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Il Governo contro il Gas Naturale e hub nel Mediterraneo

Un recente emendamento al Decreto Semplificazioni presentato dal Movimento 5S ripropone il tema del possibile blocco su tutto il territorio nazionale delle esplorazioni e produzioni di idrocarburi, in particolare di gas metano. L’accelerazione e la semplificazione del PiTESAI (acronimo del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) previste nell’emendamento sopraindicato che, se approvato, si paleserà attraverso un art. 60 bis del Decreto, introdurrà elementi autorizzativi che condizionerebbero le attività, sino al loro blocco. L’adozione del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), introdotta dal Decreto Semplificazioni 2018 (135/2018), prevedeva infatti l’identificazione di un “quadro definito di riferimento delle aree idonee allo svolgimento delle attività di  ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale”; l’iniziativa parlamentare del M5S con l’integrazione al testo del Decreto 2020, porterebbe ad un’ulteriore restrizione dei perimetri delle aree in cui sarà possibile esplorare ed estrarre idrocarburi, escludendo quelle a limitata potenzialità e non rendendo disponibili le “aree residue” (superfici inesplorate a potenzialità produttiva), anche nel caso di permessi e concessioni ambientali già operative.

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E’ una chiara manovra di contrasto, che aggrava ulteriormente la pesante condizione del comparto dell’upstream italiano (esplorazione, perforazione e estrazione), messo già a dura prova da una serie di scelte politiche realizzate in questi ultimi due anni. Ad oggi, con l’allungamento a 24 mesi del periodo di moratoria sulle estrazioni di idrocarburi (decreto “blocca trivelle”, anch’esso previsto da un emendamento del M5S), le attività saranno ferme sino al febbraio 2021. I riflessi di questi provvedimenti stanno colpendo pesantemente alcune aree del Paese, in particolare quella di Ravenna, fortemente caratterizzata dal ciclo produttivo dell’Oil & Gas, ma è facile previsione ipotizzare conseguenze negative anche in altri territori come quello della Basilicata e della Sicilia sud-orientale. Pozzi chiusi e produzioni limitate sono i primi effetti di una politica non in grado di accompagnare con razionalità il periodo di transizione verso l’utilizzo pieno delle FER (fonti energetiche rinnovabili), ipotizzato al 2050 dalla Union Strategy, dai provvedimenti nazionali, SEN 2017 e Piano Nazionale Energia e Clima 2020.

Le conseguenze per il Paese saranno gravi non soltanto sul piano occupazionale, professionale e sociale, ma anche sul piano del posizionamento geopolitico nello scacchiere euromediterraneo.

Sono migliaia i posti di lavoro a rischio, diretti ed indiretti; il settore dell’upstream genera infatti un alto rapporto tra occupazione diretta, la filiera degli appalti (attività di progettazione; servizi logistici; consulenze professionali nella geologia, mineralogia, chimica dei materiali; etc…) e l’economia locale. La qualità media dei profili professionali impegnati in queste attività, è di alto profilo: sono molti gli ingegneri, i geologi, i tecnologi e altre professionalità che rischiano l’uscita dal ciclo produttivo e una difficile riconversione professionale. Il nostro Paese ed in generale l’Unione Europea, non riusciranno a raggiungere gli obiettivi previsti dalle Strategie, dai Piani energetici e dall’ambizioso progetto del New Green Deal, se non sosterranno questo lungo periodo di transizione, con un utilizzo maggiore del gas naturale, idrocarburo ad emissioni decisamente più basse rispetto agli altri fossili (carbone ed olio). Nel nostro Paese, le attività industriali, commerciali e logistiche non saranno in grado di sostenersi sul piano della competitività, senza la continuità e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. L’Italia poi è fortemente condizionata dalle importazioni di gas naturale: la produzione nazionale è circa al 7% scarso e le importazioni al 93%, sono di provenienza russa (42,06%), Paesi Bassi/Norvegia (15, 68), Algeria (14,39% in netto calo), Libia (8,03%) e in netto aumento quelle garantite dai Terminali italiani di Rigassificazione (Porto Viro, Livorno, Panigaglia). Deprimere la produzione nazionale è pertanto un errore, perché comporterebbe un ulteriore aumento della dipendenza e dei costi di importazione.

Sul piano geopolitico, l’Italia poi sta perdendo definitivamente il possibile ruolo di hub sud mediterraneo del trasporto di gas naturale. Le succitate scelte politiche stanno allontanando l’interesse di fare del nostro Paese un punto di riferimento tra le produzioni della sponda meridionale e medio orientale mediterranea e i mercati europei. Il faticoso approdo del gasdotto TAP (che si è invece dimostrato assolutamente compatibile con l’ambiente salentino), il diniego d’interesse del nostro Governo, nei confronti dei progetti Poseidon e East Med (rete di gasdotti di collegamento tra gli importanti giacimenti mediorientali di Egitto, Israele, Libano e Cipro), che avrebbe come terminale il territorio di Otranto, stanno facendo perdere centralità al ruolo italiano, ruolo baricentrico che invece potrà essere assunto dalla Turchia (anche con azioni di forza) e dalla Grecia. L’Italia lo scorso gennaio a Il Cairo, ha aderito insieme ad Egitto, Israele, Cipro, Giordania, Grecia e Autorità Nazionale Palestinese all’East Mediterranean Gas Forum, divenuta formalmente un’organizzazione internazionale di rappresentanza nel settore del gas naturale (qualcuno l’ha definita una nuova OPEC del Mediterraneo); questa positiva iniziativa rischia poi di entrare in contraddizione con una politica energetica del nostro paese non finalizzata ad essere protagonisti nel settore del gas naturale.

La via verso il pieno utilizzo delle FER è certamente e giustamente irreversibile, la consapevolezza cresce con realismo nei settori produttivi e nelle stesse aziende del comparto energetico. Le recenti scelte del piano strategico di ENI (potenziamento degli investimenti nella ricerca e nella produzione di energie rinnovabili) ne sono l’effetto diretto; rimane ancora comunque alto l’impegno della Oil Company italiana nell’Upstream con investimenti in crescita sino al 2025; investimenti di settore praticamente quasi esclusivamente indirizzati all’estero, dove ancora si esplora e si estrae gas a partire dagli importanti giacimenti offshore del Mediterraneo medio orientale, ma anche nella sponda est dell’Adriatico.

Puntare con decisione all’obiettivo della sostituzione del mix energetico attuale non significa svuotare il sistema Paese dal necessario utilizzo del gas naturale, elemento fondamentale indicato nelle strategie internazionali per una “giusta ed equa” transizione energetica, senza la quale si metterebbe a rischio la ripresa economica e produttiva dopo la crisi generatasi con la pandemia da Covid 19.  

Angelo Colombini,
Segretario Confederale Cisl

Perché l’esplosione di Beirut non è una buona notizia per Israele

L’esplosione che il 4 agosto ha devastato il porto di Beirut e una vasta area della capitale libanese interessa da vicino lo Stato israeliano. Se nelle prime ore dall’accaduto le autorità israeliane si sono affrettate a smentire un proprio coinvolgimento al fine di allontanare facili congetture e pericolose escalation, nei mesi a seguire la partita che sarà chiamato a giocare Israele sarà ben più complessa. Le proteste che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Beirut nel ‘sabato della rabbia’, le dimissioni del governo Diab e la gara internazionale per gli aiuti sono lì a dimostrarlo.

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L’immediata risposta israeliana: la diplomazia sanitaria

In una mossa senza precedenti, a poche ore dall’esplosione nel porto di Beirut i ministri della Difesa e degli Esteri israeliani hanno comunicato l’attivazione di canali terzi attraverso cui fornire assistenza medico-sanitaria al Libano. I due Paesi non intrattengono relazioni diplomatiche e sono ancora formalmente in guerra, nonostante il cessate il fuoco permanente stipulato nel 2006 tramite la mediazione delle Nazioni Unite. Le autorità libanesi non sembrano voler raccogliere l’invito proveniente dal vicino meridionale, nonostante la vicinanza di centri ospedalieri israeliani d’eccellenza e la vasta esperienza di Israele in questo settore. Lo Stato ebraico, infatti, potrebbe attivare l’Home Front Command, ovvero il comando delle Israel Defence Forces (IDF)interamente dedicato alla Difesa civile. Tra il 2016 e il 2018, ad esempio, attraverso l’operazione Good Neighbor ha fornito assistenza umanitaria alla popolazione civile della Siria meridionale attraverso trasferimenti giornalieri di siriani nei vicini ospedali israeliani.

Hezbollistan, il Libano visto da Israele

Dopo la seconda guerra israelo-libanese del 2006 Israele ha optato per un mutamento della propria dottrina militare di difesa del confine settentrionale con il Libano, invalidando la dottrina classica che distingueva tra Hezbollah e lo Stato libanese. Pertanto, qualsiasi attacco proveniente da Nord verrebbe ora attribuito allo Stato libanese nella sua interezza, scatenando un conflitto di vasta portata tra attori statuali e non più solamente tra Israele e una milizia armata gravitante all’interno di uno Stato sovrano. Tale mutamento è figlio di una duplice evoluzione. In primo luogo, il disimpegno unilaterale di Israele dal territorio meridionale del Libano, occupato militarmente sino al 2000. Secondariamente, il mutamento di pelle di Hezbollah degli due ultimi decenni, il cui prodotto più visibile è il Manifesto politico del 2009. Il partito guidato da Nasrallah, infatti, da semplice milizia armata nata come propaggine libanese del progetto rivoluzionario della Repubblica islamica iraniana, si è reso un attore organico al sistema politico, economico e istituzionale del Paese dei cedri. In altre parole, un attore multidimensionale, la cui sola dimensione militare è attribuibile ancora a una stretta dipendenza da Teheran. Al contrario, sul piano politico Hezbollah ha optato negli anni per una progressiva libanizzazione della propria agenda, privilegiando così la componente nazionale e non solamente islamica della propria lotta.

