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Tigri ed Eufrate: geopolitica dell’acqua nel cuore dell’Isis

Com’è noto a chi studia i cambiamenti geopolitici globali, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del bipolarismo, il mondo è cambiato radicalmente. Nuovi attori si sono affacciati sulla scena geopolitica, nuovi confronti si sono imposti agli agenti in campo, nuove esigenze sono venute determinandosi nelle agende politiche dei governi.

Tigri ed Eufrate: geopolitica dell’acqua nel cuore dell’Isis - Geopolitica.info

Tutte queste novità, che spesso vengono riassunte con il concetto di cambiamenti della Globalizzazione, hanno comportato tra l’altro che alcuni attori del quadro geopolitico ed economico globale, si siano inventati un nuovo ruolo, ad esempio grazie alla presenza di risorse strategiche sul loro territorio, vedi il caso della Russia post-Sovietica che proprio grazie al petrolio ed al gas ha dato nuovo impulso ai suoi bilanci statali e di conseguenza alla sua azione politica internazionale, e così tanti altri ancora, che vanno dalla presenza delle terre rare ai diamanti all’uranio.

Il controllo delle risorse, dunque, è certamente uno degli elementi fondamentali che determinano il potere statuale su un territorio. L’importanza quindi della gestione di una risorsa va ben oltre la sua necessità strutturale, questo vale per il petrolio, così come per il gas ed anche e soprattutto per l’acqua. Tanto è vero che negli anni ’60 lo stesso presidente americano J. F. Kennedy dichiarò: ”Chiunque fosse in grado di risolvere il problema dell’acqua sarà degno di due premi Nobel, uno per la pace e uno per la scienza”. Questo ci fa ben comprendere l’importanza strategica di questa risorsa.

La gestione delle risorse diventa un’arma geopolitica e geostrategica in modo particolare in alcuni casi specifici e soprattutto in determinati contesti.  Pensiamo all’acqua ad esempio, la quale in alcuni teatri a causa  della scarsità e della difficoltà di accesso diviene una risorsa ancor più fondamentale. E se a ciò aggiungiamo ulteriori elementi come l’aumento della popolazione mondiale oggi intorno ai 7 mld di persone (e che alcune stime danno in crescita a 9 mld entro 30 anni), l’urbanizzazione galoppante che ha portato ad avere delle megalopoli che superano i 20 mln di abitanti, i nuovi investimenti industriali e in agricoltura di alcuni PVS che richiedono quantità sempre maggiori di acque dolci, comprendiamo come il problema comincia a diventare sempre più preoccupante.

In questo mutato contesto le risorse cominciano a scarseggiare, alcuni corsi d’acqua stanno conoscendo un aumento del livello di salinità (il che comporta un danno sia per le persone che per l’agricoltura); alcuni corsi attraversano due o più paesi ponendo dei problemi sulla gestione di quelle acque, per utilizzo interno ad esempio, alcuni Stati chiedono maggiori quantità rispetto al passato, vuoi perchè sono mutate le condizioni politiche interne, oppure perchè si cerca una via per il proprio sviluppo economico attraverso l’agricoltura o l’industria, o perchè è aumentata la popolazione urbana a scapito di quella rurale, a questo si aggiunge la richiesta di maggiore quantità di energia elettrica e quindi la necessità di costruire nuove dighe, dove inoltre vi è la tendenza anche alla privatizzazione del servizio anche nei PVS, tutto ciò ci fa comprendere quanto sia diventato preoccupante questo problema.

Se prendiamo ad esempio il contesto mediorientale, alcuni fiumi da sempre sono fondamentali per quei territori, la gestione del Bacino del Nilo è l’esempio più importante in tal senso; attraversa ben 9 paesi ognuno dei quali chiede maggiori quantità di acqua per se stesso, creando problemi politici tra Stati vicini. Lo stesso possiamo affermare per il fiume Giordano, necessario per gli approvvigionamenti idrici dei territori che attraversa. Nell’area oggi in parte controllata dal cosidetto Islamic State invece insistono due tra i più celebri corsi d’acqua, il Tigri e l’Eufrate. Quei due fiumi oggi tornano a far parlare di essi in un contesto particolarmente mutato e delicato, ma sempre per la loro importanza geopolitica e strategica di contesti intrisi di storia millenaria.

L’etimologia stessa di Mesopotamia, come da sempre viene definito quel lembo di terra piana, significa proprio terra di mezzo cioè tra i due fiumi, la quale oggi vede la presenza di Daesh -il cosidetto Califfato islamico-, concentrato su una parte specifica del Bacino del Tigri e dell’Eufrate. Gli arabi chiamarono al Jazira (l’isola) la parte alta dei due fiumi, la quale forma una nicchia quasi a voler tracciare un’isola felice, dove l’agricoltura fioriva in maniera meravigliosa e prospera. L’origine dei due fiumi è quasi simbiotica, partono dalla Turchia per rincontrarsi nei pressi di Bagdad per poi proseguire verso sud nella zona delle cosidette paludi salmastre, dove vivono delle popolazioni rurali di religione sciita. Corsi d’acqua che a causa della sempre più alta richiesta di energia elettrica hanno conosciuto una riduzione dei loro flussi dovuta alla costruzione di numerose dighe sia in Turchia che in Siria ed Iraq. Se a questo aggiungiamo l’aumento della siccità da un decennio a questa parte, ci possiamo rendere conto della delicatezza del problema.

Contesto territoriale nel quale nuovi attori si sono aggiunti a quelli tradizionalmente presenti, e cioè il Kurdistan iracheno a nord e l’IS che si è inserito a gamba tesa dettando le sue regole, imponendo il pagamento delle tasse alla popolazione locale, per poi utilizzare quei proventi per le sue strategie politico-militari-terroristiche e per creare in quei territori anche una sorta di welfare state e quindi consenso sociale. La leva su cui fare forza per costringere la popolazione a pagare le imposte è stata tra le altre, la restrizione dell’acqua, dell’energia elettrica e la minaccia di far saltare le dighe creando un disastro ecologico ed economico pesante, elementi non certo secondari. L’unico attore tradizionale ad aver mantenuto e probabilmente rafforzato la propria influenza sulle scelte idropolitiche di entrambi i fiumi è sicuramente la Turchia, mentre la Siria sembra completamente assente.

