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La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro. Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche

Considerazioni a partire dalla lettura di The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs di Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019

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Lo scenario è quello della spiaggia libica a Ovest di Sirte. Il Mediterraneo è alle spalle, si sente il rumore delle onde sullo sfondo e si sta per consumare un tragico evento, un eccidio perpetrato in nome dello Stato Islamico contro «la nazione della croce». A muovere la mano degli assassini è l’ideale utopico della ristrutturazione di un Califfato globale, che non abbia alcun confine nazionale e che possa attestarsi sulla base imperialistica che ne determina l’azione, secondo principi non dettati da un ordine geografico ma da questioni anzitutto relative all’appartenenza religiosa e che possano affermarsi in termini politici.

I protagonisti della scena sono quarantadue: ventuno esecutori, jihadisti col volto coperto e vestiti di tuniche nere, e altrettanti prigionieri, di confessione copta-egiziana, a cui è stata fatta indossare una tuta arancione, volendo con ciò sottolineare il ribaltamento delle posizioni di Guantanamo e delle prigioni statunitensi nella guerra globale al terrore. L’episodio non ha solo a che fare con il terrorismo islamico e la strategia politica e comunicativa dell’ISIS. Rientra anche in un altro campo religioso: quello cristiano, essendo stati iscritti i ventuno prigionieri nel Sinassario, considerati martiri della chiesa copta egiziana. Il libro The 21. A Journey Into the Land of Coptic Martyrs tratta anche di questo aspetto, a partire dalla vita di ognuno dei ventuno e tracciando un profilo dei nuovi santi della Chiesa copta.

Nel video che ritrae l’efferato omicidio, prodotto e diffuso dall’ISIS attraverso i suoi centri mediatici, nulla è lasciato al caso. Il titolo parla già da sé: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” e tutto risponde a una precisa logica di comunicazione che fa leva su aspetti fortemente metaforici, capaci di colpire l’occhio dell’osservatore sia dal punto di vista politico sia individuale. È un video che ha avuto un’enorme risonanza mediatica, rivolto anzitutto agli eventuali sostenitori del Califfato e al contempo ai suoi oppositori, come buona parte della produzione multimediale del Califfato e dei suoi centri mediatici. A dimostrarlo è l’uso della lingua: un ottimo inglese parlato dal portavoce dei jihadisti e le scritte riportate in duplice versione, inglese e arabo.

Il video si apre con il corteo degli aguzzini che scortano i prigionieri fino al centro della scena, dove si fermano e dove il capo pronuncerà la sua dichiarazione di morte, rivolgendosi minaccioso direttamente verso l’obiettivo, con lo sguardo che passa attraverso la fasciatura che ne copre il volto e con il coltello in mano, che viene rivolto proprio contro l’obiettivo, a voler squarciare ogni intermediazione della camera tra assassino e osservatore, andando anche oltre ogni logica cinematografica e volendo rappresentare una minaccia diretta.

Il video è curatissimo dal punto di vista tecnico, ci sono diverse camere utilizzate e si offre alla fine un panorama che geograficamente vuole rivolgere l’attenzione ben oltre la spiaggia ripresa, spingendo l’immaginazione dell’osservatore verso il contesto europeo e italiano in particolare, chiudendosi con il rosso del sangue che tinge le acque dello stesso Mediterraneo. Nelle parole del portavoce e nelle scene mostrate c’è il verdetto di morte contro i prigionieri e la minaccia diretta a Roma, in una guerra non tanto contro il mondo occidentale in quanto tale, ma contro il mondo cristiano più in particolare. È questo il senso del video e il suo messaggio metaforico più profondo. Segue lo sgozzamento dei prigionieri, fatti inginocchiare e ripresi avvicinando la camera mentre pronunciano le loro ultime preghiere. A partire da questa scena, insieme alla consapevolezza che essi hanno avuto nell’affrontare la morte per via della loro appartenenza religiosa (ad attestarlo, se ve ne fosse stato bisogno, c’è una scritta che compare nel video indicandoli come “the followers of the hostile coptic Church”), il libro si sofferma sulla vicenda personale dei martiri egiziani. Lo fa coniugando gli aspetti più propriamente soggettivi inquadrandoli in un contesto del tutto particolare, qual è quello egiziano, in cui i cristiano-copti sono una netta minoranza. L’autore, Martin Mosebach, incuriosito dalla vicenda, ha perciò deciso di conoscerlo da vicino, raccogliendo le vive testimonianze dei parenti e di chi ha conosciuto i ventuno martiri.

Il libro infatti è una sorta di racconto, suddiviso principalmente in capitoli che narrano le storie dei protagonisti proprio a partire dalle interviste raccolte durante il viaggio nel paese egiziano di El-Aour, dal quale provenivano la maggior parte dei martiri, lavoratori migranti verso la Libia. L’autore sottolinea come, incontrando le loro famiglie, non si evinca mai una parola di disprezzo verso gli assassini, ma molto di più: un forte senso di appartenenza e, ancor di più, di orgoglio per avere un santo tra i propri congiunti.

La storia di uno di loro vale la pena di essere riportata, poiché rimanda a un eroismo poco concepibile da noi e che però rientra in un altro alveo e il cui commento in questa sede rischierebbe di sminuirne la portata o, al più, di risultare davvero superfluo: è la vicenda di Matthew Ayariga, proveniente dal Ghana, anch’egli migrante lavoratore e non appartenente alla chiesa copta, che decise coscientemente di affrontare il martirio, volendo rimanere accanto ai suoi compagni e testimoniando col sangue l’acquisita fede in Gesù, come sottolinea l’autore del libro. Per questa ragione, per l’atto di testimonianza eroica con il quale è terminata la sua esperienza terrena, è stato anch’egli ricompreso nel Sinassario. È assai lodevole lo sforzo fatto nel libro, soprattutto per rendere giustizia a ognuno dei protagonisti, evidenziandone la normalità delle esistenze e, ancor di più, riuscendo bene a contestualizzare tutta la vicenda nel mondo egiziano, in cui l’espressione della fede non è un elemento secondario ma un fattore esistenziale dirimente, distintivo, capace di creare una fortissima identità personale e collettiva.

Nel mondo occidentale la stessa vicenda del martirio appare generalmente scarsamente comprensibile, eppure risulta essere un elemento essenziale anche per comprendere meglio le dinamiche più strettamente geopolitiche. Si sono in effetti protratti infiniti – e vani – sforzi per dimostrare la poca veridicità del video, cercando di mettere in discussione la reale uccisione dei ventuno. In rete si trovano tentativi di dimostrare come non vi sia corrispondenza tra le impronte lasciate sulla spiaggia e i piedi dei martiri, che le uccisioni siano avvenute altrove, che non sia vero il rosso del sangue di cui si tinge il mare alla fine del video o che la placidità delle vittime sia irrealistica, non ribellandosi ai loro aguzzini. Alcuni hanno ipotizzato che siano stati drogati, altri che la ripetizione della scena li abbia indotti a non comprendere se fosse giunto realmente il loro momento.

Nessuno o quasi, invece, ha riportato la loro calma nell’affrontare la morte – il martirio – a una logica religiosa, che pure è stato un fattore primario nelle loro esistenze: come l’agiografia ci riporta, il martirio, l’uccisione avvenuta in nome di una fede, è vissuto storicamente come un momento di santificazione della propria esistenza, come la possibilità – se si vuole unica – per rendere virtuosa la propria vita in senso ultraterreno e cristiana.

È dunque solo alla luce di quest’incrollabile fede che si può spiegare fino in fondo la calma estrema con la quale essi ascoltano la sentenza di morte – le parole del portavoce non lasciano dubbi in merito – e si preparano a morire. Anche in questo caso, sembra esservi una sorta di miopia di fondo da parte degli organi di comunicazione occidentali che il libro contribuisce a smontare: non considerare il fattore di appartenenza religiosa nel martirio dei ventuno e voler dimostrare la falsità delle uccisioni ha poco senso, considerando oltretutto il livello di brutalità al quale ci ha abituati lo stesso Califfato, sul suolo europeo e in altri contesti geografici anche attraverso i suoi organi di comunicazione: moltissime altre teste sono state sgozzate, altri prigionieri sono stati arsi vivi, altri ancora uccisi con armi da fuoco e non solo.

