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Telegram contro l’ISIS

I gestori dell’applicazione Telegram hanno rilasciato una nota, nella quale affermano di aver chiuso 78 canali riconducibili all’ISIS in 12 lingue differenti. L’applicazione Telegram, con sede a Berlino, viene vista dagli esp rti come un modo sicuro per condividere messaggi video e di testo. Attualmente l’applicazione Telegram è una delle più popolari e più sicure, con circa 100 milioni di utenti.

Telegram contro l’ISIS - Geopolitica.info (cr: IBTimes UK)

Circa due mesi fa l’applicazione ha lanciato la funzionalità dei canali pubblici, che è stata immediatamente vista dalle organizzazioni estremiste come un ottimo mezzo per trasmettere notizie e condividere video di propaganda.

Tuttavia, la società Telegram non vuole essere ritenuta direttamente responsabile dei recenti attacchi a Parigi o dell’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai In una dichiarazione, la società rende noto “di essere seriamente impegnata contro le organizzazioni terroristiche, per impedire la diffusione della loro propaganda” L’organizzazione dell’ISIS ha risposto a questa linea dura aprendo rapidamente dei nuovi canali e sfruttando Twitter per diffonderli rapidamente tra i militanti ed i simpatizzanti.

Uno studio del Brookings Institute finanziato da Ideas Google ha reso noto che circa 46.000 account su Twitter verrebbero utilizzati dallo Stato Islamico(dato aggiornato a fine 2014). Secondo l’analisi sui dati geografici dei messaggi, la maggior parte dei partecipanti risiederebbero in zone sotto il controllo dell’organizzazione in Siria ed in Iraq, ma anche in Arabia Saudita Lo studio americano aggiunge che circa i tre quarti degli account sono in lingua araba, il 20% in inglese ed il 6% in francese.

La relazione aggiunge che il successo dell’organizzazione in rete può essere attribuito ad un ristretto numero di utenti, che però sarebbero molto attivi nell’attività di propaganda Alla fine del 2014 sarebbero stati chiusi circa 1000 account di simpatizzanti dell’ISIS su Twitter, anche se il numero potrebbe essere più elevato.

Inoltre, lo studio sottolinea come nonostante le pressioni di governi e responsabili politici occidentali, Twitter non sembri voler chiudere definitivamente gli account riconducibili agli estremisti Tuttavia, secondo il rapporto, il sito Twitter starebbe collaborando con il governo americano per rispondere alle minacce ricevute dall’ISIS dopo la chiusura di numerosi account riconducibili a simpatizzanti di varie organizzazioni terroristiche, tra cui la stessa ISIS e Boko Haram.

Le radici messianiche dell’IS

Se si considerano le aree attualmente sede di conflitti ed acute tensioni ingenerate dai (cosiddetti) fondamentalisti islamici, si deve obbligatoriamente annoverare tra queste la regione al crocevia tra Mali-Tchad e Libia, il Sudan nord-occidentale, la regione a nord-ovest di Mossul, e il Sinjar (a sud-est di Damasco, lungo un’area che collega idealmente la Siria all’Iraq). Questi territori, venuti alla ribalta delle cronache nel corso degli ultimi quindici anni a seguito di eventi terroristici, inizialmente e in primo luogo riconducibili alle attività di Al-Quaida, e oggi dell’IS (stato islamico). L’IS (al-Dawla al-Islāmiyya) pretende restaurare il califfato (l’ultimo venne soppresso in Turchia con la riforma voluta da Ataturk nel 1924) ed estendere il proprio controllo su un’area che spazia dal Nord-Africa fino ai territori a maggioranza musulmana che si affacciano sul Bosforo.

Le radici messianiche dell’IS - Geopolitica.info

L’organizzazione sembra apparentemente emergere come una “costola” radicale da Al-Quaida nel 2004, inizialmente sotto la guida di Abū Mu’ab al-Zarqawī. Il rapporto con Al-Quaida viene però ad incrinarsi ben presto, già nel 2005, per il riemergere di differenze più contingenti e politiche (relative all’uso indiscriminato della violenza sulle popolazioni sunnite non wahabite)  che non ideologiche. Da allora, le attività dell’IS hanno marcato un continuo crescendo e non è inverosimile che eserciteranno sempre più un irresistibile richiamo nei riguardi di altri movimenti terroristici, primo tra tutti la stessa Al-Quaida.

Pochi sanno però che quel progetto affonda le sue origini molto lontano, e che è venuto alimentandosi a seguito della convergenza di due ordini di processi: la nascita di un movimento ereticale millenarista di ispirazione wahabita nel Sudan, intorno al 1881; e gli errori compiuti allora dagli Inglesi nel gestire quel primo caso prototipale di terrorismo cosiddetto “islamico”.

Terrorismo ante-litteram

Nel 1881 Mohamed Ahmed (1844-1885), educato nell’ambito di una tariqa sufi deviata ed infiltrata dal wahabismo – la Sammāniyya – sollevò i musulmani del Sudan contro il dominio egiziano per promuovere uno “stato islamico” – la Mahdiyah – retto dal Mahdi (il “ben guidato”) e destinato a contrastare la degenerazione dei costumi e ristabilire l’autentico Islam, dal Nord-Africa fino in India. Il Mahdi dichiarò lo Jihad (nonostante che il consiglio degli Ulema avesse disconosciuto la sua qualità di Mahdi e lo avesse discreditato), raccogliendo attorno a sé gli Ansàr (“coloro che aiutano”)  e promuovendo la conquista del Sudan. Di vittoria in vittoria, il Mahdi procedette con lo sterminio sistematico di sunniti e sciti, e in generale di quanti non si piegavano a riconoscere la nuova figura messianica come tale, distruggendo i luoghi di culto tradizionali (tra cui la tomba del sayyd Al-Hassan, a Kassala, luogo di venerazione particolarmente caro agli sciiti), in ciò anticipando le tristi gesta compiute dall’IS che registriamo in questi giorni.  Come noto, le truppe del Mahdi conquistarono Karthum nel gennaio del 1885 (dopo averla infiltrata ed aver fatto precedere l’attacco da una miriade di attentati suicidi e di episodi di micro-terrorismo anticipatori delle moderne tecniche) ed estesero il loro controllo su pressoché tutto il Sudan e l’Egitto meridionale. Dopo gli errori di sottovalutazione iniziali, occorsero vent’anni agli Inglesi per ristabilire un precario controllo sulla regione.