Tutto ciò ci fa comprendere come in Medioriente ed in particolare sul territorio controllato da Daesh non è solo il petrolio l’elemento di maggior interesse per i contendenti in campo, bensì è il controllo delle acque l’elemento strategico su cui si sta giocando una partita a scacchi, tra gruppi contrapposti, nella quale sono tutti ufficialmente contro Daesh, ma nella realtà essendo tutti avversari tra loro nessuno cede quote del proprio potere in favore degli altri avvantaggiando di fatto i terroristi dello Stato Islamico; nei confronti del quale si sta discutendo anche la scelta più opportuna di intervento da parte delle forze che lo contrastano, una lotta all’Isis che sarà “una guerra di lungo periodo” e che necessiterà di “nuovi contributi da parte dei paesi della coalizione”, queste sono state le parole del Segretario di Stato americano John Kerry, al termine della riunione della coalizione anti-Isis a Roma di pochi giorni addietro, il quale avverte i partecipanti che molto resta ancora da fare nel contrasto allo Stato islamico. Un contrasto che passa non solo dal territorio siriano ma anche e forse soprattutto dalla Libia.

 

Le ombre della Conferenza di Ginevra

L’attentato firmato dallo Stato Islamico alla moschea sciita di Sayyida Zeinab che è costato la vita a più di 70 persone, l’escalation di tensione tra Iran e Arabia Saudita e il confronto tra Russia e Stati occidentali hanno costituito la cornice, non proprio ideale, per la ripresa dei lavori della conferenza di pace di Ginevra sulla Siria.

Le ombre della Conferenza di Ginevra - Geopolitica.info (cr: AP Reuters Pool / Larry Downing)

Il fattore “ambientale” non è stato l’unico a gravare negativamente sul meeting ginevrino. La principale criticità, infatti, è il gap tra i gruppi rappresentati alla conferenza e i reali rapporti di forza sul campo. Tra i principali attori che operano nel teatro di guerra è presente nella “capitale” elvetica della diplomazia solo la rappresentanza del regime di Bashar al Assad. Se è tautologica l’assenza di un rappresentante dello Stato Islamico, la cui sconfitta almeno ufficialmente è il minimo comun denominatore di tutte le delegazioni presenti, molto meno lo è quella della delegazione curda delle Unità di Protezione Popolare. Il braccio armato del Partito dell’Unione Democratica, infatti, ha dimostrato di essere l’unico attore locale in grado di respingere le offensive delle milizie del Califfato. La delegazione curda, che inizialmente aveva raggiunto la Svizzera, si è ritirata lamentando di non essere stata ufficialmente invitata dall’inviato speciale dell’ONU per la Siria Staffan de Mistura.

La presenza dei curdi siriani, d’altronde, è fortemente osteggiata dalla Turchia, assolutamente contraria a offrire qualsiasi forma di legittimazione internazionale a un attore che coltiva speranze d’indipendenza sempre più concrete. Uno Stato curdo di Siria, del resto, agirebbe da magnete anche per il Kurdistan turco, gettandolo in subbuglio. Sempre tra gli assenti figura anche l’altro gruppo jihadista di Jabhat al Nusra, che controlla alcune porzioni di territorio siriano per conto di al Qaeda. Grazie al sostegno dell’Arabia Saudita è presente, invece, l’Alto Comitato per il Negoziato (HNC) che raggruppa trentadue sigle dell’opposizione considerata “moderata”, ma che al suo interno comprende anche gruppi direttamente collegati alla galassia del radicalismo islamico come Ahrar al Sham e Jaysh al Islam. L’HNC ha lamentato l’assenza delle precondizioni che aveva posto per la sua partecipazione ai colloqui, come la fine dei bombardamenti sui civili compiuti dal regime siriano e quella dell’assedio di alcune città controllate dai ribelli (a Madaya è in atto una vera crisi umanitaria), nonché un sostegno da parte degli Stati Uniti contro le posizioni del regime di Assad considerato troppo tiepido rispetto al supporto che quest’ultimo gode da parte di Iran e Russia.

Le criticità che affliggono la conferenza di Ginevra non si arrestano alle sue dinamiche, ma investono anche gli obiettivi di fondo di medio termine dei suoi protagonisti, che rimangono ancora nascosti dietro l’obiettivo comune della distruzione dello Stato Islamico. Leggendo le notizie che giungono questi giorni dalla Siria, in particolare quelle relative alle fratture religiose che dilaniano il Paese e alla violenza che vi risulta connessa, è difficile immaginare che i suoi confini tornino in futuro a ricalcare quelli precedenti al 2011.

Ancor più difficile è prevedere gli scenari futuri che scaturiranno dalle trattative a Ginevra e dalla loro combinazione con le operazioni militari. Verosimile, anche se viene considerata quasi da tutti come la peggiore delle ipotesi, è la divisione del Paese in due o più mini-Stati, suscettibili di trasformarsi in qualcosa di molto simile a dei protettorati di potenze straniere. La Siria occidentale, che diventerebbe parte della sfera di influenza iraniana e garante delle posizioni russe nel Mediterraneo, la Siria centrale, garantita dal sostegno dell’Arabia Saudita o della Turchia. Infine uno Stato curdo nella zona nord-orientale del Paese. Questa opzione, tuttavia, è legata alla disponibilità di Washington di premiare la sua proxy storicamente più fedele della regione e, al contempo, di rischiare uno strappo definitivo nei rapporti con Ankara. All’interno di questo scenario, però, rimarrebbe il problema della minoranza cristiana, concentrata principalmente a Damasco e Aleppo, che potrebbe trovarsi all’interno di quello Stato della Siria centrale che verosimilmente andrebbe incontro a un processo di parziale, se non completa, islamizzazione.

Altra soluzione potrebbe essere quella di uno Stato federale, mentre sembra più difficile la preservazione dell’assetto attuale realizzato contemporaneamente ad un processo di transizione verso la democrazia. Questa è la soluzione caldeggiata ufficialmente dai governi occidentali. Tuttavia la storia recente di molti Stati già ha dimostrato come sia impossibile costruire un regime democratico – anche malfunzionante – in assenza di attori realmente democratici a popolare la scena politica e in presenza di pressioni esterne ai confini nazionali esplicitamente volte a ostacolare questo processo.

