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La zona grigia tra Islam e Occidente

Lo scorso 10 giugno, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Sapienza di Roma, si è svolto il seminario di studi: “Incontro di civiltà, la zona grigia tra Islam e Occidente”. All’evento, organizzato dal Centro Culturale di Roma in collaborazione con Lista Aperta, hanno partecipato WaelFarouq (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Monica Maggioni (Direttore RaiNews24).

La zona grigia tra Islam e Occidente - Geopolitica.info

In un mondo sempre più sconvolto dalla minaccia del radicalismo islamico, gli illustri relatori, hanno risposto alle domande degli studenti, esaminando i fattori culturali, economici e sociali del fenomeno. Già venti anni fa Samuel Huntington, nel suo famoso articolo comparso sul Foreign Affairs (The Clash of Civilizations?), affermava che i momenti unipolari nel sistema internazionale in realtà durino poco, perché ad ogni concentrazione di potere a livello globale, una nuova potenza cercherà di controbilanciare tale dominio opponendosi alla potenza egemone. La tesi di Huntington si contrapponeva a quella di Francis Fukuyama, quest’ultimo noto per aver considerato la fine della storia, in un mondo che si stava lentamente appiattendo verso valori occidentali, senza un’alternativa, con il dominio incontrastato degli Usa.  Ma nuove forze “controbilancianti”, per Huntington sarebbero presto emerse, e se non a livello globale, per lo meno a livello regionale. Nuove forze con forme politiche influenzate dalla religione. Uno scontro di civiltà per l’appunto, con una forma “politicizzata” dell’islam, destinata a scontrarsi con l’altro modello, quello occidentale, basato sulla democrazia. La provocazione lanciata dagli organizzatori è apparsa subito chiara. E’ possibile un incontro (anziché uno scontro) tra l’islam e il cristianesimo?

Il professor WaelFarouq, dichiara che l’incontro tra Islam e Cristianesimo, è irrealizzabile. Impossibile infatti, un incontro tra due religioni. Ma viceversa, un incontro tra cristiani e musulmani è una realtà, un fatto che noi già viviamo quotidianamente. Certo, dopo gli attentati di Parigi è tutto più difficile. Gli attentatori erano francesi a tutti gli effetti. E’ un grande problema quello dell’integrazione, questo perché è concepita come una rinuncia alla propria identità. In Francia ad esempio, un cristiano non può esibire la croce, un musulmano non può mettere il velo e l’ebreo lakippah. Tutto questoperché lo spazio pubblico deve essere senza identità. Essere persone peròsignifica essere diversi. Escludere queste diversità è il contrario dell’incontro.

Proseguendo nel rispondere alle domande degli studenti, il professore ricorda come non esista  un buon Islam e un cattivo Islam. Ci sono musulmani che hanno rinunciato all’uso della ragione e musulmani che usano la ragione. Sbaglia chi dice che le fonte di questa violenza sia il Corano. In Indonesia o in Malesia, dove ci sono 300 milioni di musulmani, non succedono queste cose. Il problema non è l’Islam in sé, ma l’Islam come ideologia. Questa ideologia si chiama islamismo. E’ un’ideologia politica. Il pericolo quindi non sono i musulmani in quanto tali, ma risiede in coloro che si dicono musulmani, ma utilizzano la religione per meri fini politici. Il fatto è che l’islamismo, inteso come attività politica che utilizza la religione, è ugualmente pericoloso sia per l’Europa sia per l’Islam stesso.

Monica Maggioni, ricorda come l’espressione “zona grigia”, sia in realtà una provocazione apparsa per la prima volta in un editoriale di Dabiq ( il magazine dell’Isis). I militanti dello Stato Islamico,spiegano che il loro principale nemico sono proprio quei musulmani (considerati degli apostati) che appartengono a questa  zona grigia. Ma cos’è la zona grigia? E’ semplicemente la zona costituita da tutti coloro che pur essendo musulmani, accettano di vivere in paesi differenti dallo Stato Islamico.Proseguendo, il direttore di RaiNews24, ricorda il giorno in cui Abu Bakr al-Baghdadi entrò nella moschea di Mosul, proclamando la nascita del Califfato.

L’evento passò mediaticamente come inaspettato. Ma noi sapevamo benissimo che l’Isis c’era, sapevamo da dove veniva e sapevamo da quanti anni era attivo. Decidemmo però di non interessarci al tema. Il successo dell’Isis, è dovuto alla sciagurata condotta di una parte della leadership americana cheestromise dalla scena politica del paese il Baath (Partito Arabo Socialista), e con esso tutti gli uomini più influenti che vi appartenevano (lasciandoli di fatto fuori dalla gestione piramidale del potere, oltre che senza un lavoro). Oggi, molti di questi uomini, militano nell’Isis e hanno ruoli influenti all’interno del Califfato. Lo scenario attuale è estremamente preoccupante. Non possiamo permetterci di avere un Medio Oriente destabilizzato. Dobbiamo iniziare a ragionare seriamente sucome si sia arrivati a questo punto.

Concludendo, la giornalista ritorna a parlare della sua decisione di non trasmettere interamente i video dell’Isis.I video di propaganda dello Stato Islamico, mirano a terrorizzare l’Occidente mostrando la loro efferatezza con tecniche degne di una produzione hollywoodiana, facendo capire che chiunque tenti di sbarrare loro la strada subirà la stessa sorte. Il terrorismo vive di comunicazione.Da qui la decisione di non trasmettere più il video nella sua interezza. Le notizie saranno comunque trattate (con foto e/o fermo immagine) e raccontate nei loro contenuti, ma senza dare più spazio ai filmati prodotti e diffusi dall’Isis.

Islam radicale, valori occidentali, finanza e nuovi assetti geopolitici

Lo scorso 28 Aprile, nella Sala della Biblioteca della Link Campus Univesity, si è svolto il seminario di studi Islam Radicale, valori occidentali, finanza e nuovi assetti geopolitici, organizzato in collaborazione con ISGAP (Institute for the study of global antisemitism and policy) e CEMAS  (Centro di ricerca dell’Università Sapienza di Roma  “Cooperazione con l’Eurasia, Mediterraneo e Africa Sub-sahariana”). All’evento, moderato da Gabriele Natalizia (Link Campus University), hanno partecipato Vincenzo Scotti (Link Campus University), Robert Hassan (ISGAP) e Gianluca Ansalone (Link Campus University).

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In un mondo sempre più sconvolto dalla minaccia del radicalismo islamico, gli illustri relatori, hanno esaminato i fattori culturali, economici e sociali del fenomeno. Dopo la breve introduzione del professor Natalizia, che ci ha ricordato come già venti anni fa Samuel Huntington, nel suo famoso articolo comparso sul Foreign Affairs (The Clash of Civilizations?), affermava che i momenti unipolari nel sistema internazionale in realtà durino poco, perché ad ogni concentrazione di potere a livello globale, una nuova potenza cercherà di controbilanciare tale dominio opponendosi alla potenza egemone. La tesi di Huntington si contrapponeva a quella di Francis Fukuyama, quest’ultimo noto per aver considerato la fine della storia, in un mondo che si stava lentamente appiattendo verso valori occidentali, senza un’alternativa, con il dominio incontrastato degli Usa.  Ma nuove forze “controbilancianti”, per Huntington sarebbero presto emerse, e se non a livello globale, per lo meno a livello regionale. Nuove forze con forme politiche influenzate dalla religione. Uno scontro di civiltà per l’appunto, con una forma “politicizzata” dell’islam, destinata a scontrarsi con l’altro modello, quello occidentale, basato sulla democrazia.

Il presidente della Link Campus University, Vincenzo Scotti, ha sottolineato come il problema sia stato la sopravvalutazione delle primavere arabe, che anziché essere la soluzione alle crisi dei regimi nei paesi del Grande Medio Oriente, sono diventate rapidamente fattore d’instabilità per l’intera regione con conseguenze che ancora oggi sono sotto gli occhi di tutti. L’errore di valutazione più grande dell’occidente, è stato pensare che dopo anni di regime, la situazione potesse tornare stabile nel giro di pochi mesi senza appoggio esterno, e che le elezioni democratiche potessero definitivamente risolvere le secolari contrapposizioni tra i vari gruppi di potere all’interno di ogni singolo Stato. Il direttore italiano dell’ ISGAP (Institute for the study of global antisemitism and policy), Robert Hassan, fa notare come l’antisemitismo, storicamente, anticipi i tentativi di globalizzazione. Sviluppando il suo pensiero, Hassan, definisce l’insieme di complessità e conflitti una relazione tra due modalità: globalizzazione ed ecumene. Due scelte alternative, una sconfigge l’altra. La globalizzazione è scelta e ricerca di un comportamento uniforme. L’ecumene invece è la casa comune. Una casa che tuttavia è accessibile solo a coloro che si richiamano a determinati valori,  dove si decide chi fare entrare e chi lasciare fuori. Ogni azione rivolta a risolvere un conflitto, comporta sempre una scelta tra globalizzazione ed ecumene. Nella globalizzazione, i conflitti vengono risolti uniformando le soluzioni da essa perseguite su tutto il globo, anche ricorrendo se necessario alla violenza.

L’Islam radicale in particolare, è un nuovo tentativo di globalizzazione. Nell’ecumene invece, le soluzioni sono differenziate di volta in volta. L’ecumene è una scelta. La scelta con chi determinare una coalizione, per sconfiggere chi ha obbiettivi di globalizzazione. La globalizzazione dal punto di vista dell’informazione e della comunicazione, richiede una grande potenza tecnologica, l’ecumene invece richiede capacità di analisi. Per entrambi è indispensabile la conoscenza degli attori internazionali. Nell’ecumene i risultati sono incerti, variabili e temporanei. Per riassumere, la scelta di politiche nei sistemi complessi, possono essere scelte di compressione per ottenere un più ampio consenso, oppure scelte di coalizione, basate sulla qualità degli interessi che sono contrari alla visione globale. Quindi, l’obbiettivo della coalizione è a tempo, perché formata da diversi soggetti che hanno come unico nemico, chi cerca di imporre la propria visione globale.

