Archivio Tag: ISIS

Trump è cambiato? 1 osservazione preliminare e 3 indicazioni fornite da MOAB

In una settimana la strategia globale dell’amministrazione Trump sembra aver compiuto una sorta di “inversione a U”. Quella che sembrava la presidenza più vicina all’isolazionismo della storia americana recente, tanto da recuperare lo slogan “America first” dei primi anni Quaranta, ha cambiato la sua posizione sulla guerra civile siriana e ingaggiato un’escalation militare con la Corea del Nord.

Trump è cambiato? 1 osservazione preliminare e 3 indicazioni fornite da MOAB - Geopolitica.info

Un’osservazione preliminare sull’ipotesi di un mutamento strategico segnalato dalle evoluzioni più recenti è che, sebbene la politica estera non sia stata al centro dei pensieri del Trump-candidato così come del dibattito politico pre-8/11, due elementi erano comunque ricavabili dal suo programma elettorale e da quanto emerso nei confronti televisivi con Hillary Clinton. Da un lato che la lotta allo Stato Islamico avrebbe occupato una posto centrale nella politica estera del Paese in caso di vittoria repubblicana. Dall’altro che il quadrante regionale considerato strategico per gli interessi vitali degli Stati Uniti di Donald Trump, così come negli otto anni di Barack Obama, sarebbe stato l’Asia Pacifico. Tornare a essere un attore decisivo in Siria (lancio di 59 missili sulla base di Shayrat),dare una prova forte della volontà di debellare l’ISIS (utilizzo della bomba MOAB sullo Stato Islamico – Provincia del Khorasan), far navigare la portaerei Carl Vinson – probabilmente – in direzione della penisola coreana e inviare il vice-presidente Mike Pence a Seul e Pechino con i test missilistici di Pyongyang in corso, sono scelte che sembrano coerenti con le – seppur vaghe – premesse politiche della nuova amministrazione.

Sebbene gli eventi degli ultimi giorni appaiono tutti parimenti importanti, l’utilizzo della bomba MOAB (“Massive Ordnance Air Blast Bomb” o “Mother of AllBombs”) è quella più carica di significati. Infatti sembra capace di fornirci almeno tre indicazioni sulla direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nella dimensione internazionale.

La prima è che l’ala “tradizionalista” dei repubblicani – rappresentata dal vice-presidente Pence, dal segretario di Stato James Mattis e dal consigliere per la Sicurezza nazionale Herbert McMastere a cui si è di fatto avvicinato il genero del presidente Jared Kushner– sta avendo la meglio negli equilibri del governo americano. A farne le spese è la corrente degli “America firsters” e, in primo luogo, il controverso Steve Bannon. Non è un caso, d’altronde, che il fondatore di Breitbart News sia stato rimosso dal consiglio di Sicurezza nazionale poco prima dell’attacco contro il regime di Assad. Questi nuovi rapporti di forza implicherebbero il mantenimento degli impegni militari globali della superpotenza e il rilancio dei suoi sistemi di alleanza consolidati (in questa cornice va inserito il recente cambio di passo nei confronti della NATO).

La seconda è che Trump si è convinto di qualcosa che aveva già intuito in campagna elettorale. Ossia che la lotta – presunta o effettiva – contro lo Stato Islamico è una fonte di legittimazione domestica e internazionale. Questa idea troverebbe conferma nella popolarità che Vladimir Putin si è progressivamente guadagnato con i suoi “boots on the ground” in Medio Oriente (opzione non condivisa da parte del suo entourage).Per scalzare il presidente russo dalla posizione di leader mondiale “percepito” della lotta contro l’ISIS (la Russia combatte prevalentemente le propaggini di al Qaeda in Siria e l’Esercito Siriano Libero)è necessario alzare il livello dello scontro e far tornare gli Stati Uniti nel ruolo di attore decisivo sullo scacchiere mediorientale. Secondo Trump questo obiettivo può essere raggiunto solo trasformando la forza americana in potenza, al contrario di quanto fatto da Obama nell’estate 2013 quando l’allora presidente preferì non agire militarmente contro il regime di Assad che – secondo molte fonti – aveva fatto ricorso ad armi chimiche.

La terza indicazione è che gli Stati Uniti di Trump non sono a tutti i costi alla ricerca della “riassicurazione strategica” con la Cina e la Russia. Di conseguenza, non sono anzitutto disponibili ad assumere un atteggiamento conciliante nei confronti dei loro Stati-vassallo (Corea del Nord e Siria). Bisogna ricordare, infatti, che la MOAB non è una bunker buster e che, quindi, il suo ricorso contro le basi sotterranee dell’ISIS non è stato così efficace da giustificare il ricorso a un ordigno dal costo di 14 milioni di dollari (con cui si stima siano stati uccisi circa 80 jihadisti). La bomba, piuttosto, è stata pensata per agire contro le fortificazioni militari e, di conseguenza, costituisce un deterrente per giocatori d’azzardo come Kim Jong-un e Bashar al-Assad. Se questi scegliessero di sfidare apertamente gli Stati Uniti, lo farebbero nella consapevolezza del fatto che per loro non ci sarebbe scampo. Allo stesso tempo MOAB rappresenta un monito contro la Cina e, in seconda battuta, contro la Russia. Nei rapporti con i due potenziali competitor Washington sembra voler far nuovamente pesare quel profondo gap in ambito militare che gioca a suo vantaggio, facendo emergere la contraddizione tra l’immagine di grandi potenze che Pechino e Mosca cercano di diffondere e le loro effettive capacità di sfida.

