Archivio Tag: Iraq

Le ambivalenze delle relazioni tra Global Society e popolo curdo

Nella storia del popolo curdo solo due atti di diritto internazionale hanno riconosciuto la sua esistenza.  Il primo è un trattato mai ratificato come il noto Trattato di Sèvres; il secondo l’autorevole Ris. ONU 688/1991, adottata unanimemente dai protagonisti della Global Society per porre fine alle gravi violazioni dei diritti umani attuate dall’allora Rais Saddam Hussein. Una risoluzione che per la prima volta, dopo il declino del sistema bipolare, ha dato voce alle esigenze umanitarie curde, con l’avallo dell’opinione pubblica mondiale. Al di fuori di tali casi, i rapporti tra Global Society e la popolazione curda sono stati espressione di opportunismo contingente e transitorio delle diverse potenze di turno.

Le ambivalenze delle relazioni tra Global Society e popolo curdo - Geopolitica.info

Dalla guerra russo-turca al Trattato di Sykes-Picot.

Durante la guerra russo-turca del 1877-78, il Sultanato più volte ha armato le popolazioni curde sul confine per contrastare l’avanzata russa, in cambio della promessa di maggiore autonomia. Terminata la guerra guerreggiata, per converso, è stata la potenza zarista ad avvicinarsi alle aspettative autonomiste curde pur di ostacolare il governo di Costantinopoli; ovvero, creare il pretesto per un intervento armato funzionale alla cooptazione di territori anche anatomici nella sfera di influenza russa.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale ha rimescolato le carte del destino del popolo curdo in quanto gli esiti del conflitto potevano tradursi in una liberazione dalla Sublime Porta. Invece, i curdi si sono ritrovati nella morsa mortale tra le truppe russo-armene e quelle turche. In tale circostanza, i curdi non hanno potuto che rivolgere l’attenzione verso le potenze europee come Francia e Regno Unito, sperando in una ancora di salvezza. Ancora una volta, da soggetti geopolitici sono divenuti oggetto della propaganda militare dei contendenti; in particolare, Londra sfrutta le mire indipendentiste curde per ostacolare la tenuta territoriale dell’Impero Ottomano. Nel frattempo, infatti, W. Churchill, in qualità di Primo Lord dell’Ammiragliato, ha dato inizio ad un programma di ammodernamento della Royal Navy con riconversione dei motori da combustione a carbone in quella a petrolio. Un programma che rende necessario garantire un rifornimento continuo di questa nuova materia prima, rinvenibile soltanto nei territori del Sultanato. Più nello specifico nei territori di Mosul e Kirkuk, abitati da curdi. Ebbene, le tensioni che affliggono Costantinopoli ben possono tradursi in un punto di svolta nella dominazione del Mediterraneo e delle risorse energetiche mediorientali da parte della Corona Inglese. E i curdi locali, nelle strategie inglesi, paradossalmente finiscono con il rappresentare una pedina da utilizzare per dichiarare scacco matto al Sultanato. L’attrattiva energetica viene, così, a formalizzarsi, sul piano diplomatico, nel trattato di Sykes-Picot, del 16 maggio 1916. Un accordo stipulato, in caso di vittoria su Costantinopoli, per evitare ulteriori conflitti tra le potenze contraenti mentre si tenta una prima spartizione dei suoi territori. Pur prendendo coscienza della esistenza della Regione del Kurdistan, l’accordo non fa sconti. I ministri degli esteri russo, francese e inglese (rispettivamente Sergej Dmitrievic Sazonov, Marck Sykes e Francois Georges Picot) segretamente delineano la frammentazione non solo di tutti i domini ottomani ma anche dei territori curdi. L’ Impero Ottomano viene definitivamente diviso in due diverse sfere di influenza: quella britannica, che include la Mesopotamia, la Palestina e la Giordania; e la sfera francese, comprendente Siria e Libano. Due sfere e due parti distinte del territorio curdo. Il Kurdistan settentrionale-iracheno rientra nella sfera di influenza di Londra, interessata ad accaparrarsi anche il settore meridionale-turco pur di rafforzarne i confini. Il Kurdistan siriano viene, invece, posto sotto controllo di Parigi, nonostante i vivi contrasti con le forze Kemaliste sul fronte meridionale.

Dal trattato di Sèvres al trattato di Losanna.

Negli anni successivi al trattato di Sykes-Picot, la Corona inglese, mediante l’emanazione di graziosi provvedimenti di autonomia a favore della popolazione curdo-irachena si avvantaggia di forze locali per garantire stabilità ai territori conquistati e per proseguire rafforzata verso l’area meridionale. Infatti, a breve, anche il Kurdistan meridionale finisce con l’essere diviso in due zone: la zona più a Nord comprendente la città di Mosul sotto influenza francese e quella a sud, con la città petrolifera di Kirkuk, sotto influenza britannica. Sconfitta Costantinopoli, l’esigenza delle potenze vincitrici di creare una cintura di sicurezza tra Russia e Turchia, paradossalmente, spinge verso la teorizzazione di uno Stato cuscinetto coincidente con l’Antico Kurdistan. I confini di un possibile Stato cuscinetto curdo vengono disegnati nel noto Trattato di Sèvres, siglato il 10 agosto 1920: in esso, il destino del popolo curdo finisce nuovamente per intrecciarsi con le volontà delle potenze mondiali semplicemente per piegarsi ad esse ed essere funzionali alla loro affermazione globale. Nonostante ciò, tale trattato costituisce l’unico atto diplomatico che riconosce il diritto del popolo curdo ad uno Stato nazionale (art. 62,63 e 64). Un atto che non ha avuto seguito in virtù della progressiva perdita di autorità del Sultano, con cui era stato stipulato, in favore del rafforzamento dell’Assemblea Nazionale Kemalista di Ankara, che non vi aderisce. Perciò, dopo aver ripreso il controllo del territorio turco, Kemal può tranquillamente barattare i territori curdi con le potenze europee pur di conseguire l’osannata “pace turca” mediante il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923. Quest’ultimo nega apertamente qualunque riserva governativa alla popolazione curda che si ritrova divisa fra Turchia, Siria, Iraq e Iran. In altri termini, i principali attori geopolitici hanno creato, nel 1920, l’entità del Kurdistan per disconoscerla appena quattro anni dopo. Un prodotto della diplomazia che costituisce l’architrave di tutta una serie di trattati che andranno a ridefinire i profili internazionali della Turchia senza mai intervenire in merito, da un lato, alla esistenza di uno Stato armeno e, dall’altro, ad una possibile autonomia curda.

L’emersione internazionale del popolo curdo dopo la fine del sistema bipolare.