Ciononostante, tale evoluzione non ha prodotto una normalizzazione di Hezbollah ma al contrario ha generato un effetto inverso, in uno scenario in cui si è giunti alla creazione di una sorta di Hezbollistan. La tattica utilizzata per tale penetrazione non è quella della presenza diretta ma dell’invisibilità. Il successo di Hezbollah, infatti, non è attribuibile alla capacità di imporre un proprio ordine economico, sociale e politico sul Libano ma di sfruttare quello esistente, imbrigliandolo nella propria rete. In particolare, sul piano sociale il partito sciita è stato in grado di cavalcare la dimensione clanico-familistica che tutt’ora connota il tessuto sociale di questa area del mondo, radicandosi utilizzando una tattica di tipo mafioso.

L’imperativo strategico israeliano: missili e deterrenza

Nel breve periodo, Israele accetta l’impossibilità di ridurre la presa sociale, economica e politica che al momento detiene Hezbollah sul Libano. Nel calcolo strategico dello Stato ebraico infatti, né le dimissioni annunciate dal governo guidato da Hassan Diab né la prospettiva di nuove elezioni produrranno una concreta rivoluzione istituzionale. Pertanto, al momento l’obiettivo strategico di un Libano neutrale e quindi pacificato ai propri confini non è un’aspirazione perseguibile. Per tale motivo, in questa fase Israele si limita a contrastare unicamente la dimensione militare dell’attore Hezbollah che, come detto, è ancora strettamente dipendente dall’Iran, il quale sfrutta il territorio libanese come avamposto settentrionale da cui minacciare lo Stato israeliano. In tal senso, il principale obiettivo israeliano è la distruzione del programma missilistico ad alta precisione, notevolmente avanzato negli anni della guerra in Siria. Proprio in questa cornice si inserisce la massiccia campagna di bombardamenti aerei che Israele conduce sul suolo siriano, di cui ne è un esempio il recente raid nella periferia meridionale di Damasco in cui è rimasto ucciso un membro del partito sciita, Ali Kamel Mohnsen Jawad. Ad oggi sembrerebbe, inoltre, che Hezbollah non si limiti a stoccare componentistica proveniente da Teheran via Damasco ma abbia iniziato a costruire una propria industria missilistica autoctona. Tra l’altro, si registra un notevole aumento della gittata di tali missili, potenzialmente in grado di colpire il triangolo Haifa-Tel Aviv-Gerusalemme, cuore economico, politico e demografico di Israele.

Un secondo fronte in cui le IDF ed Hezbollah sono ingaggiati è la ridefinizione di uno stabile equilibrio deterrente nel confine territoriale che divide Israele e il Libano e in cui è attivamente presente la missione internazionale UNIFIL. Negli anni della guerra in Siria tale confine aveva ridotto la sua importanza agli occhi di entrambi i contendenti, dato che il teatro primario della contesa si era spostato proprio in Siria (unica operazione israeliana, Scudo del Nord, dicembre 2018). Al contrario dall’agosto del 2019, per bocca dello stesso Nasrallah, il partito sciita ha riorientato il proprio impegno sul suolo libanese dato il successo della campagna di puntellamento del regime di Assad. Da quel momento in avanti si è aperto un processo di ridefinizione delle regole di ingaggio e dell’equilibrio in tale quadrante non ancora concluso. In questa cornice vanno inserite le tensioni che da un anno a questa parte hanno reso incandescente tale confine, erroneamente definito da alcuni come il preludio di un nuovo conflitto su vasta scala – da ultimo il lancio di un missile anti-carro Kornet contro un Merkava israeliano nei pressi delle c.d. Fattorie di Sheb’a. Salvo incidenti inattesi, infatti, né Israele né Hezbollah hanno interesse a un’escalation militare in questa fase ma solo ad azioni hit-and-run atte a influenzare il piano delle percezioni senza travalicare i limiti del conflitto frontale. Proprio per tale motivo è possibile relegare a remota possibilità l’ipotesi per cui dietro all’esplosione nel porto di Beirut ci sia un’operazione israeliana. Illogica da un punto di vista strategico e non in linea con il tradizionale modus operandi dello Stato ebraico.


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Il Libano come perno del disequilibrio di potenza mediterraneo

Estendendo la prospettiva alla dimensione regionale, lo scenario che si profila dal punto di vista israeliano è ancora più cupo. L’esplosione al porto di Beirut rappresenta solo l’ultimo tassello di una lenta implosione che sta subendo l’economia del Paese già pesantemente compromessa dal default finanziario dichiarato a marzo e dalla crisi generata dalla diffusione del coronavirus. Al contrario di quanto si è detto in riferimento alla dimensione militare, per Israele una eccessiva debolezza economica e politica del Libano non è uno scenario auspicabile. Infatti, una sua definitiva implosione aprirebbe un vuoto geopolitico ai suoi confini, che potrebbe svegliare gli appetiti di potenze straniere. A tale riguardo, è utile ricordare come per tutta l’estate scorsa le autorità israeliane si siano spese per aprire un tavolo negoziale con la controparte libanese al fine di risolvere la disputa marittimo-energetica tra i due Paesi attraverso la mediazione americana. Tale esempio mostra come Israele sia interessato a mantenere a galla l’economia libanese, dossier tenuto sperato rispetto alla partita securitaria descritta in precedenza. Espressione, in generale, della tendenza israeliana e americana a non considerare la partita energetica del Mediterraneo orientale come un gioco a somma zero.

L’esplosione di Beirut ha aperto la corsa agli aiuti internazionali. A distanza di poche ore si è assistito alla visita del presidente francese Macron e del capo della diplomazia turco Çavuşoğlu, rappresentanti di due degli attori più assertivi nella geopolitica mediterranea degli ultimi mesi. A questi si sono aggiunti gli aiuti provenienti da attori come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. Il rischio è che dietro le istanze umanitarie di tali attori si celino interessi di più ampia portata. Pertanto, nei prossimi mesi il Libano rischia di trasformarsi nel perno di un vasto campo di battaglia mediterraneo che connette teatri e conflitti che si andrebbero definitivamente a sovrapporre: dal conflitto siriano a quello libico, passando per le dispute del Mediterraneo orientale. In definitiva, non una buona notizia per Israele.

Pietro Baldelli

La dimensione demografica dell’esistenza di Israele: Stato-nazione o Impero?

In Israele, più che altrove, demografia è sinonimo di strategia. La demografia rappresenta la dimensione quotidiana e non spettacolarizzata dell’esistenza dello Stato israeliano; il vincolo reale che asfissia, ponendo un freno, la creatività politica e diplomatica, soprattutto quando ci si siede al tavolo negoziale con la parte palestinese; la rozza materia su cui picchettare qualsivoglia digressione onirica. Proprio a causa di una ragione di tipo demografico, oggi Israele è chiamato a fare una scelta, costretto a rinunciare a uno dei tre attributi che a targhe alterne ne hanno costituito la ragion d’essere: grande (territorialmente), democratico ed ebraico. Il conflitto spietato tra le forze sioniste è già in atto, in quella che ha l’aria di essere una vera e propria resa dei conti che potrebbe imprimere una svolta identitaria e strategica al futuro dello Stato israeliano.

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Demografie a confronto

Tra il 2005 e il 2010 da un punto di vista demografico si è assistito al sorpasso delle componenti non ebraiche (arabi, drusi ecc.) sulla componente ebraica della popolazione che viveva nella Palestina storica (comprese le Alture del Golan). Una condizione che non si verificava dall’inizio degli anni ’50 quando, per la prima volta in epoca moderna, gli ebrei tornarono a rappresentare la maggioranza demografica tra il Mediterraneo e il Giordano. In quell’occasione la prima guerra arabo-israeliana del 1948-49 aveva provocato un vero e proprio shock demografico: almeno 680 mila palestinesi erano emigrati fuggendo dalle proprie case. Al contrario, grazie alla Legge del Ritorno del 1950 si era aperta una vasta ondata di immigrazione ebraica proveniente dai Paesi arabi, a cui si aggiungevano gli ebrei europei giunti tra la fine del XIX secolo e la Seconda Guerra Mondiale all’interno delle così dette cinque aliyot (ondate migratorie ebraiche verso la Palestina storica). Considerando ora solo i territori controllati da Israele (comprese le aree sotto occupazione militare), ad oggi la componente araba si aggira intorno al 30% della popolazione totale, rappresentando quella che viene definita una minoranza rilevante. In altre parole, sebbene rappresenti ancora una minoranza in termini assoluti, il suo peso relativo sta progressivamente mutando gli equilibri politici del Paese.

Un imperativo demografico: lo Stato degli Ebrei

Così facendo, ha iniziato a vacillare quel prototipo che il sociologo israeliano Sammy Smooha ha definito la democrazia etnica, cioè una particolare forma istituzionale e politica in cui esiste un gruppo etnico dominante in grado di egemonizzare i gangli vitali del potere, sebbene l’impianto statuale rimanga intimamente laico, così da garantire pari diritti alle minoranze etnico-religiose. Sta venendo meno il presupposto su cui l’élite sionista secolare – maggioritaria all’inizio del ‘900 – aveva fondato lo Stato degli ebrei. Un Paese, cioè, in cui a essere ebraica era la componente maggioritaria della popolazione ma non le istituzioni che lo componevano. Si trattava di uno Stato secolarizzato nato da un’esigenza di tipo pratico: garantire la sopravvivenza della popolazione ebraica dopo il fallimento del processo di integrazione nelle società europee negli anni dell’Illuminismo ebraico (Haskalah), della conseguente emancipazione ebraica (XIX secolo) e del dramma della Shoah.

