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L’ISIS lancia una nuova rivista online denominata Rumiyah

La nuova rivista online dell’ISIS denominata “Rumiyah” scritta e diffusa dal noto “Centro Mediatico Al-Hayat” rappresenta un ulteriore salto di qualità dell’organizzazione, essendo stata diffusa contemporaneamente in diverse lingue (inglese, russo, pashto, turco, uiguro, francese e tedesco).

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Il titolo della rivista fa riferimento a Roma e verosimilmente è stato scelto per quella che in arabo è nota come “Ar Risala ila Ahl ar Rumiyah”, cioè la lettera ai Romani scritta da Paolo di Tarso; questo titolo permette di lanciare due messaggi contemporaneamente:
  • Il messaggio politico/militare relativo alla conquista di Roma.
  • Il messaggio spirituale relativo alla conversione dei non musulmani all’Islam, oltre ovviamente al fatto(tutt’altro che trascurabile) che la lettera di Paolo di Tarso era rivolta ai cristiani di Roma(così come la rivista in questione è rivolta principalmente ai musulmani che vivono in Occidente).
Altre possibilità sono che il titolo della rivista faccia riferimento all’assedio di Costantinopoli avvenuto tra il 674 ed il 678 oppure alla battaglia dello Yarmouk avvenuta nell’agosto del 636.
La copertina scelta per il primo numero è una foto di Abu Muhammad al Adnani(portavoce dello Stato Islamico) recentemente ucciso nella battaglia di Aleppo ed a cui viene dedicato l’editoriale, oltre alla traduzione del comunicato dell’ISIS diffuso subito dopo la morte, nel quale viene definito “il cavaliere coraggioso che si unirà alla carovana dei comandanti martiri, la carovana degli eroi che hanno compiuto il Jihad”.
La rivista, oltre alla solita grafica patinata ed alla consueta cura dei dettagli presenta alcuni elementi di novità:
La rivista contiene la traduzione(apparsa sul settimanale in lingua araba dell’ISIS “An Naba”) di un’intervista a quello che viene presentato come “il comandante dell’ufficio centrale per la sorveglianza verso le ingiustizie”, un ufficio che si occuperebbe principalmente “di prevenire e di combattere le ingiustizie commesse da parte di amministratori e soldati dello Stato Islamico”
La rivista assume un tono eccezionalmente propagandistico e contiene la traduzione relativa al numero dei morti e dei mezzi distrutti tra le fila dei nemici dello Stato Islamico(principalmente curdi e forze governative)
In particolare questi due passaggi hanno spinto molti analisti a considerare questa rivista una sorta di versione internazionale del settimanale An-Naba(che viene diffuso esclusivamente in lingua araba); tuttavia, a mio avviso questa è una visione riduttiva ed incompleta:
An-Naba è considerata una rivista quasi esclusivamente a carattere militare, mentre “Rumiyah” contiene diverse analisi (tra cui l’accusa di apostasia generalizzata per la famiglia saudita e, di fatto, per tutti i religiosi che rispondono al ministero degli affari islamici saudita; a questo proposito è importante sottolineare l’articolo “Simboli o idoli” dove oltre ad una foto del re saudita con l’attuale mufti è presente una foto del Ministro degli Affari Islamici dell’Arabia Saudita che viene definito “l’apostata Salih Al ach-Chaykh”).
Altra analisi apparentemente inedita è quella relativa ai “sapienti del male” dove è presente una foto di Abu Muhammad al Maqdisi ed Abu Qatada al Falistini(entrambi ispiratori jihadisti di vecchia data che vivono in Giordania; basti pensare che Abu Muhammad al Maqdisi è considerato da molti il vero ispiratore religioso di Abu Musab al Zarqawi, il leader di Al-Qaeda in Iraq ai tempi dell’invasione americana), oltre alla foto di Yusuf al Qaradawi(nonostante i suoi numerosi rifiuti, Al Qaradawi è considerato “de facto” l’attuale ispiratore religioso dei Fratelli Musulmani ed è un punto di riferimento nelle moschee dei seguaci del Movimento); un fatto degno di rilievo è che nell’articolo vengono nominati diversi sapienti molto diversi tra loro; questi sono i sapienti nominati nell’articolo:
Ibn Baz, Ibn ‘Uthaymîn, al-Fawzân, ‘Abd al-‘Azîz Âl ach-Chaykh, Sâlih Âl ach-Chaykh, Muḥammad Ḥassân, al-Ḥuwaynî, Ḥusayn Ya’qûb, al-Qaraḍâwî, al-Bûṭî, an-Nâbulsî, al-Ghuryânî, al-Maqdisî, Abû Qatâdah, al-Ḥaddûchî.
Ovviamente è inutile dire che questi religiosi sono molto diversi tra loro e vengono inseriti dall’ISIS in un unico calderone di “non sapienti”, dichiarandoli di fatto apostati insieme ai loro seguaci e sostenitori.
Altro aspetto interessante è quello concernente i dieci giorni di Dhul-Hijjah e la loro importanza nell’Islam, aspetto a cui nella rivista vengono dedicate due parti: la prima contenente una grafica nella quale vengono citati numerosi Hadith(detti e fatti attribuiti a Muhammad) insieme ad alcune domande/risposte ed un articolo intitolato: “I meriti dei primi dieci giorni di Dhul-Hijjah e delle adorazioni che li accompagnano”.
Non è certamente la prima volta che l’ISIS cerca di diffondere al mondo(soprattutto alle comunità musulmane in Occidente) la propria visione dell’Islam; tuttavia questa rivista presenta un ulteriore salto di qualità da non sottovalutare:
La rivista è stata tradotta in lingua uigura, una lingua parlata nello Xinjiang(conosciuto anche come Turkestan orientale), una regione cinese popolata da musulmani e nella quale sono presenti numerose rivolte e scontri; non è la prima volta che l’ISIS si rivolge a questa parte di musulmani, ma è la prima volta a farlo in maniera così strutturata e con materiale di propaganda di alta qualità