Bisognerà aspettare più di 60 anni perché la sorte del popolo curdo assurga, nuovamente, all’attenzione della opinione pubblica mondiale. Infatti, lo scoppio della guerra del Golfo, ha costruito l’occasione per i curdi di rivoltarsi contro il regime dittatoriale di Saddam Hussein; rivolte soffocate dal rais con armi batteriologiche e chimiche. Solo l’unanimità di vedute di tutti i protagonisti della Global Society, sostanziatasi nella risoluzione ONU 688/1991, è riuscita, in questa occasione, a sventare una tragedia umanitaria. Da questo momento, i curdi iracheni divengono principale strumento americano di pressione nei confronti del regime del rais; tanto è vero che nel 2003 i Peshmerga ribaltano il regime al fianco delle truppe di Washington. Ed è il governo di Washington il maggiore sostenitore dell’indipendenza del Kurdistan iracheno. L’establishment americano viene, infatti, dalle circostanze del caso, costretto a rivedere la propria posizione in merito alla questione curda. Sino ai primi anni del 2000, esclusa la parentesi della risoluzione 688/91, la tendenza è stata nel far coincidere il progetto di autodeterminazione curda con considerazioni di lotta al terrorismo. Washington, in maniera palese, si è sempre mostrato al fianco di Ankara nell’inarrestabile lotta contro il terrorismo del Pkk. Ne costituisce prova l’assidua caccia all’uomo perseguita dal Pentagono nei confronti del leader del Pkk, Abdullah Ocalan, arrestato, poi, nel 1998, in Kenia. Non solo, la Turchia è considerata da tutte le potenze occidentali come partner strategico nella regione; un affidabile alleato per il contenimento della Russia come confermato dalla membership Nato. Perciò, nessun Paese Europeo né gli Stati Uniti hanno intenzione di frapporre tra essi e Ankara il destino del popolo curdo.

D’altronde dalla caduta del Muro di Berlino, la responsabilità di tenuta della regione ricade interamente sul governo americano. Prima di allora, era stata l’Unione Sovietica ad investire i panni di mediatrice tra tutti gli attori della regione. Superato il decennio di decadenza, però, dal 2001 il Cremlino è ritornato attore dell’area mediorientale. Ma, in un primo tempo, si è mostrato inevitabilmente interessato più ai rapporti con Baghdad che con i curdi, in quanto troppo impegnato a adottare appositi ostacoli tariffari ai commerci di petrolio iracheno, suo diretto concorrente. Non a caso, anche dopo la costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG) gli osservatori hanno accusato la Russia di disinteressarsi della questione curda. Nel frattempo, però, Mosca giunge a reputarsi l’unica potenza a vantare una propria rappresentanza governativa sul territorio, senza nascondere più di tanto le sue attenzioni sull’estrazione e la vendita di petrolio per mezzo dell’oleodotto che da Kirkuk raggiunge Israele.

La maschera opportunistica delle diverse potenze verso la popolazione curda è destinata, comunque, in ogni epoca, a cadere. E prima o poi esse sono chiamate a interporsi con le popolazioni curde.

Primariamente gli Stati Uniti tentano di superare il consolidato orientamento di negazione del problema curdo. Infatti, la storia, con i suoi corsi e ricorsi, ha finito con il sorprendere anche l’amministrazione del Pentagono quando l’onda nera dell’Isis sembra poter essere fermata solo dai Peshmerga-iracheni e dalle Unità di protezione popolare curdo-siriane. Dall’ottobre 2014, inizia, cosi, una lunga e proficua alleanza tra Usa e popolo curdo nella lotta al sedicente califfato. Anche Mosca, successivamente, accoglie in maniera positiva il nuovo ruolo assunto dalle forze curde, proponendo, persino, un coinvolgimento del Partito curdo-siriano dell’Unione democratica nei negoziati di risoluzione delle questioni regionali e nel relativo processo di stabilizzazione politica; contrapponendosi, in questo modo, alle politiche ostili di Ankara. Nel frattempo, nella seconda metà del 2016, apre a Mosca la prima rappresentanza curda, una sorta di ambasciata de facto del Rojava, sotto le mentite spoglie di una no-profit. L’acuirsi dei rapporti con Erdoğan che si traduce in una guerra nei cieli siriani, spinge Mosca ad aprire anche verso le esigenze dei curdi-turchi. Sennonché ritorna sui suoi passi, quando i curdi siriani giungono a proclamare la nascita di un governo nella Regione Federale del Nord della Siria. Da questo momento, il Cremlino esplicitamente dichiarata di voler mantenere l’integrità territoriale della Siria e di non essere disponibile ad alcun accordo di riassetto politico della nazione alleata. I curdi pur chiamati in causa per partecipare ai negoziati, incominciano a perdere voce. E Putin manifesta il volto dell’alleato fedele solo di Damasco.

Di lì a breve, cade anche la maschera opportunistica americana: l’otto ottobre scorso, il Presidente Trump concorda con l’alleato turco il diverso dispiegamento di forze sul territorio siriano. Una concessione nei confronti dell’alleato Nato che consente ad Ankara di attuare una vera e propria operazione di sventramento del governo de facto del Rojava, sotto l’egida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriano del più noto PKK. Ne deriva che le ragioni di equilibrio del bilancio americano, tra impegni militari esteri e risorse, hanno spinto le sorti del popolo curdo nelle spire imperialistiche (in realtà mai celate) del Sultano Erdoğan. Non solo. Da questo momento la questione curda del Rojava perde definitivamente ogni centralità acquisita precedentemente nell’agenda di Putin. Il popolo curdo scompare dal novero dei protagonisti interessati alla costruzione di un nuovo ordine mediorientale e lo dimostra il Memorandum di Sochi, del 22 ottobre scorso. Il Cremlino, dopo aver manifestato attenzione per la conservazione della integrità territoriale siriana, si è fatto partecipe delle ragioni giustificative della operazione turca “Fronte di pace”. Al termine del vertice di Sochi il presidente Putin ha, infatti, aggiunto che “Io sono convinto che i sentimenti separatisti nel Nord-Est della Siria, siano stati fomentati dall’esterno. La regione va liberata dalla presenza illegale straniera”. In altre parole, ha disconosciuto l’intera fondatezza delle politiche pro-Rojava sino a quel momento condotte, mentre si prefigura come leader dell’area mediorientale e interlocutore privilegiato sia di Damasco che di Ankara.