Muhammad Ahmad, il Mahdi, è tutt’oggi considerato il fondatore del nazionalismo sudanese. Il Partito Umma pretende esserne il discendente politico ed il custode della tradizione inaugurato nel periodo 1881-1885. Il Leader del movimento – Sadiq-al-Mahdi è il pronipote del primo Mahdi e l’Imam degli attuali Ansar, l’ordine religioso istituito ai tempi di Muhammad Ahmad. Sadiq è stato primo ministro del Sudan in due circostanze: nel 1966-67 e nel 1986-1989. Sarebbe interessante sapere se esiste un qualche collegamento tra i movimenti fondamentalisti attuali in Sudan e l’IS. Osama-bin-Laden era sicuramente in relazione con una cellula quaedista sudanese, e nel Sudan pose la sua base in cui dimorò dal 1992 al 1996. È probabilmente dalle basi del Sudan che vennero organizzati gli attentati di Nairobi e Dar-Es-Salaam contro le ambasciate statunitensi nel 1998, tant’è che la risposta americana comportò bombardamenti a tappeto di obiettivi militari e di fabbriche chimico-farmaceutiche in Sudan, presso Al-Shifa.

Califfato e Mahdi

L’obbiettivo del movimento mahadista, in perfetta assonanza con quello dell’ IS, era quello di diffondere il conflitto all’interno dell’Islam, per far poi prevalere le ragioni della Mahdiyah, intesa come “compimento” millenaristico dei fini dei tempi. Non a caso l’IS ha scelto per il suo “magazine” online il nome Dabiq, con riferimento all’area prossima ad Aleppo che la tradizione islamica descrive come il luogo dello scontro finale (l’armageddon, in greco) tra il Mahdi e al-Dajjal (il “bugiardo”, l’anticristo nella versione musulmana). Il riferimento a Dabiq è presente in numerosi hadith muhammadici (i “detti” attribuiti al Profeta), sovente citati da al-Zarqawi che ha ricordato come “la vittoria a Dabiq rappresenta la prima tappa nella conquista del mondo, a cominciare dalla disfatta di Costantinopoli e quindi di Roma”.

L’IS, ha quindi chiari caratteri “mahdisti”, cui del resto si richiama esplicitamente anche nei documenti resi disponibili online. Sulla base di questa (auto)investitura, l’IS ha riscritto le stesse regole della Shari’ah, legittimandole sulla base di presunte rivelazioni fatte direttamente al fondatore della setta da parte del Profeta Muhammad. È degno di nota come l’insegnamento veicolato dalla Sammāniyya (da cui emerse, ricordiamolo, il primo e più importante Mahdi), presenti non poche analogie con quanto proclamato dall’IS, ed in particolare mostra questo insolito connubio tra il richiamo ad un forte ed esasperato tradizionalismo e le istanze riformatrici che pretendono plasmare la società musulmana favorendone ‘appiattimento su una interpretazione letterale di alcuni passaggi coranici. Queste posizioni sono state mutuate dall’introduzione di un concetto assolutamente estraneo alla tradizione musulmana, il ijtihàd, ovvero la “meditazione personale ed indipendente” che deve guidare ogni credente nella sua “propria” analisi e lettura del Corano. Si tratta di una posizione teologica formalmente analoga a quella del Protestantesimo Luterano e Calvinista che rivendica al fedele il diritto di “interpretare” il testo sacro (aprendo così la via ad ogni sorta di arbitrio ermeneutico). Come conseguenza, chi compie questo genere di analisi servendosi dell’ijtihàd non è obbligato ad accettare le conclusioni dei grandi maestri medievali; anzi, la cieca adesione agli insegnamenti di questi maestri può essere considerata “politeismo”. Questo atteggiamento spiega in particolare la feroce opposizione dei fondamentalisti di ispirazione wahabita all’insegnamento degli Ulema e, in particolare, alla tradizione Sufi. Per altro verso, la portata chiaramente “ereticale” di tale assunto, spiega l’avversione risoluta della tradizione islamica sunnita e sciita nei confronti dell’IS e di tutti quei movimenti fondamentalisti che si richiamano alla ijtihàd.

Per questo la restaurazione del califfato costituisce solo un obiettivo minore e forse solo apparente rispetto ad una strategia che può essere correttamente solo in senso escatologico. Il carattere millenarista spiega tra l’altro perché l’IS eserciti una così forte influenza sui suoi membri e di come ne concorra a preservarne l’unità, a dispetto dell’eterogeneità dei partecipanti. L’IS conferisce ai propri aderenti ciò che la civiltà occidentale non riesce più a fornire: una interpretazione della vita ed un disegno escatologico che permette di assegnare valori e significato ad esperienze condotte al limite. Non bisogna tuttavia cadere nella trappola ordita da chi, dietro le quinte, manovra questo multi variegato fronte dell’ultra-fondamentalismo. È istruttivo infatti considerare l’ambiguo ruolo svolto finora dall’Arabia Saudita che, dopo decenni di sotterraneo fiancheggiamento, pretende porsi oggi alla testa del movimento anti-IS. L’IS finirà sicuramente con il crollare – per motivi esterni ed interni – ma alla fine, quale unico rappresentante accreditato dell’Islam “moderato” emergerà paradossalmente solo l’Arabia Saudita. Marginalizzato l’Iran, frantumati Siria ed Iraq, l’intero mondo musulmano rischia di essere egemonizzato, paradossalmente, proprio dalla potenza che più di tutti ha congiurato per creare l’attuale stato di crisi. E lo stendardo nero della “liberazione” mahidista ben presto resterà nelle sole mani dei wahabiti.