Queste tre indicazioni, unite all’osservazione preliminare, pongono l’attenzione sulla possibilità che lo slogan “America first”di Trump non sia da declinare secondo l’approccio jeffersoniano (isolazionista), ossia la rinuncia degli Stati Uniti a dare forma di sé al mondo per impegnarsi a salvaguardare la democrazia all’interno dei confini nazionali. Piuttosto, invece, sia da intendere in senso jacksoniano (nazionalista-populista), che vede nella sicurezza e nel benessere economico del popolo americano un bene perseguibile attraverso una minore esposizione internazionale del Paese ma che, se attaccati, impongono di conseguire una vittoria schiacciante sul nemico. Un primo assaggio di questo approccio, tuttavia, era stato offerto da Trump nel discorso di insediamento, quando aveva promesso: «we will reinforce old alliances and form new ones and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism, which we will eradicate completely from the face of the Earth».

Gabriele Natalizia è ricercatore alla Link Campus University, dove insegna Relazioni internazionali.

L’Operazione Prima Parthica

A seguito dell’espansione dello Stato Islamico (IS) in Iraq e Siria, gli Stati Uniti hanno formato una Coalition of Willingcon lo scopo di fornire alle forze di sicurezza irachene il supporto operativo per sconfiggere l’IS, rendere sicuri i confini, ristabilire la sovranità dello Stato iracheno e formare forze armate e di polizia in grado di garantire la sicurezza della Nazione. Nell’ambito della missione internazionale Inherent Resolve, l’Italia con l’Operazione Prima Parthica dà il proprio contributo fornendo personale di staff ai comandi multinazionali in Iraq e Kuwait nonché assetti e capacità di formazione e assistenza alle forze armate e di polizia irachene, assumendo un ruolo fondamentale nella lotta all’espansione del Califfato, fortemente apprezzato a livello internazionale.

L’Operazione Prima Parthica - Geopolitica.info

Attualmente l’Italia ha un ruolo attivo nell’ambito della coalizione multinazionale di 65 Paesi che, attraverso Inherent Resolve, si impegna a contrastare l’avanzata dell’autoproclamato Stato Islamico. Le forze dei vari Paesi operano ai sensi della Carta ONU nonché delle Risoluzioni 2170 del 15 Agosto 2014 e 2178 del 27 Settembre 2014, sulla base della richiesta di soccorso presentata il 20 Settembre 2014 dal rappresentante permanente dell’Iraq presso l’ONU al Presidente del Consiglio di Sicurezza. All’interno di questa missione internazionale, l’Italia agisce tramite l’Operazione Prima Parthica (il nome deriva dalla legione romana che arruolava i propri uomini in Medio Oriente nell’odierna Sinjar, al confine tra Siria e Iraq): il dispositivo nazionale opera in Iraq e Kuwait e in particolare ad Erbil, dove sono in corso cicli di formazione a favore dei Peshmerga da parte dei soldati italiani, e Baghdad, presso cui sono in corso attività di formazione e assistenza per le unità delle Forze Speciali irachene da parte dei Carabinieri.L’Accademia Aeronautica invece conduce missioni di ricognizione con i propri aerei e rifornisce i velivoli della coalizione. Circa 1400 militari appartenenti a tutte le Forze Armate sono impiegati in quattro fasi:

– prima fase di supporto umanitario (dal 16 al 20 Agosto 2014) in cui hanno operato circa 45 unità tra aviorifornitori ed equipaggi di volo nel trasporto e consegna di materiale umanitario;

– seconda fase, completata, per la fornitura di armamento ad Iraqi Security Forces e milizie volontarie, con l’utilizzo di 30 unità tra equipaggi di volo e aviorifornitori;

– terza fase, da Ottobre 2014, consistente nell’inserimento di personale in Kuwait, ad Al-Udeid (Qatar), Baghdad ed Erbil per esigenze di comando e per addestrare i militari Peshmerga e iracheni;

– quarta fase, da Ottobre 2014,che ha permesso lo schieramento di un velivolo di rifornimento in volo, di alcuni assetti per ricognizione e sorveglianza, di 2 aerei a pilotaggio remoto Predator e di 4 Tornado in Kuwait.

A Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, avviene l’addestramento di circa 7000 combattenti curdi Peshmerga, i quali combattono per cacciare dalle loro terre gli invasori dell’IS. Quando nell’Agosto del 2014 gli uomini del Califfato hanno raggiunto i deserti dell’Iraq hanno fatto pulizia etnica, massacrando i fedeli al Yazidismo (fede religiosa diffusa nel nord dell’Iraq) e obbligando i cristiani alla conversione all’Islam o a ricadere sotto il loro giogo. I Curdi iracheni oggi si sono organizzati e con l’aiuto della comunità internazionale sono passati al contrattacco infliggendo all’IS le prime pesanti sconfitte. A prepararli ci pensano anche i militari italiani che operano in Iraq presso il Kurdistan Training Coordination Center il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre a Italia e Germania. L’Italia vi impiega circa 400 militari, di cui 120 istruttori. Grazie al loro aiuto e alle armi fornite (missili anticarro Folgore e mitragliatrici pesanti) in questi mesi i Peshmerga sono riusciti a liberare Sinjar, centro yazida e nodo strategico che collega Mosul a Raqqa, la capitale dell’intero califfato islamico. Ad inizio 2016 la preparazione dei combattenti curdi è stata affidata ad artiglieri e genieri della Brigata Folgore. I Peshmerga vengono istruiti per 5 settimane attraverso un corso di specializzazione al combattimento basato su tattiche di avvicinamento ai target, lavoro coordinato di squadra, sganciamento sotto il fuoco nemico, rudimenti di pronto soccorso sul campo di battaglia, utilizzo dei mortai e dei fucili di precisione. I soldati italiani addestratori sono tutti veterani, già operanti in Afghanistan, Libano, Somalia e Balcani, e il loro lavoro di addestramento avviene in un clima disteso, basato su rispetto e stima reciproca. Ultimamente il personale militare italiano presente ad Erbil ha ricevuto il via libera per entrare a far parte anche del sistema di recupero di personale isolato appartenente ad Inherent Resolve: il servizio è svolto da personale specializzato del 66° reggimento fanteria aeromobile Trieste organizzato in 4 elicotteri multiruolo e 4 Mangusta con equipaggi chiamati a recuperare personale isolato, militare e civile appartenente alla coalizione.