I curdi-siriani si sono, così, ritrovati abbandonati da tutti i principali protagonisti della Global Society, UE e ONU compresi. E all’orizzonte appare, per il momento, irrealizzabile la speranza che si generi, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai imperialistici in corso e che facciano riemergere il diritto curdo all’autodeterminazione. Un diritto modellato davanti agli occhi del popolo curdo sin dal Trattato di Sèvres, inoculato nel loro animo sotto le spoglie di uno spirito nazionalista. Uno spirito nazionalista curdo, non sempre innato ma sempre funzionalizzato in chiave egemonica. Aspirazioni indipendentiste strumentalizzate dalle potenze di turno, per, poi, essere negate non appena raggiunto l’obiettivo egoistico del momento. In questo modo, sul piano geopolitico, sono cadute e continuano a cadere molte maschere affette da ambiguità.

 

Dal Kurdistan iracheno al Rojava, concretizzazioni di un sogno. Ora infranto?

Manbij, Tell Abyad, Ras’al Ayn, Kobane sono le principali cittadine del Rojava, quale ulteriore tentativo di costruzione di uno Stato Curdo. In queste cittadine, l’amministrazione americana aveva allocato ben 2000 uomini impegnati, dal 2015, nella lotta allo Stato Islamico. Oggi, costituiscono soltanto i primi obiettivi colpiti da Ankara in una, più o meno, preannunciata guerra dagli esiti imprevedibili. Insomma, cittadine che dalla notte dell’otto ottobre, vivono momenti di terrore, nella quasi totale assenza di sostegno militare e sanitario da parte dell’intera comunità internazionale. E destinate a divenire vestigia di un sogno infranto.

Dal Kurdistan iracheno al Rojava, concretizzazioni di un sogno. Ora infranto? - Geopolitica.info

 

Dopo la spartizione dell’antico Kurdistan operata dal trattato di SykesPicot, i curdi si sono trovati ad essere un popolo senza territorio, diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Senza un territorio ma con una forte identità capace di sopravvivere ogni oltre avversità nella speranza che il sogno di un nuovo Kurdistan potesse un giorno concretizzarsi. L’alba di quel giorno di speranza  si è ravvivata in occasione della nota risoluzione ONU 688 dell’aprile 1991.

L’intervento ONU a difesa delle minoranze curde, soffocate dalle armi chimiche e batteriologiche di Saddam Hussein, infatti, ha condotto in un primo momento alla creazione di una no fly zone e successivamente alla costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG), una regione lasciata sotto la guida della stessa popolazione curda il cui territorio coincideva grosso modo con la zona orientale dell’Antico Kurdistan. Una scelta avvalorata dall’ intera comunità internazionale interessata, per la prima volta, al destino del popolo curdo tanto da autorizzare un intervento militare in uno Stato sovrano.

La KRG, con capitale Erbil, grazie alle sue immense risorse petrolifere si insediò efficacemente e garantì stabilità governativa a tutti gli investitori stranieri. In questo modo, guadagnò crescente autonomia rispetto al governo centrale, sino a vedersi attribuire formalmente nella Costituzione Irachena del 2005 lo Statuto di Regione Semiautonoma. Ma la realtà era destinata a cambiare con l’affermazione dello Stato Islamico.

Dai’sh dopo aver occupato buona parte dell’Iraq occidentale e della Siria orientale, è riuscito ad espandersi nelle città di Mosul, Tikrit e Erbil, spinto dalla sete di idrocarburi. Da quel momento il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi è riuscito a proclamare il califfato dello Stato Islamico di Iraq e Siria, inglobando il Kurdistan Iracheno e ponendo fine al sogno curdo. Ma in uno scacchiere geopolitico caratterizzato da alleanze altalenanti e ricorsi ad armi di distruzione di massa, solo l’assiduo impegno delle milizie curde, irachene e siriane, con l’alleato statunitense ha costretto lo Stato Islamico a perdere terreno.

Sul fronte iracheno, le truppe curde dei Peshmerga sono intervenute a sostegno delle deboli forze armate centrali, riconquistando attraverso una guerra quartiere per quartiere le città di Tikrit, Ramadi e Falluja, sino alla roccaforte jihadista di Mosul, considerata la “capitale” del Califfato in Iraq. I meriti di battaglia si sono quindi tradotti in riconoscimento politici: la programmazione di un referendum consultivo sulla indipendenza del Kurdistan iracheno da Bagdad. Così, il 25 settembre 2017 la popolazione curda ha potuto manifestare un ampio consenso (pari al 92,7%) per l’indipendenza del Kurdistan dall’Iraq.

Ma la realizzazione del progetto di definitiva indipendenza è stata ostacolata da molti (Iraq, Turchia, Stati Uniti e Iran) e sostenuto da pochi (tra questi il vicino Israele), nonostante lo sviluppo di istituzioni molto più liberali di quelli esistenti nei Paesi vicini. La autorevolezza acquisita ha permesso, paradossalmente, l’instaurazione di proficui rapporti economici persino con il sultanato turco. Sul fronte siriano, nel frattempo, le Forze democratiche della Siria (SDF), una alleanza in cui sono confluiti le frange moderate di opposizione a Bashar al-Assad e le Unità di protezione popolare curde, sono riuscite a strappare allo Stato islamico l’intero territorio orientale della Siria, culminando nell’operazione per la riconquista di Raqqa, roccaforte e capitale siriana del Califfato. Anche in questo caso i meriti di guerra non sono passati inosservati nelle stanze del potere, tanto da trasformarsi in una attribuzione di cittadinanza siriana ai curdi. Un diritto di cittadinanza sino a quel momento negato.

L’instabilità politica durata per ben sei anni e una tacita non belligeranza da parte del governo centrale di Damasco, così, ha permesso l’affermazione di un governo de facto, nella zona del Rojava. Ovvero della parte nord-occidentale della Siria, con popolazione a maggioranza curda, sostanzialmente coincidente con la porzione occidentale dell’antico Kurdistan. Non a caso, il  termine “Rojava” nella lingua curda indica l’Occidente. Il Rojava rappresenta un ulteriore tentativo di governo federale e democratico a guida esclusivamente curda. La guida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriana del più noto PKK, ha tentato, infatti, di legittimare il governo della regione con l’adozione di una sorta di Legge Costituzionale, c.d. Carta del Contratto Sociale, volta ad affermare l’avvenuta indipendenza e a disciplinare la sua organizzazione, di tipo federale, con entità locali munite di assemblee democraticamente elette. Una scelta nettamente in contrasto con la tradizione politica mediorientale soprattutto a fronte dell’auspicato coinvolgimento dei cittadini nelle principali decisioni di governo, nel richiamo esplicito ai valori laici, alla uguaglianza tra uomini e donne, alla protezione dell’ambiente. Un sogno che finalmente si realizza. Un sogno di breve durata destinato ad infrangersi contr le mai sopite le mire imperialistiche di Ankara.

