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Medio Oriente: l’incontro-scontro delle potenze globali e regionali nella polveriera del XXI secolo

In questi ultimi giorni la cronaca internazionale è stata occupata in gran parte dalle notizie provenienti dalla città di Kobane, località ubicata in prossimità del confine tra Siria e Turchia e da settimane cinta d’assedio dalle milizie del cosiddetto “Califfato” del famigerato Al-Baghdadi. Le truppe curde che difendono disperatamente quest’ultimo lembo di terra, posto a ridosso del confine turco, a stento riescono a contenere l’irruenza delle milizie islamiche dell’ISIS e solo i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli USA appaiono in grado di calmierare la pressione militare esercitata dagli jihadisti dello Stato Islamico sugli ormai esausti difensori di questa novella “Alamo” curda. A contorno di tale scenario, le difficoltà politico-militari poste di fronte all’eterogenea ed ambigua coalizione internazionale, messa insieme da Washington in maniera, per la verità, abbastanza raccogliticcia con il mero scopo di combattere il “Califfo” e i suoi accoliti, si stanno presentando in tutta la loro drammaticità, contraddittorietà ed estrema complessità.

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Obama e le tentazioni dell’hard power

La posizione personale del presidente USA Obama in tema di conflitti internazionali e crisi geopolitiche è ormai abbastanza nota e connotata da un consolidato isolazionismo e da un sostanziale non interventismo. Nel momento in cui l’ISIS ha intrapreso, solo pochi mesi or sono, la sua sfavillante “anabasi” attraverso l’Iraq che ha portato le truppe del sedicente “Califfato” sia a sbaragliare l’esercito iracheno che a minacciare la stessa Baghdad, la reazione della Casa Bianca è apparsa fin da subito abbastanza confusa e titubante, da un lato mostrando la consueta riluttanza a farsi coinvolgere direttamente in un nuovo conflitto mediorientale, dall’altro prestando il fianco alla crescente pressione dei “falchi americani” e di una sempre più preoccupata comunità internazionale, concretizzatasi con la richiesta corale di un intervento militare in seno ad uno scenario permeato da tensioni sempre più esplosive e destabilizzanti per la pace mondiale e l’ordine geopolitico precostituito, sorto dalle ceneri del primo conflitto mondiale.

Dopo un pericoloso ed altrettanto   allarmante dibattito interno all’amministrazione USA sull’eventualità di scaricare l’alleanza con i Paesi del Golfo e conseguentemente abbracciare un nuovo corso con l’assai astuto Iran sciita, gli Stati Uniti hanno più saggiamente deliberato di impegnarsi direttamente nella creazione in Iraq di un governo di unità nazionale attraverso il quale creare le condizioni politiche per un eventuale intervento militare che comprendesse la componente sunnita del Paese come parte integrante della controffensiva irachena contro l’ISIS. Se questa presa di posizione ha da un lato temporaneamente rassicurato gli alleati mediorientali ed europei sulla collocazione geopolitica di Washington nella regione, dall’altro, però, non ha saputo rispondere con la necessaria rapidità alla crescente minaccia rappresentata dalla barbarie dietro la quale si nascondo le ambizioni geopolitiche del mostro creato da Al-Baghdadi e, indirettamente, di altri soggetti internazionali.

Origini e finalità dell’ISIS sono tutt’ora oggetto di acceso dibattito, ciononostante ciò che si può affermare con sufficiente certezza è che l’ISIS, nonostante venga quotata sul mercato della jihad globale come una forza ostile al regime di Assad e, più in generale, al mondo sciita, nei fatti non abbia disdegnato di entrare in affari con qualunque soggetto locale ed internazionale pur di soddisfare il proprio interesse particolare. E’ in tal senso noto che l’ISIS, entità connotata da spiccate caratteristiche tribali e con affinità antropologiche con il crogiolo di umanità rappresentato storicamente dal nomadismo euroasiatico, si è atteggiato per lungo tempo come una sorta di “federato” del regime di Assad, il quale, in cambio di petrolio e territorio da vessare e depredare, ha concesso ai suoi presunti nemici la facoltà di diventare padroni indiscussi di vaste aree della Siria, ottenendo nel contempo in cambio il sostegno non ufficiale dell’ISIS contro le truppe dell’opposizione moderata siriana. Non è ancora chiaro se questo sodalizio si sia concluso o meno, quello che appare abbastanza evidente è che il “barbaro” Al-Baghdadi, una volta conquistato e razziato l’Iraq settentrionale con la sua messe di bottino rappresentato in gran parte da denaro, “tasse” (estorsioni) e forniture belliche di fabbricazione americana in dotazione all’esercito iracheno ormai sbandato, abbia rivolto le armi contro i suoi ex-benefattori siriani, limitandosi, tuttavia, a consolidare alcune posizioni ai danni delle truppe di Assad attorno alla capitale morale del “Califfato”, la città di Raqqa, e ad altri siti di interesse strategico.

Rimane in tal senso sorprendente che l’ISIS, una volta incamerate armi e munizioni di altissimo livello conquistate in Iraq, non abbia puntato diritto verso Damasco, come la logica avrebbe suggerito, così come desti perplessità come Assad e i suoi alleati iraniani, nonostante le stragi di soldati del regime e di civili sciiti perpetuate dall’ISIS, non abbiano spinto l’acceleratore della macchina militare sulla scia della crescente pressione internazionale indirizzatasi contro il sedicente “Califfo”, scegliendo invece di cogliere l’attimo solo per dettare subdole ed astute condizioni all’Occidente in cambio di una loro eventuale collaborazione diretta, sia militare che di intelligence, nella lotta contro l’ISIS, come, ad esempio, la richiesta di un atteggiamento più morbido sulla questione del nucleare iraniano o l’ “abiura” della linea anti-Assad da parte dei governi occidentali che l’hanno finora sostenuta.

Se pertanto il più inumano machiavellismo pare regni ancora sovrano sia a Damasco che a Teheran, diversa è stata la reazione occidentale alle stragi causate dal dilagare delle orde dell’ISIS sulla Mesopotamia. La diplomazia americana, su pressante richiesta dei Paesi del Golfo e dell’Europa, è riuscita, pur tra mille difficoltà ed incertezze, ad individuare nella figura dello sciita Haider al-Abadi l’uomo che avrebbe potuto guidare l’Iraq al di fuori di quel clima di pesante oppressione settaria che il premier Al-Maliki aveva instaurato nel Paese, creando le condizioni per la sorprendente avanzata dell’ISIS, resa possibile in parte proprio grazie al vasto consenso creatosi attorno agli uomini di Al Baghdadi presso le tribù sunnite a lungo esasperate dalle discriminazioni e dalle vessazioni intraprese ai loro danni dal governo centrale sciita. L’individuazione di questa nuova figura politica, apparentemente inclusiva e non divisiva, si è fortunatamente verificata contestualmente all’acuirsi della crisi irachena aggravatasi a causa dei crescenti attacchi e delle inumane stragi che i miliziani dell’ISIS hanno compiuto nei territori posti sotto il loro controllo, principalmente ai danni della popolazione sciita e delle minoranze etnico-religiose, azioni la cui efferatezza ha scatenato la crescente indignazione dell’opinione pubblica mondiale e la pressante richiesta di un intervento umanitario nella regione, ovviamente indirizzatasi in primo luogo nei confronti dell’unica superpotenza rimasta al mondo, gli USA.

Nonostante le resistenze di Al-Maliki che ambiva ad un terzo mandato, l’Iran, suo sponsor principale, ha compreso che, visto il suo ruolo fortemente destabilizzante in seno al contesto politico iracheno ed il conseguente danno di immagine procurato sia a sé stesso che al suo “padrino” politico iraniano, la posizione del premier iracheno uscente risultava del tutto indifendibile sul piano diplomatico e pertanto Teheran si è vista costretta ad accettare, assumendo tuttavia un prestigioso ruolo di primo piano in questo processo,  a mettere da parte il suo uomo, collaborando in tal modo alla creazione di un governo più inclusivo dove però la componente sciita e filo-iraniana rimanesse comunque predominante, se non ulteriormente rafforzata sul piano politico e mediatico, in particolare grazie alle nefandezze che i “sunniti” dell’ISIS stavano compiendo tra Siria ed Iraq. E’ altresì utile notare che l’Iran stesso, nella assoluta complessità dello scenario mediorientale, necessitava e tutt’ora necessita del ruolo militare americano per evitare di ritrovarsi da solo a gestire dinamiche ed “entità nebulose” da esso stesso eventualmente create e/o “incoraggiate”, potenziali “bombe” pronte ad esplodere che alla fine avrebbero potuto addirittura scoppiare in mano allo stesso “apprendista stregone”. In tal senso l’Iran, da qualunque punto di vista si voglia guardare la questione, ha palesemente cercato di manipolare la politica estera americana per fare in modo che gli esiti di un intervento armato a stelle e a strisce producessero risultati utili all’interesse di Teheran e conseguenze dannose nel campo dei propri oppositori.

Provvidenzialmente, quando all’inizio di agosto l’intervento militare americano è risultato ormai improrogabile a causa della situazione disperata in cui versavano, in particolar modo, cristiani, Yazidi e le forze militari curde, il governo di unità nazionale iracheno era ormai pronto a venire alla luce e l’azione bellica degli USA indirizzata contro l’ISIS si è così potuta accompagnare col sostegno, perlomeno formale ed apparente, sia della componente politica sciita che di quella sunnita, evitando di trasformare l’intervento americano in una crociata del mondo sciita contro quello sunnita, soprattutto dato che sarebbe risultata supportata e condotta in maniera imbarazzante e destabilizzante dalla stessa Washington.

ISIS, una strategia incongruente?

