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Cina: il terrorismo islamico, il separatismo etnico e i limiti della censura

I musulmani sono presenti in Cina fin dal VII secolo d.C. e sebbene la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese riconosca alle minoranze delle tutele, le stesse lamentano una forte discriminazione. Tra queste vi è l’etnia uigura, turcofona, musulmana sunnita e di origine altaica che si trova nella regione autonoma dello Xinjiang, nell’estremo occidentale della Cina. Le lotte tra questa minoranza e la maggioranza Han si susseguono da secoli, recentemente, però, questi attacchi sono avvenuti nel cuore stesso della Cina interna e fanno pensare a un gruppo terroristico organizzato.

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Nei media internazionali si è recentemente iniziato a parlare degli attentati islamici in Cina: questi attacchi non sono però novità, infatti analizzando le fonti storiche si scopre che gli attacchi alla popolazione Han nella regione autonoma dello Xinjiang iniziarono con una certa frequenza negli anni novanta. La particolarità di questi attacchi era sempre stata quella di scatenarsi entro i confini della regione e quasi sempre contro amministrazioni locali o rappresentanze del Partito al potere. Un modus operandi che rientrava nelle rivendicazioni di autonomia perpetrate da parte delle minoranze etniche della regione.
Molti degli attacchi nascono come rivolte estemporanee contro gli abusi subiti dalle minoranze da parte delle forze dell’ordine nel quotidiano. Con la neo presidenza di Xi Jinping nel 2013, si è fatto un maggiore ricorso alle armi da parte della polizia e dei corpi militari nei centinaia di scontri avvenuti nel 2013 nello Xinjiang sono morte 219 persone la quasi totalità tra la minoranza uigura e i civili, mentre un decimo delle vittime era fra le forze dell’ordine.

Sono due gli attacchi che manifestano, però, l’affermarsi di un terrorismo strutturato di matrice islamica in Cina: il primo è avvenuto a fine ottobre 2013 in piazza Tienanmen, quando un 4×4 ha attraversato la piazza piena di turisti prima di schiantarsi e andare a fuoco vicino al ritratto di Mao Zedong. I tre uomini presenti nell’auto e due turisti sono morti mentre decine sono stati i feriti. L’attentato suicida, che è avvenuto pochi giorni prima della terza sessione plenaria del XVIII Congresso del Comitato Centrale del Partito Comunista, è stato rivendicato dall’ETIM, il Movimento Islamico del Turkestan orientale, movimento presente nella lista delle formazioni terroristiche stilata dal Congresso USA a seguito degli attacchi dell’undici settembre.

Il secondo attacco terroristico è avvenuto il primo marzo 2014 nella stazione ferroviaria di Kunming, nello Yunnan, regione nella parte meridionale della Cina. Otto persone armate di coltelli e coltellacci hanno attaccato i viaggiatori in attesa nella stazione. Prima di essere fermati dalla polizia (quattro sono stati uccisi e gli altri quattro arrestati), quelli che sono stati identificati come uiguri dello Xinjiang sono riusciti a uccidere 29 persone. Anche questo secondo attentato è avvenuto poco prima dell’apertura di due importanti eventi politici, la dodicesima Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento cinese, NdR) e la Conferenza politica consultiva del Popolo cinese.

Rispetto ai precedenti attacchi questi si caratterizzano per l’essere stati attuati al di fuori dello Xinjiang e contro obiettivi civili. Questa novità ha fatto definire l’ultimo attacco come l’”11/9 cinese” e il Presidente Xi Jinping ha annunciato delle «severe ripercussioni» nei confronti dei separatisti. La crescente ‘popolarità’ della questione ha portato i media internazionali a interessarsi alla situazione nello Xinjiang. Il 22 maggio scorso la notizia dell’attentato esplosivo in un mercato della Regione uigura è comparsa nelle testate mondiali, prima era successo solamente durante la sommossa di Urumqi nel 2009. Sebbene i media internazionali e, molti analisti riportino le notizie di questi attentati e di altri minori, non sono però in tanti a porsi due questioni.

La prima questione è una critica sull’attendibilità delle informazioni presentate. Avvenendo in luoghi pubblici gli attacchi ricevono una copertura da parte dei cittadini che potrebbero contribuire alla diffusione delle informazioni tramite il citizen journalism oggi sempre più diffuso grazie alle fotocamere dei telefonini, ma intervenendo la nota censura cinese, a seguito di ogni attentato viene fatta piazza pulita dei vari scatti. Inoltre la presenza come uniche fonti dei comunicati del Governo e dell’Agenzia stampa di governo, la Xinhua, nonché il contenimento dei media stranieri limitano molto la credibilità della ricostruzione degli eventi e soprattutto le sicure e repentine accuse verso la minoranza uigura.
La seconda questione riguarda i motivi di questi attacchi terroristici. La minoranza uigura e i musulmani in Cina vantano una presenza millenaria nella storia cinese. I mercanti arabi avevano relazioni con la Cina da prima della nascita di Maometto e dopo la conversione all’Islam la presenza dei musulmani nei ruoli chiavi militari, amministrativi e del commercio nelle differenti Dinastie è indiscutibile. Sebbene avessero delle limitazioni religiose questi si erano sempre dimostrati fedeli ai regnanti fino all’arrivo della Dinastia Qing (l’ultima Dinastia cinese che regnò dal 1644 al 1911) contro cui si schierarono in favore dei predecessori, i Ming. Con la Dinastia Qing molti musulmani videro un aumento delle discriminazioni mentre altri furono costretti a ‘cinesizzarsi’ abbandonando l’uso della lingua e venendo forzati alle relazioni miste. I loro discendenti sono oggi conosciuti come esponenti della minoranza Hui, distinguibile dagli Han solo per la professione religiosa, sebbene non ortodossa, e per il mantenimento di alcuni abiti tradizionali.
Nelle zone periferiche come lo Xinjiang (che significa letteralmente nuova frontiera), le minoranze etniche rimasero maggioritarie. La Dinastia Qing come anche il Governo repubblicano sorto nel 1949 attuarono a più riprese delle migrazioni pianificate per portare gli Han nelle regioni periferiche, e questo fu fatto per favorire il controllo ‘cinese’ nelle “zone cuscinetto”, ovvero quelle zone che dovevano difendere la Cina interna da eventuali attacchi.

Dopo la fine della Dinastia Qing, nel 1911, il controllo dello Xinjiang passò a dei signori della guerra che alternavano le loro alleanze tra la Cina e l’Unione Sovietica, e questo permise la creazione di due Repubbliche Indipendenti del Turkestan Orientale, che malgrado la loro breve vita riuscirono a dare un forte slancio morale alla minoranza uigura. Questa nei negoziati di riunificazione della Repubblica Popolare del 1949 riuscì a guadagnare la concessione dell’autonomia della Provincia da parte del Governo centrale (Autonomia che però non si è realizzata de facto, essendo il Governo Centrale a porre il veto sia in materia legislativa che finanziaria).

Le campagne degli anni ’50 e la Rivoluzione Culturale portarono poi alla carcerazione degli intellettuali uiguri, dei filo-sovietici (veniva accusato di essere filo-sovietico chiunque movesse la più piccola critica verso le azioni del governo centrale) e alla dissacrazione dei luoghi di preghiera (molte moschee furono trasformate in porcilaie durante la Rivoluzione culturale). L’arrivo di Deng Xiaoping nel 1979 portò a una mitigazione delle politiche discriminatorie e all’apertura all’Occidente. Molti politici e pensatori cinesi ritengono questo ‘rilassamento’ la causa principale della nascita della minaccia separatista, mentre le cause principali sono la povertà in cui versano gli Uiguri e i privilegi offerti agli Han per stabilirsi nella regione.

La politica cinese ha inoltre posto il separatismo, l’estremismo religioso e il terrorismo sullo stesso livello, definendoli i “Tre Mali” da eradicare e punire con pene severe, inclusa la pena di morte. L’apice della lotte ai separatisti è arrivato a seguito degli attacchi alle Torri gemelle del 2001 quando il governo cinese si è subito schierato al fianco degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo mondiale e a quello domestico dichiarando ogni movimento separatista come movimento terroristico. Il governo statunitense, sebbene abbia mantenuto nella lista due movimenti terroristici legati agli uiguri (uno è il sopraindicato ETIM) riprende spesso il Governo cinese contro le violazione dei diritti umani commesse nei confronti degli Uiguri e ha concesso asilo politico a molti intellettuali uiguri ritenuti separatisti/terroristi dal governo cinese.

I piani del governo cinese sembrano condurre verso un completo annichilimento delle minoranze, lo Xinjiang non è come il Tibet dove i tibetani mantengono una percentuale schiacciante nei confronti dell’etnia Han. Solo nella parte sud-occidentale della regione autonoma dello Xinjiang, gli uiguri conservano una percentuale maggioritaria. Purtroppo, però, queste zone sono anche le più povere e sottosviluppate.