Il professor Gianluca Ansalone, inizia il suo intervento interrogandosi sul perché l’occidente sia oggi più spaventato in un mondo che è paradossalmente più sicuro, longevo e prospero. A suo avviso, lo siamo perché mai prima d’ora c’era stata nella storia dell’umanità, una serie di cambiamenti nel sistema internazionale così importanti, concentrati in un arco di tempo relativamente breve.

Nel 2001 l’attacco alle Torri Gemelle, evento che smentisce palesemente la tesi di Fukuyama. Dopo quel drammatico evento, l’occidente ha recuperato, oltre alla dimensione storica, anche la dimensione geografica. Quella della fine della geografia si è rivelata una semplice illusione, che ci eravamo autoimposti dopo la fine della guerra fredda. In un secolo, il numero degli Stati è infatti raddoppiato. Nella seconda parte del suo intervento, il professor Ansalone ricorda come la geopolitica non sia diversa dalle altre discipline scientifiche. La geopolitica, non è una semplice interpretazione di fatti, ma ha anch’essa le sue regole fisse. La regola più importante da ricordare, è che in geopolitica i vuoti non esistono, e vengono sistematicamente riempiti da qualcuno o da qualcosa. Il vuoto che si è creato al confine tra Siria, Giordania e Iraq, ad esempio, è stato riempito temporaneamente dallo Stato Islamico.

Il successo dell’Isis, è dovuto alla sciagurata condotta di una parte della leadership americana. Si pensi ad esempio a Paul Bremer, che George W. Bush nominò come Inviato Presidenziale in Iraq. Bremer, estromise immediatamente dalla scena politica del paese, il Baath (Partito Arabo Socialista) e con esso tutti gli uomini più influenti che vi appartenevano, lasciandoli di fatto fuori dalla gestione piramidale del potere, oltre che senza un lavoro. Oggi, molti di questi uomini militano nell’Isis e hanno ruoli influenti all’interno del Califfato. Il professor Ansalone, nella parte conclusiva del suo intervento, ha inoltre ricordato come il principale nemico dell’Isis siano gli sciiti. Subito dopo vengono i miscredenti cristiani. Non troviamo quindi, nella propaganda dello Stato Islamico, alcun riferimento nei confronti di Israele. Tutti i conflitti a cui oggi noi stiamo assistendo, possono essere interpretati come una guerra per procura tra le due grandi sensibilità dell’Islam, rappresentate dall’Iran (sciiti) e dall’Arabia Saudita (sunniti).

A Time for Change: Women of the Middle East

We’re in the 21st Century and women are still underdeveloped and mistreated. Their rights are violated; they’re being trafficked and sold no matter their age. This phenomenon is highly prevalent in the Islamic World specifically among Arabs. The world is evolving from globalization to technological innovations while women in the Arab world are still repressed and exploited. The same image women had several decades ago hasn’t changed in our present times.

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They don’t have a say in politics, a high percentage of women is uneducated or jobless, and many are subjected to violence or rape. In contrast, Western developed countries have a high representation of women, well educated, and who have a say and impact in social, economical, humanitarian and political issues. It’s very controversial and debatable that many states, the UN and NGOs have been trying to solve this issue globally especially that there is a big difference between the Global South and the Global North.

These issues have been discussed by many scholars and researchers all around the world hoping to reach a near settlement. Women play an important role in shaping the world today. When they have no voice and they are underrepresented, their ability to change or make a difference is very low. Besides underrepresentation comes the issue of trafficking which violates human rights. When it comes to women in the Arab world, they are highly exposed to trafficking, violence and injustice due to the gender inequality, educational inequality, and less economic opportunities.

The Arab World is still until now the country with the highest rate of women underdevelopment and trafficking. Women are discriminated from men, exploited, and treated unequally in different cases in the Middle East. These cases vary from painful female genital mutilation (female circumcision), the sale of child brides in as dowries, wife beating, honor killing, economic deprivation, discrimination in salaries, etc. Shockingly, when it comes to women education, only 58.9% of women in Arab states are literate in comparison to 80.2% of men being literate.  There’s a gender gap in South Asian countries, Arab states and Sub-Saharan African countries.

Inequality is usually the highest in the less economic and social developed countries. However, the US for example is an exception ranking 37 in the Gender Inequality Index whereas Singapore stands 10th and South Korea 20th. Sweden for instance, is ranked the first in the Gender Empowerment Measure of their women. However, Rwanda, a very poor and underdeveloped country, has the highest women representation in parliament than any country in the world. Not to forget that despite that the Sub Saharan countries are LDCs (Less Developed Countries), they come second after the Americas in the percentage of women representation in parliament, making them more advanced than Asia for example, keeping the Arab states at last. This situation is very controversial since there are many extreme cases in different parts of the world.

When it comes to governments and policy making, women play a very important role. However, many neglect this fact and Arab states keep on under representing women. Since the women is said to be emotional, soft,  sensitive and caring, it will be problematic to solve gender bias, child care, divorce, education, rape, and domestic violence issue without the touch of a woman. Thus, it’s essential to have women represented in politics and governments in order not to miss out on important issues. However, when there is less than 30% female MPs, it’s hard to influence policies in the government. For instance, many heroic women were widows or wives of former presidents or leaders or even daughters of former presidents or leaders such as Grace Kelly of Monaco, Jacqueline Kennedy and Eleanor Roosevelt of USA, and Lady Diana of Whales.

Several ways are discussed to reduce gender underrepresentation in politics. One of them is having a number and type of ministerial posts held by their nation’s cabinet. In many countries, women in these positions were influential after the president or prime minister. The percentage of women holding cabinet posts increased from 3.4% to 16.3% in 2010. Another means is to establish quotas for the slates of parliamentary candidates in general elections. In Europe, Scandinavian countries were the first to gain female representation in parliament. Social, cultural, and historical forces play an important role for greater female representations. Conflicts and wars, such as in Africa, opened the door of opportunities for women to be involved in them to help those “post-conflict states”.

In addition to that, women lack the access to productive resources which can make them stand on their feet. They don’t have the facility to possess resources such as lands, wealth, and proficiency. For instance, women can’t own lands since only men can inherit lands from their fathers or ancestors. Yet, wealth is more easily reached than land owning since recently women started owning credit cards. However, it’s not something easily obtained by all women since males dominate most of the society we live in.

Moreover, there are no equal educational opportunities between genders and there’s no equal access to health care as well. In tribal states or Arab states of the less developed countries, schooling is not something accessible to girls. For example, Yemen has only 43% of its female adult population that are educated. Moreover, health care is not available to young girls as much as to young boys. There’s a social discrimination against newborn baby girls and they’re either murdered at birth or die because of malnutrition and bad health. Third world countries and Arab states value male children over female ones.

Furthermore, besides education, politics, and social exploitation, there are several ways of trafficking of women. The main one is prostitution. Women’s trafficking nowadays, millions of women work as prostitutes. Moreover, prostitution doesn’t only affect the so-called “workers” in the field but it affects both men and women in society. In Islam, the low status of women makes sex trafficking acceptable and not against the Islamic religion since Islam is considered as a political, ideological movement where women are dominated by men intellectually and morally. Another type of trafficking is domestic labor.

Many are sent to different countries for a job at a house and end up being trafficked. Kuwait is one of the Middle Eastern countries where domestic labor is one of the main forms of women trafficking and the demand on domestic labor keeps increasing. Most of the women are under 30.  Moreover, another way of women trafficking is the arranged married that is mostly found in rural, tribal, and ethnic states. This form of trafficking is sought to bizarre and odd to the Western states. This type of trafficking is based on the financial stability of the family and not on love or how the woman feels. Therefore, many parents sell their daughters to protect themselves economically. These girls are being sold for marriage at a very young age.  Human trafficking in Iran and Saudi Arabia has been a rising problem. However, other Gulf States like UAE and Bahrain are doing nothing to stop this trend in their countries.

Susana Fried said that many women organizations have been trying to put an end to violence against women since it’s considered as a human rights violation and a crime especially when it comes to abusing a woman’s honor, self-respect, dignity, and security. The UN has been also working on solving these issues through drafting resolution against women trafficking or against women violence. Several summits and organizations were made to resolve these issues such as the Fourth World Conference on Women: The Beijing Declaration of September 1995, the United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) that was established at first in 1997 and was adopted by the General Assembly resolution 55/25, and many others, UNIFEM, etc. Moreover, the Coalition against Trafficking in Women (CATW) is building helpful and long lasting changes globally by creating anti-trafficking plans and supporting anti-trafficking to protect women and children that are being treated abusively.

When it comes to reality, Iraq is one of the case studies in the Middle East and among Arab states that has witnessed a big alternation in women’s role during and after Saddam Hussein. Their status changed in many ways: economically, educationally, socially, etc. Iraq also has witnessed a large number of trafficking inside and outside of Iraq.  Iraq is one of the countries in the Middle East that have a high trafficking rate.

Under Saddam Hussein’s rule, women’s educational level developed and many of the previous limitations on women outside their house were elevated. Women’s right to vote and be elected as candidates for elections were granted in 1980. Prior to the Iraqi invasion of Kuwait in 1990, Iraq had the largest number of literate women and professional ones among all Arab states. The temporary constitution followed the equity principle between genders, despite of having the family law favoring men. Some researchers said that women’s emergence in Iraq was basically due to the absence of males in the labor force after being in the army in the Iran war in 1980. Women became highly qualified and took many positions in society: 46% became teachers, 29% became doctors, 46% became dentists, 70% became pharmacists, 15% became factory workers and 16% became civil servants.