Appare certamente curioso il fatto che l’ISIS, dopo essersi proclamato “Califfato” e nonostante avesse l’opportunità di accomodarsi senza generare troppi clamori, con indubbi vantaggi economici, nel cuore del Medio Oriente, abbia fornito  tutte le ragioni, attraverso azioni criminose ed efferate rilanciate dai media di tutto il mondo, per scatenare a tal punto lo sdegno internazionale, nei confronti dei seguaci del “Califfo”, da spingere la titubante amministrazione americana del presidente Obama a tornare in Iraq, dopo averlo abbandonato solo pochi anni prima, per affiancare, fondamentalmente, i curdi e, di fatto, il governo filo-iraniano di Baghdad, tenuto in piedi dalle milizie sciite sostenute da Teheran, in una guerra animata dal unico obiettivo di distruggere l’ISIS stesso.

Come se ciò non bastasse, nonostante l’impegno americano si fosse in primo luogo limitato, oltre che ad azioni umanitarie, a salvare i curdi iracheni da sconfitta certa e a puntellare le posizioni del governo centrale iracheno, l’esecuzione di civili prigionieri americani ed occidentali e la persistente azione offensiva delle truppe del “Califfo” hanno ulteriormente allarmato l’opinione pubblica mondiale in merito al pericolo rappresentato dai miliziani dell’ISIS, costringendo l’amministrazione Obama, incalzata da Paesi del Golfo ed Europa, notevolmente preoccupati per una situazione sempre più ambigua e fuori controllo, ad impegnarsi ulteriormente nella costituzione di una vera e propria coalizione internazionale con lo scopo di colpire l’ISIS non solo in Iraq ma anche nel suo quartier generale siriano, di fatto riaprendo la ferita politico-strategica del mancato intervento aereo contro il regime di Assad risalente a poco più di un anno fa.

Esiste, in effetti, il dichiarato interesse da parte dell’ISIS di trascinare nuovamente i Paesi occidentali in un’altra vasta campagna militare mediorientale la quale, indubbiamente, rappresenterebbe un ottimo strumento di propaganda mediatica sia per incrementare il numero delle reclute potenzialmente aderenti all’ISIS, sia per aumentare il consenso in seno a quella parte del mondo arabo sunnita che guarda con occhio benevolente alle azioni dello jihadismo internazionale. Ciononostante, contrariamente a quella che è stata la politica promossa dall’elitaria Al Qaeda di Osama Bin Laden, i massacri compiuti su larga scala e con metodi barbarici dall’ISIS in nome della religione islamica di stampo sunnita hanno prodotto effetti controproducenti rispetto a quelli che apparentemente dovevano essere i propositi ufficiali di Al-Baghdadi, gettando da un lato grande discredito e disgusto nei confronti del mondo sunnita e dall’altro attirando imprevedibili simpatie, sul campo occidentale, verso l’area sciita che ha avuto gioco facile nel recitare la parte della voce della ragione.

La coalizione dei recalcitranti

La formazione della coalizione internazionale, contrariamente alle aspettative iniziali di alcuni ma in linea con i dubbi dei più scettici, ha rappresentato indubbiamente uno dei punti più controversi della recente iniziativa americana in Medio Oriente. Inizialmente il presidente Obama aveva escluso un immediato intervento diretto in Siria, limitando il raggio di azione dell’aviazione al solo Iraq.

Tuttavia l’uccisione degli ostaggi americani, lo sdegno generale e la sconcertante indecisione obamiana su quale strategia intraprendere al fine di contrastare l’azione dell’ISIS hanno probabilmente riportato l’ago della bilancia a favore della componente interventista dell’amministrazione americana, capitanata dal Pentagono, il quale sembrerebbe aver assunto di fatto il controllo dell’iniziativa politica americana in Medio Oriente nel corso campagna aerea contro il “Califfato”, pur dovendo mediare con la generale riluttanza dell’opinione pubblica americana a schierare truppe sul terreno, posizione ben espressa dalla linea non interventista incarnata dal presidente Obama, il quale tuttavia parrebbe trovarsi nuovamente messo in un angolo come accaduto al tempo dell’intervento libico.

Ciononostante la strategia americana non è rimasta esente dagli effetti politici di sei anni di disimpegno obamiano. Gli strateghi statunitensi hanno in tal senso ritenuto necessaria una partecipazione massiccia di quei Paesi arabi sunniti che spesso vengono accusati a vario titolo di aver creato e finanziato i vari movimenti jihadisti presenti in Siria, tra cui l’ISIS, e ciò sia per isolare gli jihadisti presenti sul suolo siriano dal mondo sunnita di riferimento, sia per evitare di essere accusati di  promuovere una guerra contro il mondo sunnita, sia per non esporre gli Stati Uniti alle critiche di coloro che, come Russia, Cina ed Iran, vorrebbero accusare Washington di orchestrare una nuova guerra imperialista e, cosa forse ancora più importante, sia per evitare di assumere nuovamente la guida di un’azione bellica unilaterale che rischierebbe di trascinare nuovamente gli USA nell’abisso politico-militare e finanziario di una conflitto solitario di dimensioni globali.

Appare tuttavia sconcertante la politica promossa da Washington volta, da un lato, a rispondere alla minaccia dell’ISIS su richiesta della comunità internazionale ed sulla base del ruolo geopolitico espresso da decenni dagli Stati Uniti nell’area, unito alle responsabilità storiche derivanti dall’attacco militare americano del 2003 che indubbiamente ha fortemente contribuito a creare le condizioni per l’attuale situazione di caos in cui versa l’Iraq, dall’altro, tesa a voler esprimere pubblicamente una posizione critica nei confronti dei suoi alleati mediorientali, caricando su questi responsabilità che non trovano completa giustificazione probatoria ma che sicuramente contribuiscono ad aiutare Teheran a nobilitare la propria posizione internazionale senza possedere in realtà nessun particolare merito ma, piuttosto, numerosi demeriti. In tal senso pare farsi strada, anche attraverso ambienti politici americani un tempo meno favorevoli all’Iran, l’idea che i Paesi del Golfo, tutto sommato, siano perlopiù parte del problema mentre l’Iran stia diventando sempre più parte della soluzione, una situazione assolutamente inedita sullo scenario politico statunitense che certamente si lega con il desiderio di disimpegno USA dalle criticità mediorientali e con i lucrosi affari che numerosi soggetti economici anelano di poter intraprendere con un Iran tornato a pieno titolo nel circuito del mercato internazionale.

 

In tale prospettiva si denota uno scadimento preoccupante della capacità di analisi dell’amministrazione americana la quale non solo sembra essersi dimenticata, come se in Ucraina non fosse accaduto nulla, che dietro alle mosse di Teheran e dei suoi alleati si celi l’interesse sempre vigile della Russia di Putin, ma che pure l’Iran stesso abbia finanziato nel tempo e tutt’ora finanzi il terrorismo internazionale, giocando anch’esso su più tavoli la partita per l’egemonia sul Medio Oriente. E’ stata in tal senso emblematica l’azione svolta dal Segretario di Stato Kerry il quale non ha mandato a dire ai Paesi arabi che se la costituzione della coalizione fosse fallita, gli Usa non avrebbero esitato a lasciare campo libero nella partita agli Iraniani, permettendo loro di improvvisarsi quale nuovo cardine stabilizzatore mediorientale. Dal canto loro i Paesi arabi appaiono ben consci che per raggiungere i propri obiettivi in Medio Oriente, non ultimo il rovesciamento del presidente Assad, necessitino comunque delle forze armate americane e pertanto, compreso il ricatto mosso nei loro confronti e valutando ciò che comunque avevano da guadagnare dal mostrarsi dialoganti, hanno accettato di apparire accondiscendenti facendo buon viso  ed attendendo il momento opportuno per fare cattivo gioco, aderendo pertanto a quella componente della coalizione a guida americana, costituita da Bahrein, Giordania, Qatar (restio ad effettuare bombardamenti diretti), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e dagli stessi Stati Uniti, che si sta facendo carico di bombardare le postazioni dell’ISIS in Siria.

Da questo punto di vista non suscita particolare stupore la posizione di Francia e Regno Unito tendente, allo stato attuale, a non partecipare ai bombardamenti in Siria ma a limitare il proprio raggio di azione in Iraq. La decisione di non affiancare gli USA, almeno per il momento, in Siria da parte dei Paesi europei possiede infatti un significato politico assai rilevante ed indirizzato, sostanzialmente, a rimarcare la differenza di vedute esistente tra Parigi, Londra e Washington sulla crisi siriana. La Francia ha chiaramente espresso i propri dubbi sull’efficacia dei bombardamenti in Siria, i quali potrebbero provocare un rafforzamento del regime di Assad, da sempre osteggiato da Parigi che, fra le altre cose, ha dichiarato di voler aumentare il proprio sostegno all’opposizione siriana. Secondo la Francia, inoltre, il mancato attacco militare americano contro il regime di Assad avrebbe creato le condizioni per il rapido successo dell’ISIS e per l’esplosione dell’attuale crisi mediorientale. Londra, dal canto suo, in un primo momento ha cercato di evitare qualsiasi coinvolgimento militare diretto in Iraq, limitandosi ad azioni di stampo umanitario e di ricognizione, principalmente per ragioni di politica interna legate al referendum sull’indipendenza della Scozia e a possibili contraccolpi elettorali legati ad una nuova avventura militare d’oltremare.