Egitto: processo alla Fratellanza

Ascesa e declino dei Fratelli Musulmani in Egitto

Egitto: processo alla Fratellanza - Geopolitica.info Credits: KHALED ELFIQUI/EPA

È il luglio 2013, quando migliaia di manifestanti si radunano per la seconda volta in piazza Tahrir, nella capitale egiziana del Cairo. Divenuta luogo simbolo della primavera araba in Egitto, ora la piazza di nuovo diviene lo specchio dei sentimenti più profondi del Paese, ritornato alla vita dopo la dittatura trentennale di Hosni Mubarak. Piazza Tahrir si trasforma così in un magnete per gli egiziani, ma anche per i giornalisti, inviati a testimoniare quello che di fatto si sta rivelando un evento storico: le proteste contro Morsi e la deriva islamista presa dal suo esecutivo. Tra loro, i giornalisti della BBC, che riprendono l’affollamento di gente accampata sotto il palazzo governativo.

Il Paese è nell’attesa che qualcosa accada, ma le fragilità dell’Egitto e il rischio instabilità sono reali. Lo dimostrano gli scontri tra fazioni pro e contro Morsi, mentre attorno si viene a creare una zona rossa: lì per le donne è pericoloso muoversi, esposte come sono alle numerose violenze che si le colpiscono col passare dei giorni. Da una parte dunque il governo del partito “Libertà e Giustizia”, indebolito dalle proteste; dall’altra l’esercito, da sempre istituzione di riferimento in Egitto, ma anche la popolazione, mobilitata in massa e pronta ad agire. È così che qualcosa effettivamente accade: l’esercito prende l’iniziativa, mettendo agli arresti Morsi, e ponendo di fatto fine al suo governo con un golpe bianco. O almeno, così appare, mentre il mondo vede Morsi portato via dai militari.

Definire però quello di Piazza Tahrir un golpe bianco è quantomeno riduttivo. I Fratelli Musulmani, che controllano il partito di Morsi, “Libertà e Giustizia”, sono una presenza radicata nello scenario mediorientale. Nascono nel 1927 su iniziativa di Hassan al-Banna, e dal ’27 influenzeranno profondamente i tentativi degli stati arabi di trovare una propria identità comune. Sono stati definiti un molti modi, come accade quando si tenta di delineare un confine netto tra movimenti di liberazione, partiti rivoluzionari e gruppi terroristici. Incurante della loro influenza sul Paese – o forse per questo motivo – subito dopo i fatti di piazza Tahrir, il governo militare nato dal golpe avvia un processo atto a sradicare la presenza dei Fratelli Musulmani in Egitto. Processo che culmina il 25 dicembre con la loro iscrizione nella lista dei gruppi terroristici, che ne determina il bando dal Paese. Non è solo con la dissuasione però che i militari agiscono, ma anzi lo fanno in maniera brutale, in quello che è già stato definito come il massacro di Rabaa.

Siamo in agosto, e la deposizione di Morsi è intollerabile per i musulmani della Fratellanza, accampati in una delle sue roccaforti, la piazza di Rabaa al Adawiya, sorta di sorella minore di piazza Tahrir, anch’essa nel Cairo. L’emittente qatariota al Jazeera ne parla diffusamente, dedicando un articolo agli avvenimenti del 14 agosto. Scontri violentissimi, che costano un numero di vite spropositato ai sostenitori della Fratellanza, per Al Jazeera almeno 281, mentre HRW ne indica fino a mille. Una stima accettabile ruota presumibilmente attorno alle 600 vittime. In Italia se ne parla, ma subito arriva la notizia che le chiese cristiano-copte vengono date alle fiamme. La notizia del massacro di Rabaa passa così in second’ordine, lontanissima, meno assimilabile delle violenze perpetrate contro i cristiani. È così che si perdono due elementi fondamentali della vicenda.

Il primo di questi è l’effetto esplosivo causato dal massacro; un meccanismo che non può essere ignorato, perché ricorre spesso nei fenomeni di tipo insurrezionale: alla base delle rivolte c’è sempre un detonatore, che spesso si rivela essere un eccidio subito. Il secondo elemento da sottolineare sono le ragioni dei musulmani contro i cristiani copti. I Copti sono infatti particolarmente presenti all’interno della classe dominante in Egitto. L’attacco che è seguito contro di loro mescola dinamiche diverse, da quelle dell’attacco settarico mirato alle proteste di massa. Si tratta dunque di un evento complesso, non ascrivibile alla semplice lotta tra strati sociali: d’altronde – mi si spiegava – che i Copti sono la maggioranza anche tra gli Zabbalin, quella parte dei cittadini egiziani che sopravvive raccogliendo rifiuti porta a porta. La percezione che i musulmani di Rabaa avevano dei cristiani è però quella di un gruppo elitario, ed è importante sottolinearlo, perché è la stessa ragione di fondo che in paesi come il Camerun sta portando i jihadisti al potere: pochi cristiani ricchi, molti musulmani poveri. Trattare l’evento come rabbia selvaggia ci porterebbe fuori strada.

Il Caso: il processo, gli imputati, l’accusa

Il processo nasce sulle ceneri delle violenze perpetrate dai musulmani radicali e guidate dalla Fratellanza Musulmana proprio nell’agosto 2013. Le accuse sarebbero le seguenti: l’omicidio di un poliziotto e il tentato omicidio di altri due, il danneggiamento di proprietà pubbliche, il sequestro di numerose armi, la partecipazione ad un’assemblea pubblica illegale e l’appartenenza ad un’organizzazione anch’essa illegale (la Fratellanza, appunto). Vedremo poi questo cosa significa dal punto di vista del diritto.

Quel che importa ora è chiarire il quadro di ciò di cui si sta parlando: un crimine collettivo, basato sul principio secondo il quale la partecipazione alla protesta implica la responsabilità di ognuno dei presenti per gli atti criminali allora compiuti.  È in base a questo principio che si apre a Minya il processo che lunedì scorso ha portato alla condanna a morte di 529 persone, mentre un altro ne mandava a giudizio altre 682 il giorno seguente. Un processo dunque di dimensioni inaudite, ma soprattutto un tribunale che più di ogni altro oggi ripercorre le orme dei tribunali speciali che nel passato hanno tentato di guidare una transizione di regime tramite lo strumento della giustizia, operata sugli esecutori del regime.

A renderlo chiaro sono le testimonianze offerte dai legali della difesa riguardo l’atteggiamento del giudice incaricato dell’udienza, Said Yussef. Nabil Abdel Salam, avvocato di alcuni membri della Fratellanza Musulmana ha riferito ad al Jazeera come si tratti di uno dei casi più rapidi e con il maggior numero di condanne a morte della storia. Più grottesca invece la versione dei fatti secondo Mohamed Tousson, altro legale della difesa. Secondo Tousson, la condanna non sarebbe che un atto di rappresaglia del giudice contro l’avvio da parte della difesa di una richiesta di ricusazione, una domanda per la sostituzione del giudice, considerato imparziale. Ancora più corrosiva la critica delle organizzazioni per i diritti umani, in primis Human Rights Watch e Amnesty International.

HRW parla di un processo farsa durato non più di un’ora, nel quale non sono state accettate prove sostanziali da parte della difesa. Aggiunge inoltre che di processo di massa si è trattato, appurata l’impossibilità di individuare le responsabilità individuali specifiche (un diritto elementare per un processo equo). Stando a quanto riporta HRW, infine, agli imputati sarebbe stata solo letta la sentenza, senza alcuna indicazione delle prove indiziarie che avrebbero portato alla stessa. Ancora più dura Amnesty International, che ha definito quella del giudice Yussef una decisione grottesca. Per Hassiba Sahraoui, vicedirettore per il programma per il Medi Oriente e il Nordafrica si tratterebbe di condannare a morte un numero di individui superiore a quello delle esecuzioni capitali comminate in un intero anno in altri paesi. AI dice però anche qualcosa di importante: come le corti egiziane siano “rapide nel punire i sostenitori di Morsi, ma ignorano le pesanti violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza”. Ad essere sotto attacco è dunque un elemento critico per l’autorevolezza del governo: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma quale è stata la risposta delle autorità? La giustificazione per la sentenza si è mossa su due direttrici. Da una parte il Ministero degli Esteri ha ribadito l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo, come organo terzo atto a tutelare i diritti di tutti gli egiziani; dall’altra un ufficiale giudiziario ha spiegato come si tratti di una tattica d’emergenza, volta ad assicurare la sicurezza del Paese. Il Paese dev’essere sicuro, ad ogni costo.

Il processo ai Fratelli Musulmani alla luce della legge egiziana e del Diritto Internazionale

Analizzare nel profondo la legislazione egiziana e la sua applicazione nel caso in questione sarebbe molto complicato. Uno strumento però ci viene in aiuto, Death Penalty Worldwide, un sito che monitora l’applicazione della pena di morte nel mondo. Il report relativo all’Egitto è illuminante al riguardo. Innanzitutto, vi si spiega quali sono i crimini punibili con la morte. Tra questi , alcuni crimini collegato al processo di Minya: l’omicidio aggravato a scopo terroristico, i reati di stampo terroristico (resistenza all’autorità pubblica, sequestro di proprietà pubblica o leadership di gruppi terroristici, abuso di autorità militare o uso di bande armate per scopi criminali), tradimento.