La rivista termina con l’Hadith(detto profetico) riportato da Ahmad ed Ad-Darimi che riguarda la conquista di Roma(successiva alla conquista di Costantinopoli).

Dabiq: di cosa parla la rivista di propaganda dell’ISIS

 E’ appena uscito il nuovo numero di Dabiq, la nota rivista di propaganda dell’ISIS in lingua inglese che viene diffusa tramite forum, Twitter, Telegram e, anche se in misura minore, Facebook.

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Oltre alla solita qualità grafica ed al solito aspetto propagandistico, quello che colpisce maggiormente in questo numero è la copertina scelta: la foto di un uomo con una bandiera dell’ISIS che getta una croce dal campanile, sostituendola con la bandiera dell’ISIS ed il titolo: “Break the Cross”.

Analizzando con maggiore attenzione questo numero, vediamo come oltre alle foto di giubilo per i recenti attentati in Francia ed in Germania, lo stesso si concentri soprattutto sulla fede cristiana(l’articolo di copertina “Break the Cross” è dedicato interamente a questo tema).

La maggior parte della rivista fa riferimento a Papa Francesco e Paolo di Tarso, al quale viene dedicato un capitolo dell’articolo “Break the Cross”, chiamandolo “Paul the Imposter”, Paolo l’impostore; l’articolo inoltre contiene numerose citazioni dalla Bibbia. Leggendo con maggiore attenzione la rivista, scopriamo che il titolo “Break the Cross” riguarda un Hadith(detto/fatto attribuito al Profeta Muhammad) contenuto nelle raccolte di Bukhari e Muslim e narrato da Abu Hurayrah.

Inoltre, la rivista contiene una foto dell’incontro tra Papa Francesco ed Ahmed el Tayeb (quest’ultimo definito “apostata”), inserita nella rubrica “In the words of the Enemy”, dove viene attaccato il controverso tema della Trinità, sostenendo che i pontefici sono “fieramente contro il monoteismo”, per poi fornire numerosi esempi storici della guerra(a loro avviso inevitabile) tra cristiani e musulmani.

A questo scopo vengono usate le parole di Papa Callisto III e del Consiglio di Basilea del 1434 con il Papa Eugenio IV, predecessore di Callisto III, evitando accuratamente il periodo storico relativo alle Crociate per poter sostenere come le crociate non siano “relegate” ad un periodo storico, ma siano tutt’ora in corso(molto interessante a questo scopo la citazione, ovviamente strumentale, di Papa Benedetto XVI presa dal suo libro “Fede, verità e tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo”).

