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L’intervento egiziano nel caos libico e le vecchie tensioni tra il Cairo e Doha

E’ ancora l’Egitto, stavolta con il suo coinvolgimento militare in Libia a svelare, oltre alla gran confusione che regna in territorio libico e alla mancanza di un intervento unitario nel mondo sunnita, come le vecchie divergenze tra il Qatar e la leadership egiziana (spalleggiata dall’Arabia Saudita) non si siano affatto placate. Al paese, guidato dal generale Al-Sisi, Doha ancora non ha perdonato il “golpe” del luglio 2013 attraverso il quale la giunta militare ha, ai suoi occhi, spodestato il potere legittimo di Morsi e della fratellanza musulmana.

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L’intervento egiziano e le sue ripercussioni

Nello stesso momento in cui si registra l’ennesimo fallimento della diplomazia internazionale, è il protagonismo egiziano che far parlare di sé nella cronaca  libica di queste ore, anzi di questi mesi.

La Libia rappresenta un precedente per la presidenza Al-Sisi che, se in Siria e in Iraq aveva preferito tenersi ai margini dell’intervento militare, in Libia ha deciso di farsi sentire. A differenza di questi due casi, nei quali l’Egitto aveva preferito una partecipazione simbolica per concentrarsi sul ristabilimento dell’ordine e della stabilità interna ormai perduta, in Libia sembra schierarsi in prima linea. Un interventismo che può essere spiegato, oltre che dalla tragica fine dei copti egiziani, anche dal fatto che il paese è troppo pericoloso per i confini egiziani per non agire in prima linea.

L’attacco egiziano, che ha preso avvio lo scorso febbraio in risposta all’uccisione dei 21 cristiani copti, oltre a rafforzare l’alleanza tra la leadership di Al-Sisi e quella del controverso generale libico Khalifa Haftar ha anche svelato come le divergenze tra Egitto e Qatar non si siano affatto placate.

Subito dopo l’avvio delle operazioni militari, il Qatar ha ritirato il suo ambasciatore dall’Egitto a seguito di una forte discordanza di opinioni proprio riguardo l’intervento contro le forze del Daesh in territorio libico. Toni duri, con il ministro degli esteri del Qatar che ha affermato che l’Egitto avrebbe «confuso il bisogno di combattere il terrorismo [con]… la brutale uccisione dei civili». Secondo Adel Tariq, rappresentante egiziano in seno alla Lega Araba, le dichiarazioni di Doha manifesterebbero invece il supporto del Qatar al terrorismo. A seguito delle accuse, mentre la Lega Araba ha espresso tutto il suo appoggio all’Egitto, di opinione diversa è stato il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) il quale, tramite il suo segretario generale Abdullatif al-Zayani, ha duramente respinto le accuse. Secondo Al-Zayani le dichiarazioni egiziane secondo cui il Qatar stia sostenendo il terrorismo sarebbero «infondate e in contraddizione con il sincero impegno del Qatar, così come quello del GCC e degli stati arabi, a combattere terrorismo e estremismo su tutti i fronti».

Dunque uno scontro fatto di forti accuse che rischiano anche di riaccendere quelle tensioni che hanno caratterizzato l’Egitto negli ultimi due anni.

Non bisogna infatti dimenticare che fin dai primi momenti di presidenza Al-Sisi lo scontro tra la Fratellanza Musulmana e l’apparato militare egiziano è stato parte del più grande conflitto esistente tra Riyadh e Doha per la guida dell’Egitto nella sua difficile transizione.

Da una parte il presidente Abdel Fattah Al-Sisi che con la sua “rivoluzione” Tamarod del luglio 2013 ha preso il potere sostenuto dall’Arabia Saudita. Dall’altra la Fratellanza Musulmana che, con il “legittimo e democraticamente eletto” presidente Morsi, è stata spodestata da quel “colpo di stato” condannato dall’altro attore che insieme a Riyadh è stato protagonista delle vicende egiziane: il Qatar. E così via fino ad oggi e alle dinamiche attuali che nel paese dei faraoni ancora vedono processi di massa contro attivisti dei Fratelli Musulmani, tuttora aspramente condannate dalla leadership qatariana.

Il ginepraio libico e le contrapposte alleanze

La Libia è un paese da sempre diviso. Da mesi vi sono scontri tra le diverse fazioni e le miriadi di gruppi appartenenti alla galassia qaedista e islamista, non si capisce chi comandi veramente sul campo: a Derna c’è il neonato e pericoloso Califfato Islamico, in Cirenaica e in Tripolitania vi sono i due governi in netto contrapposizione tra di loro e, insieme a loro, anche le potenze avversarie del Golfo.

Il primo governo, quello “laico” e riconosciuto a livello internazionale e che ha sede a Tobruk è sostenuto, oltre che dal Cairo, anche dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Il secondo, quello “islamista” guidato da Khalifa Ghwell e con sede a Tripoli, trova invece un forte appoggio, oltre che della Turchia e del Sudan, anche del Qatar, cioè quei paesi che più sostengono i Fratelli Musulmani.

I raid egiziani, accolti con entusiasmo dal governo di Tobruk, hanno invece scatenato l’ira del governo “parallelo” di Tripoli che ha condannato l’intervento definendolo un attacco alla sovranità della Libia. C’è poi il generale Haftar, il quale, accogliendo con favore l’intervento egiziano e in perfetta sintonia con la posizione del generale Al-Sisi, ha affermato che l’unica strada per portare la pace e la stabilità nel paese sarebbe quella di distruggere tutte le forze islamiste. Il generale libico ha aggiunto che l’unica soluzione sarebbe quella di armare l’esercito libico (quello di Tobruk), «unica parte legittima con il diritto di reggere le sorti del Paese, ma che non dispone di armi sufficienti a confrontarsi con i gruppi sostenuti da Qatar e Turchia».

L’irrealizzabilità di un’azione concertata

Dopo il tentativo fallito della richiesta da parte di Egitto e del governo di Tobruk all’autorizzazione di una forza internazionale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad essere sull’orlo del fallimento è l’ultima azione diplomatica ONU, quella relativa alla bozza di accordo politico per la Libia che, avanzata del mediatore Bernardino Leon, è stata respinta con forza dal Congresso Nazionale Generale (Cng, il parlamento non riconosciuto di Tripoli). La ragione del respingimento sarebbe il prolungamento di due anni del mandato del parlamento di Tobruk, l’unico parlamento legittimo secondo la bozza ONU.

Mentre la diplomazia internazionale non fa grandi passi, anche le potenze del Golfo non si mostrano intenzionate ad agire direttamente in Libia, impegnandosi invece in prima linea contro il nemico numero uno: l’Iran e l’asse sciita (Siria, Hezbollah), senza contare il coinvolgimento nel sempre più caotico Yemen. E sembra anche improbabile che la forza militare araba congiunta, concretizzatesi nel summit della Lega Araba lo scorso marzo dopo le forti insistenze egiziane, riesca a sollevare l’Egitto dal ruolo di attore di primo piano in Libia.

Se Doha e Riyadh preferiscono non intervenire direttamente in Libia, limitandosi a sostenere i due opposti governi o, ancora, se la diplomazia internazionale non riesce a trovare un accordo tra le parti, ecco che la ritrovata vicinanza tra Al-Sisi e il sempre più potente Haftar sembra trovare terreno, all’insegna di quell’opposizione a tutti gli islamismi di cui il generale libico, al pari di Al-Sisi, sembra farsi primo portavoce.

Siria: Bashar Al Assad in crisi

Le ultime significative vittorie sul campo dell’esercito siriano di Bashar Al Assad e dei suoi alleati Hezbollah risalgono all’ormai lontano maggio del 2014. In quell’occasione e dopo un assedio durato due anni e mezzo, i reparti del Syrianarabarmy (SAA) riuscirono ad ottenere il pieno controllo della città di Homs, fino ad allora aspramente contesa alle disomogenee formazioni ribelli del Free syrianarmy(FSA).

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Le sconfitte del regime

La conquista della terza città più grande del paese, preceduta da quella della vicina cittadina di Al Qusayr nel 2013, hanno evidenziato in misura abbastanza netta le linee strategiche prioritarie dello stato maggiore siriano: ripulire dalla presenza di truppe ostili il territorioposto tra Damasco e le province alawite di Tartuse Latakia per mantenere una saldapresa sull’autostrada M5, principale  via di comunicazione tra i due poli nevralgici su cui si basa il potere del regime. Solo il pieno controllo di questa zona può permettere la contemporanea resistenza in settori più defilati del territorio.
In un teatro affollato di contendenti dove, dopo quasi cinque anni di guerra, nessuna delle partisi è rivelata abbastanza forte da prendere il sopravvento in maniera decisiva sul nemico, le forze del regime sembranoevidenziare da qualche tempo segnali di debolezza abbastanza vistosi:

– Il 17 febbraio scorso nella provincia di Aleppo un forte contingente composto da reparti regolari supportati dal NDF (la milizia territoriale istituita nel 2012), dall’Hezbollahe da miliziani sciiti provenienti dall’Iraq, ha attaccato i villaggi a nord del capoluogo con l’obiettivo di tagliare le vie di comunicazione e di rifornimento dei ribelli asserragliati nei quartieri centro orientali della città: un’offensiva fallimentare conclusasi con più di 150 morti.

– Dopo mesi di combattimenti la provincia di Idlib è stataquasi interamente strappata al regime da una vasta coalizione islamista capeggiata da Al Nusra. Si tratta di una perdita molto grave per Assad, sia perché la presenza di un’enclave ribelle permanente e strutturata nel nord del paese potrebbe minacciare direttamente il settore di Aleppo e la provincia alawita di Lattakia e sia perché Idlib, dopo Rakkain mano all’ISIS, è la seconda provincia a cadere interamente in mano a forze ostili.

– Il 25 aprile le forze del regime hanno perso la città di Jisr al-Shughour, snodo stradale importante e porta d’accesso ai villaggi della provincia di Lattakia. La sconfitta appare tanto più grave in quanto la città era difesa da un’unità di assoluto valore come la “ Divisione Tigre” di Suheil al Hassan( G. Olimpio, Corriere.it, 27/04/2015)

Ai rovesci subiti sul campo si sommano tensioni crescenti tutte interne al regime:

– Agli inizi di marzo un comandante dei servizi di intelligence, RustomGhazaleh, è stato brutalmente picchiato da uomini diRafikShehadeh, capo dell’intelligence militare perché, a quanto pare, il primo era stato molto critico nei confronti della crescente influenza esercitata da Iraniani e Libanesi nella gestione delle operazioni militari in territorio siriano. La morte di Ghazaleh, avvenuta in ospedale il 24 aprile in conseguenza delle ferite subite, impedirà per molto tempo di conoscere le reali cause della sua violenta uscita di scena( J. Aziz, Al Monitor, 26/04/2015).

– Il 18 marzo ad Hamascontri a fuoco hanno impegnato per ragioni ignote uomini della quarta divisione corazzata, un’unità d’élite comandata da Maher Al Assad, fratello di Bashar, e membri della polizia militare.
–  Il 14 aprile uomini delle forze speciali presidenziali comandate direttamente da Bashar Al Assad hanno arrestato a LattakiaMonzer Jamil al-Assad, cugino del presidente, con l’accusa di cospirazione contro il regime ( J. Cafarella, Syria Report, April 14-21, 2015).

Logoramento e difficoltà di reclutamento

Questi i fatti. Le cause, come spesso accade, sono molteplici e sono senza dubbioda ricercarsi nel rafforzamento,sia in termini di armamenti che di coordinamento,dei tradizionali nemici del regime e nell’affacciarsi minaccioso di nuovi soggetti sul teatro di guerra siriana ( come  l’ISIS, contro il quale il SAA non aveva praticamente alcun punto di contrasto direttoappena un anno fa).

