Archivio Tag: ISIS

Lo Stato islamico si ritira: la fine di un incubo?

Il 29 Giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi ha proclamato la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Pochi giorni dopo, esattamente il 5 luglio, dall’interno della grande moschea al-Nuri di Mosul si mostrò al mondo intero richiamando i mussulmani di tutto il mondo all’obbedienza e alla lotta per il bene della Umma (comunità mussulmana), autoproclamandosi in tale occasione quale Califfo dei mussulmani.

Lo Stato islamico si ritira: la fine di un incubo? - Geopolitica.info

Così facendo al-Baghdadi si è posto in continuità ideologica storico-religiosa con l’Islam arcaico, quale successore diretto di Maometto sulla terra. Nel punto di massima espansione il Califfato del terrore esercitava il proprio dominio su un territorio di oltre duecentomila chilometri quadrati e vantava il controllo di una popolazione stimata tra gli otto e i dieci milioni di abitanti. Tra gennaio e febbraio 2015 l’ISIS giunse anche in Libia, con una forte presenza di miliziani concentratasi nella zona di Sirte, roccaforte sunnita situata tra Bengasi e Misurata.

Oggi sotto il profilo geopolitico gli analisti di tutto il mondo si trovano di fronte ad una realtà ben diversa. Il 10 giugno 2016 le forze armate dello Scudo di Misurata, temibili gruppi armati libici conosciuti anche con il nome di “Milizie di Misurata”, sono entrate nella città simbolo dell’ISIS in Libia: Sirte. Fonti di intelligence internazionali riferiscono di gruppi jihadisti sparsi per la città, arroccati nei punti strategici nella zona intorno all’ospedale cittadino, che tentano di resistere all’offensiva delle forze militari di Tripoli. Con l’entrata delle truppe di al-Sarraj a Sirte, il generale Haftar incassa una grossa sconfitta sul campo militare e sotto il profilo strategico.

Ma se da un lato l’uomo di ferro della Cirenaica è stato bruciato sul tempo dagli uomini di Tripoli, dall’altro diviene opportuno riconsiderare la situazione politica attuale che si presenta sullo scacchiere libico. Lungi dall’aver estirpato definitivamente  il “germe ISIS” dalla Libia, è probabile che ai tre-quattromila soldati del Califfato in fuga da Sirte non rimanga altro che ripiegare nel desertico Fezzan, cercando rifugio tra le decine di tribù sunnite locali che, oltre a lucrare sul traffico illegale di armi e di esseri umani provenienti dall’Africa centrale, potrebbero essere disponibili anche ad accogliere e difendere gli jihadisti in fuga da nord. Intanto, la caduta di Sirte dimostra ancora una volta che la leadership libica è questione tutt’altro che chiusa. I due contendenti rimasti in campo sono il generale Haftar, generale golpista che gode dell’appoggio di al-Sissi e uomo forte del parlamento di Tobruk, e il presidente al-Sarraj, pedina importante dell’Occidente in Libia e leader di un governo islamico di unità nazionale con sede a Tripoli. Ridimensionata la presenza dell’ISIS in Siria, ora toccherà ai due contendenti giocare le proprie carte e fare le proprie mosse in campo internazionale, con l’obiettivo per entrambi di arrivare ad un accordo formale che consenta la nascita di una quanto mai necessaria stabilità politico-sociale in tutta la Libia.