Non è infatti un caso che il messaggio mahdista trovi pronta accoglienza nelle popolazioni da secoli educate all’attesa del Mahdi: nel Sudan, in primo luogo, ma altresì tra i salafiti iracheni, dell’Arabia Saudita, o in alcune popolazioni presenti in Ciad, nel Mali e in Nigeria ed in Iraq. Il primo nemico dei mahdisti sono ovviamente gli sciti e gli alaouiti (i più propensi al dialogo con i cristiani) e quindi i sunniti tradizionali. Gli Yezidi, popolazione curda da sempre nel mirino delle persecuzioni musulmane (e non solo), rappresentano solo un utile agnello sacrificale, coinvolti, loro malgrado, in una guerra che interessa un’area geografica che costituisce uno snodo strategico nelle relazioni tra le diverse confessioni religiose islamiche.

A tale riguardo è inquietante come le aree calde cui dianzi si faceva riferimento, possano essere tutte inquadrate entro i confini di una carta geografica ricostruita sulla base delle antiche tradizioni misteriosofiche ed occultiste. È infatti noto agli studiosi sufi, da almeno un secolo (ben prima quindi degli avvenimenti odierni), che le aree in cui sarebbero comparsi i disordini legati all’avvento “apocalittico” del Mahdi (e in cui avrebbero “agito” le “forze del male”, esemplificate nella figura de Al-Dajjal), corrispondono ad alcune “torri” situate, almeno quattro di queste, nelle aree geo-strategiche di cui stiamo parlando. è altresì significativo che una quinta area venga collocata nella regione dell’antico Turkestan, oggi sede di tensioni tra comunità di diversa religione in cui sta facendo la sua comparsa un forte movimento islamista. Sapremo presto se questa leggenda si tradurrà ulteriormente in realtà.

Isis, Isil, Is o Daesh? Questi i termini per definire i miliziani: quali sono le differenze?

Isis, Isil, Daesh o Stato Islamico. Tutto il mondo civilizzato è unito per combatterlo ma tutti  – in particolar modo i media – lo chiamano in modo diverso. Perfino Obama e il Segretario di Stato americano Kerry usano due definizioni diverse. Se aveva ragione Eraclito a pensare che il “logos” fosse l’essenza delle cose allora, forse, dovremmo metterci d’accordo. Da cosa nasce, quindi, questa confusione?

Isis, Isil, Is o Daesh? Questi i termini per definire i miliziani: quali sono le differenze? - Geopolitica.info

L’organizzazione terroristica di Al Zarqawi era stata fondata nel 1999 con il nome Jama’at al Tawhid wa al Jihad ma già nel 2004 – aderendo ad Al Qaeda – aveva cambiato nome. Unita ad altri gruppi si trasformò poi in Stato Islamico dell’Iraq e nel 2013 – espandendosi in Siria – aggiunse la sigla wash Sham (Levante o Grande Siria) da cui nacque quindi l’acronimo Daesh.

Cosa successe dopo? La proclamazione del Califfato volta ad affermare lo Stato Islamico come rappresentante di tutti i musulmani  ha portato al successivo cambio di nome, eliminando così i riferimenti geografici all’Iraq e alla Siria e trasformandosi in Dawlah al Islamiyah. Tutti questi continui cambiamenti hanno generato confusione anche perché le milizie del Califfato, in questi ultimi mesi, hanno vinto e perso diverse battaglie espandendosi e ritirandosi in un territorio che oggi fatichiamo ancora a circoscrivere con certezza.

Oltre a tutto questo vi è però anche un motivo “politico”, Isil vuol dire Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, Isis significa Stato Islamico dell’Iraq e della Siria e non vanno bene perché danno al gruppo terroristico un riconoscimento internazionale, peggio Is (Stato Islamico) poiché nell’acronimo vi è la legittimazione di stato islamico globale. Quale nome usare? Molti giornali, sia italiani sia internazionali, stanno iniziando a “imporre” con fatica Daesh. Già ma perché Daesh?

La risposta è semplice, Daesh significa letteralmente Stato Islamico dell’Iraq e del Levante ma è considerato derogatorio dai suoi membri perché in arabo suona come due parole che significano “colui che semina discordia o schiaccia col piede”. Insomma a loro non piace, quindi usiamo questo.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna

E’ durata poco più di sette ore la riunione convocata nella capitale austriaca per trovare una soluzione alla crisi siriana. Seduti intorno allo stesso tavolo, per la prima volta dall’inizio delle ostilità, si sono trovati – tra gli altri – i rappresentanti di Arabia Saudita, Turchia, Iran, Russia e Stati Uniti.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna - Geopolitica.info Leader di Stato riuniti a Vienna, 30 ottobre 2015 (cr: EPA/Ansa)

Dal documento finale elaborato dai venti Paesi partecipanti, si evince la volontà di avviare un processo politico condiviso nel paese.  Nove sono i punti che compongono il Dossier. Ovvero:

  • Sono fondamentali l’unità della Siria, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e il suo carattere secolare;
  • le istituzioni dello Stato resteranno intatte;
  • i diritti di tutti i siriani devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica;
  • imperativo accelerare gli sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra;
  • si garantirà l’accesso umanitario a tutto il territorio e si aumenteranno gli sforzi per i rifugiati;
  • bisogna sconfiggere l’Isis e gli altri gruppi terroristici;
  • si chiede all’Onu di convocare rappresentanti del governo e dell’opposizione siriana per avviare un processo politico che porti alla formazione di un governo credibile, inclusivo, non settario, che elabori una nuova Costituzione e convochi libere elezioni, supervisionate dall’Onu;
  • questo processo politico deve essere diretto dai siriani. Lo stesso popolo siriano deciderà il futuro del proprio Paese;
  • i Paesi partecipanti e l’Onu individueranno le modalità di un cessate il fuoco parallelo al processo politico.

I colloqui dello scorso 29 ottobre sono però solo l’inizio. Tanti sono i nodi ancora da sciogliere. Nel frattempo è quanto mai utile capire chi sono i principali attori che stanno influenzando la crisi siriana.