Death Penalty Worldwide aggiunge inoltre che la pena di morte deve essere approvata dal Muftì (la più alta carica dell’Islam sunnita) e spiega che le decisioni che poi verranno prese dalla corte d’appello e di cassazione devono essere unanimi. Quindi, c’è ancora speranza che le condanne vengano riconvertite. Anche perché molte di queste sono state comminate con una gran parte degli imputati ancora in libertà oppure agli arresti domiciliari. È facile pensare che si pensi a graziare chi degli imputati è in carcere, anche se li si potrebbe comunque colpire allo scopo di stroncare l’opposizione nel Paese, trasformando la condanna in un esilio de facto.

La condanna risponde dunque almeno riguardo la pena ai canoni di legge. Resta però il problema della procedura seguita, elemento indispensabile per un processo equo ed imparziale. L’Onu al riguardo si è già espressa, e con risultato negativo. Ma non mancano neanche ulteriori violazioni della legge del Paese: tra i condannati a morte ci sarebbero infatti almeno due minori, mentre la normativa li esclude in maniera chiara da tale pena.

Decisiva sarà l’inclusione dei Fratelli Musulmani nella lista dei gruppi terroristici. Determinare cosa sia un gruppo terroristico è però di gran lunga più difficile di quanto si pensi. Manca ancora anche una semplice definizione del fenomeno. Indichiamo alcuni tentativi:

–        il terrorismo è la perpetrazione o la minaccia di un atto criminale atto a sfruttare la paura come strumento di coercizione realizzato in ambito internazionale (Tribunale Speciale per il Libano)

–        si definisce terrorismo un atto volontario e violento da parte di un attore non statale, che sottosta ad almeno due delle seguenti caratteristiche: deve perseguire obiettivi sociopolitici e/o agire in maniera coercitiva e/o al di fuori dei limiti imposti dal diritto di guerra (Start).

–        Il terrorismo è un atto teso a causare la morte o il ferimento di qualsiasi persona, danni alle infrastrutture statali, al trasporto pubblico, ai sistemi di comunicazione, al fine di intimidire la popolazione o di spingere un governo a fare o ad astenersi dal fare qualcosa (Assemblea Generale dell’Onu).

Il quadro è sufficientemente confuso, però ci basta per capire quanto labile sia la definizione di “terrorismo”. Nel caso in questione, questo è determinante per individuare la legalità delle condanne a morte. In nostro aiuto accorrono due strumenti. Il primo è il Global Database on Terrorism, che da risultati molto interessanti: dei novanta attacchi commessi dalla Fratellanza Musulmana nessuno va oltre il 1992. Gruppo terroristico, dunque? Sì e no. Non è infatti solo la partecipazione, ma anche il finanziamento di atti terroristici ad essere decisivo. In questo il diritto internazionale è chiaro: vietato in maniera assoluta prestarsi al gioco (Conv. sul finanziamento al terrorismo, 1999). E dato che la convenzione è obbligatoria per tutti gli stati Onu (risoluzione n. 1373) anche l’Egitto ne è interessato. Ma i Fratelli Musulmani finanziano il terrorismo? È qui che ci torna utile un secondo strumento, Shariah Finance Watching: Il sito infatti accusa la Fratellanza di finanziare il gruppo terroristico Hamas. La categoria di SFW relativa alla Fratellanza è piena di articoli. I dubbi quindi esistono, e sono sostanziali. Questo potrebbe costituire un canale tramite il quale l’obbligo a procedere contro il terrorismo possa diventare l’ombrello per l’applicazione della legge egiziana.

Il diritto internazionale è però un’arma a doppio taglio. L’Egitto è anche stato membro della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Questa, spiega HRW, richiede che “in casi di processi che portano all’imposizione della pena di morte, il rispetto scrupoloso delle garanzie relative ad un equo processo è particolarmente importante”. Il tribunale che ha giudicato i Fratelli Musulmani è tutt’altro che esente da dubbi, e il fatto che a richiedere questo sia una convenzione internazionale è importantissimo. Oltretutto, è la stessa normativa del Paese a rendere le cose difficili a chi vorrebbe punirli in maniera esemplare. Dubbia è infatti la figura del Gran Muftì, Shawqi Ibrahim Abdel-Karim. Ibrahim è eletto dai più alti membri di al-Azhar, una delle più eminenti università islamiche del Paese, nel novembre 2013. È quindi uomo di spicco dell’Egitto del dopo Morsi, tanto da aver comminato in passato altre condanne a morte, ma anche simbolo dell’Islam di al-Azhar, aperto ai musulmani sufiti, vicinissimi alla Fratellanza. Anche in questo caso, dunque, il risultato non è scontato.

Il rischio radicalizzazione delle minoranze

Lo scenario egiziano è estremamente complesso. La spinta delle piazze per un cambiamento dopo trent’anni di regime è fortissima, quasi ingestibile. Proprio per questo, il ruolo dell’esercito diventa il baricentro di una situazione instabile come quella odierna. Per indicare quanto sia forte il rischio di ulteriori derive nello scontro tra autorità secolari (l’esercito, il governo) e opposizione islamista, non si deve guardare ad un solo strato sociale, ma all’intera comunità, come spiegano Sophia Moskalenko e Clark McCauley nel loro studio sulla radicalizzazione.

Nel processo ai Fratelli Musulmani si possono rintracciare alcuni meccanismi di base. Innanzitutto, il fenomeno detto di “condensazione”: nel momento in cui lo stato reprime un movimento, questo crea una tendenza alla scissione. Il gruppo rimane dunque nelle mani dei più convinti e violenti, che potrebbero dirottarlo verso una strategia più propriamente terroristica. E c’è anche l’“estrema coesione”, fenomeno di radicalizzazione causato dall’esposizione a minaccia e isolamento. Tramite questi meccanismi, la base dell’estremismo islamico può avviare processi di radicalizzazione di gruppo, che poi diventa di massa quando si trasforma in una spirale che lega martirio e conflitto con un gruppo esterno, in questo caso il governo egiziano. E non c’è nessuna forma più antica e esplosiva di rito comune del martirio.

Nel caso dei Fratelli Musulmani, questo meccanismo può diventare la miccia per un fenomeno non nuovo nel Medio Oriente. In Iraq, l’avvento dell’ISIS ha avuto luogo anche grazie all’esclusione dei sunniti dal governo, a causa della loro vicinanza col regime di Saddam Hussein. Ora l’ovest del Paese è nelle mani dell’ISIS, con grandi responsabilità del governo Maliki. Lo stesso rischiava di accadere dopo la repressione delle proteste a Rabaa; ed oggi non si può neanche più parlare di rischio, di fronte ad una realtà che abbiamo di fronte agli occhi. Il processo di radicalizzazione ha infatti subito un’accelerata spaventosa di fronte a quello che di fatto è il lucido massacro di centinaia di persone. Si attende ancora la decisione dei giudici di appello e cassazione, nonché del Muftì, ma già le immagini distrutte dei familiari delle vittime costituiscono uno shock collettivo a tutti gli effetti.

Suedfeld, Cross e Logan hanno spiegato quanto fondamentale sia riuscire a dividere coloro che covano rancore, odio e dolore dai membri di gruppi violenti, sottolineando che un pensiero violento non necessariamente sfocia in un comportamento altrettanto violento. Allo stesso modo, Joseba Zulaika è tra i pochi che si stanno battendo per partire dalla comunità, più che dai gruppi terroristici in sé. Zulaika spiega come il terrorismo non sia che il punto di arrivo di una spirale d’odio, e non invece l’origine di tutti i mali come gli stati tendono a definirlo. Si tratta del fenomeno del terrorismo come profezia che si auto-avvera, dove una politica anti-terroristica particolarmente violenta non fa che rafforzare i gruppi estremisti sul lungo periodo, anche se li colpisce sul breve. Questo è il caso dei Fratelli Musulmani, decapitati con l’arresto della guida suprema, Mohammed Badie, ma definitivamente legittimati agli occhi di quella parte della comunità che chiede di strutturare lo stato egiziano sulla base della Shari’a, la legge coranica. Difficile pensare che questo non influenzerà la stabilità del Paese negli anni a venire, e di certo è una barriera posta di fronte ad ogni prospettiva di pacificazione.

Le pressioni internazionali, gli interessi in gioco e i media chiamati a difenderli

Attorno al processo contro i Fratelli Musulmani si sono mossi più attori, legati a doppio filo al destino del Paese. Le pressioni sono arrivate da più direzioni, in primis dai sono i paesi del golfo. Innanzitutto gli Emirati Arabi Uniti, che stanno tentando di chiudere l’Egitto di una trappola, al fine di incidere sempre più profondamente nella stabilità del Paese: arrivano, da quanto riporta Reuters, commesse per la vendita di armi, ma anche progetti per la costruzione di 25 silos per il grano. Come a dire che si intende controllare sia la forza che può reprimere le proteste sia la principale miccia che potrebbe scatenarle. Ma è oggi soprattutto il Qatar a contare, perché a differenza di Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati, sostiene pubblicamente i Fratelli Musulmani e può contare su di un alleato formidabile, il network al-Jazeera. Al-Jazeera ha trattato diffusamente l’evento, dando nel mondo informazioni preziose di quanto sta accadendo e ottenendo risultati di gran lunga più convincenti di quelli della concorrente al-Arabiya (negli Emirati), più sobria nel descrivere gli eventi.