In tutto questo dibattito si inserisce un ulteriore articolo dal titolo: “How i came to Islam”, firmato da Umm Khalid al-Finlandiyyah(madre di Khalid la finlandese ndt) di cui è particolarmente  significativo il primo capoverso:

“Vengo dalla Finlandia. Una nazione “cristiana” dove la gente non aderisce con convinzione alla propria religione corrotta. Molti di loro dicono di essere cristiani ma non praticano veramente la loro falsa fede. Vanno in chiesa per un matrimonio o un funerale, ma molti di loro non conoscono la propria religione distorta, anche quando ne sono orgogliosi; io non ho visto il Cristianesimo vissuto apertamente nella vita di tutti i giorni”.

E’ interessante notare come anche questo “articolo-testimonianza” si concentri molto sul concetto di trinità; per poi raccontare la storia di questa donna e del marito arrestato per terrorismo e di quanto questo episodio l’abbia sconvolta ed uscito il marito dal carcere hanno deciso di andare in Siria e di aderire all’ormai dichiarato “Califfato”, incitando i lettori a compiere lo stesso passo.

Dal punto di vista dell’analisi risulta particolarmente interessante la volontà dell’ISIS di utilizzare la sua rivista ufficiale in lingua inglese per parlare direttamente ai cristiani, utilizzando citazioni della Bibbia e cercando di incoraggiare la loro conversione all’Islam; mentre prima i messaggi erano rivolti soprattutto alle comunità musulmane che vivono in Occidente.

E’ innegabile che l’Occidente soffra di una grave crisi spirituale e che il cristianesimo stia soffrendo della mancanza di partecipazione da parte dei suoi fedeli, una crisi ed una mancanza che, con questo numero di Dabiq, l’ISIS dichiara di voler colmare.

 

Svolta autoritaria e ambiguità internazionali: la Turchia dopo il golpe militare

Il fallito golpe militare in Turchia ha dato il via ad una crisi epocale alle porte dell’Europa, connotata da una forte instabilità politica e scenari preoccupanti, soprattutto alla luce della repressione di Erdogan nei confronti di golpisti o presunti tali, delle forze più vicine all’ex alleato Fethullah Gülen, degli esponenti della società civile e non solo. Su questi eventi, inscritti nel più ampio contesto mediorientale, abbiamo intervistato il professor Antonello Folco Biagini, ordinario di Storia dell’Europa Orientale presso La Sapienza di Roma e autore del volume “Storia della Turchia contemporanea”, edito dalla Bompiani.

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Professore, visto che in Italia è stato per giorni un argomento di dibattito, come si schiera sulla questione del golpe o del finto golpe?
Sono contrario agli schieramenti, perché quando si ragiona su temi di grande importanza politica e strategica il punto non sono le opinioni: bisogna capire quello che avviene e che cosa può essere successo. Che il golpe ci sia stato è fuor di dubbio. Ed è ragionevole pensare che sia nato proprio dal fatto che qualcuno era venuto a conoscenza delle liste di proscrizione che l’apparato di Erdogan aveva già preparato. È stato l’ultimo tentativo dell’Esercito di non essere colpito dalle epurazioni che erano state già previste. Certo, non parliamo tanto dei soldati, quanto piuttosto dei gruppi dirigenti. Anche perché la reazione dei militari “di truppa” è stata flebile, quasi inesistente, soprattutto se la confrontiamo con la piazza mobilitata da Erdogan in così breve tempo. Anche quest’ultimo punto, tra l’altro, fa pensare che qualcosa, nell’aria, ci fosse già e che ci sia stata una preparazione anche nella reazione. Quindi, in realtà, il golpe è stato l’evento scatenante di dinamiche che vanno avanti almeno dal 2013, da quando cioè Erdogan ha cambiato linea politica, sia per quanto riguarda la politica interna che quella estera.