Economia e finanza del Califfato: l’impatto della black economy di Daesh sulla sicurezza internazionale

Dopo le accuse di Mosca, secondo cui la Turchia sarebbe il ponte di collegamento tra i traffici clandestini di Daesh e il mercato petrolifero globale, lo Stato Islamico sembra essere diventato una sorta di media-potenza economico-finanziaria sui generis. Non più semplice organizzazione terroristica, bensì terrorist State, esso si pone all’attenzione degli analisti internazionali soprattutto per le sue fonti di finanziamento, all’interno delle quali quella petrolifera costituisce solo una delle diverse voci, rappresentando in tal modo una sfida considerevole alla sicurezza regionale e internazionale.

Economia e finanza del Califfato: l’impatto della black economy di Daesh sulla sicurezza internazionale - Geopolitica.info

Il rapporto Kiourktsoglou-Coutroubis

La recente (25 dicembre 2015) rivelazione circa l’esistenza di una fatwa con la quale il consiglio degli ulema del sedicente Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, avrebbe autorizzato, (secondo quanto riportato dalla Reuters), l’espianto di organi dei prigionieri dell’ISIS con lo scopo di trarne profitto è solo l’ultimo provvedimento, in ordine di tempo, che si aggiunge alla lunga lista di attività criminali che alimentano, in maniera considerevole, il flusso di finanziamenti necessari al fabbisogno dello Stato Islamico, che non si nutre di solo petrolio, nonostante il tema del greggio commerciato,  illegalmente, dai miliziani del, cosiddetto, Califfato sia un tema di stretta attualità internazionale, come i recenti scontri diplomatici tra Mosca e Ankara hanno ampiamente dimostrato. Nella sua conferenza ai media, del 17 dicembre 2015, il presidente russo Vladimir Putin aveva infatti sostanzialmente ribadito, ampliandolo, il pensiero di Mosca circa il traffico illecito di petrolio proveniente dai territori mediorientali (Iraq e Siria) controllati da Daesh (Da ‘ish). Le parole del capo del Cremlino avevano ripreso quanto già dichiarato dai vertici del Ministero della Difesa il 2 dicembre, durante una conferenza stampa convocata per illustrare l’operato delle forze armate russe contro il terrorismo internazionale. In quell’occasione il vice ministro della Difesa, Anatoly Antonov, aveva rivelato circostanze che farebbero della Turchia il terminale di tre rotte petrolifere provenienti dai territori iracheni e siriani controllati dall’ISIS, accusando esplicitamente i vertici politici turchi (nello specifico il presidente Erdogan, e il suo entourage familiare) di collusione con Daesh nel traffico clandestino di greggio. Se l’atteggiamento russo può essere letto (anche) all’interno dello scontro diplomatico scaturito dopo l’abbattimento del caccia-bombardiere Sukhoi Su-24 (24 novembre 2015), ad opera dell’aviazione militare turca, di ben altra portata è invece lo studio della Greenwich University di Londra intitolato Isis export gateway to global crude oil markets, condotto e pubblicato (2015) da George Kiourktsoglou e Alec Coutroubis (rispettivamente Visiting e Principal Lecturer nell’ateneo londinese). Nel dettagliato rapporto, benché, per ammissione degli stessi autori, manchi la “smoking gun”, vengono proposti indizi significativi riguardo la possibilità che soprattutto il terminal petrolifero di Ceyhan (Turchia meridionale), controllato dalla compagnia di Stato turca Botas, possa ritenersi la destinazione finale del petrolio estratto nei territori soggetti al Califfato, prima di essere stoccato su petroliere (tanker) e poi rivenduto sui mercati internazionali.

Non solo petrolio

Le risorse economiche dell’ISIS erano state oggetto di approfondita analisi  già nel 2014, in un documento stilato dalla Thomson Reuters Accelus, intitolato Islamic State: the Economy-Based Terrorist Funding, nel quale si illustrava l’avvenuto processo di diversificazione delle fonti di finanziamento dello Stato Islamico, i cui assets complessivi ammonterebbero a circa 2 trilioni di Dollari (USD). Secondo lo studio, i profitti ottenuti attraverso la vendita, clandestina, di petrolio rappresenterebbero solamente il 38% delle entrate complessive. A questa voce andrebbero aggiunti gli introiti provenienti dal controllo di miniere di fosfati (7%), di cementifici (10%), nonché dal “regime fiscale” (estorsioni) imposto ad una popolazione di circa dieci milioni di persone (12%). Anche il contrabbando di reperti archeologici costituirebbe un ricavo cospicuo. Diversamente da al-Qaeda, le donazioni provenienti da privati e ONG (riconducibili, prevalentemente, a Stati del Golfo: Arabia Saudita, Qatar e Kuwait), rivestirebbero invece un ruolo marginale, rappresentando un esiguo 2%. Ciò non toglie che gli idrocarburi siano comunque un’arma dal forte impatto geopolitico per il Califfato. Petrolio e gas naturale costituiscono, insieme, il 55% del bilancio totale. Questo particolare è dovuto in parte anche al controllo esercitato sulla più grande riserva di gas naturale dell’Iraq, situata nella provincia di Al-Anbar. Relativamente al petrolio, il dato siriano è però quello di maggiore importanza. Benché infatti Daesh occupi in Siria solo sette giacimenti (otto in Iraq), tale circostanza garantisce il controllo del 60% della capacità produttiva siriana, (mentre per l’Iraq è il 10%, o, secondo altre fonti, il 7%), soprattutto per via dello sfruttamento del ricco e vasto giacimento di Al-Omar (Siria orientale). Per il “Financial Times” i ricavi giornalieri derivanti dal solo commercio di petrolio oscillerebbero tra 680.000 e 1.800.000 Dollari. Risulta infine significativo che tra le “commodities” controllate figurino anche beni del comparto agricolo. Stime FAO indicherebbero che i territori occupati in Iraq dalle milizie di Daesh costituiscano il 40% della produzione totale di grano iracheno e poco più circa del 50% di orzo.