Il Qatar, stato leader della Lega Araba, potrebbe agire con forza, al fine di non perdere una pedina come quella della Fratellanza Musulmana, in un Paese come l’Egitto dove era stata bandita già nel 1954. Intanto però la Lega Araba ha recentemente dichiarato di voler accetta la sentenza, condannando i Fratelli Musulmani come gruppo terroristico, quindi è difficile dire dove penderà l’ago della bilancia. Ad avere voce in capitolo sono infatti non solo il Qatar e gli Emirati, ma anche l’Arabia Saudita, in crisi di relazioni con gli Stati Uniti, e pronta a rivolgere altrove le proprie alleanze, specie ora che l’Egitto di Mubarak è scomparso e gli Usa non sono più nelle mani di Bush. Irritati per l’avvicinamento Usa con l’Iran, i sauditi penserebbero ad una politica autonoma. Di fatto l’Arabia e gli Emirati hanno sostituito gli Stati Uniti come protettori del nuovo regime, ed è interessante che in questo i giornali del Paese abbiano parlato della vicenda in maniera leggermente diversa, ma sempre con la pacatezza che contraddistingue i reali sauditi, quando si interessano di politica internazionale. Qui l’autorità ha infatti sempre imposto il proprio volere senza esporsi troppo. E dunque se Okaz, testata filo-governativa, lascia trapelare la propensione della Lega Araba verso la dichiarazione di illegalità dei Fratelli Musulmani, Asharq al-Awsat, con base a Londra descrive i fatti in maniera rigorosa ma senza particolare partecipazione.

Mentre i paesi arabi cercano un equilibrio, l’occidente si muove con molta attenzione. La risposta degli Stati Uniti al collasso della Primavera Araba in Egitto è stata, scrive il Guardian, equivoca. L’amministrazione Obama ha prima evitato di definire colpo di stato quello dei militari, in quanto la legge statunitense vieta di finanziare governi golpisti; poi ha dichiarato di voler bloccare gli aiuti finché l’Egitto non farà passi avanti verso la democrazia. John Kerry, Segretario di Stato americano, ha però precisato di voler riprendere gli aiuti quanto prima, anche se di fronte alle condanne a morte ora preme perché vengano annullate. Quello di Kerry, spiega The Guardian, è un vecchio pallino: riuscire a portare a conclusione il processo di pace tra Israele e Palestina. Ma c’è dell’altro, e in questo senso anche Israele è coinvolto (anzi, sembra aver fatto molte pressioni). Nell’epoca di Mubarak, l’Egitto è stato un bastione dell’occidente contro la minaccia terroristica. Non a caso risulta tra i nemici dichiarati del numero due di al-Qaida, al-Zawahiri (Di Nolfo, “Dagli imperi militari agli imperi tecnologici, Laterza). Difficile quindi pensare che si pensi di abbandonarlo al suo destino, quando si tratta non solo di difendere l’accesso al Mar rosso e il Canale di Suez, ma anche la lotta contro i Fratelli Musulmani.

Un altro indice del pensiero del Partito Democratico americano può essere rintracciato nel modo in cui la questione è stata trattata dai giornali amici, quelli che hanno sostenuto la candidatura di Obama come Washington Post e New York Times. Anche qui la risposta è durissima, risposta che diventa pericola se a dargli la copertura è Human Rights Watch, una delle poche organizzazioni internazionali davvero super partes, fondata dal magnate George Soros, anche lui vicino al Partito Democratico. Pericolosa perché unisce alla ricerca sul campo, le pressioni che solo una organizzazione autorevole come HRW può esercitare. Se poi si aggiunge che Foreign Policy titola: “Egypt bloody purge is just beginning”, le incognite che si nasconderebbero dietro un appoggio americano al governo militare diventano evidenti. Foreign Policy, di proprietà del Washington Post, è una delle più autorevoli testate di politica estera al mondo. E addirittura il Council on Foreign Relations, tra i più attivi e influenti centri di ricerca sembra seguire questa china.

Anche per il governo israeliano oggi sarebbe dura spingere per la repressione dei Fratelli Musulmani. Se ne è occupato il Jerusalem Post, mentre Haaretz ha diffuso la posizione di Kerry riguardo la condanna. Certo, paesi come il Regno Unito di David Cameron stanno applicando l’anatema del governo egiziano sui fratelli musulmani con celerità invidiabile: è del primo aprile la notizia dell’apertura di un’inchiesta sulla presenza dell’organizzazione in Inghilterra. Però di fronte all’unità dei principali giornali internazionali c’è poco da fare. Specie quando anche l’israeliano Centro per la Ricerca sulla Sicurezza Nazionale dice che un collasso della Fratellanza Musulmana (sunnita) favorirebbe l’Islam sciita dell’Iran, nemico mortale di Israele. E non che l’Iran non si sia mosso: PressTv, l’agenzia di stampa di regime sta seguendo il fenomeno, pur senza lasciar trasparire la posizione del governo. Per ultimo sì è aggiunto anche Putin, che guarda con attenzione allo scenario egiziano, passando dalle promesse di collaborazione fatte a Morsi all’endorsement ad una candidatura di al-Sisi. Molti e contraddittori sono d’altronde gli interessi russi nell’area, dalla difesa di fronte al terrorismo islamico (attivo in Cecenia) alla volontà di tamponare la presenza e l’influenza americana nel nord Africa.

In conclusione, la questione dei Fratelli Musulmani dopo questo processo è semmai ancora più viva di prima. Anzi, è incandescente, una nuova ferita nella quale il terrorismo di matrice islamica troverà certamente nuova linfa. Per una ragione molto semplice, spiegata da Mohamed Hafez: “forse stanno provando a terrorizzare la gente, al fine di farla smettere di andare alle dimostrazioni o di opporsi al regime”. Forse, qualcuno sta scommettendo di nuovo sui militari, dopo decenni di sostegno al terrorismo internazionale contro il panarabismo. Scommettere sui militari è però, oltre che rischioso, contrario ad ogni principio democratico. La strategia del law enforcement, della repressione, può poco contro il terrorismo, se non si fa nulla per capirne le ragioni profonde. Il rischio radicalizzazione, le chiare violazioni del diritto interno e internazionale, lo schieramento bipartisan di testate e riviste autorevoli, ma anche un sempre sottovalutato senso di umanità dovrebbero prevalere, anche perché le dinamiche insurrezionali suggeriscono che la marginalizzazione di un qualsiasi gruppo col passare del tempo lo porta a prendere le armi.

L’attività diplomatica che si è mossa attorno all’Egitto è la prova che anche (e soprattutto) questo può determinare il destino di un popolo. Quando negli anni ’50 il governo americano imponeva nella corea del sud la figura mediocre e violenta di Syngman Rhee al fine di abbattere il regime ostile del nord guidato da Kim Il Sung, soffocava sul nascere i gruppi che avevano proposto idee innovative di riforma nel Paese (v. Steven H. Lee, La Guerra di Corea, Il Mulino). Lo stesso accadeva, con le stesse modalità, nell’Iran del primo novecento, quando Reza Khan si imponeva come Shah, mettendo a tacere coloro che volevano davvero cambiare il Paese (v. Ervand Abrahamian, A History of Modern Iran, Cambridge University Press). Ora tocca all’Egitto, che deve trovare la forza di appoggiarsi a chi davvero vuole contribuire a migliorare le sorti di tutti. Sperando che nessuno gli faccia lo sgambetto.

Teatri d’operazione – Un bastione per l’Europa

La cappella è arredata sobriamente. Il gran maestro Jean de La Valette, raccoglie i suoi pensieri. Non lo distoglie il colpo di cannone. Solo un’altra ruga si disegna sul suo viso già segnato dal vento e dal sole. Il colpo sparato da Castello Sant’Angelo. Il segnale che annuncia l’arrivo della flotta turca al largo delle coste di Malta. È la mattina del 18 Maggio 1565. Inizia il “Grande Assedio”. Sulle creste più alte e sulle mura, assiepati per scrutare l’orizzonte nel tentativo di valutare l’entità della minaccia, oltre ai civili che non hanno lasciato l’isola, ci sono quasi tutti i difensori disponibili: 470 cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, 1.600 mercenari italiani e spagnoli, 5.000 soldati della milizia maltese, 120 artiglieri e 67 serventi ai pezzi.