Russia

Mosca appoggia da sempre il regime di Bashar al Assad. Fin dall’inizio il Cremlino aveva pianificato un coalizione internazione inclusiva. La Russia ha iniziato a bombardare la Siria dichiarando che il suo unico obiettivo fosse lo Stato islamico. Successivamente però, le autorità di Mosca sono state costrette ad ammettere di aver attaccato anche altri gruppi ribelli, jihadisti e non, che contendono ad Assad il controllo delle zone ancora sotto il controllo governativo. Tra questi, ci sono le milizie dell’Esercito siriano libero, in parte equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti. Nelle ultime settimane la Russia ha rafforzato la sua presenza nella base militare di Latakia, una città costiera siriana sotto il controllo del regime siriano.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax, la Russia inviterà a Mosca alcuni rappresentanti dell’opposizione anti-Assad per cercare di risolvere il conflitto siriano. La consultazione dovrebbe avvenire nella settimana tra il 9 e il 15 novembre, e potrebbe coinvolgere anche alcuni funzionari del governo siriano.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha aggiunto che per Mosca non è più fondamentale che Assad rimanga al potere, aprendo ulteriormente la strada a una trattativa con l’opposizione.

Stati Uniti

Washington ha deciso di schierare aerei A-10 e jet F-15 nella base turca di Incirlik, nel sud della Turchia. Inoltre il Pentagono sta valutando il rafforzamento della flotta e delle risorse militari navali in Europa, per fronteggiare la crescente presenza delle forze russe nel Mediterraneo. Gli Usa si oppongono al regime siriano ma finora ha preso solo limitate iniziative per favorirne la caduta. Restano alla guida della coalizione internazionale (insieme agli Usa ne fanno parte Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia) che in Siria bombarda obiettivi dello Stato islamico e, più raramente, del Fronte al Nusra legato ad Al Qaeda, oltre a sostenere le forze curde che combattono contro i jihadisti nel nord.

Iran

E’ l’unico alleato in Medio Oriente del regime di Bashar al Assad. Dall’inizio della guerra, nel 2011, manda soldi, armi e consiglieri militari al governo siriano. In Siria ha agito soprattutto attraverso le milizie di Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. Le autorità della Repubblica islamica hanno sostenuto ufficialmente la necessità di una soluzione politica della crisi, ma a differenza della Russia non hanno mai accettato l’ipotesi di una transizione che escluda Assad. La presenza iraniana a Vienna suscita i malumori dell’Arabia Saudita, che accusa Teheran di continuare a creare tensioni in Medio Oriente, soprattutto in Siria, Yemen e Iraq. Per Teheran il coinvolgimento nei colloqui di Vienna può essere letto come un test. L’Iran deve dimostrare la reale intenzione di giocare un ruolo costruttivo nella regione, mettendo fine alle ostilità non solo in Siria.

Arabia Saudita

Insiste che qualsiasi soluzione politica alla crisi debba passare per la fine dell’attuale regime. Per questo sostiene numerosi gruppi dell’opposizione armata sia jihadisti che moderati. Partecipa alla coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico e si dice che abbia fornito missili anticarro ai ribelli che combattono nel nord, soprattutto a Idlib. Ha chiesto più volte l’imposizione di una no fly zone in Siria per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti delle forze governative. Sul futuro di Assad la posizione di Riad è intransigente. Come dichiarato dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir: “Non ci sono dubbi sul fatto che il presidente siriano debba uscire di scena”. Al-Jubeir ha poi aggiunto che: “l’Iran deve accettare l’idea che l’uscita di scena di Assad faccia parte di qualsiasi soluzione al conflitto in Siria”.

Turchia

La Turchia si oppone con forza ad Assad e ha denunciato più volte incursioni russe nel proprio spazio aereo. Ankara appoggia i ribelli moderati e jihadisti, compreso il Fronte al Nusra che Washington considera un gruppo terrorista.  In questi ultimi anni la politica estera di Erdogan e del primo ministro Davutoglu non può vantare grandi successi. La visione neo-ottomana si è rivelata un’illusione. La strategia del “niente problemi con i vicini”, vede oggi la Turchia ai ferri corti con la Siria e in un rapporto teso con l’Iran. E’ stata accusata di permettere il passaggio di jihadisti attraverso il suo confine con la Siria. Poi ha aperto le sue basi alla coalizione internazionale che bombarda lo Stato islamico e ha cominciato a partecipare ai raid aerei. Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdoğan porta avanti la sua guerra contro le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). La Turchia si è presa qualche libertà diplomatica, ma per la sicurezza, Ankara rimane fermamente ancorata all’Alleanza Atlantica. L’ha confermato, proprio in una recente intervista alla Stampa, il Segretario Generale della Nato Stoltemberg.

L’ISIS sbarca nel mondo Android con un’applicazione per cellulari
L’ISIS ha lanciato l’applicazione “Nasher”, disponibile per cellulari Android e scaricabile gratuitamente da Internet. Il lancio di quest’applicazione rappresenta un ulteriore salto di qualità dell’ufficio propaganda dell’organizzazione ed avviene a seguito della cancellazione di numerosi account Twitter riconducibili a membri e simpatizzanti dell’organizzazione. 

L’ISIS sbarca nel mondo Android con un’applicazione per cellulari - Geopolitica.info Esercito iracheno e miliziani sciiti di fronte a una bandiera dello Stato Islamico (cr: The Indepedent)
L’obiettivo di quest’applicazione è quello di riuscire a fornire quotidianamente materiale di propaganda(articoli, bollettino quotidiano, audio e video) ai militanti ed ai simpatizzanti dell’organizzazione, evitando(o almeno riducendo l’utilizzo) i siti frequentemente utilizzati dall’organizzazione per pubblicare materiale online, come Justpaste, Twitter ecc…

Come di consueto, oltre a diffondere l’applicazione, l’ISIS ha diffuso un’immagine, graficamente ben fatta, per facilitare ai simpatizzanti l’opera di proselitismo, soprattutto su Twitter. L’applicazione è facilmente utilizzabile ed è divisa in sezioni, come la sezione dei rapporti fotografici, delle notizie e dei video.