Despite of previously having the highest literacy rate among women in the Arab world, Iraq’s literacy rate among women dropped greatly after the Iraq-Iran war that lasted 8 years. Illiteracy rates further quadrupled from 8% to 45% in a 10 years range (between 1985 and 1995).

In addition to education and literacy, more than half of Iraqi women became anemic after the war on Kuwait and the embargo on Iraq, although Iraq under Saddam had one of the best health systems in the area where 97% of the population had access to health care.

Under Saddam’s rule, the system ignored penalties and exempted criminals from their bad acts against women. Hussein’s atrocious reign and his Baath party targeted women and children with terrible consequences that followed by the 2003 war. The 2003 US-war in the area was chaotic. Insecurity and lack of control rates increased, authorities were corrupt, and religion extremism increased. In addition, poverty, forced marriages, kidnapping and suffering of women all increased after the US invasion of Iraq.

All these facts lead to the promotion of trafficking and violence against women in Iraq. For instance, women were beaten, raped, beheaded, and threatened to death since 2003. For example, hundreds of women in Basra state were highly violated and killed in a terrible way through mutilation and dumping in the garbage. Moreover, Kurdish women were trafficked into mainly Baghdad and Basra. Furthermore, the exploitation of women in Iraq also happened across borders such as Iraqi refugees were sent to Syria, Jordan, Turkey and Iran.

Research found that there is injustice, trafficking, and underdevelopment among women in the Middle East because of the Muslim culture since the majorities are Islamic states. Their culture believes that men should be superior to women and that women are only a source of pleasure to their men.

Can we really believe that it’s religion that is stopping the development of Arab states or there is much more to it than just religion?

Women in the Middle Eastern region and the third world are cursed by being inferior to men, discriminated against, treated unfairly, exploited, trafficked, and underdeveloped. Women’s trafficking is the highest selling black market to the Gulf and Middle Eastern states by bringing them billions of dollars besides their oil revenue. Analysis of trafficking in the Middle East and of underrepresentation of women is still vague since it’s a big issue roaming in the region.

Without having equality among men and women, those third world countries in the Middle East cannot develop and evolve. Women play a very important role in shaping society and helping in modernizing a nation. So why are Arab and Middle Eastern states still ignoring the importance of women in their culture, society, and daily lives? Some surprising facts have shown that even if a country is poor, women can developed and have a say in society such as in Rwanda. Thus, is it really Islam the main problem of keeping women subjugated?

Diane Mariechild once said, “A woman is the full circle. Within her is the power to create, nurture and transform.” Indeed; a women has the ability to do many things if she’s given the chance to do so. It’s our choice whether we help empower women or we don’t.

L’Islam, la legge, la guerra

Ci sono fasi storiche, osserva Montesquieu nelle sue “Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani”, in cui alcuni paesi diventano eccezionalmente pericolosi per i propri vicini. E’ il caso, ad esempio, dei paesi in preda ad una guerra civile, dove non ci si scontra armée contre armée, ma faction contre faction, sicché alla fine la società civile scompare perché – come dice il grande filosofo illuminista – “ogni uomo é soldato”. E, nel non infrequente caso in cui due o più delle fazioni in lotta (siano esse ideologiche, religiose o addirittura culturali) esistano anche in altri paesi, lo scontro finisce inevitabilmente per traboccare oltre i confini, trasformando anche qui ogni uomo in soldato, e trascinando tutti nel suo implacabile gorgo.

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Non è difficile riconoscere nella crisi che oggi sconvolge la Francia alcune delle caratteristiche della situazione descritta da Montesquieu. All’origine c’è l’interminabile conflitto mediorientale, in cui il numero dei soggetti non fa che moltiplicarsi, assumendo ciascuno di volta in volta aspetti molteplici e mutevoli: Israeliani, Palestinesi, Hamas, Arabi, Ebrei, Musulmani, Sciiti, Iraniani, Sunniti, Alawiti, Curdi, Turchi, Sauditi, wahhabiti, Fratelli musulmani, Baathisti, Hezebollah, terroristi di al Qaeda, jihadisti del Califfato, eccetera, eccetera, eccetera.

E l’inestricabile groviglio di scontri politici, militari, religiosi, tribali, settari e “culturali” che deriva da questa guerra di tutti contro tutti è traboccato e si è riprodotto a Nord delle Alpi, coinvolgendo comunità emigrate e diaspore. E la cosa più grave della strage di Charlie Hebdo è che non si tratta di un evento non nuovo, ma di una straordinaria tragedia che fa vedere uno scenario immutato rispetto a quello drammatico già messo in luce dalle bombe del 7 Luglio 2005 a Londra (56 morti e 800 feriti) e dalla “crisi delle banlieues” francesi del Novembre 2005 (“solo” due morti, ma 21 notti di scontri ininterrotti tra polizia e figli di immigrati, con 3000 arresti e diecimila automobili e fabbricati dati alle fiamme).

Una inquietante sorpresa

Dieci anni sembrano così passati invano, e lo scenario è sempre lo stesso: uno scenario di tensioni che sconvolgono società formalmente in pace ormai da settant’anni, ma in cui comunità allogene assai numerose, e che in precedenza sembravano percepire se stesse come pacifiche componenti di un ricco e articolato mosaico sociale, mostrano invece di sentirsi come diverse, discriminate o in pericolo. E dove ormai non solo ogni uomo, ma anche ogni donna o bambino, può essere un soldato, un nemico, e costituire una minaccia.

I due cittadini francesi autori del raid condotto contro il giornale satirico – ma politicamente molto “impegnato” –  che, all’inizio del 2015, hanno sconvolto la Francia più di ogni altro precedente episodio, erano infatti di origine magrebina, così come lo sono molti milioni di Francesi, e così come lo sono alcune delle loro vittime. Pur essendo già schedati, sono riusciti a prendere di sorpresa le forze dell’ordine, mettendone in luce quella che sembra essere una drammatica e generale impreparazione.

Ciò  risulta piuttosto sorprendente e inquietante in un Paese, la Francia, dove i flussi migratori – che servono a compensare una secolare scarsità e bassa fertilità della popolazione – vengono studiati e seguiti con molta attenzione. E non da oggi, se si tien conto del fatto che già il Maresciallo di Francia (e grande costruttore di fortificazioni) Sébastien Le Prestre, Marchese di Vauban (1633-1707) insistette a lungo con Louis XIV, il Re Sole, perché venisse affrontato il problema di “connaitre et accroitre les peuples du Royaume”, considerati numericamente insufficienti a presidiare il territorio. Un problema che si aggraverà  senza trovare, sino ad oggi, altra soluzione che l’immigrazione. E ciò soprattutto a partire dal periodo napoleonico, che aveva portato non solo ad enormi perdite umane, ma anche ad una caduta della fertilità, col diffondersi della preferenza per il figlio unico, una sorta di rifiuto delle famiglie di allevare dei figli solo per nutrire d’uomini la fanteria dell’Imperatore.

Un fondamentalisme des lumières ?

Questi fenomeni sono ovviamente ben noti, e vengono seguiti e studiati con molta attenzione nella società francese – tanto a livello di ricerca politico-sociologica, quanto a livello di governo. Ma l’approccio ai fenomeni migratori è danneggiato da due presupposti che vengono considerati indiscutibili. Il primo è una sorta di ideologia – il laicismo –  che porta ad un atteggiamento estremamente rigido in materia di laicità, non solo da parte delle autorità dello Stato, ma da parte di tutta la Società, al punto di imporre una sorta di cecità ufficiale non solo per le questioni religiose, ma addirittura per lo stesso fenomeno della religiosità.

Accade così che in Francia, per estremismo laicista, per questa sorta di “fondamentalisme des lumières”, si è giunti, neanche i censimenti acquisiscano informazioni certe sulla religione dei censiti. E di conseguenza, non si sa con precisione neanche quanti siano veramente i Musulmani, cittadini e non, che vivono nel paese. Forse sono il 10% o il 15 % della popolazione totale, in gran parte economicamente integrati (cioè occupati in attività complementari o analoghe a quello dei non musulmani) ma non si sa quanto ideologicamente o psicologicamente assimilati.

Il secondo presupposto é che l’immigrato, prima ancora che integrato economicamente e socialmente, debba essere assimilato culturalmente e quindi politicamente. Un presupposto che si spiega con il fatto che la Francia ha sempre visto l’immigrazione più come un flusso di possibili soldati che come un flusso di braccia da lavoro. E vuole potersi fidare di quelli cui mette un fucile in mano.

Ciò è ben messo in risalto dal confronto con la Germania, che al contrario della Francia non ha mai mancato di truppe, e che da secoli (dopo guerre feroci e sanguinose tra cattolici e protestanti) si è abituata alla diversità religiosa, tanto da poter oggi accettare anche nuove diversità. Cosicché, da un lato la Merkel può affermare che “l’Islam fa parte della Germania”, e dall’altro il suo governo abbandona con estrema lentezza il principio che “Tedeschi si nasce, e non si diventa”, concedendo solo col contagocce la cittadinanza ai membri della grande componente turca ormai radicata sul suo territorio.

A rendere la strategia assimilazionista di difficilissima applicazione è venuto il fatto che, a partire dagli anni sessanta del ventesimo secolo, gli immigrati in Francia non provenivano più da paesi cattolici come il Portogallo o la Spagna, ma dalle ex-colonie musulmane del Maghreb e dell’Africa Occidentale. E poi, il fatto che, già prima che la globalizzazione venisse ad abbattere le frontiere, il progresso tecnico aveva reso possibile la facile e rapida circolazione delle informazioni e della cultura popolare dei paesi d’origine.