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La Valette invece non esce. Sa già che cosa si trova all’orizzonte e oltre. Le sue spie lo hanno avvertito non appena le navi sono salpate. Ha passato una vita sotto l’insegna della croce. È entrato nei ranghi dell’Ordine a 20 anni, ora ne ha 61 e ha fatto appena in tempo a diramare per tutta l’Europa la convocazione generale. 
La maggior parte dei cavalieri in missione nelle diverse corti europee o nei possedimenti dell’Ordine, sono tornati appena in tempo a Malta, per sostenere la difesa. Don Garcia de Toledo, viceré di Sicilia, ha portato personalmente armi e rifornimenti. Suo figlio Federico, appena adolescente, decide di restare. Il duca di Toscana ha inviato 200 preziosi barili di polvere pirica. 
I turchi ne portano con sé 6.500. La Valetta conosce abbastanza precisamente l’entità delle forze che il sultano ha deciso di inviare contro di lui. La tempesta si prepara a investire il nudo scoglio. Con tutta la sua violenza. 
La flotta nemica, sotto il comando di Lala Kara Mustafa Pascià, è composta da 450 galee che trasportano 40.000 uomini, dei quali circa 5.000 sono giannizzeri, le truppe speciali della Sublime porta. Vi sono inoltre 50 navi più piccole cariche di provviste e munizioni. Solimano ha richiesto che anche Thorgoud Raìs, Dragut come lo chiamano i cristiani, prenda parte a questa spedizione. Il corsaro ormai ottantenne, risponde con le sue navi, le sue columbrine e 1.500 pirati algerini. È sempre un ottimo artigliere e un grande comandante di uomini. Il loro obiettivo è Malta, l’ultimo baluardo prima di altri più prestigiosi trofei. Roma. Tra i suoi innumerevoli, sterminati titoli, come i suoi possedimenti e conquiste, Solimano reclama per sé anche quello di legittimo successore dei cesari. Roma. La esige.
Malta è la base dell’ordine monastico – combattente di San Giovanni, un corpo internazionale organizzato per “langues”. I cavalieri che ne fanno parte si rifiutano di combattere per re e sovrani contro altri cristiani, non danno obbedienza che al Papa, vanno in combattimento indossando ancora anacronistiche armature, ormai inutili contro gli archibugi. Sono quello che resta del sogno delle crociate, in ritardo di 300 anni. Scacciati da Rodi, sono ridotti a esercitare una feroce guerra di corsa contro le navi ottomane. 
La Valette stesso è stato catturato una ventina d’anni prima dal pirata Kust Alì e ha passato, prima di essere riscattato, un anno al remo, “galeotto” in una galea turca. Incatenato tra le sue feci. 
Diventato Gran Maestro ha riformato l’Ordine, vietando i duelli, il gioco e il vino, e imponendo più severi obblighi religiosi. 
Le cronache ce lo descrivono «alto, calmo, di bell’aspetto».
Come i suoi cavalieri, è cosciente che Malta è l’avamposto di uomini “a perdere”. 
Prima dell’inizio della battaglia assiste con i suoi uomini alla Messa e si confessa. Tiene un breve discorso. Poche parole appena: «Fratelli, costoro sono nemici della fede e di Cristo. Dio ci chiede la vita, che noi abbiamo già votato al suo servizio. Beati coloro che per primi consumeranno il sacrificio». 
Il Pontefice ha già concesso l’indulgenza plenaria per tutti i difensori. 
Il grosso della forze cristiane è asserragliato dietro le mura di Castel Sant’Angelo, che sorge sulla sponda sud del Porto grande. 
Un gruppo minore presidia Forte Sant’Elmo, presto isolato dal quartier generale. L’avamposto degli avamposti degli uomini perduti. Il “rivellino” dell’Europa. La spina nel fianco. 
Le bocche da fuoco del nemico investono incessantemente questa postazione con proiettili da 27, da 36, anche da 80 chili. 
Il 3 giugno i cannoni tacciono. La fanteria ottomana si riversa in massa all’attacco. I turchi contano di impadronirsi del terrapieno di primo sbarramento – il “rivellino” appunto – tra l’altro non ancora terminato. Qui, trasportare i cannoni e spazzare il forte con un fuoco a bruciapelo. Sul bastione, vengono affrontati e respinti da cavalieri in armatura completa, che impugnano spadoni a due mani, e da un lancio serrato di “fuoco greco”.
La mattina del 16 giugno, migliaia di giannizzeri tentano un nuovo assalto. Appartengono a uno dei corpi d’élite più famosi del mondo, non solo islamico. Sono giovani non musulmani di famiglia povera, reclutati col sistema del devshirme. La “tassa di sangue”, un sistema di arruolamento forzoso di ragazzi in vigore nei territori cristiani conquistati dall’Impero ottomano. Osservavano tradizioni alquanto singolari: non possono sposarsi, si tatuano il simbolo del proprio battaglione (orta oppure bölük). Coloro che servono come guardia personale del sultano sono arcieri mancini (solaq). Una simbologia molto complessa è quella legata alla cucina da campo: il comandante di ogni orta si chiama ¢iorbac (colui che vende o che prepara la zuppa), gli ufficiali sono gli ag bash (i “capo cuoco”). Il mondo è simboleggiato dalle pentole. In ogni caserma vi sono due o tre pentole di rame, che se rovesciate, indicano il momento della rivolta. In aggiunta, la pentola denominata kazan-i sherif, che si trova al centro dell’accampamento non deve mai essere rimossa, pena il capovolgimento del mondo. 
La mattina del 16 giugno in migliaia, con tutto il loro coraggio e tutto il loro fanatismo, si riversano contro Forte Sant’Elmo. Invano.
Ancora cannoneggiamenti: i difensori vengono incessantemente colpiti con oltre 6 mila palle di cannone al giorno. Le fortificazioni sono completamente sbriciolate. La guarnigione resiste aggrappata alle macerie. I pochi rinforzi arrivano di notte, attraversando a nuoto il Porto grande e poi arrampicandosi fino a quello che resta della fortezza. 
Ogni posizione di Malta deve essere tenuta fino all’ultimo uomo. Bisogna guadagnare tempo. L’imprevista resistenza dell’isola esalta e stupisce l’Europa. Si preparano i soccorsi per spezzare l’assedio. 
Il 22 giugno i turchi, nel tentativo di raggiungere la sommità delle mura di Sant’Elmo, impiegano centinaia di scale per attaccare simultaneamente tutto il fronte per far valere l’immenso vantaggio numerico. Ma ancora una volta i difensori riescono a ricacciare indietro i nemici, investendoli con una valanga di pietre e di fuoco. Il 23 giugno viene lanciata l’ultima offensiva. I pochi Cavalieri superstiti si confessano l’un l’altro e prendono la comunione. Conoscono la sorte che li attende: nessuno può accorrere in loro aiuto. È inutile sperare nella pietà del nemico. 
L’ultima resistenza avviene sulla soglia della cappella. Uno scontro che si consuma in pochi drammatici istanti. Poi, gli ottomani piantano sulle rovine insanguinate lo stendardo con la Mezzaluna. La Valletta perde 122 Cavalieri e 200 uomini della milizia maltese. I comandanti turchi ordinano che tutti gli Ospedalieri morti vengano decapitati e i loro corpi mutilati e crocifissi su delle tavole abbandonate in mare affinché la corrente li trasporti verso i bastioni di Senglea e Birgu.
Una momentanea vittoria che comunque i turchi pagano con un impressionante tributo di sangue: 8000 tra morti e feriti, quasi un quarto delle forze totali. Cade anche Thorgoud Raìs, centrato in pieno da una granata cristiana. 
Intanto arrivano i primi aiuti: il 29 giugno, forzando il blocco navale, giungono altri 42 cavalieri. 
Si consumano i giorni. I turchi avanzano un metro alla volta. Cominciano a scarseggiare i viveri, e a serpeggiare malattie. 
Si arriva così al 7 agosto, quando Mustafa Pascià sferra l’attacco che appare decisivo. La Vallette ricopre il vecchio corpo con l’armatura completa. Si spinge fino alla prima fila per sostenere la difesa e per prendere parte all’eventuale, ultimo contrattacco. Esce sugli spalti brandendo la spada lunga a due mani. Nel frattempo, irregolari maltesi a cavallo, partiti al galoppo dalla Medina, compiono un’incursione a sorpresa nelle retrovie turche, disorganizzando e facendo fallire la loro offensiva. La fine è rinviata.
Per tutto il mese di agosto le artiglierie continuano a lanciare raffiche di proiettili contro le postazioni cristiane e le migliori fanterie turche si fanno massacrare senza ottenere alcun significativo risultato. Gli ottomani sono ormai demoralizzati e sfiniti, mentre dalla Sicilia giungono notizie dell’imminente arrivo di rinforzi per gli assediati. Il 23 e il 30, i turchi profondono le loro ultime energie nel tentativo di scardinare le difese. Ogni sforzo si dimostra vano. Il 7 settembre, finalmente, giungono a Malta i rinforzi di don García de Toledo. Sbarcano nella baia di Mellieha.
9.600 armati napoletani, siciliani, e spagnoli, la migliore fanteria del tempo. È il colpo di grazia per gli ottomani. Le vedette di Lala Kara Mustafa Pascià gli comunicano che l’esercito inviato dal viceré di Sicilia è infine arrivato e che sta avanzando verso il Bourg. 
Ordina alle sue truppe di imbarcarsi e salpare per Costantinopoli. 
Questo ordine è stato appena eseguito, che Mustafa riceve nuove informazioni sulla reale entità dei rinforzi, che sono stati sopravvalutati. Pertanto decide di risbarcare le truppe. Alla loro testa, marcia deciso contro questi nuovi nemici. 
Lo scontro finale avviene sulla piana di Pietranera. Partecipano anche gli ultimi, esausti Cavalieri usciti dalle macerie fumanti dei forti. Tale è l’impeto con cui i cristiani respingono l’attacco, che i turchi si sbandano. La ritirata si trasforma in rotta. 
Più di 30.000 uomini dell’esercito ottomano sono morti durante il memorabile assedio. 
In tutta l’Europa cattolica si canta il Te Deum. Il pontefice offre a La Valette la nomina di cardinale ma egli rifiuta. Sceglie di restare a Malta per ricostruire e rafforzare le fortificazioni. La cittadella inespugnabile che verrà costruita a nord del Porto grande sarà chiamata in suo onore La Valletta. Il Gran Maestro morirà il 21 agosto 1568, durante una caccia con il falcone, per un colpo di sole.
Nel frattempo, un corrucciato Solimano comincia ad allestire una nuova potente flotta, pensando alla rivincita. L’imperatore Filippo a sua volta nomina come grande ammiraglio il fratellastro, il biondo quindicenne don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo di Carlo V. 
Questo gentiluomo ardito e cortese sconfiggerà i turchi a Lepanto, il 7 ottobre 1571. Ma erano stati i cavalieri, detti da allora di Malta, a spezzare il mito della invincibilità ottomana. Come Salamina nasce dalla resistenza dei 300 alle Termopili, così Lepanto è il frutto diretto del “Grande Assedio”. 
La resistenza greca contro i persiani, le guerre contro Annibale, la battaglia di Lepanto (di cui appunto l’assedio di Malta è la preparazione), e la difesa di Vienna, sono alcuni degli episodi epocali della storia europea. Se avessero vinto gli altri, la nostra civiltà non sarebbe esistita. Saremmo persiani, punici o musulmani. 
I persiani avevano una grande e generosa civiltà. Annibale era un genio militare. Nell’impero ottomano vigeva un’ampia tolleranza religiosa, e le identità avevano un ruolo. Ma nei momenti cruciali parve ai difensori d’Europa di non poter tollerare d’essere inglobati e integrati in un’altra civiltà. A costo di qualunque sacrificio, sentirono che la civiltà europea non era solo la “casa” di una speciale identità, ma il centro di valori radicali e radicati, senza cui “non si può essere”.
La bellezza come misura e la libertà critica greca. Il diritto romano e la sua forza integratrice. La cavalleria cristiana. 
Queste battaglie difensive hanno formato la civiltà europea. Questa straordinaria continuità greco-romano-cristiana di tremila anni, ininterrotta nonostante tutte le fratture e tutti i collassi della nostra storia. 

