è scetticismo.

Pattuglie russe sul Golan

Promesse a parte la Russia è ben decisa a giocare fino in fondo la propria partita in Siria. La novità di queste ore è rappresentata dalla presenza di 8 pattuglie formate da soldati ceceni inquadrati tra le truppe russe che Mosca ha messo a pattugliare le alture. Le pattuglie cecene si aggiungono a quelle dell’ONU senza che sia stata prevista/condivisa alcuna integrazione. La circostanza è curiosa e non è chiaro se tale novità sia frutto dei colloqui tra  Netanyahu e Lavrov o se si tratta di un’iniziativa russa volta a rimarcare il rinnovato ruolo nella regione.

I caschi blu della missione della Forza di disimpegno degli osservatori Onu hanno comunque potuto effettuare, dopo ben sei anni, la prima pattuglia nell’aerea della linea di disimpegno tra Siria e Israele accompagnati dalla polizia militare russa. A riferirlo è stato il generale Sergej Rudskoy, responsabile del comando operativo dello Stato maggiore russo. Secondo l’alto ufficiale le forze siriane avrebbero ripreso il completo controllo dell’area creando le condizioni per la ripresa della missione ONU anche sul lato siriano del Golan. La missione si era interrotta  dopo che i ribelli siriani avevano sequestrato 21 caschi blu, rilasciandoli dopo quattro giorni nel 2011.

Al di là della propaganda di Mosca e della volontà di mostrarsi al mondo come agenti del ripristino della legalità internazionale, qual è il beneficio per Mosca di mettersi in mezzo tra Israele e milizie sciite? E soprattutto Israele ha da guadagnarne o meno a mettere la propria sicurezza in mano ai russi?

Il pericolo di un incidente

Nelle stesse ore in cui si svolgevano i colloqui Netanyahu – Lavrov il sistema mobile di difesa antimissile israeliano “Fionda di Davide”, si metteva in azione per provare ad intercettare due missili russi SS21, sparati dalla Siria in direzione del Golan. I due ordigni sono poi caduti in territorio siriano. Non è chiaro quale fosse l’obiettivo di tali ordigni.

Pochi giorni dopo, il 24 Luglio, un Sukhoi che avrebbe sconfinato di un paio di km in territorio israeliano, è stato abbattuto da una batteria di missili Patriot israeliana, sopra le alture del Golan. L’aereo russo, ma in dotazione alle truppe di Assad, era impegnato negli scontri con le forze ribelli ancora presenti nell’area, probabilmente miliziani dell’ISIS presenti nell’area di Yarmouk.

Questi due episodi dimostrano come al di là della volontà russa di fare da arbitro, il nervosismo israeliano nell’area rischi di produrre incidenti seri, anche perché negli ultimi mesi diverse sono state le incursioni dei jet con la stella di David in territorio siriano per colpire basi iraniane.

Guerra a bassa intensità e mediazione Russa. Per ora…

Andando a concludere è possibile affermare che Iran e Israele abbiano scelto la Siria come terreno di scontro su cui testare le rispettive dinamiche di potenza. Il problema è se i due contendenti e le rispettive élite politiche sapranno mantenere il sangue freddo,evitando che il conflitto assuma una chiave più diretta.

Le possibili escalation potrebbero presumibilmente essere due:

  • un’azione dei jet israeliani sul territorio iraniano per colpire i siti atomici. Improbabile almeno in questa fase;
  • un’azione israeliana di penetrazione in territorio siriano sul versante delle alture controllato da Damasco.

Appare certamente difficile stabilire se la seconda azione sia più probabile. Tuttavia è sicuramente in linea con la dottrina strategica della stato ebraico.

Al di là degli scontri e delle provocazioni, Israele è infatti impiegata da mesi in un’azione di tipico contenimento della penetrazione iraniana in Siria e probabilmente cerca nella Russia la sponda affinché questa abbia successo. Ciò nonostante si sta probabilmente preparando ad operazioni su più vasta scala. Alcune fonti segnalano infatti un rafforzamento della 210/a Divisione Bashan a guardia del Golan. Inutile ricordare come la dottrina israeliana preveda azioni di roll back. L’operazione Pace in Galilea dell’82, l’invasione del sud del Libano del 2006 e l’invasione di Gaza del 2009 ne sono esempio.

