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Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

La morte di al-Baghdadi e l’al-Qaedizzazione dell’Isis

L’uccisione di al-Baghdadi da parte delle forze speciali Usa è un evento che impatta sulle future traiettorie del terrorismo internazionale. Proviamo ad analizzare su un piano organizzativo cosa comportano gli ultimi avvenimenti della lotta al terrorismo in Siria e in Iraq, e su un piano politico-militare le premesse che hanno portato all’operazione americana.

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Chi era al-Baghdadi

Partiamo con un breve profilo del leader del terrorismo internazionale che negli ultimi anni ha terrorizzato l’Occidente: nato a Samarra nel 1971, da una famiglia di estrazione sociale umile, si distingue per una grande predisposizione allo studio teologico, tale che viene convinto a trasferirsi a Baghdad (la città che gli fornirà l’appellativo), per studiare teologia islamica all’Università. Si distingue, in gioventù, anche per un’altra predisposizione, ben più effimera ed eretica se paragonata all’intransigenza legislativa imposta dai suoi colonnelli nei territori dello Stato Islamico: quella per il calcio. Al-Baghdadi, ai tempi ancora come  Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri, si dilettava infatti in lunghe partite di pallone, come raccontano i suoi fedeli.

Durante l’invasione americana in Iraq del 2003, il futuro Califfo si unisce alla rivolta jihadista, e viene catturato dagli Stati Uniti nel 2004: trascorrerà diversi mesi a Camp Bucca, carcere gestito dagli Usa nei pressi di Umm Qasr. E’ proprio qui che stringerà i rapporti con i maggiori esponenti del jihadismo iracheno e del qaedismo, ed alla morte dei principali leader della galassia jihadista negli anni a seguire, si ritroverà la strada spianata per prender il potere e gettare le basi per la costituzione del futuro Stato Islamico.
La guerra civile siriana fornisce, ad al-Baghdadi, la possibilità di far evolvere il progetto che al-Zarqawi aveva iniziato con la creazione nel 2004 di Al-Qaeda fi Bilad al-Rafidayn, conosciuta come Al-Qaeda in Iraq ma letteralmente “Al-Qaeda nel paese tra i due fiumi” (premettendo quindi il rifiuto delle entità statuali presenti in Medio Oriente): 10 anni più tardi, il 29 giugno 2014, Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri annuncerà infatti la nascita dello Stato Islamico, autoproclamandosi come Califfo Abu Bakr al-Baghdadi., cancellando nei fatti la frontiera tra la Siria e l’Iraq e fornendo una territorialità all’idea originaria di al-Zarqawi.

Il discorso, pronunciato nella vecchia Moschea di al-Nuri a Mosul, avrà un impatto fortissimo a livello mediatico e propagandistico: viene ripresa dalle televisioni di tutto il mondo, e lancia nell’immaginario jihadista un nuovo modello di riferimento che per gli anni a seguire sfiderà l’egemonia islamista di Al-Qaeda nel mondo.

L’operazione militare e il piano politico

Alle ore 23, ora locale, del 26 ottobre, 8 elicotteri CH-47 Chinhook hanno bombardato per circa 2 ore il bunker di al-Baghdadi nei pressi di Barisha, vicino Idlib. In seguito, un commando della Delta Force è entrato nel compound: il Califfo ha tentato la fuga tramite un tunnel sotterraneo, però senza uscita, e oramai spacciato ha azionato una cintura esplosiva, uccidendo sé stesso, 2 mogli e 3 figli. Nell’operazione hanno perso la vita anche una decina di suoi uomini, mentre non risultano feriti tra il commando americano.

Su un piano politico, sono molte le ipotesi tratteggiate dai vari analisti internazionali che riguardano il retroterra che ha portato all’uccisione del leader dell’Isis. Trump, nel suo discorso in conferenza stampa, ha ringraziato la Russia, la Siria, la Turchia e i curdi: dall’uscita della notizia, diversi attori si sono accreditati a protagonisti della vicenda, rivendicando importanti informazioni fornite agli Stati Uniti sull’esatta posizione di al-Baghdadi.
Difficile valutare la veridicità degli elementi che filtrano sull’operazione: la base di partenza degli elicotteri Usa (ufficialmente partiti da Erbil quando a pochi km da Idlib si trovano diverse basi militari di un paese Nato come la Turchia), l’esatto svolgimento dell’operazione, gli alleati che più di tutti hanno aiutato gli Stati Uniti nell’identificazione del target.

Tre elementi che possiamo citare, e che forniscono degli spunti politici:

  • la provincia di Idlib era uno dei territori maggiormente accreditati per la protezione del Califfo, oramai privo di luoghi “amici” dal crollo dell’ultima enclave Isis a Baghouz. Secondo le ultime informazioni, che filtrano da ambienti curdi e dal Dipartimento di Stato Usa, sono stati proprio i curdi, tramite una rete di informatori, a fornire importanti indizi sulla posizione del Califfo, e che da maggio 2019 le maglie della rete intorno al leader dell’Isis si erano ristrette sempre più;
  • fa altresì pensare, sicuramente, la tempistica del ritiro statunitense e l’inizio dell’operazione turca in Siria: i curdi potrebbero essere stati usati come pedina di scambio dai turchi, che mantengono una notevole influenza sulla regione di Idlib?
  • la capacità militare statunitense in fase di disimpegno: Washington manda un fortissimo segnale agli attori locali e non solo. Il disimpegno non preclude la capacità Usa di proiettare potenza: mantengono la facoltà di lanciare missioni in profondità, con unità leggere, estremamente efficaci e poco dispendiose in termini di cosi e di vite umane.

Il futuro dell’Isis: “al-Qaedizzazione” dell’organizzazione?

Partiamo da due assunti: che l’uccisione di al-Baghdadi sia un elemento marginale per il futuro dell’organizzazione è falso. Che questa abbia definitivamente sconfitto il “brand” Isis, anche.
Ora proviamo a muoverci all’interno di questi due assunti:

  • sicuramente l’uccisione della testa di un’organizzazione è un fattore importante, che comporta ripercussioni per il futuro e la struttura dell’organizzazione stessa. Soprattutto in vista del problema della successione: la scelta di un nuovo leader deve essere presa al più presto, e il nuovo leader entrerà in conflitto gioco forza con le varie rivalità territoriali. Va anche preso in considerazione il senso di disorientamento dei suoi seguaci: sono giunte diverse testimonianze del dolore e dell’incredulità all’interno dei campi di prigionia dei miliziani dell’Isis e dei loro familiari, tra la Siria e l’Iraq, alla notizia della morta di al-Baghdadi.
    Senso di disorientamento e di panico che si accompagna anche tra i luogotenenti del Califfo, che unito alle enormi perdite economiche subite negli ultimi anni dall’Isis, rischia di rendere complicato il problema della successione, e di frazionare in piccoli clan le varie divisioni interne all’organizzazione.
    Nel merito, una delle figure più accreditata per la successione è quella di Abdullah Qardash, ex militare dell’esercito di Saddam, si affilia ad al-Qaeda dopo l’invasione americana dell’Iraq e anche lui viene recluso nella prigione di Camp Bucca, dove conosce al-Baghdadi;
  • l’Isis non morirà, ma sicuramente si assisterà ad una mutazione: la perdita di territorialità, unita alla scomparsa dello storico leader, causerà un inevitabile calo dell’appeal mediatico nella galassia jihadista internazionale.
    La grande differenza con al-Qaeda era rappresentata proprio dalla capacità dello Stato Islamico di aver definito un territorio, dei confini e delle istituzioni, fornendo concretezza al progetto di costituzione di una casa dell’Islam dove rivivere i fasti del periodo dei primi 4 Califfi, i “califfi rāshidūn”, i “retti”.
    Un progetto, quello di al-Baghdadi, che aveva senza dubbio fornito speranza e illusione per i jihadisti, non solo della regione, tanto da aver assistito a numeri di migrazioni di combattenti da tutto il mondo che hanno ricordato la prima grande chiamata internazionale al jihad, quella in Afghanistan contro l’Unione Sovietica.
    Si potrebbe quindi assistere a una sorta di “al-Qaedizzazione” dell’organizzazione Isis: una struttura maggiormente fluida, svincolata dal concetto di territorialità proprio dell’esperienza del precedente “Califfato”, formata da divisioni autonome e composte da un numero basso di adepti.
    L’ex Stato Islamico può inoltre mutare anche dal punto di vista delle alleanze: la fine delle dispute territoriali, in Siria e in Iraq, potrebbe significare la fine della rivalità con la stessa al-Qaeda e le altre varie sigle presenti nella galassia jihadista. Uno scenario possibile sia su scala regionale, date le evidenti difficoltà che il fronte salafita sta affrontando in Medio Oriente, sia su scala globale.