Turchia: vacilla il pilastro della laicità?

Durante l’ incontro con la Stampa Internazionale avvenuto a Madrid il giorno 22 febbraio u.s., il Primo Ministro turco Recep Tayip Erdogan ha annunciato che quella stessa mattina “i…servizi di sicurezza (turchi, NdA) avevano…iniziato una retata” al fine di neutralizzare i presunti organizzatori di un colpo di Stato. Segue la precisazione del numero degli arrestati (40) e le generalità e ruoli dei più importanti di essi. Quella di far percorrere alla notizia canali di comunicazione esterni al Paese, rilasciandola in occasione di una visita del Primo Ministro ad uno Stato membro della Comunità Europea, è una scelta che dimostra in maniera evidente le finalità per la quale è avvenuta: darle la massima visibilità internazionale, soprattutto in Europa, e presentare il Governo in carica come soggetto idoneo a tutelare il Paese e garantirne l’ordine. Come ogni evento di tale portata il fallito golpe necessitava, per maturare, di profonde ragioni di carattere sociale e del risentimento di uno o più attori contro il bersaglio designato, in questo caso il Governo stesso. Ma perché questo è avvenuto?

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Il retroterra storico della prima Repubblica

La situazione sociale e politica della Turchia è frutto di quegli enormi sconvolgimenti istituzionali che seguirono la caduta dell’ Impero Ottomano e la creazione della Repubblica: anzi, la formazione della Repubblica è da considerarsi proprio come il primo degli eventi causati da quegli sconvolgimenti, il primo delle realizzazioni di carattere politico volute dopo la caduta del Sultanato. Il padre spirituale del Paese, Mustafa Kemal Ataturk, disegnò il nuovo Paese prendendo ispirazione dalla struttura che gli Stati Europei a lui contemporanei avevano modellato per essi stessi e tracciando una linea politica di lungo respiro che avrebbe dovuto portare la Turchia al traguardo di una completa europeizzazione. La nuova Turchia avrebbe dovuto presentarsi come un Paese laico e vantare istituzioni moderne disegnate sulla falsariga di strutture occidentali. La necessità di “rifarsi ad un modello”, di aderire cioè ad un modus già esistente adattandolo alla realtà anatolica senza crearne uno nuovo, scegliere cioè di essere europea od asiatica, centralista o attenta alle diversità territoriali e culturali (o ammetterne addirittura l’ esistenza) è sempre stato un tema di enorme importanza per un Paese eternamente in bilico fra realtà diverse, formatosi sotto l’ influsso di correnti culturali eterogenee fra loro e che avevano costituito fino ad allora un mastodontico impero, quello ottomano, troppo grande e troppo complesso per poter sopravvivere alle dure prove della Grande Guerra, e sopratutto completamente antinazionale.

Nella visione islamica del mondo e delle istituzioni che caratterizzava l’ impero ottomano, infatti, le differenze di razza e cultura non avevano significato. Alla realizzazione di un ordinamento sotto una guida riconosciuta come religiosamente legittimata al governo della ‘Umma, la comunità dei fedeli, l’ opposizione di differenze di carattere culturale o storico di un popolo su un altro che ne siano parte è antireligioso, è irragionevole, essendo il divenire storico e la differenziazione dei popoli un mero evento fisico, materiale. A queste contingenze il messaggio salvifico della universalità della religione non solo pone rimedio, ma addirittura si oppone fortemente, nella proposizione di un sistema che abbatte e distrugge nel presente per ricostruire nell’impero universale. Ataturk guarda alla realtà del Paese per la prima volta dall’ interno ed in senso moderno, rinunciando alla seduzione dell’ unione fra il potere temporale e quello religioso. Le radici profonde e lontane degli avvenimenti odierni sono rintracciabili nelle conseguenze di un cambio radicale di vedute, una rivoluzione in senso etimologico del termine, che avrebbe portato non più gli ottomani ad essere tali in quanto musulmani sottomessi al Sultano, ma i turchi ad essere tali in uno stato nazionale dai confini definiti.

La nazionalità dello Stato turco, naturalmente, passa per una definizione di cosa possa essere turco e cosa no: la maggiore impresa dunque sta proprio nella definizione dei confini e nella determinazione del popolo che abiti al loro interno.

Fortissime presenze di Greci (“Rumlar”, da “romaioi” ovvero “romano-orientali”) erano parte importante delle popolazioni dell’ Egeo e dell’ anatolia Occidentale e costituivano la stragrande maggioranza della popolazione di Izmir (nient’altro che la antica Smyrne) ed una consistente comunità di Istanbul.
Altre Comunità, quali quella dei Curdi, omogenei ai Turchi per religione ma non per origini, lingua e cultura, erano situate agli opposti geografici ripetto ai Greci (in una sorta di quadrilatero tra Siria, Iraq e Persia).
Quanto avvenne ai fini di una determinazione nazionale, quindi definendo il limite interno dello Stato, il suo popolo, fu di selezione e distribuzione:i primi, i Greci, furono un vero e proprio oggetto politico di scambio con le popolazioni turche stabilitesi da tempo nelle zone europee dell’ Impero. L’ assimilazione dei Rumlar sarebbe stata impossibile, il loro ostacolo alla omogeneizzazione culturale della Repubblica insormontabile. Una sorta di enorme inconveniente. Avvenne quindi una sorta di trasferimento incrociato, col rientro dei Turchi residenti in Europa, e sopratutto in Grecia (come era il caso della famiglia dello stesso Ataturk), che avrebbe evitato futuri imbarazzi e motivi di ricatto con le potenze europee, ed il rinsaldarsi di una comunità una ed unica nell’ essere e nel sentire. Diverso il discorso dei Curdi: essi furono negati a se stessi. Ovvero, se ne negò l’ esistenza.La definizione di “turco di montagna” prevalse su quella naturale, il divieto dell’uso della lingua curda (una evoluzione di un dialetto del persiano medio) in luoghi pubblici e dell’ ostentazione di simboli propriamente curdi furono presi a rimedio contro un eventuale rinascita nazionalista nelle zone orientali.

I veri, grandi motori di esportazione dell’ ideale kemalista furono però l’ istruzione pubblica e la strutturazione del ruolo e delle funzioni delle Forze Armate: la grande sfida del passaggio dall’ uso dell’ alfabeto arabo a quello latino e l’ addestramento di masse di insegnanti che (come accade oggi) venivano inviate dal moderno ovest al più tradizionalista est per influenzarlo culturalmente e costruire dalle basi la coscienza di un Paese nuovo.

A vigilare su questo, un esercito forte militarmente e spiritualmente, identificato quale tutore dello Stato e guardiano della Costituzione, tanto profondamente laico da essere spesso considerato come elemento di diametrale opposizione alle forze religiose mai sopite completamente e da ispirare un motto secondo cui in Turchia “chi va in moschea non lo si può trovare in una caserma”. Alle forze armate turche vengono poi attribuite funzioni in verità eterodosse alla tradizione occidentale, e tali da influire in maniera diretta sull’andamento delle istituzioni e le scelte politiche del Governo: tra queste il MGK (Millî Güvenlik Kurulu, Consiglio di Sicurezza Nazionale), in principio sotto il controllo dello Stato Maggiore della Difesa, fonte di non trascurabili “raccomandazioni” al Governo in materia di società e scelte politiche che potessero influire negativamente sulla laicità dello Stato.