Ma un pericolo potenzialmente mortale per il regime si nasconde nei suoi territori, tra la sua stessa gente: secondo alcune stime autorevoli l’esercito siriano ha perso dal 2012 un numero enorme di uomini in combattimento (più di 70.000 tra esercito e NDF in quattro anni) la cui sostituzione con nuove reclute sta diventando un serio problema. Le aree di reclutamento si sono drasticamente ridotte rispetto al passato ed episodi di aperto malcontento o di vero e proprio rifiuto ad aderire a campagne di coscrizione sempre più aggressive hanno recentemente interessato persino roccaforti del regime come Tartus, Latakia e il sud druso ad Al Suwajda.

La debolezza dell’esercito e la sua incapacità nel sostituire adeguatamente le perdite comporta come inevitabile conseguenza il sempre maggior impegno degli alleati iraniani e di Hezbollah nel vitale scenario siriano. Basti pensare che una grande offensiva partita a febbraio nello strategico triangolo meridionale di Quneitra, Dara’a e nelle zone rurali di Damasco è stata gestitada ufficiali e soldati di Hezbollah e da uomini delle brigate Al Qud’s ( al comando dei quali compariva il comandante stesso dell’unità,QassemSoleimani), marginalizzando di fatto l’esercito siriano in un ruolo pressoché ausiliario.
Il sostegno sempre più massiccio e pervasivo degli alleati inizia, inoltre, a creare contrasti sempre più marcati in seno alle alte gerarchie militari del regime di Assad dove, se le notizie trapelate fossero corrette, non tutti sembrano essere d’accordo nel vedere le forze armate siriane ridotte ad uno stato di subalternità sempre più umiliante.

Bashar Al Assad in crisi

Considerate queste prospettive, per Bashar Al Assad il sentiero da percorrere nel prossimo futuro sembra farsi più stretto e pericoloso. In particolare, se la sopravvivenza del regime dipenderà sempre più dal sostegno dell’Iran e di Hezbollah, sarà necessario capire quanto e fino a che punto questi ultimi saranno disposti ad impegnarsi nell’area: se il concetto espresso nel 2013 da QassemSoleimani ( “ Difenderemo la Siria fino alla fine”) dovesse tradursi in un reale surgesciita, il rischio di un ulteriore e pericolosissimo allargamento del conflitto inizierebbe a diventare davvero concreto( D. Filkins, The Shadow Commander).

L’ascesa geopolitica dell’Isis passa per una nuova forma di comunicazione
Il centro per le produzioni mediatiche “Ajnad” è stato voluto dal Califfo Al Baghdadi ed è specializzato nella produzione di Anasheed (canti) da utilizzare per motivare i militanti e per reclutare sostenitori nella “grande battaglia per la conquista dei cuori e delle menti”.A questo proposito oltre ai files MP3 sono state creati degli appositi video, molti dei quali sottotitolati(soprattutto in inglese) con l’intento di facilitarne la diffusione sui principali social networks(soprattutto Twitter, YouTube e Dailymotion).Generalmente i video contengono spezzoni di operazioni militari oppure un fermo immagine con la canzone in sottofondo e lo scorrimento dei sottotitoli, nel caso della canzone sottotitolata in italiano invece abbiamo diverse immagini ed un montaggio video professionale.

L’ascesa geopolitica dell’Isis passa per una nuova forma di comunicazione - Geopolitica.info

Possiamo affermare che il video in questione rappresenti un “salto di qualità” per il “centro Ajnad per le produzioni mediatiche” e la scelta della particolare canzone con il relativo testo, insieme alla lingua in cui tradurla(una versione è in inglese ed un’altra in italiano) non sia casuale, vista anche la presenza(e l’avanzata) dell’Isis in Libia; la scelta della lingua italiana ha senza dubbio forti legami, vista anche la vicinanza geografica con l’Italia, con quanto sta avvenendo in Libia e con le dichiarazioni del Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni circa la possibilità di un intervento militare italiano contro l’ISIS.

Anche se non è la prima volta che l’ISIS utilizza i sottotitoli in italiano nei propri video, particolarmente importante a questo proposito il famoso discorso di Al Baghdadi avvenuto nella grande moschea di Mossul in cui annunciava la nascita del Califfato che è stato sottotitolato in ben 13 lingue(italiano incluso), pubblicato dalla “Fondazione per le Produzioni Mediatiche Al-Furqan”e diffuso dalla “Fondazione per le Produzioni Mediatiche Al-I’tisam” e dal “Ministero dell’Informazione” dello “Stato islamico” è la prima volta che viene consentito ad una struttura relativamente “periferica” come il “Centro per le produzioni mediatiche Ajnad” di poter usare interpreti per la lingua italiana(in passato sono state sottotitolate Anasheed in inglese, francese e tedesco).

Questo “salto di qualità” che non dev’essere sottovalutato ha un triplice obiettivo:

1) Cercare di reclutare simpatizzanti e militanti negli italiani convertiti e tra le seconde generazioni, poco inclini allo studio ed all’utilizzo della lingua araba classica(quella usata nella canzone) e molto più portate verso l’utilizzo dell’italiano e dei dialetti arabi

2) Offrire un utile mezzo di propaganda ai simpatizzanti dell’ISIS presenti nel nostro paese, così da “facilitare” il loro compito, soprattutto attraverso l’utilizzo dei social network

3) Lanciare un messaggio chiaro al popolo ed al governo italiano(il testo della canzone lascia poco spazio all’immaginazione) contenente minacce “in una lingua comprensibile” così da renderle maggiormente sentite da parte della popolazione
Il nulla che assedia la bellezza: intervista a Giovanni Puglisi

Dopo le decapitazioni, la distruzione dei siti archeologici e del patrimonio artistico è l’ultima sfida lanciata dai fondamentalisti islamici all’Occidente. Ne discutiamo con il professor Giovanni Puglisi presidente della delegazione italiana dell’Unesco. L’incontro con questo raffinato intellettuale diventa anche l’occasione per parlare di Pompei, di valorizzazione dei beni culturali e di una strategia per legarla all’Expo che l’attuale governo ha solo in parte abbozzato…
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Il nulla che assedia la bellezza: intervista a Giovanni Puglisi - Geopolitica.info

La distruzione delle opere d’arte in Iraq è un altro crimine contro l’umanità che si aggiunge alla lunga liste delle efferatezze compiute dai militati dell’Isis…
La direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, lo ha detto senza mezzi termini. Credo che abbia assolutamente ragione e voglio spiegare – dal mio punto di vista – il perché: la cultura, i beni culturali sono le tracce della memoria di ciò che gli uomini hanno fatto; una traccia che va oltre il tempo. Foscolianamente, credo che l’uomo possieda questa forma di immortalità: le sue opere. Le opere di un uomo sono ciò che rimane della grandezza di un personaggio, di una generazione, di una cultura, di una civiltà. Non a caso l’Isis intende distruggerle perché vuole annientare tutto ciò che ritiene sia contrario a una dottrina assolutamente nichilista e masochistica che pensa soltanto a proporsi come un momento veicolare di se stessa senza volersi ricollegare con nulla. Quindi ha bisogno del nulla per potersi proporre e affermare. Da questo punto di vista, la “cancellazione” dei beni culturali è da un lato la cancellazione della memoria e dall’altro dell’icona stessa della cultura. Ecco perché siamo di fronte a un crimine contro l’Umanità, perché cancellare la memoria dell’Umanità equivale a cancellare l’Umanità stessa. E questo è qualcosa che oggi avviene in tanti contesti diversi. Apparentemente quello più tragico è quello della distruzione vandalica. Lo fecero anche i talebani con i Buddha di Bamiyan, lo stanno rifacendo i fanatici dell’Isis in Mesopotamia ed è probabile che troveranno degli emulatori in Libia. Fa un po’ sorridere la posizione del segretario generale dell’Onu che fa appello alle grandi potenze affinché fermino questi criminali. Il segretario generale è l’unico che ha il potere di convocare il Consiglio di sicurezza e chiedere in una sede istituzionale di fare effettivamente qualcosa per fermare l’Isis. Mi domando: cosa dobbiamo aspettare ancora per agire? Sgozzano donne e bambini, bruciano vive le persone nelle gabbie, distruggono il patrimonio culturale e i beni artistici. Ma al di là di questa dimensione che coinvolge l’Isis e il rapporto tra il mondo occidentale e l’Islam, la distruzione del patrimonio culturale avviene in tanti modi, anche nell’ignavia e nella distrazione di chi non se ne occupa; avviene attraverso la mancanza di destinazione di risorse e di personale adeguato per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Il caso più emblematico è quello di Pompei. Di fatto Pompei cade a pezzi da 2000 anni. Io dico sempre, chi dopo 2000 anni non perderebbe qualche capello? Ma chi ha problemi di questo tipo si sottoporrebbe a interventi tricologici importanti. Fino a oggi abbiamo fatto ben poco. Adesso che sono state messe in cantiere iniziative concrete si cominciano a vedere i risultati e l’Unesco ha espresso un giudizio positivo su questi ultimi interventi. Si possono distruggere i beni culturali in modi che non sono solo quelli dei vandali dell’Isis, sono altrettanto distruttive la trascuratezza e l’abbandono.

Il nichilismo assedia la bellezza. Cosa occorre fare in Italia per spezzare questa morsa?
L’Italia è il paese degli allenatori, fuori dal campo tutti siamo bravi. Personalmente sono portato a rispettare il ruolo dell’allenatore, ma voglio sottolineare due aspetti che in qualche modo sono nell’agenda di questo governo ma che andrebbero implementati. Innanzitutto i beni culturali devono essere finalmente considerati come asset economici e strategici del paese. Se consideriamo quella per la cultura una spesa e non un investimento, finiamo per sbagliare colonna nel bilancio dello Stato. Poi dobbiamo dare ai beni culturali un immediato riscontro nella dimensione economica del sistema-paese, dal mondo del turismo a quello della formazione e dell’occupazione giovanile. In questo senso si possono e si devono orientare le tante, positive energie che oggi ruotano intorno al mondo delle startup e dell’innovazione. Volendo sintetizzare, dobbiamo finalmente avere risorse più che sufficienti da investire nell’ecosistema dei beni culturali per aumentarne e migliorarne la qualità, l’accessibilità e la fruibilità. In questo modo può finalmente diventare un vero attrattore per il turismo, creando allo stesso tempo opportunità per i contesti territoriali i cui le diverse opere d’arte sono collocati. I beni culturali vanno vissuti.Adorno ci ha messo in guardia contro la loro museificazione. Solo considerando questo patrimonio come qualcosa di vivo riusciremo ad attirare le risorse che creano impresa, impresa turistica e culturale. In Italia, l’eccesso di bellezza ci ha fatto perdere di vista il senso della bellezza che ci circonda. Siamo troppo abituati al bello per capire che è un qualcosa che vale la pena di essere intensamente vissuto.

C’è una grande coerenza tra i temi dell’Expo e quanto ci sta dicendo. Vede una strategia per valorizzare questa sinergia?
L’Expo di Milano deve essere l’Expo di tutta l’Italia. Oggi vedo una certa difficoltà nel veicolare il sistema Milano nel sistema italiano. Dobbiamo fare del nostro patrimonio culturale il fluido circolante, il liquido circolante del paese. Diciamo la verità, non c’è nessun altro reale motivo per cui un turista cinese, dopo aver visitato l’Expo, vada in Toscana o in Sicilia, se non per ammirare le bellezze storico-artistiche, paesaggistiche o culturali. Quello che bisognerebbe fare è fortemente connettere il sistema dell’Expo milanese (con le sue peculiarità: l’energia, il cibo, l’acqua, tutte cose essenziali per la sopravvivenza della nostra civiltà) con la ricchezza vera del nostro paese. Ogni tanto si dice che l’Italia ha il 70 per cento del patrimonio culturale del Pianeta, non so da dove nasca questa statistica, quello che so è che abbiamo una dotazione di beni culturali unica al mondo. Questa unicità dovrebbe diventare la caratteristica portante, osmotica tra l’Expo di Milano e il resto del paese. Se capiamo questo, riusciremo a far sposare l’Italia con l’Expo, altrimenti l’Expo andrà certamente bene ma non ne avremo colto tutte le potenzialità.