L’annuncio, da parte del presidente Trump, del ritiro delle truppe stanziate proprio nel Rojava ha costituto  ottimo pretesto per Ankara per completare il, già più volte ribadito, piano di messa in sicurezza del  confine turco anche nelle aree a est dell’Eufrate. Un progetto attuato in tre tempi: in primis con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel 2016, con quella successiva “Ramo d’Ulivo” nel 2018 e con la presente denominata “Fronte di pace“. Messa in sicurezza del confine per il presidente Erdoğan ha due precisi significati: da un lato, impedire, date le attuali condizioni geopolitiche favorevoli, la riunificazione delle zone dell’Antico Kurdistan; dall’altro, riappropriarsi della enclave ottomana di Siria, persa dopo il primo conflitto mondiale. Ostacolando una possibile riunificazione, tenta di mantenere un controllo sulla zona curda della Turchia, suscettibile di secessione a fronte del richiamo nazionalista d’oltreconfine. Al contempo, mira ad allontanare il più possibile le popolazioni curdo-siriane dal proprio confine acquisendo un controllo più o meno diretto sulla porta del MedioOriente, ovvero Kobane. Una vera e propria operazione di sventramento del territorio curdo, pubblicamente rivendicata da Ankara in chiave antiterroristica per sfruttare astutamente l’ombrello protettivo della Alleanza Atlantica di cui è parte. La membership Nato serve a Erdoğan per rendere ancora più complicato il quadro geopolitico e creare una fase di stallo interno alla comunità internazionale che gli consenta di agire per più tempo indisturbato.

Ne deriva che la soluzione non può che essere il risveglio di un sentimento umanitario da parte di tutti i protagonisti della global society al pari di quanto accaduto nel 1991 con la risoluzione 688. In questo modo si potrebbe garantire una effettiva tutela della popolazione curda, sul piano umanitario, e il riconoscimento ad essa di un territorio ovvero l’attuazione del diritto alla esistenza e alla conservazione di ogni comunità etnica giuridicamente riconosciuto dal diritto internazionale, indipendentemente dalla sua dimensione (in questo caso, pari a 40 mln di persone).  E sarebbe auspicabile, in questo processo, il protagonismo diretto dell’UE il cui silenzio non può che leggersi come la negazione dei suoi fondanti principi di libertà e tutela dei diritti umani.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

La morte di Al Baghdadi: quale futuro per lo Stato Islamico?

La morte del Califfo – È morto il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Ad annunciarlo ufficialmente, dopo che si sono rincorse le voci nel corso delle ultime 24 ore, è stato Donald Trump nel corso di una conferenza stampa tenuta alle 9 di questa mattina ora statunitense. Il raid nel compound nella Siria nordoccidentale dove era tenuto nascosto il leader dello Stato Islamico è avvenuto dopo che gli Stati Uniti hanno raccolto informazioni da diverse fonti. Tra queste, è risultato di cruciale importanza il ruolo dei curdi. Il presidente statunitense ha però tenuto a precisare il contributo della Russia, della Siria, dell’Iraq e della Turchia, rimarcando quanto prioritario sia stato quest’obiettivo fin dal primo giorno della sua amministrazione.

La morte di Al Baghdadi: quale futuro per lo Stato Islamico? - Geopolitica.info

La morte del Califfo era stata data per certa diverse volte, soprattutto da parte russa. L’apparizione più recente è dello scorso aprile, quando si mostrò in un video messaggio che invocava alla guerra senza limiti e con obiettivi differenti rispetto a prima, inaugurando una seconda fase nella vita dello stesso Stato Islamico. Con la sua morte, oggi, se ne apre una terza, perché lo Stato Islamico non smetterà di vivere con la fine del suo leader.

Le origini del Califfato – Baghdadi si era proclamato il Califfo dello Stato Islamico nel luglio del 2014, quando apparve nel primo video-messaggio nella gran moschea di Mosul. Da quel momento l’Isis si era radicato territorialmente assumendo a tutti gli effetti il controllo su parti imponenti di territorio tra l’Iraq – dove era inizialmente sorto surclassando anche Al Qaeda – e la Siria, sfruttando a proprio favore la crisi politica interna in entrambi i paesi. Dopo questa prima definizione territoriale, l’espansione dell’organizzazione ha fatto sì che il nome sia cambiato fino al definitivo Stato Islamico (IS), laddove era scomparsa ogni traccia di riferimento geografico ben preciso assumendo un carattere globale.

Una geografia globale – Gli attentati avvenuti nell’arco di questi anni configurano infatti una geografia realmente globale del Califfato, che non tiene conto dell’appartenenza nazionale ma unicamente di quella religiosa, secondo l’impostazione più radicale della lettura del Corano. L’efferatezza delle immagini pervenute fino a noi riguardava certo la lotta contro l’Occidente e lo stile di vita secolarizzato e distante, ai loro occhi, dall’Islam, ma anche l’idea di una lotta senza quartiere.

È per questo che risulta del tutto inopportuna l’insistenza dei media occidentali nell’attenuare la dicitura di Stato Islamico anteponendo “cosiddetto”, “autoproclamato”, “sedicente” e così via. Il Califfo ha di fatto guidato uno Stato Islamico, che ha senso di esistere in quanto tale e non come Stato di impostazione westphaliana.

I ruoli del Califfo – L’Isis è certamente una organizzazione verticistica che si basa molto sulla legittimità del proprio punto di riferimento politico e religioso. Nellateologia politica” musulmana, secondo le interpretazioni fornite da illustri studiosi nel corso degli ultimi anni, il Califfo riveste storicamente una duplice funzione: egli ha una responsabilità politica e religiosa al tempo stesso. Deve amministrare il territorio sotto la sua giurisdizione, deve supervisionare il controllo del territorio e delle sue suddivisioni amministrative, ha la responsabilità ultima dei suoi sottoposti e gestisce il sistema di tassazione interna. Religiosamente, ha il compito di allargare l’orizzonte musulmano, tentando di inglobare le parti di globo terrestre che non sono sotto la sua amministrazione, persegue il jihad e deve provare ad estendere il dar al-Islam ai discapito del dar al-harb. È la duplice funzione che Baghdadi ha rivestito dal luglio del 2014 ad oggi, determinando una geografia dell’incertezza che ha scardinato i confini geopolitici del Medio Oriente, sebbene per un periodo limitato.

Che cosa avverrà – La domanda che si pone ora è: la morte del Califfo corrisponde davvero alla conclusione dell’esistenza dello Stato Islamico? Molti media occidentali avevano già dato per chiusa l’esperienza dell’Isis, quando nel marzo scorso era terminata la sua presenza territoriale con la battaglia di Baghouz. Il successivo video-messaggio ad opera proprio di al Baghdadi aveva il senso di ribadire la vitalità del Califfato e la saldezza della sua leadership nell’organizzazione e nel mondo radicale salafita.
Certamente, l’operazione condotta dagli Usa e portata a termine rappresenta un colpo importante inferto all’Isis, ma bisogna considerare la tenuta anche negli ultimi mesi, quando ha mostrato la sua drammatica vitalità con attentati che hanno colpito l’estremo oriente e l’Occidente.