Una cosa è il ripristino di uno status quo che veda nuovamente la divisione Bashan fronteggiare truppe regolari di Damasco con l’ONU in mezzo, altra cosa è accettare che Pasdaran e Hizb’Allah possano istallarsi sul Golan siriano e di lì organizzare azioni di penetrazione in Alta Galilea. D’altro canto i vertici militari della Repubblica islamica non fanno mistero della volontà di stabilire ulteriormente la propria fascia d’influenza su tutto il Levante Arabo.

Putin, Trump e il futuro della Siria

Il 16 luglio, a Helsinki, si terrà l’importante incontro tra Putin e Trump. Diversi i temi caldi sul tavolo: dal commercio alla situazione in Ucraina, passando per il delicato scenario mediorientale. Proprio la Siria sembra essere uno dei principali nodi da sciogliere: il ruolo dell’Iran, le perplessità di Israele e il futuro di Assad.

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Donald Trump potrebbe insistere sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria: è una promessa di disimpegno che ha spesso sostenuto in campagna elettorale, in piena continuità con l’amministrazione precedente, e anche dopo l’ultimo raid condotto con gli alleati britannici e francesi in territorio siriano, la portavoce di Trump si è affrettata a dire che il progetto di ritiro delle truppe non era mai stato messo in dubbio.
E’ proprio di questo che si parlerà a Helsinki, come ipotizza Frederic Hof, ex consigliere del Dipartimento di Stato per la transizione in Siria: il presidente americano è intenzionato a riportare a casa i 2000 militari dislocati nel nord est del paese arabo. Sarebbe l’affermazione di una vittoria di Assad, e la consegna della ricostruzione del paese alla Russia, che al contrario della controparte statunitense è decisa a mantenere le sue basi in Siria.

Il disimpegno statunitense è chiaramente un campanello d’allarme per Israele, che tramite i suoi alti funzionari a più riprese ha dichiarato di non tollerare la presenza di uomini iraniani in Siria, specialmente a ridosso dei propri confini. Negli ultimi due mesi si sono intensificati raid e operazioni israeliane contro obiettivi della Repubblica Islamica in territorio siriano. Netanyahu ha fatto presente a Putin, nei vari incontri tra i due presidenti, che pretende la smobilitazione iraniana in Siria: un’ipotesi tutt’altro che semplice, dato che da Teheran hanno ribadito che rimarranno nel paese sino a che ne verrà fatta richiesta da Assad.
La soluzione che potrebbe accontentare entrambe le parti, con l’importante ruolo di mediatore svolto da Putin, è quella di creare un corridoio di 80 km a ridosso nei confini israeliani libero da uomini e milizie che rispondo a Teheran. Una sorta di zona cuscinetto, monitorata da Israele e sulla quale Putin non interferirebbe se, a fronte di mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran, l’aviazione israeliana decidesse di colpire le installazioni della Repubblica Islamica presenti nel corridoio.
Per l’Iran potrebbe essere un punto di incontro non così sconveniente da accettare per diversi motivi: prima di tutto avrebbe conseguito il suo interesse principale, cioè il mantenimento al potere di Assad, e quindi di un alleato di ferro nella regione; in seconda battuta verrebbe incontro a richieste di parti della società civile interna che chiedono un disimpegno dell’Iran dalla Siria; inoltre manterrebbe la sua presenza, strategicamente più importante per la propria sicurezza, nella zona orientale dell’Iraq. In più una pacificazione reale della Siria permetterebbe all’Iran di investire nella ricostruzione di Damasco, con le aziende di Teheran che sembrano aver ricevuto priorità nei futuri investimenti.