Avendo visto il video nella sua versione integrale, non ci sono dubbi sulla violenza perpetrata ai danni dei ventuno, mostrata integralmente e senza mezzi termini. Purtroppo, in questo come in altri casi, non vi sono vie di mezzo: le uccisioni sono avvenute realmente, sulla base di categorie politico-religiose ben precise, di una contrapposizione al mondo occidentale e, come nel caso in questione, cristiano più in particolare. Una persecuzione che in alcune parti del mondo viene perpetrata in maniera pressoché sistematica e di cui poco, troppo poco, si parla nei media nazionali e internazionali.

Il lavoro di Mosebach ci restituisce pertanto un ritratto vivido di un’esperienza e una vicenda che il mondo occidentale fatica a comprendere fino in fondo, ma che è possibile capire solo alla luce del viaggio intrapreso dall’autore, in un luogo dove l’appartenenza religiosa forma le persone fin dalla nascita, dove essere minoranza significa affrontare una lotta quotidiana, anche al costo del sacrificio estremo, come ben dimostrano i ventuno protagonisti del video. Il bel libro ha dunque il pregio di considerare quegli aspetti di afferenza religiosa che meriterebbero di essere maggiormente considerati in un’analisi onnicomprensiva delle questioni geopolitiche: aiuterebbe infatti a comprendere meglio le ragioni che hanno indotto i ventuno terroristi a uccidere e gli altri ventuno ad affrontare, come hanno fatto, quella morte, rifiutandosi di convertirsi all’Islam e aderire al Califfato.

Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online

«Una vittoria 100% sul Califfato» è la categorica affermazione di Trump twittata per annunciare il ritiro dei soldati americani dalla Siria. Nella stessa occasione, il presidente USA ha chiesto che Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei si «riprendano» e processino gli 800 combattenti dell’Isis catturati dai soldati americani in Siria, pena il loro prossimo rilascio.

Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online - Geopolitica.info Euronews

Procediamo con ordine.

Innanzitutto il ritiro delle truppe americane potrebbe portare a una situazione molto rischiosa per i curdi, principali fautori della sconfitta di Isis, i quali non avranno più la protezione USA su cui finora hanno potuto contare a sfavore della Turchia. Di fatto, per la Turchia, i curdi sono dei terroristi che attualmente controllano il 30 per cento circa della Siria (soprattutto il nord-est del Paese) in una porzione di territorio demarcata da Kobane, Raqqa, Deir el Zor fino al confine con l’Iraq. La Turchia, aspira all’avvio di un’operazione anti-curda in Siria che potrebbe generare per Isis la vantaggiosa opportunità di riorganizzarsi grazie al ritiro dei suoi due principali nemici (USA e i curdi).

Isis, dal canto suo, negli ultimi due anni ha perso il controllo di quasi tutti i territori contro l’Iraq e contro l’alleanza curdo-araba sostenuta dagli USA. Questo ha portato l’organizzazione a divenire, da Stato con un territorio ben delimitato, regole ed istituzioni proprie, una complessa rete di gruppi jihadisti che agiscono in autonomia secondo tecniche di insurgency imprevedibili e senza un’apparente logica.

Isis è cambiato, non sconfitto. E questo è dimostrato da almeno due elementi.

A ben vedere non sarebbe la prima volta che, non molto dopo l’annuncio della completa sconfitta dell’organizzazione, riemergano gruppi di jihadisti che sfruttano la debolezza del governo e l’abbandono da parte dei civili di intere aree che diventano terreno fertile per la loro riorganizzazione. Basti pensare alle metastasi qaediste ri-formatesi nel 1989, 1996 e 2001. Anche l’analista Hisham al Hashimi ha affermato che nonostante «il governo iracheno abbia fatto un buon lavoro dal punto di vista militare, non è riuscito a fare altrettanto nel portare stabilità» alle aree liberate, che, di fatto, sono rimaste alla mercé dell’Isis. Questa potrebbe rappresentare una prima causa della sua rinascita. Le stime sul numero di militanti Isis dispersi tra Siria e Iraq vanno da 20.000 a 30.000. Tra l’altro, cellule affiliate sono attualmente attive in Afghanistan, nelle Filippine meridionali, nella penisola del Sinai, in Egitto, in Libia senza contare le formazioni simpatizzanti presenti in Nigeria (Boko Haram), in Somalia, in Kenya.

Quello di Trump sembra piuttosto un tentativo di mettere pressione ai governi europei, specificando di non voler «vedere questi combattenti penetrare in Europa, dove si prevede che vadano» e cogliendo l’attimo per criticare il mancato intervento nella guerra, tutt’altro che finita, che ha distrutto la Repubblica araba: «noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare». Forse, però, si sta dimenticando che la strategia del terrorismo di matrice jihadista non si sottrae al paradigma conflittuale di una “guerra ibrida” (combattuta cioè, sia sul campo che online). A questa partecipano non solo soggetti attivi contendenti (organizzazione terroristica e Stato) e sponsor (registi occulti e finanziamenti necessari per condurre nel tempo prolungate attività terroristiche), ma anche attori interessati al suo ampliamento al fine di conseguire determinati obiettivi strategici, favorendo la sua ascesa a terrorismo internazionale.

La technowar non ha alcun tipo di regolamentazione dal momento che i suoi attori non sono statuali e per la maggior parte anonimi. Di fatto Isis ha trovato nell’ICT la pietra miliare della sua guerra, sviluppatasi lungo i fronti più eterogenei: teatri operativi, apparati informativi, strutture economiche, ambiente psicologico e politico favorevole per “fare” community. Ciò ha facilitato l’ascesa di uno jihadismo “autoctono” con una diffusa presenza sul web che ha permesso, oltre alla diffusione della propaganda, la creazione di una rete virtuale di contatti ideologicamente affini. La cosa interessante è che tale jihadismo risulta avere pochissimi legami con luoghi di culto presenti sul territorio (associazioni, moschee), divenuti piuttosto punti ostili per gli jihadisti, in quanto sotto controllo dalle forze dell’ordine.

Già nel 2016 da un rapporto di Europol intitolato ‘Cambiamenti nel Modus Operandi dell’Isis rivisitato’, emergeva il continuo aumento degli arresti e dei procedimenti giudiziari in tutta l’UE per reati legati al terrorismo di natura jihadista. Questa, da un lato, è la prova dell’elevata priorità assegnata alla lotta al terrorismo nelle forze dell’ordine e nel sistema giudiziario, dall’altro rappresenta la necessità di migliorare lo scambio di informazioni tra Paesi in quanto, fintantoché l’Isis rimarrà attivo in Siria e in Iraq, anche qualora sconfitto, continuerà con i tentativi di incoraggiare e organizzare attacchi terroristici nell’UE, supportato dal mercato nero, dal virtuale, dal deep web. Ed è questo il secondo elemento che favorisce la regolare presenza seppur non obbligatoriamente fisica, dello Stato Islamico, «nei cuori e nelle menti» dei suoi seguaci.

In merito ai foreign fighters presenti soprattutto nelle prigioni curde, catturati durante gli scontri tra curdi e Isis, sembra che ci sia difficoltà nell’individuazione di una collocazione idonea, in quanto, da un lato, i curdi dichiarano di non avere le risorse per mantenerli in Siria, dall’altro gli Europei, nel rispetto delle singole legislazioni nazionali, fanno fatica a riaccettarli e gli eventuali programmi di de-radicalizzazione risultano essere molto costosi soprattutto alla luce del risultato che difficilmente è possibile ottenere.

Non si può affermare con certezza cosa accadrà ai curdi a seguito del ritiro delle truppe Usa che hanno protetto fino ad oggi il Kurdistan siriano da eventuali attacchi da parte della Turchia. È evidente, però, che la questione dei foreign fighters presenti nelle prigioni del nord-est della Siria sarà uno dei temi caldi del 2019 a cui presteranno particolare attenzione molti Paesi del mondo, soprattutto quelli europei.

I nuovi squilibri visti dalla Lega araba

La sfortunata concatenazione di eventi che ha condotto, con un effetto domino apparentemente fuori controllo, dallo scoppio dei movimenti per la democrazia nei paesi arabi a cavallo fra la seconda metà del 2010 e la prima del 2011 agli effetti catastrofici degli ultimi 5 anni dimostra, per l’ennesima volta, decisive spaccature nelle relazioni fra i paesi protagonisti. I frutti avvelenati delle “Primavere arabe” nel medio termine sono ormai conclamati e riconosciuti dalla comunità internazionale, pertanto le prospettive a lungo termine non sono fra le più rosee.