La terza fase dell’Isis – Nell’analisi dell’attuale scenario vanno presi in considerazione sia il ruolo che al Baghdadi ha avuto sino ad oggi sia la capacità dell’Isis di rigenerarsi, trovando nuove vie per perseguire il jihad e per tentare di accentrare su di sé le energie jihadiste nel mondo.

Con la morte di Baghdadi sembra aprirsi una terza fase dello Stato Islamico, dopo la seconda cominciata proprio con la chiusura dell’esperienza territoriale e con l’ultimo video-messaggio del Califfato. In questa nuova condizione sarà di cruciale importanza quanto avverrà sul territorio tra la Siria e l’Iraq. La tenuta del paese di Assad nello scacchiere mediorientale è di cruciale importanza, soprattutto dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi. In quello che diventerà un Medio Oriente post-americano, com’è stato recentemente definito da Foreign Affairs, non si affaccia solo la crisi turco-siriana ma anche il nuovo ruolo che gli affiliati allo Stato Islamico interpreteranno per tenere viva la più temuta organizzazione jihadista del mondo.

Leggi anche:

Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019

I 7 messaggi nel video di Abu Bakr al-Baghdadi. Si apre una nuova fase del Califfato

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

Why Counterinsurgency Fails

All’inizio del secondo capitolo di questo splendido volume, Dennis de Tray, descrive quanto sta per scrivere nel resto del capitolo come qualcosa che è in “parte diario di viaggio, parte lezione di storia, parte porsi interrogativi, parte ricerca di soluzioni, e tutto visto attraverso le lenti dello sviluppo internazionale” cosa niente affatto sorprendente se si considera che Dennis de Tray dal 1983 in poi ha lavorato per la Banca Mondiale.

Why Counterinsurgency Fails - Geopolitica.info

 

Le parole che de Tray usa per descrivere il secondo capitolo di Why Counterinsurgency Fails forniscono una descrizione perfetta dell’intero volume che nel tentativo, a nostro avviso riuscito, di spiegare perché la counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan non abbia funzionato, è effettivamente biografia, cronaca di viaggio, lezione di storia e di sviluppo.

De Tray spiega, molto chiaramente, che la counter-insurgency si compone di tre elementi: una campagna militare volta a mettere in sicurezza un paese, una fase in cui si creano delle istituzioni in grado di funzionare e di fornire se non buon governo almeno una governance che sia abbastanza buona, e, infine, una strategia di uscita.

Quello che emerge dal bel volume di de Tray è che due (creazione di istituzioni funzionanti, strategia di uscita) dei tre pilastri su cui la counter-insurgency si fonda non hanno funzionato né in Iraq né in Afghanistan per motivi che de Tray discute con notevole acume e in considerevole dettaglio.

Quello che de Tray non teme di definire il fallimento della counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan è stato il risultato di una lunga serie di errori: la tendenza ad utilizzare l’esercito come se fosse un’agenzia per lo sviluppo (development agency); l’assenza di coesione, coerenza e continuità nella gestione delle attività di counter-insurgency; il non aver fatto di più per promuovere il buon governo dal basso e per consolidare i legami fra i cittadini e lo stato; l’aver sommerso di fondi per lo sviluppo governi che, a causa delle proprie debolezze, non erano in grado di fare buon uso di queste risorse; il fatto che le agenzie (internazionali o quantomeno straniere) deputate a promuovere lo sviluppo si siano impegnate direttamente a fornire beni e servizi ai cittadini anziché far sì che beni e servizi, per quanto più lentamente e inefficacemente, venissero erogati dalle nascenti istituzioni che avrebbero così avuto modo di acquisire una qualche o maggiore legittimità. A questi errori, ne vanno aggiunti altri che de Tray discute puntualmente.

Il volume di de Tray, ricco di spunti, di riferimenti, e di aneddoti spesso gustosi, fornisce tre lezioni fondamentali –una su cosa serve per far funzionare e bene la counter-insurgency, una su chi o cosa debba essere fatto per assicurare lo sviluppo politico in paesi in via di sviluppo e con un fragile assetto istituzionale, e una relativa al ruolo che la comunità internazionale può svolgere per promuovere il buon governo e il successo della counter-insurgency.

Per quel che concerne la counter-insurgency la lezione, fondamentale, di de Tray è che il terrorismo può essere sconfitto, che le insurgencies possono essere soppresse, e che gli stati possano essere creati ma che quel che serve per raggiungere ciascuno di questi obiettivi è una soluzione politica e non una soluzione militare. La soluzione militare serve nella prima fase della counter-insurgency, ma non nella seconda né, tantomeno, nella terza.

Per quel che riguarda lo sviluppo, la lezione fondamentale è che lo sviluppo politico, la creazione di uno stato funzionante e di istituzioni adeguatamente istituzionalizzate, richiedono tempo e non possono essere imposte dall’esterno. Per i problemi locali servono soluzioni locali.

Per quello che riguarda il ruolo della comunità internazionale, de Tray è molto chiaro: la comunità internazionale “può lavorare con i governi per dare ai paesi il tempo necessario per creare stati funzionanti” (p. 25). Ma, a tal proposito, de Tray fornisce delle indicazioni preziose su come procedere. Posto che le organizzazioni internazionali e la comunità internazionale non si possano sostituire ai governi nazionali, e posto che i governi centrali, oltre ad essere inefficienti siano anche, potenzialmente, corrotti cosa si può fare per ovviare il problema e assicurarsi che i fondi siano spesi per migliorare le condizioni di vita dei cittadini? Si deve lavorare con i governi locali che, scrive de Tray sono molto più capaci di quanto in genere si ammetta, si deve erogare fondi destinati a specifici progetti di sviluppo, si deve essere trasparenti a far sapere ai cittadini quali e quanti fondi sono stati messi a disposizione per quale scopo, e i cittadini vedendo cosa viene e non viene fatto con i soldi erogati, possono far sì che i governi locali rendano conto del proprio operato e del denaro speso.

Questo bel volume di de Tray non si limita a confermare quanto Samuel H. Huntington aveva teorizzato in Political Order in Changing Societies (1968) e cioè che lo sviluppo politico, la creazione di istituzioni funzionanti e rispettate, siano condizioni necessarie per il buon governo e lo sviluppo socio-economico, ma mostra come e a quale livello l’istituzionalizzazione possa essere perseguita con successo.