 

La minaccia per l’Europa

La perdita della testa del serpente non significa di conseguenza una maggiore tranquillità per la sicurezza del continente europeo: può significare uno stop, momentaneo, agli attentati di larga portata, sul modello del Bataclan, in favore di attacchi a bassa intensità, con armi bianche o con veicoli.
Un ulteriore pericolo per l’Unione Europea è sicuramente quello dei foreign fighters con cittadinanza europea: disillusi dopo aver assistito alla sconfitta dello Stato per il quale hanno combattuto, cambiando vita e rispondendo alla chiamata internazionale della jihad, rappresentano un rischio non solo dal punto di vista securitario, ma anche giuridico, data la difficoltà che i diversi ordinamenti degli Stati membri hanno nel contrastare con efficacia tale fenomeno.
L’ampio numero dei foreign fighters, al momento privi di una catena di comando in grado di organizzare attacchi, unito a quello dei radicalizzati già presenti in territorio europeo, aumenta il rischio di azioni dei cosiddetti “lupi solitari”, cioè individui posti all’estremo dell’organizzazione jihadista che decidono autonomamente di attaccare obiettivi civili, magari per vendicare la morte del loro ex leader.
Su questo, è importante sottolineare la simbologia della morte di al-Baghdadi, che si è fatto saltare in aria con una cintura esplosiva durante il blitz americano: fatto, questo, che lo rende a tutti gli effetti un “martire” per i sostenitori dell’Isis.
L’attacco suicida (amaliyyat intihariyya), come ultimo tentativo in un combattimento, come teorizzato da Abdallah Azzam, fondatore palestinese di al-Qaida, è stato celebrato tra i canali web dai sostenitori dell’Isis che hanno immediatamente fornito l’appellativo di “martire” (shahid) al defunto Califfo. Considerata la grande propensione all’emulazione di una modalità operativa a cui si è assistito negli ultimi anni all’interno della galassia jihadista internazionale, la portata simbolica della morte di al-Baghdadi non può essere sicuramente sottovalutata.
Come non deve essere sottovalutato l’annuncio del successore del Califfo: l’identikit del nuovo leader dell’Isis sarà utile per tracciare un profilo, ideologico e operativo, e per provare a delineare il nuovo aspetto che assumerà l’organizzazione.

La morte di Al Baghdadi: quale futuro per lo Stato Islamico?

La morte del Califfo – È morto il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Ad annunciarlo ufficialmente, dopo che si sono rincorse le voci nel corso delle ultime 24 ore, è stato Donald Trump nel corso di una conferenza stampa tenuta alle 9 di questa mattina ora statunitense. Il raid nel compound nella Siria nordoccidentale dove era tenuto nascosto il leader dello Stato Islamico è avvenuto dopo che gli Stati Uniti hanno raccolto informazioni da diverse fonti. Tra queste, è risultato di cruciale importanza il ruolo dei curdi. Il presidente statunitense ha però tenuto a precisare il contributo della Russia, della Siria, dell’Iraq e della Turchia, rimarcando quanto prioritario sia stato quest’obiettivo fin dal primo giorno della sua amministrazione.

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La morte del Califfo era stata data per certa diverse volte, soprattutto da parte russa. L’apparizione più recente è dello scorso aprile, quando si mostrò in un video messaggio che invocava alla guerra senza limiti e con obiettivi differenti rispetto a prima, inaugurando una seconda fase nella vita dello stesso Stato Islamico. Con la sua morte, oggi, se ne apre una terza, perché lo Stato Islamico non smetterà di vivere con la fine del suo leader.

Le origini del Califfato – Baghdadi si era proclamato il Califfo dello Stato Islamico nel luglio del 2014, quando apparve nel primo video-messaggio nella gran moschea di Mosul. Da quel momento l’Isis si era radicato territorialmente assumendo a tutti gli effetti il controllo su parti imponenti di territorio tra l’Iraq – dove era inizialmente sorto surclassando anche Al Qaeda – e la Siria, sfruttando a proprio favore la crisi politica interna in entrambi i paesi. Dopo questa prima definizione territoriale, l’espansione dell’organizzazione ha fatto sì che il nome sia cambiato fino al definitivo Stato Islamico (IS), laddove era scomparsa ogni traccia di riferimento geografico ben preciso assumendo un carattere globale.

Una geografia globale – Gli attentati avvenuti nell’arco di questi anni configurano infatti una geografia realmente globale del Califfato, che non tiene conto dell’appartenenza nazionale ma unicamente di quella religiosa, secondo l’impostazione più radicale della lettura del Corano. L’efferatezza delle immagini pervenute fino a noi riguardava certo la lotta contro l’Occidente e lo stile di vita secolarizzato e distante, ai loro occhi, dall’Islam, ma anche l’idea di una lotta senza quartiere.

È per questo che risulta del tutto inopportuna l’insistenza dei media occidentali nell’attenuare la dicitura di Stato Islamico anteponendo “cosiddetto”, “autoproclamato”, “sedicente” e così via. Il Califfo ha di fatto guidato uno Stato Islamico, che ha senso di esistere in quanto tale e non come Stato di impostazione westphaliana.

I ruoli del Califfo – L’Isis è certamente una organizzazione verticistica che si basa molto sulla legittimità del proprio punto di riferimento politico e religioso. Nellateologia politica” musulmana, secondo le interpretazioni fornite da illustri studiosi nel corso degli ultimi anni, il Califfo riveste storicamente una duplice funzione: egli ha una responsabilità politica e religiosa al tempo stesso. Deve amministrare il territorio sotto la sua giurisdizione, deve supervisionare il controllo del territorio e delle sue suddivisioni amministrative, ha la responsabilità ultima dei suoi sottoposti e gestisce il sistema di tassazione interna. Religiosamente, ha il compito di allargare l’orizzonte musulmano, tentando di inglobare le parti di globo terrestre che non sono sotto la sua amministrazione, persegue il jihad e deve provare ad estendere il dar al-Islam ai discapito del dar al-harb. È la duplice funzione che Baghdadi ha rivestito dal luglio del 2014 ad oggi, determinando una geografia dell’incertezza che ha scardinato i confini geopolitici del Medio Oriente, sebbene per un periodo limitato.

Che cosa avverrà – La domanda che si pone ora è: la morte del Califfo corrisponde davvero alla conclusione dell’esistenza dello Stato Islamico? Molti media occidentali avevano già dato per chiusa l’esperienza dell’Isis, quando nel marzo scorso era terminata la sua presenza territoriale con la battaglia di Baghouz. Il successivo video-messaggio ad opera proprio di al Baghdadi aveva il senso di ribadire la vitalità del Califfato e la saldezza della sua leadership nell’organizzazione e nel mondo radicale salafita.
Certamente, l’operazione condotta dagli Usa e portata a termine rappresenta un colpo importante inferto all’Isis, ma bisogna considerare la tenuta anche negli ultimi mesi, quando ha mostrato la sua drammatica vitalità con attentati che hanno colpito l’estremo oriente e l’Occidente.

La terza fase dell’Isis – Nell’analisi dell’attuale scenario vanno presi in considerazione sia il ruolo che al Baghdadi ha avuto sino ad oggi sia la capacità dell’Isis di rigenerarsi, trovando nuove vie per perseguire il jihad e per tentare di accentrare su di sé le energie jihadiste nel mondo.

Con la morte di Baghdadi sembra aprirsi una terza fase dello Stato Islamico, dopo la seconda cominciata proprio con la chiusura dell’esperienza territoriale e con l’ultimo video-messaggio del Califfato. In questa nuova condizione sarà di cruciale importanza quanto avverrà sul territorio tra la Siria e l’Iraq. La tenuta del paese di Assad nello scacchiere mediorientale è di cruciale importanza, soprattutto dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi. In quello che diventerà un Medio Oriente post-americano, com’è stato recentemente definito da Foreign Affairs, non si affaccia solo la crisi turco-siriana ma anche il nuovo ruolo che gli affiliati allo Stato Islamico interpreteranno per tenere viva la più temuta organizzazione jihadista del mondo.

