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Che fine ha fatto lo Stato islamico ?

Un autentico black out mediatico, politico e militare sembra interessare da diversi mesi lo Stato islamico in Iraq e in Siria. Quella che fino ad un anno fa era ancora considerata la più temuta organizzazione terroristica del mondo, sembra essere diventata oggi una reliquia della nostra storia recente.

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Questo atteggiamento di sottovalutazione è al contempo sbagliato e dannoso perché l’ISIS non è stato affatto sradicato dal teatro siro-iracheno, in cui sta, al contrario, dando segni di preoccupante vitalità.

Ad oggi (fine marzo del 2018), lo Stato islamico occupa militarmente poche aree della Siria: è presente nei sobborghi meridionali della capitale Damasco (Yarmuk , Hajar al-Aswad), nelle alture del Golan al confine con Israele, in una vasta area semidesertica orientale del paese (nei pressi di Albukamal  ed Al Mayadeen ) e in alcune zone di confine con l’Iraq poste tra Hasakah e Deir Ez Zur. È probabile che una sacca di combattenti dell’ISIS fuggiti dalla provincia di Hama in seguito ad un’operazione condotta dalle truppe lealiste a febbraio abbia trovato un (molto precario) rifugio nella provincia di Idlib, già in mano a gruppi ribelli ostili. Ciò che rimane oggi sotto il controllo diretto del califfato è dunque ben poca cosa rispetto a quanto posseduto fino a due anni fa: quattro o cinque sacche di resistenza prive, peraltro, di continuità territoriale. Eppure, capitalizzando ancora una volta debolezze ed errori dei suoi nemici, l’ISIS non è soltanto sopravvissuto (ri)trasformandosi senza apparenti problemi in un’entità insurrezionale capace di colpire con rapidi e sanguinosi attacchi hit and run (soprattutto in Iraq), ma è anche riuscito recentemente a compiere vere e proprie offensive ai danni dell’esercito siriano . Qualche esempio: nel solo mese di marzo quattro province irachene (Kirkuk, Anbar, Salahuddin e Ninive) sono state teatro di diversi attentati ed attacchi che hanno provocato la morte di almeno 70 tra militari e uomini delle Al Hasd al Sha’abi sciite. A pochi chilometri dal palazzo presidenziale di Damasco un’offensiva condotta da miliziani dello Stato islamico partita dal sobborgo di Yarmuk ha addirittura conquistato un intero quartiere (Qadam) provocando la morte di almeno 60 soldati siriani: sembra surreale dirlo ora, ma risponde a verità il fatto che lo Stato islamico è, ad oggi, diventato  padrone di buona parte della periferia sud della capitale siriana. Nei pressi dell’Eufrate e del confine con l’Iraq, un’incursione armata dell’ISIS partita dalla badia desertica in cui i suoi uomini hanno trovato rifugio ha messo a durissima prova la capacità di resistenza delle truppe lealiste lì dislocate provocando comunque un centinaio di vittime. E’ da evidenziare infine come lo Stato islamico sembri pianificare le proprie operazioni differenziandole in base alla situazione politico militare in cui si trova ad agire: nei contesti in cui il nemico manifesta un miglior controllo del territorio come l’Iraq si prediligono feroci attacchi terroristici “stile Zarqawi”, dove invece la situazione è di vera e propria guerra, come in Siria, si opta senz’altro per l’attacco militare finalizzato alla conquista.

La sopravvivenza dello Stato Islamico nel Siraq è dovuta sostanzialmente a due fattori:  La manifesta incapacità dell’esercito siriano di operare offensive su diversi fronti a causa dell’endemica penuria di affidabili unità d’assalto. Ciò provoca la necessità di scegliere accuratamente il settore in cui concentrare tali reparti tralasciando gli altri. Quando, nel corso dello scorso anno, le unità dell’esercito lealista ripulirono dall’ISIS la vasta zona posta ad occidente del fiume Eufrate trascurarono di rastrellare le zone desertiche poste al di fuori degli assi di avanzamento perché subito interrotti dall’impellente necessità di intervenire presso un altro fronte. Eppure, proprio dalle sabbie di questo deserto sono emersi i jihadisti che hanno provocato la morte di un centinaio di soldati lealisti nella zona di Al Mayadeen e della stazione di pompaggio T-2 nelle ultime settimane.

Il secondo motivo che consente la sopravvivenza dello Stato islamico sia in Siria che in Iraq sta nella sua capacità di trarre sostentamento da una serie di attività illegali gestite spesso in joint venture con elementi di spicco delle società locali in grado di garantire, in cambio di lucrosi guadagni, protezione e sostegno ai guerriglieri del califfo.
Date queste premesse, quali potrebbero essere le prospettive future? Molto dipenderà dal decorso del conflitto siriano. Se i colloqui di Astana portassero all’effettiva spartizione del paese, un quadro di maggiore tranquillità nel paese permetterebbe senza dubbio l’eradicazione militare delle ultime sacche di resistenza territoriale dello Stato islamico; una situazione di minor conflittualità generale (ma di generalizzata insicurezza e povertà) uniformerebbe però con ogni probabilità i rami siriano ed iracheno dell’organizzazione in una medesima matrice più schiettamente terroristica e insurrezionale. Se, invece, la guerra di Siria dovesse continuare o addirittura peggiorare, è certo che lo Stato islamico troverebbe nuova linfa vitale per riemergere dalle macerie e conquistare nuovamente territori.