Quell’impianto statuale si fondava tuttavia su un imperativo demografico, ovvero la garanzia di una chiara maggioranza demografica della popolazione ebraica. Una condizione possibile solo all’interno di una piccola entità statuale e demograficamente omogenea. La progressiva estensione territoriale di Israele, soprattutto dopo la Guerra dei Sei giorni del 1967, ha annacquato il disegno statuale originario. Un processo solo parzialmente invertito con il Percorso di Oslo degli anni ’90. Inoltre, tutti gli indicatori demografici e le proiezioni future fanno presumere che il declino della componente ebraica di Israele sia destinato a proseguire.

Assumendo come costanti alcuni indicatori demografici relativi ai settori della Salute e Longevità (tasso di natalità, mortalità, aspettativa di vita ecc.) e delle Migrazioni (saldo migratorio, tasso migratorio ecc.), è il differenziale tra i Tassi di fecondità (TFT) di ciascuna componente demografica che sta rivoluzionando il volto di questa regione. All’interno della popolazione palestinese solo gli arabo-israeliani di fede cristiana presentano un TFT inferiore a quello degli ebrei (rispettivamente 3,5 e 4). Il TFT maggiore è quello dei palestinesi di Gaza (7). Se tali equilibri venissero confermati nel 2050 la popolazione ebraica allargata (comprensiva degli ebrei riconosciuti tali dalla Legge del Ritorno ma non dalle autorità rabbiniche) diventerà minoranza demografica anche all’interno dei confini di Israele. Proprio per mantenere ancora per due decenni una seppur debole maggioranza ebraica, nel 2005 l’allora governo guidato da Sharon promosse il così detto disengagement di Israele da Gaza. Così facendo, si intendeva rinunciare alla prima prerogativa, l’estensione territoriale, per salvaguardare il carattere democratico ed ebraico di Israele.

Un progetto imperiale: lo Stato ebraico

In una direzione opposta si inserisce la Legge Base votata dalla Knesset nel luglio 2018, la quale definisce Israele come “lo Stato-Nazione del popolo ebraico”. Una definizione che ha degradato parzialmente lo status delle componenti non ebraiche, mettendo in discussione la seconda prerogativa, la democrazia, al fine di salvaguardare l’essenza ebraica di Israele e alludendo, implicitamente, anche alla ritrovata esuberanza necessaria a intraprendere campagne di conquista territoriale. In altre parole, in uno schema siffatto, quale che sia la componente demografica maggioritaria è l’impianto istituzionale ad essere ebraico, sanzionando giuridicamente la supremazia degli ebrei sulle altre componenti demografiche. Marchio tipicamente imperiale, in cui alle componenti allogene della società viene imposta l’assimilazione e al nucleo territoriale centrale vengono sottomesse provincie straniere. Un’azione di una violenza antropologica inaudita, tipica di una razionalità di tipo imperiale che già caratterizza altri popoli della regione (turchi e persiani). Sarà ai libri di scuola degli istituti israeliani che si dovrà guardare per comprendere a che punto di maturazione si trovi tale processo. Si dovrà capire, infatti, se Israele sarà stato in grado di costruire un’organica pedagogia nazionale in grado di assoldare alla propria causa le genti non ebraiche della propria popolazione, superando una volta per tutte le linee di faglia etnico-religiose su cui si basa l’attuale sistema educativo israeliano e accantonando definitivamente i tremori di matrice demografica.

Su un piano ideologico e politico l’evoluzione appena descritta denota il momentaneo sorpasso dei sionisti religiosi sull’élite secolare del Paese. Si tratta di quella componente un tempo sottorappresentata della classe dirigente israeliana che dignifica Israele come ultima e realizzata evoluzione di un disegno storico-teologico che aspirava al ritorno degli ebrei nella Terra promessa in attesa della venuta del Messia. Una postura opposta all’approccio pragmatico del sionismo secolare, nella misura in cui si tende a inserire Israele all’interno della storia millenaria dell’ebraismo, sebbene la legge religiosa (Halakhah) viene piegata alle esigenze della modernità. Su un piano strategico, invece, un’evoluzione del genere ha parzialmente accresciuto la creatività degli strateghi israeliani. Liberati dal fardello demografico, ex abrupto potrebbero tornare a progettare uno Stato territorialmente grande, sulla base del postulato che legherebbe la sicurezza di Israele alla sua capacità espansiva. Proprio in tale cornice si inserisce la volontà di annettere unilateralmente porzioni della Cisgiordania nella prospettiva implicita di creare un unico Stato, giuridicamente binazionale ma strategicamente ebraico.


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L’ebraismo anti-israeliano: lo Stato dell’Halakhah

Cionondimeno, all’interno della componente ebraica stanno assumendo un peso demografico relativo sempre maggiore gli Haredim, ovvero gli ebrei ultra-ortodossi, i quali hanno un TFT nettamente superiore rispetto alla componente laica della società ebraica. Si tratta di quelle frange dell’ebraismo che a partire dal XIX secolo hanno rifiutato di venire a patti con la modernità, assumendo l’Halakhah come l’unica fonte normativa per loro vincolante. Sebbene si tratti di un universo molto eterogeneo in cui alcuni aderiscono a posizioni sioniste (il movimento Gush Emunim è un esempio), gran parte di essi rifiutano di riconoscere a Israele un ruolo nella storia ebraica, assumendo financo posture anti-sioniste. Tra di essi spiccano i Chassidim, i quali definiscono la nascita di Israele come un atto di Satana che allontana l’età messianica. Gran parte dei componenti di sesso maschile dedicano l’intera vita allo studio dei testi religiosi, rifiutandosi di lavorare anche grazie ai programmi assistenziali forniti dallo Stato israeliano. Il principale tasto dolente è tuttavia il rifiuto di prestare il servizio militare, da cui la legge israeliana li esenta. In uno scenario in cui gli ultra-ortodossi diventassero una maggioranza schiacciante all’interno della componente demografica ebraica anche l’approccio proprio dei sionisti religiosi dovrebbe tornare a occuparsi di demografia. Infatti, Israele diverrebbe da un punto divista economico-occupazione, assistenziale e strategico-militare un progetto insostenibile. In altre parole si assisterebbe a un passaggio ulteriore: non uno Stato degli ebrei né uno Stato ebraico bensì uno Stato dell’Halakhah, ebraico sì ma non più israeliano.

Pietro Baldelli,
Geopolitica.info

Habibi, la nuova compagnia di Israele

Un intervento come tanti altri in una mattinata come le altre. Si preannunciava così il discorso che il direttore del Mossad Yossi Cohen si apprestava a dare circa un anno fa nel palcoscenico della Conferenza di Herzliya, occasione annuale di incontro dell’establishment politico, diplomatico e militare di Israele. Il salone per metà si era già svuotato dopo l’accesa arringa dell’allora candidato premier Benny Gantz mentre il pubblico più autorevole già si era artatamente dileguato.

Habibi, la nuova compagnia di Israele - Geopolitica.info

Eppure quell’occasione si rivelò differente. In un discorso estremamente inusuale per un Direttore in carica, Cohen aveva deciso di sfruttare quella rara apparizione pubblica per rivelare che sotto la sua guida il Mossad aveva rappresentato la punta di lancia della politica di avvicinamento perseguita da Israele verso i così detti Paesi arabi moderati. Rivelazione tanto inconsueta da apparire come una sorta di candidatura politica alla stampa israeliana che il giorno seguente diede eco alla notizia. Delitto arcinoto per cui non si avevano prove a sufficienza per incastrare l’esecutore materiale, ora reo confesso. Dossier gestito dai servizi di intelligence e non dal corpo diplomatico, da cui nei giorni seguenti si sollevarono inevitabili voci risentite nella più classica delle lotte intestine tra apparati. A conferma non solo dei requisiti tecnico-operativi richiesti da una tale manovra di abbordo ma ancor più del mandante ultimo di tutta l’operazione, ovvero il premier Netanyahu. Interessato a lasciare ai posteri un grande successo diplomatico, la normalizzazione dei rapporti con alcuni dei principali Paesi arabi della regione.

Geopolitica del Coronavirus

Uno scenario del genere è stato replicato nelle ultime settimane a causa dello scoppio della pandemia, crisi sanitaria ma grande opportunità politico-diplomatica. In un ruolo del tutto insolito infatti, il Mossad è stato investito del compito di reperire materiale medico-sanitario per la lotta alla diffusione del virus nei Paesi che non intrattengono ufficialmente relazioni diplomatiche con Israele. Non è dato sapere esattamente in quali teatri abbia agito. Tuttavia è probabile che l’attenzione sia stata rivolta ai ricchi Stati del Golfo, con capofila gli Emirati Arabi Uniti. A conferma di ciò, in una sorta di do ut des Abu Dhabi ha fatto atterrare per ben due volte degli aerei cargo della compagnia di bandiera Etihad all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per fornire aiuti medici alla popolazione palestinese, peraltro successivamente rifiutati dall’Autorità palestinese.

La strategia dei Tre cerchi concentrici

Gli eventi sopracitati si inseriscono in una cornice strategica più ampia delineata da Israele, definibile come la strategia dei ‘Tre cerchi concentrici’. Questa consisterebbe nel tentativo di normalizzare le relazioni con Paesi arabi e/o a maggioranza musulmana che in passato venivano qualificati come nemici strategici o avversari ostili. Ciò significherebbe imporre una Vestfalia alle ragioni della fede, all’interno di un generale riassetto dell’equilibrio di potenza regionale in cui, in una più classica competizione tra attori conservatori e revisionisti, l’affinità di interessi trascenderà sempre più le divisioni basate sulla comune appartenenza etnico-religiosa. Il tutto in un macro-quadrante geopolitico affollato che si staglia tra Gibilterra e Malacca passando per il Mediterraneo, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano e comprendente altri due colli di bottiglia strategici come Suez e Bab al-Mandab, oltre che il Golfo Persico e Hormuz nella sua propaggine orientale. I tre cerchi sono rappresentati da altrettante organizzazioni internazionali tra loro concatenate: il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), la Lega araba e l’Organizzazione della cooperazione islamica (OIC). Esse vanno a formare una matrioska tale per cui tutti gli Stati membri del GCC appartengono anche alla Lega araba, i cui membri a loro volta appartengono all’OIC. L’obiettivo finale è allargare il parterre degli attori amici nel vicino esterno da affiancare a Egitto e Giordania, ormai partner di lungo corso di Israele.