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Articolo pubblicato il 24/3/2015 su huffingtonpost.it

L’accordo sul nucleare iraniano e la crescente instabilità internazionale

A pochi giorni dallo scadere dei termini entro i quali le potenze del gruppo 5+1 e Teheran si sono prefissate di raggiungere un accordo sulla questione del nucleare iraniano, lo scenario internazionale appare permeato da nere nubi di tempesta all’orizzonte e connotato da preoccupanti ed importanti lacerazioni interne allo schieramento occidentale, tali da pregiudicare una serena ricomposizione della lunga vertenza atomica che per lunghi anni ha visto contrapposti da un lato Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo e dell’altro l’Iran degli Ayatollah, la Russia e la Cina.

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In un tale contesto, nel quale esistono serie differenze di vedute tra la presidenza Obama ed i principali alleati europei e mediorientali, nonché tra la Casa Bianca e la sua opposizione interna e la maggioranza  repubblicana al Congresso, sulle modalità con le quali pervenire ad un “disgelo” con il regime iraniano, non appare arduo preconizzare che se vi sarà infine un riavvicinamento politico formale tra Washington e Teheran, questo rischi di concretizzarsi a scapito di consolidate alleanze che da decenni hanno costituito uno dei capisaldi con i quali gli Usa, l’Europa ed i Paesi arabi hanno impostato la propria politica estera mondiale.

Francia e Stati Uniti divisi sul Medioriente

La prima frattura che sembra giorno dopo giorno acuirsi sempre più è quella tra Europa e Stati Uniti. Le reazioni politiche seguite agli attentati terroristici compiuti in Francia da integralisti islamici nel gennaio 2015 hanno rappresentato un chiaro sintomo di questo crescente malessere esistente tra le capitali europee e Washington.

Il sanguinoso attacco jihadista rivolto contro la redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo” ha sconvolto le coscienze dell’opinione pubblica occidentale ed in particolare l’Europa ha percepito per la prima volta, dopo anni di relativa calma, l’urgenza di fare fronte comune contro il terrorismo, sovente sollevando paragoni con quanto accaduto negli Usa nel nefasto giorno dell’undici settembre 2001. Forse non a caso proprio l’undici gennaio 2015 si è tenuta a Parigi una colossale manifestazione di protesta contro il terrorismo internazionale jihadista a cui hanno partecipato più di due milioni di persone e decine di delegazioni nazionali di altissimo profilo istituzionale provenienti da tutto il mondo con lo scopo di esprimere la propria solidarietà e vicinanza alla Francia e al governo d’Oltralpe.

L’assenza di Obama e la mera presenza di personalità di basso rango politico espressa dagli Stati Uniti a fronte di un evento di dimensioni planetarie sono state rapidamente notate sia a livello mediatico che diplomatico e la spiegazione ufficiale tesa a giustificare l’assenza di Obama a causa di semplici ragioni di sicurezza non ha convinto né le cancellerie europee né gli osservatori internazionali più attenti. Dal 2011 la Francia, assieme al Regno Unito, ha tentato, pur con mezzi insufficienti e non senza drammatici scivoloni politici, di colmare in parte il vuoto lasciato dall’amministrazione Obama in Medioriente e nel Magreb, privilegiando una politica estera interventista, filo-araba (dato che, fra le altre cose, gli Arabi sono pronti a mettere mano al portafoglio per finanziare la stabilità dell’area) e fondamentalmente contraria alla strategia promossa dalla Casa Bianca volta a sposare qualunque forza locale che fosse risultata vincente nel corso dei marosi politici che hanno caratterizzato le “multiformi” primavere arabe nella regione, una tattica sostanzialmente finalizzata a garantire la prosecuzione del disimpegno americano nell’arco che va dal Nord Africa al Vicino Oriente.

Tale politica “a stelle e a strisce” di progressiva dismissione del ruolo di “poliziotto del mondo” non è piaciuta né ai maggiori Paesi europei, i quali, dopo decenni di pianificazione strategica imperniata sulla permanenza di un’egemonia americana, hanno temuto per la tenuta dei propri interessi economici e geopolitici nell’area, né ai Paesi del Golfo, i quali non solo hanno visto minacciata la sopravvivenza dei propri tradizionali sistemi di governo ma hanno anche constatato che il vicino e storico rivale iraniano stava approfittando della situazione di caos generalizzato per colmare i vuoti creati dai mutamenti internazionali in corso, ponendosi in diretta collisione geostrategica con gli Stati che rappresentano la componente sunnita del mondo islamico. In un tale contesto la defenestrazione del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto (sostenuto dagli Americani) e i differenti approcci espressi sulla crisi siriana e sui rapporti con il mondo iraniano ed i suoi alleati hanno via via allontanato i Paesi arabi e i loro alleati europei da Washington, iniziando a concretizzare politiche, pur limitate dai mezzi a loro disposizione, che in parte si discostavano da quelli che erano i piani americani per la regione.

L’invasione dell’Iraq da parte dell’ISIS e la crescente tentazione americana di “cedere” la responsabilità del Medioriente all’Iran indubbiamente da un lato ha esacerbato le tensioni esistenti tra Americani, Europei ed Arabi e dall’altro ha costituito uno stimolo per “l’entente euro-araba” a proseguire ulteriormente lungo strade alternative rispetto a quelle solcate da Washington, pur conservando, prudentemente (dato che la forza militare americana è ancora considerata indispensabile), un’apparente condivisione di intenti mediatica e partecipando, più che altro simbolicamente, alle iniziative americane nel Medioriente.

Il ruolo geopolitico giocato dalla Francia in Africa occidentale ha indubbiamente accresciuto il prestigio internazionale di Parigi a livello globale, parimenti rafforzando il ruolo francese sullo scacchiere mediorientale, incrementando la fiducia che le monarchie del Golfo nutrono nei confronti della Francia e contestualmente generando una crescente contrapposizione tra Washington e Parigi su come debba essere condotta la politica estera in Medioriente. In particolare ciò che sta mettendo da tempo in crisi la geopolitica di Washington nelle aree più calde del Vicino Oriente è il fatto che i Paesi arabi stiano utilizzando tutta la propria potenza finanziaria per “emancipare” dagli aiuti economici e militari statunitensi, ovviamente da sempre condizionati dai desiderata della Casa Bianca, Paesi chiave quali l’Egitto, trovando nella Francia un valido fornitore alternativo di materiali bellici.

E’ probabilmente in tale contesto che va letta l’assenza del presidente Obama alla manifestazione parigina, dato che la Francia sta letteralmente mettendo i bastoni fra le ruote al governo americano, ponendo Riyad ed alleati nelle condizioni di condurre su numerosi fronti una propria politica estera autonoma all’interno di quella che i Paesi arabi ritengono essere la propria sfera di influenza.

Europa e Stati Uniti divisi sull’Ucraina

Gli ultimi fatti legati alla crisi ucraina hanno parimenti messo in luce le crescenti differenze createsi tra Europa e Stati Uniti. La ripresa delle ostilità nel gennaio 2015 fra i ribelli filorussi dell’Ucraina orientale, supportati con uomini, capitali e mezzi di ogni genere e sorta da Mosca, ed il governo di Kiev ha nuovamente messo in luce la debolezza militare dell’Ucraina nei confronti del vicino “orso” russo, conducendo, come già accaduto nell’agosto-settembre 2014, il Paese sull’orlo della capitolazione.

In tale frangente gli Stati Uniti non hanno mancato di fare la voce grossa, minacciando di inviare armi e munizioni al governo di Kiev se Mosca non avesse fermato il conflitto. Al contrario la reazione dell’Europa è stata alquanto differente. L’Europa agli inizi della crisi probabilmente avrebbe abbandonato l’Ucraina al proprio destino se non ci fossero state alle sue spalle le ingenti pressioni americane volte a sostenere la rivoluzione del movimento “Euromaidan”. La Germania, Paese guida dell’Unione Europea, avrebbe forse accettato la proposta russa, veicolata tramite la Polonia, di spartizione dell’Ucraina.

La politica delle sanzioni contro la Russia in effetti è emersa come il risultato di un’azione di mediazione tra un’Europa dipendente dal gas e dall’economia russa e gli Usa che necessitano di conservare, pur tra mille contraddizioni interne (giacché non è certamente il presidente Obama che detta la linea “interventista” sullo scenario europeo, quanto piuttosto gruppi di interesse Usa di carattere economico e militare), un importante ruolo geopolitico nell’area, ben sapendo però che da un lato l’Europa costituisce l’attore che possiede le vere leve economiche necessarie al fine di mettere in ginocchio la Russia e che dall’altro lo “spazio europeo” non è più rappresentabile come l’inerme distesa di macerie figlia della devastazione della seconda guerra mondiale.

Non a caso, nel momento in cui gli Usa minacciavano di buttare ulteriore benzina sul fuoco di un conflitto le cui conseguenze sarebbero state pagate in gran parte dall’Europa stessa, oltreché dal popolo ucraino, la Germania e la Francia, con il malcelato consenso  del Regno Unito, il quale da un lato fa la voce grossa e manda consiglieri militari in Ucraina e dall’altro gioca a fare l’equilibrista tra le due sponde dell’Atlantico, si sono opposte a tale politica, sforzandosi in tutti i modi di raggiungere un accordo con Putin, il quale, nonostante le sanzioni, il crollo del prezzo del petrolio, la crisi del rublo e la recessione economica, continua a fare il bello ed il cattivo tempo sullo scacchiere europeo.

E’ certamente indubbio che nel momento in cui, nei fatti, l’Occidente abbia espresso “ab ovo” un sostegno formale euro-americano all’Ucraina, ciò debba prevedere l’invio di aiuti militari a Kiev ed appare altresì singolare che il governo di Washington, nonostante il parlamento americano si fosse espresso già favorevolmente in tal senso ed abbia ribadito tale concetto nuovamente solo pochi giorni fa, abbia annunciato l’intenzione di fornire equipaggiamenti bellici e consiglieri militari all’Ucraina solo nelle ultime settimane.

Tuttavia, a quanto pare, la classe dirigente del Vecchio Continente non ha ritenuto essere nell’interesse europeo foraggiare un conflitto senza fine con la Russia ed è indicativo il fatto che mentre il presidente Hollande e la cancelliera Angela Merkel cercavano a Minsk un nuovo accordo per il cessate il fuoco, segretamente numerosi Paesi europei intavolavano trattative con il governo di Kiev al fine di inviare all’Ucraina materiale bellico, ufficializzando tali contratti di fornitura solo dopo che la situazione si fosse in qualche modo stabilizzata.

Al momento non si può ancora dire se il nuovo accordo di Minsk reggerà o meno, tuttavia ciò che appare evidente è il diverso approccio europeo ed americano sull’intera questione ucraina e come tale approccio converga maggiormente più sulla linea prudenziale espressa dagli europei che sulla linea promossa dai “falchi” americani la quale, al di là della retorica sulla libertà e la democrazia, non sempre è connotata da interessi particolarmente edificanti, disinteressati ed attenti alle esigenze degli alleati europei, a cominciare dalla questione energetica.