Nuove alleanze tra i jihadisti nel Sahel

Con la capitolazione dello Stato Islamico nei territori siriano-iracheni, sono in molti a credere che il Califfato possa decidere di puntare su altre zone geografiche. Una di quelle maggiormente vulnerabili è quella del Sahel, negli ultimi anni territorio controllato da varie milizie di estrazione jihadista, che trovano appoggio nei gruppi criminali e nelle mafie locali. Negli ultimi giorni alcune nuove alleanze all’interno dei gruppi jihadisti creano diversi campanelli di allarme, anche alla luce della prossima missione italiana in Niger.

Nuove alleanze tra i jihadisti nel Sahel - Geopolitica.info

Il Sahel è una fascia di territorio africana compresa tra le zone meridionali del deserto del Sahara e l’inizio della steppa e della savana sudanese. Da est ad ovest coinvolge diversi stati: Gambia, Senegal, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, il sud del Sudan, il nord del Sud Sudan e l’Eritrea.
E’ un territorio vasto ma scarsamente popolato, date le difficoltà geografiche e climatiche che hanno impedito lo sviluppo urbano. Terra di nomadi e di tribù, da sempre il Sahel è una zona anarchica, con grandi vuoti di potere, colmati negli ultimi anni da mafie locali e milizie jihadiste.

Dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, e le restrizioni delle legge statunitensi in materia di riciclaggio di denaro, il Sahel è diventato il corridoio preferito dai cartelli del narcotraffico centro americano per smerciare la droga nel continente europeo. Mafie e gruppi criminali, forti della grande conoscenza del territorio, inaccessibile ai più, si sono enormemente arricchiti, e hanno massimizzato il proprio controllo sulla regione. In questo clima di anarchia legislativa e di povertà, il Sahel si è trasformato in una fucina di gruppi jihadisti, che con il narcotraffico e la manovalanza delle varie mafie locali, ha trovato terreno fertile per aumentare la propria legittimità sulla scacchiere jihadista internazionale. Al traffico della droga, nel primo decennio del nuovo secolo, si è sovrapposto il lucroso business dei rapimenti, che ha aumentato in maniera esponenziale gli introiti dei gruppi jihadisti, accrescendone contemporaneamente popolarità e potenzialità.

Negli ultimi anni, in prossimità dell’inizio dei tumulti passati alla storia come Primavere Arabe, fino ad oggi, i cartelli formati da mafie locali e milizie jihadiste hanno investito in un nuovo business, più redditizio del narcotraffico e dei rapimenti: il traffico dei migranti. Forti di sentieri e nascondigli già battuti in anni di esperienza nel traffico di droga e nei rapimenti, i network criminali che operano nella tratta di migranti ha da subito contato su un grande vantaggio strategico nei confronti degli eserciti e delle polizie locali. Questo nuovo mercato criminale, però, che ha portato negli ultimi anni centinaia di migliaia di migranti in territorio europeo, ha provocato una grande pressione politica sugli stati africani che dovrebbero controllare i territori in questione. Questo ha comportato, nel 2014, alla nascita del G5, un’alleanza militare tra 5 paesi (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) che mira a combattere le varie milizie jihadiste e a contrastarne i diversi business. Nello stesso anno la Francia ha lanciato l’operazione antiterrorismo Barkhane, dispiegando oltre 3000 uomini nel Sahel.

Il riassetto politico, locale con il G5, e internazionale con le nuove attenzioni mediatiche sull’area e con la missione francese, ha provocato una riorganizzazione tra le alleanze jihadiste. Nel marzo del 2017, importanti sigle e uomini che hanno segnato profondamente le attività criminali e terroristiche nel Sahel si sono unite per formare una nuova organizzazione, in grado di contrastare le forze locali ed internazionali per difendere i propri interessi economici.
Al-Mourabitoun, cellula jihadista guidata da Mokhtar Belmokhtar, chiamato “Mr Marlboro” per il suo passato da trafficante di sigarette, e Ansar Eddine, milizia guidata da Iyad Ag Ghaly, si sono unite per formare il movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (“Supporto all’Islam e ai Musulmani”). Per dare un’idea dello spessore criminale e jihadista della nuova formazione, basti pensare che Mokhtar Belmokhtar fu combattente di alto grado tra i jihadisti in Afghanistan contro l’Unione Sovietica, con il Gruppo Islamico Algerino (GIA) negli anni ’90, comandante negli anni 2000 del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimenti, con il quale firmò diversi rapimenti di occidentali nel Sahara e si unì ad Al Qaeda formando la branca nordafricana AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), dalla quale si separò nel 2013. Ebbe un ruolo di grande rilevanza anche nelle rivolte dell’Azawad nel nord del Mali, durante le quali strinse i rapporti con Iyad Ag Ghaly.
Quest’ultimo ha un passato marxista: ha combattuto contro Israele in Libano negli anni ’80, per poi combattere contro il governo maliano negli anni ’90. Data la grande capacità trasformista e diplomatica, ha assunto posizioni salafite, ed ha lavorato persino come console del Mali a Jedda, in Arabia Saudita, da dove è stato espulso nel 2010 per i suoi legami con Al Qaeda.