1-GCC+ Lega Araba+ OIC: Si tratta del raggruppamento di Paesi più importanti dal punto di vista israeliano. Infatti tra di essi ci sono quelli che per decenni hanno rappresentato i suoi principali rivali strategici. Oggi interessati a un avvicinamento a Israele in primis in chiave anti-iraniana e magari, nel futuro prossimo, anche all’acquisto di sistemi d’arma (Israele ha incrementato del 77% l’export di armamenti dal periodo 2010-14 al 2015-19, dati SIPRI). Tra di essi figura innanzi tutto l’apripista Oman, visitato da Netanyahu nell’ottobre 2018 e noto per la politica di moderazione ed equidistanza del sultano Qaboos, recentemente deceduto. Poi c’è l’Arabia Saudita, di cui è utile rammentare alcuni passi significativi come l’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo da parte di aerei civili israeliani e la concessione dei primi visti di lavoro per cittadini arabi israeliani. Ma anche misure simboliche come la messa in onda durante il mese di Ramadan della serie tv ‘Um Haroun’ (racconta le vicende di una donna araba di religione ebraica) e la pubblicazione degli auguri in ebraico da parte dell’Ambasciata saudita a Washington in occasione dello scorso Rosh haShana, il capodanno ebraico. Inoltre di recente il giornale Israel Hayom ha rivelato l’esistenza di negoziati con cui gli israeliani starebbero considerando l’opportunità di un ingresso di Riad nel Jerusalem Islamic Waqf, la fondazione a guida giordana che controlla la Spianata delle Moschee, al fine di compensare la recente penetrazione della Turchia. Poi il Bahrein, paese ospitante nel giugno 2019 del Workshop di Manama in cui è stata presentata la parte economica del ‘Peace to Prosperity’ Plan del presidente Trump. Infine gli EAU, negli ultimi mesi capofila di tale avvicinamento, i quali hanno invitato Israele a inviare una delegazione a Expo Dubai 2021 e il cui Ambasciatore a Washington ha partecipato alla presentazione della seconda parte del piano avvenuta alla Casa Bianca lo scorso gennaio, insieme ai rappresentanti di Bahrein e Oman. Secondo l’ex premier qatariota tali Paesi in futuro potrebbero persino firmare un patto di non aggressione con Israele. Inoltre, seppure con estrema discrezione, in Libia Israele ha già iniziato una collaborazione a livello operativo con alcuni di questi attori a sostegno di Haftar.

2-Lega Araba+OIC: In questo secondo cerchio è utile rammentare il recente avvicinamento con il Sudan, a un anno dal colpo di Stato che ha deposto il dittatore Omar al-Bashir. Infatti lo scorso febbraio Netanyahu è volata a Entebbe, Uganda, dove ha incontrato il generale Al-Buhran, presidente del Consiglio Sovrano ovvero l’organo collegiale che guida la transizione istituzionale. In quell’occasione si è raggiunta una prima intesa per l’utilizzo dello spazio aereo sudanese da parte dei voli civili israeliani.

3-OIC: Da una parte il Ciad, Paese a maggioranza musulmana in cui l’arabo insieme al francese è lingua ufficiale. Anello di congiunzione tra il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana, visitato nel gennaio 2019 da Netanyahu il quale ha incontrato il presidente Idriss Déby, con cui ha annunciato la prossima riapertura delle relazioni diplomatiche interrotte nel 1972. Da ultimo l’Indonesia, estremo orientale del macro-quadrante geopolitico di cui si è detto. Unico Paese non arabofono di quelli considerati ma dal grande potenziale simbolico in quanto Stato musulmano più popoloso del pianeta, da cui nel luglio dello scorso anno è partita una delegazione della camera di commercio in visita all’Israel Diamond Exchange.

Il neo palestinese

Unico elemento di potenziale frizione in grado di congelare il recente avvicinamento tra Israele e i suoi ex rivali è rappresentato dalla questione dell’annessione di porzioni della Cisgiordania al territorio israeliano. In una prima assoluta, l’ambasciatore emiratino a Washington Yousef al-Otaiba nell’edizione ebraica del giornale Yedioth Ahronoth ha invitato Israele a non intraprendere passi unilaterali che minerebbero la stabilità della regione. A tale messaggio è seguita la pubblicazione di un video dai contenuti simili nei social media della direttrice della comunicazione del Ministero degli Affari Esteri. Ciononostante più che una linea rossa quello pubblicato da Abu Dhabi sembrerebbe un mite consiglio di un nuovo amico che invita a non disperdere i cruciali sforzi fatti per il riavvicinamento. Gli emiratini infatti mal digerirebbero accelerazioni unilaterali del nuovo governo israeliano su questo fronte. Tanto più dopo aver fatto comprendere discretamente la loro disponibilità a negoziare sulla base del piano trumpiano, peraltro altrettanto favorevole a Israele. Così che la questione palestinese possa essere alla fine derubricata, anche da parte araba, a neo benigno che non necessiti di essere rimosso con la forza ma con cui al contrario è possibile convivere.

Pietro Baldelli

Geopolitica.info

Mappa a cura di Federico Simeoni

Una Striscia di sangue: il Jihad Islamico Palestinese

Il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, o semplicemente Jihad Islamico Palestinese (PIJ) è un gruppo militante considerato organizzazione terroristica da numerosi Paesi, compresi gli USA e l’UE. Nonostante non goda né delle risorse economiche né della fama di Hamas o al-Fatah, è ritenuto dalle autorità israeliane uno dei movimenti tra i più radicali e violenti sin dai tempi della Prima Intifada.  

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I prodromi

Il substrato che rese possibile la nascita ed il radicamento del Jihad Islamico Palestinese venne a formarsi nella Striscia di Gaza all’indomani della Guerra dei Sei Giorni (1967), quando il lembo di territorio costiero passò dall’amministrazione militare egiziana alla durezza dell’occupazione israeliana; i tempi però non erano ancora maturi e non lo sarebbero stati per oltre un decennio. Nel frattempo, i futuri fondatori del PIJ – giovani studenti universitari di origine palestinese – si stavano formando nelle università egiziane, influenzati dall’ideologia del fondatore dei Fratelli Musulmani Hasan al-Banna e dal pensiero radicale di Sayidd Qutb, in un contesto – quello mediorientale degli anni ’70 – in cui si incontravano, scontravano e mescolavano numerose ideologie, tra le quali il nazionalismo arabo, il pan-arabismo ed il pan-islamismo. Non stupisce quindi che – per un gruppo di giovani nati nei campi profughi di Gaza – la soluzione più naturale fosse quella di coagulare tali ideologie attorno ad un ideale nazionalistico palestinese.

La fondazione del PIJ

All’interno della comunità palestinese in Egitto emersero ben presto il fisico e medico Fathi al-Shaqaqi e lo sceicco Abd al-Aziz Awda, entrambi affiliati alla Fratellanza Musulmana ma ormai delusi dall’approccio moderato nei confronti della questione palestinese. Dopo aver riscontrato il tradimento della vocazione rivoluzionaria del fondatore al-Banna, al-Shaqaqi e Awda pianificarono la fondazione di un nuovo soggetto politico in grado di restituire centralità alla lotta palestinese, colmando così il vuoto dato dalla mancanza di una vera e propria leadership araba nella regione. Alla base dello strappo con la Fratellanza – in realtà – vi erano anche altre due ragioni: l’assorbimento della dottrina marxista-leninista e maoista e la Rivoluzione Islamica (1979). In particolare, gli eventi di Teheran furono un catalizzatore, poiché non solo si palesavano come un modello replicabile anche in Palestina, ma pure perché gli insegnamenti di Khomeini potevano finalmente fungere da chiave di volta nella futura architettura rivoluzionaria palestinese. Espulsi dall’Egitto a causa delle repressioni seguite all’assassinio di Sadat, una volta tornati a Gaza al-Shaqaqi e Awda fondarono il Jihad Islamico Palestinese (1981) e si avvicinarono ideologicamente e finanziariamente allo sciismo e a Teheran. Altro evento cruciale fu lo smacco per l’OLP di Arafat della fuga da Beirut (1982), che spinse molti militanti insoddisfatti verso il Movimento. Il PIJ andò così strutturandosi ed intessendo legami con le milizie nella regione, tra tutte Hezbollah.

Una lunga scia di sangue

Il nome ufficiale del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina comparve per la prima volta nell’agosto del 1987, in seguito ad un attentato che costò la vita ad un capitano della polizia militare israeliana.

Il PIJ ebbe un ruolo pivotale nell’escalation di violenze che sfocerà poi nella I° Intifada (1987-1993). Il rapporto ormai logoro con Arafat e al-Fatah spingerà in seguito il Jihad Islamico a rendersi protagonista di una lunga serie di attentati – come a Netanya e Netzarim nel 1995 (19 e 8 morti) e a Tel Aviv nel 1996 (13 morti) – nel tentativo di far naufragare gli Accordi di Oslo (1993), nei quali l’OLP si era invece spesa per un’apertura verso Israele. Tuttavia – nonostante i negoziati per la pace in corso – un sicario probabilmente del Mossad assassinò a Malta al-Shaqaqi (1995), che lasciò la guida del movimento ad al-Shallah. L’assassinio del leader storico e l’arresto dei vertici indebolirono il PIJ, che proseguì comunque con la strategia terroristica distinguendosi per ferocia anche nella II° Intifada (2000-2005). Tra gli attacchi più sanguinosi, l’attentato suicida al ristorante Maxim ad Haifa nel 2003, che costò la vita a 21 persone. Dai primi anni ’00 ad oggi la strategia del Movimento è rimasta invariata: in numerose occasioni il PIJ ha esploso razzi contro Israele – uccidendo decine tra civili e militari – innescando più volte la risposta muscolare di Tel Aviv (es. Operazione Protective Edge, 2014).

