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L’Asse Trump-Netanyahu e la pace impossibile

Alla fine è arrivato. Dopo tre anni di attesa e speculazioni, il piano di pace statunitense per risolvere il conflitto israelo-palestinese è stato presentato. L’accordo del secolo, secondo Donald Trump. In realtà non c’è niente di eccezionale, è l’ennesima versione del piano di spartizione proposta da Yigal Allon nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni. Più che una credibile proposta per risolvere il conflitto il piano sembra una spregiudicata mossa politica a uso interno di Trump e Netanyahu, ma potrebbe portare alla fine degli Accordi di Oslo.

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Il documento dell’amministrazione Trump è stato presentato alla Casa Bianca durante la visita del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e di Benny Gantz, suo sfidante alle elezioni di marzo con la coalizione Kahol Lavan. Non era presente nessun rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), diffidente fin dall’inizio e in rotta con Casa Bianca e Dipartimento di Stato da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.

La proposta

Va detto fin dall’inizio che il piano è inaccettabile per i palestinesi, non è una proposta credibile. Se messa davvero in pratica, per la Palestina significherebbe de facto rinunciare a uno Stato sovrano e riconoscere l’occupazione israeliana, ricevendo in cambio solo la possibilità di renderla economicamente sostenibile a suon di aiuti. L’unico lato positivo è che, almeno idealmente, la Casa Bianca è tornata a parlare di soluzione a due stati. Il documento di 180 pagine prevede che Gerusalemme diventi capitale “unica e indivisibile” dello Stato di Israele, l’annessione israeliana della Valle del Giordano e della maggior parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. All’interno della Palestina saranno presenti anche una quindicina di exclave israeliane, il che vuol dire che nemmeno le colonie più isolate verrebbero smantellate in favore dello stato palestinese. La Città Vecchia di Gerusalemme e il c.d. bacino sacro resteranno sotto il controllo israeliano, i palestinesi saranno però incaricati della sicurezza sulla Spianata delle Moschee insieme alla Giordania (che non è altro che lo status quo attuale).

Lo Stato di Palestina nascerebbe in quel che rimane della Cisgiordania e della striscia di Gaza, con capitale in un’ipotetica Gerusalemme Est. Ipotetica perché la capitale palestinese non nascerebbe sul territorio dell’attuale Gerusalemme, ma in uno dei villaggi limitrofi a est della barriera di separazione. In sostanza, ai palestinesi verrebbe dato il permesso di chiamare “Al-Quds” (Gerusalemme in arabo) i quartieri di Abu Dis e Bethany, o il campo profughi di Shufat.

Sono previste compensazioni territoriali, in pratica dei lotti nel deserto del Negev collegati con Gaza, e l’annessione palestinese di alcune città israeliane dove vivono gli arabi, che cambierebbero quindi la cittadinanza (i residenti in questione però non sono d’accordo).

Alla Palestina arriveranno 50 miliardi di aiuti per lo sviluppo economico. Condizione necessaria è il riconoscimento di Israele come stato ebraico, la rinuncia ad avere un esercito (uno stato smilitarizzato), al controllo dello spazio aereo e a tutta una serie di accordi per la sicurezza da stabilire nei dettagli. Accordi non semplici. Lo stato palestinese non avrebbe una vera continuità territoriale, il paese sarebbe attraversato da lingue di territorio israeliano e per spostarsi da una città all’altra bisognerebbe passare per tunnel e ponti in cui i territori si incrociano. La Palestina non avrebbe neanche il controllo delle frontiere, tutti i passaggi per entrare e uscire dal paese sarebbero soggetti al controllo diretto o indiretto di Israele. All’atto pratico, visto la sproporzione dei rapporti di forza la funzionalità dello stato palestinese dipenderebbe dal rapporto con gli israeliani.

Le reazioni

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha rigettato la proposta e promesso di proseguire la battaglia contro l’occupazione israeliana. Abbas è stato molto chiaro, nella riunione d’emergenza convocata a Ramallah ha detto che Trump vuole imporre ai palestinesi qualcosa che non vogliono, e poi, testuali parole: «Non mi resta molto da vivere e non voglio essere un traditore. Abbiamo detto no e continueremo a farlo, a qualsiasi accordo che non preveda la soluzione di due stati basata sui confini del 1967».

Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha esortato la comunità internazionale a boicottare il piano, e l’ha bollato come una cospirazione per liquidare la causa palestinese. Sulla stessa linea anche Hamas e Jihad Islamica, anche se nel caso di Hamas il piano prevede solo il disarmo del movimento, non il suo scioglimento. Fin da subito in Cisgiordania e a Gaza sono iniziate proteste e manifestazioni, e nei prossimi giorni ci si aspetta un’escalation nel solito lancio di razzi e colpi di mortaio da Gaza.

Sul fronte mediorientale i paesi più contrari sono Iran e Turchia, che l’hanno definito “il piano della vergogna” destinato a fallire. Reazione contraria da parte della Giordania, che ha messo in guardia Israele dal compiere azioni unilaterali – i.e. l’annessione della Valle del Giordano (già in programma nell’agenda di Netanyahu). Atteggiamento più positivo da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che invitano le parti a studiare la proposta e tornare ad aprire un negoziato. Probabilmente le petromoarchie del Golfo saranno chiamate a contribuire politicamente per far accettare il piano ai palestinesi, ed economicamente per garantire lo sviluppo della Palestina. Sostenere una proposta del genere però metterebbe questi governi in imbarazzo davanti alle opinioni pubbliche del mondo islamico. Alcune delegazioni erano presenti a Washington, ma al momento nessuno degli alleati degli Stati Uniti nella regione ha formalmente approvato l’accordo.