Il volume di de Tray è fondamentale perché assicura che le lezioni apprese dal conflitto in Iraq e in Afghanistan non vadano perdute, e, leggendolo, non si può far a meno di pensare come sarebbero andate queste due counter-insurgencies se si fosse saputo allora quello che si può apprendere oggi leggendo il volume di de Tray.

 

 

Iraq: inizia il processo di formazione del nuovo governo mentre il Sud brucia

Il 3 settembre si è riunito il Parlamento iracheno nella sua pima sessione per nominare il nuovo portavoce e dare il via al processo di formazione del governo dopo le elezioni dello scorso 12 maggio, che hanno visto trionfare, contro ogni aspettativa, la coalizione Sairoon guidata dal chierico sciita Moqtada al-Sadr.

Iraq: inizia il processo di formazione del nuovo governo mentre il Sud brucia - Geopolitica.info

Il 2 settembre 16 gruppi politici iracheni hanno annunciato la formazione di un’alleanza parlamentare che sembra sbloccare la situazione post-elettorale, che aveva visto la coalizione di forze politiche guidata dal chierico sciita Moqtada al-Sadr uscire vittoriosa dalla tornata elettorale. In un comunicato, i 16 gruppi hanno annunciato la formazione di una coalizione sotto la guida dello stesso Sadr, in cui rientra anche il partito Al-Nasr dell’ex premier Haider al-Abadi. La coalizione Sairoon di Sadr nelle elezioni dello scorso maggio aveva ottenuto 54 dei 329 seggi nel Parlamento iracheno, classificandosi come prima forza del Paese, non mancando di suscitare stupore tra gli osservatori internazionali. Oppositore all’invasione americana del 2003 e alla guida di proteste contro le truppe statunitensi, Sadr ha rappresentato l’emblema delle ultime elezioni, raccogliendo voti soprattutto tra le classi più indigenti grazie ad una campagna di condanna verso la dilagante corruzione che domina il Paese. Non è un caso che ha raccolto gran parte dei voti nel sud sciita, ma anche nella capitale, risultando il blocco politico più votato in 6 dei 18 governatorati iracheni (Baghdad, DhiQar, Maysan, Muthanna, Najaf e Wasit). Dalla posizione marcatamente nazionalista, Sadr ha da sempre mostrato una posizione fortemente critica verso l’ingerenza americana nella regione e nel Paese. Allo stesso tempo, si oppone a qualsiasi interferenza iraniana negli equilibri dell’Iraq. La coalizione da lui guidata comprende anche il Partito comunista iracheno, anche se rimangono ancora poco chiari i punti che accomunano le due forze. L’alleanza tra Sairoon e il partito di Abadi garantirebbe una maggioranza parlamentare, con circa 187 seggi sui 329 totali. La coalizione, inoltre, comprende anche il partito Al-Wataniya del vice-Presidente Ayad Allawi e il blocco Al-Hikma del chierico e politico sciita Ammar al-Hakim, come anche i rappresentanti per le minoranze turkmena, yazida, mandea e cristiana.

In risposta al comunicato del blocco guidato da Al-Sadr, Hadi al-Amiri, a guida dell’alleanza sciita Fatah, che ha ottenuto 48 seggi classificandosi come seconda forza del Paese, e l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, hanno dichiarato l’intenzione di costituire un blocco di forze che arriverebbe a contare circa 145 seggi. Amiri, ex ministro dei trasporti del governo Maliki, è a capo della Badr Organization, ala militare del Supreme Islamic Iraqi Council (SIIC) e ha stretti legami con l’Iran, in particolare con l’Islamic Revolutionary Guard Corps. L’ex premier Maliki, con il suo partito Dawa, nelle ultime elezioni ha ottenuto risultati piuttosto deludenti, conquistando solamente 25 seggi in parlamento e classificandosi come quinta forza del paese, perdendo 67 seggi rispetto alla precedente tornata elettorale. Maliki ha apertamente contestato la dichiarazione di Sadr e Abadi, che affermano di avere la maggioranza dei seggi in Parlamento.  Mentre Amiri e Maliki hanno posizioni esplicitamente filo-iraniane, Abadi sembrerebbe essere il candidato più gradito agli americani, in un paese dove, oltre alle numerose problematiche interne dovute al post-ISIS e alle difficoltà socio-economiche, bisogna sempre mantenere un certo equilibrio tra gli interessi delle grandi potenze.
Rimangono esclusi da entrambe le coalizioni i partiti curdi, PDK e PUK, che nelle scorse elezioni hanno conquistato rispettivamente 25 e 18 seggi.

A 5 mesi dal voto è iniziato il processo di formazione del governo, dopo che la Corte Federale irachena ha approvato il 2 settembre il risultato del riconteggio manuale delle schede. Dopo il voto di maggio, le forze di opposizione a Sadr hanno denunciato brogli elettorali. Nello scorso agosto è avvenuto un riconteggio delle schede che, tuttavia, non ha portato ad alcun capovolgimento negli esiti del voto.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, per garantire maggiore stabilità al paese, la Costituzione del 2005 ha previsto una divisione dei poteri su base etnica e settaria, sulla base di quelli che sono le tre maggiori componenti del Paese: sciiti, sunniti e curdi. Secondo la Costituzione, la carica di Primo Ministro spetta a un esponente sciita, quella di portavoce del Parlamento a un sunnita e la carica di Presidente a un curdo.