Il manifesto del PIJ

Nello Statuto, il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina viene definito come “movimento rivoluzionario jihadista che abbraccia l’Islam come religione e Stato”. La Jihad è dunque vista come “la soluzione per liberare la Palestina e rovesciare i regimi infedeli”. Si staglia nettissima la critica alla Fratellanza Musulmana nella sezione dedicata ai principi, quando si sottolinea come “la Palestina è parte dell’ideologia islamica, e che la rinuncia a qualsiasi sua parte è una rinuncia all’ideologia”. Il cuore del pensiero del PIJ si trova enucleato nei dogmi politici, dove si delinea il trinomio di miscredenza e oppressione – Occidente, regimi arabi e Israele – verso il quale orientare la lotta, così come emerge intransigente “il rifiuto di qualsiasi soluzione pacifica per la causa palestinese e l’affermazione della soluzione jihadista e del martirio come unica opzione per la liberazione”. La via della violenza politica è una vera e propria ragion d’essere del PIJ, che “rifiuta di prendere parte alle istituzioni dell’OLP fino a quando questa non abbraccerà esplicitamente la Soluzione Islamica”. Per quanto concerne invece gli obiettivi generali, svettano il “modellamento di un’identità palestinese in forma islamica” e la “realizzazione di uno Stato da una rivoluzione popolare” che passi ovviamente dalla “liberazione della Terra Santa dall’occupazione sionista”.

La strategia per realizzare tali obiettivi generali si serve dell’“induzione di uno stato di terrore, instabilità e panico nell’anima dei sionisti – specialmente dei colonizzatori – per costringerli a lasciare le loro abitazioni” e nella creazione di una “barriera psicologica tra gli ebrei ed i musulmani”, grazie al “convincimento che la coesistenza sia impossibile”. Infine, si intende compensare l’asimmetria delle forze in campo con l’adozione della “guerriglia come strategia bellica”.

Jihad Islamico Palestinese ed Hamas

Come anticipato, il Jihad Islamico Palestinese – pur non contando sugli stessi effettivi e sulla stessa esposizione mediatica di Hamas – è riuscito in parte a colmare il gap, grazie alla sua ferocia e al supporto di Teheran, che fornisce ai miliziani i fondi e l’addestramento di cui necessitano, anche se i razzi a lungo raggio in grado di raggiungere l’area urbana di Tel Aviv sono realizzati dai jihadisti stessi. Volendo quindi porre a confronto Hamas ed il Jihad Islamico, giova partire dai punti di contatto.

È senza dubbio lecito affermare che entrambe le formazioni sono da considerarsi estremistiche, inoltre – in quanto a schieramento – né l’una né l’altra fanno parte dell’OLP, che anzi hanno boicottato e combattuto. Sia Hamas che il PIJ hanno poi come obiettivo ultimo la distruzione di Israele e l’istituzione di uno Stato palestinese. Ciò detto, i due gruppi presentano anche interessanti divergenze. Com’è noto, dopo la battaglia di Gaza (2007) Hamas ha preso il controllo della Striscia ma dopo numerose contrapposizioni è stata costretta a siglare una tregua con Israele. Dal canto suo invece, il Jihad Islamico ha cercato più volte di far saltare il cessate-il-fuoco sparando razzi contro gli insediamenti israeliani, mettendo quindi Hamas nella difficile ed inedita posizione di dover dissuadere i jihadisti dagli attacchi cercando al contempo di non perdere il consenso popolare. Altra differenza tra le due è la vocazione sociale; laddove Hamas si spende in programmi di welfare, il Jihad Islamico ha mantenuto una connotazione puramente militare, marginalizzata in Hamas dalle responsabilità di governo della Striscia.  Nel novembre 2019 infatti – in seguito all’assassinio di un suo leader (Baha Abu al-Ata) – il PIJ ha scatenato la sua potenza di fuoco sparando circa 50 razzi in una sola notte contro lo Stato ebraico, incassando stavolta anche la solidarietà di Hamas.

Le tribù d’Israele e la questione dell’annessione

Dopo più di un anno di stallo e tre elezioni consecutive il 17 maggio ha visto finalmente la luce il nuovo governo ‘staffetta’ israeliano guidato dai due ex rivali Netanyahu e Gantz. Secondo l’accordo stipulato il primo guiderà il governo nei primi 18 mesi di mandato mentre il secondo lo sostituirà il 17 novembre 2021, ricoprendo nel frattempo la carica di Ministro della Difesa. Nonostante l’apparente risoluzione dell’impasse politico, la formazione del nuovo esecutivo non porterà a una diminuzione sostanziale della polarizzazione che ha caratterizzato la politica israeliana negli ultimi tempi. Quest’ultima se possibile è destinata ad aumentare ora che la dialettica tra posizioni molto distanti si riverserà all’interno del nuovo esecutivo. Inoltre lo scontro non si esaurisce nella contrapposizione seppur aspra tra leader politici, in quanto trae origine da lacerazioni ben più profonde che affliggono storicamente la società israeliana e oggi stanno emergendo nuovamente in superficie.

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Uno scontro tra élites

Tralasciando le comunità non sioniste che compongono l’eterogenea società israeliana (arabi, haredì e drusi sono le più importanti), emerge con chiarezza un violento dibattito interno alle forze sioniste, autentiche detentrici delle chiavi del Paese, le quali si sentono investite in questa fase dal compito di ridiscutere il patto costituente su cui si fonda Israele. Infatti con l’approvazione della Basic Law del 2018, la quale definisce Israele come ‘Stato nazione del popolo ebraico’, si è riaccesa una complessa riflessione introspettiva che investe l’essenza stessa dello Stato israeliano, la sua identità più profonda e di conseguenza il suo posto nel mondo.

È possibile semplificare tale contrapposizione individuando due poli principali, i quali non corrispondono pedissequamente alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione alla Knesset. Da una parte c’è la visione del sionismo secolare, il quale contempla l’esigenza di uno Stato degli ebrei cioè un Paese in cui sia ebraica la componente demografica maggioritaria della società ma non l’impalcatura istituzionale dello Stato, il quale deve rimanere autenticamente laico. Dall’altra parte un sionismo religioso il quale adotta una prospettiva inversa. Persegue l’affermazione di un vero e proprio Stato ebraico, in cui è lo Stato stesso a sanzionare giuridicamente la supremazia della comunità ebraica sulle altre quand’anche essa si riducesse a minoranza demografica.

La questione dell’annessione

Un tema dirimente che può fungere da termometro rispetto alla sopracitata contrapposizione tra le due anime dell’élite sionista è rappresentato dall’opportunità o meno di procedere all’annessione di porzioni della Cisgiordania. In particolare della Valle del Giordano e di altre aree in cui già sorgono i così detti insediamenti ebraici. Secondo l’accordo di governo l’implementazione di tale piano potrà iniziare a partire dal mese di luglio, quando la Knesset sarà chiamata a esprimersi in merito. Non c’è pieno accordo sulle implicazioni geopolitiche e strategiche, interne e internazionali che tale passo innescherebbe. Pertanto è utile richiamare le principali teorie presentate a favore o contro l’opportunità dell’annessione, definita nell’accordo di governo Application of sovereignty, mutuando una formula utilizzata per la prima volta nel 1981 dal governo Begin in riferimento alle Alture del Golan.

Ciò che tuttavia emerge già ora con chiarezza è la portata potenzialmente centrifuga che una mossa del genere innescherebbe all’interno della società israeliana. Secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute il 52 % della popolazione ebraica di Israele è a favore dell’annessione. A dimostrazione che all’interno della comunità ebraica le due posizione si equivalgono, radicalizzando notevolmente lo scontro. Infatti nella prassi l’instabilità aumenta nelle fasi in cui non emerge una posizione in grado di sottomettere inequivocabilmente l’altra. È il caso attuale in cui sionismo secolare e religioso sono equamente rappresentate all’interno delle istituzioni israeliane. Logica vorrebbe che in uno scenario del genere, caratterizzato dall’assenza di un mandato forte, ci si dovrebbe astenere da una mossa del genere. Tanto più un attore come Israele, costantemente esposto al rischio di un conflitto militare. La coesione nazionale tra le varie ‘tribù’ che compongono la società israeliana è infatti un’importante forma di deterrenza non militare nei confronti delle minacce alla propria sicurezza nazionale.

Le ragioni a favore dell’annessione

In un documento recentemente pubblicato, il Jerusalem Institute for Strategy and Security (JISS), considerato espressione dei falchi vicini a Netanyahu e al suo establishment, si sostiene la necessità di procedere all’annessione della Valle del Giordano e di proseguire la politica degli insediamenti. Al di là delle considerazioni di natura storico-culturale, in termini strategici ciò significherebbe mettere definitivamente in sicurezza il confine orientale andando a sopperire all’assenza di profondità territoriale e alla debolezza causata dalla natura morfologica del territorio. Non ci sono infatti barriere naturali in grado di difendere il fianco orientale del Paese da dove si rischiano incursioni verso il cuore del Paese, nell’area centrale che si estende da Gerusalemme alle città della costa. A ciò si dovrebbe affiancare un aumento degli insediamenti nell’area metropolitana gerosolimitana (al fine di mantenere una superiorità di tipo demografico) e nei pressi dei valichi collinari lungo la direttrice nord-sud Nablus-Ramallah-Gerusalemme-Hebron. Si badi bene: non si parla semplicisticamente di insediamenti ebraici bensì di insediamenti sionisti. Infatti in questo caso la presenza araba è equiparata a quella della comunità haredì, se possibile espressione di un sentimento anti-sionista più marcato. Rafforzare la presa sionista sull’area metropolitana di Gerusalemme significherebbe inoltre spezzare definitivamente la continuità territoriale palestinese già pesantemente ipotecata dalle previsioni dell’Accordo di Taba del 1995 che di fatto, tramite l’istituzione del sistema a zone (aree A, B, C), ha dato vita a una sorta di arcipelago palestinese. Nella prospettiva del sionismo religioso ciò potrebbe anche portare alla creazione di un unico Stato senza intaccare l’essenza stessa di Israele, Stato ebraico quale che sia la comunità demografica maggioritaria.