Per lo Stato Islamico la situazione non volge al meglio neanche “in patria”, in Iraq e in Siria. Dopo l’intervento militare russo nel conflitto civile siriano avvenuto ad ottobre 2015, si calcola che l’ISIS abbia perso in meno di un anno circa il 40% dei territori e il 50% degli effettivi sul campo di battaglia. Per raggiungere questo risultato un fattore determinante è stata la supremazia totale ed incondizionata dell’aviazione militare statunitense e russa nei cieli della Siria e dell’Iraq. In Siria i recenti sviluppi della situazione militare sembrano confermare le gravi difficoltà in cui versano le truppe jihadiste. Con una classica mossa “a tenaglia”, l’esercito curdo e i lealisti siriani appoggiati da Iran ed Hezbollah, avanzando rispettivamente da nord e da sud-ovest, hanno spinto il Califfato a ritirare i miliziani da entrambi i fronti e ad asserragliarsi a Raqqa, città roccaforte sunnita in Siria. Sul fronte opposto, il 5 giugno 2016 l’esercito regolare iracheno, supportato dalle milizie sciite locali, è riuscito ad entrare a Falluja e a prendere il controllo della zona sud della città.

Sul piano strategico occorre precisare che è attualmente inconfutabile la tesi che il Califfato non abbia le forze militari necessarie per impegnarsi in una guerra su due fronti. Ne consegue che, se l’offensiva della coalizione anti-ISIS dovesse continuare di questo passo, le truppe dello Stato Islamico rischierebbero di andare incontro ad una capitolazione certa. Tutto ciò però non deve trarre in inganno: i veri baluardi dell’ISIS non sono ancora caduti. Dopo la presa di Ramadi, Tikrit e Fallujah mancano ancora all’appello Raqqa in Siria e Mosul in Iraq, quest’ultima vero punto di riferimento a livello mondiale dell’ISIS e del fondamentalismo islamico sunnita. Si calcola che a Mosul, definito dagli esperti di tutto il mondo come il “cuore pulsante” dell’ideologia del Califfato del terrore, su 1,5 milioni di abitanti (dato risalente al 2015) le forze jihadiste che sarebbero pronte a difendere la città sino alla completa capitolazione sono stimate tra le 50 e le 70 mila unità. Questo dato lascia intendere la misura della battaglia che attende le forze della coalizione per sconfiggere definitivamente l’ISIS in Iraq.

Inoltre, una volta giunti all’ipotetica vittoria finale, non bisogna dimenticarsi che difficilmente l’ideologia islamica fondamentalista, che è alla base dell’essenza stessa dello Stato Islamico, potrà scomparire sic et simpliciter. Certamente, ogniqualvolta che vi sarà discriminanza tra sciiti e sunniti, fin quando una delle due comunità verrà esclusa di norma dalle posizioni di potere politico-economiche del paese, allora il fondamentalismo troverà sempre terreno fertile per diffondersi. Non è una possibilità remota il fatto che l’ISIS possa ritrovarsi, dopo una sconfitta sul campo di battaglia, a combattere in Iraq e in Siria una guerra asimmetrica e a bassa intensità, come sta facendo al-Qaeda nella stessa Iraq. Il fronte potrebbe spostarsi all’interno delle città e le nuove armi dell’ISIS diventerebbero le autobombe e gli attacchi suicidi. Questo fatto è sicuramente da tener presente e da valutare attentamente, se l’obiettivo è sconfiggere una volta per tutte il terrorismo fondamentalista dell’ISIS.

L’Accordo Sykes-Picot compie 100 anni, nonostante il Daesh

Il 23 maggio 1916, attraverso uno scambio di note diplomatiche, Gran Bretagna e Francia, con l’avvallo della Russia zarista, siglavano un accordo destinato a diventare la pietra angolare dell’assetto geopolitico del Medio Oriente contemporaneo. Discusso e concluso a guerra mondiale ancora in corso, esso delimitava le sfere d’influenza delle tre grandi Potenze alleate nei territori mediorientali dell’Impero Ottomano, oramai avviato al suo tramonto, sancendo, al contempo, la fine della “Questione d’Oriente” e la nascita della questione mediorientale. A distanza di un secolo, l’irruzione del Daesh sulla scena regionale sembra però avere posto le premesse per il mutamento della geografia politica mediorientale.