Non bisogna infatti pensare che le migrazioni di oggi, come quelle dei Turchi in Germania o dei maghrebini in Francia, siano comparabili a quella degli Italiani in America alla fine dell’Ottocento. Allora, si trattava di uno sradicamento pressoché totale, e di una interruzione radicale dei contatti con la propria cultura, che rendevano inevitabile l’assimilazione al nuovo ambiente. Già subito dopo le prime ondate migratorie turche verso la Germania sono invece diventati disponibili, sul territorio tedesco, alcuni canali della televisione pubblica turca che per molti anni hanno consentito – e in molti casi ancora consentono – agli uomini venuti a vendere in Germania la forza delle loro braccia, di vivere fuori dalle ore lavorative in maniera pressoché estranea al paese in cui hanno trovato occupazione, in una sorta di Turchia immaginaria, anche se inserita in una realtà che garantisce occupazione e un certo benessere. Per non parlare, dei bambini in età prescolare e di quelle mogli degli immigrati che non sono entrate nel mercato tedesco del lavoro, e che di creano un ambiente familiare praticamente immutato rispetto a quelli del paese d’origine. Inevitabilmente, ciò rallenta ogni possibile processo di assimilazione.

E non può mancare di suscitare conflitti identitarii, specie nelle società, come quella francese in cui la laicità cessa di essere un atteggiamento di apertura mentale, e si trasforma in un ideologia laicista con risvolti aggressivi ed irriguradosi della libertà altrui.

Figli e figliastri

Diverso e più complesso il caso dei maghrebini in Francia. La molteplicità delle emittenti in lingua araba ha reso – nonostante i tentativi del governo francese di creare vari tipi di ostacoli alla ricezione nel territorio nazionale – pressoché incontrollabile la circolazione tanto delle idee quanto della propaganda, anche di quella dei gruppi terroristici che hanno imperversato in Algeria negli anni novanta, e che oggi cercano di reclutare adepti tra i disadattati dei paesi occidentali, in particolare i “disadattati culturali” di origine islamica. E’ venuto poi il turno dei social networks, che a partire dall0inizio del nuovo secolo hanno sostituito le TV presso le  seconde e terze generazioni, che hanno perso molto in termini di conoscenza della lingua dei padri, ma che compensano questo handicap con la capacità di “navigare” in rete.

In realtà, i giovani veramente disadattati nelle minoranze islamiche in Francia non sono poi moltissimi, perché lo sforzo di scolarizzazione, e quindi di nazionalizzazione, ha avuto nel complesso un certo successo. Ed essi non costituirebbero un problema se negli ultimi anni non fossero intervenuti due altri fattori: un fattore socio-economico, la crisi economica internazionale, che investe assai gravemente la Francia, ed un fattore più propriamente demografico, quello dell’età media della comunità immigrata.

A partire dalla crisi economica mondiale del 2006, la situazione delle minoranze provenienti dall’immigrazione, e in particolare delle seconde e terze generazioni, ha infatti assunto in Francia  caratteri che possono essere chiariti facendo un confronto (anche se piuttosto forzato) con l’Italia, dove infuria la polemica sulla questione “garantiti”/non “garantiti”, dove cioè esiste un chiaro conflitto di interessi tra coloro che sono già entrati nel mercato del lavoro, e le classi più giovani che non riescono ad entrarvi. E che esprimono il loro disagio votando i “partiti della rabbia” come quello di Grillo, o di altri demagoghi.

In Francia, la situazione è simile, ma assai più conflittuale, perché i giovani (e quindi gli esclusi dal mercato del lavoro) sono quasi tutti figli di immigrati. Infatti, anche se dopo l’arrivo in Europa il tasso di fecondità delle donne immigrate tende ad adeguarsi rapidamente al nuovo contesto sociale, queste, negli ultimi trent’anni, hanno comunque fatto più figli delle Francesi de souche, anche per il semplice motivo che chi emigra è mediamente assai più giovane di chi resta a casa propria.

E poi c’è un terzo fattore negativo: la politica seguita in Francia in materia di edilizia popolare, che ha portato alla protezione e riqualificazione dei centri storici – anche di quelli popolari, che sono stati spesso gentrified, cioè trasformati in concentrazioni di boutiques e di ristoranti –  ed alla concentrazione degli immigrati in periferie dense di enormi palazzoni popolari, dove essi convivono con grande difficoltà con parte della popolazione espulsa dai vecchi quartieri popolari. Si tratta di autentici ghetti, che le amministrazioni comunali hanno fatto sorgere il più lontano possibile dai centri storici: caso estremo e significativo essendo quello del Comune di Neilly-sur-Seine, di cui è stato per vent’anni Sindaco Nicolas Sarkozy, che cumulava peraltro anche il ruolo di Deputato al Parlamento. Multata più volte per non aver creato il numero minimo obbligatorio di residenze popolari sul proprio territorio, la Municipalità di Neuilly si fece alla fine promotrice di un accordo con altri tre comuni confinanti per creare un unico ghetto nella parte più estrema dei loro territori, dove concentrare tutti gli immigrati.

Infine, quarto e più grave fattore di esclusione, è quello della rappresentanza politica. Siccome in Francia, per acquisire il diritto di voto, bisogna “registrarsi”, come in America, e in pochissime famiglie di  immigrati c’é l’esempio di qualche parente registrato, pochissimi giovani appartenenti alla categoria dei “non garantiti” vanno effettivamente a votare.

Si ha così una quadruplice condizione di disagio (incompleto radicamento socio-culturale, disoccupazione, ghettizzazione territoriale, assenza della “valvola di sfogo” elettorale), quello che alla fine lo stesso Primo Ministro Valls ha dovuto chiamare col suo nome: “un apartheid territorial, social, ethnique”. Terreno perfetto per creare frustrazione e rabbia, che si è espressa più volte in disordini di piazza e in vere e proprie sommosse. E che oggi promette di facilitare all’estremismo islamico il reclutamento dei più disadattati, o anche semplicemente di chi attraversa una fase di crisi adolescenziale.

La France et son Armée

Dall’altro lato, dal lato della Francia, la tragedia di Charlie Hebdo, ha fatto nascere non poche critiche, che spesso sono state taciute o quasi solo per amor di patria, o per conformismo. Di fronte alle inefficienze ed agli errori commessi dalle autorità in occasione del prevedibile attacco contro il settimanale satirico, non si può però evitare di chiedersi se le autorità non abbiano tenuto troppo poco conto della situazione di disagio di una parte della popolazione proveniente dall’immigrazione, o se la sua classe dirigente non sappia più combattere e fare politica.

Pur nell’evidente carenza di leadership apparsa durante la presidenza Hollande, è veramente incredibile come la classe politica francese, che è estremamente ristretta, abbia sottovalutato il pericolo di questa situazione. Con l’esclusione del viscido Front National, che invece ne vive e vi specula. Questa ridotta élite è sinora riuscita a mantenere uno Stato ben funzionante grazie ad una burocrazia ben preparata e sostanzialmente onesta, in cui non sono pochi gli elementi provenienti dall’immigrazione, e sembra convinta di poter continuare così, nel più perfetto immobilismo politico. E senza suscitare fenomeni come quelli che, a partire dal 2011, e ancor più a partire dal 2013, hanno cercato di rinnovare e rendere più dinamico il panorama politico italiano.

Si può ovviamente sospettare che questa situazione – in cui le minoranze sempre più disadattate non vanno neanche a votare – abbia sinora fatto troppo comodo alla classe più propriamente politica, per spingere ad affrontarla con la serietà dovuta, andando oltre la semplice imposizione “della legge e dell’ordine”, e di una insistente azione in ambito scolastico.

Il fatto che le autorità francesi abbiamo cercato di ignorare e di rinviare il problema più che affrontarlo, è evidente anche nelle due più importanti misure prese, in campo militare,  per tenere conto dell’alienazione culturale delle classi giovani di origine straniera, e dei rischi che ciò poneva relativamente all’affidabilità degli uomini in armi. Prima si è offerto ai cittadini francesi chiamati al servizio militare la possibilità di sostituirlo con il servizio nell’esercito algerino: un chiaro tentativo di togliere dalle caserme francesi gli elementi che più si sentivano legati al paese d’origine, e che potevano diventare delle “mele marce” capaci di contagiare i loro commilitoni con il patriottismo per un Paese diverso dalla Francia. E circa duemila giovani l’anno – un numero che in definitiva mostra come l’attaccamento al paese d’origine non fosse poi così forte – hanno in passato accettato questa soluzione.

Successivamente, però, si è deciso di passare a riforme più radicali. Rompendo con la tradizione  che voleva che l’esercito fosse “il popolo in armi”, tradizione che risaliva alla Rivoluzione del 1789, è stata perciò del tutto abolita la coscrizione obbligatoria, e la si è sostituita con l’esercito di mestiere, dove – ovviamente – i figli di immigrati e gli islamici sono moltissimi, ma vengono selezionati in maniera da garantire che siano “assimilati”, e che si sentano francesi. Ciò però ha avuto una conseguenza tragica, perché è significato rinunciare, per un gran numero di giovani cittadini francesi provenienti dall’immigrazione, a quel formidabile strumento formativo ed assimilativo che è il servizio militare. Si è insomma finito per dividere i giovani francesi tra “figli” e “figliastri”, i quali ultimi sono stati abbandonati definitivamente alla diversità.

La Francia, insomma, ha certamente preservato, con l’esclusione degli elementi “a rischio” uno strumento militare che le può consentire di combattere guerre come quelle del passato, ad esempio come la guerra contro il Nazismo, o le recenti guerre neo-coloniali in Africa, ad esempio in Costa d’Avorio. Ma solo per ritrovarsi in difficoltà di fronte ad una sfida sul proprio territorio, all’interno stesso della società francese, e che proviene da quei “figliastri” che aveva abbandonato a se stessi.