Il governo britannico ha pertanto cercato di prendere tempo plaudendo da un lato alle prime iniziative americane, ma condividendo dall’altro le perplessità degli alleati del Golfo. Superato lo scoglio del referendum scozzese, Cameron, non volendo recitare la parte di colui che dice “no” agli Americani ed intendendo continuare a svolgere il tradizionale ruolo di mediatore ed anello di congiunzione fra le due sponde dell’Atlantico, ha condotto sotto banco una politica di larghe intese con lo scomodo, ma necessario, alleato  di governo Nick Clegg e con l’opposizione laburista di Ed Miliband, il quale, fondamentalmente, avendo già ricoperto un ruolo determinante, nella sua qualità di capo dell’opposizione alla Camera dei Comuni, nella sconfitta parlamentare subita dal governo sulla Siria appena l’anno prima, è diventato il consenziente “capro espiatorio” politico della riluttanza del Primo Ministro a supportare una mozione che richiedesse un sostegno politico, peraltro non necessario da un punto di vista legale, sia per una campagna aerea in Siria che in Iraq.

In realtà, come Cameron ha chiaramente espresso in sede ONU, il governo britannico, continuando a considerare Assad un nemico alla pari dell’ISIS, teme, come la Francia, che l’azione americana, caratterizzata da  obiettivi in parte estranei alla politica anglo-francese e dei Paesi del Golfo volta ad ottenere la caduta del regime di Assad e la creazione di un governo di unità nazionale in Siria, possa in qualche modo ledere la posizione militare dell’opposizione siriana moderata, da questo sostenuta, e avvantaggiare il regime di Assad. Appare in tal senso sempre più evidente come l’iniziale ed ufficiale appoggio politico americano all’opposizione siriana, peraltro assai poco consistente nonché in gran parte relegato ad attività condotte dalla CIA sul territorio senza particolari assistenze “istituzionali”, si stia tutt’ora scontrando, nel contesto delle lotte “settarie” che ormai da anni lacerano il governo americano in merito alle deliberazioni da intraprendere in tema di politica estera, con la posizione di coloro che appaiono pronti già da tempo a scendere a patti con il regime di Assad e a cercare una ricomposizione generale con l’Iran, azione che in certi ambiti non si può affatto escludere che sia già avvenuta dal momento che pare abbastanza certo che gli Americani comunichino indirettamente al governo di Damasco i dettagli logistici dei propri raid aerei sulla Siria. La consapevolezza americana di scontentare in tal modo gli alleati mediorientali ed europei si chiarifica con quelle che sono le posizioni ufficiali di Washington, a parole fondamentalmente non dissimili da quelle dei loro partner, avendo più volte pubblicamente rimarcato l’esclusione di qualunque collaborazione ufficiale sia con l’Iran che con l’alleato di Teheran, Assad.

La stessa promessa americana relativa al rifornimento militare e all’addestramento dell’opposizione moderata siriana in funzione anti-ISIS è tesa a trovare un punto di incontro con la posizione dei Paesi del Golfo i quali hanno molto probabilmente condizionato la propria partecipazione ai raid in Siria ad un impegno americano per un maggior sostegno statunitense ai loro alleati siriani. In realtà i tempi e i numeri inerenti l’addestramento e la consistenza delle forze di opposizione siriana  che dovrebbero beneficiare dei buoni uffici dell’esercito americano fanno ritenere che la promessa elargita da Washington, a mo’ di contentino, possa essere caratterizzata da tempistiche di implementazione fin troppo dilatate per risultare effettivamente realistiche sul campo di battaglia, mentre appare più probabile che gli USA nutrano assai più fiducia nelle milizie curde ed in quelle filo-iraniane supportate da Teheran nonché nella eventuale partecipazione di tribù sunnite che in futuro possano dichiararsi apertamente ostili all’ISIS.

I Paesi del Golfo e la Turchia sono responsabili per la creazione dell’ISIS?

In questo clima di reciproci sospetti e differenti interessi internazionali in gioco, non appare strano che dagli Stati Uniti, a seguito dell’uccisione di ostaggi americani da parte dell’ISIS e di un sostanziale senso di crescente insofferenza nei confronti del ruolo di “poliziotto del mondo” che sembrano intenzionati a voler dismettere progressivamente, sia partita una campagna stampa, ripresa dai maggiori mezzi di informazione internazionali, contro i Paesi del Golfo, Qatar e Kuwait in primis, e Turchia tesa ad attribuire la paternità del gruppo islamico ISIS a sconsiderate manovre geopolitiche di questi attori internazionali, intenzionati, secondo quanto riportato dalla stampa, a giocare il tutto per tutto nella loro lotta all’ultimo sangue contro l’Iran sciita.

E’ indubbiamente vero che sia in corso una lotta senza esclusione di colpi tra Sciiti e Sunniti, recentemente riesplosa nel 2011 a seguito del caos politico causato dalle primavere arabe e dal contestuale disimpegno americano dalla regione. Tuttavia, in merito alla vicenda dell’ISIS, per quanto inizialmente possano esserci state delle “simpatie” per questo neo-costituito e promettente gruppo di miliziani, è assai difficile ritenere che i Paesi del Golfo ed Ankara finanziassero deliberatamente l’organizzazione nel momento in cui l’ISIS stesso era entrato in rapporti d’affari con Assad e combatteva contro i clienti delle monarchie del Golfo Persico e della Turchia sul campo di battaglia siriano. Da questo punto di vista occorrerebbe fare un’opera di chiarezza. E’ noto che nel mondo arabo esista un non irrilevante consenso nei confronti dell’integralismo islamico, un consenso che ha portato numerosi finanziatori privati ad elargire abbondanti somme di denaro a favore di organizzazioni di carattere terroristico affiliate a reti costituite da finte associazioni caritatevoli di copertura che supportano la jihad internazionale con uomini ed abbondanti mezzi economici.

Tutto ciò rappresenta indubbiamente un grave problema di politica interna per i Paesi del Golfo, criticità che, per quanto necessiti di essere affrontata e risolta, risulta indubbiamente di difficile soluzione dato che è caratterizzata da problematiche sociali con cui il mondo arabo fa i conti ormai da lunghissimo tempo. E’ altresì scandaloso che il Qatar continui a finanziare e ad armare gruppi che orbitano attorno al mondo dell’integralismo islamico e della Fratellanza Musulmana in Libia e che combattono contro il legittimo governo libico sorto all’indomani della deposizione del colonnello Gheddafi, atto voluto e supportato dallo stesso Qatar in collaborazione con le monarchie del Golfo ed alcuni Paesi europei, accrescendo la destabilizzazione del Paese a tal punto che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto si sono visti costretti ad ingaggiare l’ex-generale libico Haftar, un tempo vicino alla CIA, al fine di costituire un contraltare militare alle ambizioni smodate di Doha sul piano internazionale tese a minare il primato politico e morale saudita in seno al mondo sunnita.

Ciò detto è noto che la Turchia ed il Qatar hanno tentato e, parzialmente, sono riusciti a portare dal proprio lato della barricata il gruppo legato ad Al-Qaeda di Al-Nusra, moderandone, talvolta, le aspirazioni e i modi, il quale, come noto, inizialmente aveva anch’esso tentato un abboccamento con il regime di Assad e poi, successivamente, aveva rivolto le proprie armi contro la stessa ISIS. Ciò che quindi può essere accaduto è che Qatar, Turchia e Kuwait abbiano tentato di “comprare” l’ISIS, così come fatto con Al-Nusra, utilizzando finanziatori indiretti, obiettivo che tuttavia non sembrerebbe in alcun modo essere stato raggiunto anche a fronte degli evidenti maggiori benefici economici che Assad ha garantito per lungo tempo all’ISIS attraverso lo sfruttamento delle risorse petrolifere poste sotto il controllo del gruppo di Al-Baghdadi. Da questo punto di vista i vari finanziatori privati del Golfo dovrebbero porsi dei seri interrogativi sul fatto che le proprie elargizioni finiscano a gruppi che non hanno disdegnato di fare accordi con il regime di Damasco.

Dal canto suo la Turchia, altro importante attore regionale impegnato nella lotta contro il regime di Assad, essendo diventata la principale frontiera di transito dei combattenti diretti in Siria indirizzati verso le fila dell’opposizione moderata e delle milizie jihadiste, ha indubbiamente compreso che se avesse chiuso la frontiera a tutti  i volontari sunniti ed ai relativi rifornimenti, l’opposizione siriana moderata sarebbe risultata certamente sconfitta e che, d’altro canto, compiendo un mero calcolo strategico, l’ISIS rappresentasse una non irrilevante incognita nel precario equilibrio del intricatissimo puzzle militare siriano, equilibrio che, in mancanza di un determinate aiuto esterno a sostegno delle forze anti-Assad, come il possibile e fallito intervento occidentale contro il regime di Damasco, forse è sembrato più opportuno, dal proprio punto di vista, non incrinare, lasciando che Assad e l’ISIS continuassero a coltivare il loro rapporto di “amore ed odio” che se da un lato ha rappresentato un danno per l’opposizione siriana moderata, dall’altro ha comunque prodotto una relativa minore pressione militare di Assad sull’opposizione stessa. Se queste tattiche intrise di assoluta spregiudicatezza certamente possono essere foriere di dubbi rispetto alla moralità di certi attori internazionali che gravitano attorno alla crisi siriana, tuttavia occorrerebbe altresì considerare che mentre il Medio Oriente e l’Europa si “arrangiavano” nel turbine delle rivoluzioni arabe, gli Americani, i quali oggi si scoprono scandalizzati e riluttanti a venire in soccorso di una situazione in parte sfuggita di mano sia a Sciiti che a Sunniti, erano ben consapevoli di quello che stava accadendo visto che la CIA era ben presente sui luoghi nei quali l’Islam combatteva le sue battaglie e non hanno fatto nulla per porvi rimedio.