A Baghdad, presso Camp Dublin, invece l’Arma dei Carabinieri forma gli agenti per i territori liberati dall’IS. Il campo è stato base operativa dal 2007 al 2011 delle unità dei Carabinieri impegnate nella NATO Training Mission Iraq per tenere corsi di addestramento delle locali forze di sicurezza, estremamente apprezzati anche a livello internazionale tanto che gli USA, riconoscendone la leadership nell’attività, hanno chiesto ancora all’Italia di tornare nel Paese per riprendere lo stesso compito svolto con successo fino a quattro anni prima. La missione d’addestramento è stata considerata fondamentale per combattere efficacemente gli jihadisti del Califfato direttamente sul territorio, soprattutto attraverso la formazione di forze di polizia necessarie a mantenere in sicurezza aree liberate. La richiesta americana è arrivata nel Marzo 2015, stesso mese nel quale l’IS faceva strage al Museo del Bardo a Tunisi. L’allarme internazionale era altissimo. Dunque la missione dei Carabinieri fu pianificata ed organizzata in tempi strettissimi tanto che a Giugno Camp Dublin era già pronto. Un primo gruppo di 10 addestratori giunse in Iraq e iniziò il primo corso di training per 150 allievi che facevano parte sia delle forze di polizia federali che di quelle locali. Nell’Ottobre 2015 è stata raggiunta la piena capacità operativa. In questi mesi più di 900 allievi si sono rilevati estremamente motivati nell’apprendere gli insegnamenti di circa 90 unità costituenti la Task Force Carabinieri, con la precisa volontà di risolvere i problemi del loro Paese, dimostrandosiorgogliosi di appartenere alle forze di polizia irachene e desiderosi di stabilizzare le proprie città. A Camp Dublin si addestra personale proveniente dalle regioni di Al-Anbar, Ninive e Salahaddin, aree contese agli jihadisti dell’IS e in parte riconquistate, dove ristabilire la sicurezza diventa una priorità. Nelle 8 settimane del corso di base le lezioni teoriche sono integrate da quelle pratiche sul terreno. L’addestramento impartito prevede il futuro impiego degli allievi anche nei territori dove lo Stato Islamico è ancora presente. Un esempio concreto dei risultati ottenuti è stato osservato a Ramadi, capoluogo della provincia di Al-Anbar nell’Iraq centrale, dove diversi ex allievi sono stati inviati a supporto delle truppe irachene anche durante i combattimenti per la liberazione dall’IS. Risultati positivi che sono apparsi ancor più evidenti quando le forze di polizia addestrate dai Carabinieri hanno ripreso ad operare nella città, dopo che questa era stata riconquistata. Grazie all’alto grado di preparazione raggiunto, la Polizia ha quindi permesso di passare rapidamente dalla governance militare imposta su Ramadi a quella civile, un successo salutato addirittura dal New York Times che ha sottolineato come la conquista di Ramadi da parte dell’IS nel Maggio 2015 fosse stata possibile soprattutto grazie alla scarsa preparazione delle locali forze di sicurezza. Attraverso l’esperienza di Ramadi è percepibile come nell’addestramento pianificato dai Carabinieri sono previsti anche dei moduli legati al rispetto dei diritti umani ossia lezioni teoriche per insegnare la tutela delle minoranze, delle popolazioni e l’etica professionale. E’ soprattutto il clima di collaborazione, di rispetto e fiducia reciproci che si può cogliere nel campo. Ne sono testimonianza i racconti degli stessi addestratori che parlano di amicizie nate all’interno della base, mantenute negli anni. Alle 17 ogni giorno terminano i corsi ma non le attività comuni. Nel frattempo i corsi si moltiplicano: oltre a quelli di base sono stati organizzati anche addestramenti per tiratori scelti ed artificieri, estremamente importanti per la bonifica delle aree strappate all’IS, abituato a disseminare le zone che sono state sotto il loro controllo di micidiali trappole esplosive. In programma ci sono anche corsi con personale specializzato per la tutela del patrimonio culturale (una delle principali fonti di finanziamento dello Stato Islamico è costituita proprio dal contrabbando di reperti archeologici) e corsi dedicati al personale femminile, destinati in particolare a tematiche come la violenza domestica o sui minori.