Se l’Europa, da un lato, si è mostrata inizialmente cinica, debole e titubante, arrivando quasi ad abbandonare vergognosamente al proprio destino ed al “manganello insanguinato” dei pretoriani di Putin a Kiev gli Ucraini scesi in piazza ricolmi di fiducia e di speranza con la bandiera dell’Europa in mano, dall’altro la stessa Europa ha saputo costituire una propria linea politica che, per quanto tesa alla prudenza e all’accomodamento con la Russia di Putin, è riuscita a mettere dei paletti di fronte ad una strategia americana la quale, per quanto gli Usa stessi abbiano effettivamente ed involontariamente salvato “l’onorabilità europea” all’inizio della crisi (basti pensare a quale sarebbe potuto essere lo sdegno e la reazione politica di Paesi connotati da una lunga storia di oppressione moscovita, quali la Polonia, la Lituania, l’Estonia e la Lettonia, di fronte ad un possibile voltafaccia europeo sull’Ucraina dopo che essi stessi avevano sempre visto nell’adesione alla UE una sorta di baluardo di difesa contro un possibile ritorno della Russia nelle vesti di potenza dominante), appare più che altro orientata a conservare in qualche modo un’egemonia che però non possiede più quella statura politica e quell’alone permeato di universale lungimiranza programmatica da poter essere coralmente accettata quale elemento qualificante da parte di tutti gli alleati europei di vecchia data.

Stati Uniti verso un’alleanza con l’Iran?

Altrettanto indicativa rispetto il dissenso politico e strategico che sta maturando tra le più importanti potenze europee e gli Stati Uniti è la situazione sul campo di battaglia tra Siria ed Iraq. Contrariamente a quanto dichiarato negli ultimi mesi da parte americana ed irachena, i successi della coalizione internazionale “anti-ISIS” non sono stati particolarmente eclatanti. Alla fine di gennaio lo stesso Pentagono ha dovuto ammettere che i bombardamenti aerei compiuti in massima parte da velivoli americani avevano permesso la riconquista di appena l’un percento del territorio occupato dall’ISIS in Iraq nel corso della loro sorprendente campagna estiva intrapresa meno di un anno fa.

La stessa caduta della città di Kobane, per mesi punto nevralgico ideale e mediatico della lotta contro il cosiddetto “Stato Islamico”, più che essere stata causata dalla rotta incontrollabile delle milizie dell’ISIS, si è concretizzata attraverso una sorta di ritirata strategica dei miliziani di Al-Baghdadi i quali, invece di continuare a morire a centinaia sotto le bombe della Coalizione per conservare il controllo di un obiettivo di scarso valore strategico, hanno apparentemente preferito disperdere le forze sul territorio e preservare uomini e mezzi per concentrarsi verso obiettivi più cogenti, come la paventata controffensiva irachena prossima ventura.

Nel frattempo le forze curde hanno continuato a guadagnare terreno, tuttavia l’ISIS appare ancora in grado di sostenere la pressione proveniente sia dai curdi iracheni che da quelli siriani senza subire eccessive perdite territoriali, nonostante lo “Stato Islamico” stia accusando una certa diminuzione del numero di reclute in viaggio verso il sedicente “Califfato”, fatto certamente dovuto anche ad un più attento controllo del confine posto tra Siria e Turchia da parte delle autorità di Ankara, da lungo tempo pressate in tal senso dalla Comunità internazionale.

A sua volta la Turchia pare abbia raggiunto un accordo con gli Usa sull’addestramento sul proprio territorio dei ribelli siriani moderati in funzione anti-ISIS (iniziativa a cui parteciperà anche personale britannico), tuttavia la Turchia ha parimenti fatto ben capire a Washington che i ribelli siriani posti sotto la propria tutela saranno comunque autorizzati da Ankara a combattere non solo le soldataglie di Al-Baghdadi ma anche le truppe del regime di Assad.

Ciononostante la recente controffensiva promossa dal governo iracheno finalizzata sia alla riconquista di Tikrit che all’apertura di una testa di ponte verso Mosul ha in realtà messo ben in chiaro quali siano le forze di terra in campo che realisticamente appaiono in grado di minacciare la sopravvivenza del mostro politico plasmato da Al-Baghdadi, ovvero le milizie sciite filo-iraniane supportate, organizzate e, di fatto,  guidate da Teheran attraverso l’impiego di propri militari inviati sul terreno e di ufficiali di lunga esperienza nello scenario mediorientale quali il famoso generale Suleimani, tristemente noto alle forze americane per il suo ruolo attivo nel corso dell’insorgenza irachena al tempo dell’occupazione anglo-americana del Paese.

In tal senso suscita certamente stupore il fatto che gli Americani in questi mesi abbiano lasciato crescere a dismisura la presenza militare iraniana in Iraq, di fatto arrivando a far concretizzare ciò che da lungo tempo i Paesi del Golfo temevano, ovvero che gli Stati Uniti, più che riassumere il proprio ruolo storico in  Medioriente dopo la rotta dell’esercito iracheno, stessero semplicemente gestendo un “interim” per poi cedere la “palla mediorientale” al controllo di Teheran. Nel caso iracheno, nonostante i moniti del generale Petraeus, recentemente ribaditi sulla stampa, relativi alla possibile settarizzazione del conflitto iracheno a tutto vantaggio della componente sciita, gli Usa nei fatti hanno lasciato campo libero all’Iran il quale ha riorganizzato le milizie sciite nel ruolo di forza militare nazionale irachena ai danni dell’esercito regolare il quale ancora non appare in grado di reggere il confronto con le forze dell’ISIS e dei loro alleati  tribali sunniti.

Ciò si è reso vieppiù evidente nel corso della recente battaglia per Tikrit, durante la quale la stragrande maggioranza delle truppe presenti era costituita da forze irregolari sciite guidate direttamente da ufficiali iraniani, fra i quali lo stesso Suleimani. Il fatto che gli Americani abbiano permesso all’Iran di occupare una così vasta fetta dello scenario militare iracheno ha portato via via i Paesi arabi a ritenere che gli Stati Uniti non solo sarebbero ormai pronti a firmare un’intesa sul nucleare iraniano con il regime degli Ayatollah ma addirittura a consegnare la gestione sul terreno della crisi mediorientale agli uomini di Teheran, materializzando così uno degli incubi più spaventosi che sta scuotendo da anni il sonno delle monarchie del Golfo (sono in tal senso indicativi i recenti “mal di pancia” degli Emirati Arabi Uniti che avevano temporaneamente sospeso i raid contro l’ISIS dopo la tragica uccisione del pilota giordano catturato dai miliziani di Al-Baghdadi).

Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Yemen

Il rapido susseguirsi degli eventi in Yemen sembrerebbe confermare tali timori. La recente espulsione dalla capitale Sana’a del legittimo governo yemenita filo-saudita e filo-occidentale per opera delle milizie ribelli degli Houthi di fede sciita ed eterodirette dall’Iran potrebbe apparire agli occhi dei più sospettosi come una mossa iraniana volontariamente assecondata da  Washington, da anni impegnata con forze speciali nel Paese nella lotta contro Al-Qaeda, tesa a mettere in difficoltà l’Arabia Saudita nel proprio “giardino di casa” (non si può in tal senso dimenticare l’incognita rappresentata dalla vicina minoranza sciita presente in seno al Regno dei Saud e l’eventuale effetto domino che potrebbe essere innescato su di essa se lo sciismo filo-iraniano prendesse politicamente piede nel vicino Yemen) e a condurre all’interno della sfera di influenza iraniana uno dei Paesi chiave per il controllo del Medioriente.

Indubbiamente lo Yemen ora è diventato un  nuovo importante campo di battaglia in seno allo scontro tra Sauditi ed Iran per il controllo del mondo arabo e proprio nelle ultime ore si sta affiancando alla “proxy war” in corso  un intervento militare vero e proprio a guida saudita direttamente supportato dalle monarchie del Golfo ed alleati e lanciato dopo la pressante richiesta di assistenza militare espressa da parte del governo yemenita deposto.

E’ altresì indicativo che gli Stati Uniti, pur supportando a parole l’azione di forza saudita (la quale rappresenta un evidente monito nei confronti di Teheran e delle sue ambizioni regionali, in particolare nell’ottica di un possibile “sdoganamento” dell’Iran quale legittimo e riconosciuto attore regionale da parte degli Usa), nei fatti si stiano limitando a fornire un diplomatico “supporto logistico e di intelligence” ed è parimenti interessante notare che la crisi yemenita generata dalle milizie filo-iraniane stia facendo risalire i prezzi del petrolio, una vera e propria manna dal cielo per Putin.

Francia, Regno Unito, Paesi Arabi e la questione siriana

La situazione, con il legittimo presidente dello Yemen messo pericolosamente alle strette, certamente non preoccupa solo i Paesi arabi ma anche i Paesi europei che possiedono interessi nell’area come il Regno Unito, il quale gioca un ruolo di primo piano nell’opera di stabilizzazione politica del Paese assieme ai Sauditi.  Se inoltre consideriamo la situazione in Siria, le divergenze tra Francia e Regno Unito da un lato e Stati Uniti dall’altro appaiono quanto mai evidenti.

E’ stato recentemente pubblicato un articolo a firma del ministro degli esteri francese Fabius e del ministro degli esteri britannico Hammond nel quale è stata messa nero su bianco la posizione dei due Paesi sulla Siria. In buona sostanza sia Parigi che Londra sostengono, come ripetono sovente i Paesi Arabi e la Turchia, che Assad, reo di aver distrutto il suo Paese ed ucciso il suo popolo solo per conservare la poltrona, non abbia alcun futuro politico in Siria e che, per quanto un dialogo con gli uomini del regime sia necessario per evitare la dissoluzione dello stato siriano come tragicamente accaduto in Iraq nel 2003,  Damasco necessiti di un governo di unità nazionale che veda tutte le componenti moderate in lotta contro Assad sedute  attorno ad un unico tavolo.

Oltre a ciò l’Unione Europea, sempre su iniziativa anglo-francese, ha posto sanzioni contro alcuni soggetti vicini al regime siriano che non solo organizzano il commercio di petrolio tra l’ISIS ed il governo di Assad ma addirittura agevolano la gestione congiunta di alcuni impianti per lo sfruttamento degli idrocarburi fra gli uomini di Al-Baghdadi e quelli del regime, fatto che ha indotto lo stesso ministro degli esteri britannico Hammond a dichiarare che il conflitto in corso tra il regime di Damasco e l’ISIS sia una semplice “farsa”, in tal senso confermando indirettamente che l’ISIS stesso, più che essere un mostro politico foraggiato dall’integralismo sunnita, sia stato alimentato ad arte da Assad con il tacito consenso dei suoi alleati russi ed iraniani col mero fine di apparire agli occhi del mondo come l’unica possibile alternativa politica  da supportare di fronte ai barbarici gruppi integralisti in realtà da lui stesso finanziati attraverso l’acquisto dei prodotti petroliferi posti sotto il controllo degli jihadisti.

Parimenti non convincono in alcun modo né Londra né Parigi e né i ribelli siriani moderati i colloqui di pace organizzati dalla Russia a Mosca nel gennaio 2015, palesemente orientati ad imbastire un supporto politico a favore di Assad. Tanto meno trovano reale condivisione da parte di Regno Unito, Francia e ribelli “anti-Assad” gli sforzi dell’inviato dell’Onu Staffan De Mistura, il quale, fondamentalmente, si sarebbe fatto semplicemente circuire dal regime siriano attraverso finte profferte di pace formulate da parte di Damasco.