Per molti aspetti, non c’è dubbio che la guerra che la Francia è oggi chiamata a combattere sia sempre della stessa guerra che essa ha combattuto negli ultimi due secoli dopo la Rivoluzione, la guerra tra ragione e fanatismo. Solo che questa volta questa guerra va combattuta con nuovi soldati e nuovi eroi: eroi come il poliziotto Ahmed, abbattuto a sangue freddo dai terroristi mentre, nel compimento del suo dovere, era in strada a proteggere anche quelli che nella redazione di Charlie Hebdo ironizzavano sulla sua religione. Ahmed è uno splendido e tragico esempio di questa integrazione nella cultura francese. Probabilmente non conosceva Voltaire, ma aveva assorbito il senso delle sue parole: “Je déteste vos idées, mais je suis prêt à mourir pour votre droit de les exprimer”.

Solo che il poliziotto Ahmed era stato riconosciuto come “figlio”, era integrato in un corpo che aveva contribuito alla sua assimilazione. Mentre un grandissimo numero di giovani è stato abbandonato, a cimentarsi da solo con la grande questione che l’appartenenza all’Islam pone a chi vive a cavallo tra due culture. E ciò, purtroppo, non solo in Francia, ma anche i altri paesi, in particolare – come si è visto finora – in Inghilterra e in Olanda.

La questione islamica

Perche, in un mondo ormai dominato dalla cultura occidentale di matrice cristiana, una “questione islamica” indubbiamente esiste, ed è legata ad una fondamentale differenza tra due religioni che per tanti versi sono legate  dalla stessa origine, il monoteismo di origine ebraica. Ed è una questione che non può essere ignorata solo per malinteso laicismo, e per deliberata cecità, o per quieto vivere.

In termini estremamente semplificati, la questione islamica è dovuta a due fattori, la rigidità dottrinale dell’Islam, e l’assenza di un equivalente del Papato. Per comprenderla, basta risalire alle parole dello stesso fondatore del Cristianesimo. Nella formula cristiana “date a Cesare quel che è di Cesare, e date a Dio quel che è di Dio” viene stabilito da una fonte inoppugnabile che, per i Cristiani, oltre alle leggi imposte dalla volontà divina, che sono in principio immutabili, c’è una sfera di leggi imposte dal potere politico temporale, leggi queste ultime che possono perciò essere cambiate per adattarle ai tempi. Nell’Islam, invece, tutta la legge è di origine divina, ed è quindi immutabile, almeno in linea di principio. E questa rigidità dottrinale fa sì che, nei quindici secoli trascorsi dalla sua predicazione, e in un mondo  che cambia a velocità sempre più accelerata, l’Islam si è trovato in difficoltà crescente ad inquadrare e regolare il flusso di novità tecniche e sociali cui diamo il nome di “modernizzazione”.

Per quello che riguarda il secondo fattore, l’assenza di una autorità che possa fare un’esegesi ufficiale del dettato divino, alcune parti del mondo islamico, come il Regno Saudita (la cui interpretazione dell’Islam, quella wahhabita, è estremamente rigorosa) hanno risolto il problema dotandosi di un specie di Parlamento non elettivo, ed ovviamente non legislativo, cioè di un’Assemblea di “Dottori della Legge e della Fede” che, pur non potendo promulgare nuove leggi, interpreta quelle esistenti in un duro e lentissimo sforzo di inglobare la modernità tecnica nella legge islamica.

Analoga cosa accade nel mondo sciita, come in Iran, dove esiste un clero che è riuscito – come fa il Papato per la fede cattolica – a progressivamente inquadrare nel diritto islamico novità assolute come il voto popolare, il referendum e persino il cambiamento di sesso.

Ma tanto l’Arabia saudita quanto il mondo sciita rappresentano solo una parte assai minoritaria credenti, sono un’eccezione nell’enorme corpo dei fedeli dell’Islam. Nella grande maggioranza essi sono in una posizione analoga a quella in cui si trovano, nel mondo cristiano, i protestanti, ciascuno dei quali dovrebbe trarre insegnamento direttamente dalla Bibbia,  ma essendone incapaci finiscono per raggrupparsi in sette piccole o grandi, sempre a rischio di essere plagiati da qualche predicatore invasato o più o meno criminale. I Musulmani sono, insomma, pressoché soli con se stessi nel terribile compito di decidere ciò che è bene e ciò che è male, in quali occasioni bisogna strettamente attenersi a quanto stabilito dalla tradizione e in quali no, e che cosa si può accettare e che cosa va invece respinto delle novità che vengono prodotte a getto continuo nel mondo occidentale, cioè della modernità che dal mondo cristiano si trasferisce a tutti i popoli della Terra.

Su questa solitudine, e sulla titanica difficoltà a conciliare legge religiosa e modernità, punta la strategia messa in atto dai sanguinari terroristi dell’Isis, una strategia di reclutamento in Occidente di uomini e donne incapaci di un compito così difficile come quello di orientarsi moralmente tra due culture. Nel caso di Charlie Hebdo, tra i “figliastri” che la Francia ha abbandonato a se stessi.

La modernità in Medio Oriente ed il ripiegamento islamico

Lo stesso movimento a favore dell’ISIS e della rifondazione del Califfato è, per certi versi, figlio della “questione islamica”. Certo, è assai difficile entrare nella mente dei fondatori dello Stato Islamico. Per cercare di darne una spiegazione razionale, e una spiegazione fondata sulla tormentata storia del Medio Oriente negli ultimi due secoli, occorre lasciare da parte, per brevità, il tentativo di Mohamed Ali, già ai primi dell’Ottocento, di modernizzare l’Egitto traumatizzato dall’invasione napoleonica, sottraendolo al Califfato turco, così come lo sforzo – un pò meno fallimentare – dei Giovani Turchi di trasformare lo stesso Impero Ottomano in un’entità funzionale al mondo contemporaneo. Occorre, poi, lasciare da parte la rivoluzione di Ataturk, che ha fatto sì che la Turchia sia oggi uno delle poche entità stabili nel mondo islamico; occorre insomma concentrare l’attenzione sugli eventi che hanno caratterizzato il mondo arabo-sunnita nel corso del Ventesimo secolo.

In questo ambito geografico e temporale, sembra infatti difficile contestare che il ripiegamento sul mito della restaurazione del Califfato e sul progetto dello Stato Islamico (che si può – per rozza esemplificazione – considerare l’equivalente islamico dell’Impero Medioevale di Carlo Magno e dei suoi successori)  nasca da un’amara delusione subita nell’affrontare la modernità. Nasca cioé dalla delusione per il fallimento dei due tentativi di modernizzazione ed occidentalizzazione politica effettuati dal mondo arabo nel secolo scorso, il tentativo fondato sul nazionalismo e quello fondato sul socialismo.

Alla prima di queste due ideologie europee, il nazionalismo, che prese la forma del partito laico Baath, fondato negli anni ’30 dal cristiano Michel Aflak, si richiamava il musulmano sunnita Saddam Hussein, e si richiama ancora oggi il siriano Assad, un alawita, cioè membro di una setta derivata dallo sciismo. Alla seconda ideologia venuta dall’Europa, il socialismo, si ispirarono a partire dagli anni 50, l’Egiziano Nasser e tutti i suoi epigoni, l’ultimo dei quali è stato il Colonnello Gheddafi.

Nessuna di queste due ideologie, né il nazionalismo, né il socialismo, ha però avuto successo nel tentativo di modernizzare ed europeizzare il mondo arabo. Né hanno, né l’una, né l’altra, ottenuto molto sostegno da parte del mondo moderno e già europeizzato. Anzi, tutti i regimi prodotti da queste due ideologie nel mondo arabo-islamico si sono scontrati con l’ostilità dell’Occidente, e dell’Inghilterra in primo luogo. Simbolici da questo punto di vista il rifiuto occidentale di prestare all’Egitto i fondi necessari per la costruzione della grande diga di Assuan, e l’attacco militare anglo-franco-israeliano che fece seguito alla decisione del Cairo di procedere comunque, nazionalizzando il Canale di Suez. Gli USA, dal canto loro, hanno da sempre preferito – per ragioni legate al petrolio – l’amicizia dei fondamentalisti sauditi, che vedevano i regimi modernizzanti ed occidentalizzanti, nazionalisti o socialisti che siano, come nemici mortali.

E’ perciò indubbio che lo Stato Islamico rappresenti la presa d’atto di un fallimento, una dolorosa rinuncia storica ai modelli europei, ed un ritorno ad un modello arcaico ed assolutamente improponibile nel mondo di oggi. Come è chiaro che da questo assurdo ritorno al passato non possono nascere che disgrazie in primo luogo per lo stesso mondo arabo-islamico, e quindi stragi e guerre, destinate peraltro a traboccare, come spiegato da Montesquieu, anche al di fuori dei suoi confini. Anche perché, in Occidente, nessuno sembra avere la risposta alla domanda su come sia possibile combattere lo Stato Islamico, senza aprire una fase di terrorismo ancora più estremo e ancora più cieco.

 

Queste riflessioni sono ispirate da un’intervista con Massimo Micucci, in “Il Rottamatore.it” ‪tinyurl.com/npobatc

Una versione precedente, e più breve, di questo articolo è stata pubblicata su Limes, Gennaio 2015

 

Abu Sayyaf and the threat of Islamic terrorism in South East Asia

Recently, Philippines have been the location of a new rise of concern about Islamic terrorism. Abu Sayyaf, the most famous terrorist organization in the country, declared its support to ISIS, the group which is spreading terror in Iraq and Syria. To strengthen the link with the caliphate, Abu  Sayyafaired a video where two German tourists ,kidnapped by the group in April, are threatened to be killed unless a 4 million euros ransom is paid and Berlin stops to support the US led coalition against the Islamic State. In the case that the German government would not comply with these requests, the terrorists will behead the hostages, taking as example what ISIS did with foreign hostages .