Le ragioni contrarie: la teoria del domino

Alle ragioni dell’annessione si sono contrapposti circa 200 ufficiali israeliani ex membri di Idf, Mossad e Shin Bet, rappresentati dall’organizzazione Commanders for Israel’s security (CIS). In un documento dedicato sostengono che tale annessione non ha alcun valore strategico e anzi avrebbe un effetto controproducente scatenando un potenziale effetto domino. Concretamente infatti Israele già controlla la sicurezza in territorio cisgiordano grazie alla collaborazione con l’Autorità nazionale palestinese (ANP) e al Trattato di pace stipulato nel 1994 con la Giordania. L’annessione porterebbe al contrario all’implosione dell’ANP e alla necessità di una nuova occupazione militare dell’intera Cisgiordania per sopperire all’aumento dell’instabilità e a possibili prevaricazioni dei movimenti islamisti (Hamas e Jihad islamico). Nella prospettiva del sionismo secolare nel lungo periodo ciò significherebbe aprire all’annessione totale della Cisgiordania e alla creazione di un unico grande Stato binazionale in cui dover garantire la cittadinanza a tutta la popolazione palestinese, ponendo fine alla superiorità demografica ebraica e dando luogo a uno Stato a maggioranza araba. Inoltre le tensioni popolari innescate in Egitto e Giordania porterebbero le rispettive classi dirigenti a stracciare i trattati di pace stipulati con Israele per non rischiare di essere a loro volta rovesciati da sommovimenti popolari.

L’annessione della Valle del Giordano e il disegno politico-strategico di Netanyahu

Dopo uno stallo politico durato più di un anno, lo Stato di Israele è riuscito finalmente a formare il 35° governo della sua storia. Il nuovo “Governo di Emergenza Nazionale” è il frutto dell’accordo stipulato fra il Likud di Benjamin Netanyahu e Kahol Lavan, guidato da Benny Gantz, per far fronte all’emergenza posta dal Covid-19. I due leader, che si alterneranno alla guida del paese, hanno previsto la possibilità per entrambi i partiti di avere il potere di veto nella presentazione delle proposte legislative, oltre che l’obbligo di non legiferare su argomenti estranei agli effetti del Coronavirus per i primi sei mesi dell’attività di governo. Tuttavia, queste due condizioni non valgono per una questione: l’annessione della Valle del Giordano.

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La supremazia politica di Netanyahu

Nell’accordo di governo col suo collega-rivale, Netanyahu è riuscito ad ottenere la possibilità di procedere verso l’estensione della sovranità israeliana in Cisgiordania, progetto politico già da lui delineato lo scorso anno in vista delle elezioni di settembre. Questo lasciapassare è contenuto nell’articolo 29 del patto di coalizione, che permetterà al Governo, a partire dal 1° luglio 2020, di presentare la proposta alla Knesset. Nel suo discorso prima della cerimonia di giuramento, Netanyahu ha ribadito la centralità del progetto di annessione affermando che “è giunto il momento per chiunque creda nella giustezza dei nostri diritti in Terra d’Israele di unirsi a un governo da me guidato per portare avanti insieme un processo storico“. L’annessione della Valle rappresenterebbe per l’attuale Primo ministro il coronamento di un duplice disegno politico-strategico:

  1. Assorbire all’interno del bacino elettorale del Likud i voti degli elettori vicini alla destra ultraortodossa
  2. Raggiungere un obiettivo strategico di difesa di lunga data

All’interno del variegato panorama politico israeliano, il voto degli elettori più religiosi e nazionalisti è storicamente andato ai diversi partiti religiosi e sionisti, che nei vari governi Netanyahu hanno formato l’ago della bilancia per garantirgli la maggioranza parlamentare. Tuttavia, è facilmente riscontrabile il tentativo del Primo ministro di attirare verso il suo partito, il Likud, il sostegno di questi elettori tramite il supporto dell’ideologia sionista ed i suoi numerosi richiami storici al “Grande Israele”, al supporto degli insediamenti in Cisgiordania e alla rinnegazione stessa di un’entità nazionale palestinese in quest’ultima. Netanyahu sembra sia effettivamente riuscito ad attrarre nel Likud molti dei voti che in precedenza sarebbero confluiti nei vari partiti religiosi. Infatti, mentre i partiti sionisti di estrema destra ad aprile 2019 ottennero all’incirca il 9.66 % dei voti, durante le elezioni di marzo non sono riusciti ad andare oltre il 5.66%, mentre il Likud ha aumentato i suoi voti del 3%, staccando Kahol Lavan. Da questo quadro appare chiaro come la leadership di Netanyahu sia ancora ben salda, nonostante l’incombente processo per corruzione che il Primo Ministro dovrà affrontare a partire dal 24 maggio.

La Valle del Giordano come imperativo strategico

L’annessione della Valle del Giordano non è concepibile solamente come una mossa elettorale, al contrario, fa parte del dibattito strategico e di difesa di Israele sin dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, l’allora Capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin riteneva fondamentale la presa della Valle per garantire allo Stato di Israele dei confini difendibili nel caso di un nuovo scontro con la Giordania. L’importanza strategica della Valle del Giordano è rappresentata dal fatto che questo confine è anche il più vicino al triangolo Gerusalemme-Haifa-Tel Aviv, che racchiude circa l’80% della popolazione israeliana e rappresenta il fulcro economico del paese. Nella possibilità di una invasione meccanizzata da oriente, la Valle del Giordano rappresenterebbe la prima e unica via di difesa israeliana.

Tuttavia, la Valle è considerata come essenziale per la sovranità di un futuro Stato palestinese, specialmente nell’ottica di una soluzione a due stati, dato che rappresenterebbe per i palestinesi l’unico confine separato da Israele e permetterebbe di collegare il futuro stato con la Giordania. Attualmente, nella Valle del Giordano sono presenti all’incirca tredicimila israeliani e sessantacinquemila palestinesi, secondo i dati di PeaceNow. La maggior parte di quest’ultimi vivono nella città di Gerico, esclusa però dai piani di annessione, mentre 47 comunità di pastori palestinesi (circa quattromila persone) ricadrebbero sotto la giurisdizione israeliana, vivendo nella cosiddetta Area C prevista dagli Accordi di Oslo.  L’annessione dell’Area C nella Valle del Giordano creerebbe una mancanza di continuità territoriale, lasciando Gerico, ad esempio, isolata e circondata da territorio israeliano. Secondo la mappa presentata da Netanyahu a settembre, i territori compresi nel piano di annessione corrispondono a circa il 22% della Cisgiordania ed un quinto dell’area da annettere è proprietà privata dei cittadini palestinesi.

Tuttavia, non mancano le critiche a questo progetto strategico. Il CIS (Commanders for Israel’s security), un gruppo di 220 ex generali delle varie forze di sicurezza israeliane -dall’IDF, al Mossad, allo Shin Bet – ha pubblicato il 3 aprile, un editoriale sui vari quotidiani israeliani in cui si appella direttamente ai suoi due ex colleghi nel nuovo governo, Benny Gantz (Ministro della Difesa e Vicepremier) e Gabi Ashkenazi (Ministro degli Esteri), i quali sono stati anche Capi di Stato dell’IDF. Il CIS sostiene che la necessità strategica rappresentata dalla Valle sia sovrastimata se si pensa che, nonostante le relazioni altalenanti, con la Giordania vige ancora lo storico trattato di pace firmato nel 1994. Nell’ipotesi di una mossa unilaterale, il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di vedere stracciati gli unici accordi di pace con paesi arabi firmati da Israele, ovvero quelli con Giordania ed Egitto. Infatti, il Re giordano Abdullah, in una intervista al quotidiano tedesco Der Spiegel, ha sostenuto che l’annessione unilaterale “porterà ad un massiccio conflitto con il Regno di Giordania”.

La Posizione degli Stati Uniti

L’accordo di coalizione, nella parte riferita all’annessione della Valle del Giordano, obbliga Netanyahu a ratificare il piano di pace per il Medio Oriente presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump a gennaio. È deducibile quindi, che l’ago della bilancia è rappresentato dall’assenso di Washington. Il “Deal of the Century” prevede che la Valle del Giordano ricada sotto la sovranità israeliana, configurandosi così come compatibile con le proposte di Netanyahu. Ciononostante, Jared Kushner, l’Inviato americano in Medio Oriente e ideatore del piano di pace, ha ribadito a febbraio che quello che era stato concordato tra gli Stati Uniti ed Israele era l’istituzione di un comitato congiunto per discutere una road map organizzata. Queste vaghe dichiarazioni sono lontane dal chiarire se gli Stati Uniti incoraggino o si oppongano all’annessione unilaterale. Anche le parole rilasciate da Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, sembrano non chiarire la posizione degli Stati Uniti. In seguito alla sua prima visita estera dopo più di un mese, incontrando a Gerusalemme sia Netanyahu che Gantz, mercoledì 13 maggio, Pompeo ha detto a Israel Hayom che annettere parte della Cisgiordania è una decisione israeliana, e che Israele avrà sia il diritto che l’obbligo di prendere una decisione su come procedere.