Leggi anche:

Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019

I 7 messaggi nel video di Abu Bakr al-Baghdadi. Si apre una nuova fase del Califfato

 

 

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L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab

Quando sentiamo parlare di terrorismo islamico, il primo nome che ci viene in mente è quello dell’ISIS, attivo soprattutto in Siria ed Iraq, o quello di Al Qaeda, noto per gli attentanti dell’11 settembre 2001. Secondo l’analisi del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses Terrorism, l’84% degli attentati terroristici di matrice islamista sono avvenuti tra Medio-Oriente,Asia ed Africa e queste zone rappresentano anche il 95% delle vittime di terrorismo nel mondo.

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab - Geopolitica.info

L’Africa da sola conta circa il 25% degli attacchi terroristici avvenuti nel mondo ed è dunque, dopo l’Asia, il continente più colpito dal terrorismo. Stando quindi ai dati sopra riportati non si può parlare di terrorismo islamico senza analizzare i suoi effetti sul continente africano. In Africa sono presenti innumerevoli gruppi terroristici islamici affiliati ad ISIS o ad Al Qaeda e altri movimenti di matrice islamica. Tra i più importanti troviamo Al-Shabaab, cellula di Al Qaeda operante tra Somalia, Kenya e Uganda, e Boko Haram operante tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad ed affiliato all’ISIS.

Negli ultimi anni Al-Shabaab ha superato Boko Haram in termini di attacchi e vittime, diventando il gruppo terroristico più pericoloso dell’Africa totalizzando nel 2018, 1593 attacchi rispetto ai 500 portati a termine da Boko Haram, senza contare che i 4557 decessi (contro i 3329 di Boko Haram) relativi agli attentati compiuti da Al-Shabaab corrispondono a quasi il 44% del totale delle vittime causate nel 2018 dal terrorismo di matrice islamica in Africa.

Al-Shabaab: origine ed evoluzione

Al-Shabaab (in arabo “gioventù”) nasce nel 2006 come movimento giovanile estremista, all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, una rete di gruppi islamici che nel 2006 si schiera contro il Governo federale di transizione somalo. Dopo la sconfitta e la dissoluzione dell’Unione, avvenute nel dicembre 2006, Al-Shabaab riesce ad emanciparsi e ad emergere come gruppo autonomo schierandosi anch’esso contro il Governo federale di transizione, anche grazie all’arrivo di ex-veterani della precedente guerra civile somala, oltre che agli ex-militanti dell’Unione delle Corti Islamiche. Nel corso del tempo, la cellula terroristica ha esteso la sua influenza su diversi territori, imponendo alle popolazioni locali una versione ristretta della sharia–la legge coranica. Per quanto concerne l’aspetto ideologico, Al-Shabaab si è sempre contraddistinto per la sua duplice anima: una più radicale, influenzata dalla dottrina wahabita tipica dei Paesi del Golfo e un’altra più ‘autoctona’ e nazionalista, che mira alla costituzione di un Emirato nel Corno d’Africa.

A partire dal 2011 Al-Shabaab si è reso responsabile di vari attentati nel nord del Kenya. Il rischio di altre azioni armate da parte del gruppo terroristico somalo ha spinto il Kenya ad appoggiare la Somalia e l’operazione Linda Nchi (traduzione somala di “proteggere il paese”) per cercare di contenere il movimento. L’operazione ha ridotto considerevolmente il numero dei guerriglieri di Al-Shabaab, che sono passati da più di 15 mila a circa 6 mila.

L’affiliazione con Al-Qaeda, ufficializzata nel 2012, porta al gruppo somalo nuova forza e potere dopo un breve periodo di crisi causato dalla perdita del controllo di una parte del territorio ed alle numerose defezioni dei miliziani. Il connubio con il gruppo capeggiato da Al-Zawahiri ha modificato profondamente l’aspetto del movimento, con un arrivo importante di combattenti, in particolare da Afganistan e Arabia Saudita, e proprio questi ultimi hanno introdotto nella strategia degli attacchi la tecnica degli attentati suicidi, precedentemente rifiutata da Al-Shabaab.

Il teatro operativo

La Somalia rappresenta il principale teatro operativo del gruppo terroristico. Negli ultimi anni i jihadisti hanno perpetrato un grande numero di attacchi contro una serie di obiettivi specifici a Mogadiscio, tra cui alberghi che ospitano stranieri, posti di blocco militari ed aree adiacenti ai palazzi governativi. L’azione terroristica più rilevante e cruenta è quella condotta, tramite un autobomba, davanti ad un hotel vicino al Ministero degli esteri a Mogadiscio (14 ottobre 2017). L’attentato ha provocato la morte di oltre 320 persone, considerato il più grave atto terroristico nella storia della Somalia e definito “l’11 settembre somalo”.

Dopo l’affiliazione con Al-Qaeda, Al-Shabaab ha esteso il proprio raggio d’azione, iniziando ad attaccare anche il Kenya. Nel settembre del 2013, i fondamentalisti somali hanno rivendicato l’attacco armato al centro commerciale Westgate di Nairobi, che ha provocato la morte di oltre 60 persone. Un anno e mezzo dopo, nell’aprile del 2015, un commando di terroristi di Al-Shabaab ha fatto irruzione all’interno della North Eastern Garissa University uccidendo 150 persone. L’ostilità degli estremisti somali verso il Kenya è da ricercare nel contributo che quest’ultimo fornisce, in termini di truppe, alla missione dell’Unione Africana Amisom. Al-Shabaab ha rivendicato attentati anche in Uganda, Etiopia e Gibuti.

Il Dipartimento di Stato americano nell’ultimo Country Rreport on Terrorism evidenzia come la milizia islamista mantenga un certo controllo in alcune zone rurali della Somalia, nonché una presenza destabilizzante in alcune aree urbane, dove è ancora in grado di operare in relativa sicurezza. Negli ultimi annil’ISIS è diventato competitor locale di Al-Shabaab contentendone l’egemonia per il corno d’Africa. Nel 2015 Abdul Qadir Mumin, uno dei leader del gruppo somalo, ha giurato fedeltà al Califfato di Al-Baghdadi, provocando una scissione interna al movimento. Dopo l’affiliazione a Daesh, Mumim si è rifugiato nella zona del Galgala dove sono state allestite le prime basi operative della branca somala dell’ISIS.

La nuova cellula jihadista, nonostante le dimensioni ridotte, è riuscita ad incorporare al suo interno alcuni clan locali. In più, fanno parte del network terroristico di Mumimanche ex miliziani di Al-Shabaab e combattenti dell’ISIS provenienti dalla Siria, Iraq e Libia. I rapporti tra i due gruppi fondamentalisti sono chiaramente conflittuali, la leadership di Al-Shabaab ha annunciato una ferrea presa di posizione contro Mumim e i suoi seguaci, minacciando di morte chi sceglie di unirsi all’organizzazione rivale. A sua volta, il Califfato ha promesso ritorsioni e rappresaglie in risposta alle intimidazioni degli avversari.

L’amministrazione Trump

Un altro fronte di scontro importante del gruppo terroristico somalo è quello contro gli Stati Uniti. Da quanto Donald Trump è diventato presidente gli attacchi aerei degli Stati Uniti sono aumentati sensibilmente. Secondo i dati del Dipartimento di Difesa americano gli attacchi aerei compiuti dagli Stati Uniti in Somalia lo scorso anno sono stati 47 e hanno ucciso 326 persone. L’intensità dei bombardamenti nei primi mesi del 2019 suggerisce un aumento ulteriore degli attacchi nell’anno incorso rispetto al precedente. Inoltre è aumentato anche il numero delle persone uccise, che il governo americano continua a classificare solamente come miliziani di Al-Shabaab, non riconoscendol’esistenza di morti civili.

Non c’è stato, quindi, alcun cambio di strategia deciso dall’amministrazione Trump: la missione americana continua a fornire sicurezza al governo somalo, aiutandolo a sviluppare un esercito e un’intelligence stabili per fronteggiare la minaccia terroristica. Oggi in Somalia ci sono circa 500 soldati statunitensi, per lo più forze speciali con funzioni di addestramento dell’esercito e delle truppe anti terrorismo locali.