Abu Sayyaf and the threat of Islamic terrorism in South East Asia - Geopolitica.info

This Phillipinegroup, whose name means “father of the sword smith”, operates mainly in the south of the country, in Basilan, Sulu, and Tawi-Tawi Provinces in the Sulu Archipelago and has a presence in Mindanao. Members have occasionally raided in Manila and also in someMalaysian islands.It is estimated that Abu Sayyaf has a membership of 200 with an extended of over 2000.

Philippineinsurrections had their originsin the 70’s, when the Moro National Liberation Front (MNLF)engaged in  an uprising against the central government for the creation of an independent state in the provinces of Jolo and Basilan. AbdurajikAbubakarJanjalani, who fought in Afghanistan against Soviet Union in the 80’s,returned to Philippines with the intention to create a new group, more extremist and radical, that could side MNLF in its struggle for independence.Janjalani was allegedly given $6 million by Osama Bin Laden and even his brother in law,Mohammed Jamal Khalifa, in order to start this project. But, the MNLF was no more willing to continue its fight against the government and it decided to turn to politic, founding its own party, the ARNM. The party was fully institutionalized by 1996 and it eventually became the ruling government in southern Mindanao.

Despite all this, Abdurajik did not abandon his plans to continue the fight against the central government. Gathering together the former militants of MNLF who subscribed to his view, he created Abu Sayyaf in 1991.The strategy was simply: they would have employed the same guerrilla tactics used by MNLF and they would have recurred also to improvised explosive devices and large scale bombings, all inspired by Islamic extremism. The first Abu Sayyaf attack took place in 1995,when they assaulted the city of Ipil in Mindanao.

On December 1998, Abdurajik was killed in a gun battle with the Philippine National Police on Basilan Island. This episode represented a watershed for this organization. Abdurajik, the founder, who pursued the dream of Iranian style revolution in South East Asia, was replaced by his younger brother, KhaddafyJanjalani, more interested in shifting the strategy into a general series of acts of terror and regular crimes like robberies, extortion and kidnappings.These became the principal sources of funds to sustain the group’s activities. Doing this, the motivation of these insurgents became more financial than religious.

To mark the new change of direction, Khaddafy ideated an effective action to demonstrate the force and the determination of his organization. On May 2000,they occupied the Malaysian dive resort of Sipadan island and took 21 hostages , including 10 tourists and 11 resort workers. After the raid, they were taken to an Abu Sayyaf base in Jolo, Sulu.These hostages were released only after four months of captivity, thanks to the negotiation of different governments, among them the Libyan one, and the offer of $ 25 million in “development aids”.

Few weeks after the liberation of the people kidnapped in May, Abu Sayyaf stormed again into a Malaysian island, Pandanan, taking as hostages three Malaysians. As a result, the Philippine army decided to take a prompt action against these insurgents and launched an assault in Abu Sayyaf territories, rescuing all the hostages in the hands of the organization.

By then, Abu Sayyaf members have kidnapped  many people, from different nationalities and backgrounds, in the Philippines but not only, gaining large amounts of money for financing their insurrection against the central government.

However, the group did not limited itself to this kind of crimes. The most deadliest act of terror carried out by these extremists took place on February 2004. A large ferry boat was made blown up by a bomb, killing 116 people. This was the worst terrorist attack ever launched on sea. At the beginning of the investigations, police thought it was caused by an accident. After further analyses, the authorities discovered that there was the terrorist organization behind this tragedy.

This episode can be considered a watershed in the struggle against Abu Sayyaf. In order to tackle this problem, Philippines authorities started large scale antiguerrilla operations, even with help of US special forces and CIA’s paramilitary divisions. Thanks to this crackdown, the number of insurgents has been continually decreasing.This deterioration was due also to the death of Khaddafy.News organizations in the Philippines came out with reports on December 26, 2006 about a body being dug-up in the area where Janjalani was known to be at large. On January 20, 2007, DNA test results came back confirming the body was his. Despite these results, his family believes that he is still alive and in hiding.

However, it is not the large number of members what Abu Sayyaf counts on the most to carry out its missions. Operating in small groups, they have demonstrated to be able to spread terror in that area of Asia. Although they are still present and included in list of Foreign Terroristic Organizationsedited by United States Department of State, its members  have been turned more and more to criminal activities instead of real acts of terrorism. More, according to the former hostages and people who dealt with them, their faith is not so strong and their interest in the Islamic religious doctrine is not that consolidated.

The Islamic economic model, a new challenge for capitalism

The Islamic economic model

The Islamic economic model,  a new challenge for capitalism - Geopolitica.info

After the beginning of the new millennium, Islamic economic and financial model could represent the main reference point for the international economy evolution. Notwithstanding the first approach to the study must rid from the old stereotypes which belong to the word “Islamic”, or to another common mistake as to look at the Islamic finance as a monolith because there is a big stock of different kinds.

The evolution of the Islamic economic model started in the 1970s (1975-1991) with the goal to create a competitive alternative to the conventional banking system. This model indeed would not works on the basis of interest but it would form partnership based on profit-and-loss sharing trough the traditional Islamic practice of mudaraba partnership or trusteeship finance.

Islamic Banking system, an equity investor

‘The society of charity’, this is one of the main slogan to simplify the Islamic both banking and financial system. This model is funded on some values taken from Shari ‘a, religious rules which belong to Islam. However the most significant difference between the capitalistic model and the Islamic model concern one of the prohibition stated by the Koran and so, to do not ask for the interest rate at the time of repayment. This is valid “for loans for productive activities nor for consumptive loan. Inadmissibility of interest rate automatically makes a charitable activity the flow of  loans”. Maysir and Gharar are the other two prohibitions which Muslims should undergo. The Arabic word Gharar is a fairly broad concept that literally means deceit, risk, fraud, uncertainty or hazard that might led to destruction or loss. Gharar in Islam refers to any transaction of probable objects whose existence or description are not certain, due to lack of information and knowledge of the ultimate outcome of the contract or the nature and quality of the subject matter of it. The rationality behind Gharar prohibition is to ensure full consent and satisfaction to all parties involved in a contract. Full consent can only be achieved in full disclosure and transparency, through perfect knowledge from contracting parties upon counter values intended to be exchanged.

Shari ‘a, indeed, promotes the principle of profit-loss sharing between banks and entrepreneurs as an approach to encourage the spirit of brotherhood and cooperation in business relations. Mutual risk-sharing could help absorbing loss weight by sharing it equitably between all parties. Tolerable risk and uncertainties cannot exist in contractual obligations. Islam has also categorically and firmly prohibited all forms of gambling. Maysir and Qimar are the most common forms of gambling transactions, which are considered as totally inequitable in Islam. Maysir refers to the acquisition of wealth by chance, whether or not it deprives the other’s right. Qimar means the game of chance in which one gains at the cost of others. Even though, gambling consists in a form of speculation, there should not be any place for commercial operations in Islam as it is purely speculative. This is because the buyer is engaged in a transaction aimed to make profit through trading and not through dishonest appropriation of others’ property. This overlook shows how Islam institutionalization in the economy would bring few guidelines which would help to maintain the ‘global ethic’ for social development, with moderation and solidarity.

According to Shari ‘a rules, to ask for interest is compared to usury. No Interest? So how the Bank will be able to have profit? The theory is a bit more complicated.

The main theories behind the system

The distinctive trait is already in the name, indeed the main features of this combination of religious law and economy have importance especially as regards two rules: first of all the Islamic Bank, which join the Shari ‘a model, do not ask for interest fees; then those banks use to borrow money for a project that must have a clear social background utilities. These statements had ruled Muslims’ trade since the beginning, but this system could effort a boost just from the 1970s thanks to the so called “petrol-dollar” which had brought the necessary liquidity to the Islamic banks to rise.

Always concerning the interest rate, if that does not represent a big deal for the banks, it could be for the Islamic state monetary policy. One of the main economic Islamic scholars of the model based on money, Ibn Miskawayh, stated that monetary stability is necessary to give a value to the money itself, “for a State economic wealth and trade prosperity”.

Amartya Sen is another of the most important scholars who sustain the ‘ethic’ economy. He had pointed out that the Islamic finance is a successful example of Islamic ‘ethic’ where old ways for privates’ loan as zakat continue to be the fundament for a wealth sharing. Zakat is a charitable tax which is paid systematically according to the per-capita income. After all, moral philosophy and political economy do not clash if mixed, “on the contrary allows the economy to be build on basis that are acceptable to all … the true welfare, true happiness exist for all or for none. Ideal society is based on two fundamental principles: justice and solidarity”. the mechanism is simple: good Muslim must find happiness sharing a percentage of their wealth to sustain poor, an efficient application of zakat, indeed ensures a constant redistributive effect on national wealth, establishing one of the best bulwarks against social difference disaggregating force.

So that, one theory use to give value to money itself, while the other one use to consider money without any intrinsic value. Will these keywords be able to manage the crisis?

Today, during the globalization era, spiritual and material wellness cannot be considered separately. Islamic initiative for welfare are the results of the neo-liberal politics failures previously created by the Western colonialism. Islamic welfare, instead, regards mostly health and education, with zakat as main operative principle instrument. Some globalization aspects remand to neo-imperialism, cultural homologation and mistreatment to developing countries, politics that are not accepted by Muslim countries anymore, even if states such as Iran or Pakistan had brought from the West the ‘neutral’ structures.

Leader countries and International Cooperation

With Adam Smith theories, the main Western capitalistic paradigm was to focus on profit maximization, a formula that has recently been transformed into value creation for shareholders. In the modern era a new commercial model was developed: a corporate social responsibility in which companies’ managers should consider the interests of all members involved in the contract and not only shareholders’ benefits. Ethics, moral values ​​and religious beliefs play an important role into this kind of business. As some scholars have stated, citizens can ensure the sustainable enterprise growth for a stable and bearable values’ creation. Indeed, the Islamic economy do not agree with the typical capitalistic principles belonged to Adam Smith theories. The Islamic model introduced instead a corporate social responsibility where manager should considered the benefits for all company’s members.