Le Nazioni Unite hanno preso le distanze e sottolineato che ogni soluzione deve passare per il Consiglio di sicurezza. L’Unione Europea ha dichiarato tramite l’Alto rappresentate per la politica estera – lo spagnolo Joseph Borrell – di aver bisogno di tempo per “studiare accuratamente” i dettagli del piano. Per Bruxelles l’unilateralismo di Trump (e Netanyahu) è l’ennesimo sgarbo diplomatico proveniente da oltreoceano, un’altra dimostrazione dell’irrilevanza politica dell’UE su dossier fondamentali. Sarà un altro scossone all’orgoglio dei Paesi del vecchio continente, che tuttavia hanno problemi più urgenti di cui preoccuparsi.

Netanyahu ha accolto la proposta come una svolta storica e annunciato che presenterà il piano di annessione degli insediamenti israeliani già la settimana prossima. Nelle stesse ore ha anche rinunciato ad avvalersi dell’immunità nel processo che lo vede incriminato in tre casi per abuso d’ufficio e corruzione. In realtà è una mossa tattica a uso politico per ostentare sicurezza, il parlamento aveva in programma di votare se concedergli o no l’immunità (come succede in Italia) e Bibi non aveva i numeri. Prima di tornare in Israele però è passato a Mosca per discutere il documento con il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è il primo paese con cui Israele si confronta sulla proposta di Trump. Anche il Cremlino ha reagito freddamente ma sostanzialmente non si è opposto, per ora i russi restano alla finestra.

L’estetica dell’incontro tra Putin e Netanyahu si è concentrato sulle immagini del rilascio della 26-enne israeliana Naama Issachar, da dieci mesi in un carcere russo per una piccola storia di possesso di stupefacenti, puniti molto severamente in Russia. La ragazza era condannata a 7 anni e mezzo di prigione ma Putin ha usato i suoi poteri per farla rilasciare, regalando un altro successo diplomatico che Netanyahu potrà usare in campagna elettorale. La particolarità della relazione russo-israeliana richiederà una trattazione particolare, su questa e su altre questioni.

L’asse Trump-Netanyahu

L’annuncio arriva in una fase politica molto delicata sia per Israele che per gli Stati Uniti, sia per Trump che per Netanyahu. Gli israeliani torneranno a votare per la Knesset il 2 marzo, la terza volta in un anno con un premier incriminato ma ancora vincente. Gli USA sono alle prese con l’Impeachment e con l’imminenza di altri scandali (come le rivelazioni di John Bolton), che andranno a intaccare ulteriormente la figura del presidente in vista delle elezioni del 3 novembre. Netanyahu si è fatto accompagnare a Washington dal leader delle colonie, un blocco elettorale di cui ha bisogno per vincere le elezioni. Coloni che negli Stati Uniti hanno il supporto dei potentissimi cristiani evangelici (vicini al vicepresidente Mike Pence), di cui invece ha bisogno Trump per vincere le elezioni presidenziali. Insomma, è legittimo pensare che il piano di pace più che una proposta strategica per arrivare a una pacificazione del conflitto, per Trump è una mossa tattica per vincere le elezioni.

Non sarà così semplice però, in Israele lo Yesha Council (un consiglio delle colonie ebraiche) ha respinto il piano e dichiarato che non accetterà l’esistenza di uno Stato palestinese, nemmeno smilitarizzato. Tattica o strategica che sia, nel caso israeliano questa situazione può portare ad altri fatti sul terreno a scapito delle ambizioni statuali dei palestinesi, non la prima dell’asse Trump-Netanyahu. Se il governo annetterà alcune colonie e addirittura la Valle del Giordano come annunciato dal premier israeliano, parlare di “soluzione a due stati secondo i confini del 1967” diventerà ancora più irrealistico di quanto non lo sia già, la pietra tombale sugli Accordi di Oslo. Trump in Israele è già andato oltre i vecchi schemi: ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme e l’ha riconosciuta come capitale, dopodiché ha anche riconosciuto l’annessione delle Alture del Golan. Un tempo per la Casa Bianca queste erano linee rosse invalicabili, decisioni che nessun presidente era disposto a prendere pur di non scatenare l’inferno. Poi è arrivato Trump, e l’impensabile è diventato possibile. Ramallah non è mai stata così sola, quello che presentato alla Casa Bianca forse è il massimo che i palestinesi possono avere, ma è un massimo del tutto insufficiente.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Our Boys, il racconto del lato oscuro di Israele

L’ultimo conflitto tra Israele e Striscia di Gaza risale al 2014, una campagna militare durata 50 giorni in cui morirono 72 israeliani e più di 2200 palestinesi. Il conflitto fu il risultato di una serie di eventi drammatici iniziata con il rapimento di tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania. Il canale HBO sta mandando in onda una serie televisiva che ricostruisce i fatti di alcuni di quei giorni, una serie che offre uno spaccato dettagliato sulla società israelo-palestinese che vive nell’area della Grande Gerusalemme.

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Tutto inizia il 12 giugno 2014 quando Naftali Fraenkel, Gilad Shaer ed Eyal Yifrah vengono rapiti in Cisgiordania. Israele dà la colpa ad Hamas, che inizialmente nega. L’esercito israeliano (IDF) non offre prove, l’Autorità Nazionale Palestinese accusa un clan rivale di Hamas. Il leader di Hamas, Khaled Meshal, non conferma e non smentisce il coinvolgimento dell’organizzazione, ma si congratula con i rapitori. Le IDF lanciano l’operazione Brothers Keeper (traducibile con un “riportiamoli a casa”) durante la quale vengono eseguiti perquisizioni casa per casa e arresti a tappeto in tutta la Cisgiordania. Israele vive questi giorni con grande apprensione e dolore, gli israeliani rivogliono “i loro ragazzi” spariti. I palestinesi invece vivono l’operazione come una punizione collettiva.