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Fra gli esiti più inquietanti della sfortunata stagione di rivolte vi sono stati la catastrofe della Libia (organismo statale ormai imploso), la guerra in Siria ed il mostro del sedicente “Stato islamico” (ancora lontano dall’essere debellato del tutto in special modo nell’Iraq del nord), la devastante guerra civile dello Yemen e il ridimensionamento dell’influenza saudita col suo conseguente vuoto di potere.

A partire dal 2014 si sono aggiunti, agli effetti dell’instabilità politica, i concorrenti riflessi del crollo delle quotazioni del petrolio greggio che sono precipitate, dai massimi degli anni precedenti, a circa due terzi (dai 140$ al barile a meno di 100$). Gli effetti sugli stati arabi, molti dei quali tradizionalmente legati ad economie di rendita dalla vendita del greggio, sono stati notevoli. L’impatto è stato tale che alcuni analisti occidentali ritengono che i gruppi dominanti di molti stati arabi possano e debbano voltarsi verso una riconsiderazione del “contratto sociale” chiedendo alle popolazioni una maggiore partecipazione politica che vada a braccetto con una più attiva collaborazione alle voci produttive dell’economia. In Arabia Saudita ad esempio il dato crudo della crescita del PIL è stato fortemente ridimensionato nel 2016 quando si è ottenuta una crescita dell’1,7%. L’Arabia insomma si trova a fronteggiare un ridimensionamento del suo potere economico che si ripercuoterà sul tenore di vita, leva che la casa regnante ha da sempre utilizzato come contropartita alla limitazione della partecipazione politica dei suoi sudditi. Riad potrebbe quindi essere costretta, nel giro di pochi anni, ad accettare una più completa e attiva partecipazione politica dei suoi sudditi.

Il mondo arabo sembra quindi essere entrato, a partire dal 2011, in una spirale di incertezza, cambiamento e disordine lungi dall’essere risolta ed ancora immune agli interventi esterni. Di questa instabilità il sedicente Stato islamico e la guerra civile in Siria sono solo le punte più lampanti.

Fra le varie organizzazioni regionali che insistono nell’area interessata dall’instabilità figlia delle rivoluzioni del 2011 si erge la Lega araba quantomeno per longevità (questa è infatti stata fondata nel 1945) e peso specifico dei componenti. Gli stati della Lega tuttavia non sembrano aver mai intrapreso consistenti tentativi comuni, diretti e condivisi di soluzione della crisi, anzi, hanno continuato a perseguire le proprie politiche estere indipendenti e talvolta discordanti.

Nel meeting  della Lega araba del 2015, avvenuto a seguito della svalutazione del petrolio (che ebbe ricadute consistenti sull’economia dell’Arabia) e della fase peggiore, per il governo filo-arabo yemenita, della guerra civile, Riad riuscì ad imporre la propria esigenza di ritrovare una posizione egemonica (quantomeno nel campo della sicurezza). Gli eventi del 2014 nello Yemen, con la conquista di gran parte della capitale San’a da parte dei ribelli sciiti filo-iraniani, furono un duro risveglio per Riad, che si trovò impantanata in una situazione di emergenza creatasi a partire dalle rivolte del 2011. I sauditi compresero di poter ignorare la situazione o averne una contezza completa, ma trattarla solo parzialmente non avrebbe fatto che aggravare l’erosione della loro egemonia nell’area, ormai quasi completamente compromessa. La contromisura decisa nel vertice, ovvero la creazione di uno strumento antiterroristico islamico con sede a Riad e pronto a combattere la piaga della violenza estremista secondo le direttive della Lega, vide la luce in Arabia Saudita nel dicembre del 2015 sotto forma di un patto strategico militare denominato Coalizione militare islamica contro il terrorismo. La Coalizione, essenzialmente pensata per combattere il sedicente Stato islamico si è evoluta a strumento di lotta contro ogni forma di terrorismo ed estremismo per i paesi aderenti (41 stati a maggioranza islamica).

Nel 2016, anno in cui il vertice della Lega venne tenuto in Mauritania, la lotta all’ISIS era ancora argomento d’urgenza, assieme alla necessità di rinunciare all’ingerenza extra-regionale e di riappropriarsi del contrasto agli estremisti. L’allora Primo ministro egiziano fu uno dei primi fra i rappresentanti convenuti a cercare un’unione sul comune approccio alla lotta allo Stato islamico ma scarsi furono i risultati della sua istanza se la Coalizione che ha affrontato ed affronta il problema dal punto di vista militare è stata sinora solo quella a guida statunitense, con coordinamento diretto o semplicemente tattico (come nel caso della Russia) di altri stati estranei all’area. Al contempo la Coalizione militare islamica non è invece stata impiegata in qualsivoglia teatro rimanendo, di fatto, un comando costruito sulla carta e non ancora testato.

Durante il summit del 2017 l’argomento più ingombrante sul palcoscenico è stato, insieme alla questione della guerra in Siria, la questione palestinese (per la quale si auspicava la ripresa dei dialoghi basandosi sul progetto della creazione dei due stati con zone confinarie antecedenti a quelle della guerra del 1967). Riguardo alle operazioni militari per la liberazione dei territori siriani e iracheni dai guerriglieri dello Stato islamico, a seguito dell’importante offensiva intrapresa dalla Coalizione occidentale nell’ottobre del 2016 per la liberazione dell’area di Mosul, si prendeva atto della consolidata presenza militare occidentale nell’area e si richiamava l’attenzione sugli aspetti umanitari della crisi.

In occasione del vertice del 2018, infine, le attenzioni sono state monopolizzate ancora dagli sviluppi della questione palestinese e dalla condanna dell’azione iraniana nella guerra civile in Yemen, ma senza azioni sostanziali.

Non sembra in definitiva che la Lega in sé abbia fronteggiato l’emergenza con iniziative consistenti ma pare invece che le politiche estere e di sicurezza degli stati membri differiscano oggi l’una dall’altra, come ormai prassi consolidata almeno a partire dagli anni Ottanta. Un esempio lampante di questo stato dei fatti è l’accordo raggiunto negli ultimissimi giorni dell’anno scorso per i bombardamenti aerei iracheni sulle postazioni dei guerriglieri del sedicente “Stato islamico” in territorio siriano senza preventiva autorizzazione di Damasco. L’intesa, raggiunta con gli auspici delle forze della Coalizione per ottenere una copertura di fuoco aereo al ritiro delle truppe USA dalla Siria testimonia un diverso approccio alla problematica dell’ISIS rispetto, ad esempio, all’Egitto (che preferirebbe ancora coordinare le azioni con una coalizione araba).

La Lega in sostanza rimane essenzialmente immobile perché da una parte l’Arabia Saudita ne vorrebbe influenzare pesantemente le scelte, dall’altra gli altri partecipanti preferiscono evitare coinvolgimenti con la politica estera sempre più spinta dei sauditi a partire dal 2011 ed ancor più dal 2014, come nel caso dell’intervento nella guerra civile in Yemen. Emblematico è il caso dell’Assemblea Nazionale del Pakistan che ha denegato la richiesta araba di intervento a fianco alle forze di Riad in Yemen nel 2015, pur caldeggiata dalla dirigenza delle forze armate di Islamabad.

Quanto avvenuto nella Lega araba a partire dal 2011 sino ai giorni nostri non è stato chiaramente degradato in secondo piano dal principale detrattore della politica estera araba nell’area: il governo di Teheran, che in più occasioni, come nel novembre del 2018 ha rimarcato l’inefficienza dell’organizzazione davanti al sedicente Stato islamico e la necessità di un diverso approccio basato sull’inclusione delle istanze sciite.

Di fronte alla stringente necessità di una nuova organizzazione sociale e ad una importante ristrutturazione economica per molti stati arabi, oltre che di una politica di sicurezza condivisa, sembra difficile trovare un equilibrio più stabile che non passi anche attraverso la parziale ricomposizione delle endemiche divergenze fra paesi musulmani. Una vera soluzione pare quindi lungi a venire.

Le probabili conseguenze del ritiro U.S.A. dalla Siria

Pochi giorni fa è giunta notizia dell’annuncio via Twitter del presidente Donald Trump riguardo ad un ritiro, seppur rallentato in quattro mesi di tempo, delle truppe statunitensi dalla Siria. Ora ci si domanda quali potranno essere gli sviluppi nella zona più calda degli ultimi anni dopo il ritiro dell’esercito a stelle e strisce, chi gioverà più di altri dal vuoto di potere creatosi e chi invece è ora in seria difficoltà? Quali saranno le future mosse dei principali player in campo, Putin ed Erdogan su tutti?