Per la storia dei due leader, il movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen, con a capo Ghaly, è visto come uno dei maggiori pericoli per la stabilità del Sahel: nello scorso anno il movimento si è affiliato ad Al Qaeda, ed ha di conseguenza stretti contatti con la diramazione maghrebina di quest’ultima. La novità importante degli ultimi giorni, che interessa il nostro paese alla luce della nuova missione italiana in Niger, è la probabile alleanza tra Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Al Qaeda e la costola dello Stato Islamico nel Sahel, conosciuta come Stato islamico nel grande Sahara, guidata da Sahrawi. Un’alleanza impensabile sino a qualche tempo fa, che si starebbe sviluppando in questi giorni, con i leader delle varie formazioni che dallo scorso dicembre avrebbero effettuato diversi incontri. La cooperazione tra i vari gruppi criminali rafforzerebbe il network jihadista nella zona dei tre confini, che interessa il Mali, il Burkina Faso e il Niger, e che aumenterebbe le capacità offensive anche nei confronti dei contingenti occidentali.

La missione italiana in Niger risulta, al momento, no-combat, quindi di supporto e di addestramento per gli eserciti locali. I nuovi movimenti nella galassia jihadista sembrano evidenziare una riorganizzazione non solo locale del terrorismo, ma un nuovo orientamento globale che mira a spostare le mire islamiste nella regione del Sahel, dopo le sconfitte in Siria e in Iraq. La regione africana coinvolge da più vicino l’Italia: un aumento del potere jihadista influirebbe direttamente sul nostro paese, con il tema dell’immigrazione e conseguentemente della sicurezza che risulta sempre più importante per i nostri interessi. Il futuro governo, espressione delle prossime elezioni, deve per forza di cose concentrare la sua attenzione nel profondo sud del Sahara, dove le mafie locali e le formazioni jihadiste si intrecciano e si sovrappongono, regione per troppo tempo sottovalutata dalla politica locale e internazionale.

Il mondo post-ISIS: la barriera inesistente al terrorismo jihadista

Lo Stato Islamico è stato sconfitto sul terreno. A testimoniare la sua disfatta sono le città distrutte e irriconoscibili, i fantasmi di una vittoria ormai perduta: Raqqa, Mosul, Aleppo, Palmira e altre.

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Il Presidente russo Vladimir Putin ha annunciato il ritiro delle truppe russe dal territorio siriano: una scelta finalizzata a raccogliere l’appoggio popolare in vista delle nuove elezioni presidenziali oppure una dichiarazione aperta della grande vittoria putiniana in Medio Oriente?

Nel corso degli ultimi, quasi, sette anni, il mondo stava immobile a guardare il sopravvivere di un regime che ha aperto la porta ad una sanguinosa guerra civile, provocando la grande crisi migratoria e creando, addirittura, i presupposti per la fondazione di uno nuovo Stato Islamico, di natura nettamente terroristica.

Il regime c’è ancora oggi, ma due Stati sono venuti meno. Il primo, quello siriano, governato da un dittatore senza popolo, e l’altro, fondato sul mito di una utopia radicale, che ormai un territorio non ha più. Analizzando gli avvenimenti in un‘ottica ancora più vasta – quella globale – è permesso parlare del mondo post-ISIS oppure si tratta di un semplice shift nel modus operandi del gruppo terroristico?

La sconfitta dell’ISIS – come molti analisti hanno commentato – non è definitiva e il fenomeno dei jihadisti che si fanno esplodere in nome di Allah non è più contenuto con il venir meno di un presupposto territoriale, ma rischia di bussare alle porte delle metropoli occidentali.

La barriera che conteneva il terrorismo jihadista dietro la cortina occidentale non esiste più. I returning fighters e l’avanzata del fenomeno di lone wolves fanno emergere l’esigenza di riflettere su quello che è stato fatto finora e sulla conseguente responsabilità dei governi. Gli attacchi degli ultimi mesi ci fanno comprendere come il terrorismo non possa essere combattuto unicamente con attacchi aerei, granate e mitragliatrici, ma come sia necessario escogitare anche una lotta al terrorismo su altri piani d’azione. È fondamentale capire che i jihadisti non nascono da soli, vengono creati in circostanze e contesti all’interno dei quali non riescono ad autodeterminarsi e a far sentire la propria voce. È infatti anzitutto l’assenza dello Stato a creare i jihadisti.

Ci sono voluti anni per studiare le cause e i modelli di radicalizzazione, enfatizzando la necessità di una cooperazione più consolidata, di una intelligence-sharing internazionale. E ci sono voluti più anni ancora nel tentare di far capire quanto fosse determinante il ruolo della società, delle istituzioni religiose e del sistema scolastico nel campo dell’early detection, per arrivare a un dialogo positivo e riconciliativo a livello locale e nazionale. Tutto ciò era previsto dalle grandi strategie occidentali e delle piccole democrazie in via di sviluppo (che stanno appena iniziando a creare le condizioni per la crescita di uno stato di diritto e istituzioni statali fatte su misura europea) – ma fin troppo entusiasti della loro strategia “ideale”, hanno dimenticato di attuarla.