 

Il 30 giugno i corpi dei tre ragazzi vengono trovati ad Hebron, tra gli israeliani esplode la disperazione e si accende la rabbia. Nei giorni delle proteste antiarabe, tre nazionalisti ebrei rapiscono e bruciano vivo il giovanissimo (16 anni) Mohammed Abu Khdeir. Il suo corpo carbonizzato viene trovato nella foresta di Gerusalemme. I tre assassini vengono individuati e arrestati dallo Shin Bet, ora ad essere infuriati per l’assassinio di un proprio figlio sono i palestinesi. In pochi giorni si arrivò a un’escalation su Gaza a suon di razzi lanciati dalla Striscia e al conflitto militare con l’operazione Protective Edge (margine protettivo) lanciata da Israele.

 

Questa in estrema sintesi è la storia di quelle settimane, una serie di eventi che ha avuto luogo nel cuore di Israele e Palestina, principalmente nell’area della Grande Gerusalemme unificata e annessa da Israele, ma separata dalla Cisgiordania occupata con la barriera di separazione. Una grande città dove israeliani e palestinesi vivono in quartieri vicini ma ben distinti, dove le vite si incrociano quotidianamente in un rapporto profondamente asimmetrico. Se c’è una parte di Israele che può assomigliare a un ipotetico stato unico per entrambi i popoli, è questa. Luoghi dove le culture e le ideologie si scontrano continuamente: ebrei contro arabi ovviamente, ma anche ebrei ashkenaziti contro ebrei sefarditi (o più correttamente, mizrahi), ebrei secolari contro ebrei religiosi, musulmani contro cristiani, arabi che cercano di adattarsi e arabi che vogliono la guerra, destra contro sinistra. Una lista che potrebbe continuare, perché ognuno di questi segmenti sociali, al suo interno, è frammentato etnicamente, culturalmente, ideologicamente ed economicamente.

 

La serie tv “Our Boys” (i nostri ragazzi) racconta questi luoghi e queste persone in maniera così dura e approfondita che merita di essere vista da chi ha voglia di studiare o semplicemente conoscere meglio la parte più profonda di Israele, quella lontana dalla modernità di Tel Aviv e dall’ormai tipico teatro militare dei Territori occupati. Prodotta da Keshet Studio e HBO, è la prima serie completamente in ebraico e arabo trasmessa negli Stati Uniti, una co-produzione che racconta uno dei lati più oscuri di Israele – il nazionalismo eversivo ultra-ortodosso – senza fare sconti al pubblico internazionale. La serie ha fatto infuriare molti politici israeliani, dalla ministra della cultura Miri Regev fino al primo ministro Benjiamin Netanyahu, che ha addirittura invitato al boicottaggio di HBO definendo “Our Boys” una serie antisemita.

 

Gli autori Hagai Lev, Joseph Cedar e Tawfik Abu Wael sono stati molto coraggiosi nel toccare ferite ancora aperte ripercorrendo alcune delle settimane più difficili della storia recente di Israele. Soprattutto, sono stati coraggiosi nel raccontare in maniera così profonda due delle comunità meno conosciute: gli arabi di Gerusalemme Est e gli ebrei mizrahi e ultra-ortodossi di Gerusalemme Ovest e delle colonie in Cisgiordania. È proprio questo aspetto a rendere “Our Boys” così interessante, il modo in cui si addentra in alcuni dei lati più oscuri e delicati della psicologia israeliana e palestinese.

 

La storia si concentra su quello che è successo dopo il ritrovamento dei corpi dei tre adolescenti ebrei rapiti e uccisi, e della sete di sangue e vendetta scatenata dalla loro tragica morte. Il protagonista è Simon, un agente dello Shin Bet specializzato nella unità che si occupa dei crimini d’odio degli ebrei contro musulmani, cristiani e altre minoranze. Fin dal primo episodio Simon è preoccupato della vendetta che potrebbe scatenarsi nel caso in cui i tre adolescenti rapiti dovessero essere trovati uccisi. Quando questo effettivamente succede, Simon scopre rapidamente che gli assassini del sedicenne arabo Mohammed Abu Khdeir, rapito in un quartiere di Gerusalemme e arso vivo, sono stati dei giovani nazionalisti ebrei ultra-ortodossi. Gli autori danno per scontato che lo spettatore sia a conoscenza di particolarità come i “price tag” (attacchi contro le comunità arabe), la “hilltop youth” ultra-ortodossa e le organizzazioni anti-assimilazione come Lehava (cose molto difficili da sapere senza aver approfondito la conoscenza della popolazione israeliana).

 

Gli autori si sono presi molte libertà nel ricostruire momenti e dialoghi funzionali a raccontare i fatti dalla prospettiva delle vittime, degli assassini, degli agenti che conducono le indagini e di tutte le persone coinvolte. Se “Our Boys” fosse stato un docufilm, non avrebbe funzionato allo stesso modo. Nei primi sei episodi usciti finora si vedono molte cose difficili da capire e digerire per chi ha un’idea stereotipata. Simon è un ebreo mizrahi di origine marocchina che lavoro in un ambiente di ashkenaziti. Le scene in cui si infiltra nelle comunità dei coloni ultra-ortodossi sono piene di conversazioni teologiche e politiche che difficilmente ci si poteva aspettare di veder sottotitolate in inglese. Conversazioni crude, impossibili da capire senza conoscere a fondo il mondo di cui si sta parlando, e proprio per questo degne di interesse per chi studia e analizza la regione.

 

Potente per esempio anche la scena in cui Mohammad Abu Khdeir viene chiamato al telefono dal padre mentre è a Gerusalemme Ovest: la notizia dell’assassinio dei tre adolescenti è appena stata diffusa, le strade di Gerusalemme si riempiono di nazionalisti ebrei infuriati, il ragazzo e il suo amico devono sbrigarsi a tornare nel quartiere arabo senza farsi notare. Altrettanto drammatiche le scene che riguardano la vita privata degli Abu Khdeir, un padre e una madre che volevano solo occuparsi della propria famiglia senza essere coinvolti in questioni politiche, e si ritrovano invece nella difficile posizione di genitori di un martire della Palestina.