L’Accordo Sykes-Picot compie 100 anni, nonostante il Daesh - Geopolitica.info

1916: nasce il Medio Oriente

Stipulato segretamente al culmine del Primo conflitto mondiale tra Gran Bretagna e Francia (poi allargato alla Russia zarista), l’Accordo Sykes-Picot (1916) già nella dicitura ufficiale britannica, Tripartite (Sykes-Picot) Agreement for the Partition of the Ottoman Empire: Britain, France and Russia, rivelava gli scopi per il quale era stato concepito: la spartizione dei territori ad est di Suez, allora inclusi nell’Impero Ottomano. Esso ebbe un’influenza decisiva sugli sviluppi della fase finale della cosiddetta “Questione d’Oriente” (le vicissitudini legate ai destini ottomani) e quindi sul sorgere di quella che allora fu una nuova realtà geo-politica: il Medio Oriente attuale. L’Accordo, conosciuto più semplicemente attraverso i nomi dei due diplomatici che ne furono i principali artefici, l’inglese Sir Mark Sykes e il francese Francois-Georges Picot, può essere letto come uno spartiacque nella storia del mondo arabo moderno, e più in generale islamico. I suoi effetti, (geo)politici, economici e religiosi, condizionano tutt’ora il Medio Oriente e per riflesso i rapporti di questo con la realtà geopolitica che viene sommariamente definita “Occidente”. Come ha infatti scritto lo storico inglese Christopher Catherwood, nel suo saggio La follia di Churchill. L’invenzione dell’Iraq (ed. it., 2005), l’Accordo: << acquisì una pessima fama: nell’immaginario arabo prese a rappresentare il feroce e malvagio disegno occidentale di imporre i mali del colonialismo ai liberi popoli del mondo arabo […] >> .

Le radici del presente

Nella pubblicistica europea ottocentesca l’Impero Ottomano aveva cominciato ad essere soprannominato “il grande malato” (espressione coniata nel 1853 dallo Zar Nicola I). L’agonia di un impero secolare, che aveva riunito l’ecumene islamica sunnita in un’unica compagine (il Califfato ottomano di Costantinopoli [Istanbul]), fu assai lunga e dolorosa per i popoli che ne furono interessati, a cominciare dai turchi, traumaticamente spogliati dell’antica grandezza imperiale. Quella che, fino a quel momento, dalla diplomazia, era stata chiamata “Questione d’Oriente” divenne ben presto, per effetto di una translatio geopolitica indotta dalle grandi Potenze europee, la (nuova) questione mediorientale. Dopo l’Accordo Sykes-Picot, essa fu discussa più nei dettagli, ovvero nei suoi aspetti politici, dagli inglesi, oramai padroni pressoché incontrastati dei territori da Suez all’India, alla Conferenza del Cairo del 1921. A Losanna, durante i negoziati per il Trattato di pace con l’erede diretta dello Stato ottomano, la Turchia (1923), Londra, insieme alle altre Potenze, affrontò anche quelli economici (petrolio compreso). Alla Conferenza internazionale di Sanremo (1920), gli Stati vincitori del Primo conflitto mondiale avevano già provveduto a creare uno strumento giuridico su misura, il Mandato internazionale (della Società delle Nazioni), che sancì, secondo il “diritto internazionale”, il dominio occidentale su quella parte di ex Impero Ottomano: alla Francia fu affidata la neonata Siria (che all’epoca includeva il Libano), mentre la Gran Bretagna ottenne l’Iraq, la Transgiordania (attuale Giordania) e la Palestina (compreso l’odierno Stato di Israele). Venivano così poste radici da cui sarebbero scaturiti avvenimenti che nei decenni seguenti avrebbero sconvolto l’intera regione. Fu infatti a partire dall’Accordo Sykes-Picot che fecero il loro ingresso nell’agone diplomatico internazionale la questione araba  e sionista (“Dichiarazione Balfour” del 1917, con la quale la Gran Bretagna si impegnava a sostenere la creazione di un focolaio nazionale ebraico nel Mandato di Palestina, nucleo del futuro Stato di Israele), i cui sviluppi, successivamente intrecciatisi, hanno dato origine alle attuali questioni arabo-israeliana e israelo-palestinese, alle quali si lega la non meno importante questione dei Luoghi Santi (di Gersualemme) che ha interessato, e continua a interessare, le cosiddette tre grandi religioni monoteiste: Islam, Ebraismo e Cristianesimo.