Per quanto riguarda il Kuwait, una Task Force Air Kuwait opera dall’Ottobre 2014 con il compito di effettuare operazioni di rifornimento volo, intelligence, sorveglianza e ricognizione aerea nell’area medio orientale. Per contribuire alla lotta contro lo Stato Islamico si avvale di diversi assetti operativi costituiti da velivoli che operano da tre diverse basi aeree: Abdullah Al Mubarak, Ahmed Al Jaber ed Ali Al Salem, secondo un dispositivo operativo complesso ma perfettamente integrato e sinergico con le molteplici componenti della coalizione internazionale. In questi anni la Task Force ha visto il passaggio di più di 1400 militari dell’Aeronautica e delle altre Forze Armate. Presso la base di Abdullah Al Mubarak la compagine italiana è insediata con il Task Group Breus: costituito da circa 30 uomini provenienti dal 14° Stormo di Pratica di Mare, il TG Breus coordina, pianifica ed esegue missioni di rifornimento in volo diurne e notturne direttamente all’interno dell’area operativa supportando velivoli nazionali e della coalizione. La capacità di rifornire un ampio ventaglio di velivoli permette di procedere verso le zone operative a tutti gli assetti provenienti da basi aeree più lontane. Presso la base di Ali Al Salem è schierato invece il velivolo a pilotaggio remoto Predator del Task Group Araba Fenice: la capacità dell’assetto di fornire un flusso video pressoché diretto, mediante l’utilizzo di sensori elettro-ottici ed infrarosso, lo rende fondamentale ai fini della pianificazione operativa e per il soddisfacimento delle esigenze di intelligence del comando della coalizione. Ad oggi il Predator italiano ha volato oltre 2000 ore con migliaia di punti di interesse osservati e processati. Grazie alla sua versatilità e alle capacità peculiari che gli sono proprie fornisce un contributo determinante in seno alla coalizione, facendo leva sul grande bagaglio di esperienza accumulato dal suo equipaggio in molti anni di attività.  Presso la base aerea di Ahmed Al Jaber sono schierati invece i velivoli Tornado del Task Group Devil con compiti di ricognizione dell’area operativa: il ragguardevole traguardo di 2000 ore di volo effettuate dai velivoli ha contribuito alla buona riuscita dell’attività del contingente mediante missioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Il contributo è stato ulteriormente arricchito con l’introduzione della Cellula Intelligence Integrata Italiana I2MEC, in grado di soddisfare in modo continuativo le esigenze di raccolta, analisi, elaborazione, fusione e disseminazione dei prodotti raccolti dalle piattaforme in volo. L’I2MEC comprende specialisti di intelligence di tutte le forze armate del Centro Intelligence Interforze dello Stato Maggiore della Difesa ed è articolata su più sezioni che effettuano analisi delle immagini degli assetti dell’Aeronautica, con il valore aggiunto derivante dalla fusione degli input provenienti da più sensori e dalla correlazione con dati di intelligence nazionali e di coalizione.

L’Italia poi sta contribuendo in maniera significativa al processo di sviluppo della coalizione anche grazie all’inserimento di personale italiano presso il Combined Air Operation Center di Al-Udeid in Qatar.

 L’Operazione Prima Parthica si sta rivelando determinante nella lotta all’espansione dello Stato Islamico da parte della coalizione internazionale, facendone dell’Italia un attore di primo piano. L’impegno italiano, fatto di concretezza e professionalità, resta forte e costante, profondamente apprezzato dalle forze locali e dagli USA che da sempre contano sul supporto del nostro Paese. Il clima disteso e di piena apertura all’interno delle basi operative italiane e gli alti livelli di preparazione delle nostre forze saranno fondamentali per una migliore comprensione delle lezioni tenute e per un più proficuo addestramento delle forze locali, senza dimenticare il lavoro svolto dall’Aeronautica con un buon numero di velivoli impiegati. Nel complesso l’Italiasarà determinante per un’eventuale vittoria contro il Califfato, convinta che bombardare dall’alto non serve a molto mentre identificare gli obiettivi armati dell’IS, come fanno i Tornado o i Predator dell’Aeronautica, fornisce i target da eliminare per consentire l’avanzata delle truppe locali sul terreno. L’azione coordinata di chi identifica gli obiettivi, di chi li neutralizza e delle truppe di terra che avanzano conquistando terreno è una delle chiavi di volta del conflitto. Prima Parthica si articolerà presto ad essere più ampia e internazionale, considerando la volontà di altri Paesi della coalizione anti-IS di volersi aggregare al ruolo addestrativo del quale Esercito e Carabinieri manterranno la leadership, e di conseguenza rappresentando per le nostre forze un successo anche in termini di integrazione con altri eserciti.

L’esercito siriano riconquista Palmira

L’esercito siriano ha conquistato Palmira, per la seconda volta. Già lo scorso anno, nel periodo di Pasqua, i soldati di Assad avevano strappato la città alle milizie dell’Isis, per poi perderla dopo l’offensiva jihadista di dicembre.

L’esercito siriano riconquista Palmira - Geopolitica.info

Con un comunicato l’esercito siriano ha confermato la presa della città di Palmira, avvenuta in tempi relativamente rapidi. Nella dichiarazione si ringraziano gli “amici della Siria”, sottolineando il ruolo fondamentale che gli Hezbollah libanesi e l’aviazione russa hanno avuto nella riconquista della città.
Luogo simbolo nella lotta al terrorismo (l’antica città è patrimonio dell’Unesco), e di importanza strategica perchè permette ai governativi di avere un avamposto nel centro del paese, Palmira è stata riconquistata nella giornata di giovedì dopo un’offensiva durata pochi giorni.

L’esercito siriano, coadiuvato a terra dall’azione degli Hezbollah, già 3 giorni fa aveva ottenuto importanti risultati, e guadagnava terreno per stabilirsi alla periferia sud-ovest della città. Contemporaneamente, sfruttando colpi di artiglieria e strike aerei che hanno diviso le milizie dell’Isis, costringendo gran parte dei jihadisti a ripiegare verso l’interno in direzione della cittadina di Suknah, l’esercito siriano conquistava l’aeroporto di Palmira (situato nella periferia est). Di conseguenza, avendo circondato la città, nella giornata di mercoledì, è partita l’offensiva finale che ha permesso alle forze di terra siriane e agli Hezbollah di entrare a Palmira, conquistando l’antica cittadella patrimonio dell’Unesco.
Secondo un fotografo russo, tra i primi giornalisti ad entrare nella Palmira liberata, i danni ai monumenti sarebbero ben maggiori rispetto all’ultima conquista di Daesh. L’anfiteatro romano, dove un anno fa si svolse il concerto dell’orchestra di San Pietroburgo, è ora ricoperto di macerie.