Le probabili conseguenze del ritiro U.S.A. dalla Siria - Geopolitica.info

Ritirare le truppe dalla Siria ha un grosso significato, ribadito anche dal presidente Trump, ovvero la sconfitta dell’Isis e quindi il venir meno della causa principale per la quale gli Stati Uniti si erano mobilitati in Siria. Questa decisione ha due effetti immediati: Il primo è strettamente propagandistico, ovvero la sconfitta del califfato rappresenta per il presidente un successo in politica estera da mettere nel fortino elettorale, si può dire che dopo Bush jr e Obama, Trump sia il primo presidente ad aver vinto una guerra in medio-oriente, annuncio che, non a caso, arriva negli stessi giorni dello “shutdown”, forse per allentare anche la tensione sulla Casa Bianca.

In secondo luogo, questa decisione è coerente con il pensiero “trumpiano” isolazionista: dopo i dazi alla Cina, ribadita fortemente la volontà di costruire un muro che chiuda il confine messicano, adesso la volontà di riportare in patria i propri soldati può essere vista come una dilazione del motto “American First” che ricorda molto quello degli anni ’20, solo che oggi, a differenza di allora, gli USA sono una potenza in overstretch (ovvero l’”Imperial Overstretch” secondo P. Kennedy si realizza nel momento in cui un impero, in questo caso la potenza americana, si estenda oltre le proprie capacità di mantenere i propri impegni economici e militari)

 

Come muterà la situazione?

La cosa certa è la difficolta in cui versa oggi la Francia: ai tempi Parigi aveva deciso di mandare in Siria una manciata di circa duecento soldati in aiuto del popolo curdo e ora, senza il principale alleato in campo, dovrà compiere una scelta difficile e coraggiosa. Proprio i Curdi sono la parte più debole delle forze in campo, bersagliati da Erdogan in politica interna, e offrono al presidente turco l’occasione di espandere le proprie milizie oltre il confine siriano e debellare definitivamente la Turchia dalla minoranza non gradita al presidente.

I Curdi si sentono traditi dall’atteggiamento statunitense e dovranno, volenti o nolenti, affidarsi agli aiuti di Putin e Assad. Quest’ultimo ha già deciso di intervenire a Manbij (città a Nord-Est di Aleppo) su invito delle milizie curde per difendere la parte nord-est del Paese confinante con la Turchia per evitarne uno sconfinamento.

L’Isis dichiarato sconfitto mantiene ancora però dei territori al centro della Siria, e quindi è ancora, seppur debole e isolato e destinato alla sconfitta, una mina vagante in uno scacchiere ormai in continua evoluzione e dal quale ci si può aspettare continue sorprese.

 

Chi potrà trarre vantaggi dalla scelta USA?

Molto probabilmente Mosca e Teheran si saranno strofinati gli occhi al leggere del tweet di Trump. I loro sforzi nella regione contro Isis e a sostegno di Assad sono, forse, ripagati. Da una parte, l’uscita di scena degli Stati Uniti consente a Putin di giocare il ruolo di regista delle operazioni nella zona, e la sconfitta definitiva dell’Isis può essere anche per lui un’ottima carta propagandistica non solo all’interno della Confederazione russa ma anche e soprattutto in politica estera, e dall’altra il sostegno ad Assad fino all’ultimo minuto gli permetterà di essere il leader del futuro assetto siriano. Altro fatto non da sottovalutare per la politica estera russa è l’alleggerimento della pressione USA al confine meridionale, vista la storica “sindrome da accerchiamento” vissuta dai russi, (definita politica del “containment” in occidente) fin dai tempi della guerra fredda.

In ultimo Putin può utilizzare le milizie curde, con sostegni e finanziamenti, come spina nel fianco alla politica sia interna che estera di Erdogan, unire questi eventi al tentativo di annessione della Crimea ci riporta indietro di molti anni, quando gli Zar guardavo agli stretti del Bosforo e dei Dardanelli per potersi permettere lo sbocco navale sul “mare caldo”.

Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Da quando è stato proclamato nel giugno del 2014, lo Stato Islamico ha rappresentato un elemento di disordine geopolitico nel sistema politico internazionale. Il caos geografico causato dall’Isis ha riguardato sia la dimensione interna agli Stati coinvolti dalla sua affermazione – in primis Siria e Iraq – sia la dimensione relativa alle relazioni internazionali e alla risposta fornita dall’Occidente. Stando a entrambe queste prospettive, partendo dalla riflessione geografica, è possibile intravedere i segni di una perdita di centralità dell’asse imperniato sugli Stati Uniti, tale da far cambiare la geografia politica internazionale a favore di un multipolarismo che ridisegnerebbe la carta politica globale.     -> LEGGI IL PAPER

Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale - Geopolitica.info
Minoranze nell’Iraq post-Isis: il caso di Cristiani e Shabak nella piana di Ninive

Le minoranze in Iraq non hanno mai goduto della protezione del governo, né durante il regime di Saddam né nell’Iraq post-2003. La presenza dello Stato Islamico ha contribuito a modificare la composizione etnica, ripercuotendosi su una già piuttosto debole coesione sociale e diffondendo un senso di sfiducia tra la popolazione.

Minoranze nell’Iraq post-Isis: il caso di Cristiani e Shabak nella piana di Ninive - Geopolitica.info Foto di Martina Mannocchi

La composizione culturale, religiosa e etnica è in Iraq particolarmente eterogenea. Il Paese ospita decine di minoranze, tra cui Cristiani, Yazidi, Shabak, Kaka’i e Turkmeni. La maggior parte di queste vive nella Piana di Ninive, l’area occupata dallo Stato Islamico a partire dal gennaio 2014. A partire dalla caduta di Mosul l’estate successiva, le condizioni delle minoranze si sono rapidamente deteriorate.
I cristiani costituivano la minoranza più importante in termini numerici: durante il regime erano circa 1,4 milioni, distribuiti tra la capitale Baghdad e la regione di Ninive, soprattutto a Qaraqosh (conosciuta anche come al-Hamdaniya o Baqhdida), considerate la roccaforte della cristianità irachena. Se in una certa misura i cristiani hanno goduto di protezione durante l’era Saddam, la loro presenza nel Paese ha iniziato a diminuire subito dopo l’invasione Americana del 2003, quando la comunità è stata bersaglio di numerosi attacchi e violenze da parte di gruppi musulmani a causa delle divergenze religiose e del loro legame con l’occidente. A seguito di attacchi alle loro attività commerciali e vista la crescente insicurezza, i cristiani iniziarono a lasciare la capitale e fuggirono all’estero. Secondo le stime più recenti, il numero dei cristiani ruota intorno alle 300.000 unità, distribuiti nella piana di Ninive e con una presenza a Baghdad.

La regione di Ninive è abitata anche da Shabak e Yazidi. La comunità shabak conta una popolazione che oscilla tra le 200.000 e le 300.000 unità. La maggior parte (circa il 70%) sono di confessione sciita, mentre il restante sunnita. Vivono principalmente di agricoltura e sono stati spesso considerati una classe umile e soggetti a discriminazioni. Riconosciuti ufficialmente come minoranza nel 1952, essi sono stati vittima di un processo di arabizzazione condotto dal regime di Saddam Hussein nel nord dell’Iraq ai danni delle minoranze non arabe e, dopo la caduta del dittatore, hanno sofferto discriminazioni di vario genere, sia ad opera degli arabi che dei curdi.

La conquista da parte dell’Isis della Piana di Ninive nel 2014 ha ulteriormente aggravato la condizione delle minoranze che abitavano la regione. Con l’occupazione di Mosul e del Distretto di Hamdaniya da parte dei miliziani di Al-Baghdadi, gran parte dei cristiani e degli shabak sono stati costretti ad abbandonare le proprie città e hanno perso tutti i loro averi. Le abitazioni sono state saccheggiate, le attività commerciali distrutte, il bestiame rubato. Al momento dell’occupazione, le case dei cristiani sono state contrassegnate con la lettera N, che sta per Nassarah, termine arabo per cristiano. Queste case sono divenute proprietà dello Stato Islamico, dopo il suo passaggio sono rimaste delle rovine. Un simile destino è toccato agli shabak. Sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi, le loro terre sono state occupate o date alle fiamme e i miliziani hanno marcato le porte delle loro case con la lettera R, Rafida, che in arabo designa coloro i quali rifiutano la corretta interpretazione dell’Islam, gli sciiti. Durante la guerra contro lo Stato Islamico, molti shabak hanno preso le armi. Alcuni hanno combattuto al fianco dei Peshmerga curdi, altri hanno fondato delle proprie brigate, che esistono tuttora e fungono da corpi di sicurezza che colmano i vuoti securitari lasciati dal governo centrale.