Turchia: who is who

Le premesse storiche sopra esposte sono propedeutiche a comprendere la situazione attuale: possiamo facilmente immaginare come un Paese costruito sulle basi di una trasformazione tanto forte non abbia potuto vivere il suo ingresso nella modernità senza scossoni ed incidenti di percorso: nel caso di specie, i principali attori sociali e politici a dare vita alla politica turca possono identificarsi in 3 grandi soggetti:

– I Kemalisti, ovvero coloro che vogliono conservare l’ azione dello Stato improntata alla via tracciata dal Padre della Patria, espressi in Parlamento dal Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP).A questa fazione possono inoltre, nel senso esposto poco sopra, includersi le Forze Armate nel loro ruolo di difensori e tutori dell’ Ordinamento dello Stato definito, dall’ articolo 1 della Costituzione turca, di ispirazione kemalista;
– I gruppi di estrema Destra nazionalisti, dei quali una famosa fazione sono i “Lupi Grigi”(Bozkurtlar), espressi in Parlamento dal Partito di azione nazionale (Millyetçi Hareket Partisi, MHP).Essi si riconoscono figli di una originale idea politica plasmata negli anni ’70 da Alparslan Türke#1; rifacentesi al Panturchismo (identificazione di una grande Patria turca accomunante tutti i popoli turchi – turkic, o “turanici” – dall’ Anatolia al Turkestan Orientale) e ad una palese opposizione alle minoranze.
– Gli Islamici Moderati, vera novità del panorama politico turco, rappresentati in Parlamento dal Partito per la giustizia e lo sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP), liberali in economia e di certa ispirazione islamica, detentori di 341 seggi in Parlamento dalle ultime elezioni del 2007 e Partito di maggioranza. Riconoscono come leader Recep Tayyp Erdogan.

Le tre forze non hanno, sostanzialmente, alcun punto in comune.Si ispirano a modelli differenti. Di questi, il primo ha certamente giocato un ruolo da egemone indiscusso fino, possiamo dire, ai primissimi anni del 2000. Questo non perchè non fossero esistite forze a lui contrarie, ma perchè sempre capace di opporvisi in modo determinante, identificando se stesso come “corretto” mezzo di gestione dello Stato (addirittura l’ iniziale impianto dello Stato era monopartitico, essendo l’ introduzione del multipartitismo in Turchia risalente al 1952, e quindi successiva alla morte di Ataturk e dovuta al suo successore, Ismet Inonu).

La dinamica dello scontro, del riproporsi, dell’ affrontarsi delle tre forze all’ interno del Paese ha marcato in maniera continua la vita turca. Nell’ ottica di reagire a derive eterodosse dell’ impianto e delle politiche pubbliche, al fine di salvaguardare l’ impianto occidentale del Paese, nel 1961, 71 e 80 tre furono i colpi di Stato organizzati e messi in opera dalle Forze Armate.

L’incidente di Susurulk ed Ergenekon

La Turchia ha vissuto pienamente il suo ruolo di partner Nato nella difficile posizione di Paese orientale e musulmano durante tutto il periodo dello scontro della Guerra Fredda. Come molti Paesi gravanti nell’orbita Nato, è stato interessato dall’ istituzione di forze e milizie di tipo stay-behind, finanziate dai governi dal Patto ed utilizzate dallo stesso come eventuale strumento di resistenza in caso di attacco sovietico (o mobilitazione popolare o partitica interna in favore del Patto di Varsavia).
In ogni singolo Paese l’individuazione di questi soggetti è avvenuta tenendo conto delle peculiarità storiche e degli attori sociali, coinvolgendo coloro che, per propria posizione ideologica, sarebbero stati naturalmente portati ad opporsi ad una deriva comunista dello Stato. Nel caso di specie, questo ha portato all’unione di forze radicalmente diverse, disomogenee per convinzione ed origine, ed accomunate dalla sola funzione antisovietica. Si tratta sia dei kemalisti più radicali che degli estremisti di destra ultra-nazionalisti.
Queste forze, nel corso della propria latente attività, hanno strutturato le imponenti architetture di uno Stato parallelo. Questo scenario è stato portato alla luce da un incidente automobilistico avvenuto il 3 novembre 1996 presso la cittadina di Susurluk. Nell’incidente rimasero coinvolti il capo della Polizia Huseyin Kocadag, Abdullah Catli (un mafioso al soldo dei servizi deviati cui era stato dato un falso passaporto diplomatico allo stesso nome di copertura che si attribuiva a Mehmet Agca attentatore del Papa legato ai “Lupi Grigi”), un deputato di destra di nome Sedat Bucak e una modella, Gonca Us. L’incidente, per via del materiale trovato all’interno della vettura, portò alla luce connivenze impensabili ed attività, sostenute in massima parte grazie al traffico di eroina fra l’Asia Centrale e l’Europa, volte alla riorganizzazione dello Stato in senso autoritario e nazionalista, ed alla partecipazione ad un colpo di Stato in Azerbaijan, Paese molto vicino alla Turchia, per il capovolgimento del governo di Alyev e l’instaurazione di uno amico. 
Il nome di questa organizzazione è Ergenekon, dal nome della località dell’ Asia Centrale dalla quale i Turchi, secondo la propria mitologia, avrebbero cominciato la loro migrazione verso occidente guidati da un lupo grigio (il che spiega il nome del gruppo terroristico nazionalista).

L’organizzazione avrebbe dovuto essere, nelle previsioni della Nato che la aveva ideata, di tipo latente, ovvero, come detto, volta alla sollevazione contro derive comuniste qualora queste fossero venute in atto. L’efficienza delle linee si sarebbe tenuta attraverso addestramento continuo e disponibilità di armamenti tramite collegamenti non ufficiali con le Forze Armate ed i Servizi di Sicurezza, cose tutte svoltesi continuamente almeno fino all’ insediamento al governo del Partito filo-islamico AKP.

L’affaire odierno di Balyoz

Gli arresti recenti sono per l’appunto motivati da questo: l’appartenenza dei fermati ad Ergenekon. Per tutti gli indagati l’accusa è la partecipazione al piano “Balyoz” (“martello”: anche questo un elemento risalente alla mitologia turca arcaica e di carattere pan-turanico) risalente al 2003, subito dopo l’insediamento del Governo. Il piano avrebbe avuto lo scopo di rovesciarlo attraverso una serie di attentati, tra i quali due diretti contro moschee, l’abbattimento di un jet turco da attribuire alla Grecia o l’attacco al museo dell’Aeronautica (non è un caso: l’ Aeronautica è una istituzione intesa come “moderna e laica” e idealmente riconducibile allo Stato di Ataturk ) a Istanbul da parte di “integralisti islamici” vestiti di indumenti orientali.
Evidente come i fatti in previsione avrebbero dovuto far riprendere una via di gestione autonoma del Paese da parte delle Forze Armate, anche a causa delle inevitabili fortissime ricadute che avrebbe, in negativo, avuto il processo di avvicinamento alla Comunità Europea a seguito delle frizioni con la Grecia, che si sarebbero naturalmente inasprite. Secondo il PM Turan Çolakkadı il piano avrebbe viste coinvolte anche alcune organizzazioni della società civile e sarebbe stato composto da singoli piani d’azione:”Çar#1;af”, “Sakal”, “Suga” e “Oraj”. Evidente quindi la capillare struttura del piano, la sua solida strutturazione e la sua realizzabilità sul territorio.

Gli sconvolgimenti interni

Quanto sopra aiuta a descrivere la situazione odierna della Turchia: un Paese di impianto costituzionale fortemente occidentale in cui, alla iniziale spinta propulsiva verso l’Europa, nata e sospinta dall’ immenso carisma del Padre della Patria, il tempo ha saputo trovare opposizione con il risorgere di sentimenti religiosi cui l’Esercito ha, negli ultimi tempi, potuto fare fronte sempre meno. Una piccola ma continua opera di demolizione della laicità dello Stato da parte del nuovo entourage delle massime cariche dello Stato, avallato almeno inizialmente dal voto delle popolazioni provenienti dall’est Anatolia, di cui sono noti i sentimenti religiosi, e delle classi meno istruite della società, più volte portato in giudizio di fronte alla Corte Costituzionale per “attività antilaiche”, ma mai definitivamente estromesso dalla vita politica. L’Akp ha saputo abituare i turchi al ritrovamento della tradizione religiosa e de-sensibilizzare il loro senso di laicità, aiutata anche dal percorso di avvicinamento del Paese alla Comunità Europea, che fondando la propria visione delle libertà religiose come improntata alla massima libertà, identifica la forte laicità e le sue regole di stretta osservanza in Turchia come lesive dei diritti umani.

Il combinato disposto di fattori endogeni ed esogeni ha reso più efficace l’azione del governo: è recente l’ abolizione del protocollo EMASYA, che prevedeva la possibilità, da parte dello Stato Maggiore Difesa, di autorizzare azioni di intelligence e di polizia anche autonomamente senza l’autorizzazione delle Autorità civili per ragioni di sicurezza pubblica e con finalità anti-terroristiche. Ora, naturalmente, saranno enti dipendenti dal Governo filo islamico a dover autorizzare le misure di contrasto al terrorismo islamico. Un ulteriore segnale del vigore dell’iniziativa dell’esecutivo, che scompagina ancor più le carte: Bruxelles, intanto, manda segnali contraddittori.