Fine del Sykes-Picot?

All’Accordo Sykes-Picot vanno inoltre ricondotte due tematiche non secondarie: quella petrolifera e quella concernente l’unità del mondo islamico (arabo)sunnita dopo la fine del Califfato ottomano (1924/1342 H). Temi di strettissima attualità, soprattutto a seguito dei recenti interventi militari occidentali in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), dei sommovimenti politici che hanno interessato il mondo arabo sunnita noti alla cronaca come “primavere arabe” e, da ultimo, l’insorgere (2014) del movimento islamista rappresentato dal cosiddetto “Stato Islamico”, o ISIL (Islamic State in Iraq and the Levant), oppure ISIS  (Islamic State in Iraq and Syria), conosciuto anche come Daesh (Da ‘ish), il quale ha fatto della restaurazione del “Califfato” islamico il suo primo obiettivo politico-ideologico. Lungo questa falsariga, quella che si sta consumando oggi in Siria e in Iraq potrebbe rappresentare la prima grande guerra regionale (almeno fino ad oggi, combattuta “per procura”) tra le principali “Potenze” locali: Arabia Saudita, Iran, Turchia e Qatar (quest’ultima più una Potenza di natura finanziaria che militare). La posta in palio sarebbe rappresentata dalla ridefinizione degli equilibri geopolitici (relativi in parte anche alla contrapposizione religiosa tra sunniti e sciiti) e geo-economici (controllo del prezzo del greggio al barile) mediorientali, ruotanti, principalmente, intorno a due Stati nati dal Sykes-Picot: Siria (governata dagli Alawiti, ramo eterodosso, generalmente, incluso nella grande famiglia sciita) e Iraq (nel quale è pure presente una forte componente di sciiti).

Dal Cairo a Vienna

Nel corso della Conferenza del Cairo del 1921, presieduta da un giovane Winston Churchill, allora Segretario alle Colonie di Sua Maestà britannica, fu delineato ex nihilo lo Stato iracheno al solo fine, secondo un aneddoto ancora in voga, di unire due vasti bacini petroliferi: quello curdo, a nord, e quello meridionale, popolato da sciiti. Per quasi cento anni l’Accordo Sykes-Picot ha, così, rappresentato la pietra angolare degli equilibri mediorientali, resistendo a rivoluzioni, insurrezioni, colpi di stato, crisi petrolifere e guerre. Oggi, con l’irrompere sulla scena del Daesh, siamo forse di fronte alla fine dei suoi presupposti geopolitici e geo-economici? La risposta a tale quesito non sembra dipendere unicamente dalle sorti cui andrà incontro il “Califfato”, bensì  anche dall’esisto che potrà avere la disputa tra lo Stato che sembra aspirare ad essere la Potenza egemone nel mondo arabo sunnita, il Regno dell’Arabia Saudita, e quello che, de facto, appare la Potenza protettrice degli sciiti, la Repubblica Islamica dell’Iran. Nei prossimi anni si assisterà, dunque, al mutamento della geografia politica mediorientale? I negoziati attualmente in corso a Vienna  per la Siria e il Medio Oriente in generale appaiono, al pari della Conferenza del Cairo del ‘21, una tappa cruciale in tal senso, tanto che secondo alcuni commentatori, essi, per la potenziale portata dei loro effetti sulla regione mediorientale, vengono paragonati al Congresso di Vienna del 1815, che ridefinì l’intero sistema europeo, dopo lo sconvolgimento della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.