Il contrasto internazionale e il ruolo dell’Italia

In ambito internazionale, uno dei primi documenti nei quali si faccia menzione (con particolare riferimento al fenomeno ISIS) dell’importanza attribuita al contrasto del Terrorist Financing è la Risoluzione 2170 (15 agosto 2014) delle Nazioni Unite. A questa ha fatto seguito, il 12 febbraio 2015, una Risoluzione (la 2199) presentata dalla Federazione Russa, con la quale si elencavano tre principali linee d’azione relativamente alla questione dell’Oil Trade (commercio clandestino di petrolio), del Cultural Heritage (contrabbando di reperti archeologici) e dalla pratica del Kidnapping for Ransom and External Donations (riscatti ottenuti da rapimenti e donazioni esterne). L’invito delle Nazioni Unite è stato raccolto al Summit NATO di Newport, dove il 10 settembre 2014, su proposta del presidente degli Stati Uniti, si è costituita una coalizione internazionale che ha focalizzato la sua azione su cinque aspetti: supporto militare ai governi impegnati contro Daesh, contrasto (anche con strumenti legislativi ad hoc) al fenomeno dei foreign fighters, interruzione delle linee di finanziamento, aiuti umanitari e isolamento ideologico attraverso l’esposizione della vera natura del Califfato. L’Italia, che fa parte dello Small Group di ventuno Paesi della coalizione internazionale incaricati della supervisione politica della strategia collettiva, recependo il secondo punto, ha approvato il Decreto-Legge 18 febbraio 2015 (n. 7), recante misure “urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale […]”, poi convertito in Legge dello Stato il 17 aprile 2015 (n. 43). Roma, inoltre, presiede, insieme a Stati Uniti e Arabia Saudita, il Counter-ISIL Finance Group (CIFG), organismo avente il compito specifico di contrastare la rete dei finanziamenti di cui si nutre la struttura economico-finanziaria dello Stato Islamico.

Scenari di rischio e financial intelligence

Tra gli aspetti critici legati al controllo esercitato da Daesh sui territori da esso occupati figura il rischio infiltrazione all’interno del sistema finanziario internazionale. Secondo stime recenti (2015) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il Califfato avrebbe nelle sue disponibilità circa mezzo miliardo di Dollari, (la maggior parte dei quali in contanti), provenienti dalle filiali locali delle banche irachene situate nelle province di Ninive, Al-Anbar, Salah Din e Kirkuk. Eguale discorso per i centri siriani, in particolare Aleppo, Raqqa e la zona di Deir al-zar, dove, secondo il rapporto Financing of the terrorist organisation Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL), della Financial Action Task Force (FATF), circa una ventina di banche siriane avrebbero le loro agenzie. Per le sue transazioni (destinate in prevalenza ai fondi per il reclutamento dei foreign fighters) Daesh si servirebbe soprattutto di due canali: il primo sarebbe rappresentato dagli Electronic Funds Transfers (EFTs), mentre il secondo utilizzerebbe i Money Value Tranfers Systems (MVTS). Per quanto riguarda la situazione irachena, l’azione di prevenzione e contrasto si sarebbe concentrata sul riposizionamento delle funzionalità operative da Mosul (principale città controllata da Daesh nel nord dell’Iraq) a Baghdad. Secondo la FATF (che nel mese di febbraio dovrebbe tenere un incontro con il Counter-ISIL Finance Group), la cooperazione internazionale nel settore dell’intelligence finanziaria, unitamente all’applicazione di sanzioni mirate, può rappresentare un’arma efficace per diminuire la capacità finanziaria della rete che sostiene le attività terroristiche di Daesh. Il Dipartimento del Tesoro di Washington, ad esempio, ha adottato (il 29 settembre 2015) un pacchetto di sanzioni che colpiscono quindici principali leader e sostenitori finanziari dello Stato Islamico, tra cui uno dei suoi “ministri” per gli affari economici, ovvero Muwaffaq Mustafa Mhuammad al-Karmush. Anche il traffico di stupefacenti costituirebbe una cospicua fonte di finanziamento del Califfato per le operazioni in Siria e Iraq. A tal proposito, l’allarme era stato lanciato nell’ottobre 2014 dall’intelligence spagnola, secondo cui cellule europee dell’ISIS sarebbero attive lungo la rotta degli oppiacei (eroina in particolare) che attraversa Afghanistan e Iraq. La circostanza era stata ribadita dal direttore del servizio federale anti droga russo (Federal Drug Control Service –FDCS), Viktor Ivanov, e confermata (novembre 2015) dall’analista britannico del Royal United Service Institute, Tom Keatinge. Secondo stime di Ivanov, la cifra che Daesh ricaverebbe, annualmente, da questo traffico illecito ammonterebbe a 1 miliardo di Dollari.

Medio Oriente e Nord Africa: cosa è successo nel 2015

Il progressivo disimpegno statunitense e l’ascesa geopolitica di potenze regionali come Iran e Arabia Saudita, la crescente escalation di tensione tra queste ultime, la polveriera iraquena, il ruolo della Turchia e il peso della Federazione Russa, il dramma siriano, la lotta curda, le guerre civili libiche e yemenite, l’intifada dei coltelli in Terra Santa e, ovviamente, l’affermazione dello Stato Islamico. In attesa di affrontare questi e altri argomenti nelle cornici delle Winter School di Roma e Milano, Geopolitica.info ripercorre i momenti cruciali che hanno segnato direttamente o indirettamente l’area MENA (Middle East and North Africa) nel corso del 2015.

Medio Oriente e Nord Africa: cosa è successo nel 2015 - Geopolitica.info (cr. Alfredo Macchi)

 

7 gennaio: attacco contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Nell’attentato, rivendicato da “al-Qaeda nella penisola arabica” perdono la dodici persone e ne rimangono ferite undici.

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8 gennaio: il terrorista Amedy Coulibaly uccide una poliziotta e 4 persone in un supermarket koscher, dove poi viene ucciso. Gli autori dell’attentato a Charlie Hebdo, i fratelli Cherif e Said Kouachi, vengono uccisi nella zona industriale di Dammartin-en-Goële.

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22 gennaio: in Yemen i ribelli Huthi (minoranza sciita sostenuta dall’Iran) conquista la capitale Sana e mette in fuga il presidente Hadi (sostenuto da Arabia Saudita e Consiglio Cooperazione del Golfo).