Rischi e vantaggi della collocazione geopolitica dell’Italia contemporanea

All’indomani dell’attentato alla redazione della rivista francese Charlie Hebdo è stato sottolineato come l’Italia – suo malgrado – fosse tornata nuovamente al centro delle dinamiche geopolitiche mondiali. Pensando a una sintetica sequenza dei principali focolai di disordine e dei più scottanti dossier che hanno catalizzato l’attenzione mondiale in questa prima parte del 2015, ancora pochi dubbi possono restare in merito: radicalismo islamico in Tunisia, anarchia in Libia, emergenza emigrazione, scontro tra militari e Fratellanza musulmana in Egitto, espansione dell’Isis, deal nucleare con l’Iran, tensioni in Macedonia, crisi economica della Grecia, guerra civile in Ucraina e sanzioni alla Federazione Russa. Sebbene l’Italia non abbia agito direttamente su tutti questi fronti, da tutti è stata direttamente chiamata in causa e la loro evoluzione in un senso o in un altro potrebbe determinare dei mutamenti significativi sulla nostra dimensione interna, sia politica, che economica e sociale.

Rischi e vantaggi della collocazione geopolitica dell’Italia contemporanea - Geopolitica.info Piazza San Pietro a Roma, uno tra gli obiettivi sensibili alle minacce jihadiste (cr: AP Photo/Gregorio Borgia)

Dopo la fine della Guerra fredda Roma non si era più trovata in una posizione internazionale sensibile come quella attuale, causata della sua prossimità geografica con numerose aree di crisi e dalla consistenza dei suoi interessi posti in discussione nei principali dossier dell’agenda internazionale. Anzi, senza fare troppe concessioni al sensazionalismo, potremmo perfino sostenere che il nostro Paese si trovi attualmente a gestire una posizione che, sotto alcuni aspetti, è persino più critica di quando costituiva – insieme alla Repubblica Federale Tedesca – la principale linea di confine tra il blocco occidentale e il blocco comunista.

Da un lato si deve ricordare che la posta in gioco dello scontro che segnò la vita politica internazionale del 1945-1991 era l’egemonia globale e il principale rischio ad essa collegato era la “mutua distruzione assicurata”. Nulla di tutto ciò è presente nel nuovo “gioco” cui l’Italia prende parte. Ogni connotazione “globale” delle vicende all’interno delle quali si trova inserita, inoltre, sembra essere svanita e le dinamiche geopolitiche che caratterizzano le due regioni con cui spazialmente e politicamente è più interdipendente – il MENA (Medio Oriente e Nord Africa) e lo Spazio post-sovietico – sembrano popolate da attori e logiche diversi (con l’eccezione degli Stati Uniti) e hanno una capacità di contagio circoscritta (come evidenziato anche dalla compartmentalization attribuita da Obama a Putin sulla trattativa sul nucleare iraniano). Come sostenuto da Alessandro Colombo nel suo La disunità del mondo (Milano: Feltrinelli, 2011) le crisi contemporanee non sembrano in grado di produrre conseguenze sistemiche, né di innescare un effetto domino, né, ancora, di causareuna guerra globale. E questi aspetti costituiscono delle buone notizie.

Dall’altro lato, tuttavia, non devono essere sottovalutate le insidie che caratterizzano il contesto internazionale nel quale agisce il Paese. Tre variabili – sostanzialmente indipendenti dalla volontà di Roma – sembrano essere state determinanti nel suo processo di formazione. La prima è che l’Italia non gestisce più un solo fronte caldo– quello orientale come durante la Guerra fredda – ma ben due – quello con l’instabile sponda sud del Mar Mediterraneo e con i Balcaniche costituiscono un ponte verso la “nuova Europa orientale” post-sovietica. Di conseguenza i suoi interessi prioritari, così come la gestione delle sue diminuite risorse,devono essere contestualizzati in teatri completamente diversi, che implicano una particolare attenzione nel decifrare gli interessi dei singoli attori sul campo e la capacità di non azzerare i vantaggi guadagnati su un teatro con gli errori commessi in un altro.

Una seconda caratteristica è che se in passato le organizzazioni internazionali occidentali a cui l’Italia apparteneva costituivano una garanzia di stabilità, oggi questa affermazione non corrisponde necessariamente al vero. Da un lato il progetto dell’Ue sta vivendo un momento di crisi, segnalata dalla gerarchizzazione dei rapporti tra i suoi Stati membri e dallo stallo economico di alcuni di questi. Dall’altro la Nato è incappata in alcuni errori di valutazione che stanno mettendo a repentaglio la sicurezza dei Paesi dell’area mediterranea.

In particolare la gestione della crisi della Libia nel 2011 e il successivo disimpegno dell’Alleanza dal Paese nordafricano,nonostante la sua situazione politica stesse degenerando verso una condizione simile a quella della Somalia,cui ha fatto da contraltare il suo dispiegamento di forze in funzione anti-russa nei territori limitrofi all’Ucraina. Entrambe le organizzazioni, inoltre, hanno sostenuto (e, nel caso della Ue, richiesto ai suoi membri) l’applicazione delle sanzioni economiche contro Mosca, che per l’Italia si sono trasformate in un vero e proprio boomerang che ha colpito i suoi due comparti produttivi principali, il manifatturiero e l’agro-alimentare. È evidente, infine, come il disengagement dell’amministrazione Obama proprio dalle due aree di nostro interesse prioritario, in favore della politica del pivot to Asia, abbia caricato l’Italia di responsabilità politiche che in precedenza non si era mai trovata a dover assumere e di pesi militari ed economici con cui la nostra società continua trova ancora difficile confrontarsi.

Queste tre variabili non illustrano da sole la genesi dei singoli focolai di instabilità che circondano il Paese. Una spiegazione esaustiva, infatti, richiederebbe sia l’integrazione di considerazioni relative ai rapporti bilaterali degli Stati, che il ricorso a variabili di politica interna.Tuttavia si tratta di elementi che devono essere tenuti ben presenti come perimetro all’interno del quale elaborare una politica estera che consenta all’Italia di difendere efficacemente i suoi interessi nel futuro su tutti gli scenari in cui – volente o nolente – risulta chiamata in causa.