Sfruttando la negligenza dei governi e le conseguenze dalla globalizzazione, i gruppi terroristici hanno sperimentato una trasformazione profonda. Da semplici disseminatori del terrore, nel corso del tempo, hanno fatto proprio un altro aspetto, assai più pervasivo, quello culturale. Per combattere questa moderna Idra di Lerna sembra non bastevole la strategia della Guerra (preventiva) al Terrore così come formulata e pianificata dall’amministrazione Bush, perché il contesto globale è cambiato significativamente dagli attacchi alle Torri Gemelle: la guerra al terrorismo è diventata ancor prima culturale e di comunicazione. Decapitando una delle teste dello Stato Islamico, rischiamo di facilitarne la ricrescita in molteplici forme – ecco perché bisogna porsi un’altra domanda: per quali motivi 40.000 individui hanno deciso di andare verso le zone di guerra? Come porvi rimedio?

Parlando delle “dottrine antiquate”, quella di Not negotiating with terrorists è diventata la prassi comune in molti paesi. Sono innumerevoli le ragioni per sostenere questa rigida posizione. L’eventuale impegno dei governi democratici nei negoziati con i terroristi andrebbe letto come la resa davanti alla violenza e la sua giustificazione e rappresenterebbe la minaccia alla legittimità dei valori democratici e delle libertà civili, pilastri della cultura occidentale. Se solo un alleato si fosse impegnato a negoziare con gli estremisti avrebbe prodotto un butterfly effect devastante in altri paesi oppure avrebbe potuto indebolire i progressi già compiuti da altri governi nella lotta al terrorismo.

Ma cosa sarebbe stato se le democrazie avessero effettivamente seguito i postulati della dottrina Not negotiating with terrorists e non si fossero mai impegnate nei negoziati segreti? Cosa sarebbe stato se, al posto degli attacchi aerei contro le basi militari dell’ISIS, le principali democrazie si fossero allontanate dal presunto divieto ancora una volta? Cosa sarebbe stato se gli Stati si fossero impegnati a rafforzare le proprie istituzioni e si fossero garantiti reciprocamente solidarietà e tolleranza, due valori che invece vengono solo ostentati all’indomani di un nuovo attacco?

Nel tentativo di distruggere il Mostro per mezzo delle armi, si rischia di diventare anche noi stessi mostri. L’ondata dei combattenti che rientrano nei paesi di origine detta la necessità di affrontare i problemi trascurati in precedenza: capire veramente i push e pull factors della radicalizzazione di ogni singolo individuo e studiare programmi per la loro reintegrazione nella società, tenendo conto della necessità di non perseguire a tutti i costi la garanzia della sicurezza e della stabilità al di fuori dei propri confini, senza prima favorire la deradicalizzazione nel proprio territorio.

 

 

 

 

Il Natale a Qaraqosh, la città irachena liberata dall’Isis

Difficile immaginare il Natale dove poco più di un anno fa sventolava la bandiera nera di Daesh, l’Isis. Fra la polvere della piana di Ninive in Iraq, Qaraqosh – conosciuta anche con il nome di Bakhdida – soffre ancora per le ferite dell’occupazione islamista: ma in questa città, per la prima volta dopo la liberazione, il Natale è diventato il simbolo dolce-amaro della rinascita.

Il Natale a Qaraqosh, la città irachena liberata dall’Isis - Geopolitica.info

Per secoli Qaraqosh, distante una quarantina di chilometri da Mosul, è stata una delle enclave del Cristianesimo in Iraq: una delle comunità più antiche al mondo, cresciute storicamente in Mesopotamia e poi spazzate via nell’estate del 2014 dalla furia iconoclasta dello Stato islamico.

Alle porte della città svetta oggi una croce. Qaraqosh è stata riconquistata dall’esercito iracheno il 19 ottobre del 2016, in coincidenza con l’inizio della lunga e difficile battaglia di Mosul. Nell’esercito della liberazione c’erano anche i soldati della Npu, l’Unità per la protezione di Ninive. È una milizia composta solo da Cristiani assiri, addestrati dagli Stati Uniti per liberare le città cristiane dall’occupazione jihadista. È difficile ricordarsi di loro nel vasto panorama dei combattenti del Medio Oriente, ma per queste zone hanno avuto un ruolo preminente.

 Prima dell’arrivo di Daesh, nella città vivevano quasi 50.000 persone: molti sono fuggiti in tempo, ripiegando verso Erbil e il Kurdistan iracheno. Nel periodo dell’occupazione, quasi il 90% delle case di Qaraqosh sono state distrutte, le fiamme hanno inghiottito le chiese, le statue del Cristo sono state spezzate e gettate nella polvere. Quando l’esercito è rientrato nella città, l’ha trovata deserta, sfigurata in un cumulo di macerie. Mentre gli occhi del Mondo erano puntati su Mosul – la città dove Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato la nascita del califfato –, i cristiani iracheni hanno iniziato piano piano a rientrare nella piana di Ninive: oggi un centinaio di famiglie sono tornate a Qaraqosh.