Anfiteatro romano di Palmira danneggiato

Aiuto americano?

Nel comunicato diramato dall’esercito siriano si legge chiaramente che l’aiuto all’offensiva per la riconquista della città è da attribuire all’aviazione russa e agli Hezbollah libanesi. Inoltre, secondo le ultime dichiarazioni della diplomazia russa, tra l’amministrazione Trump e Mosca non ci sarebbero punti di contatto sulla Siria. C’è da sottolineare, però, che nelle ultime settimane di febbraio intensi strike aerei statunitensi (23 per la precisione), hanno colpito formazioni dell’Isis, facilitando certamente la strada all’offensiva siriana.
Anche il Comando centrale dell’esercito degli Stati Uniti ha negato un coordinamento con l’asse russo-siriano, chiarendo che gli strike erano volti a demolire l’arsenale dell’Isis per evitare che le milizie jihadiste potessero usarlo in altri luoghi contro le forze statunitensi.
Ufficialmente, quindi, da entrambe le parti, viene negato qualsiasi coordinamento militare sulla Siria. Nei prossimi mesi, quando ci si avvicinerà all’incontro tra Trump e Putin e quando ci saranno da decidere le modalità per la riconquista di Raqqa, un dialogo tra Mosca e Washington sarà inevitabile: dal ruolo dei curdi a quello turco, il futuro della Siria interessa le dinamiche dell’intera regione.

La battaglia per Raqqa

Iniziano i preparativi per la battaglia di Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico. La conquista della città causerebbe un enorme danno all’ISIS, ma le insidie militari e le indecisioni politiche rendono l’operazione complicata.

La battaglia per Raqqa - Geopolitica.info

Sin dall’inizio delle operazioni militari contro lo Stato Islamico, era chiaro a tutti gli attori in campo che per infliggere un duro colpo alla resistenza jihadista in Siria e in Iraq era fondamentale la conquista delle due capitali dell’Isis, Mosul e Raqqa. Entrambe le città sono centri nevralgici dell’intelligence dello Stato Islamico, fondamentali per l’organizzazione militare sul campo e per la pianificazione degli attentati al di fuori dei “confini” del sedicente stato. Sia all’interno del territorio, sia per la proiezione esterna di potenza, Mosul e Raqqa hanno quindi rappresentato per l’Isis un vero e proprio centro operativo, ed hanno ospitato (e tutt’ora ospitano) i migliori comandanti jihadisti.
La situazione militare

Il mese di febbraio ha visto intensificarsi l’attività militare nei pressi di Raqqa. Il primo febbraio l’esercito curdo ha annunciato l’inizio della terza fase per la liberazione della capitale, che consisteva nel tagliare i rifornimenti di mercenari ed armi destinati all’Isis, conquistando le principali strade e  i villaggi nei territori a nord della città.
Negli ultimi giorni i raid aerei della coalizione internazionale e dell’alleanza russo-siriana hanno colpito obiettivi dello Stato Islamico all’interno di Raqqa. Il 16 febbraio diversi strike della coalizione si sono concentrati nelle zone nord della città, mentre a terra l’esercito curdo stabiliva il proprio avamposto a 5 chilometri a nord-est della città.
Dal 17 febbraio, uniti ai raid della coalizione, anche diversi strike russi hanno colpito obiettivi dell’Isis, evidenziando un’intensificazione delle operazioni all’interno della città. Negli ultimi due giorni l’aviazione a guida statunitense ha continuato a colpire in città, mentre c’è da registrare un bombardamento russo presso la cittadina di Al-Assadiah, 5 chilometri a nord di Raqqa e vicino al fronte curdo.
Nella giornata di ieri l’esercito curdo è riuscito ad avanzare, conquistando alcune posizioni dei  miliziani jihadisti. Secondo diverse fonti i combattimenti si riescono a sentire chiaramente dall’interno di Raqqa, segnale del progressivo avvicinamento del fronte e dell’ormai prossima battaglia in città.

Progressi curdi (in giallo) nel mese di febbraio

Il dubbio politico

Fino a questo momento le operazioni militari, sia della coalizione che dell’alleanza russo-siriana, si sono svolte senza particolari problematiche. Gli equivoci politici potrebbero iniziare quando ci sarà da coordinare l’operazione di conquista della città, fondamentale anche dal punto di vista simbolico. I diversi attori presenti sul campo hanno validi motivi per mettere il cappello sulla riuscita della missione, e ad oggi è complicato pensare a una convergenza di interessi che possa aiutare le operazioni.