Una ulteriore conseguenza del disimpegno degli Stati Uniti dalla Siria è il ricongiungimento tra i curdi dello Ypg e l’esercito siriano. Il ritiro delle truppe statunitensi ha scatenato timore tra le fila dello Ypg, che rischia di essere esposto senza protezione all’ingombrante presenza turca. Per questo nelle ultime settimane ci sarebbero stati diversi incontri, a Damasco, tra membri dell’establishment siriano ed esponenti curdi. Ci sarebbe già un accordo di massima tra le parti, con il reinserimento dei combattenti dell’Ypg tra le fila dell’esercito regolare e una maggiore rappresentanza curda nella futura struttura politica della Siria. Al contrario i principali posti di frontiera sul confine iracheno e turco, al momento controllati dai curdi, torneranno sotto il controllo dell’esercito regolare.

In un contesto instabile come quello siriano, l’eventuale uscita di scena di una superpotenza genera dei vuoti che saranno colmati. La Russia di Putin si può consacrare come principale potenza garante del paese arabo per guidarne una transizione politica e una riappacificazione interna, e svolgere un ruolo di mediazione tra le potenze regionali. L’incontro di Helsinki può rappresentare un’opportunità storica per tentare di arrivare a una risoluzione di un conflitto che dura da troppo tempo.

Eretz Israel : il gioco di simulazione sulla nascita dello Stato di Israele

Nei giorni scorsi, durante l’iniziativa “Humanities in a Day”, due professori dell’Università di Torino, Giaime Alonge e Riccardo Fassone, hanno presentato Eretz Israel, prototipo per un gioco di simulazione sulla nascita dello Stato di Israele.

Eretz Israel : il gioco di simulazione sulla nascita dello Stato di Israele - Geopolitica.info

Nel gioco, ambientato tra il 1917 e il 1949, i partecipanti assumono la guida delle popolazioni arabe della zona e dei coloni ebrei in arrivo e, spostando le proprie risorse su di una mappa della regione con l’impiego di apposite carte ispirate ai più svariati eventi storici del periodo, determineranno la comparsa o meno della nuova nazione.

Come era facile prevedere, sono subito sorti dubbi in merito all’opportunità di tradurre una tematica così complessa e di stretta attualità in un gioco. Tali perplessità, sostengono tuttavia gli estimatori del genere, non tengono conto del fatto che un gioco di simulazione ben congegnato rappresenta un’ottima occasione per approfondire la propria conoscenza riguardo agli argomenti trattati, oltre a fornire spunti per ulteriori ricerche personali. Paradossalmente, più una vicenda è controversa e maggiore sarà il valore culturale di un gioco di simulazione, capace di coinvolgerci in prima persona nei grandi processi storici utilizzando modelli plausibili.

Non è infatti un caso che molti degli autori più quotati al momento collaborino regolarmente con centri di ricerca e perfino agenzie di intelligence, né che alla questione – ossia il rapporto tra gioco, storia e realtà – siano stati dedicati negli ultimi decenni molte pubblicazioni, soprattutto in ambito statunitense. Anche in Italia sono stati prodotti diversi studi al riguardo, come il recente “Le Guerre di Carta 2.0: Giocare con la Storia nel Terzo Millennio” (Riccardo e Sergio Masini, Ed. Unicopli).

Il volume – indirizzato sia agli esperti che ai semplici curiosi del fenomeno – espone le meccaniche di gioco più frequenti, compiendo poi una disamina delle peculiarità formative e psicologiche di un hobby a metà tra il divertimento e la ricerca. Il testo si chiude con una serie di schede dedicate a dodici tipologie di giochi, tra i quali alcuni relativi proprio al confronto arabo-israeliano (come Israeli Independence, Victory Point Games) o ad altri conflitti politico-militari locali e globali dei giorni nostri (Labyrinth: The War on Terror e la serie COIN, GMT Games).

Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze

Martedì 8  maggio  2018 il presidente americano Donald J. Trump ha deciso, come promesso, di abbandonare l’accordo siglato dal suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama con l’Iran, avente ad oggetto la capacità del paese di dotarsi di un arsenale nucleare e di poter costruire centrali ad uso energetico.