L’incertezza causata dall’impatto del Coronavirus negli Stati Uniti, combinata alla preoccupazione per le elezioni di novembre, sembrano aver spinto l’amministrazione Trump ad un approccio leggermente più cauto nello sponsorizzare l’annessione lasciando però la decisione finale ad Israele e quindi, nelle mani di Netanyahu. Quest’ultimo sembra aver capito di avere l’ultima parola sulla questione e sa che la “window of opportunity” dettata dal supporto – più o meno tacito – dell’amministrazione americana potrebbe svanire e quindi optare per l’annessione a partire dal 1° luglio. Le conseguenze di quest’ultima potrebbero portare alla cessazione della cooperazione di sicurezza con l’Autorità Palestinese e perfino al suo crollo, data l’impopolarità del Presidente Abbas, spingendo così i cittadini palestinesi verso il supporto di Hamas. L’instabilità in Cisgiordania potrebbe trasferirsi al di là del fiume Giordano e provocare la fine dei rapporti pacifici fra Israele e Giordania, oltre che alimentare ulteriormente l’instabilità regionale.

Il dilemma di Netanyahu

A prescindere da quello che accadrà, risulta evidente come l’artefice del piano di annessione, Netanyahu, abbia in mano le chiavi per dare una svolta alla questione. Bisognerà vedere se il Primo ministro voglia sfruttare a pieno le congiunture internazionali che potrebbero favorire l’annessione. Sul piano interno, la partita è già decisa, dato che il Likud ha già la maggioranza in Parlamento. All’interno del contesto regionale, i rivali di Gerusalemme non hanno ancora la forza e la coordinazione politica necessaria per impedire ad Israele di procedere verso il percorso unilaterale. L’Unione Europea ha già ammonito Israele delle possibili conseguenze in caso di annessione, con una dichiarazione dell’Alto Commissario Borrell. Tuttavia, come già successo varie volte in precedenza su altre questioni legate al diritto internazionale, il governo israeliano probabilmente ignorerà gli avvertimenti europei, proseguendo per la sua strada. Sarà fondamentale capire la posizione del più importante alleato israeliano: gli Stati Uniti. Il 2020 si sta dimostrando un anno molto delicato per l’amministrazione Trump che sta cercando di appoggiare le mosse di Netanyahu senza però essere considerata un fattore accellerante, lasciando l’ultima parola al leader del Likud. Quest’ultimo potrebbe accelerare l’annessione in vista di un cambio di amministrazione a novembre 2020, ma dovrà ponderare se l’estensione della sovranità sulla Valle del Giordano valga il deterioramento dei rapporti con la Giordania e l’Egitto, e la fine della collaborazione con l’Autorità Palestinese.

                                                           Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info

Il non tanto nuovo governo israeliano

Il presidente della repubblica israeliana Reuven Rivlin ha affidato formalmente a Benjamin Netanyahu l’incarico di formare un nuovo governo. Con la convalida della Corte Suprema la questione è chiusa, l’accordo di governo tra i due ex-rivali Bibi Netanyahu e Benny Gantz è cosa fatta: nonostante i processi a suo carico, Netanyahu potrà tornare a fare il primo ministro per la quinta volta. 

Il non tanto nuovo governo israeliano - Geopolitica.info

Finisce così la più lunga crisi politica della storia di Israele, con Bibi l’immortale ancora al suo posto dopo 16 mesi di campagne elettorali, tre tornate elettorali e un governo in carica per gli affari correnti dall’autunno del 2018. Secondo il patto di coalizione Gantz diventerà primo ministro fra 18 mesi. Fino ad allora, sarà ministro della Difesa e avrà il potere di veto su gran parte delle questioni legislative e politiche.

La svolta avrà conseguenze cruciali sul futuro di Israele e sui palestinesi dei Territori occupati. Nell’accordo Netanyahu-Gantz infatti, è prevista l’annessione di interi blocchi della Cisgiordania, il controverso asso nella manica sfoggiato Bibi durante l’ultima campagna elettorale per conquistare il cuore dei coloni, normalmente orientati a votare i partiti nazional-religiosi a destra del Likud. Alla fine, quindi è stato Gantz a cedere a Netanyahu, che a sua volta ha ceduto alle idee dell’ala più radicale del suo schieramento politico.

Il piano di Netanyahu prevede l’annessione totale della Valle del Giordano, lasciando la città palestinese di Gerico sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Il territorio è per lo più inospitale e poco abitato, ma ha un alto valore strategico perché confina direttamente con la Giordania. Annettendolo, Israele renderebbe impossibile per qualsiasi eventuale futuro stato palestinese l’accesso all’unico paese oltre a Israele con cui lo Stato di Palestina potrebbe confinare. Per uscire e rientrare i palestinesi dovrebbero servirsi di uno dei due corridoi di frontiera sotto il totale controllo israeliano.

Attualmente la Valle del Giordano è parte della cosiddetta Area C, territorio occupato dove già esistono colonie israeliane. Dal punto di vista pratico è uno spazio nella totale disponibilità israeliana. Non ci sono dati precisi e aggiornati sulla demografia locale, all’incirca si parla di 5.000 coloni ebrei e 60.000 palestinesi, ma di questi solo 10.000 vivono effettivamente nell’Area C da annettere a Israele, la maggior parte vive nella città di Gerico, che nel piano resterà parte dei territori amministrati dall’ANP.

Dal punto di vista pratico quindi, per Israele sarebbe facile annettere questi territori senza fare grandi operazioni. Tuttavia, l’annessione è cosa ben diversa dallo status quo attuale. Una volta annessi, il territorio smetterebbe di essere soggetto all’amministrazione militare diventando parte integrante dello Stato di Israele al pari degli altri distretti. Inoltre, l’annessione sarebbe illegale dal punto di vista del diritto internazionale, un’altra violazione delle risoluzioni dell Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Fino a pochi anni fa era impossibile immaginare un’azione del genere, ma oggi la posizione di Israele è più forte che mai. Per quanto spregiudicata e criticata, la linea di Netanyahu si è rivelata vincente, almeno dal punto di vista suo e dei suoi sostenitori.

Oggi i rapporti di forza permettono a Israele di ignorare qualsiasi voce critica, i tempi della presidenza Obama sono lontani. Con il presidente Donald Trump e il suo vice Mike Pence alla Casa Bianca, gli Stati Uniti sono dalla sua parte come mai prima d’ora. Washington ha già riconosciuto l’annessione delle alture del Golan e trasferito l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, l’annessione di parti della Cisgiordania — e in particolare della Valle del Giordano — è addirittura prevista nel piano Peace to prosperity illustrato da Trump lo scorso gennaio.

Come reagirà il resto del mondo

I grandi paesi europei sono nettamente contrari a qualsiasi azione unilaterale di Israele, così come l’Unione europea, ma al di là delle dichiarazioni formali non avranno né la voglia né l’interesse di contrastare le manovre israeliane. Si limiteranno a non riconoscere l’annessione della Valle del Giordano come non hanno mai riconosciuto quella delle Alture del Golan, e (forse) applicheranno in ordine sparso il boicottaggio di quanto prodotto in quei territori (dove non si produce quasi nulla), ma niente di più. Probabilmente Netanyahu riuscirà anche a portare dalla sua parte qualche paese dell’UE orientale come ha già fatto in passato, spaccando formalmente anche l’unanimità della posizione comunitaria, indebolendone ulteriormente il valore.

Gli Stati della Lega Araba hanno già storto il naso e condannato sia il piano di pace proposto da Trump che i progetti di annessione di Netanyahu, ma anch’essi non vogliono rovinare il rapporto informale sempre più sofisticato che hanno costruito con lo Stato ebraico in questi anni, una relazione molto particolare basata sugli interessi strategici comuni in chiave anti-iraniana.

Ancora meno interesserà a Russia, Cina, India e tutte le altre grandi e piccole potenze che con Israele hanno ottimi rapporti commerciali e politici, e tutta l’intenzione di continuare ad averli. Anche da loro verranno dure parole di condanna, in alcuni casi più formali e in altri più severe, ma niente di più.

La strada verso l’annessione quindi sembra spianata, a maggior ragione in un momento che vede tutto il mondo alle prese con la crisi sanitaria ed economica del coronavirus. La data da segnare sul calendario è il 1° luglio, Netanyahu punterà a chiudere la questione prima delle elezioni statunitensi previste a novembre.

La versione di Pleffer

Vale la pena citare l’opinione di Anshel Pleffer, editorialista di Haaretz e grande conoscitore della storia personale e politica di Netanyahu. Secondo lui non ci sarà nessuna annessione, perché Bibi non vuole che accada e ormai non ne ha più bisogno per vincere le elezioni, né per raccogliere l’elettorato. Secondo Pleffer. La priorità dell’eterno premier è impedire che si svolgano i processi a suo carico per corruzione. Giustamente Pleffer sottolinea che Netanyahu ha già ottenuto tutto quel che desiderava da Trump: lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, il riconoscimento dell’annessione delle alture del Golan. Il fatto però è che Pleffer sembra convinto che, siccome Netanyahu ha passato un’intera carriera politica a far sparire la questione palestinese dalle grandi questioni globali, l’ultima cosa che vuole è riaccendere l’interesse internazionale con un’annessione illegale.

Personalmente però non ne sarei così sicuro. Il fatto è che in Israele sono già state superate molte “linee rosse” senza conseguenze. Oggi come oggi una cosa un tempo impensabile come l’annessione unilaterale della Valle del Giordano farebbe notizia al massimo per una settimana. Nessuno potrebbe farci niente (a parte gli Stati Uniti, che però sono d’accordo) e nessuno avrà voglia di farci niente. Inoltre, Netanyahu dovrà presto affrontare l’ostilità della magistratura che dopo tanti anni è riuscita a portarlo in giudizio. Avere dalla sua parte un’opinione pubblica israeliana galvanizzata dall’annessione di territori proibiti lo renderebbe ancora più forte sul fronte interno: un leader che ha reso Israele più grande e più forte, un leader che godrebbe di un consenso quasi messianico, un leader molto difficile da condannare per qualche “piccolo” reato di corruzione tutto sommato perdonabile.

Un format comunicativo di conflitto tra leader amato dal popolo e magistratura pedante che in Italia conosciamo bene. Per sapere come andrà a finire questa storia non dovremo aspettare molto, nei prossimi mesi avremo la risposta a gran parte di queste domande.