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26 gennaio: termina l’assedio dell’ISIS di Kobane (iniziato a settembre 2014) con le milizie curde che riprendono il possesso della città.

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24 e 31 gennaio: il terrorista britannico Jihadi John uccide due ostaggi giapponesi in mano all’ISIS (la 5 e 6 decapitazione ripresa e pubblicata sui social network); il 3 febbraio l’ISIS brucia vivo il pilota giordano preso in ostaggio.

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16 febbraio: l’Egitto avvia una campagna di bombardamenti contro Derna e Sirte, le città libiche in mano all’ISIS in risposta alla decapitazione di 21 cristiani coopti su una spiaggia libica (video fa il giro del mondo con acque del Mediterraneo insanguinate).

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5-8 marzo: l’ISIS demolisce le antiche città di Nimrud, Hatra and Dur-Sharrukin in Iraq.

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12 marzo: il gruppo terroristico nigeriano di Boko Haram si affilia ufficialmente a ISIS.

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25 marzo: un commando terrorista attacca la capitale tunisina assaltando, tra gli altri, il prestigioso museo del Bardo: perdono la vita 24 persone. L’ISIS rivendica l’attentato e la successiva esplosione avvenuta a Sana’a, Yemen, il 27 marzo, in cui periscono quasi 150 civili.

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21 maggio: l’ISIS conquista la città di Palmira. Iniziano una serie di decapitazioni pubblicate su internet.

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26 giugno: un commando terroristico legato all’ISIS uccide sulla spiaggia di Sousse in Tunisia 39 persone.

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11 luglio
: un’esplosione a Il Cairo davanti al consolato italiano fa 2 morti.

APPROFONDIMENTO14 luglio: il gruppo 5+1 raggiunge l’accordo sul nucleare iraniano. Nell’accordo è prevista la progressiva rimozione delle sanzioni commerciali.

APPROFONDIMENTO24 luglio: la Turchia inizia i bombardamenti in Siria. Ufficialmente per colpire le postazioni dell’ISIS ma colpendo poi anche le roccaforti curde nel nord del Paese.

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3 settembre: sulla spiaggia di Bodrum viene fotografato il corpo senza vita di Aylan, bambino siriano in fuga dalla guerra.

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10 settembre:
iniziano i bombardamenti aerei della Russia in Siria contro le postazioni dell’ISIS. L’intervento russo è legittimato dalla richiesta di aiuto del governo siriano di Bashar al-Assad.

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28 settembre: il giorno prima del vertice delle Nazioni Unite sulla crisi siriana, l’Eliseo annuncia i primi attacchi francesi contro lo Stato Islamico

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10 ottobre: attentato dell’ISIS ad una manifestazione per la fine delle violenze tra esercito turco e separatisti curdi del PKK: 95 morti.

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15 ottobre: torna a crescere la tensione tra israeliani e palestinesi in quella che diventa mediaticamente nota come “l’intifada dei coltelli”.

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30 ottobre: summit sulla Siria a Vienna (partecipa anche l’Iran).

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31 ottobre: un volo Aeroflot da Sharm el Sheik a San Pietroburgo esplode in un attentato che miete 224 vittime.

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2 novembre: a cinque mesi da elezioni che l’avevano visto privato della maggioranza assoluta, una nuova tornata elettorale riconsegna all’AKP di Recep Erdogan l’egemonia sul parlamento turco.

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12 novembre: presunta uccisione da parte di un drone americano del terrorista Jihadi John nei pressi di Raqqa (capitale dell’ISIS); a Beirut sud due esplosioni uccidono 43 persone di confessione sciita nel quartiere dove è nato Hezbollah. Rivendicazione dell’ISIS.

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13 novembre: diversi commando dell’ISIS attaccano la città di Parigi in luoghi simbolici della vita occidentale: lo stadio dove è in corso la partita Francia-Germania, un concerto di musica rock nel teatro Bataclan e una serie di locali nei pressi di rue Oberkampf. Restano uccise in tutto 130 morti (tra cui l’italiana Valeria Solesin). Come rappresaglia agli attentati la Francia inizia una campagna di bombardamenti sulle posizioni dell’ISIS in Siria.

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24 novembre: i turchi abbattono un caccia russo nei cieli siriani, ma all’interno della loro “no fly zone”.

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17 dicembre: A Skhirat, in Marocco, i delegati del Congresso di Tripoli e quelli della Camera di Tobruk hanno firmato l’accordo per la creazione di un “governo di accordo nazionale”.

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L’Isis è uno Stato?

E’ sulla bocca di tutti e riempie le colonne dei giornali. Fiumi di inchiostro gli vengono dedicati ogni giorno ai quattro angoli del globo. Molti, in particolare nel mondo arabo e islamico, chiedono a gran voce che venga chiamato Daesh. In Occidente però, è meglio noto come Isis.

L’Isis è uno Stato? - Geopolitica.info

Questo acronimo, poi sostituito da più conciso –e pericoloso- Is, individua una delle principali caratteristiche del fenomeno: la volontà e la pretesa di farsi Stato, assurgendo ad un rango ignoto a tutti gli altri movimenti terroristici. Questi ultimi hanno, in alcuni casi, auspicato la secessione di una porzione di territorio da uno Stato già esistente, la sovversione dell’ordine costituito, l’affermazione di un’ideologia politica. Mai l’aspirazione è stata quella, propria del Califfo e dei suoi seguaci, di creare uno Stato ex novo, equipaggiandolo con gli elementi che, secondo la scienza politica, ne rappresentano l’essenza.

Occorre, quindi, domandarsi se ed in che misura l’Isis, nel suo territorio di origine a cavallo tra Iraq e Siria, sia davvero considerabile uno Stato. Secondo le categorie tradizionali, è sufficiente la compresenza di tre elementi per l’esistenza di uno Stato: territorio, popolo, forma di governo. Nel’area sotto il suo controllo, il movimento guidato dal Califfo presenta tutte e tre queste caratteristiche. Oltre sei milioni di abitanti risiedono oggi su un’area vasta oltre 200 mila kmq – per lo più desertica – dove gli uomini dell’Isis hanno creato una forma, seppur ancora traballante, di amministrazione, finalizzata sia al mantenimento dell’ordine interno sia all’erogazione dei servizi pubblici di base.