L’esercito curdo

L’esercito curdo è oramai ben radicato nel nord della Siria, dove controlla una grande fetta di territorio al confine con la Turchia. L’obiettivo politico rimane quello di una Siria federata, che riconosca ampia autonomia alle regione curda: nella giornata di ieri la vice-presidente dell’YPD (Partito dell’Unità Democratica) ha ribadito il concetto secondo il quale l’unica soluzione possibile per la Siria è quella del federalismo. Un ruolo primario nella conquista di Raqqa garantirebbe ai curdi un enorme peso al momento delle trattative per il futuro del paese, occasione che difficilmente si lasceranno scappare. Inoltre l’esercito curdo può garantire uomini esperti del campo e oramai abituati alla guerra con i miliziani dell’Isis, oltre al fatto di aver già aperto un fronte nei pressi di Raqqa. Per usare un parallelismo storico recente, si può pensare alla battaglia per la conquista di Baghdad condotta dagli Stati Uniti contro l’esercito iracheno. Anche in quel caso i curdi fornirono un aiuto fondamentale per la conquista della città, tenendo impegnate diverse divisioni dell’esercito di Saddam a nord e facilitando l’ingresso dell’esercito americano da sud. Anche in questa occasione è difficile pensare che i curdi possano essere tenuti fuori dai giochi, dopo gli enormi progressi fatti nelle zone a nord di Raqqa.

Gli Stati Uniti e la Turchia

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mattis, ha annunciato ieri a Baghdad che gli Usa sono pronti all’offensiva per Raqqa. Tutto questo mentre si combatte strada per strada per la liberazione di Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Gli Stati Uniti sono pronti a inviare in Siria un ingente numero di uomini, in supporto alle milizie curde nel nord di Raqqa. Ma è proprio questo uno dei maggiori problemi dell’operazione: la nuova amministrazione Trump vuole ricucire i rapporti, deteriorati dalla precedente amministrazione, con la Turchia. Quest’ultima, però,  vede con preoccupazione l’aumento dell’influenza curda nel nord della Siria. Per Erdogan le milizie curde che combattono in territorio siriano altro non sono che una diramazione del PKK, considerato come gruppo terrorista da Ankara, e ciò rende impossibile una apertura verso i curdi siriani. Proprio per diminuire il ruolo curdo, il 24 agosto la Turchia ha inviato in Siria le proprie truppe per sostenere l’esercito libero siriano (ELS). Nella giornata di ieri l’esercito turco e l’ELS hanno attaccato ripetutamente diverse posizioni delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione formata da forze curde e arabe, nei pressi di Manbij (roccaforte della provincia curda), a dimostrazione del timore di Ankara nei confronti della crescente influenza curda nel nord della Siria.
La Turchia, per superare questa situazionedi impasse, ha presentato agli Stati Uniti due diversi piani militari per arrivare a Raqqa: un piano A, che prevede lo sfondamento da Tall Abyad, città situata sul confine turco a 80 chilometri a nord di Raqqa. Piano complicato dal punto di vista politico, perché prevede l’attraversamento dei territori controllati dai curdi, e quindi richiede un impegno americano nel creare una zona cuscinetto concordata con le milizie turche per far passare l’esercito turco.

Piano A

Un piano B, complicato dal punto di vista militare, che prevede la partenza dalla cittadina di Al Bab, attualmente assediata dall’esercito turco, che si trova a 180 chilometri a nord ovest da Raqqa. In questo caso si riuscirebbe ad evitare un attraversamento dei territori curdi, ma il percorso sarebbe più lungo e prevedrebbe il passaggio in zone impervie dal punto di vista geografico e sotto il controllo dello Stato Islamico.

Piano B

La Russia e la Siria

Gli ultimi 5 giorni hanno visto intensificarsi i bombardamenti dell’aviazione Russia nella città di Raqqa. I puntuali report del ministero della difesa russo confermano la volontà della Federazione Russa di non voler lasciare la riconquista  della capitale dello Stato Islamico alla coalizione internazionale. A conferma di ciò sono arrivare le parole di Assad, che in un’intervista rilasciata ad una Tv francese ha dichiarato di voler riconquistare la città. Assad ha evidenziato come Raqqa sia un simbolo della guerra in Siria, e che nella città in questione siano stati pianificati i principali attentati in Europa. Per il presidente siriano la conquista di Raqqa è una priorità assoluta per una duplice ragione: presentarsi a dei potenziali trattati di pace con il controllo dei principali centri urbani e la più vasta parte di territorio possibile, ed evitare un aumento dell’influenza curda nel nord del paese.
Allo stesso tempo la Russia, giocando un ruolo primario nell’offensiva in città, rilancerebbe il suo ruolo di attore impegnato nella lotta al terrorismo, pareggiando il peso simbolico della futura conquista di Mosul da parte della coalizione internazionale.
E’ proprio su Raqqa che potrebbe compiersi la convergenza strategica tra Trump e Putin, che prevedrebbe un coordinamento militare per la conquista congiunta della città.