La posizione turca

L’iniziativa americana di costituire una fumosa alleanza internazionale volta a contrastare le barbariche mire dell’ISIS è purtroppo connotata da numerosi elementi deficitari. Innanzitutto i disaccordi interni all’amministrazione americana rispetto al ruolo internazionale degli Stati Uniti hanno prodotto una soluzione di compromesso che, agli occhi degli alleati, appare sia contraddittoria che mancante di una chiara visione politica di lungo termine, se non addirittura lesiva di determinati interessi specifici nella regione. Nei fatti, invece di costituire un’azione coordinata e connotata da un piano strategico di ampio respiro, gli Stati Uniti hanno orchestrato un’azione nella quale i vari attori internazionali hanno assunto il ruolo che più aggrada loro o che, perlomeno, come nel caso dei Paesi del Golfo, appare meno sconveniente.

Da parte loro gli USA appaiono ancora propensi a non abbandonare i tradizionali alleati del Golfo ma nello stesso tempo la loro posizione contraddittoria nei confronti dell’Iran, che spiace sia alle monarchie arabe che ad Israele, non chiarifica in alcun modo quale possa essere il contributo positivo che l’amministrazione americana possa portare in futuro alla stabilizzazione del Medio Oriente. Si ha in tal senso l’impressione che il Pentagono, dopo aver recentemente riaccompagnato Obama al campo da golf, si sia semplicemente preso la briga di bombardare le postazioni dell’ISIS e gruppi similari non avendo la minima idea di dove tutto ciò possa effettivamente condurre, salvo forse dare il via ad un accordo assai diluito con l’Iran sulla questione nucleare che, secondo alcuni, appare quanto mai imminente. Da questo punto di vista l’insofferenza turca per la politica scazonte degli Stati Uniti, esplicitata dal presidente Erdogan, si è fatta recentemente sentire proprio nel corso della tragedia in atto a Kobane.

La Turchia, inizialmente ostile all’idea di partecipare ai raid aerei a guida americana, ha ora accettato, vista la presenza attiva dei Paesi arabi, di prendere in considerazione la possibilità di un suo coinvolgimento armato nella regione. Tuttavia Ankara in primo luogo intende supportare le proprie finalità geostrategiche ed ha chiaramente espresso agli Stati Uniti che la propria eventuale partecipazione militare non possa prescindere da un chiaro impegno americano volto a contrastare il regime di Assad in Siria introducendo, fra le altre cose, una zona cuscinetto di non volo, sostenuta dalla Francia e non esclusa dal Regno Unito ma ancora non presa in considerazione dalla Casa Bianca, chiaramente volta a contrastare l’aviazione ancora in possesso del regime. Ovviamente l’atteggiamento turco nei confronti dei curdi è chiaramente di aperta ostilità, sia in considerazione della lunga guerra civile che la Turchia ha conosciuto negli anni passati in seno a zone abitate prevalentemente dall’etnia curda, la quale reclama da lungo tempo l’indipendenza, sia per la storica contrapposizione in essere tra curdi e sunniti siriani, sia per il ruolo non sempre chiaro che i curdi stessi hanno avuto nei confronti del regime siriano e di altri attori regionali (e non) considerati di volta in volta potenzialmente ostili ad Ankara e alle sue mai sopite aspirazioni “neo-ottomane”.

A complicare le cose, tuttavia, occorre ricordare che la Turchia, per quanto intenda avere ragione del regime di Assad, aneli altresì a riallacciare importanti legami economici con il vicino persiano e addirittura il Qatar non disdegnerebbe relazioni di convenienza con Teheran, come pare sia avvenuto o si sia simulato che fosse avvenuto durante i “recenti screzi” occorsi con alcuni Paesi del Golfo, se questo potesse essere utile nella sua assai poco comprensibile lotta contro l’ingombrante ed onnipervasivo vicino saudita. E’ altresì risaputo che Qatar, Turchia ed Iran trovino in scenari geopolitici come la Striscia di Gaza comuni punti di convergenza (e da questo punto di vista non si può certamente dimenticare la breve esperienza di governo dei Fratelli Musulmani in Egitto…), così come l’abortito ed eterogeneo asse Cina, Iran, Siria, Turchia e Brasile spieghi come le ambizioni geopolitiche di Ankara abbiano conosciuto trascorsi a dir poco singolari e contraddittori.

“Nave sanza nocchiere in gran tempesta”

L’impressione generale che si ha osservando l’atteggiamento dei partner americani aderenti in varie forme alla coalizione anti-ISIS è che ci sia una diffusa consapevolezza sulla sostanziale mancanza di un  chiaro piano politico per il futuro da parte del primo motore di tale coalizione. In tal senso appare evidente che la riluttanza di Washington a ricoprire il consueto ruolo guida e a farsi carico di una progettualità geostrategica per il futuro che continui a porre gli Stati Uniti nel ruolo di protagonista stia inducendo i vari attori internazionali in gioco a coltivare maggiormente “il proprio orticello” in seno ad una alleanza nella quale le forze centrifughe appaiono alquanto pressanti.

Non è un caso che buona parte dei Paesi più importanti coinvolti abbia addotto tutta una serie di giustificazioni di carattere legale e militare per evitare un proprio coinvolgimento in Siria in azioni belliche contro l’ISIS, quando fino ad appena un anno fa, in particolare da parte di alcuni soggetti, sembravano non esserci particolari problemi di sorta a bombardare il regime di Assad. Da questo punto di vista esiste, non da oggi, una chiara propensione da parte di determinati Paesi europei e mediorientali a “prender tempo” per “vedere che succede” e per evitare di essere coinvolti in iniziative connotate da esiti incerti o, addirittura, controproducenti, non essendo in effetti pienamente chiara  la strategia politica promossa dall’amministrazione USA sullo scenario internazionale. Gli attacchi aerei americani in tal senso stanno apparendo non solo scarsamente risolutivi sul terreno ma indirizzati verso obiettivi che probabilmente sarebbe stato più opportuno al momento ignorare da un punto di vista meramente tattico. E’ il caso di Al-Nusra, gruppo affiliato ad Al-Qaeda, il quale è stato col tempo agganciato da Turchia e Qatar e che si è rivelato uno strumento utile sia contro il regime di Assad che, soprattutto, in funzione anti-ISIS. I bombardamenti americani, oltre che colpire lo stesso gruppo guidato da Al-Baghdadi, hanno preso di mira i miliziani di Al-Nusra, causando il risentimento turco e qatariota e, nei fatti, provocando il tragico riavvicinamento della stessa Al-Nusra all’ISIS. Se in Siria gli USA danno l’impressione di  mancare di strategia e di ottenere risultati controproducenti, altrove non si stanno dimostrando particolarmente efficaci e limpidi.

Basti pensare a quanto accaduto in Ucraina dove non è bastato l’abbattimento di un aereo di linea da parte dei separatisti filorussi sostenuti da Mosca per suscitare un’adeguata risposta dell’Alleanza Atlantica, storicamente a guida americana, alleanza anch’essa spezzata dagli interessi particolari dei suoi membri costituenti. Tant’è che non appena i separatisti dell’Ucraina orientale hanno dato segno di essere non troppo lontani dal collasso militare a causa della persistente controffensiva dell’esercito ucraino, è bastata una lieve pressione militare russa sull’Ucraina per ribaltare completamente la situazione sul campo di battaglia, portando in pochi giorni Kiev, sprovvista di adeguati aiuti occidentali, sull’orlo della capitolazione e garantendo alla Russia una quota di controllo sul futuro politico ed economico dell’Ucraina stessa.

Nonostante l’ulteriore inasprimento delle sanzioni da parte di UE ed USA che, nel lungo periodo, assieme al calo del prezzo degli idrocarburi, potrebbero mettere seriamente in crisi l’economia russa, la vittoria militare di Putin rimane un dato di fatto sullo scacchiere geopolitico dell’Europa orientale. La pretesa statunitense, per altro giustificata, di spingere altri soggetti regionali a diventare protagonisti della stabilizzazione di importanti aree del globo si sta scontrando con il fatto che, in assenza di un aiuto sostanziale ed “incoraggiante” da parte degli Usa, questi Stati non riescono più a comprendere per quale motivo debbano osservare scrupolosamente i troppo sovente confusi suggerimenti di chi sempre più spesso non intende utilizzare le consuete leve del potere per indirizzare lo sviluppo di una certa politica estera:  visione strategica di lungo corso un tempo, magari, imposta forzosamente, ma che garantiva una certa stabilità compensando in vario modo le aspirazioni dei vari soggetti internazionali coinvolti. A tutt’oggi il mondo percepisce seriamente l’assenza di un vero centro politico di riferimento e la stessa presenza delle preponderanti forze americane in Medio Oriente non fa altro che accentuare l’impressione di trovarsi di fronte ad un leviatano che proceda a zig-zag lungo la sabbia con una benda negli occhi e con un nuvolo di suggeritori nazionali ed esteri che volano attorno alle sue orecchie. Nell’assenza di una chiara visione per il futuro confezionata da parte di Washington, la recente iniziativa turca potrebbe offrire una possibile via d’uscita al pantano siriano, di fatto ribadendo le ragioni di coloro che chiedono la fine del regime in Siria e la creazione di un governo inclusivo sulla scia di quanto si sta faticosamente cercando di ricomporre in Iraq, proponimento che, fra le altre cose, allo stato attuale rappresenta l’unica vera idea, posta sul tavolo del futuro della Siria, esistente sul campo occidentale.