Tunisia: una democrazia sotto assedio

Dopo l’attentato del 26 giugno sulla spiaggia di Sousse, rivendicato dallo Stato Islamico e costato la vita a 38 persone, il presidente Essebsisi rivolge alla nazione per annunciare lo stato d’emergenza: “L’Isis è alle porte, siamo in pericolo”.  Per le gravi falle nella sicurezza,  rimosso il governatore di Sousse e altre figure di spicco delle forze dell’ordine della regione.

Tunisia: una democrazia sotto assedio - Geopolitica.info

La strage di Sousse ha inferto un nuovo colpo alla giovane democrazia tunisina dopo l’azione terroristica del marzo scorso al museo del Bardo di Tunisi, in cui persero la vita 17 visitatori stranieri. Il nuovo attentato,ha riportato il Paese in un clima di insicurezza che rischia di mettere in ginocchio il paese. Si calcola che la fuga dei turisti dalla Tunisia e le disdette seguite a Sousse, determineranno la perdita secca di almeno 500 milioni di dollari nel settore turistico.

Chi è stato?

Dietro la strage, secondo alcune fonti del governo tunisino,  ci sarebbe una cellula del terrore e non semplicemente l’azione di un foreign fighter.Il ministro dell’Interno NajemGharsalli, ha annunciato la prima raffica di arresti di un gruppo di persone legate a vario titolo all’attentatore. Sette in tutto le persone fermate, tra cui due a Sousse, una a Tunisi e un’altra a Kasserine. Il killer della strage al resort, SeifeddineRezgui, si era addestrato in Libia con uno degli attentatori del museo del Bardo. Secondo le autorità tunisine, avrebbe agito sotto l’effetto di una sostanza stupefacente, il captagon. Quest’ultimo, genera in chi lo assume, uno stato di onnipotenza e di grande calma allo stesso tempo, con un effetto che dura fino a 48 ore. La droga, è molto diffusa e utilizzata il Libia e Tunisia.

Rezgui si era infiltrato in Libia 6 mesi fa insieme ad un gruppo di giovani estremisti, facendo perdere  le sue tracce. Lì si sarebbe addestrato in uno dei campi dell’Isis, procurandosi il kalashnikov con il quale ha poi compiuto l’assalto. Rientrato a Tunisi dopo 3 mesi,  ha annunciato il suo sostegno allo Stato Islamico sui social network. Proprio attraverso questi, è stato avvicinato da elementi dell’Isis, che lo hanno messo in contatto con una cellula dormiente attiva nella capitale tunisina.

Inoltre, il killer aveva lavorato come animatore nei resort di Sousse, il che spiega il motivo per cui il terrorista sapeva come muoversi perfettamente all’internodella struttura. Stando agli ultimi sviluppi dell’inchiesta, Rezgui, non sarebbe arrivato dal mare, ma si sarebbe recato sui luoghi del massacro a bordo di un’utilitaria probabilmente guidata dai suoi complici. Una volta in spiaggia, armato di Ak-47, avrebbe iniziato a sparare. L’azione sarebbe durata in tutto circa 20 minuti, nei quali il killer avrebbe avuto modo di tirare anche alcune granate, avendo cura di risparmiare i locali e colpire invece esclusivamente i turisti.

Le contromisure della Repubblica tunisina

Lo stato d’emergenza, sospendendo alcune garanzie costituzionali, permette all’esecutivo di gestire con più autorità situazioni difficili sul piano della sicurezza interna. Esso prevede  maggiore libertà nel dispiegamento dell’esercito e delle forze dell’ordine su tutto il territorio nazionale, oltre a imporre misure come il coprifuoco e la riduzione del diritto della gente di potersi riunire pubblicamente. L’ultima volta che in Tunisia era stato decretato lo stato d’emergenza era stato nel gennaio del 2011, colpo di coda del regime dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali di fronte alla protesta della cosiddetta “primavera araba” che aveva portato alla sua fuga all’estero. Completata anche la chiusura di tutte le 80 moschee a rischio radicalismo, su cui attività lo Stato non esercitava un pieno controllo.

 

L’ obiettivo dei jihadisti

Attaccare il resort di Sousse, significa sfidare apertamente la politica. Le spiagge di Sousse sono infatti tra le più frequentate dai turisti occidentali. La Tunisia è l’unico Paese arabo in cui il passaggio dalla dittatura alla democrazia si è concluso. “Stanno cercando di distruggere il Paese simbolo della primavera araba”, commenta Lina Ben Mhenni, storico blogger di riferimento della rivolta che nel 2011 ha portato alla caduta di Ben Ali. L’attacco terroristico, sembra quindi avere come obiettivo quello di destabilizzare politicamente il paese, colpendo la sua fonte economica principale, cioè il turismo.  Già dopo l’attentato del Bado, gli operatori del settore rilevavano un drastico calo di presenze straniere rispetto a un anno fa. Un’inversione di tendenza dopo Sousse, pare a questo punto impossibile.

Diffondere il panico tra la società civile, rientra pienamente nella tattica delle organizzazioni terroristiche come al-Qaida nel Maghreb Islamico (Aqim) e Isis, che dedicano molte attenzioni alla Tunisia.Dabiq (la rivista dell’Isis) numero 8, riportava in copertina la moschea di Kairouan (città d’origine di uno degli attentatori) e conteneva un’intervista a Boubakarel-Hakim, l’assassino del leader politico tunisino Mohammed Brahmi.

Possibili soluzioni

Nonostante i grandi passi in avanti (elezioni democratiche e nuova Costituzione),  la Tunisia ha ancora grandi problemi sia sociali che economici (bassa rappresentatività per le giovani generazioni nelle istituzioni politiche, elevata disoccupazione, bassi investimenti esteri, enormi diseguaglianze regionali est-ovest). In questo contesto, la lotta allo jihadismo risulta molto più difficile. La popolazione locale, così come in altre realtà regionali, è attratta dalla propaganda dei gruppi terroristici, che fanno leva proprio sul malessere generazionale dei giovani. I combattenti sono spesso alla ricerca di un riconoscimento, una sorta di rivincita nei confronti della vita nei luoghi in cui sono cresciuti.