 

È possibile anche vedere l’azione di alcuni degli straordinari strumenti di indagine dello Shin Bet. Oltre all’ormai nota sorveglianza costante dei droni, viene mostrata l’efficienza operativa dei sistemi di riconoscimento facciale e la disinvoltura con cui si può usare l’infiltrazione degli smartphone. Tuttavia, la serie non è certo un programma di intrattenimento. Senza conoscere a sufficienza la realtà che viene rappresentata, è quasi impossibile capire le innumerevoli sfumature del racconto. Guardare “Our Boys” ha senso perché la visione risulterà molto utile a chi studia, o semplicemente vuole conoscere a fondo, le complessità del conflitto israelo-palestinese e in particolare della popolazione israeliana.

 

Poco dopo quegli eventi, durante una conferenza dell’ottobre 2014 il presidente israeliano Reuven Rivlin disse che era arrivato il momento di ammettere che la società israeliana era malata, dichiarazioni che suscitarono molto scalpore in Israele e all’estero. Vedere “Our Boys” permette di capire di cosa stesse parlando.

 

La vittoria di Netanyahu e il futuro di Israele

Il 16 aprile il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha incaricato Benjamin Netanyahu di cercare la maggioranza per formare il nuovo governo di Israele dopo le elezioni del 9 aprile. I risultati consentono una comoda ripresentazione della coalizione tra Likud, partiti di estrema destra e partiti religiosi, con ben 65 seggi sui 120 della Knesset.

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Un governo dalla politica ancora più assertiva e nazionalista, con la benedizione della Casa Bianca. Nonostante la campagna elettorale si sia concentrata sulle persone più che sugli argomenti, disinteressandosi quasi completamente del conflitto con i palestinesi, a pesare sul futuro di Israele è ancora la definizione del rapporto con la popolazione araba presente tra il Giordano e il Mediterraneo.

Ce l’ha fatta anche stavolta. Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni dopo una campagna elettorale tra le più feroci della storia di Israele, fatta di inchieste giudiziarie, scandali, diffamazioni, e candidature imbarazzanti che hanno allargato la soglia di tolleranza del radicalismo ammesso alla Knesset. Netanyahu è andato a elezioni anticipate con ben tre capi di accusa nei suoi confronti, ma nonostante questo “il Re” della politica israeliana è a un passo dall’assicurarsi il quarto mandato consecutivo – il quinto della sua carriera – dopo 10 anni di governo ininterrotto. Poco importa che il Likud abbia conquistato solo un seggio in più (36 contro 35) del partito-lista Kahol Lavan, guidato dall’esordiente Benny Gantz. Nonostante il nuovo partito sia riuscito nell’impresa di proporre all’elettorato israeliano un’alternativa credibile, non è bastato. Adesso bisogna vedere se questa formazione sarà in grado di andare oltre il momento elettorale e strutturarsi per durare nel tempo.

Come previsto c’è stato un ulteriore tracollo delle sinistre del partito Laburista e Meretz, e l’ennesima affermazione dei partiti religiosi e di quelli di estrema destra, nonostante il mancato superamento della soglia di sbarramento del nuovo partito di Naftali Bennet e Ayelet Shaked. I due giovani ambiziosi puntavano a costruire le basi per prendersi un domani l’eredità di Netanyahu, invece sono rimasti fuori dalla Knesset dando a Bibi un’altra ragione per festeggiare. La lista unita dei partiti arabi della scorsa legislatura si è invece divisa in due fronti, riuscendo comunque a portare alla Knesset 10 deputati, con cui però nessun partito ha intenzione di allearsi, come da tradizione.

I risultati consentono una comoda ripresentazione della coalizione tra Likud, partiti di estrema destra e partiti religiosi, con ben 65 seggi sui 120 della Knesset. Un governo dalla politica ancora più assertiva e nazionalista, con la benedizione della Casa Bianca. Stavolta però per Netanyahu sarà più difficile tenere a freno la destra alla sua destra. Bibi è disposto a tutto per non farsi incriminare, anche a far approvare una legge che gli garantisca l’immunità, mettendosi così nella condizione di doversi affidare completamente ai suoi scomodi alleati. L’alternativa sarebbe un governo di unità nazionale formato da Netanyahu e Gantz, in Israele se ne parla apertamente, ma al momento non ci sono ragioni di emergenza e stallo politico che giustificherebbero un tradimento così forte dell’elettorato.

Per un osservatore esterno però il dato più importante è un altro. Nonostante in questi anni e negli ultimi tempi non siano mancati scontri con i palestinesi sia a Gaza che in Cisgiordania, da questo quadro sempre più complesso è praticamente sparita la volontà di risolvere il conflitto israelo-palestinese secondo la tradizionale proposta della soluzione a due stati, ormai quasi completamente assente nel dibattito politico.

Per essere più precisi, si può dire che è proprio sparita la volontà di risolverlo il conflitto, di sicuro non è più una priorità: è come se la società israeliana avesse smesso di desiderare una soluzione politica definitiva accettata dal mondo intero, e scelto di pensarci il meno possibile scansando il problema.

In questo senso, è bene ricordare che neanche una vittoria di Benny Gantz avrebbe portato a una politica di riapertura alla soluzione a due stati. Anche i membri di Kahol Lavan vogliono la Gerusalemme unita e l’annessione di parti della Cisgiordania, e soprattutto, non sono disposti a governare con gli arabi israeliani e a lavorare per la creazione di uno Stato propriamente detto nei Territori palestinesi. Il massimo che ci si può aspettare è (o era) un congelamento della costruzione di altre abitazioni nelle colonie più piccole e isolate, mentre sono praticamente tutti concordi che i grandi insediamenti devono avere la libertà di espandersi, con l’idea che tanto saranno annessi allo stato di Israele il giorno di un fantomatico e imprecisato accordo di pace con i palestinesi.