I rischi militari

Secondo Abdolkharim Khalaf, generale dei servizi di sicurezza iracheni, Al Baghadi, numero uno dell’Isis, è scappato verso Raqqa prima dell’inizio dell’operazione su Mosul. Avrebbe inoltre portato con lui i più alti comandanti dello Stato Islamico, tagliando completamente i contatti con le milizie di Mosul, lasciate in mano ai comandanti meno esperti e alla mercè dell’offensiva della coalizione.
Al Baghdadi potrebbe essere tornato in territorio siriano per rimettere ordine tra le fila dell’organizzazione terroristica, in difficoltà dal punto di vista militare e politico. A riprova di queste ipotesi c’è l’esecuzione del comandante siriano per la sicurezza dell’Isis a Raqqa, accusato di aver aiutato alcuni civili a fuggire dai territori controllati dal Califfato. Oltre a questa esecuzione, negli ultimi mesi ci sono state diverse sostituzioni dei comandanti locali siriani con personale straniero, segno del crollo della fiducia da parte dei vertici dello Stato Islamico verso i precedenti comandanti, anch’essi accusati di connivenza con la popolazione civile.
I principali rischi militari che la conquista di Raqqa può riservare sono quelli di una battaglia in città. Una guerriglia urbana, scenario che sta diventando preponderante nelle  guerre contemporanee.
Queste tipologie di difficoltà le stiamo già osservando nella conquista di Mosul: territori disseminati da ordigni esplosivi improvvisati, che rallentano le operazioni di terra e il futuro re-insediamento delle popolazioni sfollate; strade e vicoli densamente popolati, nelle quali gli eserciti devono combattere calcolando l’incognita civili, che possono essere usati come scudi umani dai terroristi o come potenziali attentatori suicidi. Inoltre, come già visto a Mosul, alcuni miliziani possono mimetizzarsi tra i civili, causando attentati non solo allo scopo di rallentare le operazioni militari, ma anche per terrorizzare e sfinire la popolazione.
I vertici dello Stato Islamico hanno imparato la lezione irachena di oramai 15 anni fa: è impossibile vincere una guerra simmetrica contro eserciti ben più preparati e armati. Ma si può rendere impossibile l’effettiva conquista di una città portando la guerra su un piano asimmetrico, fatto di attentati, di guerriglia urbana, di terrore verso la popolazione, che costituisca un pantano per gli avversari, al fine di prolungare e aumentare il grado di difficoltà delle operazioni  militari.
Raqqa (e Mosul) saranno un laboratorio per le nuove tecniche militari. I teatri delle guerre del domani non saranno più le steppe, le valli sterminate o le montagne, ma le città, i villaggi, gli insediamenti urbani. Luoghi che richiedono un evoluzione degli eserciti e degli armamenti per evitare un aumento esponenziale delle vittime civili e massimizzare le possibilità di vittoria.

Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues

Nel quadro dell’edizione 2016 dei Mediterranean Dialogues, che si sono svolti a Roma dal 1 al 3 dicembre, è intervenuto anche Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa. In un breve intervento ha illustrato alcune delle intenzioni della Russa per quanto riguarda l’area del Mediterraneo allargato, specificando che per avere un’idea più completa della politica della Federazione è sufficiente conoscerne la storia e la geografia.

Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues - Geopolitica.info

In particolare Lavrov si è soffermato sulla situazione in Siria, esternando la sua contrarietà verso la politica degli Stati Uniti, che ha più volte rimproverato per l’esito delle loro azioni in Libia. Azioni che hanno condotto ad un vuoto di potere dopo la caduta di Gheddafi e al caos che ne è derivato, una situazione che la Russia preferirebbe evitare di creare anche in Siria, un paese che ha definito cruciale. Ha poi insistito sull’importanza di iniziare al più presto dei negoziati tra tutte le parti del conflitto con lo scopo di raggiungere un compromesso politico di cui possano beneficiare tutti.

Un altro motivo di rimprovero agli Stati Uniti è stata la liberazione nel 2004 di al-Baghdadi dal campo di prigionia di Camp Bucca nel sud dell’Iraq, a seguito della quale l’autoproclamato Califfo si è recato in Siria per combattere con al-Nusra e per diventare poi il leader dello Stato Islamico. In seguito a questo episodio, Lavrov ha fatto capire come la Russia non accetti lezioni dagli Stati Uniti.

Ma la dichiarazione più importante del Ministro è stata quando, interrogato sui due principali problemi internazionali che riguardano la Russia, ossia la Crimea e l’Ucraina, Lavrov ha liquidato la prima affermando come non sia affatto un problema internazionale bensì territorio nazionale russo a tutti gli effetti, come ha confermato anche l’esito del referendum.

La battaglia di Mosul: intervista a Ebe Pierini

Per fare il punto sull’offensiva di Mosul, sulle eventuali conseguenze della liberazione della città e sul ruolo dei militari italiani impegnati in Iraq, abbiamo intervistato Ebe Pierini, collaboratrice de “Il Messaggero” e de “Il Mattino”. Grande esperta di zone di conflitto, come giornalista embedded ha seguito i militari italiani in Bosnia, in Libano, in Kosovo e in Afghanistan. Dopo essere stata ben 9 volte in Afghanistan, nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo “Centottanta giorni: storie di soldati italiani in Afghanistan” (Herald editore).

La battaglia di Mosul: intervista a Ebe Pierini - Geopolitica.info

Quali sono gli ultimi aggiornamenti dal fronte di Mosul?

Secondo quanto riportano le ultime agenzie, si nota un avanzamento della 9° brigata del’esercito iracheno, che sta stringendo sempre più i miliziani dell’Isis, anche grazie alle 3000 bombe sganciate dai caccia della coalizione nelle ultime due settimane che hanno aperto la strada all’esercito. Ieri sono uscite delle indiscrezioni secondo le quali Al Baghdadi sarebbe all’interno di Mosul, e il capo di gabinetto del presidente del consiglio curdo Barzani ha ribadito l’importanza di una sua eventuale uccisione, che comporterebbe a cascata una capitolazione dell’Isis.
Tornando alla situazione sul campo: l’esercito iracheno è entrato in città, e alcuni esponenti hanno dichiarato di voler lasciare aperto un “corridoio della morte” verso ovest. Così quando i jihadisti fuggiranno in questo spazio lasciato libero, l’aviazione li bombarderà.
Due giorni fa, le Golden Eagles, un reparto speciale di Baghdad, hanno percorso circa 5 chilometri sul fronte orientale. Inoltre ieri l’esercito ha riconquistato l’aerea dove c’era la vecchia Tv, un evento che può essere strategicamente molto importante.

Quali sono le difficoltà che incontrerà l’esercito nella liberazione della città?