Tunisi non è in grado di prevenire, né di contrastare il fenomeno jihadista da sola.Occorre quindi che l’occidente si faccia carico della transizione democratica e pacifica del paese, attraverso aiuti economici a sostegno di politiche sociali di lungo periodo. Oltre questo, sembra inevitabile l’aiuto in campo militare, nell’ottica di una maggiore cooperazione nel campo della sicurezza. Ciò però non basta. Serve investire sulla dimensione politica e connettere davvero economicamente la Tunisia all’Europa.

La CIA aggiorna l’agenda delle priorità: in cima la cyber security

Lo scorso 17 aprile, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha rilasciato il nuovo documento programmatico Cyber Strategy 2015. Il rapporto, di quarantadue pagine, illustra come la cyber security sia una delle priorità in quella che, nel linguaggio dell’intelligence statunitense, viene definita Information Age. Il cyberspazio sembra così destinato a divenire sempre di più la quarta dimensione nel confronto strategico tra nazioni, accanto a terra, mare e cielo.

La CIA aggiorna l’agenda delle priorità: in cima la cyber security - Geopolitica.info

I recenti attacchi informatici che hanno colpito alcune istituzioni governative statunitensi (Casa Bianca e Dipartimento di Stato) e italiane (Ministero della Difesa) pongono l’accento sul tema della sicurezza nel campo delle tecnologie informatiche. La NATO, ad esempio, già da alcuni anni dedica a questo aspetto esercitazioni periodiche, l’ultima delle quali, denominata ‘Locked Shields 2015’, si è tenuta a Roma, dal 21 al 24 aprile scorso. Dagli Stati Uniti è inoltre riecheggiata la notizia che la US Navy avrebbe espresso preoccupazioni circa la sicurezza di server informatici utilizzati nei propri sistemi d’arma, perché forniti da un produttore estero (la Repubblica Popolare Cinese). Hacker cinesi sarebbero inoltre sospettati di avere violato, nell’aprile scorso (ma la notizia è stata resa pubblica sugli organi d’informazione il 4 giugno), la banca dati dell’Office of Personnel Management statunitense, sottraendo illegalmente quattro milioni di dati sensibili (l’ambasciata cinese a Washington ha però respinto le accuse). Fonti investigative private statunitensi e l’FBI (Federal Bureau of Investigation) sembrano ritenere che dietro quest’ultimo episodio vi sia la stessa regia straniera che nel febbraio scorso aveva orchestrato l’attacco contro un altro archivio informatico, quello del gruppo assicurativo sanitario statunitense Anthem.

Vincere le sfide dell’Information Age

Anche per la principale agenzia di spionaggio statunitense le maggiori sfide che si pongono attualmente agli operatori dell’intelligence provengono dalle complesse dinamiche dell’Information Age.  E’ stato infatti il direttore della CIA (Central Intelligence Agency), John O. Brennan, ad usare questa espressione nel discorso tenuto il 13 marzo scorso dinnanzi al Council on Foreign Relations (CFR), autorevole think-tank che, sin dalla sua fondazione, ispira buona parte delle scelte di Washington nel campo delle relazioni internazionali. Davanti all’autorevole assise, Brennan aveva sottolineato la duplice natura del Web, il quale se da un lato offre grandi opportunità di libertà e diffusione delle informazioni, dall’altro può rappresentare, proprio per queste sue caratteristiche, anche un fertile terreno di coltura per nuove minacce portate alla sicurezza di attori istituzionali e soggetti privati che operino in settori strategici dell’economia di uno Stato. Esattamente un mese prima, il 13 febbraio, il Presidente Barack Obama aveva anch’egli toccato questo aspetto nella sua Dichiarazione sulla situazione della cyber security, affermando che: “la prosperità economica dell’America, e le nostre libertà individuali dipendono dal nostro impegno nel garantire il cyberspazio, e mantenere Internet aperto, interoperabile, sicuro e affidabile”.

Il Directorate of Digital Innovation

L’attenzione della CIA verso la sicurezza del cyber dominio è frutto di una riflessione che è andata maturando in seno all’Agenzia soprattutto sotto la direzione di Brennan. Nel suo discorso al CFR il direttore aveva infatti affermato che: “Ciò che rende il terrorismo così difficile da combattere non è solo l’ideologia che lo alimenta, o le tattiche che lo supportano. Anche il potere delle moderne comunicazioni svolge un ruolo”, spiegando come la “minaccia globale del terrorismo è notevolmente amplificata dal mondo interconnesso di oggi, dove un incidente in un angolo del globo può immediatamente innescare una reazione a migliaia di miglia di distanza; e dove un estremista solitario può andare online e imparare a realizzare un attacco senza mai uscire di casa”. Brennan ha sostanzialmente ribadito quanto già espresso dal Presidente Obama, sottolineando che: “Le minacce nel regno cibernetico sono una priorità urgente per la sicurezza nazionale”. Grazie all’azione riformatrice del nuovo direttore della CIA, il contrasto alle minacce nel cyberspazio gode oggi di due importanti novità: un dipartimento creato ad hoc, il Directorate of Digital Innovation, e una politica di sicurezza partecipata che coinvolge attori non istituzionali nella prevenzione e lotta al cyber crimine e al cyber terrorismo. Ricordando l’attacco hacker subito dalla Sony nel novembre scorso (e di cui alcuni attribuiscono la responsabilità alla Corea del Nord), Brennan ha infatti spiegato come la CIA stia lavorando con i propri partner “in tutte le istituzioni governative federali per rafforzare le difese informatiche, per condividere competenze, e collaborare con il settore privato”.