Gran parte di questa apatia si spiega con il raggiungimento della supremazia militare israeliana. Strumenti come la barriera di separazione e il sistema Iron Dome hanno attenuato di molto la situazione di terrore con cui gli israeliani erano abituati a vivere ai tempi degli attentati suicidi nei luoghi pubblici e dei razzi che colpivano obiettivi civili. Attualmente anche una crisi con la Striscia di Gaza non terrorizza come un tempo, se non città di frontiera come la piccola e povera Sderot.

Inoltre, oggi l’Israele di Netanyahu è in ottimi rapporti economici e diplomatici con la Russia di Putin, l’America di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Cina di Xi, l’India di Modi e il resto dell’Asia; dal Giappone di Abe alle Filippine di Duterte. Sono eccellenti anche i rapporti con l’Europa centro-orientale, mentre le schermaglie con l’Unione europea non hanno danneggiato i floridi rapporti economici con i paesi dell’Europa occidentale. Non solo. Il conflitto dell’Iran con il mondo arabo ha consentito un ampiamento dei rapporti diplomatici sempre meno informali con Arabia Saudita, UAE, Oman, Bahrein. In crescita anche le relazioni con i paesi del Nordafrica, dell’Africa subsahariana e dell’America latina. Durante i 10 anni di governi Netanyahu gli israeliani hanno visto che si può archiviare la questione palestinese senza avere ripercussioni economiche e senza essere isolati dal resto del mondo.

Ecco quindi perché non sono più così interessati alla rapida soluzione di un conflitto in cui hanno contato più vittime durante i negoziati di pace rispetto a oggi che non si vede spazio per aprirne dei nuovi. Storicamente, Israele sentiva il bisogno di risolvere il conflitto per ragioni di sicurezza, diplomatiche ed economiche. Oggi di fatto questi problemi non ci sono: Israele è più sicuro, più forte, più aperto e con un’economia dalle performance eccezionali.

In questo contesto, i nazionalisti hanno prosperato, spostando sempre più a destra la politica interna e la strategia israeliana. Con l’amministrazione Trump poi Israele ha raggiunto livelli insperati di soddisfazione delle richieste un tempo considerate impossibili: l’affossamento dell’accordo sul nucleare iraniano, lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento dell’annessione delle alture del Golan hanno segnato l’inizio di un nuovo livello del sostegno statunitense a Israele, impensabile solo qualche anno fa quando durante la presidenza Obama alcuni analisti si spinsero addirittura a dire che in un futuro non molto lontano Israele non avrebbe più potuto contare sull’appoggio degli Stati Uniti.

Adesso in Israele e nel mondo ci si chiede se Netanyahu manterrà la promessa più controversa possibile che un politico israeliano potesse fare: l’annessione unilaterale di parti della Cisgiordania (presumibilmente l’Area C), mossa che segnerebbe l’inabissamento definitivo della soluzione dei due stati. Anche in questo caso la decisione passa per la Casa Bianca, dove è già pronta una proposta di pace che sarà presentata dopo la formazione del nuovo governo israeliano.

Nel 2007 il demografo israeliano Sergio Della Pergola nel suo libro “Israele e Palestina: la forza dei numeri. Il conflitto mediorientale fra demografia e politica” (ed. Il Mulino) scrisse che la nel 2050 gli ebrei presenti tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo saranno circa il 35% della popolazione complessiva, affermando che la leadership politica israeliana deve capire che in virtù di questo orizzonte demografico in futuro “Israele non potrà essere contemporaneamente grande (e quindi esente da concessioni territoriali), ebraica e democratica. Sarà necessario rinunciare almeno a una di queste tre prerogative”. Le decisioni che delineeranno il destino di Israele sono sempre più vicine.

 

 

 

Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan?

Mentre Israele è impegnato in una guerra di logoramento sul confine della striscia di Gaza e i media internazionali raccontano annoiati la solita routine di lanci di razzi e palloni incendiari da una parte e incursioni di rappresaglia e distruzioni di tunnel dall’altra, la situazione al confine nord e in particolare sulle Alture del Golan, sta inesorabilmente procedendo verso scenari molto più preoccupanti. La Russia, garante del regime di Assad, sfruttando l’incidente dello IL 21, settimana dopo settimana sta permettendo alle milizie iraniane di installarsi stabilmente in Siria. La zona cuscinetto che va dal confine giordano fino al monte Hermon, rappresenta il terreno in cui gli iraniani saggeranno la tenuta del perimetro israeliano e su cui l’amministrazione Trump potrebbe prendere nuove decisioni clamorose.

Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan? - Geopolitica.info Arab News

Il tema lo avevamo trattato già nel mese di Agosto, da allora ad oggi la situazione si è ulteriormente evoluta, e non nel migliore dei modi per Israele. L’incidente che il 18 settembre ha visto l’abbattimento dello IL 20 russo, operato per errore dalla contraerea siriana, ma causato nei fatti, secondo la versione di Mosca, dall’azione dell’aviazione israeliana impegnata in un raid nella zona di Latakia, ha giocato un ruolo fondamentale nell’accelerazione del cambiamento strategico in atto. Molti analisti, anche israeliani, mettono oramai in dubbio la possibilità per Israele di far “sloggiare” gli iraniani dalla Siria, al punto che, sigillare anche politicamente il Golan, può rappresentare una necessità oramai ineludibile per Israele.

L’incidente dello IL 20: conseguenze

Israele fino alla notte del 18 settembre ha compiuto sul suolo siriano oltre 200 attacchi contro obiettivi iraniani, ovvero combattenti Pasdaran o proxy Hizb’Allah. A scriverlo citando fonti attendibili, è il Jerusalem Post (si veda l’articolo a firma Anna Ahronheim del 4 settembre scorso).

Tali attacchi, orientati a bloccare la penetrazione iraniana in Siria, dalla notte del 18 settembre sono cessati. I russi fin da subito, tramite le agenzie ufficiali e i vari canali di propaganda come ad esempio Sputnik dello stesso 18 settembre, hanno affermato che “nascondendosi dietro l’aereo russo, i piloti dei caccia israeliani hanno provocato l’abbattimento da parte di un missile del sistema siriano di contraerea S-200” dello IL 21, aereo spia attrezzato per la guerra elettronica. Fatto sta che da allora non c’è più traccia di azioni israeliane in Siria, evidenza di cui la penetrazione iraniana ne ha beneficiato.