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Questa presa di posizione unilaterale ha sollevato, come era ovvio, prese di posizione più o meno nette da parte di tutti i maggiori player dello scenario geopolitico mediorientale e non solo. La tensione tra i due stati, Israele ed Iran, è palese da tempo e fino ad ora gli screzi e le minacce tra le due parti si limitavano a piccole azioni, dall’impatto più mediatico che strategico. Tuttavia, negli ultimi giorni sta affiorando un nuovo livello di scontro, in cui Israele, tramite il suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha affermato che il suo esercito è “forte e pronto”. Anche dalla parte iraniana si ha un atteggiamento aggressivo. Sembra dunque che le tensioni stiano crescendo, rendendo sempre più probabile uno scontro diretto tra le due nazioni; Il terreno più probabile è il territorio siriano.

Fino ad oggi le due potenze si sono scontrate già sul terreno della Siria, ma in maniera diversa: Israele, infatti, occupa una zona a ridosso del proprio confine in Siria, le alture del Golan mentre l’Iran agisce tramite la presenza ed il finanziamento di truppe più o meno regolari e del movimento libanese di Hezbollah. Uno scontro diretto tra i contendenti creerebbe uno scenario simile a quello già visto nelle precedenti guerre condotte da Israele (in particolare nel 1973) ma questa volta gli interessi delle altre potenze (Russia e Stati Uniti principalmente) si manifestano in maniera più incisiva rispetto al contesto mediorientale precedente, alle primavere arabe ed alla guerra civile siriana (basti pensare che entrambe le potenze operano sia a livello militare sia di intelligence direttamente sul suolo siriano, schierate in maniera quasi dicotomica: la Russia in chiaro supporto del presidente Assad, gli Stati Uniti con un ruolo più ambiguo, molto dettato dalle correnti politiche di Washington).

Questa situazione è da inquadrarsi nel più complesso scenario delle altre parti in gioco nella partita siriana (Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea ed altri) da entrambe le parti, non sottovalutando neppure il ruolo defilato della Cina.Ne risulta un quadro quasi caotico, non suscettibile di valutazioni immediate e di risposte certe; ed è in questo contesto che si giunge al nodo centrale di quest’analisi: l’Italia e la sua economia.

L’Italia e le conseguenze economiche

Queste decisioni, ovviamente, incidono sulla posizione italiana e sulla sua economia.

Si guarderà a due questioni principali: lo squilibrio tra import di materie energetiche e l’export di materiali bellici e lo scenario politico. Come noto il sistema industriale italiano è un importatore netto di materie energetiche, avendone poche a disposizione e assolutamente insufficienti a coprire il fabbisogno nazionale.

Negli ultimi anni, sebbene vi sia stata una spinta verso la diversificazione delle fonti questi progetti hanno mostrato effetti reali limitati (in parte perché non ultimati). La situazione è andata peggiorando dopo la rivoluzione in Libia del 2011, dove l’ENI era una delle compagnie petrolifere di maggiore presenza ed importanza. Ciò su cui si vuole riflettere tuttavia non è la struttura dell’approvvigionamento in sé quanto il suo costo e di quanto un ulteriore conflitto nella regione possa avere conseguenze.

Come rilevato da più osservatori la crescita del paese è positiva, seppure di poco (dati Ocse)2. È ragionevole supporre che il prezzo aumenterà di volatilità con l’intensificarsi del conflitto; e tale volatilità sarà orientata verso l’alto, essendo l’Iran uno tra i primi paesi produttori di greggio al mondo. Dato tale presupposto, ci si accorge del problema fondamentale: basterebbe una marcata oscillazione per un periodo di tempo più o meno prolungato per affossare le stime del PIL, già riviste al ribasso. Il prezzo odierno è, facendo una media tra WTI, Brent, OPEC basket e Urals (Russia), intorno ai 72-73$/barile3.

Sebbene l’Iran per alcuni analisti non alzerà i prezzi4, viene da chiedersi quanto sia credibile, in uno scenario mutato e con maggiori spese belliche, mantenere tale linea.