Da questo punto di vista se gli Stati Uniti comprendessero che per porre fine al terrorismo occorra prima di tutto portare a conclusione la “proxy war” siriana, soddisfacendo le richieste dei propri alleati, allora probabilmente tante reticenze ad intervenire direttamente in Siria da parte dei medesimi alleati verrebbero meno. Lo stesso Iran, dopo aver contribuito in maniera determinante a produrre l’attuale “sfracello” mediorientale, potrebbe avere tutto l’interesse a pervenire ad un accordo sulla Siria che non svilisca le ambizioni della maggioranza sunnita e che nel contempo tuteli i diritti delle altre minoranze come quella alawita. Meno roseo appare il futuro dei curdi i quali, nonostante stiano morendo a migliaia per rispondere alla chiamata internazionale contro l’ISIS, difficilmente coroneranno la loro ambizione di formare uno stato autonomo, idea osteggiata da tutti gli attori regionali in gioco. Una posizione, quella curda, che onestamente appare sempre più paragonabile a quella di una mera vittima sacrificale posta sull’altare delle grandi manovre internazionali che a quella di un attore geopolitico di rilievo.

Ancora una volta la Turchia potrebbe manipolare le proprie leve politico-militari, come richiesto da molti Paesi occidentali, per supportare lo sforzo bellico curdo contro l’ISIS, permettendo il transito di nuovi guerriglieri e di armi pesanti, tuttavia “il pragmatismo” di Ankara al momento sembra escludere una tale mossa, così come sembra restio a suggerire l’impiego di proprie forze armate da impegnarsi in solitaria per imprimere una svolta alla guerra civile in Siria, come indirettamente, assumendo una posizione più aperta rispetto agli Stati Uniti nei confronti della proposta di creazione di una zona di non volo, ha suggerito il governo britannico. La Turchia, al pari di tutti i sostenitori dell’opposizione moderata siriana, evidentemente continua a preferire l’utilizzo di “proxies” in Siria, piuttosto che coinvolgere direttamente proprie truppe di terra in un contesto bellico nel quale si stanno fondamentalmente scontrando le sfere di influenza più o meno ampie e più o meno autonome dei contendenti in gioco.

Conclusioni

Allo stato attuale risulta assai difficile stabilire quale sarà il destino della città curda di Kobane. Sia che riesca a salvarsi dalle grinfie dell’ISIS, sia che cada nella morsa del sedicente “Califfo” Al-Baghdadi, la situazione militare e politica sullo scenario siro-iracheno richiede un cambio di rotta  radicale non solo sul terreno ma anche nel campo della diplomazia. In primo luogo risulta assai arduo ritenere che si possa vincere in maniera soddisfacente un conflitto dai contorni elusivi senza impiegare la fanteria (il cui coinvolgimento, per la verità, è assai osteggiato da tutta l’opinione pubblica occidentale) e limitandosi all’utilizzo di forze speciali. In secondo luogo, l’eventuale proposta di una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente potrebbe essere l’unica soluzione per districare il nodo gordiano siriano, evitando ulteriore spargimento di sangue. Il riconoscimento da parte di Russia ed Iran, per altro già contrari alla proposta di costituzione di una zona di non volo in Siria, della necessaria conclusione della parabola politica di Assad a Damasco potrebbe essere un eccellente viatico per condurre tutto il Medio Oriente lungo la strada della pace e per porre una pietra tombale sulla pericolosa stagione rappresentata dalle presunte primavere arabe.

Allo stesso modo Paesi quali il Qatar ed il Kuwait dovrebbero essere accompagnati verso un maggior impegno nella lotta contro il finanziamento privato del terrorismo islamico ed in particolare Doha dovrebbe essere indotta a cessare di rappresentare lo sponsor principale della Fratellanza Islamica a livello internazionale, a cominciare dalla vicina Libia e dalla Palestina. Da parte sua l’Europa dovrà prepararsi, tramite un’adeguata spesa militare, ad essere sempre più frequentemente chiamata ad assumere un ruolo di maggiore responsabilità sullo scenario mondiale ed in futuro non potrà più sottrarsi alla crescente urgenza di farsi carico di iniziative di tenore proporzionalmente commisurato a quelle che saranno le importanti sfide internazionali che si stanno già appalesando all’orizzonte.

Why Isis is a geopolitical threat

The origins of the Islamic State of Iraq and Al-Sham go back to the nineties, when Abu Musab al Zarkawi, who fought against the Red Army in the war of Afghanistan, founded the Jamat al Tawhidwa-l-Jihad. During the Iraq war, the leaders of Al Qaeda condemned al Zarkawi’s excessive use of violence against the Iraqi population instead of against the coalition forces, as well as his inclination to an overly radical imposition of the Sharia, the Islamic law. This internal impasse could only grow deeper with the death of the Jordanian terrorist in 2006. What at the beginning was unknown organization of some dozens of non-Iraqi fighters progressively became a widely known group also beyond Iraq’s borders, where everybody knew it as Al Qaeda in the land of the two rivers or Al Qaeda in Iraq. Its brutality, along with its operational military effectiveness on the ground, captured the attention of the international intelligence services.

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After that, theMajlisShura al Mujahedin organization and the Islamic State of Iraq were created. Theoretically, the Islamic State of Iraq is the direct predecessor of Isis, which, according to the original plan, should have spread out over a large part of the central and western regions of Iraq. But the original political and military plan of al Zarkawi’s successors could not be carried out as expected as it had to face the opposition both of the leaders of the local tribes and of the population of some regions where Sunnis are the majority. The organization then went through a period of crisis, starting in 2006 (immediately after al Zarkawi’s death) and culminating in 2010, when Zarkawi’s men (Abu Ayyub al Masri and Abu Omar al Baghdadi), at that time leading figures of the organization, were also killed and the power passed into Abu Bakr al Baghdadi’s hands. The modern Isis took advantage of the progressive fragmentation of the Iraqi camp and, thanks to the exacerbation of the Syrian crisis, succeeded in crossing the borders of Iraq. From this perspective Jabhat al Nusra, the Al Qaeda local group, was of course a natural ally, even if the relationship between the two groups was never conflict free. Soon a conflict burst out between the leader of Al Qaeda, al Zawahiri, and Abu Bakr al Baghdadi. The fusion of these two sides, the Iraqi and the Syrian one, permitted the Iraqi organization to enhance once again its geopolitical and military plan, resulting in the declaration of the Caliphate, on the 29th of last June.

By this act, Isis defined its long term objective, giving its leader a double power, both earthly and spiritual, to be the chief of the Ummah (understood both as a religious community and a political entity). In the short and not so short term, however, Isis’s aim is to strengthen its power in the territories that it already conquered. This process can be achieved firstly, through violence, gaining military legitimacy using the strategically symmetric plan that Al Qaeda always lacked, and secondly, through the possibility of the acquisition of an international identity based on the integration of the essential features of a state. Most of Isis’ actions are just as brutal as those of Bin Laden, Al Zawahiri or other fundamentalist Muslim groups, but on a political level, when compared with past fundamentalist Islamic movements,Al Baghdadi’s organization went one step further. In this text we try to briefly highlight the essential and most characteristic features of Isis, especially those elements that are causing Isis’s identity to shift from that of a simple terrorist group towards a condition more similar to that of a state. Up until now, these few elements are but suggesting a very slight move towards a national model; the results of this on-going process cannot at this stage be defined.

  1. Territory: Isis rapidly imposed and then expanded a real political control on sections of both the Iraqi and the Syrian territory, establishing a situation recalling the monopoly of physical coercion – even if its degree of legitimacy, as intended by Weber, is still to be proved.It is the first time that a terrorist group takes hold of a progressively more vast and delimited area. The ethnic-religious clearance of the Yazidi, Curds and Christians too, even if carried out with the distinguishing fervor of religious fanaticism, seems to prove the will to create a homogenized political community well defined from a cultural perspective. Thetroops of Isis, furthermore, conquered some strategically important cities like Raqqa (the “capital”), Aleppo and Abu Kamal in Syria and Mosul, Ramadi andFalluja in Iraq. Controlling these cities means controlling the infrastructures, key places over the rivers Tigris and Euphrates, oil wells and refineries. On these territories Isis is not behaving like a traditional terrorist group, hiding or ravaging, but it is imposing an administrative system, new laws and taxes, as a “normal” government. During the summer, Isis managed to recover a large part of the Syrian territory that it had previously lost and was then under the control of opposing rebel groups. At the same time, inIraq the organization is moving towards Baghdad. It was more difficult for Isis to seize the border areas, for example theterritories between Syria and Iraq or Turkey. This is why the conquest of the city of Kobane is a very important strategic step.
  2. Organization: One of the distinguishing features of Isis’leadership structure is its complexity that is in many aspects similar to the organization of a state government. At the top of the organization towers the self-proclaimed Caliph Abu Bakr Al Baghdadi, surrounded by a group of personal advisors. The next two most important positions are those held respectively by Abu Ali al Anbar, governor for Syria, and Abu Muslim al Turkmani, governor of Iraq, who in their turn command twelve other local governors. These three men form an executive branch known as Al Imara. Lower in the pyramid of power we find a succession of local councils in charge of their territories of those sectors (legal, financial, military, intelligence, communication and recruiting) essential to the organization’s survival. Appealing to their shared Sunni identity, Isis managed torecruit a part of former Saddam Hussein regime’s administrative and military apparatus, whichhad had no chance of integration with Nuri al Maliki “Shiite” government.Isis’ militia, who are more and more similar to a real army, can count on about 11.000 volunteers from Muslim majority countries (with an astonishing 3.000 people coming from Tunisia, 2.500 from Saudi Arabia, 1.500 from Morocco and other volunteers coming from Turkey and Algeria). There are also volunteers coming from western countries hosting large Muslim communities (more than 900 volunteers from France and 800 from Russia, a few dozen from the United States, the UK, Germany, Italy, Spain, Belgium, the Netherlands and Kosovo).
  3. Economy:Profits from the black oil market andoil refineryactivity (ranging from one to over three million dollars a day) contribute to making Isis one of the wealthiest terrorist groups ever. The organization controls most of the oil wells located in the East of Syria and in the central-northern regions of Iraq. In July, Isis’ troops seized “Omar”, the biggest oil field in Syria, which produces about 30.000 barrels a day. Their military penetration in Iraq is oriented towards those areas where the majority of energetic resources lie. Experts say that the oil field under Isis’ control can produce from 25.000 to 40.000 barrels of oil a day.
  4. Arms: The Islamic State stole thousands of arms and equipment from Iraqi emplacementsand owns tanks as well as heavy artillery (as we could see during the attacks of the troops that seized the city of Kobane). Isis also took possession of other military equipment (sent by foreign countries) thatwas meant to arm other Syrian rebel groups. Isis troops seem to be in possession of some M16 and M4 rifles marked “Property of U.S. Government”. Rifles of the same type are believed to be in the hands of some other irregular Shiite rebel groups in Iraq (these rifles were probably originally sent by the U.S. to arm the new Iraqi army after the fall of Saddam Hussein’s regime). However, (and not only in the beginning of the Syrian civil war), the possibility that these arms were given to Isis by some of the countries who tried to use the organization to put an end to the “Shiite crescent” over Syria, Iraq and Lebanon after 2003 by Iran, cannot be ruled out.