Secondo Debka File, sito ben informato su questioni di sicurezza dello stato ebraico, il blocco delle azioni è una misura precauzionale per evitare il rischio di ulteriori incidenti che coinvolgano militari di Mosca presenti sul territorio siriano. Inoltre dopo l’incidente e un primo momento in cui Putin sembrava aver “perdonato” Israele per l’errore (Sputnik il 21 settembre, annunciava al mondo che l’incidente in Siria non avrebbe compromesso i rapporti fra Russia e Israele), Mosca ha improvvisamente cambiato rotta dialettica nei confronti dello stato ebraico. In poche settimane si è passati dalla telefonata tra Putin e Netanyahu in cui il premier russo aveva parlato di una “tragica catena di circostanze accidentali“, all’invio in Siria di diverse batterie di missili di difesa aerea S-300.

Sarebbero infatti quattro i battaglioni di difesa aerea S-300, e a questi Mosca ha aggiunto una ulteriore linea di difesa a protezione delle città siriane e strutture essenziali per il regime, vale a dire il rinnovato sistema anti-missile M2 a corto raggio (conosciuto come Neva S-125). Il Neva è stato potenziato per intercettare aerei a bassa quota, missili da crociera ed elicotteri da combattimento. A completamento di queste due linee di difesa, la Russia ha schierato in Siria sistemi avanzati di guerra elettronica (EW).

Mosca sta sigillando i cieli della Siria e la situazione sta tornando ad essere simile a quella degli anni 70 e 80, in cui il regime di Hafiz al Assad, padre di Bashir, era protettorato russo. Quello di Mosca in Siria non è quindi più solo un intervento a difesa di un alleato d’area. La Siria rappresenta sempre più una propaggine del tentativo russo di rientrare a pieno titolo nella partita mediterranea.

Altro segnale interessante è rappresentato dal fatto che i sistemi S-300 sarebbero stati collegati direttamente al sistema di comando, comunicazione e controllo dello spazio aereo della Russia e non solo alla base in suolo siriano di Khmeimim a Latakia. In verità Sergei Shoigu, ministro della difesa russo, lo scorso 2 ottobre aveva detto solo che sistemi di difesa aerea “unificati” S-300 sarebbero stati installati in Siria entro il 20 ottobre, menzionando 49 unità di radar, sistemi di acquisizione target, posti di comando e quattro lanciatori, senza fare riferimento ad integrazioni con i sistemi di difesa russi. Detto ciò se la notizia fosse confermata, secondo alcuni analisti la Siria verrebbe utilizzata per testare la capacità del sistema S-300 aggiornato di “agganciare” i sistemi stealth F-35.

Le ripercussioni sull’area del Golan

Lo scorso agosto il ministro degli esteri russo Lavrov in visita a Gerusalemme, aveva promesso una ulteriore fascia di sicurezza di 100 km sul Golan, zona che andava ad aggiungersi alla zona cuscinetto pattugliata dall’ONU (e da soldati russi dallo scorso 20 settembre, ovvero due giorni dopo l’abbattimento dello IL 20), entro cui gli iraniani non sarebbero potuti penetrare. La Russia quindi da un lato si fa garante degli equilibri e dall’altro dichiara al mondo che il Golan è ancora una questione aperta.

Il 17 Luglio dopo il vertice tra Trump e Putin ad Helsinki, l’ex ambasciatore israeliano all’ONU Dore Gold, è comparso davanti alla sottocommissione della Camera sulla sicurezza nazionale, il tema dell’audizione era il “Riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan”. Poche settimane dopo, lunedì 8 Ottobre, era lo stesso premier Netanyahu a ribadire la posizione di Israele, legandola alla questione dei trasferimenti di armi dall’Iran alle milizie sciite sul territorio siriano.

Evenienza di tale presa di posizione è stata una cerimonia per l’apertura di una nuova sinagoga proprio sul Golan. In tale occasione senza mezzi termini, il premier ha dichiarato “Vediamo il Golan come un baluardo di stabilità sul nostro confine. [Il Golan] deve restare sempre sotto la sovranità israeliana, altrimenti l’Iran e l’Hizb’Allah raggiungeranno presto le coste del Kinneret” (uno dei nomi biblici del lago Tiberiade a poche decine di miglia in linea d’aria dalla linea dell’armistizio del 1974, dove oggi la forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite – UNDOF garantisce la zona cuscinetto fra Israele e Siria).

Appena due giorni dopo, il 10 Ottobre, Lavrov rispondeva a Netanyahu affermando che “Lo status delle alture del Golan è determinato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu“, e aggiungeva quindi che “modificare questo stato di cose, scavalcando il Consiglio di sicurezza, sarebbe una violazione diretta delle risoluzioni ONU“. La Russia non ha alcuna intenzione di accettare un altro caso Gerusalemme, rimane da capire se e quanto permetterà agli iraniani di avviare una guerra d’attrito sulle alture, al pari di quella che in queste settimane si sta consumando sul confine di Gaza.

A tale proposito preme dire che il 27 Ottobre l’IDF ha apertamente accusato le Brigate al-Quds di aver supportato Hamas per il massiccio lancio di missili contro i villaggi israeliani che si affacciano sulla Striscia di Gaza. Il portavoce dell’esercito israeliano ha promesso rappresaglie contro le milizie iraniane sul suolo siriano. Potrebbe avvicinarsi il momento in cui gli aerei con la Stella di David si troveranno ad affrontare i nuovi sistemi russi.