Viene naturale domandarsi l’impatto che potrebbe avere una crescita, in media, a 80-85$/barile sulla manifattura italiana, e dunque sul prodotto interno lordo. Invece un settore che in questo scenario potrebbe crescere è l’industria bellica, che ci vede già protagonisti5; si potrebbero, quindi, notare ulteriori aumenti (magari anche a due cifre percentuali) in seguito al conflitto, specie se arrivano ad essere coinvolti, anche in maniera indiretta, i Paesi del Golfo. Tuttavia, anche lo scenario più ottimistico dell’export di materiale bellico è di poco conto se posto in relazione all’aumento di costo delle materie prime e al suo impatto sul sistema produttivo.

L’incertezza politica italiana allo stato attuale 

Un ultimo elemento è l’analisi politica, che potrebbe essere sintetizzata in una parola: confusione. Sebbene tale scenario sia mutevole anche nell’arco della giornata, il non avere un governo stabile durante il prossimo mese/trimestre potrebbe essere utile al paese.

Il governo Gentiloni, in qualità di governo dimissionario, infatti non può prendere decisioni che non siano di ordinaria amministrazione e in una tale situazione si limiterebbe ad esprimere opinioni, quasi certamente contrastanti con quelle dei partiti usciti vincenti dalla tornata elettorale di marzo (Lega e M5S).

Già nei mesi scorsi si è potuto notare come le posizioni di questi due partiti collidano con quelle dei membri dell’esecutivo attuale sulla politica estera. Un periodo di inattività potrebbe portare alla formazione di un governo quando le maggiori incertezze che vi sono al momento si saranno dileguate, consentendo scelte più oculate (a seconda delle varie visioni). Tutto ciò supponendo che non sia possibile formare un governo di diretta emanazione del Presidente della Repubblica, che stando alle dichiarazioni dei principali leaders non troverebbe i numeri per la fiducia in parlamento.

La ’’religione’’ come vincolo di fedeltà tra USA e Israele: dal Destino manifesto all’avvento della Terra Promessa

Il 20 gennaio 2017 Trump è diventato ufficialmente il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America e, come da tradizione, è sempre una la solita questione che più di tutte caratterizza l’avvento di ogni nuova amministrazione: la risoluzione del conflitto israelo-palestinese.

La ’’religione’’ come vincolo di fedeltà tra USA e Israele: dal Destino manifesto all’avvento della Terra Promessa - Geopolitica.info

Il legame con Israele è indiscutibile e ciò ha ragioni storiche profonde che affondano le proprie radici in quel focolaio che oggi è il Medio Oriente. A tal riguardo è opportuno precisare che non sono solo le condizioni geografiche a determinare la geopolitica di uno Stato, ma concorrono anche fattori irrazionali quali il legame spirituale con un popolo che è in egual misura amato e protetto da Dio perché espressione di una nazione moralmente superiore.

’’Make America great again’’ è il mantra di Donald Trump per ridare vigore agli USA sia in politica estera sia in politica interna. Modificare il ruolo statunitense nello scacchiere internazionale dando peso all’agenda degli affari interni sembra oggi essere il modus operandi repubblicano, proprio come lo fu dopo la prima guerra mondiale. Oggi la politica statunitense applicherebbe la filosofia isolazionista in modo più soft, non potendo rinunciare del tutto al ruolo di ’’nazione indispensabile’’ anche in un mondo non più bipolare. È necessario valutare nel contesto odierno quello che è un vero e proprio neo-isolazionismo, composto da nazionalismo economico e intervento militare selettivo. Trump è ora chiamato a difendere le industrie e i lavoratori americani dalla globalizzazione e i suoi confini da attacchi terroristici, avendo in quest’ultimo caso il pieno appoggio di Israele. Proprio gli israeliani sono dei preziosi alleati non solo perché rappresentano per gli USA una roccaforte di consenso nell’area medio-orientale, ma anche per il loro profondo rapporto radicato nel tempo, cementato nondimeno dall’affinità elettiva religiosa.