Come dimostra una recente analisi dell’Africa Center for Strategic Studies gli attacchi operati daparte di Al-Shabaab sono in calo rispetto all’anno precedente ma sono controbilanciati dall’aumento dell’insorgenza nel Sahel. Nonostante ciò, Al-Shabaab continua ad essere il gruppo più attivo in Africa, le vittime del movimento somalo corrispondono al 42% del totale relativo all’insorgenza ditutti i gruppi militanti islamici attivi in Africa.

L’Heritage Institute for Policiy Studies di Mogadiscio ha pubblicato un report sulla situazione politico-militare in Somalia dal quale si evince che nonostante abbia circa 22 mila effettivi, l’AMISOM da sola non ha più la forza per sconfiggere i ribelli islamici. Detto ciò e considerati gli studi più recenti almeno nel medio termine Al-Shabaab continuerà a costituire una seria minaccia per la Somalia, per l’AMISOM e per la sicurezza di altri paesi quali Kenya e Uganda.

In conclusione, il terrorismo islamico in Africa è un terrorismo violento ed in espansione, che seppur in alcune zone conti meno vittime, può rappresentare un problema anche per l’Europa. In Libia, ad esempio, il jihadismo è un problema ancora non risolto, Al-Qaeda sta estendendo le sue ramificazioni nel Magreb e il Sahel sta diventando sempre di più il centro propulsore del terrorismo di matrice jihadista e di certo le rotte dei migranti aiutano il trasferimento di jihadisti e potenziali jihadisti nelcuore del nostro continente.

Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019

Di seguito la traduzione dei tratti salienti dell’ultimo video di 18.22 minuti di Abu Bakr al-Baghdadi, dall’inglese verso l’italiano, pubblicato da Al Furqan media center il 29 aprile e tradotto dall’arabo da Halummu Media.

Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019 - Geopolitica.info

Il jihad e l’elogio del martirio per la difesa dell’Islam

Dopo benedizioni iniziali: “La guerra per l’Islam e per la sua gente contro la Croce e il suo popolo sarà lunga. Sebbene la battaglia di Baghouz sia terminata, essa ha dimostrato la ferocia e la brutalità della nazione della Croce contro la Umma musulmana. Al contempo, ha dimostrato il coraggio, la tenacia e la fermezza della Umma musulmana. Tale fermezza ha scosso i cuori dei crociati e ha amplificato la loro lotta e il rancore contro la salda Umma musulmana.

Sia lodato Allah e voi fratelli, emiri e governatori locali che vi siete alternati in questa provincia fino a essere scelti da Allah, come noi vi consideriamo, anche se è lui il giudice ultimo. Il primo di questi è stato il fratello Abu ‘Abdul-Rahman al-‘Anqari at-Tamini, della Penisola di Moametto (PBUH). Poi il vostro fratello Abu Hajar ‘Abdul-Samad al-‘Iraqi at-Talibi, che ha preso su di sé l’incarico del comando; egli ha sacrificato la sua vita e la sua salute.

Poi gli è succeduto il vostro fratello Abul-Walid as-Sinawi, al quale è subentrato il vostro fratello ‘Abdul-Ghani al-‘Iraqi. L’ultimo è stato il vostro fratello Abu Mus’ab al-Hijazi che proviene dalla Penisola di Maometto (PBUH). La saldezza, il portamento e la determinazione di questi fratelli sono stati la ragione per cui i mujahidin e i combattenti sono rimasti saldi, a dispetto del ristretto stretto spazio della battaglia, dell’immensa entità del feroce assalto dei Crociati e del soffocante assedio. Grazie alla perseveranza di questi uomini, il popolo dell’Islam ha resistito in quel punto.

Non dobbiamo dimenticare di menzionare nemmeno i vostri fratelli, i combattenti dei media, su tutti Abu ‘Abdullah al-Ustrali, Khallad al-Qahtani, dalla Penisola di Maometto (PBUH), Abu Jihad ash-Shishani, Abu Anas Fabien al-Faransi e suo fratello Abu ‘Uthman, che Allah abbia misericordia di loro. Non dimentichiamo nemmeno il coraggio e il valore dei membri del Comitato della Sharia, su tutti Abu Raghad ad-Da’jani, della Penisola di Maometto (PBUH).

Una menzione va fatta anche per i vostri fratelli che hanno portato il più pesante fardello di questa battaglia: il personale militare, inclusi emiri e soldati, battaglioni e brigate, così come quanti hanno fatto del loro meglio per organizzare e prendersi cura delle loro necessità e dei bisogni durante la battaglia. Tra tutti, il vostro fratello Abu Yasir al-Baljiki e Abu Tariq al-‘Iraqi, tra i molti altri. Se non li ricordiamo, non subiranno alcuna perdita, perché Allah li conosce al meglio. Che egli possa avere misericordia di loro e accettare le loro azioni. Che egli possa ricompensarli con bontà per conto della Ummah islamica. Essi hanno affrontato i Crociati in questa battaglia, dimostrato la loro massima capacità e provato al mondo intero che i mujahidin prendono il sopravvento quando combattono contro gli infedeli. Essi hanno sostenuto la verità che rappresentano.

Noi preghiamo Allah perché i vostri fratelli mujahidin nello Stato Islamico, a partire dalle battaglie di Baiji, Mosul e Sirte fino a Baghouz non abbandonino la fede, perché non lascino quella terra agli infedeli, ma solo i loro corpi e parti di esso. Che Allah possa ricompensarli con bontà e accettare le loro azioni. Tutti loro sono stati la ragione della saldezza di questa Ummah in questo piccolo tratto di terra. Chiediamo ad Allah di accettare le loro morti come martirio, di guarire le loro ferite, di liberare i prigionieri e accettare le loro offerte. Col permesso di Allah, i fratelli non dimenticheranno i loro sacrifici, la loro offerta e il loro contributo. Essi saranno vendicati e non saranno mai dimenticati, finché i loro fratelli resteranno in vita.

La guerra totale e la battaglia di logoramento nel Levante, in Libia e in Africa

Questa battaglia avrà un seguito, col permesso di Allah. Che egli possa ricompensare i fratelli in tutta la provincia per la loro benedetta e unificata incursione 92 operazioni in 8 paesi, per vendicare i loro fratelli nel Levante. Il significato di queste operazioni sta nell’unità d’intenti mostrata dai mujahidin, così come nella loro saldezza, nella loro consapevolezza, nella percezione dei mezzi necessari per la battaglia e nella comprensione che essi hanno della realtà in cui vivono.

Ci congratuliamo con i vostri fratelli in Libia per la loro saldezza e la loro benedetta incursione per entrare nella città di Fuqaha [Libia], a dispetto del loro ritiro da essa, che Allah possa ricompensarli con pienezza. Hanno mostrato ai loro nemici che sono capaci di tenere le redini dell’iniziativa, sapendo che la battaglia oggi con i nemici è di logoramento.

Esortiamo tutti loro a combattere contro i nemici e a usare tutte le risorse a loro disposizione dal punto di vista umano, militare, economico e logistico. Tutto. La nostra battaglia oggi è di logoramento e di lotta contro i nemici. Essi devono sapere che il jihad continuerà fino al giorno della resurrezione, e che Allah ci ha ordinato di condurre il jihad e non di raggiungere la vittoria. Supplichiamo Allah di donare a noi e ai nostri fratelli saldezza, pertinenza, successo, e la giusta guida, per proteggerlo e per aiutarlo al meglio.

Ci congratuliamo poi per la fedeltà giurata dai vostri fratelli in Burkina Faso e in Mali, per la loro lealtà e per essersi uniti alla carovana del Califfato. Che Allah li protegga, e faccia lo stesso per il nostro fratello Abul-Walid as-Sahrawi. Li esortiamo a intensificare i loro attacchi contro i Crociati di Francia e i loro alleati e per vendicare i loro fratelli in Iraq e nel Levante. Devono sapere che le vite dei credenti sono pari nel valore. Il più umile di loro è incaricato della protezione di tutti. Devono essere uniti contro i loro nemici. Devono realizzare il principio secondo cui un musulmano insieme ad un altro musulmano compongono un unico corpo; quando una parte soffre, tutto il corpo reagisce con insonnia e febbre.

Abbiamo anche imparato che Allah ha guidato molti membri di partiti e organizzazioni nel Khurasan [Regione dell’Asia centrale] che hanno giurato fedeltà al Califfato e si sono uniti al convoglio dei mujahidin. Chiediamo ad Allah di donare a tutti noi la ferma determinazione, rettitudine e successo per osservare il giuramento; dare il supporto e aiutare i nostri fratelli.