Secondo fonti britanniche citate dal Christian Science Monitor, il movimento ha elaborato, oltre un anno fa, un vademecum per gli attuali e futuri funzionari pubblici dello Stato islamico. Dipartimenti, strutture, servizi sono descritti nel documento, evidenziando l’aspirazione del Califfo per un’opera di state building che, se integralmente realizzata, rappresenterebbe un unicum nella storia. Andando, inoltre, ad arricchire il novero degli elementi che, secondo Max Weber, delineano lo Stato in quanto tale: l’esistenza di un apparato amministrativo. E’ forse scontato ricordare che lo Stato Islamico si è anche dotato di un sistema giuridico autonomo e strutturato, altro requisito proprio delle realtà statuali. Scontato perché quel sistema giuridico non è altro che la sharia, applicata nella sua versione più rigida dagli uomini del Califfo.

Quanto alla teoria weberiana del monopolio della forza legittima – nozione sociologica fatta poi propria dalla politologia – si attaglia alle reali condizioni sul terreno, create dalla dirompente forza militare dell’organizzazione islamista. Forti dell’esperienza militare dei graduati dell’ex esercito di Saddam e di ingenti risorse finanziarie affluenti dall’esterno, gli uomini del Califfo hanno conquistato ampie porzioni di territorio. E se è pur vero che oggi, per stessa ammissione del Califfo, il territorio sotto il controllo dell’Isis va assottigliandosi, lo è altrettanto che le sue fonti di finanziamento sono diventate eterogenee e le sue tecniche amministrative più raffinate.

Addirittura, i terroristi stanno approcciando i canali diplomatici, come dimostra il grand bargain con il governo di Damasco per l’evacuazione dei suoi miliaziani, poi interrotto sul campo dall’Esercito dell’Islam dopo l’uccisione del suo leader mediante un bombardamento. Segno, questo, che l’Isis si propone anche quale attore sul piano politico “internazionale”, negoziando da pari a pari con i governi della regione. Ottenendo così, implicitamente ed ufficiosamente, quel riconoscimento internazionale che rappresenta un altro connotato imprescindibile degli Stati secondo i canoni classici della politologia.

Un simile approccio ha fatto breccia anche in altre organizzazioni terroristiche, sinora refrattarie ad assumere il controllo diretto del territorio e ad esercitarvi funzioni amministrative. Al-Qaeda, incalzata dall’Isis e timorosa di uscire con le ossa rotte dalla competizione con Califfo, mediaticamente sovraesposto, ha reagito sia organizzando azioni spettacolari –si pensi a Bamako- sia incentivando i suoi affiliati a conquistare ed amministrare ampie fasce di territorio, come sta accandendo nel martoriato Yemen. Secondo il Washington Post, la strategia di Al-Qaeda è tesa ad ingraziarsi i musulmani nel medio-lungo periodo, facendo apparire l’Isis come una meteora nel panorama politico sunnita.

Come noto, la realtà dell’Isis è prismatica, data la sua molteplice natura di amministrazione pubblica, organizzazione militare, movimento terroristico globale. Combatterlo sul suo terreno permetterebbe di eliminare almeno alcune di tali dimensioni, indebolendone al contempo il prestigio agli occhi degli aspiranti affiliati.

Ancor più rilevante, nel lungo periodo, sarebbe l’azzeramento del suo potenziale emulativo da parte di altri movimenti terroristici: nessun movimento terroristico e criminale può impunemente auspicare di farsi Stato.

La geografia globale dell’Isis

Tempo fa si era scritto a proposito della incertezza geografica o geopolitica provocata dall’azione dello Stato Islamico in Medio Oriente, in Nigeria o in Libia. Lo si era fatto partendo da un presupposto concettuale fondamentale: lo Stato Islamico, nella sua interpretazione radicale e in senso politico dell’Islam, tende per sua stessa natura a superare i vincoli confinari stabiliti dall’Occidente e che sono il frutto della nostra impostazione geografico-politica stabilità nella modernità.

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L’Islam politico del Califfato, in altre parole, sebbene abbia fattivamente un controllo territoriale regionale tra l’Iraq e la Siria e in altre porzioni del globo, stabilito attraverso il sistema del reclutamento e del giuramento, si proietta globalmente, come ha rimarcato in un recente articolo Daniel Byman in un articolo apparso su Foreign Affairs, rivolgendosi alla Umma e tentando di applicare i parametri propri dell’idea di uno Stato Islamico, Dawla.

Guardiamo la mappa qui riportata, non aggiornata ai più recenti avvenimenti: essa riproduce gli attacchi del Califfato su scala globale. Si noterà facilmente quanto l’azione dell’Isis si diriga pressoché a ogni parte della Terra, anche se a ogni azione terroristica, a ogni attentato, non fa necessariamente seguito il tentativo di controllare politicamente quel territorio.

Pensiamo, poi, agli attacchi avvenuti a Parigi e a quelli, più recenti e dai tratti meno «netti» di rivendicazione in California, a pochi chilometri da Los Angeles: lo Stato Islamico, per mano di appartenenti a cellule terroristiche locali, favorite dai sistemi comunicativi odierni, dalla sua rete di propaganda e da un approccio politico condiviso che non necessita di un’appartenenza territoriale definita, riesce a colpire non solo nei teatri di conflitto interno al mondo islamico (si veda il caso degli attentati in Yemen e in Turchia, solo per fare due esempi), ma anche nei territori occidentali. La logica del Califfato, che li porta a colpire in Francia così come negli Stati Uniti, è semplice: voi colpite noi, minacciando la nostra fede e la nostra entità politica e noi colpiamo voi nel vostro territorio o dovunque vi troviate. È questo tipo di impostazione politica che li porta a scardinare le logiche belliche e politiche occidentali, perché basata sulla difesa della fede e sull’incarnazione della lotta jihadista.