Gli Usa ed il dialogo con il regime di Damasco

E’ in tal senso balzata subito agli occhi dei più attenti osservatori la contrapposta dichiarazione di Kerry (già non eccessivamente freddo nei confronti dei colloqui di Mosca) di alcuni giorni fa incentrata sul fatto che gli Usa intendano trattare direttamente con Assad, alludendo nei fatti ad una sua permanenza in carica. Da questo punto di vista tali asserzioni, per quanto successivamente ridimensionate da fonti del governo americano, lasciano in effetti presagire che i rapporti tra Washington, l’Iran ed alleati siano andati ben oltre a quanto si è lasciato semplicemente trasparire tra le righe nei comunicati stampa o nelle velate allusioni provenienti dai palazzi di Washington, subito prontamente smentite o corrette a beneficio delle orecchie degli alleati arabi.
E’ in tal senso emblematica la notizia dell’annunciata collaborazione militare (anch’essa in precedenza negata) tra le forze aeree americane e la coalizione a guida iraniana impegnata nell’assedio di Tikrit contro l’ISIS che certamente offre una eccellente cartina di tornasole su quali siano state in realtà le mosse dell’amministrazione americana nei confronti dell’Iran negli ultimi mesi. Ovviamente tale coacervo di ambiguità non lascia perplesso solo il Golfo Persico ed i suoi alleati europei ma sta mettendo da lungo tempo in agitazione il governo israeliano capitanato da “Bibi” Netanyahu.

Israele “contro” Obama

E’ noto che Israele rappresenti forse il maggior oppositore, assieme ai Sauditi, nei confronti di un qualunque accordo sul nucleare iraniano e questo perché gli Israeliani temono che gli Iraniani stiano fondamentalmente ingannando l’Occidente sugli scopi del loro programma atomico il quale sarebbe finalizzato alla realizzazione delle prima bomba atomica nelle mani degli Ayatollah pronta ad essere utilizzata quale “spada di Damocle” da porsi sopra la testa di Israele.

Da questo punto di vista Israele ha potuto beneficiare dell’ormai vasta opposizione interna al presidente Obama rappresentata in primo luogo dal Partito Repubblicano che ha recentemente riottenuto la maggioranza al  Congresso e che non perde alcuna occasione per mettere i bastoni fra le ruote della Casa Bianca, in particolare nel momento in cui la lobby ebraica residente negli Stati Uniti da anni preme sulla politica americana affinché si diffidi il più possibile delle presunte buone intenzioni di Teheran.

Le tensioni e le divisioni interne alla classe politica americana sono così intense e deflagranti che per la prima volta nella storia degli Usa il Congresso degli Stati Uniti ha invitato ufficialmente  un primo ministro estero, ovvero lo stesso Netanyahu in piena campagna elettorale (il quale non ha certamente perso tempo per non farsi sfuggire questa ghiotta ed irripetibile occasione), sostanzialmente per affermare che la politica del presidente Obama sull’Iran fosse totalmente errata e che richiedesse un radicale cambio di rotta, pena una “guerra totale” dei Repubblicani ed “alleati” contro la Casa Bianca.

Tale situazione ha messo chiaramente in luce quale stato di confusione “l’obamismo” abbia creato nell’agone politico degli Stati Uniti e di quanto poco rispetto il presidente goda presso i suoi avversari politici (basti ricordare la lettera dei senatori repubblicani indirizzata all’Iran nel tentativo di scavalcare e delegittimare la Casa Bianca).

Come se ciò non fosse bastato la vittoria elettorale di Netanyahu (contrariamente alle indicazioni dei sondaggi) alle elezioni politiche, le accuse da parte di certi ambienti israeliani nei confronti degli Stati Uniti di aver cercato di manipolare l’opinione pubblica di Israele contro lo stesso Netanyahu e le controaccuse americane nei confronti dei servizi segreti israeliani di aver sottratto informazioni di intelligence Usa al fine di influenzare gli orientamenti politici dei legislatori americani sul tema del nucleare iraniano con lo scopo di condurli verso posizioni filo-israeliane certamente rappresentano uno dei momenti più bui delle relazioni israelo-americane e ciò  a causa di una Casa Bianca che sta effettivamente sovvertendo a tutto campo decenni di tradizione politica “a stelle e a strisce” nel Medioriente e nel mondo.

Sunniti contro Sunniti: il caso libico

Le divisioni politiche non riguardano solo l’establishment americano o i rapporti tra Paesi europei, gli Stati Uniti ed Israele ma anche lo stesso mondo sunnita. La chiave di volta di questo pluriennale scontro interno ai due maggiori contendenti del Golfo, l’Arabia Saudita ed il Qatar, è a tutt’oggi collocata in Libia.

Lo scenario libico, dopo il collasso del governo rivoluzionario nell’estate 2014 a seguito della sconfitta elettorale delle forze islamiste e del rifiuto dell’esito emerso dalle urne da parte di queste ultime, è connotato dalla presenza di due governi e due parlamenti, uno a Tobruk, sostenuto da Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in testa, Egitto (attualmente impegnato in un’ operazione militare nel Paese e sponsor convinto del generale Haftar) ed Occidente, l’altro a Tripoli, sostenuto dal Qatar e da quella Turchia che inizialmente era stata tenuta in disparte nel corso dell’attacco occidentale del 2011 che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Pare che lo stesso Sudan abbia inviato armi alle milizie islamiche operanti a Tripoli ed è noto quanto il Sudan sia vicino alla Cina.

In mezzo a tale caos costituito da una miriade di milizie direttamente connesse alla dimensione tribale della regione, sono recentemente emersi gruppi locali di ex-gheddafiani, ex combattenti jihadisti ritornati in patria, supportati da altri gruppi jihadisti di varia provenienza, alcuni dei quali in qualche modo in connessione con il “Califfato” tramite elusivi “inviati speciali” di Al-Baghdadi, i quali hanno autonomamente dichiarato la propria adesione al ISIS, di fatto sfruttando un “marchio di successo”, quello del sedicente “Califfato”, con il quale non hanno, allo stato attuale, una reale connessione diretta ma che tuttavia ritengono vantaggioso utilizzare quale “brand” per attrarre finanziamenti e nuove reclute da tutto il mondo musulmano.

Da questo punto di vista appare evidente che lo stesso gruppo terrorista di Boko Haram abbia annunciato la propria affiliazione all’ISIS in Nigeria per le medesime ragioni così come hanno fatto i terroristi che hanno attaccato il museo del Bardo a Tunisi. Nel medesimo contesto la Russia di Putin, alla perenne ricerca di nuovi alleati (in ultimo pare in atto un “abboccamento” con l’assai poco desiderabile regime della Corea del Nord), sta tentando in qualche modo di sfruttare la confusione esistente in Medioriente e nel Magreb per allargare la propria sfera di influenza, in particolare in Egitto e presso il governo di Tobruk, quest’ultimo assai deluso dallo scarso aiuto militare che starebbe ricevendo da parte europea.

Occorre ricordare che la stessa Russia, come accaduto alla Turchia, venne politicamente e militarmente tenuta fuori dalla Libia nel corso dell’attacco a guida anglo-francese del 2011. In particolare l’Egitto di Al-Sisi starebbe mal sopportando la dipendenza finanziaria che lo lega ai Paesi del Golfo e la recente accoglienza trionfale accordata al presidente Putin in visita ufficiale nel Paese del Nilo vuole forse sottolineare un tale clima di malessere.

D’altra parte, tuttavia, il cordone della borsa egiziano è stabilmente in mano agli Arabi e di conseguenza le più lucrose commesse militari a favore del Cairo sono andate non ai Russi ma agli ormai onnipresenti Francesi. E’ interessante notare che l’Italia, Paese fino a pochissime settimane fa fondamentalmente assente sullo scenario internazionale, nonostante quattro anni di totale instabilità lungo vasti tratti dell’arco del Mediterraneo, a fronte della minaccia rappresentata dall’ISIS in Libia pare essersi ridestata, arrivando addirittura ad ipotizzare un intervento militare, caldeggiato dalla Francia che da lungo tempo sta chiedendo all’Italia un maggior impegno nell’area, essendo i Francesi già dislocati attorno ai confini esterni della Libia al fine di bloccare eventuali infiltrazioni terroristiche verso gli altri Paesi della “Françafrique”.

La questione libica richiede indubbiamente grande prudenza nel senso che se da un lato i sostenitori arabi del legittimo governo libico e l’Egitto vorrebbero giungere ad una resa dei conti finale con gli islamisti che controllano Tripoli (si legga, fra tutti, i “Fratelli Musulmani”), finanziati ed armati da Qatar e Turchia, dall’altro l’Occidente, a ragione, sostiene che si debba trovare un accordo con queste fazioni dato che, al di là delle etichette politico-religiose, le “fazioni islamiche” spesso non rappresentano altro che meri gruppi tribali libici che dovranno un domani contribuire alla ricostruzione del Paese. In tal senso il campo occidentale confida che l’attuale mediazione a guida Onu possa ricomporre una situazione che tuttavia potrebbe altresì richiedere una missione militare stabilizzatrice, erroneamente non prevista da Francia e Regno Unito dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, in un contesto nel quale le istituzioni statali sono in buona misura scomparse.

E’ opportuno un accordo con l’Iran in questo momento?

La cornice internazionale attorno alla quale viene in questi giorni dipinto l’accordo di massima sul nucleare iraniano che dovrebbe condurre verso una normalizzazione dei rapporti con Teheran non appare pertanto delle più rosee. La Russia, pur attanagliata dalla crisi economica, continua a mostrare i muscoli e ha sistematicamente minacciato di violare lo spazio aereo-navale di numerosi Paesi europei sia al fine di tastare il livello di reazione delle rispettive forze armate “nemiche” che per tenere alta la tensione in seno a quella che non appare altro che una classica guerra di nervi.

A riprova di ciò è notizia recente la minaccia di Mosca di trasformare la Danimarca in un bersaglio nucleare in caso di conflitto tra Russia ed Occidente. Inoltre le repubbliche baltiche appaiono particolarmente sotto pressione ed il timore che quanto accaduto in Ucraina orientale possa riproporsi all’interno del proprio territorio nazionale ha indotto la Lituania a reintrodurre la coscrizione obbligatoria.

Se da un lato la Russia ancora spadroneggia sullo scenario internazionale pur nella consapevolezza di essere per il momento costretta a trattare con la Germania, dall’altro un altro alleato di Mosca, l’Iran, sta guadagnando terreno in Medioriente, minacciando di sovvertire l’ordine geopolitico dell’area a vantaggio di una nuova egemonia iraniana nella regione. Secondo alcuni critici “ottimisti”, l’Iran starebbe fondamentalmente facendo il passo più lungo della gamba, non possedendo né le risorse né i mezzi per giocare a lungo un ruolo di primo piano in seno alle vaste e complesse crisi che attanagliano il Vicino Oriente.

L’Iraq e la Siria, nonché lo Yemen, potrebbero trasformarsi a lungo andare in una sorta di “Vietnam iraniano”, alimentando conflitti settari senza fine tra la componente sciita spalleggiata da Teheran e quella sunnita. Ciononostante la paura e la preoccupazione dei Paesi arabi è alta, soprattutto per il fatto che se l’Iran dovesse trovare un accordo con gli Stati Uniti, allora i Paesi del Golfo potrebbero vedersi costretti ad affrettare la propria corsa per dotarsi di armi nucleari.

Se da un lato il Regno Unito gioca a fare il “pontiere” evitando però di farsi coinvolgere il più possibile dalle “strane” manovre dell’amministrazione Obama (non senza ricevere continue critiche ed accuse di disimpegno da parte di Washington a partire dai tagli al settore della difesa fino allo scarso impiego di uomini e mezzi nelle operazioni attive contro l’ISIS), dall’altro la Francia, a cui piace fare la parte del “giocatore libero”, sta mostrando molta riluttanza nei confronti di un accordo con l’Iran che sta scontentando un po’ tutti (in particolare i propri “clienti” arabi), soprattutto nell’ottica di quella che rischia di appalesarsi come una rivoluzione copernicana dei rapporti internazionali mediorientali.