L’Asse Trump-Netanyahu e la pace impossibile

Alla fine è arrivato. Dopo tre anni di attesa e speculazioni, il piano di pace statunitense per risolvere il conflitto israelo-palestinese è stato presentato. L’accordo del secolo, secondo Donald Trump. In realtà non c’è niente di eccezionale, è l’ennesima versione del piano di spartizione proposta da Yigal Allon nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni. Più che una credibile proposta per risolvere il conflitto il piano sembra una spregiudicata mossa politica a uso interno di Trump e Netanyahu, ma potrebbe portare alla fine degli Accordi di Oslo.

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Il documento dell’amministrazione Trump è stato presentato alla Casa Bianca durante la visita del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e di Benny Gantz, suo sfidante alle elezioni di marzo con la coalizione Kahol Lavan. Non era presente nessun rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), diffidente fin dall’inizio e in rotta con Casa Bianca e Dipartimento di Stato da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.

La proposta

Va detto fin dall’inizio che il piano è inaccettabile per i palestinesi, non è una proposta credibile. Se messa davvero in pratica, per la Palestina significherebbe de facto rinunciare a uno Stato sovrano e riconoscere l’occupazione israeliana, ricevendo in cambio solo la possibilità di renderla economicamente sostenibile a suon di aiuti. L’unico lato positivo è che, almeno idealmente, la Casa Bianca è tornata a parlare di soluzione a due stati. Il documento di 180 pagine prevede che Gerusalemme diventi capitale “unica e indivisibile” dello Stato di Israele, l’annessione israeliana della Valle del Giordano e della maggior parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. All’interno della Palestina saranno presenti anche una quindicina di exclave israeliane, il che vuol dire che nemmeno le colonie più isolate verrebbero smantellate in favore dello stato palestinese. La Città Vecchia di Gerusalemme e il c.d. bacino sacro resteranno sotto il controllo israeliano, i palestinesi saranno però incaricati della sicurezza sulla Spianata delle Moschee insieme alla Giordania (che non è altro che lo status quo attuale).

Lo Stato di Palestina nascerebbe in quel che rimane della Cisgiordania e della striscia di Gaza, con capitale in un’ipotetica Gerusalemme Est. Ipotetica perché la capitale palestinese non nascerebbe sul territorio dell’attuale Gerusalemme, ma in uno dei villaggi limitrofi a est della barriera di separazione. In sostanza, ai palestinesi verrebbe dato il permesso di chiamare “Al-Quds” (Gerusalemme in arabo) i quartieri di Abu Dis e Bethany, o il campo profughi di Shufat.

Sono previste compensazioni territoriali, in pratica dei lotti nel deserto del Negev collegati con Gaza, e l’annessione palestinese di alcune città israeliane dove vivono gli arabi, che cambierebbero quindi la cittadinanza (i residenti in questione però non sono d’accordo).

Alla Palestina arriveranno 50 miliardi di aiuti per lo sviluppo economico. Condizione necessaria è il riconoscimento di Israele come stato ebraico, la rinuncia ad avere un esercito (uno stato smilitarizzato), al controllo dello spazio aereo e a tutta una serie di accordi per la sicurezza da stabilire nei dettagli. Accordi non semplici. Lo stato palestinese non avrebbe una vera continuità territoriale, il paese sarebbe attraversato da lingue di territorio israeliano e per spostarsi da una città all’altra bisognerebbe passare per tunnel e ponti in cui i territori si incrociano. La Palestina non avrebbe neanche il controllo delle frontiere, tutti i passaggi per entrare e uscire dal paese sarebbero soggetti al controllo diretto o indiretto di Israele. All’atto pratico, visto la sproporzione dei rapporti di forza la funzionalità dello stato palestinese dipenderebbe dal rapporto con gli israeliani.

Le reazioni

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha rigettato la proposta e promesso di proseguire la battaglia contro l’occupazione israeliana. Abbas è stato molto chiaro, nella riunione d’emergenza convocata a Ramallah ha detto che Trump vuole imporre ai palestinesi qualcosa che non vogliono, e poi, testuali parole: «Non mi resta molto da vivere e non voglio essere un traditore. Abbiamo detto no e continueremo a farlo, a qualsiasi accordo che non preveda la soluzione di due stati basata sui confini del 1967».

Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha esortato la comunità internazionale a boicottare il piano, e l’ha bollato come una cospirazione per liquidare la causa palestinese. Sulla stessa linea anche Hamas e Jihad Islamica, anche se nel caso di Hamas il piano prevede solo il disarmo del movimento, non il suo scioglimento. Fin da subito in Cisgiordania e a Gaza sono iniziate proteste e manifestazioni, e nei prossimi giorni ci si aspetta un’escalation nel solito lancio di razzi e colpi di mortaio da Gaza.

Sul fronte mediorientale i paesi più contrari sono Iran e Turchia, che l’hanno definito “il piano della vergogna” destinato a fallire. Reazione contraria da parte della Giordania, che ha messo in guardia Israele dal compiere azioni unilaterali – i.e. l’annessione della Valle del Giordano (già in programma nell’agenda di Netanyahu). Atteggiamento più positivo da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che invitano le parti a studiare la proposta e tornare ad aprire un negoziato. Probabilmente le petromoarchie del Golfo saranno chiamate a contribuire politicamente per far accettare il piano ai palestinesi, ed economicamente per garantire lo sviluppo della Palestina. Sostenere una proposta del genere però metterebbe questi governi in imbarazzo davanti alle opinioni pubbliche del mondo islamico. Alcune delegazioni erano presenti a Washington, ma al momento nessuno degli alleati degli Stati Uniti nella regione ha formalmente approvato l’accordo.

Le Nazioni Unite hanno preso le distanze e sottolineato che ogni soluzione deve passare per il Consiglio di sicurezza. L’Unione Europea ha dichiarato tramite l’Alto rappresentate per la politica estera – lo spagnolo Joseph Borrell – di aver bisogno di tempo per “studiare accuratamente” i dettagli del piano. Per Bruxelles l’unilateralismo di Trump (e Netanyahu) è l’ennesimo sgarbo diplomatico proveniente da oltreoceano, un’altra dimostrazione dell’irrilevanza politica dell’UE su dossier fondamentali. Sarà un altro scossone all’orgoglio dei Paesi del vecchio continente, che tuttavia hanno problemi più urgenti di cui preoccuparsi.

Netanyahu ha accolto la proposta come una svolta storica e annunciato che presenterà il piano di annessione degli insediamenti israeliani già la settimana prossima. Nelle stesse ore ha anche rinunciato ad avvalersi dell’immunità nel processo che lo vede incriminato in tre casi per abuso d’ufficio e corruzione. In realtà è una mossa tattica a uso politico per ostentare sicurezza, il parlamento aveva in programma di votare se concedergli o no l’immunità (come succede in Italia) e Bibi non aveva i numeri. Prima di tornare in Israele però è passato a Mosca per discutere il documento con il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è il primo paese con cui Israele si confronta sulla proposta di Trump. Anche il Cremlino ha reagito freddamente ma sostanzialmente non si è opposto, per ora i russi restano alla finestra.

L’estetica dell’incontro tra Putin e Netanyahu si è concentrato sulle immagini del rilascio della 26-enne israeliana Naama Issachar, da dieci mesi in un carcere russo per una piccola storia di possesso di stupefacenti, puniti molto severamente in Russia. La ragazza era condannata a 7 anni e mezzo di prigione ma Putin ha usato i suoi poteri per farla rilasciare, regalando un altro successo diplomatico che Netanyahu potrà usare in campagna elettorale. La particolarità della relazione russo-israeliana richiederà una trattazione particolare, su questa e su altre questioni.

L’asse Trump-Netanyahu

L’annuncio arriva in una fase politica molto delicata sia per Israele che per gli Stati Uniti, sia per Trump che per Netanyahu. Gli israeliani torneranno a votare per la Knesset il 2 marzo, la terza volta in un anno con un premier incriminato ma ancora vincente. Gli USA sono alle prese con l’Impeachment e con l’imminenza di altri scandali (come le rivelazioni di John Bolton), che andranno a intaccare ulteriormente la figura del presidente in vista delle elezioni del 3 novembre. Netanyahu si è fatto accompagnare a Washington dal leader delle colonie, un blocco elettorale di cui ha bisogno per vincere le elezioni. Coloni che negli Stati Uniti hanno il supporto dei potentissimi cristiani evangelici (vicini al vicepresidente Mike Pence), di cui invece ha bisogno Trump per vincere le elezioni presidenziali. Insomma, è legittimo pensare che il piano di pace più che una proposta strategica per arrivare a una pacificazione del conflitto, per Trump è una mossa tattica per vincere le elezioni.

Non sarà così semplice però, in Israele lo Yesha Council (un consiglio delle colonie ebraiche) ha respinto il piano e dichiarato che non accetterà l’esistenza di uno Stato palestinese, nemmeno smilitarizzato. Tattica o strategica che sia, nel caso israeliano questa situazione può portare ad altri fatti sul terreno a scapito delle ambizioni statuali dei palestinesi, non la prima dell’asse Trump-Netanyahu. Se il governo annetterà alcune colonie e addirittura la Valle del Giordano come annunciato dal premier israeliano, parlare di “soluzione a due stati secondo i confini del 1967” diventerà ancora più irrealistico di quanto non lo sia già, la pietra tombale sugli Accordi di Oslo. Trump in Israele è già andato oltre i vecchi schemi: ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme e l’ha riconosciuta come capitale, dopodiché ha anche riconosciuto l’annessione delle Alture del Golan. Un tempo per la Casa Bianca queste erano linee rosse invalicabili, decisioni che nessun presidente era disposto a prendere pur di non scatenare l’inferno. Poi è arrivato Trump, e l’impensabile è diventato possibile. Ramallah non è mai stata così sola, quello che presentato alla Casa Bianca forse è il massimo che i palestinesi possono avere, ma è un massimo del tutto insufficiente.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.