Altri segnali di riallineamento nella regione

Lo scorso fine settimana, il re di Giordania Abdullah ha informato Israele della volontà di non rinnovare due allegati del trattato di pace che suo padre Re Hussein aveva firmato con l’armistizio siglato insieme al primo ministro Yitzhak Rabin nel 1994 nella località di Wadi Araba, a nord di Eliat. Nell’ambito dello storico accordo che poneva ufficialmente fine ad una situazione di guerra che, seppur non più combattuta da anni, si protraeva dal 1948-49 e quindi dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, i giordani avevano concesso a Israele il diritto di proprietà per 25 anni di alcune aree agricole, i villaggi di Al-Baqoura, nel nord della Valle del Giordano e di Al-Ghumar, nei pressi del Golfo di Aqaba che, seppur rimasti sotto la sovranità giordana, potevano essere gestiti e sfruttati da agricoltori israeliani.

La scelta di Amman, annunciata con un tweet da re Abdullah, rappresenta un segnale di debolezza della casa regnate hascemita, alle prese con il malcontento dei ceti più popolari. Tale decisione è infatti arrivata dopo una grande manifestazione anti israeliana ad Amman, dove il regime in difficoltà per la crisi economica con crescente incapacità riesce a tenere sotto controllo la rabbia dei manifestanti. Nello giugno scorso si erano già manifestate forti proteste contro l’austerity imposta da un piano del Fondo Monetario Internazionale, poi bloccato dal re con relative dimissioni del primo ministro Hani Fawzi Mulki.

In quell’occasione un intervento riluttante dei paesi del golfo aveva garantito una forte immissione di liquidità nelle casse del paese: Arabia Saudita, EAU e Kuwait avevano garantito un pacchetto di aiuti fino a 2,5 miliardi di dollari di versamenti in cinque anni, altri 500 milioni erano arrivati da Doha. Tali aiuti sono arrivati, non tanto per un sentimento di fratellanza araba, quanto per evitare che in Giordania s’innescasse un nuovo pericoloso focolaio di primavera araba.

In realtà quella delle zone agricole è poco più che un dettaglio, una concessione all’opposizione vicina ai Fratelli Musulmani giordani legati ad Hamas. La partita in atto è molto più complessa, gli analisti israeliani temono un riavvicinamento fra re Abdullah e Assad e assistono ad un riallineamento del regno hascemita al blocco rappresentato da Turchia e Qatar. Israele rischia di restare ancora più isolato nella regione, per di più in compagnia dell’alleato più impensabile fino a pochi anni fa, il regno Saudita di un Moḥammad bin Salman indebolito in seguito al caso Khashoggi.

Crisi dei rapporti russo – israeliani?

L’abbattimento del Il-20 da ricognizione lo scorso 17 settembre è stato un evento grave. Dopo la perdita di un aereo e soprattutto di 15 militari la postura russa nel teatro siriano non poteva non cambiare. Putin ha smorzato i toni dopo la prima furente dichiarazione del ministro Shoigu ma nonostante le migliori intenzioni del presidente si è verificata una rottura tra Russia e Israele. Su Rossija 1, tv di stato moscovita, si reputano insincere e non convincenti le giustificazioni israeliane. L’area già travagliata dalla guerra civile rischia ora di divenire lo scenario di un confronto russo-israeliano che si era cercato per anni di evitare.

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La risposta del Generale

La realtà nel teatro siriano è molto complessa. Israeliani, statunitensi, francesi e inglesi hanno dato prova di poter colpire ovunque con armi stand-off senza timore di ritorsioni. Il Generale Sergei Kuzhugetovich Shoigu, ministro della difesa della Federazione Russa, ha deciso di modificare gli equilibri di teatro giustificandosi con la recente perdita. Non vi sono dubbi riguardo l’appoggio presidenziale alle iniziative dei militari ma Putin ha scelto di non farsi carico personalmente, almeno a livello d’immagine, di tali responsabilità. La prima e più immediata mossa, è stata procedere al jamming dei radar, dei sistemi di navigazione e di comunicazione satellitare di qualsiasi velivolo, che si trovi nello spazio aereo siriano o nel Mediterraneo nord orientale diretto ad effettuare strike in Siria. Non bisogna sottovalutare l’importanza di questa misura di guerra elettronica infatti le forze russe possono limitare molto l’efficacia delle aviazioni alleate grazie a questo strumento. Di gran lunga più importante a livello strategico è però la concessione ad Assad del sistema S-300.  Il complesso missilistico è tecnologicamente allo stato dell’arte e garantisce la difesa anti-aerea e anti-missile a lungo raggio. Secondo il ministro della difesa di Mosca i siriani sono equipaggiati con il sistema di controllo fuoco e identificazione friend/foe attualmente in uso nelle unità russe e mai esportato prima. Tale gesto è una rarità nella condotta di affari all’estero da parte di Mosca che ha spesso venduto armamenti ad uno standard tecnologico inferiore, e a volte di molto, a quello delle proprie forze armate. Già i complessi anti-aerei Pantsir S1 per la difesa a corto raggio avevano aumentato le capacità difensive di Damasco ma ora con un sistema tanto potente e avanzato gli si permette non solo di contrastare sciami di missili cruise ma anche di colpire aerei nemici a grande distanza. Shoigu ha concluso il suo breve secondo comunicato dicendosi fiducioso che le misure prese contribuiranno a tenere più al sicuro il personale militare russo calmando le “teste calde”, non lasciando dubbi sul destinatario.

Uno scacco a Israele?