Lotta contro i tiranni in Nord Africa

Credo che abbiate seguito le notizie di Netanyahu che ha preso le redini del governo di Israele e il principale evento della caduta dei tiranni in Algeria e Sudan. È comunque sventurato e triste che la gente non abbia capito, fino a questo momento, perché siano scesi in piazza e cosa vogliano. Nel momento in cui un tiranno viene sostituito, un altro, più criminale e più crudele verso i Musulmani, prende il sopravvento. Noi continueremo a dire e a ricordare loro che l’unico metodo efficace contro questi tiranni è portare avanti il jihad in nome di Allah. I tiranni possono essere contenuti solo attraverso il jihad, e con il jihad vengono fuori l’orgoglio e la dignità [dei popoli]. L’unico metodo efficace contro questi tiranni è la spada. Essi devono tornare all’altissimo ed eccelso Allah. Devono perseguire le vie della Sharia per ribaltare i sistemi politici e i tiranni affinché la religione sia interamente per Allah.

La guerra contro i Crociati

[INIZIO ADDENDUM AUDIO] Quanto ai vostri fratelli in Sri Lanka, essi hanno scaldato i petti dei monoteisti con le loro operazioni suicide che hanno sconvolto i Crociati nella celebrazione della loro Pasqua, per vendicare i fratelli a Baghouz. Il numero di vittime in mezzo ai Crociati ha raggiunto o superato le mille unità, tra morti e feriti. Con il permesso di Allah, è solo una parte della vendetta che attende i Crociati e i loro collaborazionisti. Sia lodato Allah se tra quelli uccisi c’erano Americani o Europei.

Le nostre congratulazioni vanno ai mujahidin in Sri Lanka per il loro giuramento e per aver aderito al Califfato. Li esortiamo a tenere stretta la corda tenuta da Allah per serrare i ranghi, mantenere unito il messaggio ed essere una spina nel fianco dei Crociati. Preghiamo Allah per accettare i fratelli suicidi nel loro martirio e garantire il successo ai loro fratelli per completare la marcia benedetta che hanno avviato. Non vogliamo nemmeno dimenticare l’operazione benedetta dei vostri fratelli nella Penisola di Maometto (PBUH), ad az-Zulfi [città nella provincia di Ryad]. Chiediamo ad Allah che ne avvenga un’altra ed esortiamo i fratelli a vendicare i monoteisti nella penisola di Maometto (PBUH) e a lottare per continuare sulla strada del jihad contro il tiranno di as-Salul [Yemen], che Allah lo maledica [FINE ADDENDUM AUDIO].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel mondo dell’Isis post-territoriale: terrorismo e obiettivi cristiani, non solo in Sri Lanka

Troppo presto si è data la notizia della fine dello Stato Islamico. I recenti fatti avvenuti in Sri Lanka, con i sei attacchi terroristici che hanno ucciso 359 persone, pongono alcune questioni di rilievo sull’esistenza dell’Isis, sul terrorismo islamico e sui destinatari degli attentati, sempre più cristiani (proprio oggi sono stati uccisi sei fedeli in una chiesa in Burkina Faso da un attacco jihadista).

Nel mondo dell’Isis post-territoriale: terrorismo e obiettivi cristiani, non solo in Sri Lanka - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

Il 21 aprile sono stati colpiti in tre chiese i cristiani nel giorno più importante del calendario liturgico e, con altri tre attacchi avvenuti negli hotel, è stato preso di mira il settore turistico. Secondo alcuni opinionisti, tra cui Guido Olimpio del Corriere della Sera, quest’ultimo obiettivo sarebbe servito principalmente ad attirare a sé le attenzioni dei media internazionali, dando un rilievo globale alla vicenda.

La responsabilità reclamata dall’Isis apparentemente cozza con la sua cessata presenza territoriale e in pochi lo hanno messo in rilievo. Il 23 marzo scorso erano crollate le strenue difese dell’Isis a Baghouz, in Siria, dove erano asserragliati gli ultimi combattenti appartenenti al Califfato. La sua presenza territoriale, che dal 2017 era stata progressivamente intaccata dall’aumento delle forze in campo da parte della coalizione occidentale e dalla Russia, col supporto delle milizie curde, è arrivata alla sua momentanea cessazione due mesi fa.

La rivendicazione degli attentati avvenuti in Sri Lanka attesta alcuni dati di fatto. Anzitutto, la presenza formale su un territorio è un dato non prioritario dell’Isis: il Califfato si propone, nella sua essenza politico-religiosa, come forma statuale geograficamente mobile, non vincolata a un unico e definito territorio. Fa riferimento alla Umma, la comunità islamica sparsa nel mondo, che non definisce la propria appartenenza su basi nazionali, territorialmente circoscritte.

La geografia è pertanto uno strumento di attestazione del proprio potere, non il presupposto per la propria esistenza. La matrice esistenziale dell’Isis è la religione e la condivisione della fede islamica, non un territorio cui appartenere. Ecco allora che la capacità di colpire in tutto il mondo risponde a questo principio di base. Lo Stato Islamico prescinde dalla sua geografia, combatte una guerra nel mondo sulla base della sua proiezione intrinsecamente globale.

La fine dell’esperienza governativa tra Siria, Iraq e Libia non corrisponde dunque alla morte dello Stato Islamico. Esso non è mai deceduto, ma continua a vivere e prosperare nelle menti, nei cuori e nelle azioni di chi perpetua il jihad, che si combatte con il cuore, con la lingua, con le mani e con la spada per la difesa della fede da minacce esterne, internamente (grande jihad) ed esternamente (piccolo jihad).

Se dunque il jihad si combatte per la difesa della fede, esso assumerà alcune caratteristiche che ritroviamo nella guerra globale dell’Isis, combattuta sia regolarmente sia per mezzo terroristico, che è oggi il mezzo attraverso il quale attestare la sua vitalità: 1) non ha limiti spaziali né temporali; 2) la minaccia alla fede può assumere diverse forme; 3) gli obiettivi degli attentati terroristici sono diversificati: cristiani, turisti, occidentali, musulmani non allineati, etc.

Sarebbe teoricamente inutile ribadire quanto rimarcato da molti attenti osservatori delle vicende relative all’Isis: uno degli obiettivi principali del terrorismo perpetrato dal Califfato nel suo periodo post-territoriale è la religione cristiana, spesso o in un assordante silenzio dei media occidentali o in una opacità e scarsa chiarezza dell’informazione e di parte della politica che non aiuta a combattere il terrorismo. Bernard-Henri Lévy, proprio in occasione dell’ultimo attacco in Sri Lanka, sulle pagine della Stampa ha parlato a questo proposito di “un odio planetario”, di “un’onda di morte contro i cristiani”, rimarcando la necessità di difenderli da quella che egli definisce una sistematica persecuzione.

Tra gli ultimi attentati terroristici attribuiti all’Isis vi è infatti quello di Strasburgo dell’11 dicembre scorso, nel Christkindelsmärik, con 5 morti e 11 feriti. Oltre che per ragioni di maggior presenza di potenziali vittime, anche in quell’occasione fu colpito un momento simbolico della cristianità, per di più in una città rappresentativamente importante per tutta l’Europa. Un mese prima, il 2 novembre, un bus con a bordo Cristiani copti diretti verso il Monastero di San Samuele il Confessore, nella provincia di Minya nel Sud dell’Egitto fu preso di mira, con 7 morti e 12 feriti. Per inciso, l’obiettivo non era nuovo: anche il 26 maggio del 2017 fu seguita la stessa modalità esecutiva contro pellegrini diretti nello stesso Monastero, con un bilancio di 28 morti.

Il caso più eclatante della dichiarata guerra dell’Isis al cristianesimo e ai suoi fedeli è quello dei 21 egiziani copti, decapitati nella spiaggia vicino a Tripoli in Libia nel gennaio del 2015 perché “people of the cross”. Il video fece il giro del mondo e le vittime furono poi inserite nel Sinassario, l’elenco che riunisce i santi e i martiri della Chiesa copta. Questa vicenda è ben raccontata dal dettagliato libro di Martin Mosenbech di cui abbiamo recentemente parlato, dando ulteriore rilievo al tema della lotta ai cristiani d’Oriente – di cui, oltretutto, si occupano efficacemente anche giornalisti italiani come Giulio Meotti del Foglio.