All these elements contribute to create a fundamental difference between Isis and the previous terrorist movements, especially those who operated in the so-called “Great Middle East”. Al Qaeda, the organization that for years was viewed as the most dreadful Islamic movement, never actually had direct and real control of a territory, but limited its role to influencing (even if in a significant way) the decisions of the Taliban regime in Afghanistan. Its structure, military equipment and skills to obtain energy resources, even if more developed than in the past, never went beyond the borders of a terrorist organization. All these observations cannot forecast the hypothesis of Isis becoming a proper state, but only highlight a geopolitical trend, currently still developing, which the U.S. and its allies, willing or not, will have to face in the near future. Many are the factors that will influence the further evolution of this phenomenon. Firstly, Isis’ ability to reinforce its legitimacy among the population as, if it is true that so far Isis established it using violence, it is also true that no Sunni exodus was registered from the seized territories. The intensification of the air strikes by the U.S. in Syria and Iraq supported on the ground essentially by the Kurdish Peshmerga and the possibility of a Turkish intervention (at the conditions expressed by the Prime Minister Ahmet Davutoglu) will also play an important role. Nowadays, Isis is in reality taking advantage of the incapacity of Obama’s administration to solve a deeper geopolitical dilemma.

Should the U.S. choose the path of appeasement with Iran by continuing with the air strikes against Isis’ emplacements, renouncing Turkish military aid and efforts to put down Assad’s regime? Alternatively, should they ally with Turkey and other Sunni countries, thus putting an end to Isis’ ambition but simultaneously adding more pressure on the Iranian nuclear issue and facing a new regime change in Syria?

Perché l’Isis è una minaccia geopolitica

Le origini dello Stato Islamico dell’Iraq e al Sham (Isis) risalgono a quando Abu Musab al Zarkawi, dopo essersi formato militarmente nella guerra d’Afghanistan contro l’Armata rossa, negli anni Novanta fondò la Jamat al Tawhid wa-l-Jihad. Durante la guerra irachena, al Zarkawi fu attaccato dai vertici di al Qaeda, per l’uso eccessivo della violenza verso la popolazione irachena, piuttosto che contro le truppe della Coalizione, nonché per la propensione eccessivamente radicale nell’imposizione della shari‘a. Un’impasse interna che non poté far altro che ampliarsi nel 2006 in seguito alla morte del terrorista giordano. Dapprima sconosciuta e composta da poche dozzine di militanti non iracheni, l’organizzazione, quindi, si è progressivamente imposta all’attenzione generale creandosi una fama che ha varcato i confini dell’Iraq (dove dal 2004 era diventata nota come al Qaeda nella Terra dei due fiumi o al Qaeda in Iraq). La sua aggressività, unita all’efficienza operativa sul campo, ha attirato, infatti, l’attenzione dei servizi di intelligence internazionali.

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In seguito vennero fondati l’organizzazione Majlis Shura al Mujahedin e poi lo Stato Islamico in Iraq. Quest’ultimo rappresenta idealmente il diretto predecessore dell’Isis che, secondo il progetto originario, avrebbe dovuto estendersi sulla maggior parte dell’Iraq centro-occidentale. La realizzazione del piano politico-militare degli eredi politici di al Zarqawi, tuttavia, non è corrisposto del tutto alla sua versione sulla carta, essendosi scontrato con le resistenze dei leader delle tribù locali e con l’opposizione della popolazione nelle regioni irachene a maggioranza sunnita. Si è così aperto un periodo di crisi per l’organizzazione, che inizia nel 2006 (subito dopo l’uccisione di al Zarqawi), culminando nel 2010, con l’uccisione dei suoi uomini al vertice, Abu Ayyub al Masri e Abu Omar al Baghdadi, e con il conseguimento del potere da parte di Abu Bakr al Baghdadi. L’attuale Isis è stata in grado di sfruttare la progressiva frantumazione del campo iracheno, trovando nell’acuirsi della crisi siriana la via preferenziale per valicare i confini dell’Iraq. In questa prospettiva la filiazione locale di al Qaeda, Jabhat al Nusra, ha rappresentato un naturale alleato, con la quale tuttavia, i rapporti non sono mai riusciti a diventare idilliaci. In breve tempo, si arrivò allo scontro tra il leader di al Qaeda, al Zawahiri e Abu Bakr al Baghdadi. La capacità di unire i due “palcoscenici”, siriano e iracheno, ha consentito di fatto al secondo di rilanciare il suo progetto militare e geopolitico, proseguendo inesorabilmente fino alla proclamazione del califfato del 29 giugno scorso.

Con questo atto l’Isis ha definito il suo obiettivo nel lungo periodo, attribuendo al suo leader il duplice potere, sia temporale che spirituale, di comandante dell’umma (intesa sia quale comunità religiosa che come soggetto politico). Nel breve e medio periodo, al contrario, l’obiettivo dell’ Isis è consolidare il proprio potere nei territori conquistati. Anzitutto nella dimensione della violenza, attraverso una legittimazione sul piano militare simmetrico che aveva sempre fatto difetto ad al Qaeda, e – forse – in seguito attraverso l’acquisizione di una soggettività internazionale legata all’assunzione dei tratti essenziali di uno Stato. Nonostante molte azioni dell’Isis equivalgano per efferatezza a quelle del gruppo di Bin Laden e al Zawahiri e di altre organizzazioni della galassia del radicalismo islamico, a livello politico l’organizzazione di al Baghdadi ha compiuto un vero e proprio salto di qualità rispetto ai gruppi islamisti del passato. Si proverà, in questa sede, a individuare sinteticamente i principali elementi caratterizzanti dell’Isis, che stanno imprimendo uno spostamento dalla configurazione di organizzazione terroristica pura verso una condizione più vicina a quella della statualità (si tratta per il momento solo di alcuni tratti che indicano un semplice avvicinamento al modello statale, che apparendo in via di formazione è sottoposto a esiti assolutamente incerti):