La recente intenzione espressa dal governo canadese, più vicino agli umori americani di quanto lo sia l’Europa, di estendere i raid aerei contro l’ISIS in Siria, per quanto giustificati sul piano legale dal fatto che il Canada non riconosca Assad quale presidente legittimo, potrebbe rappresentare un ulteriore segnale relativo all’imminenza di un accordo diplomatico tra Stati Uniti ed Iran.

Ovviamente se di accordo si tratterà, più o meno tutti gli attori europei coinvolti nella trattativa, non avendo i mezzi politico-militari per opporsi a tale decisione, faranno buon viso a cattivo gioco, nel senso che se da un lato è probabile che plauderanno all’accordo per garantirsi una fetta del mercato iraniano, dall’altro presumibilmente continueranno a sostenere i propri alleati arabi in ciò che rischia di trasformarsi in una guerra vera e propria tra Sciiti e Sunniti lungo tutto lo spazio mediorientale, una vasta porzione di mondo nella quale l’Iran, ormai sguinzagliato e liberato dalla propria catena, oltreché “benedetto” ed “incoronato” dalla politica americana, si sentirà legittimato a fare il bello ed il cattivo tempo in un territorio che comprende, tanto per iniziare, Iraq, Siria, Libano e Yemen nel quale l’ISIS e i suoi affiliati in realtà appaiono sempre più essere un’utile pedina da impiegarsi quale arma di ricatto (si vedano a tal proposito i mostruosi crimini commessi contro i prigionieri e le antichità mesopotamiche da parte dei miliziani di Al-Baghdadi) nei confronti di un Occidente che precipitò nell’abisso della prima guerra mondiale attraverso dinamiche non troppo dissimili da quelle determinate dalle continue crisi internazionali che si stanno sempre più frequentemente e pericolosamente presentando al nostro orizzonte.

Rapimenti e riscatti nelle guerre asimmetriche del Mediterraneo

Il rapporto di febbraio della Financial Action Task Force sui metodi di finanziamento dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante riapre in Italia l’annosa questione relativa al pagamento di riscatti a vantaggio di gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Nonostante una certa unità di intenti, nella pratica la comunità internazionale appare divisa tra una “linea dura” e un approccio più malleabile. Tentiamo di analizzare le ragioni e i presupposti di entrambi i punti di vista.

Rapimenti e riscatti nelle guerre asimmetriche del Mediterraneo - Geopolitica.info

Nel gennaio di questo anno l’opinione pubblica italiana si è agitata considerevolmente a proposito del rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, dibattendo sul probabile pagamento di un riscatto e congetturando sulla sua entità. La questione di fondo riguardava principalmente se fosse lecito o meno trattare con organizzazioni terroristiche fornendo loro – seppur in cambio di una vita umana – cospicue somme in denaro, grazie alle quali potersi accaparrare nuovi armamenti e perpetrare ulteriori atrocità. Il rapporto sui canali di finanziamento del cosiddetto Stato Islamico, pubblicato il 27 febbraio dalla Financial Action Task Force, pare evidentemente destinato a riaccendere le polemiche sul tema, avendo appunto rilevato come la pratica dei sequestri rappresenti una notevole fonte di entrate per le milizie di al-Baghdadi.

Nonostante la prevedibile eco che i dati del rapporto avranno nel dibattito interno del nostro paese, è comunque opportuno segnalare come la sezione relativa al kidnapping for ransom non sia tra le più sviluppate, originali e interessanti nelle oltre quaranta pagine prodotte dalla Financial Action Task Force, soprattutto se messa a paragone con i paragrafi concernenti il sistematico sfruttamento del territorio sottoposto allo Stato Islamico e i metodi di fundraising tramite donazioni private, organizzazioni non-profit o social networks. Se i tratti fondamentali dei sistemi di finanziamento dell’autoproclamatosi Califfato – e dunque del ruolo dei rapimenti – erano già emersi con una nota inchiesta di Newsweek del novembre 2014, il rapporto del 27 febbraio aggiunge dei tentativi di stima sia sul numero dei sequestri, sia sull’ammontare degli introiti. Si ipotizza, infatti, che i rapimenti a fini di riscatto si contino a centinaia, soprattutto a danno delle popolazioni locali e delle minoranze, mentre avrebbero fornito allo Stato Islamico una cifra tra i 20 e i 45 milioni di dollari nel corso dello scorso anno.

Tale somma, anche se presa nei suoi termini massimi, rappresenta appena il 9% di quella che le milizie islamiche hanno potuto raccogliere solo attraverso l’appropriazione delle riserve valutarie delle banche presenti nell’area su cui esercitano il loro dominio. Ciò nonostante essa ha un enorme valore politico, poiché chiama in causa i sequestri perpetrati ai danni dei cittadini occidentali – certamente i più lucrosi, anche se numericamente limitati – e quindi l’atteggiamento adottato dai vari paesi in caso di rapimento di un connazionale. Se diverse risoluzioni del Concilio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannano i pagamenti di riscatto, e dunque venga ufficialmente negata da ogni Stato l’adozione o il favoreggiamento di simili soluzioni, è noto come in pratica si diano due linee di condotta diametralmente opposte: da una parte una politica delle “zero concessioni”, incarnata dagli Stati Uniti, dove si rifiuta categoricamente ogni trattativa con i sequestratori; dall’altra un’opzione “morbida”, propria soprattutto dell’Europa continentale, in cui non si escludono né prese di contatto né pagamenti, seppur ufficiosi, per salvare la vita ai propri cittadini.

La “linea dura” poggia su un ragionamento abbastanza logico: la soddisfazione delle richieste dei rapitori incentiverebbe gli stessi a procedere verso altri sequestri. Inoltre, il denaro così fornito al proprio nemico servirebbe a rafforzarlo, finanziando direttamente i successivi atti terroristici, nonché denunciando anche una certa debolezza e vulnerabilità dello Stato pronto a scendere a patti. È infatti sottinteso come sia la potenza militare del paese a garantire l’incolumità dei connazionali, senza sottostare ad altra forma di ricatto.

Il secondo approccio si basa invece su un presupposto di ipocrisia: se a parole si nega ogni mediazione e qualsiasi trasferimento di denaro – in linea con le norme internazionali – si aprirebbero però sottobanco dei tavoli di trattativa, mediante i quali ottenere il rilascio degli ostaggi come contropartita per concessioni politiche o monetarie. Non sembra facile trovare una giustificazione per tale condotta e il rapporto della Financial Action Task Force, avendo come scopo quello di individuare e invitare a tranciare le linee di finanziamento dello Stato Islamico, la condanna decisamente. Eppure sussiste una valida serie di motivi che potrebbe mettere in dubbio anche la logicità dell’assoluto rifiuto a trattare.

Come dimostrato dalla nazionalità degli ostaggi occidentali rapiti dallo Stato Islamico, non si può stabilire alcun nesso tra l’incidenza dei sequestri e la disponibilità dei governi a trattare. In altre parole, la contropartita in denaro non sempre è il primo interesse dei sequestratori, i fini possono invece essere politici – di vendetta, pressione o propaganda. Inoltre, se anche i diretti artefici del rapimento lo compiono in vista di un guadagno, non è assolutamente detto che mettano in conto l’atteggiamento del paese di cui le vittime sono cittadine. Come in molti casi è avvenuto, infatti, i rapitori possono appartenere a un gruppo politico moderato, o addirittura essere semplici criminali, il cui scopo è poi quello di vendere l’ostaggio alle milizie dello Stato Islamico, che lo sfrutteranno secondo le specifiche logiche di tale organizzazione.

Un secondo ordine di ragioni possiamo trovarlo considerando le condizioni storiche e geografiche dell’Europa. Il Mediterraneo non è affatto un teatro recente di conflitti asimmetrici, al contrario uno dei più lunghi e diffusi scontri a bassa intensità ha avuto proprio luogo tra le sue sponde per circa tre secoli, dal XVI alla prima metà del XIX. Si trattò della guerra di corsa che coinvolse gli Stati barbareschi del Nord Africa – principalmente Tunisi, Algeri e Tripoli – e quelli europei – con in testa quelli della penisola italiana. Allora, della pratica dei rapimenti e delle relative trattative di liberazione si fece una vera e propria arte.

Con i pirati barbareschi si sviluppò un mercato, fatto di schiavitù, conversioni, ricche elargizioni in denaro e frequenti cambi di parte o tradimenti. I terroristi di questa guerra asimmetrica erano i corsari, che non erano soltanto barbari o tagliagole, ma potevano essere addirittura un ordine religioso-cavalleresco, istituito con bolla papale, come i Cavalieri di Santo Stefano. Non era inoltre del tutto improbabile che riscatti o compensazioni provenissero da facoltosi arabi (o ebrei) in favore di cristiani e viceversa, generando una rete di intermediari più interessata ai guadagni che alle lotte confessionali.

Il pagamento per gli ostaggi corrispondeva solo all’ultimo anello – certo più tangibile e manifesto – di una politica generalmente volta al mantenimento di canali di contatto e possibili margini di trattativa. Esso mirava anche a evitare nette cesure e insanabili rancori, nella convinzione che i nemici di oggi non possano esser tali in eterno. Questo era un prodotto della via specifica dell’arte della guerra europea, che da Machiavelli a Clausewitz ha considerato la politica estera con il metro della ragione e non col fervore morale del missionario, rappresentando al contempo la base teorica su cui poggia una linea possibilista nelle relazioni con le organizzazioni terroristiche internazionali.

È lecito però istituire dei paralleli tra le guerre di corsa dell’età moderna e l’attuale situazione in Africa settentrionale e Medio Oriente? Certamente delle affinità sono facilmente riscontrabili, prima su tutte la medesima zona di faglia mediterranea e la conseguente contrapposizione tra mondo islamico e paesi occidentali. Tuttavia le mutate condizioni sociali, economiche e, non da ultimo, tecnologiche, impongono un affidamento all’analogia molto limitato. Piuttosto si tratta di prendere in considerazione un precedente storico nell’attuale dibattito sulle possibilità – e legittimità – di dialogo con lo Stato Islamico. La questione è aperta ed è stata affrontata in altri contributi di questa rassegna (si vedano principalmente le analisi di Alessandro Ricci e di Anna Maria Cossiga), ciò che preme invece sottolineare è come anche la linea adottata nei casi di sequestro possa rispondere a una via diplomatico-politica per la lotta contro il Califfato.

L’accettazione di trattative per la liberazione di concittadini presi in ostaggio potrebbe quindi essere interpretata anche da un punto di vista strategico, e non solo etico. Alla base riposa il legittimo dubbio riguardante la sufficienza dell’opzione militare per risolvere il fenomeno nella sua interezza, ovvero la percorribilità di un’azione parallela, tesa a istituire dialoghi informali con singoli segmenti delle milizie islamiche, nell’intima speranza di poter produrre o sfruttare eventuali spaccature al suo interno. Da questo punto di vista anche i casi di sequestro potrebbero addirittura trasformarsi in occasioni per il mantenimento o la costruzione di canali di contatto, pure con i peggiori nemici.

Tunisia, analisi di un massacro

Seconda destinazione dei turisti italiani diretti all’estero – dopo gli Stati Uniti – nell’immaginario comune la Tunisia è stata raramente associata al rischio terroristico. Le sue spiagge, le sue bellezze artistiche ed archeologiche, la prossimità all’Europa, il clima di apertura che vi si respira l’hanno eletta, per anni, a meta privilegiata di vacanze esotiche sì, ma non troppo. Vacanze nel mondo arabo-musulmano, senza i pericoli e le ansie che queste di norma portano con loro.