Gli altri obiettivi dell’Isis rispondono ad esigenze strategiche ben precise: il settore turistico serve, come nel caso del Bardo e della spiaggia di Sousse in Tunisia, a colpire un paese non schierato nelle posizioni pro-Isis in un suo settore economico vitale o, come nel più recente in Sri Lanka, a dare maggior enfasi agli atti terroristici. In altri casi, come in Turchia o in Egitto, si voleva dare il senso di una ritorsione per il mancato schieramento o per attirare potenziali sostenitori tra le proprie fila. In altri ancora, laddove ad essere colpiti sono stati altri musulmani, gli attentati vanno compresi alla luce delle lotte intestine alle singole realtà territoriali o del tentativo di far prevalere la logica totalizzante salafita nel secolare confronto tra sciiti e sunniti. E ancora: quegli stessi obiettivi hanno rappresentato gli effetti collaterali di attacchi contro occidentali o di guerre civili o di situazioni di particolare caos che all’interno di alcuni paesi si vive, come in Iraq è spesso avvenuto.

L’Isis ha obiettivi diversificati ma mantiene il suo carattere globale: il jihad perpetrato a difesa della fede va combattuto in ogni parte del mondo, perché le minacce percepite sono molteplici e non hanno limiti spaziali: è contro questa mentalità e avendo chiari gli obiettivi e la forma mentis politico-religiosa che ne conseguono, che va combattuta la guerra contro l’Isis, al di là della sua presenza territoriale.

 

 

A book about the story of the 21 Egyptians killed by ISIS and become martyrs. A focus to reconsider religious aspects in geopolitical dynamics

Observations from the reading of The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs (by Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019, 272 pages)

A book about the story of the 21 Egyptians killed by ISIS and become martyrs. A focus to reconsider religious aspects in geopolitical dynamics - Geopolitica.info Globalist.it

The Libyan beach West of Sirte is the scenery. The Mediterranean Sea is in the background, it is possible to hear the sound of waves and a tragic event is about to happen: a slaughter perpetrated in the name of the Islamic State against «the nation of the cross». What leads the murderers’ hands is the utopian ideal of reorganizing a global Caliphate, without national borders and able to draw up on the imperialist basis that determines its action, following principles not instructed by a geographical order but imposed by matters first and foremost related to religious membership and capable of establishing themselves in political terms.

There are forty-two protagonists of the scene: twenty-one executioners – jihadists with their faces covered and wearing black tunics – and likewise are the prisoners, Egyptian Copts, forced to wear an orange coverall in order to emphasize the overturning of roles of Guantanamo and U.S. prisons in the global war on terror.

The episode not only concerns Islamic terrorism and the political and communicative strategy of ISIS, it is also part of another religious field: the Christian one, since the twenty-one prisoners were included in the Synaxarion and considered martyrs of the Egyptian Coptic church. The book The 21: A Journey Into the Land of Coptic Martyrs also debates this perspective, starting from the life of each of the twenty-one and defining a profile of the new saints of Coptic Church.

In the video reporting the wicked homicide – edited and broadcast by ISIS through its media centers – nothing is left to chance. The title speaks for itself: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” and everything follows a meticulous communicative logic that appeals to strongly metaphorical aspects, capable of hitting the observer’s eye both politically and individually. As much of the multimedia production of the Caliphate and its media centers, the video obtained enormous media resonance, first of all addressing potential adherents of the Caliphate and simultaneously its opponents. This is demonstrated by the use of language: the excellent English of the jihadists’ spokesperson and subtitles both in English and Arabic.

The shooting starts: the torturers’ procession escorts the prisoners to the center of the scene, where the tormenters stop and their leader will pass the death sentence, approaching menacingly directly towards the lens; the gaze passes through the bandage that covers his face and the knife he is holding in hand is pointed right against the lens, to disrupt any video camera intermediation between killer and observer, even going beyond any cinematographic logic and in order to represent a threat.

The video is well-finished from a technical point of view, various video cameras are used, and at the end it offers a view that geographically wants to draw attention well beyond the filmed beach, taking the observer’s imagination towards the European context – and the Italian one in particular – and closing with the Mediterranean itself turning blood red. In the spokesperson’s words and in the scene shown there is the verdict of death for the prisoners and Rome is directly threatened, in a war not so much against the Western world as such, but against the Christian world in particular. This is the meaning of the video and its deepest metaphorical message.

What comes next is the cutting of prisoners’ throats, forced to kneel and filmed through a video camera coming closer while they whisper their last prayers. Starting from this scene, the book illustrates the awareness they had in facing death because of their religious affiliation (to demonstrate it, if needed, in the video there is a writing that describes them as “the followers of the hostile Coptic Church”), and it also focuses on the personal story of the Egyptian martyrs. It does it by combining the more truly subjective aspects placing them in a really particular context, the Egyptian one, where the Christian Copts constitute a clear minority. The author, Martin Mosebach, intrigued by the event, therefore decided to get to know it closely, gathering the lively testimonies of relatives and those who knew the twenty-one martyrs.

As a matter of fact the book is a sort of tale, mainly divided into chapters that tell the stories of the protagonists starting from the interviews collected during the journey in the Egyptian village of El-Aour, from which came most of the martyrs, who were migrant workers heading to Libya. The author highlights that, while meeting the martyrs’ families, a word of contempt for the murderers can never be inferred, but much more: a strong sense of belonging and even more a sense of pride of having a saint among family members.

It is worth reporting the story of one of them, since it reveals a heroism hardly conceivable by us, part of another field, and the comment of which here would risk to diminish its scope or, at most, to appear really unnecessary: that is what happened to Matthew Ayariga from Ghana, also a migrant worker and not a member of the Coptic church, who consciously decided to face the martyrdom, wanting to stay close to his companions and witnessing with blood the acquired faith in Jesus, as reported by the author. For this reason, considered the act of heroic testimony with which his earthly experience ended, he has been included in the Synaxarion too.

The effort made in the book is really praiseworthy, most of all to do justice to each one of the protagonists, emphasizing the normality of their lives and even more well contextualizing the entire event in the Egyptian world, where the expression of faith is not a secondary element but rather a decisive, distinctive existential factor, able to create a very strong personal and collective identity. In the Western world, the same martyrdom generally appears to be scarcely understandable, yet it turns out to be an essential element also to better understand the more strictly geopolitical dynamics.

Unlimited – and useless – efforts were made to demonstrate the lack of truthfulness of the video, even trying to question the actual killing of the twenty-one. On the Internet one can find attempts to prove that there is no correspondence between the footprints left on the beach and the martyrs’ feet, that the killings took place elsewhere, that the red of the blood of which the sea is tinged at the end of the video is not true or that the victims’ calm is unrealistic, since they do not rebel against their executioners. Some have supposed that the prisoners were drugged, others hypothesized that the repetition of the scene had induced them not to understand if their time had really come.

Even if it was a main factor in their lives, hardly anyone has instead connected their calm in facing death – martyrdom – with a religious logic: as hagiography reports, martyrdom – to be killed in the name of a faith – is historically lived as a moment of sanctification of one’s existence, as the – unparalleled, if you want – possibility to make one’s life virtuous in an otherworldly and Christian sense. It is therefore only in the light of this indestructible faith that one can fully explain the extreme calm with which they listen to the death sentence – the spokesperson’s words leave no doubt about it – and prepare to die.

Also in this case, there seems to be a kind of underlying short-sightedness on the part of Western media channels, that the book contributes to break down. In the martyrdom of the twenty-one, it makes little sense not to take into account the factor of religious membership and want to demonstrate the fabrication of the killings, moreover considering the level of brutality to which the Caliphate itself has accustomed us, on European soil and in other geographical contexts even using its own media channels: many other heads have been cut off, other prisoners have been executed by burning, and others were killed with firearms and so on.

Having watched the video in its full version, there is no doubt about the violence perpetrated against the twenty-one, entirely and forthright shown. Unfortunately, in this as in other cases, there are no middle ways: killings really happened, based on very clear political-religious categories and on a contrast to the Western world and, as in the point at issue, to the Christian one in particular. It is a persecution that in some parts of the world is perpetrated in a practically systematic way and little, too little, described by national and international media.