In any case the implication of Western interests in this area is well known, so that is also necessary to consider the presence of capitalistic model banks into all these countries. Among this overview, one important point should be considered first. The Islamic financial system is still part of the Islamic commercial banking system. Could be wrong to undervalue this specific point because of the western 2008 crisis, when the financial structure was separated from the commercial assets. It was also for this reason that was possible to suggest the Islamic financial system as a model to get forward the actual crisis.

The idea to divide into two different fields the real economy and the finance have created into the Western capitalistic system a deficit between the real capitals printed and those invested. From the beginning of the new millennium the Islamic world should look forward, the reason is not only in relation with the 2008 crisis, but above all, because of a new model of the Islamic finance, which is bringing wealth in most of the Asian or Middle Eastern countries. The islamic banking system spread along this area could be possible according to the different historical and social background which belong to each country. The first example were born in Egypt, Kuwait and Dubai. Those of Kuwait and Emirate States still represent the main reference points into an international panorama. On these examples few years later were born the Faisal Islamic Bank of Egypt (1977), the Islamic Investment Company of the Gulf (1977), the Bahrain Islamic Bank (1979) and the Iran Islamic Bank (1979). Real estate sector was the main target for most of the investments supported by the Islamic Bank, especially the Kuwait Finance House, leader of the islamic banking model which led the urban area enlargement.

Looking to the south-east Asia, Malaysia represents the most efficient example. Malaysian economy indeed is the best example of a new hybrid economic model which mix some western and islamic characteristic together. Malaysian model is the typical model of double economic regime which show it as not only possible, but really efficient for both financial and commercial sector.

The Malaysian islamic model could boost during the decade 1991-2001 when this new model has imposed itself as innovative, bringing new basis to domestic economy development. Surprisingly, the islamic model could fit into a globalized economic system, mostly thanks to the financial deregulations which have allowed the creation of new financial products.

Internationally speaking, from 1976 the Islamic economy started to be coordinate by some international institutions such as the Islamic Development Bank, which counts 43 members and could be a perfect example to clarify Islamic banks’ cooperation. Mostly in relation with foreign trade and commerce in network with the most important nationals’ credit institutions: 71.1% of the investments granted by IBD were based on murabaha; leasing have contributed for the 10.7%; while loans with services bills’ commission for 10.3%; finally mudaraba is present with 0.19%.

The Islamic economy today

While in the case of Egypt oligarchy and corruption had brought the Islamic model to upgrade the so called ‘borghesia compradora’ hence a corrupted middle class with privileged network with the politic power, as Samir Amin has stated; the case of Malaysia has shown how this model can join the traditional capitalistic economies, improving them. Therefore if a common bank would be organized as a guarantee society: the members would bring the goodwill capital, then – following the schemes analyzed before- the credit institution activities would focus on gaining money through mudaraba contracts and so to subsidize loans. Mudaraba contracts would bring back to the banks a profit in the amount of the shared percentage which must be agreed before the signature, finally, the left over income will be dived into deposits and capitals proportionally. Shareholders’ benefits would be hold by the bank as part of the profit. In that case the project would fail, the bank would gain the loaned amount through deposits, as deal at the moment of the signature of the contract.

This system represent the main difference between the traditional and the islamic bank, indeed, this kind of economic contracts allowed the islamic credit institution to do not task for the interest rate rather prefer to be one of the main actor on the contract with a profit-loss sharing agreement. It is also true that, if from one hand this model entail conspicuous financial beneficiary duty which are variable according to the project success; from the other hand this mechanism could bring the investment to finance modernization area. This is another breaking point with the time-honored system, breaking down the asymmetry between interest rate and profit mark up uncertainty, typical of the western economies. Double Mudaraba contract could be seen as the solution for the economic instability because it create a strong network between deposits and investments which involve both the economic and the social sphere. This way the bank play a double role -financier-entrepreneur- where the target would be the profit mark up of the project. This approach do not just limit the possibility of bankruptcy or failure, but even in that case of loss, consider the loss as shared within the three parties in the contract: employer, banks and depositors.

Malaysian successful example draw the most dynamic worlds’ economies attention, indeed, as stated by Moody rating agency: Saudi Arabia and Malaysia will continue to led the islamic financial markets, ruling on the sukuk (Islamic bond) market while Turkey and Indonesia, on a long run level of analysis would become other two reference points for the Islamic financial markets. Moreover, Moody’s long run analysis forecast has presumed that the highest islamic bonds volume will remain along the Gulf Council Cooperation (GCC) area where islamic financial resources go from 10% in the Emirates to 50% in Saudi Arabia. The annual global sukuk emission grew up from $ 3,3 billion in 2002 to $ 81 billion in 2012. According to Moody’s, real estate sector has been the most profitable among all islamic financial services, while from the governance side, the most important results was reached with the International sukuk standardizations. This two points together allowed the islamic financial markets to grow of the 28% in the 2012.

As stated by Ashar Nazım, Global Islamic Banking economic analyst and Ernest & Young partner, the Islamic finance had recently shown important steps forward also in Turkey, increasing the capital volumes, possible also thanks to a new Turkish financial regulation, even if there still is a long way to go – he concluded. Until the year 2023, the Turkish government has stated that they would reach the 15% of the entire global islamic financial markets, and it means an amount of $ 200 billion. Through the Istanbul stock Exchange, will those capitals be able to reach European hiccup economies?

In this case follow Mahmud Shaltut (well-known jurist at Azahar) statement, it will depend on the public economic governance and from banks’ attitude to sustain development. Today, over 120 Islamic investments banks born out in about fifty different countries for a total amount of $ 800 billion, while over three hundred Islamic commercial banks are spread all over the world. Standard & Poor’s data had demonstrated that the growing islamic capital flown (increased of 28,6%, from $ 639 billion to $ 822 billion, between 2008 and 2009) do not depends just on those countries which have adopted the Islamic structure also into both public and social institutions, such as Iran or Pakistan. In Turkey, for example this new model is led by the private sector. This way, the other sixty five countries allowed to offer islamic services through the intermediation system. Follow this theory, Islamic model widespread could be thwarted just by monetary, fiscal or direct foreign investment restrictive control.

The role of religions in conflicts

The history of mankind witnessed lots of religions so far. Many of them have survived and still continue its influence and spirit on society. From its birth all religions called believers and all humanity to live in peace and harmony. But far and near history show that religion played a hotbed of bloody wars.

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The article tries to find out the role of religions in conflicts and what was the benefit of religious leaders from war.

Although all religions prohibit killing of humans but to expand the horizon of religion clergy blessed invasion and occupations. They abused the beliefs of people and instigated conflicts. But in reality expectations of clergy were not expansion of religion and salvation for poor people. The first and paramount purpose was to gain wealth.

During the middle ages the Catholic Church inspired poor peasants to start crusade in order to invade rich lands in Middle East. Pope sanctioned to kill indigenous people from other religions, to steal their property, and finally to settle in so called holy lands. Mass killings and destructions justified by Pope with liberation of Holly Lands from infidels. This was not an only case where religious leaders caused conflicts and ignited them.

After the discovery of new lands at the end of 15th century to acquire more fertile lands and raw material European States entered the competition. A new political and economic entity “Colony” was created.  Colonial policies and exploitation backed by churches. Slave trade and depopulation of Africa were carried out in the name of God. Native population of America and Australia exposed to massacres and genocides. Majority of native population forced to flee their homes. Religion blessed and inspired Monarchs to realize these inhumane acts.

But comparison of current religious situation with past wouldn’t be right. Religions passed a long way over the 100 years and during these period lots of changes have occurred.

The last decades showed that the role of religions in society has changed a lot. In Western World religion maintained as a spiritual institute. The role of Vatican has decreased noticeably. Churches changed from supporter of despotism and dictatorship into the defender of human rights.

The first changes occurred when the First and Second Wave Democracy took place in the North and Central part of Western Europe. Protestant countries of Europe acquainted with democracy. Protestant Church was more reformist church comparing to Catholic and Orthodox Church and easily adopted changes in society. Samuel Huntington in his book “The Third Wave” states that Protestantism is the only religion or a sect that has democracy inside. But fundamental changes in Christianity took place after the third wave of democracy. For the first time the biggest institution of Christianity, Vatican Church started to support ordinary people and democracy. Vatican Church played an important role in the collapse of Soviet Union and Eastern bloc.

Reforms within the church transformed unjust and oppressive body into the defender of human rights. Religious leaders denounce wars and conflicts, call political decision makers to sit behind the round table and solve it with negotiations. Reputation of Christianity reconstructed and the true religion of Jesus Christ introduced to people.

Talking about the role of religions in conflicts it’s not possible not to touch upon the conflicts in Middle East. This region enables to give a wide coverage to religious interactions, to study what prevents Jews and Muslims living together and whether they are peaceful as it described in the holly books or they also have insufficiencies?

Middle East is the region which allows studying three major religions in the world: Judaism, Christianity and Islam. This is the birth place of all these three religions and civilizations. Religions caused trouble rather than peace and stability in this region. According to holly book of Muslims Koran, there was intolerance between these two communities from the early days of Islam. Jews couldn’t accept the prophet of Muslims because until that time they were the only nation whom all prophets were sent. It was difficult for Jews to accept Prophet Muhammad as a messenger of God. Jews and Muslims aroused hatred to each other and it resulted with bloody wars.

But confrontations between these two nations reached to the highest level after the World War Second. Jews suffered from World War Second more than other nations. Converting to Christianity was the only solution for Jews in order to survive in Europe under the increasing Anti-Semitism. Considering loyalty to Judaism and conservative position of Jews, Zionism (movement of Jews to the land of Israel) was unavoidable. State of Israel was a need of Jews in order to prevent another holocaust in the future.