Nel caso specifico l’Isis ha colpito la Francia e gli Stati Uniti non solo, genericamente, come simboli del mondo occidentale, ma in quanto direttamente impegnati nei bombardamenti contro il Califfato, in una geografia assai ampia e complessa e che produce quella che Papa Francesco ha definito come una “guerra a pezzi”, creando quella mappa sfaccettata della presenza dello Stato Islamico nel mondo, in tutte le sue forme (terroristiche o più statuali). Si tratta del risultato di una visione politica precisa che, pur con tutti i limiti evidenti del caso, si rivolge oltre ogni confine e che noi, in quanto europei, politicamente non possiamo concepire. Scarcia Amoretti affermava infatti, già qualche anno fa, che «sul piano statuale […] le entità che si formano con l’Islam o che l’Islam trova e conquista hanno piuttosto una dimensione imperiale» (1998, p. 127).

L’essenza dello Stato Islamico aiuterà a comprendere meglio tali sviluppi “globali”: esso nasce in effetti con l’obiettivo – al di là di ogni pensiero, o retro pensiero, sugli affari economici e sulle più o meno presunte complicità politiche, avanzati per tentare di spiegare un simile e complesso fenomeno – di restaurare il Califfato e di imporre il sistema giuridico della Sharia nei territori di propria appartenenza. Questo è l’intendimento primario di chi si affilia all’Isis, dei suoi seguaci e degli stessi foreign fighters.

Mezzo per raggiungere questo proposito è il jihad, letteralmente «sforzo», che è concepito in un duplice senso: personale e collettivo, contro i propri limiti umani e per la difesa della fede contro le minacce esterne. Sono – è immediatamente evidente – minacce esterne non a confini territoriali, come gli Stati occidentali le intendono, ma alla stessa fede, che non conosce confini. Dunque l’obbligo del jihad si rivolge globalmente e su questa scala colpisce, perché è fondato sull’universalità della rivelazione musulmana e rafforza quella caratteristica imperiale cui faceva riferimento la Scarcia Amoretti.

Se l’obiettivo finale, attraverso il jihad, è dunque quello della restaurazione di un Dawla, vale a dire di una formazione politica islamista, si deve comprendere anche cosa ciò significhi, evitando fraintendimenti linguistici. Nei media italiani e non solo si è preso ormai ad aggiungere allo Stato Islamico l’aggettivo “sedicente”, oppure lo si chiama “gruppo Stato Islamico”, a chiarire che si tratta di un Califfato de facto, appellandolo talvolta con il suo acronimo Daesh, che altro non vuole dire che Stato Islamico dell’Iraq e del Levante in arabo.

Si cerca di attenuare la definizione di Stato (usando anche un nome arabo che proprio questo significa!) perché si adotta l’impostazione occidentale. Lo Stato Islamico non può prescindere da tale ultimo aggettivo, è un tutt’uno che l’impostazione islamica concepisce nei termini di Dawla. È perciò erroneo pensare di utilizzare la nostre categorie politiche quando definiamo lo Stato Islamico, che certamente, dalla nostra prospettiva geografico-politica, non può considerarsi come Stato.

Il Califfato e il suo massimo esponente, secondo le parole di Al-Azmeh e di Lapidus, ha infatti un duplice compito, che è quello che Abu Bakr al-Baghdadi sta in effetti svolgendo: da una parte quello religioso, cioè di estendere la fede oltre i confini che si è dato, rispettando e rafforzando la Santa Legge; dall’altra quello politico, vale a dire di mantenere l’ordine nella società che controlla, attraverso la vera fede. Si tratta di funzioni che ogni governante Califfo deve svolgere e che lo Stato Islamico sta applicando. Inoltre, il governante (leggasi anche Califfo), secondo le parole di Bernard Lewis, «deve salvaguardare gli interessi secolari dello Stato e della comunità islamica, promuovere la difesa o l’espansione della frontiera e la guerra contro gli infedeli» (Lewis, 1996, p. 80), adottando una visione globale dell’Islam, anzitutto idealmente ma anche – come tragicamente si sta assistendo – fattivamente.

L’eredità di Obama

Gli attacchi di Parigi hanno chiarito oltre ogni dubbio la portata del pericolo jihadista,  la capacità di azione e la resilienza dell’ISIS. La politica estera della amministrazione Obama, a meno di un anno dalla scadenza del mandato presidenziale, è sotto la lente di ingrandimento. L’ISIS minaccia le democrazie occidentali, il nostro way of living, l’essenza stessa dei nostri valori. Ma soprattutto l’ISIS chiama in causa gli Stati Uniti, artefici, sentinelle e garanti di quell’ordine liberal-democratico nato sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che con la fine della guerra fredda tutti noi abbiamo dato per scontato.

L’eredità di Obama - Geopolitica.info Barack Obama affronta un dibattito nel corso della sua prima campagna elettorale Fayetteville, North Carolina, 2008 (cr: Reuters / Jim Young)

Gli ultimi due numeri del Foreign Affairs, la prestigiosa rivista americana del Council on Foreign Relations, entrano nel merito del dibattito  sugli otto anni di politica estera obamiana.  Obama’s worldJudging his foreign policy record  e The Post- American Middle East  ruotano essenzialmente attorno ad un quesito: Che mondo lascia Obama agli americani e a noi tutti? Migliore o peggiore?  Analisti e politologi, come è naturale che sia, sono divisi sulla risposta. Concordano, invece, nel ritenere che è il Medio Oriente il banco d’esame della politica estera di Obama. Suo malgrado, perché nelle dichiarate intenzioni di Obama la pacificazione del Medio Oriente doveva essere la sua historical legacy.

Nel suo articolo What Obama gets right  (Foreign Affairs, edizione settembre- ottobre) Gideon Rose respinge l’accusa che ritrae Obama come un presidente ondivago nella gestione degli interessi americani motivando la presunta reticenza dell’inquilino della Casa Bianca ad intervenire  in Medio Oriente  (e non solo) come un semplice ritorno alla normalità. La critica fondamentale secondo cui  l’amministrazione Obama ha creato il vuoto in Medio Oriente risponderebbe secondo Rose ad una falsa percezione sul  ruolo globale degli Stati Uniti nell’era post-11 settembre. Per oltre un decennio gli Stati Uniti si sarebbero sovraesposti nell’area mediorientale deviando dalla tradizione del “normale interventismo americano”.

L’attuale vortice mediorientale sarebbe causato dai mutamenti radicali e irreversibili messi in moto dalle Primavere arabe a partire dal 2011 che hanno segnato la fine del lungo periodo di supremazia americana in Medio Oriente. Una leadership esercitata attraverso un mix di relazioni economico-commerciali e da una modesta presenza militare.