Somalia: i nuovi jihadisti filo-Isis sfidano Al-Shabaab

Tra le dune e la natura incontaminata dell’Africa Centro-Orientale, nascono sempre più nuovi gruppi afferenti al fondamentalismo di matrice islamica. È questo il caso di “Jahba East Africa”, che ha giurato fedeltà assoluta ad ISIS ed al suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, riconosciuto unico e legittimo capo di tutti i musulmani.

Somalia: i nuovi jihadisti filo-Isis sfidano Al-Shabaab - Geopolitica.info

Il gruppo, tramite il social network “Twitter”, ha annunciato di aver reclutato già un importante numero di persone nelle aree di Kenya, Uganda, Tanzania e, soprattutto, Somalia. In quest’ultimo paese, così come in ogni “failed state”, infatti, mancando un apparato statale in grado di garantire  sicurezza e servizi di base ai propri cittadini, le organizzazioni terroristiche trovano terreno fertile nel reclutamento di nuovi combattenti. Tornando al succitato “tweet”, Jahba definisce al-Shabaab  “una prigione fisica e psicologica per i suoi militanti”, invitando, così, tutti i membri della più importante organizzazione del terrore della zona ad abbandonarla per unirsi alla neonata East Africa. Nel documento allegato al tweet, inoltre, viene evidenziata, a detta di Jahba, un’interpretazione non radicale dell’Islam da parte dell’organizzazione somala, accusata di aver incolpato di tradimento molti mujaheddin, che avevano deciso di aderire ad ISIS.

Dal canto suo, il gruppo guidato da Ahmad Umar non ha risposto in maniera diretta alle accuse di Jahba; ha pubblicato, comunque, un video in cui viene evidenziata l’azione sul campo di battaglia, in relazione all’attacco sferrato contro la base AMISOM di El-Ade, nel sud-ovest somalo, dove, lo scorso 15 gennaio, hanno perso la vita 160 soldati dell’Unione Africana.

Da diverso tempo, la leadership di ISIS sta cercando di convincere al-Shabaab a recidere il cordone ombelicale che la lega ad al-Qaeda. Ricordiamo, infatti, i numerosi video caricati in rete da al-Hayat, braccio mediatico del Califfato, in cui i combattenti del gruppo di Ahmad Umar venivano considerati “veri mujaheddin”, chiedendo loro di abbracciare la causa dello Stato Islamico. Non finisce qui, poiché uno dei leader di al-Shabaab, nel passato ottobre, ha giurato fedeltà al Califfo, generando una frattura all’interno del gruppo, che resta affiliato, secondo alcuni analisti in maniera indissolubile ad al-Qaeda. L’adesione resta però più formale che effettiva, poiché molti di coloro che avevano preferito passare dalla parte di al-Baghdadi sono stati giustiziati ad opera dei “servizi segreti” del gruppo somalo, “Amniyat”, perché considerati rei di tradimento.

Lo Stato Islamico, mietendo proseliti in tutta la Somalia, ha aumentato la possibilità di scontri tra fazioni radicali rivali, così come già accaduto in Siria, aggravando una situazione al di fuori di ogni controllo e lontana da ogni possibile soluzione.

Da Palmira a Raqqa, gli effetti del cessate il fuoco

Al termine di  un’operazione durata una ventina di giorni le truppe governative siriane, sostenute pesantemente dall’aeronautica russa e dagli alleati libanesi e iraniani, hanno completato la conquista della città di Palmira. La “Regina del deserto” era stata sottratta in maniera piuttosto repentina al controllo del regime di Assad da parte dello  Stato islamico nel mese di maggio dell’anno scorso.

Da Palmira a Raqqa, gli effetti del cessate il fuoco - Geopolitica.info

L’esercito siriano, allora nel pieno di una crisi militare apparentemente inarrestabile, non difese la città preferendo ritirarsi verso occidente per meglio difendere la vitale arteria  di comunicazione Damasco/ Homs.  Gia’ nei mesi scorsi furono approntate  almeno un paio di offensive che si spensero, però ,  ben prima di toccare i sobborghi della città, a causa di un insufficiente supporto aereo e di un numero di truppe impiegate sul terreno del tutto inadeguato alle esigenze.