La religione civile americana si formò durante la guerra di indipendenza e si sviluppò dopo la guerra di secessione, coesistendo con le numerose confessioni religiose tradizionali in un clima di reciproca tolleranza, nonostante la predominante matrice puritana. È evidente come la religione civile americana fu il risultato di un sincretismo religioso, ideologico e politico, al quale contribuirono il protestantesimo, l’illuminismo e il repubblicanesimo.

Il primo a rendersi conto del ruolo fondamentale della religione nella democrazia americana fu Alexis de Tocqueville che, dopo aver visitato gli Stati Uniti, riteneva la civiltà americana il risultato della fusione di due elementi distinti che in America si erano fusi armoniosamente: lo spirito religioso e lo spirito di libertà. Per questo gli americani attribuivano alla fede religiosa, nel senso più generale del termine, grande importanza perché fondamento della democrazia repubblicana. Gli artefici della Rivoluzione americana sostenevano di essere il popolo scelto da Dio per realizzare la salvezza dell’umanità e attuare il volere divino. Erano inoltre convinti che la fondazione degli Stati Uniti fosse la metafora della nuova Gerusalemme, destinata a divenire fulcro di speranza per l’intera umanità. Il popolo americano aveva la missione di rigenerare il mondo perché portava in seno l’avvento di una nuova forma politica: la democrazia. Proprio la fede nella democrazia venne identificandosi sempre più con la fede nel Destino manifesto della nazione americana, così come avvenne con la fondazione dello Stato di Israele in quella che veniva chiamata la Terra Promessa.

Risale al 1948, invece, la dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico, subito riconosciuto da Stati Uniti e Unione Sovietica e attaccato da Lega Araba, Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Libano e Siria. Nel 1950 fu approvata la Legge del Ritorno, in base alla quale ogni ebreo aveva il diritto di stabilirsi nello Stato di origine. Due anni dopo si dava la possibilità agli immigrati di avere immediata la cittadinanza.

Nel 1967 la ’’guerra dei sei giorni’’ vide Israele avere la meglio su Egitto, Siria e Giordania e di conseguenza raggiungere la Cisgiordania, il muro orientale di Gerusalemme e le alture del Golan al confine con la Siria. La vittoria fece di Israele una potenza regionale quasi invincibile ma anche una forza occupante, visto e considerato che gli israeliani avevano ampliato i loro confini con l’annessione di territori estesi tre volte lo Stato originario. I palestinesi, in seguito alla perdita di Gaza e della Cisgiordania, non avevano più un luogo in cui viver ed emigrarono in massa. La risoluzione n.242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 22 novembre 1967, delineando le linee guida per una pace duratura, decideva il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nell’ultimo conflitto. Tuttavia, l’egemonia del Likud sullo scenario politico israeliano, partito dei cosiddetti falchi formatosi nel 1973, giocò sulla distinzione tra insediamenti legali e illegali: si pensi al caso della Galilea, che Israele non riconosceva come patria palestinese, e al caso di Gerusalemme, che non fu considerata occupata perché dichiarata capitale originaria dello Stato ebraico.

Date queste premesse si capisce bene perché l’amministrazione Trump abbia una grande responsabilità, ossia quella di delineare una politica di dialogo che porti a una soluzione concreta e duratura tra israeliani e palestinesi. Un tentativo a tal riguardo è andato male con la precedente presidenza di Obama, quando la risoluzione ONU ha raffreddato i rapporti con il premier israeliano Netanyahu perché ha condannato la moltiplicazione di insediamenti in terra di Palestina, disconosciuto ogni legittimità all’occupazione di Gerusalemme Est e costretto i governanti israeliani a scegliere tra due possibilità: continuare l’occupazione forzata di territori palestinesi oppure imboccare la via della convivenza tra due Stati. È evidente che gli accordi di Oslo del 1993 non hanno portato alcun beneficio perché sono stati del tutto disattesi ma mai come oggi è necessario trovare un accordo, in quanto Israele ormai è una potenza atomica e militare e nessuno degli Stati confinanti ha volontà di attaccare, seppur l’equilibrio della zona è sempre precario. Per questo è giunto il tempo di poter concentrare ogni energia politica nella questione israelo-palestinese. Trump, però, non opta per la soluzione dei due Stati, anzi ha ribadito il vincolo inscindibile con Israele non solo respingendo in modo deciso le azioni ingiuste dell’ONU, ma anche spostando ufficialmente l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme il 14 maggio scorso.