I tempi di formazione del governo non sono in alcun modo prevedibili. Dopo le elezioni del 2010 furono necessari circa 11 mesi prima che fosse formato il governo. Tuttavia, in questo momento, la necessità di un nuovo governo che inizi a lavorare per dare risposte immediate alle esigenze della popolazione è incombente. Prima di tutto, va avviato un processo di ricostruzione dopo la sconfitta dell’ISIS, la cui occupazione è durata tre anni ed ha avuto conseguenze drammatiche, soprattutto nella Piana di Ninive. Il nuovo governo, inoltre, dovrà necessariamente rispondere alle istanze della popolazione e focalizzare l’attenzione sulle proteste che stanno infiammando il sud del Paese a maggioranza sciita. Il 1 settembre circa 150 manifestanti si sono riuniti all’entrata del giacimento Nahr Bin Omar, a 15 km da Bassora, minacciando di interrompere l’attività di estrazione. Ieri, inoltre, la manifestazione è sfociata in una vera e propria guerriglia: la tensione è aumentata quando i manifestanti hanno dato alle fiamme il consolato iraniano come segno di protesta contro l’interferenza di Teheran negli affari interni iracheni. Si sono diretti anche contro il consolato americano che, però, essendo difeso da un importante contingente dell’esercito, e che quindi si è salvato dalla rabbia dei manifestanti. Sempre nella notte il governo, a dimostrazione dello stato emergenziale, ha imposto il coprifuoco nelle regioni del sud infiammate dalla rivolta.
La protesta, che solo negli ultimi 4 giorni ha avuto un bilancio di 4 morti e decine di feriti (sicuramente destinato ad alzarsi), non costituisce un episodio isolato ma si inserisce nel quadro di una serie di manifestazioni che hanno colpito il sud del paese nel corso di tutta l’estate.
La città di Bassora ha costituito il punto focale da cui sono partite le proteste. Seconda città irachena per popolazione, costituisce l’unico sbocco sul mare. Inoltre ospita alcuni dei più estesi giacimenti di petrolio del paese e la gran parte delle esportazioni partono dal Al-Basrah Oil Terminal. Eppure, malgrado la ricchezza di risorse, la popolazione non riesce ad avere accesso ad alcuni servizi di base. Le richieste della popolazione sono acqua pulita, elettricità, un contenimento della dilagante corruzione e più lavoro. Le polemiche riguardano soprattutto il settore petrolifero, di cui la provincia di Bassora è centro focale tanto per l’estrazione quanto per l’export. In particolare, nella città si protesta contro la grande presenza di manodopera internazionale impiegata nel settore petrolifero e la differenza salariale tra i locali e gli internazionali. La gran parte della manodopera locale, mentre gli internazionali ricevono stipendi a tre zeri, rimane senza impiego o percepisce salari molto modesti. La frustrazione è esplosa in tutto il sud del paese, arrivando a Nassiriya, Najaf, Karbala e persino nella capitale. Ma è soprattutto il sud a maggioranza sciita in protesta, quel sud che ha anche votato per Sadr, simbolo della denuncia della corruzione dei passati governi durante la campagna elettorale.

 

Un’altra causa scatenante delle proteste è l’alto tasso di disoccupazione, che a livello nazionale sfiora quasi l’11% mentre la disoccupazione giovanile sfiora il 20%, dato allarmante se si considerano gli andamenti demografici del paese, dove circa il 60% della popolazione ha meno di 25 anni.
Le proteste possono velocizzare il processo di formazione del governo per ristabilire un ordine a livello istituzionale e di conseguenza un certo livello di sicurezza.
Ma sarà sufficiente formare il governo per alleviare il malcontento popolare? Un malcontento che è diffuso e le cui cause sono numerose, alcune strutturali: la disoccupazione, il reddito, lo stato dei servizi pubblici e delle infrastrutture. Altre ragioni sono perfino più radicate nella società irachena, come le divisioni settarie, che provocano l’esclusione o la marginalizzazione di alcune porzioni di popolazione dalla vita pubblica e dal tessuto economico. E poi la corruzione che impervia e che può essere arginata soltanto attraverso riforme strutturali e un processo di autonomizzazione del sistema giuridico da quello politico. E infine l’ingerenza straniera, che in questo momento viene da molti a stento tollerata.

Il nuovo governo dovrà incaricarsi di dare risposte concrete alle richieste della popolazione attraverso interventi immediati e puntuali ma in un’ottica di lungo periodo, che preveda per l’Iraq uno sviluppo economico e un miglioramento complessivo delle condizioni sociali al fine di ridurre la forbice di diseguaglianza che caratterizza il tessuto socio-economico del paese. Quello che è evidente è che esiste un divario tra le aspettative popolari e le risposte del governo è in grado di dare ed è bene che il nuovo esecutivo non sottovaluti il significato di proteste che potrebbero destabilizzare ulteriormente un Iraq dagli equilibri già precari

Minoranze nell’Iraq post-Isis: il caso di Cristiani e Shabak nella piana di Ninive

Le minoranze in Iraq non hanno mai goduto della protezione del governo, né durante il regime di Saddam né nell’Iraq post-2003. La presenza dello Stato Islamico ha contribuito a modificare la composizione etnica, ripercuotendosi su una già piuttosto debole coesione sociale e diffondendo un senso di sfiducia tra la popolazione.

Minoranze nell’Iraq post-Isis: il caso di Cristiani e Shabak nella piana di Ninive - Geopolitica.info Foto di Martina Mannocchi

La composizione culturale, religiosa e etnica è in Iraq particolarmente eterogenea. Il Paese ospita decine di minoranze, tra cui Cristiani, Yazidi, Shabak, Kaka’i e Turkmeni. La maggior parte di queste vive nella Piana di Ninive, l’area occupata dallo Stato Islamico a partire dal gennaio 2014. A partire dalla caduta di Mosul l’estate successiva, le condizioni delle minoranze si sono rapidamente deteriorate.
I cristiani costituivano la minoranza più importante in termini numerici: durante il regime erano circa 1,4 milioni, distribuiti tra la capitale Baghdad e la regione di Ninive, soprattutto a Qaraqosh (conosciuta anche come al-Hamdaniya o Baqhdida), considerate la roccaforte della cristianità irachena. Se in una certa misura i cristiani hanno goduto di protezione durante l’era Saddam, la loro presenza nel Paese ha iniziato a diminuire subito dopo l’invasione Americana del 2003, quando la comunità è stata bersaglio di numerosi attacchi e violenze da parte di gruppi musulmani a causa delle divergenze religiose e del loro legame con l’occidente. A seguito di attacchi alle loro attività commerciali e vista la crescente insicurezza, i cristiani iniziarono a lasciare la capitale e fuggirono all’estero. Secondo le stime più recenti, il numero dei cristiani ruota intorno alle 300.000 unità, distribuiti nella piana di Ninive e con una presenza a Baghdad.

La regione di Ninive è abitata anche da Shabak e Yazidi. La comunità shabak conta una popolazione che oscilla tra le 200.000 e le 300.000 unità. La maggior parte (circa il 70%) sono di confessione sciita, mentre il restante sunnita. Vivono principalmente di agricoltura e sono stati spesso considerati una classe umile e soggetti a discriminazioni. Riconosciuti ufficialmente come minoranza nel 1952, essi sono stati vittima di un processo di arabizzazione condotto dal regime di Saddam Hussein nel nord dell’Iraq ai danni delle minoranze non arabe e, dopo la caduta del dittatore, hanno sofferto discriminazioni di vario genere, sia ad opera degli arabi che dei curdi.