Foto di Martina Mannocchi

Dall’estate del 2014, migliaia di famiglie sono fuggite dalla regione alla volta di Erbil, capitale curda, e delle aree circostanti. Per la maggior parte di loro, la vita nei campi è durata tre anni. I cristiani sono stati accolti a Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil, dove sono stati adibiti due campi dalle autorità in collaborazione con la chiesa locale per assistere gli sfollati di fede cristiana provenienti soprattutto da Qaraqosh, rimasta pressoché deserta dall’agosto 2014. Anche gli shabak hanno cercato rifugio in Kurdistan, alcuni si sono spostati verso le regioni centrali e meridionali del Paese, a prevalenza sciita. Oggi una presenza Shabak è registrata a Najaf, Karbala e Baghdad.

La regione di Ninive è stata riconquistata dalla IX divisione dell’Esercito Iracheno e dalla Niniveh Protection Unit (NPU) tra il dicembre del 2016 e l’inizio del 2017. Il rientro delle comunità sfollate è iniziato l’autunno successivo. Malgrado le autorità abbiano dichiarato nel 2017 la fine della crisi, molti sono ancora gli sfollati. Molti cristiani hanno abbandonato definitivamente, coloro che sono rientrati hanno trovato solo devastazione: le stime evidenziano che oltre l’80% delle infrastrutture del distretto di Hamdaniya sono state distrutte o gravemente danneggiate, comprese abitazioni e negozi. “Hanno preso tutto, hanno saccheggiato la mia casa e bruciato i miei campi”, racconta con gli occhi rassegnati un contadino di Qaraqosh. Dal settembre scorso, quando il governo iracheno e le autorità curde hanno iniziato a predisporre i rientri nella piana di Ninive, le minoranze cristiane e shabak stanno cercando di ricostruire la loro vita e riavviare le attività commerciali con grandi sforzi, ma il tessuto economico è fortemente compromesso e il supporto del governo per la ricostruzione è carente.

Una delle principale preoccupazioni delle minoranze resta la sicurezza: c’è necessità di tutele giuridiche e di una protezione effettiva delle  minoranze, anche se ormai esse stesse non hanno alcuna fiducia né nel governo iracheno né in quello curdo, nessuno dei quali è riuscito a proteggere la piana di Ninive dall’offensiva dello stato Islamico. Malgrado la sconfitta dell’ISIS, il senso di insicurezza è diffuso. Durante e dopo l’occupazione, molti membri di comunità minoritarie hanno lasciato l’Iraq alla volta dei paesi limitrofi in cerca di maggiore pace e stabilità. La composizione etnica e demografica sta rapidamente cambiando e sono prevedibili tensioni settare, soprattutto in una regione dalla composizione così eterogenea. Il distretto di Hamdaniya è storicamente abitato da cristiani, tuttavia la presenza degli shabak è aumentata negli ultimi 20 anni e la comunità cristiana si sente sotto attacco, percependo la crescita degli shabak come un tentativo di islamizzare la regione. Hekmat, un anziano contadino cristiano di Qaraqosh, esprime energicamente tutte le sue preoccupazioni: “Stanno comprando le nostre terre e provano a rimpiazzarci. Questa terra era la nostra terra, era una regione cristiana ancor prima che l’Islam nascesse. La loro presenza ora sta crescendo e presto l’Islam dominerà anche quest’area. Che ne sarà di noi? Perché nessuno ci protegge?”
La coesione sociale tra shabak e cristiani sarà una sfida per le autorità della regione, che devono compiere un duro lavoro di mediazione per evitare ulteriori conflitti. Queste due minoranze vivono per lo più separate, come due sistemi chiusi, e evitano quanto più possibile di interagire.

Foto di Martina Mannocchi

L’ISIS è stato respinto ma le tensioni sociali e politiche hanno fatto emergere ancor più la vulnerabilità delle minoranze e il loro senso di insicurezza. L’Iraq post-Isis, pertanto, rischia di essere un terreno fertile per nuovi conflitti religiosi e settari e il futuro delle minoranze resta incerto malgrado il loro attaccamento alla terra.

La Costituzione irachena del 2005 riconosce la diversità etnica e culturale di Paese ma ha fallito nel garantire tutele alle minoranze. L’Iraq è anche parte di convenzioni internazionali in materia di diritti delle minoranze come la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e la Convenzione sui diritti civili e politici. Tuttavia, queste misure non sono mai state sufficienti a garantire l’uguaglianza e le minoranze restano tuttora escluse dai processi decisionali e sotto-rappresentate a livello politico. Il conflitto del 2014 ha contribuito a polarizzare le diverse comunità, rendendole diffidenti le une verso le altre, malgrado siano state tutte vittime dello stesso nemico. In questo clima, e senza un programma inclusivo ben strutturato per la regione, nuovi conflitti sono alle porte. Tra le priorità del nuovo governo, oltre a finanziare un processo di ricostruzione delle aree distrutte, deve figurare la coesione sociale, raggiungibile attraverso l’avvio di un meccanismo di riconciliazione che permetta di reintegrare cristiani e shabak nella società. Per raggiungere tale obiettivo è indispensabile una governance locale inclusiva, una mediazione tra i diversi gruppi per evitare tensioni e facilitare un processo di peace-building. Tuttava, l’obiettivo sembra lontano da raggiungere. Il governo centrale è debole, il nuovo parlamento non è ancora stato nominato dopo le elezioni dello scorso maggio e aumentano le tensioni tra il governo iracheno e le autorità curde per il controllo delle aree liberate dallo Stato islamico. Nell’Iraq post-conflitto, insomma, il futuro delle minoranze sembra piuttosto cupo.

Il ruolo della Federazione russa nel contesto geopolitico del Mediterraneo

Il Mediterraneo, per la sua intrinseca complessità geopolitica, da sempre rappresenta un interessante scenario d’analisi delle relazioni internazionali, in particolare tra le potenze egemoni dell’area. Le situazioni critiche degli ultimi anni, tanto a livello diplomatico che umanitario, hanno fortemente inciso sui delicati equilibri di questo mare così difficile da decifrare. Tra le potenze globali protagoniste, un ruolo maggiore lo sta assumendo la Federazione Russa, da secoli interessata allo sbocco al “mare caldo”. L’intervento in Libia e l’installazione di basi militari in Siria nel 2015 sono solo alcuni degli aspetti interessanti della questione. L’azione militare di Putin nel vicino oriente e l’incomprensione con i Paesi NATO mettono quest’area al centro dell’agenda politica mondiale, in un momento storico che vede i Paesi europei a loro volta divisi anche sulla questione migratoria. In questo contesto, le mire espansionistiche e l’influenza russa possono aprire difficili scenari sul futuro delle relazioni internazionali.

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I rapporti della Russia con la realtà mediterranea

L’attuale coesistenza di basi militari russe e della NATO nel Mediterraneo può vedersi come un segnale di crisi dell’unipolarismo americano, fenomeno questo auspicato proprio dal Presidente Vladimir Putin nel 2007 durante il summit di Monaco sulla sicurezza, nel quale parlò di un ritorno a un sistema multipolare. La politica russa nella regione tende a mantenere un ruolo specifico basato anche sulla cooperazione: significa attivare canali diplomatici, trovare delle soluzioni condivise per quanto riguarda l’aspetto geostrategico e militare per la sicurezza dell’area. Ritorna quindi la modalità secondo cui questo tipo di crisi si possono risolvere attraverso una serie di elementi che si focalizzano sulla cooperazione. Le enormi opportunità in termini anche commerciali ed energetici offerte dall’area, giustificano l’interesse ormai secolare della Russia nel crearsi un concreto accesso al Mediterraneo, dove si gioca buona parte della sicurezza globale. L’azione nelle crisi libica e siriana si è inserita nel contesto delle gravi incomprensioni tra la Russia e Stati Uniti, cui si aggiungono Gran Bretagna e Francia, a colpi di sanzioni, accuse, dossier e sospensione delle attività diplomatiche. Tra l’altro nel Mediterraneo sono presenti anche Paesi verso cui i vertici russi hanno un’attenzione particolare: per esempio l’Egitto, che appartiene all’orbita di influenza degli Stati Uniti.
Nel recente passato tutto il complesso militare egiziano era molto legato a quello statunitense. In Siria poi, l’azione militare voluta da Putinè riuscita a contenere e in qualche area anche a debellare l’ISIS; questo è dovuto principalmente all’iniziativa oramai di due anni fa da parte della Russia. Mosca si è fatta carico delle responsabilità che i Paesi europei non hanno preso. Anche Cipro e Israele sono osservati speciali: entrambi con una situazione geopolitica molto particolare e che hanno suscitato l’attenzione del Cremlino. L’intricato sistema di alleanze tra i Paesi del Mediterraneo, che riguardano direttamente tre continenti, aveva creato una stabilità apparente che ora, come auspicato dal Putin nel 2007, sembra essere sempre più uno dei sintomi della crisi del sistema unipolare americano.