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Non a caso, il calo del numero dei visitatori seguito ai subbugli del 2011 è stato tamponato già a partire dal 2013 (dai 7-8 milioni pre-rivolte ai 6 di due anni fa). Status quo ante, o quasi. Nel frattempo, le cronache internazionali citavano il Paese a volte per le vicissitudini della sua neonata democrazia, a volte per episodi di violenza individuale che, per quanto eclatanti negli obiettivi –spesso personaggi pubblici –, non avevano niente a che spartire con gli eventi in corso in Libia, Egitto, Siria ed Iraq.

Sottotraccia, però, , le avvisaglie del pericolo che incombe sulla nostra dirimpettaia meridionale già si manifestavano. Secondo alcune fonti – France 24, ad esempio – il numero dei tunisini aggregatisi alle formazioni combattenti jihadiste – qaediste prima, del Califfato poi – oscilla tra i 3 e 5 mila. Un record: nessun’altra nazione ha contribuito in maniera così determinante a quell’esercito non convenzionale che minaccia l’intero mondo arabo. Ancor più allarmante, per il governo di Tunisi, è la stima relativa a coloro che, dato il proprio contributo alla causa in terra straniera, hanno optato per il ritorno in patria: l’intelligence locale, coadiuvata dalle controparti europee, ammette che oltre 500 militanti siano rientrati sul suolo natio. Pronti, va da sé, a mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti e l’esperienza maturata. Suggellando i loro atti col timbro, famigerato, dell’ISIS, che ha rivendicato l’attentato in un video del quale è ancora incerta l’attendibilità. Altre piste portano, infatti, ad Ansar al Sharia o alla meno nota Okba bin Nafi, affiliata ad Al Qaeda. Stando alle più recenti informazioni trapelate da ambienti dell’esecutivo tunisino, almeno due dei componenti del commando sarebbero stati addestrati nella vicina Libia, ormai santuario dell’estremismo. Una fitta caligine avvolge ancora le biografie dei due soggetti identificati, uno dei quali già noto alle autorità. Dell’altro si sa solo che, durante la sua immotivata assenza durata tre mesi, aveva contattato i familiari con una scheda telefonica irakena. Dettaglio, questo, che lascia presumere una sua precedente affiliazione all’ISIS. Ancor meno chiaro è il numero ed il ruolo dei complici, prima 3, poi  9.

Da alcuni particolari il massacro sembra potersi ascrivere alla tipologia ormai tristemente famosa di gesti compiuti senza una pianificazione realmente strutturata, mirando ad impressionare l’opinione pubblica mondiale, tramite i media. Il fallito assalto al Parlamento, le armi poco sofisticate, il travestimento rudimentale avallano l’ipotesi di un colpo “fatto in casa” da ragazzi tanto giovani quanto esaltati. Per i quali, forse, l’estremismo islamico non è che una variante omicida del ribellismo giovanile. Come per gli attentatori di Charlie Hebdo.

La grossolanità di alcuni errori commessi dai terroristi non deve però indurre ad abbassare il livello di guardia: al contrario, i fatti di Tunisi, alla pari di altri del recente passato, dimostrano come il nuovo terrorismo “liquido”, per parafrasare Bauman, arrechi una minaccia grave a molte comunità nazionali, nei Paesi arabi come in Europa. Minaccia ancor più aggressiva in quanto imprevedibile. Liquida, appunto. Se è vero che, come notava Foreign Policy all’indomani degli attentati di Parigi, il potenziale offensivo di questo nuovo approccio è basso – ad oggi in Italia è estremamente più probabile morire in un incidente d’auto che per mano di un terrorista – è altrettanto vero che la minaccia “fantasma” abbassa il livello di sicurezza percepita, gettando un’ombra sinistra sui gruppi etnici e religiosi minoritari. C’è un filo rosso che lega i recenti avvenimenti di sangue: 1) un sentimento di rivalsa e di mancanza di identità che si impadronisce di giovani musulmani, a prescindere dal passaporto che portano in tasca; 2) l’affiliazione a gruppi estremisti, mediante il contatto fisico o virtuale con figure carismatiche e attraenti; 3) la disponibilità di una somma di denaro, per quanto contenuta, destinata a procurare gli strumenti necessari, armi in primis; 4) l’esistenza di zone franche dove ricevere addestramento.

Se questo è il minimo comune denominatore del fenomeno, purtroppo gli elementi alla sua base sono tanto diffusi quanto difficilmente controllabili.  Tranne il quarto: riportare stabilità nei santuari del terrorismo è, forse, più facile che offrire ai giovani modelli alternativi, bloccare la propaganda estremista via web e i canali di finanziamento illecito. Ed è la risposta “solida” alla più liquida delle minacce.

Se la minaccia è liquida, non si è sicuri da nessuna parte. Neanche in un museo di Tunisi. Ma se la risposta è solida, neanche i terroristi possono sentirsi al sicuro, privati dei loro oggi impenetrabili fortini. Surge irakeno docet.

Turchia: l’intervento della Giordania scalfisce lo scetticismo turco nella lotta all’ISIS

Il mese di febbraio ha mostrato contenuti densi e interessanti risvolti per la Turchia. Sebbene a passi tardi e lenti, sembra che essa si sia incamminata sulla strada della lotta all’ISIS fianco a fianco con la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Martedì 17 febbraio ha visto l’avvicendarsi di tre importanti eventi che segnano il possibile cambio di orientamento di Ankara nei confronti del Califfato Islamico.

Turchia: l’intervento della Giordania scalfisce lo scetticismo turco nella lotta all’ISIS - Geopolitica.info

La prima notizia riguarda la partecipazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito turco, il Generale Necdet Özel, ad una prima riunione tenutasi in Arabia Saudita, volta a coordinare la campagna militare internazionale contro l’ISIS, a seguito dell’inizio dei bombardamenti aerei su Iraq, Siria, Libia da parte di Giordania ed Egitto.

Il secondo importante evento che ha reso partecipe la Turchia, rappresentata in questo caso dal suo Ministro della Difesaİsmet Yılmaz, è stato il Vertice della Casa Bianca, indetto per trovare una veloce ed efficace soluzione per contrastare il reclutamento nelle fila jihadiste di combattenti occidentali, votati a compiere atti terroristici nei loro Paesi di origine. A seguito dei drammatici fatti di Parigi e Copenaghen, la partecipazione turca a tale vertice potrebbe essere un segnale lanciato da Ankara per ritrovare un dialogo con i membri della coalizione internazionale anti-ISIS, dichiarando di essere, come loro, un potenziale bersaglio di eventuali attacchi terroristici.

In ultimo luogo, il Ministro degli Esteri di Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu, ha comunicato l’avvenuta elaborazione di un memorandum d’intesa (MoU) con gli Stati Uniti, i cui lavori di stesura proseguivano dallo scorso autunno, poiché rallentati dalle divergenze tra Washington ed Ankara riguardo l’obiettivo primario da combattere, lo Stato Islamico per gli U.S.A., il regime di Assad per la Turchia.

Tale documento, che verrà firmato nei prossimi giorni dai rappresentanti di Stati Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Turchia, prevede l’avvio, probabilmente a marzo, di un programma di addestramento ed equipaggiamento di 15.000 siriani facenti parte dei gruppi di opposizione moderata al regime di Bashar al-Assad, anche al fine di combattere l’esercito nero.

È ancora troppo avventato supporre che la Turchia stia tentando di chiarire la sua posizione nei confronti dell’ISIS, dopo le accuse di ambiguità ricevute dalla comunità internazionale. Certo è che lentamente qualcosa sta cambiando, come testimonia la ferma condanna del Ministro degli Esteri Çavuşoğlual brutale omicidio del pilota giordano catturato dagli jihadisti.“Abbiamo appreso con grande tristezza dell’uccisione del luogotenente Moaz al-Kasasbeh da parte dell’organizzazione DAESH(acronimo arabo di ISIS). Noi condanniamo questo barbaro atto terroristico ed estendiamo le nostre condoglianze alla famiglia della vittima, al governo e alla popolazione della Giordania”queste le parole delMinistro, manifestando la propria solidarietà nei confronti del Regno Hashemita, Paese con il quale la Turchia condividerà la stesura del memorandum d’intesa.

Ankara ed Amman, infatti, godono di una lunga tradizione di buone relazioni, basate sull’accordo di amicizia siglato nel 1947 e rinforzate dall’eliminazione dell’obbligo del visto alle frontiere, dall’accordo di libero mercato del 2011 e dal crescente volume degli investimenti in Giordania.

La diffusione del video sull’uccisione del pilota da parte dell’IS, ha suscitato profonde reazioni di rabbia e dolore tra la popolazione giordana, espressa dalle dichiarazioni del re Abdullah, che ha promesso una “severa risposta” e ha annunciato l’incremento degli sforzi dell’esercito nei bombardamenti alle postazioni jihadiste in Siria ed Iraq.

La Giordania, fino a poche settimane fa, si considerava un paese moderato, poco convinto della propria partecipazione alla lotta internazionale all’ISIS. Ora è fortemente animata dalla volontà di abbattere il Califfato di Al Baghdadi, che, come ha affermato la regina Rania, offre un’immagine “ripugnante” del Medio Oriente e dell’Islam.

Tale risolutezza da parte della Giordania,desiderosa di vendicare il proprio figlio, sembra aver in parte contribuito all’attenuarsi in Turchia dello scetticismo, non del tutto abbandonato, nel dover fronteggiare l’ISIS. Partecipando all’elaborazione del memorandum d’intesa a fianco della Giordania, sembra che la Turchia abbia lasciato intendere la volontà di assumere una posizione definitiva nello scacchiere internazionale della lotta allo Stato Islamico.

L’ISIS e la lotta per l’egemonia nel mondo sunnita

Negli ultimi mesi il tema del sedicente Stato Islamico è stato al centro dell’attenzione internazionale. Fenomeno reale e pericoloso, ma al tempo stesso di grande rilievo mediatico e non sorprende che proprio su questo piano si giochino molti dei più delicati passaggi di una guerra dalle profonde e durature conseguenze. Molte sono le incertezze legate alla realtà di questa minaccia all’ordine internazionale e alla sopravvivenza stessa di ampie comunità nel Medio Oriente, senza considerare poi l’esportazione del terrorismo anche verso i paesi occidentali.

L’ISIS e la lotta per l’egemonia nel mondo sunnita - Geopolitica.info

Il nome stesso di questa entità che pretende di rappresentare l’Islam è stato ed è ancora oggi fonte di discussione. La questione del nome – ISIS, ISIL, IS, Dāʿish e altri ancora – da utilizzare per riferirsi al gruppo estremista e alle pseudo-istituzioni che questo cerca di consolidare nei territori sotto il suo controllo è stata discussa da molti commentatori. Il fatto stesso di scegliere una dizione piuttosto che l’altra, o di fare direttamente riferimento alla pretesa di rappresentare un nuovo Califfato, aprono una serie di problematiche, che forse al cittadino medio occidentale dicono poco ma che dovrebbero essere attentamente valutate.

Siamo in presenza di una organizzazione estremista che considera il jihad globale un dovere di ogni musulmano e segue un’interpretazione radicale e anti-occidentale dell’Islam, promuove la violenza religiosa affermando di rifarsi all’Islam delle origini e considera infedeli e apostati quanti non concordano con la sua interpretazione del Corano. Viene inoltre condannato il Califfato sotto il dominio ottomano e al tempo stesso mira a fondare uno stato salafita, e quindi esclusivamente sunnita, in Iraq, Siria e in altre aree del levante.