 Lo Stato Islamico nel frattempo ha perso ogni residuo di presenza territoriale, tanto che a inizio dicembre il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha dichiarato la “fine della guerra contro Daesh”. Le comunità cristiane in Iraq sanno che per loro i pericoli dell’intolleranza non sono finiti. E sanno anche che ci vorrà molto tempo per ricucire le ferite di una città distrutta. Ma nel frattempo è tornato Natale: nella chiesa distrutta dal fuoco islamista, la comunità cristiana si è ritrovata per il sermone di padre Butros Kappa, il sacerdote della chiesa dell’Immacolata. «Ci sarà la messa di Natale come facevamo in passato – ha detto – ma quest’anno la nostra gioia sarà bagnata dalle lacrime per tutti i nostri fratelli che hanno lasciato l’Iraq. Però ciò che importa è ricordare che, nonostante tutto quello che ci è successo, noi siamo ancora qui».

I pericoli del corridoio del Sahel

Per molti secoli solo tribù nomadi hanno attraversato quei 2,5 km  quadrati che si estendono tra l’Oceano atlantico e il mar Rosso e in latitudine in una zona compresa tra il deserto del Sahara e la savana. Il Sahel è la fascia di terra identificabile con la Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad e Sudan. Quasi tutte ex colonie francesi, da pochi decenni indipendenti, continuamente scosse da ribellioni, carestie e guerre civili.

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È lì che, ancor più dopo gli attentati di Barcellona, guardano le intelligence dei paesi occidentali e nord africani, in quella fascia di terra semi desertica e fuori controllo del Sahel diventato negli ultimi anni pericoloso corridoio di jihadisti.

La popolazione del Sahel, poverissima, risente del clima ostile, segnato da continue carestie e soprattutto della siccità, vera piaga della zona.

La scarsità di piogge e risorse idriche non ha consentito uno sviluppo urbano dei luoghi e delle popolazioni, rendendo la zona del Sahel scarsamente abitata almeno fino agli anni 70 quando, dopo la quasi sconfitta della mortalità infantile, la popolazione ha incominciato a crescere in maniera esponenziale, anche a causa del non utilizzo di contraccettivi.

Oggi, a causa della crisi dello Stato islamico, che ha perso buona parte dei territori conquistati, i foreign fighters che hanno combattuto in Siria e Iraq sembrano essersi spostati, nella speranza di riorganizzarsi, in quel territorio immenso e fuori controllo del Sahel, proprio a sud della Libia, della Tunisia e del Marocco da cui provengono i giovanissimi terroristi delle Ramblas di Barcellona.

Il Marocco, stato non toccato dalle Primavere arabe, governato dal re Mohammed IV sembra essere, insieme a Tunisia e Algeria, luogo di origine degli jihadisti, soprattutto di giovani cresciuti nelle zone più povere e remote del Maghreb, affascinati dall’ideologia salafita e dalla Guerra santa. Questo nonostante lo sforzo del re Mohammed di combattere le cellule terroristiche e modernizzare il Marocco, rendendolo uno Stato più laico.

Ma proprio in Marocco, gruppi di salafiti hanno dato vita a più cellule terroristiche, alcune delle quali (Al Qaeda in Maghreb) in competizione con l’Isis e con altri gruppi terroristici.

Proprio fuori dai confini del Marocco e della Libia dove l’Isis è stato sconfitto, nella terra di nessuno che è il deserto del Sahel, si organizzano vari gruppi di salafiti, gruppi di fanatici reduci dallo Stato islamico o non, affiliati ad Al Qaeda o Isis, cellule che sperano di prevalere sulle altre realizzando le stragi più efferate e che guardano alla Spagna, in particolare all’Andalusia e alla Catalogna, sognando di rifondare il califfato nei luoghi in cui prima della Reconquista cristiana l’Islam ha dominato per settecento anni.

Poco prima delle stragi di Barcellona, gli jihadisti del Sahel hanno colpito in Burkina Faso,  in un ristorante frequentato da turisti, uccidendo 18 persone. A essere bersaglio di continui attacchi è anche il Mali.

In queste zona, ex Africa occidentale francese, Parigi cerca di contrastare i terroristi in quelle che sono state ex colonie e in cui ha ancora grossi interessi economici. Questo, secondo alcuni osservatori, uno dei motivi dei continui attacchi in Francia a partire dalla strage del Bataclan del novembre 2015.

La repubblica francese è dal 2014 direttamente coinvolta nel Sahel con l’operazione Barkhane, che vede militari francesi e mezzi  impegnati nel contrasto agli jihadisti nella zona. Dopo l’attentato in Mali del giugno scorso contro turisti occidentali, il Presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato i Presidenti del cosiddetto G5 del Sahel, decidendo la creazione di una forza multinazionale per contrastare i terroristi della zona, soprattutto Al Qaeda nel Maghreb.  La “force Sahel” dovrebbe partire ufficialmente in autunno ed ha ottenuto l’appoggio delle nazioni unite e dell’Ue.

La forza multinazionale sarà composta da 10 mila uomini provenienti dai Paesi del G5, ovvero Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad. La “Force Sahel” costerà 423 milioni di euro e peserà sui governi di Paesi tra i più poveri del pianeta.

A contribuire economicamente però, oltre ai paesi del G5 e alla Francia, sarà anche l’Unione Europea, come affermato dall’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini. Per l’ Europa, la Force Sahel sarà essenziale non solo per contrastare il terrorismo, ma anche per fermare il forte flusso di migranti provenienti dall’Africa sub sahariana. Quello dei migranti è uno dei business di cui si servono le cellule terroristiche del sahel per finanziarsi. La jihad ha facile presa sui giovani dei luoghi, delusi e scoraggiati dalla povertà e dalla corruzione dei governi nazionali, democrazie ancora troppo fragili.