L’incertezza attuale e futura sulle relazioni diplomatiche

Gli investimenti cinesi in africa, la crisi migratoria, la politica aggressiva di Trump e la rottura dei rapporti diplomatici tra blocco occidentale e Russia, vedono il Mediterraneo come punto critico delle tensioni internazionali. I paesi coinvolti nell’area, tra i quali l’Italia, rischiano di non trovare un posto e nemmeno un’identità geopolitica nell’immediato futuro. Libia e Siria sembrano ormai ridotti a teatri di scontro tra le potenze interventiste; l’Unione Europea è afflitta dal fiorire di movimenti euroscettici e nazionalisti; gli Stati Uniti perpetrano una politica estera fatta per lo più di minacce avventate. Nonostante ciò, la Russia continua per la sua strada, ponendosi come partner strategico e commerciale di Paesi chiave quali Turchia, Iran e soprattutto Cina. La politica del Cremlino di espansione del mercato energetico coinvolge anche il Mediterraneo, attraendo l’interesse dei Paesi che potrebbero inserirsi nonostante i veti dell’egida statunitense. Ad esempio l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane e cipriote (quest’ultime oggetto di scontro con la Turchia), nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian. L’influenza commerciale ed energetica russa in Europa s’inserisce in quel contesto di soft power (Russkiy Mir) che ha tra i suoi scopi il mostrare al mondo le potenzialità dell’alternativa russa, nei confronti di quella statunitense. Una politica del genere rientra anche nella partnership con Pechino per l’ambizioso progetto OBOR (One Belt One Road), la cosiddetta nuova Via della Seta, che attraversando metà continente garantirà degli sbocchi commerciali dagli sviluppi mai visti prima, coinvolgendo anche il Mediterraneo. L’accesso al “mare caldo” è garantito anche dai buoni rapporti col governo turco, con il quale Putin ha trovato accordi per il passaggio marittimo; dal lato opposto l’annessione della Crimea, motivo di acceso scontro con la NATO, garantisce l’accesso direttamente nel Mar Nero.

La straordinarietà del fenomeno russo risiede nella sua cultura eterogenea di grande influenza, che ha prodotto anche una struttura militare e politica di primo piano nello scacchiere internazionale, i cui valori, nati nel XX secolo, hanno rappresentato una sfida alle norme e alle concezioni egemoniche di Europa e Stati Uniti. Il Mediterraneo, per la sua storica ricchezza di popoli, culture e risorse, rappresenta una costante sfida per quelle realtà che aspirano ad essere leader globali. L’attuale situazione d’incertezza geopolitica che affligge l’area può mettere in crisi l’egemonia statunitense, permettendo ad altri possibili protagonisti di esercitare una nuova influenza. La Federazione Russa in particolare, anche se ben lontana dalla conquista del Mediterraneo, sembra averne compreso l’importanza strategica, ottenuta anche militarmente con le varie basi nella regione.

Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio

Una lunga intervista a Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo e di Medio Oriente, per tanti anni corrispondente in Israele e negli Stati Uniti, dove ha condotto diverse inchieste sul ruolo dei narcos messicani e sul traffico di migranti e di droga. Ha pubblicato diversi libri sul terrorismo jihadista, ed è da poco in libreria con il suo nuovo lavoro “Terrorismi. Atlante mondiale del terrore”, edito da La Nave di Teseo.

Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio - Geopolitica.info

Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico e la caduta dei principali centri operativi del Califfato, sono destinati a scomparite i grandi attentati in Europa?

Sono sincero, è davvero complicata la realtà dello Stato Islamico. Possiamo dire due cose: c’è un difficoltà maggiore dal punto di vista operativo per organizzare attacchi eclatanti come quello del Bataclan. Al tempo stesso, quell’attacco è stato condotto da persone che avevano rapporti tra loro. Quindi potrebbe anche essere che lo Stato Islamico riesca a mettere in contatto alcune persone, magari in una città del Belgio o del Francia, che già avevano dei rapporti precedenti, e che potrebbero arrivare a compiere azioni di quel tipo. In linea generale credo però che vedremo più azioni con coltelli o veicoli, perché più semplici da organizzare.

Arrivando a questi attentati meno sofisticati, lei nel suo libro, citando l’istituto francese CAT (Centre d’analyse du Terrorisme), scrive che nel 2017 la maggioranza di attentati è stata condotta con esplosivi rudimentali, armi bianche o veicoli. Crede che la propaganda jihadista troverà sempre uomini e donne pronti a condurre questa tipologia di attacchi sul suolo europeo?

Sì, assolutamente, anche se propaganda è diminuita rispetto a un paio di anni fa.
Visto il profilo degli autori degli attacchi non serve molto, basta un appello. E’ anche vero, come detto, che questi appelli diminuiti. Teniamo conto che nel mese di Ramadan, dove si è sempre registrato un picco di attacchi, questi non sono stati numerosi. Il problema vero è che lo Stato Islamico si adatta facilmente, e sfrutta le opportunità usando i mezzi che ha al momento. Io credo che continuerà sulla strada degli attacchi più soft. Non solo, altre persone che non hanno a che vedere con lo Stato Islamico imiteranno queste tecniche. In qualche modo la propaganda fatta negli anni resta e si diffonde, e la gente non sa più ritenere se un attacco sia stato condotto dallo Stato Islamico o da una persone instabile. Tutto va a finire sotto un unico grande contenitore confuso.

A proposito dei profili degli attentatori: ultimamente le analisi sul terrorismo si concentrano sempre meno sul fattore religioso e sempre più sugli identikit di chi conduce l’attacco. Per quale motivo?

I motivi sono figli del tempo. Cominciamo a dire che i militanti dello Stato Islamico sono indottrinati in maniera molto approssimativa. Delle volte non c’è neanche un indottrinamento: vanno su internet, leggono un discorso o vedono un video di 30 secondi. Il secondo aspetto è che la tattica dello Stati Islamico è quella dell’ “agire comunque”. Non importa se sei preparato: agisci con un coltello, con un macchina o con una pietra, l’importante è compiere qualcosa sul territorio. Un terzo aspetto riguarda il profilo psicologico degli attentatori: sempre più abbiamo a che fare con elementi che sono ex detenuti o persone instabili. Con questo non voglio assolutamente dare delle giustificazioni o annullare la valenza politica degli attacchi, ma non c’è dubbio che l’aspetto personale del terrorista, e quindi non quello politico, incide in maniera prevalente. Il messaggio politico aiuta in questo cammino di violenza. Ecco perché noi vediamo degli atti, come quello di Liegi, in cui è difficile se l’uomo ha agito perché odiava la polizia come criminale comune o ha agito perché si riconosceva nello Stato Islamico. Io credo che queste due strade siano parallele, e che oramai sia difficile distinguere il motivo personale da quello politico.

E’ per questo che nel suo libro fa un paragone tra i “mass shooters” americani e i terroristi?