Nell’ottobre 2006 il gruppo annunciava la fondazione dello Stato Islamico dell’Iraq, rivendicando l’autorità sui governatorati di Baghdad, al-Anbār, Diyālā, Kirkuk, Ṣalāḥ al-Dīn, Nīnawā e su parti del governatorato di Babil. In seguito all’espansione del gruppo all’interno della Siria nel 2013 si sono aggiunti i territori corrispondenti grosso modo ai governatorati di Hassaké, Deir el-Zor, al-Raqqa, Homs, Aleppo, Idlib, Hama, Damasco e Laodicea.

Il 29 giugno 2014 veniva infine annunciata la fondazione del Califfato – Stato Islamico appunto – guidato da Abū Bakr al-Baghdādī, che in questo modo non solo intende affermare la propria legittimità sui territori di Siria e Iraq effettivamente controllati, ma soprattutto mira a diffondere all’esterno una immagine di forza e soprattutto a consolidare la propria pretesa di universalità rispetto alla comunità mussulmana, in primo luogo prendendo il controllo di quello che potrebbe assumere la forma di un movimento jihadista globale. La ricerca di una legittimità e la volontà di farsi in qualche modo pubblicamente riconoscere come entità sovrana all’interno della Umma rappresenta in realtà il principale obbiettivo politico del movimento. Su questo piano, in realtà, andrebbe in primo luogo combattuta la battaglia contro quella che non è semplicemente una struttura militare e terroristica.

All’interno del mondo sunnita quest’aspetto è stato in parte percepito come prioritario. Alla fine di agosto del 2014 alcune autorità islamiche egiziane hanno non a caso consigliato ai musulmani di smettere di chiamare il gruppo Stato Islamico ma di fare invece riferimento a separatisti di al-Qāʿida in Iraq e Siria o QSIS mentre molti detrattori dell’ISIS, particolarmente in Siria, si riferiscono al gruppo con l’acronimo arabo Dāʿish – più volgarmente Daesh – che può significare al-Dawla al-Islāmiyya fī ʿIrāq wa l-Shām (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o della Grande Siria), ma può però anche essere letto anche con significati spregiativi.

Gli aspetti che più colpiscono l’immaginario collettivo, quali le persecuzioni religiose, le esecuzioni plateali, la violazione di qualsivoglia diritto umano, conquistano ormai quotidianamente le prime pagine, ma c’è un aspetto di questo conflitto che spesso passa in secondo piano ma che forse può essere la chiave di lettura dell’intera vicenda. Parallelamente alla lotta sul campo, fatta di sofferenze quotidiane, di violenza e di malcelate rivalità internazionali, rimane aperta la delicata questione ideologica e teologica che in realtà può segnare e probabilmente segnerà il destino di questo conflitto.

L’ISIS ha una sua legittimità teologica? Il quesito è in effetti centrale per comprendere l’intera vicenda e la possibilità che in primo luogo in Egitto si sviluppi un dialogo su questo tema tra autorità politiche e rappresentanti dell’Università al-Azhar del Cairo, principale centro d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, lascia intravedere quale potrebbe essere la migliore arma a disposizione dei nemici dell’ISIS. Molto si discute in questi mesi di un intervento internazionale, che appare in realtà ancora piuttosto nebuloso – per quanto i bombardamenti siano sicuramente efficaci, questi non possono certo garantire l’annientamento di un nemico che sul campo continua a dimostrare tenacia e discrete capacità tattiche. In realtà molti sono gli attori coinvolti in questo conflitto che si svolge nel Medio Oriente, in Nord Africa e Africa occidentale.

Il ruolo di paesi come Iraq, Siria, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, per non parlare di Turchia e Iran, contribuisce a definire una dimensione regionale che non ha certo bisogno di vedere il coinvolgimento di Washington e dei paesi europei per dimostrare tutta la sua rilevanza. Quello che si è palesato sul terreno ha molte similitudini con l’esperienza attraversata dall’Europa tra il XVI e il XVII secolo, quando tra dispute teologiche e ambizioni tutte terrene, il continente fu attraversato da conflitti sanguinosi, la cui fine giunse solo dopo che la soluzione delle questioni politiche si sommò ad una chiara definizione di limiti e competenze religiose – e soprattutto all’eliminazione fisica delle fazioni estremiste e alle più palesi forme di deviazione religiosa e politico-sociale. In questo senso esistono diversi punti di contatto con quanto avviene oggi in Medio Oriente e in Nord Africa, soprattutto se consideriamo che l’ISIS combatte una guerra religiosa prima ancora che politica, un tipo di conflitto che le secolarizzate società moderne forse non riescono a concepire nella sua interezza. Appaiono evidenti la complessità e le differenze nelle motivazioni che stanno dietro all’arruolamento di tanti combattenti, che mettono insieme ribelli siriani ed ex-militari sunniti iracheni, disoccupati tunisini e giovani musulmani europei.

Tutte queste differenze debbono in qualche modo essere affrontate a livello politico e con adeguati strumenti di sicurezza. Al tempo stesso, proprio perché questa è anche e soprattutto una guerra di religione – almeno nei suoi obbiettivi complessivi – è sul piano ideologico e teologico che appare possibile e forse opportuno contrastare l’ISIS e proprio per tale motivo risultano evidenti le responsabilità che le autorità musulmane devono assumersi per vincere un conflitto che è in primo luogo loro e che solo nel mondo musulmano può trovare la sua soluzione, nella speranza che questa guerra di religione non duri trent’anni.

Luci ed ombre del decreto legge antiterrorismo

Il decreto legge 7/2015, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 19 febbraio 2015, è la risposta del Governo all’escalation di minacce di attentati in Italia da parte dello Stato Islamico.

Luci ed ombre del decreto legge antiterrorismo - Geopolitica.info

Nel testo del decreto, il Governo è intervenuto in modo deciso sia sul piano delle norme penali che di quelle di procedura, da un lato introducendo nuove figure di reato ed inasprendo le sanzioni per quelle preesistenti, dall’altro concedendo alle agenzie di informazioni per la sicurezza un margine di manovra più ampio e connotato da una maggiore discrezionalità.

Pur concedendo di trovarsi una situazione di urgenza, la scelta di utilizzare lo strumento del decreto legge in materia di politica criminale è assai discutibile si tratta di uno strumento provvisorio e caratterizzato da un’urgenza che mal si concilia con una riflessione approfondita. Nel caso specifico sono state introdotte diverse norme che comportano una significativa compressione dei diritti e delle libertà individuali, prima fra tutte la libertà di espressione.

Su un piano penale, il decreto ha esteso l’apparato repressivo previgente anche ai soggetti che vengano arruolati in organizzazioni terroristiche e a coloro che organizzano, finanziano o propagandano viaggi finalizzati al compimento di attività di terrorismo. Sotto altro profilo, il decreto ha parificato all’addestramento il più problematico comportamento dell’aver acquisito, anche autonomamente, le istruzioni per la preparazione o sull’uso di materiali esplosivi, armi o sostanze nocive o pericolose.

Rispetto alla normativa già in essere, il legislatore ha anticipato la repressione penale ad una serie di condotte soltanto prodromiche, ed in taluni casi meramente preparatorie, ad atti di terrorismo. L’antiterrorismo è, ovviamente, un settore del diritto penale in cui si tende a sanzionare condotte di pericolo invece che di danno, ma sembra che il Governo abbia anticipato la soglia di punibilità di tali reati in maniera piuttosto disinvolta.

In particolare, sottoporre a sanzione “comportamenti finalizzati alla commissione di condotte” di terrorismo desta serie perplessità, poiché introduce una valutazione assolutamente discrezionale sul confine tra atti preparatori – non punibili – ed inizio dell’esecuzione, penalmente rilevante. Un comportamento “finalizzato alla commissione di una condotta” può, senza eccessive difficoltà, essere strumentalizzato per situazioni in cui non vi sia alcun reale intento nocivo, né concrete capacità di offesa.

L’art. 2 del decreto ha introdotto, inoltre, un’aggravante per il fatto che venga commesso attraverso strumenti informatici o telematici, che trova applicazione tanto per le condotte di addestramento di cui all’art. 270-quinquies che ai reati di istigazione ed apologia.

Quest’ultima scelta appare discutibile, poiché invade con prepotenza la sfera della libertà di espressione, anche al di fuori di un effettivo allarme sociale o di adesione ad un’organizzazione – o ad un messaggio – intrinsecamente terroristico. A titolo di esempio, basti pensare che potrebbe essere considerata apologia a mezzo internet l’opinione favorevole – od il biasimo non sufficientemente incondizionato – espressa su un social network riferita ad esempio alle proteste No-Tav in Val di Susa, o a talune organizzazioni per la liberazione della Palestina. Il concetto di terrorismo, infatti, se da un lato si ricava dalle modalità delle azioni, dall’altro è condizionato dall’inserimento di un movimento nelle liste delle Nazioni Unite o di altre organizzazioni sovranazionali.

Il rischio, neppure tanto remoto, è che una normativa presentata come protezione da aggressioni esterne venga utilizzata, nei fatti, per reprimere le potenzialità espressive interne.

Il Governo ha inoltre introdotto l’obbligo, per i fornitori di connettività, di inibire l’accesso ai siti inseriti in un’apposita lista, nonché la rimozione del soggetto che si ritiene compia attività terroristiche per via telematica: i fornitori di connettività sono tenuti all’immediata esecuzione di quanto richiesto, senza però che al soggetto inibito siano concessi gli ordinari rimedi avverso tali provvedimenti.

L’art. 3 del decreto introduce ulteriori figure di reato relative alla detenzione abusiva ed alle omesse comunicazioni in materia di precursori di sostanze esplodenti, intervenendo su un piano di difesa preventiva, per impedire la fabbricazione domestica di sostanze esplodenti.

L’art. 4, invece, parifica al terrorismo l’attività dei cosiddetti foreign fighters, qualora si agisca a sostegno di un’organizzazione che persegue finalità terroristiche: in questo caso è ben comprensibile che la norma tende ad ostacolare la formazione bellica di ipotetici terroristi.

Per quanto attiene, invece, le misure introdotte in ambito processuale, l’intervento legislativo è volto al rafforzamento delle tutele e delle facoltà degli agenti delle forze di polizia e dei funzionari dei servizi di informazioni per la sicurezza.

In particolare, l’art. 6 introduce la possibilità per questi ultimi di avere colloqui personali con detenuti al fine di acquisire informazioni per la prevenzione di delitti con finalità terroristica di matrice internazionale, su autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.

L’art. 8 amplia la garanzia funzionale per i funzionari dei servizi di informazioni per la sicurezza anche ai reati di terrorismo. In altre parole, quando sono autorizzati al compimento di attività indispensabili alle finalità istituzionali di tali servizi, che altrimenti costituirebbero reato, non sono punibili per tali condotte: l’ampliamento dell’area di non punibilità ha il fine di garantire l’effettività della funzione istituzionale, che difficilmente può coesistere con la normativa generale.

Sotto altro profilo, il decreto garantisce, agli agenti che svolgano attività con identità di copertura, la possibilità che vengano mantenute tali identità anche nel corso dei procedimenti penali in cui siano chiamati come testimoni.

L’intervento legislativo sembra complessivamente frettoloso, e se dal punto di vista degli strumenti forniti alle agenzie di informazione e alle forze di pubblica sicurezza ha il merito di consentire con maggior efficienza allo svolgimento dei compiti istituzionali, sul piano delle norme sostanziali sembra eccessivamente orientato alla demonizzazione indiscriminata non solo del “nemico”, ma anche del semplice cittadino non sufficientemente entusiasta del sentimento condiviso.

Con l’effetto, assolutamente paradossale ma in fondo ironico, che una guerra in nome della libertà altrui viene combattuta, difesa e sostenuta dalla compressione della propria.