  1. Territorio: l’Isis ha rapidamente imposto e poi ampliato un controllo politico effettivo su porzioni di territorio siriano e iracheno, stabilendo una condizione simile al monopolio della coercizione fisica (resta da verificare quanto “legittimo” secondo l’accezione weberiana). È la prima volta che un gruppo di terroristi si impadronisce di un’area progressivamente più ampia e dai confini delimitati. Anche la pulizia etnico-religiosa contro yazidi, curdi e cristiani sembra seguire – seppur realizzata con lo zelo proprio del fanatismo religioso – manifesta la volontà di creare una comunità politica omogenea ben definita sotto il profilo culturale. Le truppe dell’Isis, inoltre, hanno conquistato alcune città di importanza strategica – Raqqa (la “capitale”), Aleppo e Abu Kamal in Siria e Mosul, Ramadi e Falluja in Iraq – che permettono il controllo su infrastrutture, passaggi nevralgici lungo i corsi fluviali del Tigri e dell’Eufrate, pozzi petroliferi e raffinerie. In questi territori l’Isis non si sta comportando come un gruppo terroristico tradizionale, cercandovi rifugio o possibilità di razzia, ma sta imponendo una macchina amministrativa, una nuova legge e le tasse come un governo “normale”. Durante l’estate, il gruppo è penetrato più in profondità nel territorio siriano, riguadagnando una porzione di territorio che aveva perso a vantaggio di altre formazioni ribelli, mentre in quello iracheno avanza verso Baghdad. Più difficoltà, invece, sembra aver incontrato nel tentativo di controllare le zona di frontiera, come quelle tra l’Iraq e la Siria e, soprattutto, quelle con la Turchia, per cui la presa di Kobane rappresenta un upgrade strategico;
  2. Organizzazione: l’Isis si contraddistingue per la struttura articolata – che richiama per molti versi l’organizzazione di governo di uno Stato – al cui vertice figura l’autoproclamatosi califfo Abu Bakr al Baghdadi, coadiuvato da un gruppo di consiglieri personali. Lungo la linea di comando seguono due delegati, uno responsabile per la Siria – Abu Ali al Anbar – e l’altro per l’Iraq – Abu Muslim al Turkmani – ai cui ordini rispondono rispettivamente dodici governatori. Questo segmento di vertice forma una sorta di esecutivo noto come al Imara. Nella piramide del potere figurano poi una serie di “consigli locali”, incaricati di occuparsi nei loro territori di competenza dei settori chiave per la sopravvivenza dell’organizzazione (giuridico, finanziario, militare, intelligence, comunicazione, arruolamento). La struttura è stata rinforzata dal reclutamento tra le sue fila di una parte dell’apparato militare e amministrativo dell’ex regime di Saddam Hussein, facendo leva sull’identità sunnita che ne ha impedito ogni tipo di reintegrazione durante il governo “sciita” di Nuri al Maliki. Le milizie dell’Isis – che vanno assumendo sempre più le sembianze di un vero e proprio esercito – posso contare, inoltre, sui circa 11.000 volontari giunti dai Paesi a maggioranza islamica (tra cui spiccano i 3000 volontari dalla Tunisia, i 2500 dall’Arabia Saudita, i 1500 dal Marocco, ma con volontari provenienti anche da Turchia e Algeria), ma anche dagli Stati occidentali che ospitano le comunità islamiche più ampie (più di 900 volontari dalla Francia e più di 800 dalla Russia, ma alcune decine provengono anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Olanda e Kosovo);
  3. Economia: L’indotto generato dal commercio clandestino di petrolio e dall’attività delle raffinerie – le stime oscillano da uno a più di tre milioni di dollari al giorno – ha contribuito a trasformare l’Isis in uno dei gruppi terroristici con maggiori disponibilità economiche che la storia ricordi. L’organizzazione controlla molti dei pozzi petroliferi della Siria orientale e nell’Iraq centro-settentrionale. Nel mese di luglio, i miliziani hanno preso il controllo del più grande campo petrolifero siriano – Omar – che produce circa 30.000 barili al giorno e stanno concentrando la loro penetrazione militare in Iraq proprio nelle aree più ricche di risorse energetiche. Gli esperti stimano che i giacimenti di petrolio iracheni sotto controllo dell’Isis possono produrre dai 25.000 ai 40.000 barili di petrolio al giorno;
  4. Armamenti: Lo Stato Islamico ha rubato migliaia di armi e attrezzature da postazioni militari irachene ed è in possesso anche di carri armati e artiglieria pesante (come dimostrato anche dalle forze che hanno conquistato Kobane). Inoltre, ha intercettato forniture (inviate da governi stranieri) dirette verso altri gruppi ribelli siriani. Tra le armi ora in dotazione ai miliziani dell’Isis ci sarebbero anche fucili M16 e M4 che riportano la dicitura “Proprietà del Governo degli Stati Uniti” e che sono anche nelle mani delle forze sciite irregolari in Iraq (probabilmente fornite dagli Stati Uniti al nuovo esercito iracheno dopo la caduta del regime di Saddam Hussein). Non è da escludere, peraltro, che – non solo nelle fasi iniziali della guerra civile siriana – all’Isis siano arrivate direttamente forniture militari da alcuni Stati dell’area che hanno cercato di utilizzarla come strumento per far tramontare – o almeno a offuscare – la “mezzaluna sciita” disegnata dall’Iran su Siria, Iraq e Libano dopo il 2003.

Questi elementi contribuiscono a tracciare un profondo solco tra l’Isis e altre organizzazioni terroristiche che l’hanno preceduta, soprattutto tra quelle che hanno agito nella regione ribattezzata dall’intelligence statunitense “Grande Medio Oriente”. La stessa al Qaeda, che per anni ha costituito il gruppo islamista più temibile, non ha mai avuto il controllo diretto ed effettivo di un territorio, limitandosi ad influenzare – anche se in maniera significativa – le scelte del regime dei talebani in Afghanistan. Allo stesso modo la sua organizzazione, la sua capacità estrattiva di risorse economiche e la sua dotazione militare – sebbene realizzate su una scala maggiore rispetto al passato – restavano quelle di un’organizzazione terroristica.

Tali considerazioni, tuttavia, non possono far prevedere la trasformazione dell’Isis in un vero e proprio Stato, ma solo segnalare una tendenza geopolitica che sembra in atto e con cui – volenti o nolenti – gli Stati Uniti e i loro alleati dovranno fare i conti quanto meno nell’immediato futuro. Sull’evoluzione delle dinamiche in atto graveranno in misura determinante la capacità dell’Isis di rafforzare la sua legittimità tra la popolazione governata (se da una parte l’ha guadagnata con l’uso della violenza, dall’altra occorre notare che non ci sono stati esodi di popolazione sunnita dai territori conquistati), l’intensificazione degli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti in Siria e Iraq e sostenuti, boots on the ground, soprattutto dai peshmerga curdi, nonché la possibilità di un intervento militare della Turchia (alle condizioni espresse dal primo ministro Ahmet Davutoglu). La posizione dell’Isis, tuttavia, sta godendo dell’incapacità dell’Amministrazione Obama di sciogliere un dilemma geopolitico molto più complesso. Cercare l’appeasement con l’Iran – e quindi continuare con gli attacchi arei contro le postazioni dell’Isis, rinunciando al sostegno militare turco e all’abbattimento del regime di Assad – o riallinearsi con la Turchia e altri Paesi sunniti, tagliando così le radici all’Isis ma alzando la tensione sul capitolo del nucleare iraniano e affrontando un nuovo regime change in Siria?

Turkish new government, what implications for Ankara’s foreign policy?

After an opinion poll conducted few days after the Presidential election, whose object was who would be the favourite Prime Minister for the AKP audit, the first in the list resulted Abdüllah Gül, the then outgoing Head of State, co-founder of the AKP and a person of a certain political esteem and consideration. The last resulted Ahmed Davutoğlu, the scholar turned Minister of Foreign Affairs in 2009. Few days later, the Assembly of the Justice and Development Party nominated Davutoğlu as both Deputy Prime minister and President of the Party, a charge Erdoğan was trying to keep for himself.

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Abdüllah Gül was also excluded from the Presidency of the Party, a charge he aspired to, due to the not-openly-declared tough evident opposition of Erdoğan who scheduled the General Party’ assembly one day before Gül ceased the Presidential Office, determining Gül ineligibility.

This move provoked many reactions, especially amongst the Party’s branch closest to the outgoing President.

Many rumors on the possibility of the foundation of a new Party by Gul’s side had arisen.

Gül’s wife, Hayrünissa, threatened an intifada against the party’s top management, just to show up some days later in company with her husband smiling at Erdoğan’s assignment ceremony on August 28th.

What was actually done by AKP’s highest spheres in order to extinguish such strong revenge intentions in such a short time is unknown, but it made clear there is only one mainstream accepted in AKP right now: Erdoğan’s one.

The real problem with the persona of Abdüllah Gül is his independence ad moderation. As a President, Gül opposed many acts of the Government, and criticised the Twitter ban or the overreaction acted by the security forces against Gezi Park protesters. After what happened with the other main internal opposition, literally wiped out during the last year, Gül has been probably induced not to enter a political adventure that could later identify him as a competitor to Erdoğan. For the same reason, he was not considered for a possible membership on the Cabinet, especially as a Prime Minister.

Davutoğlu is particularly supported by Erdoğan exactly for the opposite reason: the mild-mannered Profesör is all but a danger to the charismatic new President, who would hardly quit a certain influence on the new Cabinet.

Davutoğlu has been seen by many, in Turkish audit, under a light that does not seem to respect his rich and brilliant career: an idea of him being just an Erdoğan’s man acting in total accordance to the lines determined by the President is so spread amongst many that Erdoğan had to specify clearly, during the Party’s congress, that Davutoğlu would not be “an executor”.

On august 12th, a couple of days after the election, Bülent Arinç, the third co-founder of the Party who has been continuously holding the chair of Deputy Prime Minister since 2003 uttered what was secret to none: Turkey will shift into a Presidential Republic after the general Elections in 2015.

It is thus difficult to believe a personality as Erdoğan’s one is not already foreseeing the moment when, after the constitutional reform, he will collect in his hands both the Presidency and the Executive power.

Given that, what are the priorities in the new Cabinet agenda, and what will exactly be the role of Davutoğlu before the reform takes place?

As known, these last elections were all centred in the idea of a new Turkey. Davutoğlu’s role will be now to cope with any taboo still existent in Turkish policy about religion and public life.

With the new educational system, just implemented with the opening of the new school year the last month, after a reform that has been defined by many as a true attempt to destroy the secular education in Turkey through the Imam/Hatip system, Davutoğlu finds himself working in an environment where many of the limits existed in the past, due right to the secularism of the educational system, are already overcome.

The role of the Army, in particular after the trial that sentenced to life imprisonment the generals involved in 1980 Coup d’ Etat, is annihilated. The only true obstacle still existent to the promulgation of any law able to reform whatsoever aspect of public life in Turkey is represented by the Constitutional Court, in its majority still expression of secular presidencies and whose members have partially origin in Military courts.

Davutoğlu is not as much moderate in religion as he is in his general outlook. His ideological proximity to the Muslim Brotherhood is not a secret, and he may be considered the maître à penser of the Erdoğan-branded Turkey foreign policy (the reason why he was blamed on the failure of what was more or less properly defined “neo-ottomanism” policy towards states as Egypt).

After the shift in Turkish foreign policy under AKP era, the asset of the foreign relations of the State seems to be a very important issue for what they call “new Turkey”.

Historically, foreign policy has never been an important point in Turkish electoral communications, as Turkish foreign policy consisted until few years ago in keeping the Western-NATO positions. These elections witnessed a total change, whose content has a precise meaning and shows in nuce what will be the moves Turkey is willing to put into reality in the future.

The other paper Davutoğlu is called to play is therefore managing the extremely complex Middle-Eastern context in which Turkey is an important player.