Gli USA oggi devono affrontare un mondo diverso. Il potere si è oggi distribuito su più fronti, ma la supremazia non è fatta solo di cose materiali. Perché un Paese abbia una leadership duratura è necessaria una predisposizione culturale, una visione globale della propria missione: in questo gli USA sono ancora oggi insuperabili. A livello internazionale rappresentano l’unica entità statale che opera tutelando l’equilibrio mondiale e assumendosi responsabilità che gli altri non intendono prendersi: quando i massacri tribali hanno devastato il Ruanda, gli USA non sono intervenuti ma nemmeno altri lo hanno fatto; a seguito del protocollo di Kyoto, le conferenze ONU sul clima tenutesi a Copenhagen, Durban e Doha, senza il sostegno degli Stati Uniti, non hanno raggiunto un accordo unanime per ridurre l’emissione di anidride carbonica; la Francia, pochi anni fa, ha attaccato la Libia di Gheddafi, ma hanno subito preteso l’aiuto degli statunitensi; è stato il presidente Jimmy Carter a convocare Egitto e Israele a Camp David nel 1978 per siglare un accordo di pace, ed è stato un altro presidente americano, Bill Clinton, a costringere Yitzhak Rabin, allora primo ministro di Israele, e il leader dell’OLP Arafat a stringersi la mano alla Casa Bianca nel 1993.

Proprio per questa credibilità indiscussa, solo gli USA possono sostenere una politica internazionale che porti ad una soluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese.

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari

Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Dure critiche da Francia, Inghilterra e Germania. Contraria anche l’Unione Europea, che esprime tramite Federica Mogherini la volontà di rispettare l’accordo. 

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari - Geopolitica.info

Un accordo “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”. Con queste parole Trump ha accompagnato l’annuncio dell’uscita dall’accordo sul nucleare. “Questo accordo avrebbe dovuto protegger gli Usa e i suoi alleati dai tentativi del regime iraniano; ma i tentativi dell’Iran di ottenere la bomba atomica sono continuati.” L’inutilità dell’accordo, che non avrebbe impedito a Teheran di continuare i suoi progetti atomici bellici, è quindi la motivazione primaria, secondo Trump, che giustifica l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 dall’amministrazione Obama. Anche quest’ultima è stata duramente attaccata nel discorso, accusata di aver “restituito milioni di dollari a questo regime del terrore che ha usato quei fondi per costruire missili capaci di trasportare l’arma nucleare”.

Immediata è arrivata la dichiarazione di Macron, affidata a Twitter: “Francia, Germania e Gran Bretagna si rammaricano per la decisione americana di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. In gioco c’è il regime internazionale di lotta contro il nucleare”. Macron ha inoltre annunciato che gli stati in questione lavoreranno per un nuovo e più ampio accordo con l’Iran. Anche l’Alto Rappresentate per gli esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha criticato duramente la decisione degli Stati Uniti: “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e la Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”.
Il premier uscente italiano, Paolo Gentiloni, ha confermato la linea degli alleati europei: “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei confermano gli impegni presi”, sottolineando l’importanza dell’accordo sul nucleare e la volontà dell’Italia nel mantenerlo.
Da Mosca hanno fatto sapere che la Russia tenterà ogni tipologia di sforzo diplomatico per minimizzare gli effetti negativi conseguenti all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo.