Il Sahel quindi nuova roccaforte degli jihadisti, base e cabina di regia per varie cellule che in nome di Allah minacciano l’Occidente. Dalle intelligence dei paesi più a rischio emerge però il rischio che i vari gruppi presenti nel Sahel, da Al Qaeda nel Maghreb ai reduci dell’Isis, finanziati da vendita di droga a armi possano unirsi e cercare di ricreare lo Stato islamico lì nel  Sahel. E naturalmente continuare ad attaccare l’occidente in nome di Allah.

Cosa chiede la folla di Barcellona

“C’è grande confusione sotto il cielo: dunque la situazione è eccellente” (Mao). L’attentato di Barcellona risuona in tutta Europa come l’ennesimo invito a un dibattito che tanto tra la gente comune quanto tra le élite politico-culturali del continente stenta a prendere quota. Serve discutere delle minacce e delle opportunità che il ventunesimo secolo che ci sta offrendo giocando a carte scoperte, ponendo al centro parole d’ordine come federazione europea, immigrazione, terrorismo, rete virtuale, mettendo da parte ogni  tentazione di edulcorare, o peggio eludere, un’analisi schietta di tali fenomeni per il rischio di ricadute elettorali o – per ciò che attiene ciascuno di noi – per la paura del giudizio delle proprie idee.

Cosa chiede la folla di Barcellona - Geopolitica.info

Per quanto attiene all’Europa si avverte evidente la necessità di una valutazione di lungo periodo sulla reale possibilità di portare a compimento il progetto federale proposto a mezzo miliardo di cittadini nei primi anni Novanta, soprattutto a fronte del terremoto Brexit. L’Europa è un’espressione geografica, parafrasando Metternich, ma non ne conosciamo i confini o tendiamo ad ignorarli. Eppure è l’evidenza della mappa a suggerirci che specularmente alle acque pacificate dell’Atlantico e dell’Artico si apre un limes poroso che dal golfo di Finlandia corre irregolare tra i paesi dello spazio post-sovietico fino al mar Nero, toccando ovviamente la Turchia e da lì tutto l’arco della civiltà arabo-musulmana che si affaccia sul Mediterraneo tra la Siria e il Marocco. Quali relazioni e aspettative possiamo coltivare in tali spazi? La definizione limpida della visione europea su simili interrogativi è propedeutica alla prosecuzione del disegno di Maastricht, al di là di qualunque variabile economica, commerciale e finanziaria si voglia tirare in ballo. Del resto, sarebbe del tutto inconcepibile chiedere alle leadership politiche di (per ora) ventotto Stati di gettare il cuore oltre l’ostacolo degli interessi particolari senza offrire un canovaccio credibile del ruolo, dei confini e delle prospettive che la super-entità statale di prefigge per il futuro.

Se è vero e incontrovertibile che la storia continentale ha visto negli ultimi quattro secoli la progressiva marginalizzazione del Mediterraneo in favore dell’ascesa dell’Europa renana, è allo stesso tempo innegabile che quello spazio geografico e umano sopravvive e si impone oggi al centro delle cronache quotidiane per l’esodo ininterrotto di genti che lo attraversano da sud verso nord. Il mare chiuso che fu dei romani non si presta a recinzioni, nel presente come nel passato. Serve allora discutere, come detto, della natura istituzionale del rapporto che si intende costruire con i governi rivieraschi, ma allo stesso tempo non sembra possibile esimersi dal domandarsi quanto l’osmosi umana in corso possa essere disciplinata e quanto questa rappresenti un pericolo o un valore per chi vive sulle sponde settentrionali del mare. Per far ciò sarà necessario guardarsi allo specchio e con occhi aperti valutare schiettamente le tendenze stabili della demografia, dell’economia e del mercato del lavoro che caratterizzano le società europee e come o quanto positivamente o negativamente queste vengano a modificarsi con l’arrivo delle genti del Sud. Non diversamente servirà traslare gli stessi quesiti sul piano della capacità europea di assorbire culturalmente il potente innesto di popolazioni senza snaturare i maggiori valori filosofico-politici prodotti a partire dall’età moderna: laicità delle istituzioni, democrazia rappresentativa, tutto il complesso apparato di libertà, diritti e doveri individuali e collettivi cristallizzati dall’Ottocento ad oggi. Per riportarci sul binario del concreto, basterebbe forse iniziare tale ricerca dalle parole del neo-eletto Presidente francese e chiedersi quanto sia effettivamente possibile sposare una distinzione netta tra rifugiati politici e migranti economici, se simili categorie trovino davvero riscontro e validità nella realtà e se da ciò sia possibile edificare una politica comune europea sui flussi migratori.