Therefore, Mosebach’s work gives us a vivid portrait of an experience and an event that the Western world struggles to fully understand. Anyway, it is possible to understand it just in the light of the journey undertaken by the author, in a place where religious belonging shapes people from their birth, where being a minority means facing a daily struggle, even at the cost of extreme sacrifice, as is well proved by the twenty-one protagonists of the video. This good book has the strong point of taking into account those aspects of religious affiliation that would deserve to be better considered in an all-inclusive analysis of geopolitical issues: as a matter of fact, it would help to better understand the reasons that drove the twenty-one terrorists to kill and the other twenty-one to face, as they actually did, that kind of death, refusing to convert to Islam and to join the Caliphate.

Alessandro Ricci
(Traduzione di Stefano Contini)

 

La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro. Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche

Considerazioni a partire dalla lettura di The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs di Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019

La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro.  Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche - Geopolitica.info Globalist.it

Lo scenario è quello della spiaggia libica a Ovest di Sirte. Il Mediterraneo è alle spalle, si sente il rumore delle onde sullo sfondo e si sta per consumare un tragico evento, un eccidio perpetrato in nome dello Stato Islamico contro «la nazione della croce». A muovere la mano degli assassini è l’ideale utopico della ristrutturazione di un Califfato globale, che non abbia alcun confine nazionale e che possa attestarsi sulla base imperialistica che ne determina l’azione, secondo principi non dettati da un ordine geografico ma da questioni anzitutto relative all’appartenenza religiosa e che possano affermarsi in termini politici.

I protagonisti della scena sono quarantadue: ventuno esecutori, jihadisti col volto coperto e vestiti di tuniche nere, e altrettanti prigionieri, di confessione copta-egiziana, a cui è stata fatta indossare una tuta arancione, volendo con ciò sottolineare il ribaltamento delle posizioni di Guantanamo e delle prigioni statunitensi nella guerra globale al terrore. L’episodio non ha solo a che fare con il terrorismo islamico e la strategia politica e comunicativa dell’ISIS. Rientra anche in un altro campo religioso: quello cristiano, essendo stati iscritti i ventuno prigionieri nel Sinassario, considerati martiri della chiesa copta egiziana. Il libro The 21. A Journey Into the Land of Coptic Martyrs tratta anche di questo aspetto, a partire dalla vita di ognuno dei ventuno e tracciando un profilo dei nuovi santi della Chiesa copta.

Nel video che ritrae l’efferato omicidio, prodotto e diffuso dall’ISIS attraverso i suoi centri mediatici, nulla è lasciato al caso. Il titolo parla già da sé: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” e tutto risponde a una precisa logica di comunicazione che fa leva su aspetti fortemente metaforici, capaci di colpire l’occhio dell’osservatore sia dal punto di vista politico sia individuale. È un video che ha avuto un’enorme risonanza mediatica, rivolto anzitutto agli eventuali sostenitori del Califfato e al contempo ai suoi oppositori, come buona parte della produzione multimediale del Califfato e dei suoi centri mediatici. A dimostrarlo è l’uso della lingua: un ottimo inglese parlato dal portavoce dei jihadisti e le scritte riportate in duplice versione, inglese e arabo.

Il video si apre con il corteo degli aguzzini che scortano i prigionieri fino al centro della scena, dove si fermano e dove il capo pronuncerà la sua dichiarazione di morte, rivolgendosi minaccioso direttamente verso l’obiettivo, con lo sguardo che passa attraverso la fasciatura che ne copre il volto e con il coltello in mano, che viene rivolto proprio contro l’obiettivo, a voler squarciare ogni intermediazione della camera tra assassino e osservatore, andando anche oltre ogni logica cinematografica e volendo rappresentare una minaccia diretta.

Il video è curatissimo dal punto di vista tecnico, ci sono diverse camere utilizzate e si offre alla fine un panorama che geograficamente vuole rivolgere l’attenzione ben oltre la spiaggia ripresa, spingendo l’immaginazione dell’osservatore verso il contesto europeo e italiano in particolare, chiudendosi con il rosso del sangue che tinge le acque dello stesso Mediterraneo. Nelle parole del portavoce e nelle scene mostrate c’è il verdetto di morte contro i prigionieri e la minaccia diretta a Roma, in una guerra non tanto contro il mondo occidentale in quanto tale, ma contro il mondo cristiano più in particolare. È questo il senso del video e il suo messaggio metaforico più profondo. Segue lo sgozzamento dei prigionieri, fatti inginocchiare e ripresi avvicinando la camera mentre pronunciano le loro ultime preghiere. A partire da questa scena, insieme alla consapevolezza che essi hanno avuto nell’affrontare la morte per via della loro appartenenza religiosa (ad attestarlo, se ve ne fosse stato bisogno, c’è una scritta che compare nel video indicandoli come “the followers of the hostile coptic Church”), il libro si sofferma sulla vicenda personale dei martiri egiziani. Lo fa coniugando gli aspetti più propriamente soggettivi inquadrandoli in un contesto del tutto particolare, qual è quello egiziano, in cui i cristiano-copti sono una netta minoranza. L’autore, Martin Mosebach, incuriosito dalla vicenda, ha perciò deciso di conoscerlo da vicino, raccogliendo le vive testimonianze dei parenti e di chi ha conosciuto i ventuno martiri.

Il libro infatti è una sorta di racconto, suddiviso principalmente in capitoli che narrano le storie dei protagonisti proprio a partire dalle interviste raccolte durante il viaggio nel paese egiziano di El-Aour, dal quale provenivano la maggior parte dei martiri, lavoratori migranti verso la Libia. L’autore sottolinea come, incontrando le loro famiglie, non si evinca mai una parola di disprezzo verso gli assassini, ma molto di più: un forte senso di appartenenza e, ancor di più, di orgoglio per avere un santo tra i propri congiunti.

La storia di uno di loro vale la pena di essere riportata, poiché rimanda a un eroismo poco concepibile da noi e che però rientra in un altro alveo e il cui commento in questa sede rischierebbe di sminuirne la portata o, al più, di risultare davvero superfluo: è la vicenda di Matthew Ayariga, proveniente dal Ghana, anch’egli migrante lavoratore e non appartenente alla chiesa copta, che decise coscientemente di affrontare il martirio, volendo rimanere accanto ai suoi compagni e testimoniando col sangue l’acquisita fede in Gesù, come sottolinea l’autore del libro. Per questa ragione, per l’atto di testimonianza eroica con il quale è terminata la sua esperienza terrena, è stato anch’egli ricompreso nel Sinassario. È assai lodevole lo sforzo fatto nel libro, soprattutto per rendere giustizia a ognuno dei protagonisti, evidenziandone la normalità delle esistenze e, ancor di più, riuscendo bene a contestualizzare tutta la vicenda nel mondo egiziano, in cui l’espressione della fede non è un elemento secondario ma un fattore esistenziale dirimente, distintivo, capace di creare una fortissima identità personale e collettiva.

Nel mondo occidentale la stessa vicenda del martirio appare generalmente scarsamente comprensibile, eppure risulta essere un elemento essenziale anche per comprendere meglio le dinamiche più strettamente geopolitiche. Si sono in effetti protratti infiniti – e vani – sforzi per dimostrare la poca veridicità del video, cercando di mettere in discussione la reale uccisione dei ventuno. In rete si trovano tentativi di dimostrare come non vi sia corrispondenza tra le impronte lasciate sulla spiaggia e i piedi dei martiri, che le uccisioni siano avvenute altrove, che non sia vero il rosso del sangue di cui si tinge il mare alla fine del video o che la placidità delle vittime sia irrealistica, non ribellandosi ai loro aguzzini. Alcuni hanno ipotizzato che siano stati drogati, altri che la ripetizione della scena li abbia indotti a non comprendere se fosse giunto realmente il loro momento.

Nessuno o quasi, invece, ha riportato la loro calma nell’affrontare la morte – il martirio – a una logica religiosa, che pure è stato un fattore primario nelle loro esistenze: come l’agiografia ci riporta, il martirio, l’uccisione avvenuta in nome di una fede, è vissuto storicamente come un momento di santificazione della propria esistenza, come la possibilità – se si vuole unica – per rendere virtuosa la propria vita in senso ultraterreno e cristiana.