Esattamente. Non tutti gli esperti accademici riconoscono questo collegamento. Io nel libro faccio questo raffronto citando carte giudiziarie, raccontando le storie e gli identikit dei profili e portando dei dati. Mi rendo contro che alcuni accademici non considerano questo fenomeno come terrorismo perché manca una motivazione politica.
Ma se noi andiamo a confrontare il profilo di un mass shooters americano e di un attentatore dello Stato Islamico ci accorgiamo che è perfettamente sovrapponibile. Instabilità, odio, rivolta contro qualcosa, una forma di ribellismo in cui si inseriscono aspetti personali. C’è un parallelo anche nel loro avvicinamento all’attacco: questo avviene per fasi, e spesso è un fatto contingente che li spinge ad agire. Per un mass shooters è la ragazza che lo lascia, un brutto voto, una sospensione. Lo stesso vale per il potenziale terrorista: un decreto di espulsione, il mancato rinnovo del passaporto. Se uno mette insieme questi aspetti si può delineare un profilo parallelo.

Un’altra sovrapposizione che lei fa è quella tra i terroristi e i narcos centroamericani sul tema della violenza: come mai ha deciso di evidenziare questo aspetto?

Per l’elemento politico che si rileva nelle azioni di alcuni narcos colombiani o messicani: la volontà di controllare il territorio e  di imporre il loro “contro-stato”. L’obiettivo è quello di evidenziare la loro forza. Il secondo aspetto è il carattere militare di alcune formazioni: abbattono elicotteri, organizzano imboscate contro l’esercito, dimostrando di avere un braccio militare armato e molto preparato. Poi c’è l’aspetto della propaganda: esattamente come lo Stato Islamico, alcuni cartelli fanno propaganda sul web. Video di torture, decapitazioni. Il tutto per intimorire, per trasmettere un’immagine di violenza e di potenza che ricorda molto la strategia qaedista: uccidere per annientare il nemico.

Con un terrorismo che si sovrappone sempre più alla dimensione della criminalità, quali sono le cose da fare per sviluppare una strategia di contrasto alla radicalizzazione?

E’ un tema molto complesso. Bisognerebbe trovare un messaggio più forte di quello dello Stato Islamico. Paradossalmente la scarsa preparazione dei militanti di base potrebbe aiutare: non hanno studi alle spalle o una preparazione approfondita. Hanno una “verniciata” di islamismo. Però al tempo stesso è difficile trovare un messaggio che sia così immediato e universale, abbracciato da giovani in tutte le parti del mondo, con il quale contrastare la radicalizzazione sul piano ideologico. E’ un percorso che richiede molto tempo, perché fortemente legato alla società: la nostra è una società che in generale tende alla violenza e all’aggressività. Purtroppo i social non aiutano in questo, c’è la tendenza a voler sopraffare sull’altro. Bisognerà insistere su questa strada, io non credo molto alle scelte che cadono dall’alto.
C’è da fare tanto sulle carceri, questo sì: sono diventati veri e propri luoghi di addestramento e reclutamento, dove persone deboli dal punto di vista psicologico possono essere facilmente cooptate e indirizzate verso una strada  di violenza.

Come mai l’Italia al momento non è stata vittima di attacchi terroristici?

Sono diversi i motivi che hanno permesso all’Italia di non venire colpita. Il primo riguarda essenzialmente la sfera sociale: noi non abbiamo ancora le seconde generazioni di immigrati musulmani, al contrario di Belgio e Francia. Soprattutto non abbiamo quartieri-ghetto tipo Molenbeek a Bruxelles o le banlieu francesi, con una enorme concentrazioni di musulmani e che presentano problematiche di alienazione e di identità ai giovani che nascono in queste aree. Sono quartieri che causano difficoltà di riconoscimento che portano la singola persona, come si è visto negli anni ’90 nelle banlieu, a domandarsi: “sono francese o maghrebino?”.
Inoltre in Italia non ci sono i numeri di militanti dello Stato Islamico che si riscontrano in negli altri paesi d’Europa. Secondo la polizia sono partiti, per arruolarsi con il Califfato, circa 120 militanti dall’Italia, e solo una minima parte di questi è cittadina italiana. Da Trinidad e Tobago sono partiti 125-130 militanti: un paragone, forzato, che però fornisce un’immagine chiara dei numeri di cui parliamo.
Un altro aspetto è quello della propaganda: quella in italiano è partita dopo rispetto a quella inglese o francese. Inoltre non ci sono italiani che hanno fatto carriera all’interno dello Stato Islamico, mentre inglesi e francesi hanno ricoperto ruoli di rilievo per la propaganda sul web. C’è inoltre un problema di lingua: un militante francese può diffondere il messaggio in Belgio, in Francia, in Nord Africa, un italiano si rivolge ad un’area territorialmente ristretta. Questo è un aspetto che non va sottovalutato.
Sicuramente le inchieste hanno funzionato: iniziate negli anni ’90, hanno indotto alcune comunità musulmane che in quegli anni simpatizzavano per gli ambienti radicali a moderarsi. 
Tutti questi motivi chiaramente valgono per minacce e realtà più organizzate: non spiegano i pericoli legati al singolo individuo radicalizzato. Su questo io non ho una risposta precisa, continuo a pensare che ci sia un problema legato alla nostra percezione. In Italia c’è una percezione del rischio terrorismo molto più alta della realtà: interessante è stata una ricerca pubblicata dall’Ispi, che ha chiesto a diverse persone quante vittime avesse fatto l’Isis ed evidenziando come le risposte riportassero dei numeri molto superiori alla realtà. L’immedesimazione porta le persone ad avere una percezione del pericolo molto alta.
Al tempo stesso, come mai nessun militante o potenziale tale decide di fare in Italia un’azione simile a quelle viste negli altri paesi europei? C’è sicuramente una percezione diversa dell’Italia. Non escluderei, però, che un domani, in caso di aumento delle tensioni, soprattutto in questa fase dove i toni sono molto alti, qualcuno potrebbe passare all’azione. Per questo io dico sempre che i governi, di qualsiasi colore siano, sul tema del terrorismo debbano sempre tenere un profilo basso pensando alla sicurezza del cittadino, senza fare annunci o proclami. Non si deve usare il terrorismo come elemento di battaglia politica.
Per finire c’è un fattore logistico: io credo che ci sia un giro di trafficanti di uomini e di droga che considera l’Italia troppo importante geograficamente. Mi spiego, rifiuto la teoria che vede nella mafia un argine al terrorismo, che è evidentemente una bufala perché non spiegherebbe l’assenza di attacchi in tutte le parti d’Italia. Credo invece che una certa forma di criminalità organizzata nordafricana sia molto attenta, in quanto un attentato metterebbe in crisi gli affari. Siamo sempre in un contesto molto fluido, perché questi discorsi potevano essere fatti anche per Moleenbek o per altre zone che invece sono state basi organizzative di attentati. Quello che dico sempre, e che tengo a far emergere, è che questo è un tipo di terrorismo occasionale, non scientifico, fortemente legato al singolo. Il singolo può agire per motivi che sfuggono al controllo della polizia, da qui la difficoltà nell’intercettarlo e nel prevenirlo.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto

Lo Stato Islamico sembra un nemico ormai sconfitto, o almeno fortemente indebolito rispetto al 2014, quando viveva il suo momento di massima espansione territoriale con il riconoscimento di una wilayat, cioè di una provincia, anche nella Libia a noi così vicina. All’infuori di Mosul e Raqqa, Sirte divenne il terzo centro nevralgico del Califfato.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto - Geopolitica.info

La Libia appariva agli occhi degli uomini di Al Baghdadi come un territorio ideale: colpita da un conflitto civile, senza un governo unitario, attraversata da rivalità su base locale e tribale che determinano una frammentazione interna. Insomma, uno Stato fallito.
In Libia i miliziani dell’ISIS si sono trovati a fronteggiare da un lato il generale Haftar e il suo esercito, baluardi, almeno a parole, della lotta contro l’islamismo in tutte le sue forme, e dall’altro la coalizione di forze guidate dalle milizie di Misurata che, sotto l’ombrello del Consiglio Presidenziale, lanciarono l’operazione Al-Bunyan alMarsus per fermare l’avanzata dello Stato Islamico verso ovest. Queste poterono contare sull’appoggio della comunità internazionale, in particolare dell’AFRICOM, responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, il cui intervento consisteva in bombardamenti aerei in supporto alle forze di terra alleate.
Dopo 7 mesi di combattimenti la leadership libica dello Stato Islamico si è frantumata e i miliziani sopravvissuti ai bombardamenti hanno iniziato a disperdersi nel Paese.