Islamic State e foreign fighters

Altra questione legata alla cyber security è quella relativa alle forme di contrasto nei confronti dell’Islamic State, con particolare attenzione al fenomeno dei foreign fighters. Secondo il Direttore della CIA, sarebbero infatti circa 20.000 i combattenti reclutati in più di novanta Paesi, grazie anche alla propaganda via Web, che si sono uniti alle fila del (cosiddetto) Califfato, di cui alcune migliaia provenienti anche da nazioni occidentali, Stati Uniti compresi. Parlando al CFR, Brennan aveva illustrato come in “questo momento nessun altro problema sottolinea l’importanza delle nostre partnership internazionali che la sfida dei combattenti stranieri che entrano ed escono dal conflitto in Siria e in Iraq”. Proprio il connubio tra fondamentalismo islamista e nuove tecnologie rappresenterebbe, per Brennan, il pericolo maggiore, perché “possono aiutare i gruppi  come l’ISIL a coordinare operazioni, ottenere nuove reclute, diffondere la propaganda e ispirare simpatizzanti in tutto il mondo ad agire in loro nome”. Il capo della CIA tiene inoltre a sottolineare come tale aspetto non vada sottovalutato, poiché: “L’ISIL è ben armato e ben finanziato. I suoi combattenti sono disciplinati, impegnati e agguerriti. Lasciato incontrollato, il gruppo costituirebbe un grave pericolo non solo per la Siria e l’Iraq, ma per tutta la regione e oltre, compresa la minaccia di attentati sui territori degli Stati Uniti e dei nostri partner”.

Cooperazione tra agenzie

Come ricordato dallo stesso Brennan, queste novità sono, in massima parte, anche il frutto di un lavoro di squadra cominciato nel settembre scorso, quando egli stesso chiese a un gruppo di funzionari con grande esperienza di formulare raccomandazioni e suggerimenti per migliorare la missione globale della CIA, anche in sinergia con altri uffici governativi. L’Agenzia di Langley è infatti solo uno dei 17 organismi federali facenti parte della più vasta comunità d’intelligence degli Stati Uniti. La recente Cyber Strategy 2015 del Dipartimento della Difesa (DoD –Department of Defense) raccomanda proprio questo aspetto, quando ricorda come tra i cinque obiettivi strategici dello US Cyber Command (USCYBERCOM), creato nel 2009 all’interno del DoD, figuri quello di costruire e mantenere solide alleanze e partnership per garantire e migliorare la sicurezza e la stabilità internazionali. Il documento del Pentagono cita espressamente Russia e Cina come “Potential adversaries”, sottolineando come esse abbiano sviluppato significative capacità nel campo della cyberwar, in maniera tale da colpire gli Stati Uniti e minacciarne gli interessi nazionali. A questi si aggiungono le minacce provenienti da Paesi che perseguono una politica manifestamente ostile nei confronti di Washington, come la Corea del Nord e la Repubblica Islamica dell’Iran.

Rispetto alla questione del Califfato la conclusione del documento della Difesa è inoltre simile al pensiero del direttore della CIA: la principale minaccia deriva dall’utilizzo criminale e terroristico della Rete, che viene sfruttata dalle forze jihadiste per reclutare combattenti e diffondere la propria propaganda aggressiva. Per tali motivi, la Cyber Strategy 2015 raccomanda di mantenere costante lo sviluppo e il coordinamento con l’intelligence nazionale, soprattutto per anticipare minacce che, se non eliminate tempestivamente, potrebbero concretizzarsi in attacchi anche devastanti con conseguenze significative per gli Stati Uniti. La formula usata è “Build partnerships to defend the nation” (costruire partnership per difendere la nazione) e dichiara espressamente la necessità della collaborazione con altre agenzie governative, in particolare con l’FBI, CIA, il Dipartimento della Sicurezza Interna (Department of Homeland Security –DHS) e la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA).

ISIS in Russia: nuove strategie di reclutamento

Il Centro Mediatico “Al Hayat” ha lanciato la rivista dell’ISIS in lingua russa denominata “Istok”. La rivista, graficamente ben fatta, fa pensare immediatamente alla rivista “Dabiq” e dimostra ulteriormente lo sforzo dell’ISIS di reclutare militanti e raccogliere simpatizzanti nell’area caucasica ed ovviamente all’interno della stessa Russia(recenti stime indicano come a Mosca risiedano circa 2 milioni di musulmani).

ISIS in Russia: nuove strategie di reclutamento - Geopolitica.info

L’ISIS non è certamente nuova negli sforzi per il reclutamento dei russofoni, in quanto sono ormai alcuni mesi che viene tradotto il rapporto quotidiano delle operazioni dell’ISIS in lingua russa; tuttavia, il lancio di questa nuova rivista rappresenta un notevole salto di qualità nel reclutamento rappresentando quello che potrebbe diventare un punto di riferimento(ed ovviamente di propaganda) per gli islamisti radicali di lingua russa.

La rivista, di 24 pagine, si concentra soprattutto su lunghi articoli in lingua russa; uno degli articoli più lunghi riguarda espressamente il Califfato e la sua importanza nella religione islamica(importanza sottolineata dalla citazione di Ahadith del Profeta e di sapienti del rango di Ibn Kathir, conosciuti e rispettati in tutto il mondo islamico sunnita).

Tuttavia, è ancora troppo presto per immaginare una qualche risposta da parte della Federazione Russa(la quale aiuta Assad con armi e secondo molti anche addestramento); nella rivista(nel primo articolo) viene fatto esplicito riferimento alla Russia in quanto si racconta la storia di giovani del Caucaso che si sono recati in Siria per combattere contro il regime di Bashar al Assad, i quali, prima di approdare all’ISIS hanno frequentato vari gruppi da cui sono rimasti delusi.

Secondo quanto scritto nell’articolo, l’ISIS è stato l’unico gruppo ad aver accettato le loro richieste relative alla possibilità di rientrare in Caucaso per fornire aiuto militare ed esperienza(quindi anche addestramento) ai combattenti presenti nell’area. Quindi risulta molto difficile immaginare che la Russia di Putin, che ha fatto del Caucaso uno dei suoi cavalli di battaglia rimanga silenziosa di fronte a questa nuova rivista dell’ISIS ed al loro tentativo di espandere il Califfato nel Caucaso.