Accantonati i toni del trionfalismo e dell’eccezionalismo americano in favore di un ritegno diplomatico globale, Obama ha impresso un mutamento di paradigma strategico alla politica estera e militare  degli Stati Uniti rispetto alla prassi degli ultimi decenni.

Quando è entrato in carica, nel 2009, Obama aveva ben chiara la sua visione sul futuro della politica estera americana: porre fine ad un periodo di spericolato espansionismo e unilateralismo belligerante, riorganizzare la mappa degli interessi strategici americani, rimodellare la leadership americana nel mondo del XXI secolo, restituire prestigio all’immagine offuscata degli Stati Uniti nel mondo.

Alla “guerra al terrore” , ha sostituito una politica di apertura al dialogo con i “nemici”, senza pregiudizi e precondizioni. Il famoso discorso  del Cairo del 2009 -con la simbologia della mano aperta al mondo musulmano che evita ogni suggestione di guerra religiosa contro l’Islam – è stato uno dei momenti salienti nella costruzione della sua dottrina.  L’impegno assunto nel porre fine all’occupazione militare in Iraq e in Afghanistan e la caparbietà con cui Obama ha perseguito un ravvicinamento con l’Iran rientrano coerentemente in questa strategia.

What Obama gets right? Il maggior merito riconosciuto ad Obama dai suoi sostenitori è quello di aver evitato, al costo di innumerevoli critiche, di portare il popolo americano in un’altra guerra mediorientale dagli esiti ancora più incerti e insidiosi di quella irachena. All’inizio del suo mandato Obama ha stabilito criteri molto severi per coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova guerra, tracciando nella cartografia degli interessi americani   la chiara distinzione tra “centro” e “periferia”. La Siria, la Libia, l’Ucraina sono periferia.  Il Pacifico è il centro geostrategico statunitense.

Obama, con la sua apparente irresolutezza e reticenza a mettere i cosiddetti boots on the ground  avrebbe  intercettato gli umori prevalenti degli americani, stanchi di guerre lontane e costose in una regione dove nessuna operazione di nation building e regime change  ha mai funzionato. Malgrado il pasticcio della linea rossa, l’incauto annuncio di un intervento in Siria contro l’uso di armi chimiche per poi rimettere pretestuosamente la decisione al Congresso (di cui era nota la contrarietà), Obama ha perseguito con estrema coerenza i suoi obiettivi resistendo a diverse tentazioni di roll back che la storia gli ha offerto (l’uccisione dell’ambasciatore Stevens in Libia,  l’intervento russo in Ucraina). All’interventismo militare ha preferito le intese, concentrandosi su iniziative che ha ritenuto di maggiore importanza per la sicurezza nazionale. Il programma nucleare iraniano, il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Iraq.

I critici di Obama la vedono naturalmente in maniera diversa. La dottrina Obama e la sua applicazione strategica in Medio Oriente è il prodotto di un combinato disposto di ingenuità, debolezza o, peggio ancora, di incompetenza.  Bret Stephens nel suo articolo  “What Obama gets wrong?” (in risposta a Gideon Rose) accusa Obama di non aver capito i pericoli insiti nella fine della Pax Americana. Il non interventismo americano avrebbe causato più danni di quanti si riprometteva di ripararne incoraggiando i nemici degli Stati Uniti e dell’Occidente tutto.

Ogni presidente, sostiene Stephens,  dovrebbe essere giudicato su alcuni aspetti fondamentali del suo mandato: l’abilità con cui riesce a realizzare ciò che ha promesso, ad indebolire i nemici,  a rafforzare gli alleati, e a definire una idea di “interesse americano” concreta e convincente. Obama non avrebbe realizzato nulla di tutto questo malgrado la forza convincente delle sue idee e la sua personalità. Il Medio Oriente vive una delle stagioni più turbolente della sua tormentata storia. Il riequilibrio degli interessi americani tra centro e periferia lungi dall’essere un esempio di prudenza ha creato un vuoto di potere in cui è entrato l’ISIS.

L’amministrazione Obama ha costantemente fallito nel rispondere alle aspettative create, dalla chiusura di Guantanamo alla ricomposizione delle relazioni con la Russia, al rinnovamento dell’immagine americana in Egitto, in Turchia, in Siria, fino ai negoziati per la questione palestinese. Gli sforzi di rimanere imparziale e non interventista hanno fatto infuriare i vecchi alleati, primo fra tutti Israele. L’ingenuità con cui Obama ha continuato ad insistere per ottenere da Tel Aviv il congelamento degli insediamenti nei territori occupati ha aggravato lo stallo delle relazioni tra Israele e il presidente palestinese Mahmoud Abbas  e danneggiato la percezione della capacità negoziale degli Stati Uniti. In Egitto Obama ha frettolosamente scaricato il fedele alleato Mubarak,  scommesso altrettanto incautamente  sulla capacità democratica della Fratellanza per poi, alla prova dei fatti, accettare una militarizzazione della società egiziana più oscurantista di quella precedente.

Nella lunga confusione delle Primavere arabe Obama è riuscito a farsi convincere dai liberal a sostenere la “ guerra umanitaria” in Libia per rovesciare Muammar Qaddafi.  La decisione di Obama di seguire from behind  l’intervento  franco-britannico  ha prodotto come unico risultato quello di trasformare la  Libia in un santuario jihadista.

Obama ha nuociuto alla leadership americana, sostengono più o meno coralmente i suoi detrattori. Rispetto alla questione siriana ad Obama si possono rimproverare molte cose, a cominciare dalla irresolutezza (le armi chimiche e la linea rossa), poca trasparenza (il ruolo dell’Iran nel futuro della Siria) e una notevole dose di ingenuità con Putin ed  Erdogan, i player più spregiudicati della scacchiera mediorientale.

Di certo, però, non lo si può accusare di ambiguità. In una conferenza stampa alla Casa Bianca, lo scorso 15 luglio, Obama ha dichiarato:  “[…] dopotutto non è compito del presidente degli Stati Uniti risolvere tutti i problemi del Medio Oriente. I popoli del Medio Oriente dovranno risolvere da soli i loro problemi […]”