With an Islamic State playing a double role with Turkey depending on it being at the Syrian or at the Iraqi border, Davutoğlu finds himself playing on a chessboard quite different from the one he was displaying or imaging while writing “Strategic depth”, his more famous work and the ideological base of his foreign political thinking.

Turkey is now, in fact, pressed by the United States in order to join as unconditionally as possible the new coalition drawn at the last NATO summit. The answer of Ankara, which came quite quickly, left few doubts on Turkey’s embarrassment: Turkey did not want to provoke any reaction by IS, which was still holding its diplomats. And, more, Ankara would anyway tend to leave a Sunni opposition alive in that area, with the goal of weakening the Shia (or Shia-related) governments still on charge in Damascus and Baghdad sooner or later, when the situation will be stabilized and Turkey will be able to operate a deeper influence on its neighbourhoods. Once more, the religious aspects play an important role in “new Turkey’s” assets and seems to be one of the main lines Turkey will follow in order to draw its future alliances.

The internal-esternal Kurdish issue, recently arose more dramatically to the general public eyes due to the tragedy of Kobane, is a further intricate issue to be solved by the Cabinet.

Here we go to the third, maybe ore important task Davutoğlu is called to accomplish: make of the charge of Prime Minister an insignificant one.

Also in this, the new Premier will surely not been left alone: the representative of the Turkish state at the last NATO summit in Wales was not him. For the first time representing the State was not the Prime Minister but the President of the Republic: Recep Tayyip Erdoğan.

From dictatorship to terrorism

They say that it takes the compassion for humanity, the love of one’s country and a strong search for integrity and sympathy to become a tough and valued figurehead. However, each now and then there is a certain leader who decides to do things differently, different than the norm, different than how people imagine a true leader would be. Instead of caring for the value of humanity and cherish the gift of life, these cold-blooded dictators only cared about their selfish ambitions in growing, domineering, and abusing power. In different means of perspectives, some researches and figures around the world consider that Joseph Stalin and Adolf Hitler where the biggest criminals.

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This article will depict a comparison between the different types of criminality in accordance to timeframe and leaders between the 20th and the 21st Centuries.

What is humanity? And what is depriving humanity? Those are 2 terminologies we should understand first. Humanity is the quality or state of being humane or kind to others. Taking away humanity is in other words crime against humanity. Crime against humanity is atrocity (as slaughter or enslavement) that is directed especially against an entire population or part of a population on unfounded grounds regardless of individual guilt or responsibility even on such grounds. Crime against humanity has been ongoing since a long time in variable forms. Two main crimes happened in the 20th Century: the Armenian Genocide and the Jewish Holocaust. This term “crime against humanity” was firstly used by Great Britain, France and Russia when the Armenian Genocide happened by Ottomans in 1915. Another crime against humanity is the Jewish Holocaust executed by Hitler in 1941 due to his anti-Semitic policy. This type of cruelty was pursued by many dictators of that time.  According to statistics, Mao Zedong of China is listed as number one in killing 78 million souls between 1943 and 1976. He is followed by Joseph Stalin of the Soviet Union who murdered 23 million between 1922 and 1953. Adolf Hitler of Germany is in third place having massacred 17 million souls between 1934 and 1945 including the Holocaust.  Thus, this reveals how much a population could be weak and in need of any leader but yet they get to a point where they can’t stop these murderous acts their leaders are doing. Despite the fact that Hitler and Stalin were the main dictators of that time, their ideologies differed. Unlike Hitler, Stalin spoke in public about friendship and equality among people and he did not advocate racial and national intolerance openly. Hitler enjoyed the loyalty of his subsidiaries while Stalin practiced uninformed terror. Hitler never brought Germany to a position of autarky but he dreamt of expansionism whereas in Russia Stalin began to achieve this autarky. Hitler stood in the face of communism and had the support of many capitalist countries to fight Bolshevism. However, despite the difference in ideologies, they were murderers, killers, or “terrorists” as called nowadays, making them the same in taking away souls.  Thus, a dictatorship is absolute power or control applied by one person or junta that is in total control of everything in the state. Dictators have no one to refer to but themselves.

Yet, is there a difference in context between crimes and terrorist attacks of the 20th Century and 21st Century or is it just a change in terminologies?

Terrorism is simply defined as the use of violent acts to frighten the people in an area as a way of trying to achieve a political goal. More precisely, terrorism is the systematic use of violence to create a general climate of fear in a population and thereby to bring about a particular political objective.Terrorism is usually used as a means of weakening or ousting certain political organizations. However, some leaders or governments apply terrorism against their own people to stop the insurgence of oppositions such in France after the French Revolution with the Jacobins’ Reign of Terror in the 19th Century where over 20,000 persons were guillotined or summary executed. Nazi Germany, the Soviet Union under Stalin, and Argentina during the “dirty war” of the 1970s, are other examples of applying violence against one’s population. The impact of terrorism has been extravagant by the enormity and the technologically advanced weaponry of this day, and the ability of the media to broadcast news of terroristic attacks immediately worldwide.

After the dictatorships of Hitler’s Germany, Mussolini’s Italy, Stalin’s Soviet Union, and Zedong’s China, came terrorist groups that applied crimes against humanity in different forms. Following World War II, the war by proxy between USSR and USA until the collapse of the Berlin Wall in 1989, and the disintegration of the Soviet Union in 1991, the emergence of these terrorist groups started to appear. Crime base shifted from Europe to the Middle East.

Over the media, we’ve been hearing for quite some time about three main entities: Al Qaeda, Taliban, and ISIS. The question is if there is any difference between these terrorist groups and the dictatorships that were a century ago. Al Qaeda is the oldest terrorist group among them. It was created between 1988 and 1990 by Osama Bin Laden. Al Qaeda was known as al Mujahidin or freedom fighters that started a guerilla war against the Soviets in Afghanistan in 1979. Al Qaeda was first created to fight for Muslim causes on an international scale. Al Qaeda targeted USA, Europe, India, and Yemen. Yet, the deadliest terrorist attack to ever occur was in the United States on Sept. 11, 2001 (9/11 attack) where members from Al Qaeda’s network hijacked four commercial airplanes and crashed two of them into the twin towers of the World Trade Center complex in New York City and one into the Pentagon building near Washington, D.C. and the fourth plane crashed near Pittsburg. This attack caused the US to declare war on terror or the fight against terrorism under the Bush administration. Taliban is a bit different than Al Qaeda since they were students of “Jamiyat Olama’ al Islam” and functions locally. It was establish by Mullah Mohamed Omar in 1994. Taliban protected Bin Laden for a certain period of time. Al Qaeda’s ideology is based on Sharia’ law and influenced by the writings of Sayyad Qutb or “qutbism”.  However, Taliban’s ideology is a combination of Sharia’ Law and Pashtun tribal codes, sharing some concepts of jihad followed by the Al-Qaeda group. Another recent group is ISIS that emerged from the ideology of the Muslim Brotherhood, the world’s first Islamist group going back to the late 1920s in Egypt. ISIS stands for the Islamic State of Iraq and Syria (previously known as Islamic State of Iraq and the Levant) and they follow an extreme anti-Western interpretation of Islam, promote religious aggression and consider those who do not agree with its interpretations as traitors and apostates.

All these groups are primarily Sunni Arab Jihadists and they all intend to establish one new caliphate; i.e. the Qur’an commands all Muslims to terrify and murder non-Muslims until all religions belong to “Allah”.   However, not all Sunnis support these terrorist groups. For instance, ISIS entered the Lebanese boarders through Arsel in the Bekaa on August 2, 2014 and murdered people of different religions including Sunnis. This shows a gap between these entities. They act in the name of Islam but not all Muslims agree on the terms these Jihadists call for.

These terrorists are creating a certain fear among people especially nowadays ISIS in Iraq, Syria and part of Lebanon. This fear among people was created equally a century ago when Hitler’s Nazism, Mussolini’s Fascism and Stalin’s communism came to power. Like Hitler, ISIS seems to have the appetite for genocides. They both call for the total extermination of a whole category of people. Just like Hitler too, they slaughter people who according to their beliefs are “unbelievers”, including their fellow Sunnis.

Are these groups targeting capitalist countries? Is there aim to create tension among religions? Where they created to form a certain worldwide threat and to stand in the face of other entities such as the fear of Iran’s Shiite expansion? All these questions have been asked throughout the years but we can never find a definite answer. All we can say is that terrorism has always been there and it never changed. It just changed its wording from “dictatorship” to “terrorism”. Despite that in real terms and definitions terrorism is different than dictatorship but they all have the same consequences and same end. Casualties and hostilities are present in both and the more powerful and financially stable is the leader or group, the more damages and cruelty occurs.  They both created a certain hatred in people towards one another such as Germans feeling ashamed of their past and the debt they still have to pay for the Jewish Holocaust, i.e. having tensed relations between both races; the creation of Al Qaeda triggered the fight against terrorism campaign or the war on terror where many countries joined in the fight to stop these inhumane massacres that are happening. Both types were first initiated by a certain leader who is blind for expansionism and power and seeks nothing but private, self-sufficient goals such as Hitler calling for the German race only, Al Qaeda following the ideology of Sunni Islamic fundamentalism, ISIS calling for only Sunni Islamism and eradicating all other religions and sects on earth, and Stalin calling for a pure communist manifesto against all types of capitalism and free market. This is anarchy. We are living in a chaotic, selfish world where the strong only survives.  Yet, where is our humanity? Where are the values we learned? Where are our beliefs in world peace? All what we want is only for our minds to think of and dream about but when it comes to the real deal we all want what’s best for one’s self and forget the “we-ness” policy we once called for.

The big question remains, why did the Western states stand in the face of Nazism, Fascism, Communism a century ago but now none of them is acting to stop these atrocious acts against humanity that terrorist groups are executing?