Yemen: Tra intervento americano e soluzioni regionali cresce l'incertezza

Il fallito attentato del 25 dicembre del 2009, condotto dal giovane nigeriano Abdulmutallab sul Volo 253 Amsterdam-Detroit della Delta Airlines, ha riportato l’attenzione dei media e della comunità internazionale sullo Yemen, sospettato di essere il paese di addestramento dell’attentatore. Secondo alcuni, ciò potrebbe far diventare lo Yemen, insieme alla prospiciente Somalia, un nuovo fronte della lotta al terrorismo internazionale, dopo l’Afghanistan e l’Iraq. L’instabilità politica e l’assenza di un governo forte, insieme alla frammentazione tribale e alla povertà, hanno reso il paese una comoda base per le attività di al-Qaeda, con alcune fonti d’intelligence statunitensi che parlano di circa 200 miliziani di legati alla rete operativi nel sud del paese.

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Nel gennaio dello scorso anno il leader del gruppo al-Qaeda in Yemen, Nasir al-Wahayshi, ha annunciato via internet la formazione di un nuovo gruppo, al-Qaeda per la Penisola Araba (AQAP), comprendente anche alcuni membri della formazione di al-Qaeda in Arabia Saudita, cacciata dal paese nel 2007.

In precedenza vi sono stati segni della preoccupazione americana nei confronti di forze jihadiste in Yemen; già con l’attentato alla USS Cole del 2000, e poi con la scoperta, dopo l’11 settembre, dello Yemen come antica dimora di Osama bin Laden, gli americani si mobilitarono affinché il governo di Sana’a aumentasse la sua capacità di controllare queste forze all’interno del paese. Nel 2005 gli Usa dichiararono che due fucili AK-47, usati nell’attacco al consolato americano a Jeddah, provenivano dall’esercito yemenita; Washington inoltre ha spesso denunciato la presenza di combattenti stranieri arrivati in Iraq dopo l’invasione del 2003 provenienti dallo Yemen. Nel 2008 vi furono poi vari attacchi contro l’ambasciata statunitense a Sana’a.
La situazione però diventa assai più complicata se la si osserva in relazione alle tensioni che si verificano ad un diversa scala di grandezza, vale a dire tra gli elementi interni allo Stato yemenita e le loro implicazioni regionali. In questo momento il governo di Sana’a è impegnato nello scontro con il movimento autonomista del sud, l’al-harakat al-ganubiyyat (Southern Movement), soprattutto da quando Tariq al-Fadhli, un ex leader jihadista già arruolato tra i Mujahideen in Afghanistan, ha rotto l’alleanza con il governo, iniziata nel 1994, quando il Presidente Ali Abdullah Saleh lo assoldò, insieme ad alcuni seguaci del movimento salafita, per contrastare le aspirazione del Partito Socialista dello Yemen. Il movimento del sud opera nella provincia di Aden ed è particolarmente forte nel governatorato di Hadhramaut, zona ricca di petrolio, e infatti, oltre alla rivendicazione di una parità di diritti di cittadinanza e di un governo più trasparente, vi è la richiesta, da parte del movimento, di una maggiore redistribuzione dei proventi derivanti dalla vendita del petrolio (almeno il 20 %).

L’unione di al-Fadhli col movimento del sud impensierisce non poco il Presidente Saleh, il quale è però, al tempo stesso, alle prese con un altro confronto, quello con il movimento zaydita capeggiato dall’imām Abdel Malik al-Houthi (dato per morto nel dicembre del 2009); anche questa formazione, per una sorta di nemesi storica, si è rivoltata nel 2004 contro il governo che lo aveva armato e finanziato dal 1994 per bilanciare la diffusione delle scuole wahhabite nel Paese; fu guidato dal 2004 dall’imām Hussein Badr Eddin al-Houthi, col nome di Shabab al-Muomineen (Gioventù Credente), ma questi venne ucciso dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto di Saada.
É qui che però si innesta una dinamica regionale che vede contrapposti, così come in altri contesti del Medio Oriente, Iran ed Arabia Saudita, laddove il primo è sospettato di sostenere il movimento di al-Houthi, che si dice inoltre si sarebbe spostato dottrinalmente dalla corrente zaydita verso quella duodecimana, prevalente in Iran; mentre il secondo, che sostiene il movimento wahhabita al-Tajammu al-Yamani li l-Islah (Raggruppamento Yemenita per le Riforme), teme che una eventuale autonomia della provincia di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, possa contagiare la componente sciita all’interno del paese, in special modo quella stanziata nella regione orientale, ricca di pozzi petroliferi. Obiettivo di Riyadh è quello di impedire sconfinamenti da parte dei miliziani zayditi, e per questo scopo finanzia e sostiene militarmente il governo yemenita, ed è anche intervenuto in maniera diretta nel novembre scorso, in seguito alla crisi in cui era precipitato il governo di Sana’a dopo l’operazione “Terra Bruciata” di agosto.

Delineato questo quadro conflittuale intrecciato e multi-livello, si possono effettuare alcune brevi considerazioni. Uno degli interrogativi posti in questi giorni è quello relativo ad un possibile intervento statunitense nel Paese mirante a sgominare la presenza qaedista. L’obiettivo di Washington è condiviso sia dai sauditi che dal governo yemenita; entrambi, specialmente la monarchia saudita, temono un rafforzamento della presenza di al-Qaeda sul loro territorio, ed è noto che questa assume come nemici proprio i governi arabi che si piegano alle richieste degli Stati Uniti. D’altra parte la presenza di al-Qaeda è osteggiata anche dagli altri movimenti religiosi, come quello di al-Fadhli, sia per una diversità di visione, sia forse proprio per l’eventualità di una internazionalizzazione del problema. Secondo questa considerazione, al-Qaeda avrebbe già i suoi nemici, e l’amministrazione Obama, che da poco ha preso l’importante decisione di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan, non potrà facilmente impegnarsi militarmente in un nuovo contesto; è pensabile che lasci fare al suo alleato strategico, l’Arabia Saudita, l’arsenale del Medio Oriente (le cui spese militari, ammontanti a 38,2 miliardi di dollari, la collocano al nono posto nel mondo – Sipri Yearbook 2009) e che chiami in causa il Qatar per impegnarlo, come fece nel caso degli scontri in estate, in una mediazione per una temporanea soluzione nel confronto tra governo e ribelli di al-Houthi.

Un eventuale intervento diretto americano non sarebbe ben accetto dallo Yemen, come ha fatto sapere alla CNN qualche settimana fa il ministro degli esteri Abu Bakr al Qirbi; l’obiettivo del governo è quello di ristabilire un equilibrio tra le componenti tribali/religiose del paese, e per far questo ha bisogno di nuove risorse economiche. In tal caso la Cina fornisce un rapporto meno impegnativo, ma più utile, in quanto rappresenta uno dei maggiori partner commerciali, con un interscambio che supera i 3 miliardi di dollari (con la Cina che assorbe il 37,3 % delle esportazioni yemenite). Pechino non ostacola di certo i tentativi americani di reprimere il terrorismo di matrice islamica, dato che anch’esso condivide l’obiettivo di contrastare il fondamentalismo religioso, ma va considerato anche che per ora il suo rimane un problema locale, e che il nemico principale dei terroristi resta, per il momento, il massimo rappresentante dei valori e del potere occidentale, cioè gli Stati Uniti. Ma è vero pure che il governo cinese sta sempre più guardando il Medio Oriente come area di approvvigionamento energetico, per cui lo Stretto di Bab al-Mandab, uno dei 10 più importanti chokepoints del mondo, rappresenta un elemento importante per la sua sicurezza energetica, e che attraverso la loro presenza gli Stati Uniti potrebbero effettuare una sorta di sea denial a svantaggio dei cinesi. Oltretutto il Golfo stesso fa parte, per i cinesi, della regione dell’Oceano Indiano, e la sua gestione rappresenta una questione relativa alla sua sicurezza strategica. Per alcuni l’interesse americano in Yemen può perciò essere letto come segno di una partita più geopolitica che relativa alla guerra al terrore, andando a militarizzare una zona strategica per i trasporti e per il controllo marittimo, e in cui inizia a prendere corpo una gestione dei capitali più autonoma, anche attraverso il progetto di una nuova moneta, il “Gulfo”, che potrà essere utilizzata per le transazioni dei paesi del Golfo.

Per ora il Presidente Obama ha dichiarato di non avere intenzione di inviare truppe in Yemen o in Somalia, e che preferisce affidare la soluzione del problema alla cooperazione con i partner locali; una decisione pro-intervento non sarebbe ben accolta dall’opinione pubblica americana, anche perché aggiungerebbe una nuova voce in passivo al bilancio federale.
Per ora il governo Usa si è buy viagra in las vegas limitato a sostenere economicamente Sana’a (si parla di aiuti per 70 miliardi di dollari) e l’alleato saudita (con l’offerta di un pacchetto militare da 20 miliardi di dollari in 5 anni), ma resta da vedere quanto le esigenze di geo-sicurezza peseranno rispetto ai costi, politici ed economici, di una azione diretta.

 

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