 

Parlando dell’evoluzione della politica di Erdogan, come si è arrivati a questo “accerchiamento”, e alla conseguente “sindrome di accerchiamento”, dei militari?
La Turchia ha fatto grandi passi in avanti, compiuti anche precedentemente, ma compiuti soprattutto nel decennio che va dal 2002 al 2012. Sono state compiute molte riforme per soddisfare i requisiti per l’adesione all’Unione Europea, e quindi anche molte cose che potremmo definire positive. Soprattutto riforme economiche, come le privatizzazioni dell’apparato industriale, che nei decenni passati era quasi del tutto in mano allo Stato. Ma si potrebbero citare altre azioni politiche importanti, come l’implementazione del sistema sanitario, la realizzazione di grandi opere pubbliche, forme di redistribuzione della ricchezza. La classe dirigente turca stava effettivamente compiendo una serie di riforme, in termini formali, e quindi anche sostanziali, studiate molto bene e razionali. Tutte azioni politiche che hanno garantito ad Erdogan un forte sostegno popolare. Poi, dal 2013, con il cambiamento del contesto internazionale, quella politica “neo-ottomana” che già si prefigurava negli anni precedenti ha avuto indubbiamente maggiore spazio. Questo perché Erdogan e il suo gruppo dirigente hanno capito che potevano avere un ruolo decisivo nel successivo ristabilirsi degli equilibri politici del Grande Medio Oriente. Un ruolo che, anche se non è una novità della politica turca, Erdogan ha cercato di costruire portando avanti più politiche contemporaneamente. Ad esempio, ha cercato di sistemare il conflitto con i curdi con la scusa di fare la guerra al Daesh, ma allo stesso tempo sono anni che si hanno notizie di complicità tra il governo turco e lo stesso Stato Islamico.
Una politica ambigua che inoltre è stata portata avanti in un contesto internazionale altrettanto ambiguo. Un contesto nel quale gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione Europe hanno chiuso un occhio, ma forse anche due, di fronte a quello che stava accadendo da anni in Turchia: i primi perché questo paese è il fulcro del sistema NATO in quella regione; i secondi perché, con l’accordo sull’immigrazione dalle zone di guerra con Erdogan e la promessa di tre miliardi di euro, hanno tentato di risolvere un problema che non sono riusciti a risolvere da soli. Senza contare poi le responsabilità dell’Occidente nell’aver contribuito complicare il quadro mediorientale, con scelte discutibili, se non proprio sbagliate, come la guerra del 2003 in Iraq. Un quadro che chiaramente ha influito sulla situazione turca. Per cui, questo insieme di elementi ha probabilmente convinto Erdogan e il suo gruppo dirigente che potessero aspirare a un ruolo più importante sullo scacchiere internazionale, e che si potesse mettere sempre più in un angolo il vecchio establishment, e quindi parte dell’Esercito, che ha reagito con il fallito golpe.

 

Per quanto frutto di lunghe dinamiche politiche, oggi comunque assistiamo a un salto di qualità…
È indubbio che dopo il golpe la situazione si è fatta molto più grave, soprattutto da quando è stata sospesa la Convenzione europea sui diritti umani. Basta seguire le cronache di questi giorni per vedere come ci siano arresti e forme di repressione che, per quanto il Ministro della Giustizia e il Ministro degli Interni turchi affermino il contrario, trovo difficile che si possano definire compatibili con lo Stato di diritto. Ma si tratta di un salto di qualità che riguarda processi di lungo corso anche sul piano interno. Sono anni che Erdogan tenta di portare a compimento una riforma costituzionale che trasformi a tutti gli effetti, e non più solo di fatto, la Turchia in una Repubblica Presidenziale. Ed è immaginabile che questo tentativo di golpe, secondo il suo punto di vista, faciliterà il raggiungimento di questo obiettivo. Non per niente in questi giorni ha colpito in maniera particolarmente dura la magistratura, che ha sempre cercato di far rispettare i dettami della Costituzione ancora in vigore, cioè quella di Kemal Atatürk, che prevede un sistema di tipo parlamentare. E non è un caso il tentativo di attribuire la paternità del golpe a Fethullah Gülen: perché, per quanto quest’ultimo sia stato tra gli ideatori insieme ad Erdogan di un partito di ispirazione religiosa – cioè l’Akp, il partito guidato dallo stesso Erdogan -, Gülen ha sempre pensato che questo partito dovesse agire all’interno di del sistema istituzionale previsto dalla Costituzione di Atatürk. Quindi si tratta di una svolta che potrebbe essere epocale. C’è il serio rischio che si passi da un modello di Repubblica parlamentare laica a un Repubblica presidenziale dai forti connotati religiosi. Il tutto in un paese nel quale, come già accennato, è stata sospesa ufficialmente la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, senza particolari reazioni da parte di vari organismi internazionali. Da quel che sappiamo, tutto tace. E la cosa è piuttosto preoccupante.