Si connette gioco forza a tali domande anche una seria discussione sul terrorismo di matrice islamica che ci riporta ai tragici eventi spagnoli di questo agosto. È possibile controllare e sradicare un fenomeno transnazionale con strumenti localizzati? È possibile fare a meno di un intelligence europea propriamente detta se l’avversario che ci si prefigge di combattere non riconosce in Europa distinzioni nazionali, muovendosi da un paese all’altro, sfruttando le asimmetrie di informazione tra i governi del Continente?  Al contempo, è possibile che il pericolo rappresentato dalla radicalizzazione delle seconde e delle terze generazioni di migranti possa essere affrontato con ventotto diverse politiche di integrazione da cui è lecito attendersi nel medio termine ventotto diversi risultati sociali, culturali, economici e politici? E in conclusione, è possibile accettare che una manciata di visionari pionieri del web, titolari e fondatori dei più potenti attori economici presenti nel mercato globalizzato offrano una per loro remunerativa piattaforma di libera comunicazione senza affiancare una – sempre per loro – necessariamente costosa strategia di controllo che impedisca a fanatismi ed estremismi di organizzarsi e moltiplicarsi?

In un biennio che ha visto o sta per vedere i cittadini dei maggiori paesi d’Europa recarsi alle urne per rinnovare le proprie istituzioni rappresentative appare quasi surreale la mancanza di una spinta all’apertura di un vasto – vastissimo – tavolo di dialogo comune che riesca a quantomeno provi a dare soluzioni a questi quesiti. Da tali tragedie è lecito e doveroso attendersi una reazione, tradurre quanto accaduto in un’opportunità. In fondo, la fiera folla di Barcellona riunita per commemorare i propri morti, involontaria portavoce del continente, non sta chiedendo altro.

Attentato a Barcellona: perchè la guerra dell’Isis è infinita

Barcellona è stata colpita. La Spagna era rimasta esente dagli obiettivi dell’Isis in Europa fino a ieri, quando un altro furgone ha fatto una strage di civili e un secondo attentato è avvenuto a Cambrils, che ha visto la morte dei 5 attentatori che hanno investito altrettante persone. 14 i morti accertati di Barcellona, tra cui due italiani, e più di 90 i feriti, di cui molti gravi.

Attentato a Barcellona: perchè la guerra dell’Isis è infinita - Geopolitica.info (cr: EPA/David Armengou)

La modalità d’esecuzione è quella ormai tristemente consueta da più di un anno, da quando fu utilizzata a Nizza la scorsa estate, il 14 luglio, facendo 86 vittime su Promenade des Anglais. Da allora abbiamo assistito almeno a 6 attentati avvenuti secondo il medesimo schema, diffuso per la semplicità di esecuzione, l’efficacia dell’azione e l’impatto mediatico che ne consegue.

Ora si fa già un gran parlare della facilità di accesso al noleggio dei furgoni, della provenieza degli attentatori, delle misure di sicurezza inefficienti, della paura che non prevarrà sulla vita democratica e sono molte, forse troppe, le dichiarazioni di circostanza dei politici italiani. Quel che rimane sono alcune questioni urgenti, impellenti e che chiedono interventi immediati, soprattutto dalla prospettiva nazionale.

Non è di poco conto, infatti, la circostanza che vede colpita la Spagna, paese di grande apertura, che solo pochi mesi fa aveva visto lo scorso febbraio protagonista Barcellona in una immane, partecipata e vivissima manifestazione a favore dell’accoglienza dei rifugiati. Di pochi giorni fa è anche il vastissimo corteo dallo slogan “no al turismo di massa, vogliamo i rifugiati”, in cui la sindaca Ada Colau propona la sua città come capitale della speranza di contro alla xenofobia. Era dal 2004 che la Spagna non vedeva gli effetti del terrorismo islamico al proprio interno e ora nel planisfero degli attacchi perpetrati dallo Stato Islamico si aggiunge un altro tragico tassello.

L’Europa intera, così come i paesi impegnati nella coalizione internazionale anti-Isis, pensava già che la guerra contro lo Stato Islamico, arrivata a un punto importante sul terreno in Siria e in Iraq, potesse mettere fine agli attacchi nei propri territori. Le cose non stanno così, ed è opportuno chiarirlo fin da subito. Per farlo bisogna comprendere la natura dello Stato Isamico: la sua è una realtà territoriale diffusa, l’appartenenza ad esso si fonda su principi religiosi che non amettono confini alla propria azione. La fedeltà ad esso si esplica nei termini di un’azione che esula dall’aderenza geografica.

Si tratta infatti di uno Stato che ha piantato le proprie radici nei cuori e nelle menti di migliaia di jihadisti e che basa la propria esistenza non su una porzione di territorio definita da confini, com’è per tutti gli Stati occidentali che seguono il modello statuale nazionale stabilito nella modernità europea e con la pace di Westfalia, ma sulla propensione globale dei suoi combattenti e del suo territorio, in un’ottica che è molto più imperiale che nazionale e geografico-politica, molto più sovrannazionale che territorialmente definita, come attesta la sua propaganda in molte occasioni, quando rimarca la multietnicità dei suoi fedeli. D’altronde, da quando fu proclamato il Califfato nel giugno del 2014, ha sempre agito in tal senso: la sua è sempre stata una geografia diffusa, incerta, mutevole.

Il pericolo deriva proprio da questa sua natura per noi imprendibile, sfuggevole. Abbiamo per secoli tentato di stabilite le nostre certezze politiche su confini ben definiti e di fronte a un’entità che si pone al di là di questi non sappiamo come reagire. Ecco perché le preoccupazioni per le questioni di sicurezza, di facilità di noleggio dei furgoni e le polemiche a caldo sui fatti strettamente contingenti appaiono spesso quanto mai velleitarie e tragicamente inutili: perché l’Isis ha già impiantato efficacemente nei suoi affiliati la propria ideologia, il proprio modus operandi – che sebbene possa variare per mezzi, uomini e luoghi colpiti, produrrà sempre gli stessi tragici effetti in una guerra globale che già la strategia di George W. Bush già definito infinita.