Quali sono le reali prestazioni degli S-300? Capaci di colpire aerei e missili nemici a più di 240 km una batteria schierata nei pressi di Damasco potrebbe ingaggiare bersagli ben oltre Nazareth, il lago di Tiberiade in quasi tutto il nord di Israele. Per la IAF il cielo siriano non sarebbe più un’area di semi-libero sorvolo e strike ma piuttosto proprio gli aerei con la stella di Davide verrebbero individuati e potenzialmente abbattuti ben al di qua dei propri confini nazionali. Limitazioni operative totalmente inaccettabili per lo stato ebraico. Il 10 febbraio scorso si verificò l’abbattimento di un F-16 israeliano da parte della contraerea siriana, in tale occasione il ministro della difesa di Israele, Avigdor Lieberman, aveva dichiarato: “Se qualcuno spara ai nostri aerei noi li annienteremo”. Parole che vennero seguite da una notte di raid israeliani in tutta la Siria, particolarmente importanti furono le missioni di Suppression of Enemy Air Defences (SEAD). Eventi che visti in prospettiva fanno prevedere un’automatica e soverchiante risposta nel caso aerei israeliani vengano nuovamente ingaggiati dai siriani. Gli F-35 potrebbero essere la migliore risorsa di Israele contro gli S-300 in virtù della loro quasi nulla tracciabilità radar ma le missioni di SEAD sono sempre molto rischiose e con l’elettronica disturbata dai russi tali costosissimi aerei verrebbero a trovarsi in seria difficoltà.

Cosa può succedere

John Bolton, National Security Advisor di Trump, ha definito la consegna ai siriani del sistema russo una “significant escalation”. Uno scontro è possibile, se non probabile, e Mosca sa di non poterselo permettere, per quanto concerne la scarsa capacità russa di alimentare un grande sforzo all’estero. Consegnare armi tanto potenti ad un attore come Assad sembra dunque una mossa folle. Un precedente storico potrebbe però fornire una chiave di lettura degli eventi così da non lasciarsi ingannare dalle apparenze. Durante la guerra d’attrito, 1967-1970, erano i “consiglieri” sovietici ad azionare i radar e i missili dell’esercito egiziano. Uno stratagemma che potrebbe rivelarsi altrettanto efficace al giorno d’oggi. Il Cremlino dunque controllerebbe direttamente gli S-300, decidendo quando e se ingaggiare gli aerei alleati ma assicurandosi allo stesso tempo la possibilità di negare il proprio coinvolgimento nell’azione e scaricando ogni responsabilità sui male addestrati siriani già colpevoli per l’abbattimento dell’Il-20. Non vi sono dubbi sulla pericolosità di un tale approccio da parte di Mosca infatti per quanto i missili si trovino già in Siria passerà ancora del tempo prima che diventino operativi.
I leader dei due paesi sanno che per i rispettivi interessi strategici è vitale non ostacolarsi vicendevolmente e in ultima analisi risulta più probabile che la mossa russa sia volta a ristabilire la propria autorevolezza e non a sgretolare i buoni rapporti con Israele. È infatti vitale per il Presidente Putin mantenere alta la credibilità delle proprie forze armate soprattutto nel teatro siriano dove da esse dipende il mantenimento al potere di Bashar al-Assad. Per Netanyahu è invece necessario lo spazio aereo di Damasco per colpire gli iraniani e le loro basi nel paese, da qui la volontà reciproca di arrivare a “colloqui in tempi brevi” come annunciato negli ultimi giorni.

L’incerto destino delle comunità beduine

Lo scorso 5 Settembre la Corte Suprema Israeliana ha rigettato l’appello contro la demolizione del villaggio beduino di Al Khan Al-Ahmar nel deserto ad Ovest di Gerusalemme dove vivono circa 180 persone tra uomini, donne e bambini. Il villaggio è particolarmente importante anche per il fatto di ospitare la scuola ecologica di gomme costruita con l’impegno della ONG “Vento Di Terra” che ospita circa 160 alunni offrendo istruzione e speranza.

L’incerto destino delle comunità beduine - Geopolitica.info Photo credit: VentoditerraONG on Visual hunt / CC BY-NC-SA

Scuola di Gomme, villaggio di Al Khan Al-Ahmar.

Dopo L’approvazione della legge da parte del Parlamento israeliano che indica Israele come “Stato-Nazione degli Ebrei” continua anche il processo di colonizzazione dell’area C importante per il rafforzamento territoriale Israeliano che deve velocizzare la “pratica” Palestinese per poter fronteggiare le crescenti minacce provenienti dai paesi vicini tra cui l’Iran di Hassan Rouhani principale nemico nello scacchiere geopolitico Medio-orientale d’Israele.

Circa un mese ho visitato il villaggio beduino ad Al Khan Al-Ahmar ed ho incontrato il responsabile tecnico-amministrativo della comunità che mi ha detto che si aspettavano una sentenza negativa nei loro confronti e nei confronti di tutte le comunità beduine che abitano la zona, perché in contrasto con i piani del fiorente stato israeliano. Se dal punto di vista del diritto internazionale l’espropriazione di quelle terre va contro molti diritti della persona umana indicati nella Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei Rifugiati del 1951, secondo la corte suprema israeliana il villaggio è stato costruito in contrapposizione alle leggi interne esistenti e quindi dev’essere demolito, però da un punti di vista geopolitico il villaggio si trova proprio al centro di due insediamenti e la sua rimozione comporterebbe lo sblocco di un corridoio usufruibile per agevolare gli spostamenti israeliani così da rafforzare nel tempo la presenza nell’Area C fino ad un completo controllo della stessa.

Due bambini della comunità beduina.

Nell’ottica colonizzante la destra che si trova al governo d’Israele oggi ha offerto alla comunità beduina di stabilirsi temporaneamente in un sito vicino alla città palestinese di Abu-Dis, ma la sistemazione definitiva e con esse il destino di queste 180 persone nonché dell’intera comunità beduina Palestinese che oggi conta 18 villaggi rimane incerto. In futuro, solamente due possibili soluzioni sembrano prefigurarsi: una che consiste nell’intervento della comunità internazionale che per tutelare  i diritti dei palestinesi spinga per la soluzione a due stati, attraverso presenza effettiva e monitoraggio fino ad una completa realizzazione dello stesso, oppure quel piccolo, diviso e debole Stato Palestinese che oggi ha due linee governative, quella più rigida e violenta di Hamas sulla striscia di Gaza e quella dell’Autorità Nazionale Palestinese che governa la West Bank con un approccio più diplomatico e garantista, è destinato a dissolversi sotto i colpi legislativi e militari di Israele.