È dunque solo alla luce di quest’incrollabile fede che si può spiegare fino in fondo la calma estrema con la quale essi ascoltano la sentenza di morte – le parole del portavoce non lasciano dubbi in merito – e si preparano a morire. Anche in questo caso, sembra esservi una sorta di miopia di fondo da parte degli organi di comunicazione occidentali che il libro contribuisce a smontare: non considerare il fattore di appartenenza religiosa nel martirio dei ventuno e voler dimostrare la falsità delle uccisioni ha poco senso, considerando oltretutto il livello di brutalità al quale ci ha abituati lo stesso Califfato, sul suolo europeo e in altri contesti geografici anche attraverso i suoi organi di comunicazione: moltissime altre teste sono state sgozzate, altri prigionieri sono stati arsi vivi, altri ancora uccisi con armi da fuoco e non solo.

Avendo visto il video nella sua versione integrale, non ci sono dubbi sulla violenza perpetrata ai danni dei ventuno, mostrata integralmente e senza mezzi termini. Purtroppo, in questo come in altri casi, non vi sono vie di mezzo: le uccisioni sono avvenute realmente, sulla base di categorie politico-religiose ben precise, di una contrapposizione al mondo occidentale e, come nel caso in questione, cristiano più in particolare. Una persecuzione che in alcune parti del mondo viene perpetrata in maniera pressoché sistematica e di cui poco, troppo poco, si parla nei media nazionali e internazionali.

Il lavoro di Mosebach ci restituisce pertanto un ritratto vivido di un’esperienza e una vicenda che il mondo occidentale fatica a comprendere fino in fondo, ma che è possibile capire solo alla luce del viaggio intrapreso dall’autore, in un luogo dove l’appartenenza religiosa forma le persone fin dalla nascita, dove essere minoranza significa affrontare una lotta quotidiana, anche al costo del sacrificio estremo, come ben dimostrano i ventuno protagonisti del video. Il bel libro ha dunque il pregio di considerare quegli aspetti di afferenza religiosa che meriterebbero di essere maggiormente considerati in un’analisi onnicomprensiva delle questioni geopolitiche: aiuterebbe infatti a comprendere meglio le ragioni che hanno indotto i ventuno terroristi a uccidere e gli altri ventuno ad affrontare, come hanno fatto, quella morte, rifiutandosi di convertirsi all’Islam e aderire al Califfato.

Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online

«Una vittoria 100% sul Califfato» è la categorica affermazione di Trump twittata per annunciare il ritiro dei soldati americani dalla Siria. Nella stessa occasione, il presidente USA ha chiesto che Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei si «riprendano» e processino gli 800 combattenti dell’Isis catturati dai soldati americani in Siria, pena il loro prossimo rilascio.

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Procediamo con ordine.

Innanzitutto il ritiro delle truppe americane potrebbe portare a una situazione molto rischiosa per i curdi, principali fautori della sconfitta di Isis, i quali non avranno più la protezione USA su cui finora hanno potuto contare a sfavore della Turchia. Di fatto, per la Turchia, i curdi sono dei terroristi che attualmente controllano il 30 per cento circa della Siria (soprattutto il nord-est del Paese) in una porzione di territorio demarcata da Kobane, Raqqa, Deir el Zor fino al confine con l’Iraq. La Turchia, aspira all’avvio di un’operazione anti-curda in Siria che potrebbe generare per Isis la vantaggiosa opportunità di riorganizzarsi grazie al ritiro dei suoi due principali nemici (USA e i curdi).

Isis, dal canto suo, negli ultimi due anni ha perso il controllo di quasi tutti i territori contro l’Iraq e contro l’alleanza curdo-araba sostenuta dagli USA. Questo ha portato l’organizzazione a divenire, da Stato con un territorio ben delimitato, regole ed istituzioni proprie, una complessa rete di gruppi jihadisti che agiscono in autonomia secondo tecniche di insurgency imprevedibili e senza un’apparente logica.

Isis è cambiato, non sconfitto. E questo è dimostrato da almeno due elementi.

A ben vedere non sarebbe la prima volta che, non molto dopo l’annuncio della completa sconfitta dell’organizzazione, riemergano gruppi di jihadisti che sfruttano la debolezza del governo e l’abbandono da parte dei civili di intere aree che diventano terreno fertile per la loro riorganizzazione. Basti pensare alle metastasi qaediste ri-formatesi nel 1989, 1996 e 2001. Anche l’analista Hisham al Hashimi ha affermato che nonostante «il governo iracheno abbia fatto un buon lavoro dal punto di vista militare, non è riuscito a fare altrettanto nel portare stabilità» alle aree liberate, che, di fatto, sono rimaste alla mercé dell’Isis. Questa potrebbe rappresentare una prima causa della sua rinascita. Le stime sul numero di militanti Isis dispersi tra Siria e Iraq vanno da 20.000 a 30.000. Tra l’altro, cellule affiliate sono attualmente attive in Afghanistan, nelle Filippine meridionali, nella penisola del Sinai, in Egitto, in Libia senza contare le formazioni simpatizzanti presenti in Nigeria (Boko Haram), in Somalia, in Kenya.

Quello di Trump sembra piuttosto un tentativo di mettere pressione ai governi europei, specificando di non voler «vedere questi combattenti penetrare in Europa, dove si prevede che vadano» e cogliendo l’attimo per criticare il mancato intervento nella guerra, tutt’altro che finita, che ha distrutto la Repubblica araba: «noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare». Forse, però, si sta dimenticando che la strategia del terrorismo di matrice jihadista non si sottrae al paradigma conflittuale di una “guerra ibrida” (combattuta cioè, sia sul campo che online). A questa partecipano non solo soggetti attivi contendenti (organizzazione terroristica e Stato) e sponsor (registi occulti e finanziamenti necessari per condurre nel tempo prolungate attività terroristiche), ma anche attori interessati al suo ampliamento al fine di conseguire determinati obiettivi strategici, favorendo la sua ascesa a terrorismo internazionale.

La technowar non ha alcun tipo di regolamentazione dal momento che i suoi attori non sono statuali e per la maggior parte anonimi. Di fatto Isis ha trovato nell’ICT la pietra miliare della sua guerra, sviluppatasi lungo i fronti più eterogenei: teatri operativi, apparati informativi, strutture economiche, ambiente psicologico e politico favorevole per “fare” community. Ciò ha facilitato l’ascesa di uno jihadismo “autoctono” con una diffusa presenza sul web che ha permesso, oltre alla diffusione della propaganda, la creazione di una rete virtuale di contatti ideologicamente affini. La cosa interessante è che tale jihadismo risulta avere pochissimi legami con luoghi di culto presenti sul territorio (associazioni, moschee), divenuti piuttosto punti ostili per gli jihadisti, in quanto sotto controllo dalle forze dell’ordine.

Già nel 2016 da un rapporto di Europol intitolato ‘Cambiamenti nel Modus Operandi dell’Isis rivisitato’, emergeva il continuo aumento degli arresti e dei procedimenti giudiziari in tutta l’UE per reati legati al terrorismo di natura jihadista. Questa, da un lato, è la prova dell’elevata priorità assegnata alla lotta al terrorismo nelle forze dell’ordine e nel sistema giudiziario, dall’altro rappresenta la necessità di migliorare lo scambio di informazioni tra Paesi in quanto, fintantoché l’Isis rimarrà attivo in Siria e in Iraq, anche qualora sconfitto, continuerà con i tentativi di incoraggiare e organizzare attacchi terroristici nell’UE, supportato dal mercato nero, dal virtuale, dal deep web. Ed è questo il secondo elemento che favorisce la regolare presenza seppur non obbligatoriamente fisica, dello Stato Islamico, «nei cuori e nelle menti» dei suoi seguaci.

In merito ai foreign fighters presenti soprattutto nelle prigioni curde, catturati durante gli scontri tra curdi e Isis, sembra che ci sia difficoltà nell’individuazione di una collocazione idonea, in quanto, da un lato, i curdi dichiarano di non avere le risorse per mantenerli in Siria, dall’altro gli Europei, nel rispetto delle singole legislazioni nazionali, fanno fatica a riaccettarli e gli eventuali programmi di de-radicalizzazione risultano essere molto costosi soprattutto alla luce del risultato che difficilmente è possibile ottenere.

Non si può affermare con certezza cosa accadrà ai curdi a seguito del ritiro delle truppe Usa che hanno protetto fino ad oggi il Kurdistan siriano da eventuali attacchi da parte della Turchia. È evidente, però, che la questione dei foreign fighters presenti nelle prigioni del nord-est della Siria sarà uno dei temi caldi del 2019 a cui presteranno particolare attenzione molti Paesi del mondo, soprattutto quelli europei.