La riconquista di Palmira avvenuta in questi giorni  è nata invece  in tutt’altro contesto. Nonostante l’annuncio di un parziale disimpegno dal teatro siriano, la Russia ha compiuto  40 raid aerei distruggendo le postazioni dell’ISIS sia nei dintorni che all’interno del centro abitato, intercettando, oltretutto, i  rinforzi provenienti da Deir Ez Zor.  Al poderoso sostegno aereo russo (affiancato da quello dell’aeronautica siriana ), va sommato il massiccio dispiegamento terrestre  che, secondo stime diverse, sarebbe ammontato a più di cinquemila uomini complessivi fatti convergere da diversi settori del teatro siriano.

Proprio un’attenta analisi dei reparti terrestri impiegati a Palmira può fornirci un’idea di come la tregua operativa dal 27 febbraio stia rappresentando per Assad  un’occasione unica per regolare i conti con lo Stato islamico che, come noto, e’ rimasto escluso dall’accordo di cessate il fuoco, unitamente al gruppo qaedista della Jabath al Nusra.

L’esercito siriano ha impiegato sul terreno alcune unità già presenti nell’area, come la 67ª  brigata e la 18ª divisione corazzata, affiancate da reparti della milizia territoriale (NDF), da miliziani dell’Hizbullah libanese e da diverse unità sciite provenienti dall’Iraq. Non vi è dubbio, tuttavia, che il maggior contributo alla riconquista della città  sia venuto da reparti d’élite fatti convergere a Palmira  da altri settori del fronte siriano, come l’onnipresente “Forza Tigre” comandata da Suheil Al Hassan, e da altre unità  speciali come i Marines siriani ( Fawj Al-Mughawayr Al-Bahr) e i “Falchi del deserto” ( Suqour Al-Sahra ) provenienti, queste ultime due, dal settore settentrionale di Lattakia, che ad oggi risulta essere relativamente calmo.

Fino a poco tempo fa diversi analisti occidentali, e in particolare statunitensi, puntavano il dito sullo scarso impegno russo contro lo Stato islamico. Tali osservazioni erano sostenute dalla constatazione di come la maggior parte dei raid aerei del Cremlino avesse  interessato gruppi  ribelli, anche sostenuti dagli USA, piuttosto che lo Stato islamico. Il cessate il fuoco  e la conseguente riconquista di Palmira consentono di affermare che la minaccia esistenziale per il regime proveniva proprio dalle formazioni operanti nel nord del paese: una volta rintuzzato quel pericolo nei settori  di Aleppo e  Lattakia e una volta sopraggiunta una tregua che sta consentendo di spostare senza rischi eccessivi unità ben equipaggiate da un fronte all’altro, il regime e i russi stanno iniziando ad aggredire attivamente lo Stato islamico.

Le conseguenze della riconquista di Palmira potrebbero, se ben gestite nel prossimo futuro, portare vantaggi non indifferenti al regime. In un discorso pronunciato il giorno della totale riconquista della città, l’alto comando delle forze armate siriane ha chiaramente individuato  le prossime direttive di marcia dell’esercito nei confronti dell’ISIS. L’obiettivo sarà  la riconquista di Deir Ez Zor e di Raqqa, la capitale dello Stato islamico. Se quest’ultima impresa sembra essere ancora prematura,  almeno fino a quando non saranno ripulite le vaste zone desertiche ad oriente di Homs, la riconquista di Deir Ez Zor potrebbe  essere più facilmente realizzabile sia per motivi di prossimità territoriale che a causa dall’ormai  impellente necessità di rompere l’assedio subito dai  reparti della Guardia repubblicana in alcuni sobborghi della città. L’eventuale caduta di Deir Ez Zor, infine, spezzerebbe la continuità territoriale dello Stato islamico, con conseguenze facilmente immaginabili per l’esistenza stessa del Califfato di Al Baghdadi in terra di Siria.