Così come appaiono di una inutilità stucchevole le dichiarazioni dei nostri politici, con frasi fatte sulla necessità di non cedere alla paura, che denunciano spesso una sconfinata lontananza dalla realtà e, ancor peggio, un’incapacità di fornire adeguate risposte: molti di loro forse non si sono accorti che l’Europa e l’Italia sono già preda della paura e terreno di una guerra senza confini, che vede una stima dei morti – civili e non – che giorno dopo giorno, attentato dopo attentato, aumenta irrimediabilmente.

I jihadisti si sentono combattenti di una guerra che non ha terreno, o meglio: ha tutti i terreni possibili, a partire dal contesto mediorientale che ha visto la nascita e l’evoluzione del Califfato. Nelle rivendicazioni dell’Isis c’è pressoché sempre il richiamo ai morti prodotti dalla coalizione internazionale nella guerra in Siria e Iraq: il collegamento è continuo e inossidabile. Inutile dunque pensare che all’andamento positivo della guerra in quei territori faccia seguito un decremento degli attacchi nel resto del mondo. Sarà forse il contrario: si tratta di forze di uno stesso fronte che agiscono su diversi sentieri, pur partendo da un medesimo punto (il jihad, la lotta per la difesa della fede da minacce esterne) e che risultano perciò molto più incerte e dunque più pericolose.

È per questo che, molto più delle parole, delle dichiarazioni e delle presunte prese di posizione contano i fatti e la piena coscienza di ciò che accade sotto ai nostri occhi:  è in atto una guerra senza frontiere, non voluta da noi ma che esiste e della quale dobbiamo necessariaente e nostro malgrado prendere atto, anzitutto nei suoi aspetti pecualiari. Non ci sono ragioni economiche prevalenti, non ci sono questioni di devianze psichiatriche dei singoli attentatori, non esistono retroscena complottistici, ma una chiara matrice ideologica, un insieme di fattori legati a una lettura dell’Islam e alla guerra per la sua difesa: è per questo che i jihadisti muiono e uccidono. Non riconoscere questo significa essere parte del problema, non della soluzione.

La retorica dei lupi solitari

I fatti di Londra, dopo quelli di Manchester, ci dimostrano ancora una volta come sia necessario uscire da una certa retorica e parlar chiaro: è il primo passo essenziale per pensare di sconfiggere il terrorismo islamista. Tra i temi che più vengono usati dai media, e spesso a sproposito, c’è quello dei lupi solitari dell’ISIS. Quello che non comprendiamo è che non si tratta solo di un errore lessicale, ma di uno sbaglio molto più profondo.

La retorica dei lupi solitari - Geopolitica.info (Fonte: AP)

In una guerra, come quella in cui lo Stato Islamico si sente di essere, non esistono lupi solitari, ma soldati, che fanno parte integrante di un assetto bellico e che combattono contro un nemico, rappresentato dalla società occidentale e da chiunque, anche all’interno del mondo islamico, si contrapponga alle mire espansionistiche e globali dell’ISIS. I nemici, in questa guerra considerata unilateralmente, sono tutti coloro i quali incarnano le minacce alla fede islamica: è questo che porta i mujaheddin a colpire nelle Filippine così come in Gran Bretagna, in Francia come in Belgio, in Tunisia come in Turchia e in Afghanistan.

E l’errore è ancora più grave perché sottende la sottovalutazione di questo quadro politico di jihad: parlare di lupi solitari significa non considerare la logica belligerante dell’ISIS, che agisce in un contesto ideologico di guerra senza confini. Se non si comprende questo aspetto, non si potranno mai adottare le misure necessarie per contrastare il fenomeno terroristico al di fuori di Siria, Iraq e Libia.

Molti dei ragionamenti fatti dai media italiani si sono inoltre concentrati sul possibile legame con la contingente situazione politica, di instabilità e di cambiamenti strutturali, che si sta verificando in Gran Bretagna: la riflessione dovrebbe invece volgere lo sguardo verso scenari ben più ampi. Analizzando questo e altri attentati, si noterà come le incerte situazioni politiche occidentali ben poco hanno a che fare con la volontà di colpire da parte dell’ISIS.

Pensare poi che alla sconfitta militare in Siria e Iraq corrisponda la fine degli atti terroristici è una illusoria chimera. La guerra dell’ISIS viene condotta sui campi di battaglia in Medioriente così come in Europa, semplicemente con metodi e tecniche differenti. Sono due strade parallele, ma che conducono verso un unico obiettivo: l’affermazione del Califfato. E’ una realtà con la quale dobbiamo drammaticamente fare i conti e che non è destinata a concludersi nel breve periodo, poiché il seme del jihad sta producendo i suoi frutti, ogni giorno più tragici.

I terroristi dell’ISIS non sono lupi solitari, né persone con problemi psichiatrici, come ogni tanto vengono dipinti dai media internazionali. Sono combattenti di una guerra che ci rifiutiamo di ammettere esista davvero.