Judaism played an important role in self determination process of Jews. Some critics argue that starting from 19th century Judaism transformed into nationalistic movement and established Zionism. But Zionism itself supports secularism and denies any kind of religious influence on political issues. Since the independence of Israel religious transformation into nationalistic movement has been prevented reconciliation with Arab Muslim world. Not only nationalist position but also apartheid position of Judaism indicates that it is incapable of compromising. Religious leaders of Israel support neither two states nor one state solution. Advocates of independent Palestine and critics of illegal settlement in West Bank are accused of being anti-Semitic. Uncompromising position doesn’t let the conflict to come out from dead end.

According to reports from international organizations Israel is the only democracy in Middle East. But there is a contradiction. Israel is a Jewish state and fully protects the rights of Jews. Israel gives privilege to one particular nation and minorities living in Israel especially Arab Muslims are deprived from basic human rights. This kind of system is ethnocracy rather than democracy.

One side blaming and accusations towards Israel would be completely wrong in approach to Arab-Israel conflict. Muslim clergy also responsible for nourish hatred in the region. Intolerant position of Arab Muslims hampered reconciliation process in the Middle East and ignited the region with sectarian conflicts. Public opinions show that Islam is considered as the most backward religion in the West.

For centuries Arabs and Jews feel hostility to each other. Jews are the most mentioned nation in Koran, the holly book of Muslims. Jews are characterized as a nation who betrayed Moses and because of that they are described as cursed nation by God. For years Muslim Clergy also abused these in order to drive out Jews from Middle East. The Muslim devout provoked to animosity and backed terroristic attacks against Israel. Struggling to establish independent Palestine, Arabs fail to recognize self determination right of Jews.

Islam is the last religion and Prophet Muhammad is the last messenger to people. This religion was considered to introduce corrections to previous religions. The life of Prophet Muhammad was shown as an example to his followers. Islam calls for peace and it gives extraordinary value for human life. But despite all of these Islam has the worst image among the other religions in the world.

Sectarian conflicts dominate the headline, freedom of speech, freedom of belief and human rights are violated. Muslims states are ruled either by dictators or sharia law. Crimes committed on behalf of Islam, 9/11 and other terroristic attacks, tribal culture originated stereotypes about Muslims in the world.

The most of Muslim countries always suffered from the interference of religious leaders to political issues, which caused instability in the country. Avid for power of religious leaders generated misinterpretation of Islam. Iranian Islamic Revolution in 1979 was the first attempt where religious leaders gained victory over monarchy. They utilized people in their fight against dictatorship and tyranny and after overthrowing the monarch more brutal and oppressive rule of government created by them. Minorities are driven into a corner, country is ruled by law of sharia, and the ruling system continues destabilizing activities in the region. Terroristic movements are supported in order to maintain its power in the region. Subversive political and military activities of Iran caused counteraction by another conservative religious state of Saudi Arabia. Enormous oil and gas reserves of Saudi Arabia enable to expand its religious interest in the region. Power aspirants in the region realize their policy by colonizing other Muslim states and continue to undermine situation. Syrian democratic anti governmental demonstrations was the domino effect of Arab spring which was peaceful demonstrations of people from repressive government. But in the course of the demonstration civil confrontation inside the Syria exploited and turned to sectarian conflict between Sunni and Shia Muslims. Proxy wars between Iran and Saudi Arabia conducted by inciting radical terroristic organizations such as Al Kaida and Hizbullah.

Arab Spring considered as the fourth wave of democracy according to political analyzers. But challenges that all revolutionary movements confronted resulted with the failure of revolution. The factors which made democratic transition unavoidable during third wave didn’t occur completely in Arab Spring. Position of religion was not ready to accept reforms and adopt democratic secular rule of system. High level of illiteracy and lack of middle class reinforced the position of religion over society. External factors also weakened transition and inspired sectarian conflicts in the region.

Nowadays Muslim countries have difficulty with establishing working democracy because of ethnic and religious diversities. The absence of democratic experience in the past also makes the transition impossible. As a democratic model Muslim countries can apply Turkish model of democracy. Established secular democracy by Mustafa Kemal Ataturk separated religion from state and army assigned as a protector of secular democracy.

As a conclusion it is necessary to point out that all existing religions are the indicator of our daily way of life which calls us to live in peace and harmony with all people. Religions invite humanity to tolerate diversities and respect human rights. Dialogues among all religions could be right recipe to eliminate stereotypes and misinterpretations of other civilizations. Modern and reformist religious leaders from different religions should work together in order to decrease the role of traditional political motivated religious views.

Understanding Boko Haram: the rise of fundamentalism in Nigeria

Invoking global attention and movements such as #BringBackOurGirls, the abduction of over 276 schoolgirls has turned the world’s eye to the rising Islamic extremism in Nigeria. Radical Islamic groups have been emerging across the African continent, including Somalia’s Shabaab occupying The Horn of Africa and al-Qaeda in the Islamic Maghreb. Alongside these, extremist group Boko Haram has increased its attacks in Nigeria since 2010. Fifty percent Muslim, the Nigerian population is no stranger to Islam. However, the Jihadist organization, whose name is a Hausa translation of “western education is sin,” has turned to violent means in order to promote their anti—Western message.  Through pillaging, kidnapping and killing, the radical group has made clear its willingness to rely on deadly tactics to broadcast and achieve its goal of turning Africa’s largest oil exporter into an Islamic state. On September 7, 2010, Boko Haram members attacked Bauchi prison, leading to the escape of over 700 prisoners, most imprisoned as a consequence of participating in sectarian violence. In the years following, the group has committed numerous atrocities—many fatal–including kidnappings, bombings of towns, city centers and churches, and attacks on villages and schools. In 2014 alone, Boko Haram has caused 14 acts of terror. These include a suicide bomb in Maiduguri, Borno State, killing at least 31 people and injuring over 50 people, an attack at Federal Government College, which left 29 male students dead, and the Chibok kidnapping of over 200 school girls in April. Nigerian officials have insisted they have located the girls, but have refused to proceed with any rescue efforts due to the possibility of harming the girls. Western officials are skeptical of this claim.  Following the kidnapping, the extremist group has triggered numerous bomb explosions in various towns causing more than 1000 casualties and injuringthousands more. On June 2, 2014, militants dressed as military murdered at least 200 people in 3 villages in Borno State (though the death toll is suspected to be closer to 400). Some think that the attack was made in retribution for a previous Boko Haram attack that resulted in the death of 71 extremists. It took a few days for the news of the slaughter to reach the provincial capital because of extremely poor telephone connection—if any—and terribly dangerous roads leading to the capital. The attack has since been confirmed by Mohammad Ali Ndume, a Borno senator and a top official who insisted on remaining anonymous. On June 4, the group waged another attack in Maiduguri. According to survivors, militants told villagers to gather round under the pretense of hearing them preach, then proceeded to gun them down. It is suspected that over 200 were killed. On June 10, 20 women were abducted near the location of the Chibok kidnapping. The kidnapping of the Chibok girls has grabbed global attention and Nigeria has received augmenting pressure from numerous nations around the globe to increase their military efforts along with international aid to combat the insurgents. However, as two months have gone by with no sign of retrieving the girls, the incapacity of the Nigerian military to resolve the situation has become progressively clearer. The Nigerian military itself has voiced its concern with the imbalance of abilities between the two forces. Compared to the highly motivated, trained, armed and organized Boko Haram fighters, military soldiers are outgunned. Some even argue that the militants are more ideologically-enthused to fight than the military Moreover, Nigerian forces have not been adequately trained for such a situation—a notion that has led the US, UK, China, France and Israel to provide aid by way of military training and intelligence. The UK recently increased its assistance through augmented military training and provision of schooling for one million children. Long-term diplomatic partner with Nigeria, the US has deployed surveillance drones to assist the search for the kidnapped girls, though extremely rough terrain has hindered what some had hoped would be a quick recovery.  These nations have made clear their refusal to provide the Nigerian army with raw intelligence or weapons. Their reluctance stems from the military’s lack of training as well as indications of military behavior that international human rights groups have deemed unacceptable including killing civilians during raids. The inefficiency of the military is merely heightened by President Jonathan Goodluck’s apparent attempts to diminish the seriousness of the situation during the initial days following the occurrence. Now that the kidnapping of the girls has garnered international attention, he seems to be making an effort to globalize the problem of Boko Haram by using language emphasizing its connection to al-Qaeda. With the 2015 presidential elections approaching, all events have been considered through the lens of politics. In fact, according to Ledum Mitee, a former activist in the Niger Delta, President Jonathon’s closest allies were telling him that Boko Haram attacks were merely ploys by the opposition All Progressive’s Conference (APC), who has political sway in the three states taken over by the terrorist organization. Boko Haram is believed to have caused at least 3,300 deaths this year. The rising extremism in Nigeria has shed light on the deficiencies within military training, preparedness and overall effectiveness. Though Boko Haram’s actions received global attention only after the abduction of the girls, the group’s attacks on civilians have taken place before the abductions and have continued—with a higher frequency—since. Two months after the abductions, Boko Haram’s reign of terror seems to have lost its sensational appeal to the globe. Nevertheless, though the world has turned its eyes away from the problem, the terror and deadly violence caused by the actions of the jihadist group press on. CNN financial news reporter Zain Asher mentioned her belief that a major driving force behind extremism is poverty. Others might argue that the radicalism seen in Nigeria is motivated by an administration composed of a misinformed, mal-equipped president and an even less equipped military. Regardless of any immediate help given by foreign powers, resolving the problem will require long-term engagement. In the end, no matter the specific causes, it is clear that, ultimately, in order to contain and resolve the growing problem, of radicalism, long-term solutions must be planned, considered and enacted to ensure the gradual and stable amelioration of the situation in Nigeria.

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