I grandi esperti in materia militare con i quali ho parlato sostengono una tesi ben precisa: una cosa è entrare a Mosul, un’altra è conquistarla. Ci vorranno, secondo queste persone che mi è capitato di intervistare, settimane, se non mesi, per liberare la città. Considera anche che sul campo ci sono diverse forze che stanno operando: l’esercito ufficiale iracheno, i peshmerga curdi che sono addestrati dai nostri militari, alcune milizie sciite controllate dall’Iran, combattenti iracheni sostenuti dalla Turchia e forze antiterrorismo irachene che sono addestrate dagli Stati Uniti. Inoltre ci sono anche forze speciali e cacciabombardieri americani, per cui il quadro è abbastanza complesso.
Tra l’altro negli ultimi giorni le condizioni meteo non hanno facilitato le operazioni, in quanto ci sono venti forti e tempeste di sabbia che rallentano l’offensiva, rendendo difficile l’utilizzo di droni e aviazione. Inoltre c’è la difficoltà di combattere in città, con l’incognita civili che non facilita di certo il lavoro dei militari. Civili che però potrebbero risultare come un’arma a favore dell’esercito iracheno: infatti la popolazione, intuendo la probabile vittoria delle forze di Baghdad, potrebbe rivoltarsi contro i miliziani dell’Isis.

Ci sono stati degli errori commessi dalle forze irachene in questa offensiva?

Sempre secondo esperti militari, un grave errore sarebbe stato quello di annunciare con grande anticipo questa offensiva. Già nei mesi precedenti c’erano state dichiarazioni che annunciavano l’avvento dell’operazione, ma soprattutto nelle ultime settimane abbiamo assistito a un incremento di comunicazioni alla stampa sulla presa di Mosul. Questo ha dato modo ai miliziani dell’Isis di preparare il terreno alla controffensiva. Abbiamo visto tramite alcuni video che i jihadisti hanno costruito molti tunnel per nascondersi e attaccare l’esercito iracheno all’interno della città. Hanno inoltre riempito delle trincee con il petrolio, e si dice che siano pronti ad incendiarle. Non è escluso tra l’altro che possano utilizzare delle armi chimiche, come bombe al cloro e gas mostarda (iprite).

Qual è il ruolo dei militari italiani in Iraq? Ci sono rischi per le forze italiane?

Parliamo di numeri: tra l’Iraq e il Kuwait ci sono circa 1400 soldati. E’ un numero importante, perché in questo momento è il più alto tra tutte le missioni nelle quali sono impegnati i nostri militari. Di questi 1400, circa 500 sono dislocati nei pressi della diga di Mosul, e fanno parte della task force “Praesidium”. Questa task force è formata dal 6° reggimento bersaglieri di Trapani, e penserà alla sicurezza dei civili che stanno operando nella ricostruzione della diga. L’appalto per la costruzione è stato vinto dalla ditta italiana Trevi, e il ministero della Difesa ha quindi deciso di mandare questa aliquota di soldati per garantire la sicurezza dei lavori. Gli italiani sono dislocati a 30 chilometri dal centro di Mosul, quindi in sostanza non dovrebbero essere in pericolo. Inoltre a cordonamento c’è un’ulteriore aliquota di soldati iracheni che proteggono l’aerea.
E’ chiaro che l’aerea è comunque delicata, e negli ultimi giorni vanno registrati 4 attacchi con colpi di mortaio nella zona dove si trovano i soldati italiani.
In generale il ruolo degli italiani è stato quello di  addestrare dei Peshmerga curdi. Va detto che operativamente gli italiani potrebbero essere chiamati ad intervenire: chiaramente non sul terreno in missione combat, ma con gli elicotteri, in quanto il nostro ruolo è quello di evacuazione medica nel caso ci fossero feriti della coalizione. L’Italia ha messo a disposizione 4 elicotteri NH90, che vengono scortati dagli A129 Mangusta, che sono armati di cannoncino, per cui in caso di attacco sono in grado di difendere gli elicotteri.

Quale può essere il futuro di Mosul, facendo riferimento anche alla grande quota di popolazione cristiana che è fuggita dalla città?

Il discorso è complesso, considerando che Mosul è la seconda città dell’Iraq. E’ una città molto importante, tanto che è stata scelta dall’Isis come capitale del proprio Stato. Al Baghdadi, nel 2014, ha annunciato la nascita dello Stato Islamico proprio dalla moschea di Mosul. Questo di dimostra quanto, dal punto di vista dell’immagine, questa città pesi per l’Isis. E’ vero che Mosul è importante anche per i Peshmerga perché, essendo ricca di petrolio, consentirebbe un prolungamento vitale per il Kurdistan iracheno. Quest’ultimo fatto, naturalmente, non piace per niente alla Turchia ed ad Erdogan. Intorno a Mosul quindi, ruotano una serie di interessi che dovranno evolversi a seconda di quanto tempo ci vorrà per entrare in città.
Per quanto riguarda i cristiani, dobbiamo ricordare che in quest’area ne vivevano 150.000, cacciati dall’Isis due anni fa. Questa parte di popolazione spera di tornare dopo la liberazione di Mosul. I miliziani dell’Isis hanno preso di mira i cristiani e tutti i luoghi religiosi quando ha iniziato a conquistare quelle zone: hanno distrutto croci, hanno dato fiamme ai paramenti sacri, hanno violato i cimiteri, hanno convertito chiese in moschee. Naturalmente una liberazione di Mosul dall’Isis potrebbe favorire il ritorno dei cristiani, perché c’è sicuramente la voglia di questi di tornare nella loro città e nei loro quartieri. L’auspicio è che l’area possa essere completamente ripulita dall’Isis, in modo tale che l’islam e il cristianesimo possano tornare a convivere in pace.