La decisione di Trump è stata accolta con entusiasmo da Israele, tramite le parole di Netanyahu, che ha dichiarato di aver apprezzato “la coraggiosa decisione del presidente Trump”. “Se l’accordo fosse rimasto in vigore”, ha continuato, “entro alcuni anni Iran avrebbe avuto bombe atomiche”.
Anche da Riyadh, tramite un comunicato ufficiale, si afferma il “sostegno alla strategia annunciata dal presidente Usa sull’Iran”. L’Arabia Saudita si augura “che la comunità internazionale adotti una posizione decisa e unita nei confronti di Teheran e le sue attività ostili e destabilizzanti contro la stabilità della regione e di sostegno ai gruppi terroristici come Hezbollah e Houthi”.

Il presidente iraniano Rouhani, firmatario dell’accordo, si è detto disposto a mantenere gli impegni presi. Ha inoltre dichiarato, allo stesso tempo, di essere pronto a dare “disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere preparata a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane” in caso i nuovi negoziati con le parti rimaste nell’accordo fallissero.
Il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, ha bollato l’atteggiamento degli Stati Uniti come “bullismo”. Ha inoltre sottolineato come “l’Ue e altri partner dell’accordo nucleare sono ora responsabili di salvare l’accordo”.

Ma come si è arrivati alla decisione di Donald Trump? Le dichiarazioni della scorsa settimana di Netanyahu hanno fornito il preambolo all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo. I presunti documenti mostrati dal presidente israeliano, che vedrebbero una mai interrotta attività di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, hanno spinto Donald Trump ad anticipare l’annuncio. La decisione di Washington rinnova e rinforza la palese alleanza in chiave anti iraniana che si è formata in questo ultimo anno e mezzo, che collega la Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita, di cui si è approfondito in questo precedente articolo.

Inoltre Donald Trump, durante tutta la campagna elettorale, volta a demonizzare il lavoro di Obama, ha a più riprese denigrato l’accordo con l’Iran, promettendo di stracciarlo non appena eletto. A conferma di ciò, e dell’avversione all’Iran come potenza egemone nella regione mediorientale, c’è stato il viaggio a Riyadh nel maggio del 2017, dove Trump ha ribadito l’importanza delle tradizionali alleanze statunitensi in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita, ed ha attaccato più volte l’Iran come principale nemico della stabilità della regione. Inoltre, nella National Strategy Security pubblicata a dicembre 2017, nel paragrafo dedicato al Medio Oriente c’è scritto nero su bianco che il principale obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di stroncare la “maligna influenza” dell’Iran sulla regione. La decisione di Trump, quindi, era pienamente prevista, al contrario della tempistica, che è stata accuratamente scelta insieme ai propri alleati nell’area.

Quali sono i possibili scenari futuri? In primis c’è da sottolineare il carattere economico della svolta di Trump, che ha annunciato un aumento delle sanzioni contro Teheran, unite a quelle destinate a chi farà affari con la Repubblica Islamica. Inoltre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto che l’amministrazione revocherà le licenze per Boeing, che aveva pianificato di vendere a IranAir circa 80 aerei per un valore di circa 17 miliardi di dollari e quelle per Airbus, che aveva chiuso la vendita di 100 aerei per di 19 miliardi di dollari.
Le sanzioni future, e lo stop alle commesse, hanno un duplice intento politico: prima di tutto daranno forza alla parte più conservatrice dell’establishment iraniano, da sempre critico all’accordo e alle decisioni della presidenza Rouhani, con l’obiettivo per gli Stati Uniti di acuire una frattura politica esistente all’interno del sistema istituzionale dell’Iran. Inoltre le sanzioni minano ad indebolire l’economia della Repubblica Islamica, facendo leva sulle manifestazioni avvenute nel paese tra dicembre 2017 e gennaio 2018, che avevano un carattere prettamente economico.
Il secondo aspetto da sottolineare in questa vicenda è la frattura aperta tra Unione Europea e Stati Uniti: una divergenza di interessi, manifestata dalle dichiarazioni dei principali leader europei che hanno duramente criticato le mosse dell’amministrazione Trump, non scontata nei rapporti con Washington. Divergenza che deve essere monitorata per provare ad interpretare i futuri scenari, relativi non solo all’accordo con l’Iran, ma alle vicende dell’intera regione.