Ma la liberazione di Sirte non ha significato la fine dello Stato Islamico nè tantomeno che la minaccia jihadista sia stata estirpata. La Libia era e resta quello che più volte è stato definito un safe shelter per i jihadisti. L’ISIS non è affatto scomparso, ha piuttosto cambiato forma. In primo luogo, il numero di miliziani è stato decimato rispetto al 2015, in cui se ne contavano tra le 3 e le 5 mila unità. Il generale Waldhauser, a capo di AFRICOM, a metà del 2017 stimava che i combattenti dello Stato Islamico sopravvissuti agli attacchi aerei fossero appena 200 e che si stessero spostando da Sirte in direzione sud.
La presenza di questi combattenti è oggi diffusa sul territorio, ma il maggior numero di essi si concentra nell’ incontrollato sud del Paese, il Fezzan, dove stanno tentando di riorganizzarsi.
Il Califfato oggi non può definirsi più tale: con le sconfitte subite in Siria e in Iraq, e con la componente libica decimata e dispersa sul territorio, la connotazione territoriale dello Stato Islamico viene a mancare e si torna a parlare di un gruppo terroristico più convenzionale, che si avvicina al modello di Al-Qaeda, con una presenza di cellule dormienti pronte a colpire obiettivi specifici. Visto l’esiguo numero di combattenti e la scarsità di mezzi in loro possesso, l’obiettivo della conquista territoriale è stato accantonato, almeno per il momento. Tuttavia, il fatto che lo Stato Islamico stia mutando radicalmente forma non significa che sia un nemico più facile da fronteggiare. In Libia, i miliziani hanno iniziato ad operare in maniera più attenta, colpendo le fragili istituzioni libiche.
In questo senso il recente attacco alla Commissione elettorale nazionale a Ghout al Shal, a Tripoli, dimostra l’obiettivo politico dei jihadisti: ostacolare quanto più possibile il processo di riconciliazione e lo svolgimento di nuove elezioni e mantenere un clima di instabilità in cui operare. L’attacco, inoltre, testimonia una presenza di cellule dormienti anche nella capitale.

Cosa rende la Libia un rifugio sicuro per I jihadisti? Diversi sono I fattori che garantiscono ai jihadisti un notevole margine d’azione in Libia.

  • La Libia è un failed State, una realtà segnata da un conflitto civile che perdura dal 2011, quando la fine del quarantennale regime di Gheddafi ha lasciato vuoti di potere che hanno consentito a diverse milizie, tra cui quelle salafite e jihadiste, di inserirsi nel panorama del Paese e operare indisturbate. Attualmente in Libia manca ancora un governo unitario e tre governi competono per il potere politico e per l’accesso alle risorse finanziarie. A Tripoli si è insediato al principio del 2016 il Consiglio Presidenziale sotto la guida di Serraj, nato dagli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Nella capitale, il Governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell contende il potere al governo internazionalmente riconosciuto ma ha poco seguito presso la popolazione e non controlla importanti porzioni di territorio. Ma il principale avversario politico di Serraj è il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico, che controlla circa i due terzi del Paese ed è un personaggio chiave per il futuro politico del Paese.
  • Il panorama libico è costellato di milizie e gruppi armati con radicamento locale, ma manca un esercito unitario che possa arginare l’azione, sempre più imprevedibile, delle cellule jihadiste presenti sul territorio. Per non parlare della frammentazione dell’apparato di counter-terrorism libico.
  • Un passato di jihad: dagli anni Ottanta la Libia costituisce un importante centro di reclutamento e addestramento di combattenti, soprattutto tra Derna e Bengasi. È possibile identificare tre generazioni di jihadisti nel Paese.
    La prima è stata forgiata dall’esperienza in Afghanistan, dove è nato il Gruppo Combattente Islamico Libico, che negli anni ’90 avrebbe condotto un jihad contro il regime di Gheddafi.
    La seconda si è formata negli anni ’90 nel carcere di Abu Salim, luogo di reclusione di oppositori politici, islamsiti e non. In questi anni iniziarono ad emergere canali di reclutamento dalla Libia verso l’Iraq e si intensificarono i legami che univano Derna e Bengasi con Al-Qaeda in Iraq (AQI), cellula irachena di Al-Qaeda fondata da AL-Zarqawi.
    La terza generazione emerse con lo scoppio della rivolta del 2011 nel quadro di un’opposizione più ampia e, dopo il crollo del regime di Gheddafi, molti combattenti confluirono verso la Siria. Nel frattempo, la Libia da Paese di transito per i foreign fighters sarebbe diventata una base di addestramento oltre che un rifugio sicuro.
  • La Libia si colloca geograficamente in una posizione strategica: il Paese si affaccia sul Sahel e sul Maghreb, da sempre considerati da Al-Baghdadi una naturale estensione del Califfato, ma anche sull’Europa, dove grazie alla prossimità geografica è possibile esportare jihadisti e ideologie radicali e condurre attacchi mirati ai simboli dell’Occidente.
  • La porosità delle frontiere libiche, in particolare di quelle meridionali, consente ai miliziani di spostarsi liberamente e di inserirsi nelle organizzazioni jihadiste regionali e nelle reti di traffici illeciti con cui riescono ad autofinanziarsi. La possibilità di entrare e uscire dal Paese permette di reclutare nuovi combattenti dalle realtà limitrofe. Preoccupante è il dato sulla presenza dei foreign fighters tunisini sul suolo libico: secondo un rapporto del Washington Instutute for near East Policy, i jihadisti tunisini presenti sul territorio libico sarebbero oltre 1500. La Libia, dopo Siria, Afghanistan e Iraq, sarebbe il Paese destinazione del maggior numero di combattenti stranieri nella storia del jihadismo.
  • Sul territorio libico c’è un’ampia disponibilità armi: dopo la fine del conflitto civile del 2011, le diverse milizie sono entrate in possesso dell’imponente arsenale bellico di Gheddafi e oggi chiunque può disporre di armi di vario tipo. Attraverso le frontiere meridionali è possibile anche introdurre armi dai Paesi confinanti senza incontrare ostacoli.

 

Le condizioni affinché la Libia diventi un centro del jihadismo globale sono mature. Il pericolo è che i vuoti politici, la frammentazione del sistema di sicurezza e i conflitti endemici che attraversano il tessuto sociale possano permettere a combattenti dello Stato Islamico, di Al Qaeda o di un nuovo gruppo di giocare un ruolo da protagonisti nel futuro prossimo del Paese. La minaccia di Al Qaeda e dell’ISIS rimane accesa, soprattutto nel sud. Malgrado la recente dissoluzione del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, Al Qaeda continua ad operare nel Fezzan e AQIM, presente attivamente nel sud dell’Algeria e nel nord del Mali, grazie alla porosità delle frontiere riesce a penetrare con facilità nel territorio libico, cooptando tribù e gruppi locali, soprattutto i Tuareg, sfruttando la loro storica posizione di emarginazione e il malcontento che ne deriva.
Malgrado storicamente la popolazione libica non si sia dimostrata particolarmente ricettiva verso l’ideologia dell’islamismo radicale, le critiche dei jihadisti alla debolezza e corruzione dello Stato e all’inefficienza del sistema di sicurezza riescono ad avere un’eco importante. Il collasso dello Stato costituisce il fattore chiave per la diffusione del jihadismo: come evidenzia F. Wehrey, ricercatore della Carnegie Endowment for International Peace e esperto di Libia, in Medio Oriente e Nord Africa, laddove scoppia una guerra civile, ci si può aspettare che emerga una rete jihadista che intende inserirsi tra le parti in conflitto e che riesca a reclutare combattenti tra le file degli scontenti grazie alla sua motivazione ideologica forte, sfruttando il diffuso malcontento nei confronti del potere.
In Libia, i giovani (ma anche diversi gruppi tribali) sono una categoria che rischia di rispondere positivamente alla chiamata jihaidsta a causa delle scarse possibilità occupazionali che il paese offre e della disillusione del post-Gheddafi. Non solo. La Libia può costituisce un polo attrattivo per i jihadisti dei paesi limitrofi, che vedono in questo failed-State un paradiso dove operare indisturbati. L’impegno di counter terrorism da parte della comunità internazionale non deve limitarsi al raggiungimento dell’obiettivo di breve periodo di annientamento dell’Isis (che le evidenze dimostrano non essere stato pienamente raggiunto), ma deve coniugarsi con strategie di lungo periodo per la ricostruzione delle strutture istituzionali di un Paese dove, senza ristabilire il ruolo della legge e favorire la creazione di un governo unitario, la minaccia jihadista rimarrà sempre accesa