La conquista da parte dell’Isis della Piana di Ninive nel 2014 ha ulteriormente aggravato la condizione delle minoranze che abitavano la regione. Con l’occupazione di Mosul e del Distretto di Hamdaniya da parte dei miliziani di Al-Baghdadi, gran parte dei cristiani e degli shabak sono stati costretti ad abbandonare le proprie città e hanno perso tutti i loro averi. Le abitazioni sono state saccheggiate, le attività commerciali distrutte, il bestiame rubato. Al momento dell’occupazione, le case dei cristiani sono state contrassegnate con la lettera N, che sta per Nassarah, termine arabo per cristiano. Queste case sono divenute proprietà dello Stato Islamico, dopo il suo passaggio sono rimaste delle rovine. Un simile destino è toccato agli shabak. Sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi, le loro terre sono state occupate o date alle fiamme e i miliziani hanno marcato le porte delle loro case con la lettera R, Rafida, che in arabo designa coloro i quali rifiutano la corretta interpretazione dell’Islam, gli sciiti. Durante la guerra contro lo Stato Islamico, molti shabak hanno preso le armi. Alcuni hanno combattuto al fianco dei Peshmerga curdi, altri hanno fondato delle proprie brigate, che esistono tuttora e fungono da corpi di sicurezza che colmano i vuoti securitari lasciati dal governo centrale.

Foto di Martina Mannocchi

Dall’estate del 2014, migliaia di famiglie sono fuggite dalla regione alla volta di Erbil, capitale curda, e delle aree circostanti. Per la maggior parte di loro, la vita nei campi è durata tre anni. I cristiani sono stati accolti a Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil, dove sono stati adibiti due campi dalle autorità in collaborazione con la chiesa locale per assistere gli sfollati di fede cristiana provenienti soprattutto da Qaraqosh, rimasta pressoché deserta dall’agosto 2014. Anche gli shabak hanno cercato rifugio in Kurdistan, alcuni si sono spostati verso le regioni centrali e meridionali del Paese, a prevalenza sciita. Oggi una presenza Shabak è registrata a Najaf, Karbala e Baghdad.

La regione di Ninive è stata riconquistata dalla IX divisione dell’Esercito Iracheno e dalla Niniveh Protection Unit (NPU) tra il dicembre del 2016 e l’inizio del 2017. Il rientro delle comunità sfollate è iniziato l’autunno successivo. Malgrado le autorità abbiano dichiarato nel 2017 la fine della crisi, molti sono ancora gli sfollati. Molti cristiani hanno abbandonato definitivamente, coloro che sono rientrati hanno trovato solo devastazione: le stime evidenziano che oltre l’80% delle infrastrutture del distretto di Hamdaniya sono state distrutte o gravemente danneggiate, comprese abitazioni e negozi. “Hanno preso tutto, hanno saccheggiato la mia casa e bruciato i miei campi”, racconta con gli occhi rassegnati un contadino di Qaraqosh. Dal settembre scorso, quando il governo iracheno e le autorità curde hanno iniziato a predisporre i rientri nella piana di Ninive, le minoranze cristiane e shabak stanno cercando di ricostruire la loro vita e riavviare le attività commerciali con grandi sforzi, ma il tessuto economico è fortemente compromesso e il supporto del governo per la ricostruzione è carente.

Una delle principale preoccupazioni delle minoranze resta la sicurezza: c’è necessità di tutele giuridiche e di una protezione effettiva delle  minoranze, anche se ormai esse stesse non hanno alcuna fiducia né nel governo iracheno né in quello curdo, nessuno dei quali è riuscito a proteggere la piana di Ninive dall’offensiva dello stato Islamico. Malgrado la sconfitta dell’ISIS, il senso di insicurezza è diffuso. Durante e dopo l’occupazione, molti membri di comunità minoritarie hanno lasciato l’Iraq alla volta dei paesi limitrofi in cerca di maggiore pace e stabilità. La composizione etnica e demografica sta rapidamente cambiando e sono prevedibili tensioni settare, soprattutto in una regione dalla composizione così eterogenea. Il distretto di Hamdaniya è storicamente abitato da cristiani, tuttavia la presenza degli shabak è aumentata negli ultimi 20 anni e la comunità cristiana si sente sotto attacco, percependo la crescita degli shabak come un tentativo di islamizzare la regione. Hekmat, un anziano contadino cristiano di Qaraqosh, esprime energicamente tutte le sue preoccupazioni: “Stanno comprando le nostre terre e provano a rimpiazzarci. Questa terra era la nostra terra, era una regione cristiana ancor prima che l’Islam nascesse. La loro presenza ora sta crescendo e presto l’Islam dominerà anche quest’area. Che ne sarà di noi? Perché nessuno ci protegge?”
La coesione sociale tra shabak e cristiani sarà una sfida per le autorità della regione, che devono compiere un duro lavoro di mediazione per evitare ulteriori conflitti. Queste due minoranze vivono per lo più separate, come due sistemi chiusi, e evitano quanto più possibile di interagire.

Foto di Martina Mannocchi

L’ISIS è stato respinto ma le tensioni sociali e politiche hanno fatto emergere ancor più la vulnerabilità delle minoranze e il loro senso di insicurezza. L’Iraq post-Isis, pertanto, rischia di essere un terreno fertile per nuovi conflitti religiosi e settari e il futuro delle minoranze resta incerto malgrado il loro attaccamento alla terra.

La Costituzione irachena del 2005 riconosce la diversità etnica e culturale di Paese ma ha fallito nel garantire tutele alle minoranze. L’Iraq è anche parte di convenzioni internazionali in materia di diritti delle minoranze come la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e la Convenzione sui diritti civili e politici. Tuttavia, queste misure non sono mai state sufficienti a garantire l’uguaglianza e le minoranze restano tuttora escluse dai processi decisionali e sotto-rappresentate a livello politico. Il conflitto del 2014 ha contribuito a polarizzare le diverse comunità, rendendole diffidenti le une verso le altre, malgrado siano state tutte vittime dello stesso nemico. In questo clima, e senza un programma inclusivo ben strutturato per la regione, nuovi conflitti sono alle porte. Tra le priorità del nuovo governo, oltre a finanziare un processo di ricostruzione delle aree distrutte, deve figurare la coesione sociale, raggiungibile attraverso l’avvio di un meccanismo di riconciliazione che permetta di reintegrare cristiani e shabak nella società. Per raggiungere tale obiettivo è indispensabile una governance locale inclusiva, una mediazione tra i diversi gruppi per evitare tensioni e facilitare un processo di peace-building. Tuttava, l’obiettivo sembra lontano da raggiungere. Il governo centrale è debole, il nuovo parlamento non è ancora stato nominato dopo le elezioni dello scorso maggio e aumentano le tensioni tra il governo iracheno e le autorità curde per il controllo delle aree liberate dallo Stato islamico. Nell’Iraq post-conflitto, insomma, il futuro delle minoranze sembra piuttosto cupo.

Cosa succede in Iraq

Il sud dell’Iraq da diversi giorni è infiammato da focolai di protesta contro disoccupazione e carovita. Tutto mentre a Baghdad si cerca, ormai da mesi, di formare un governo a seguito delle elezioni svolte il 12 maggio.

Cosa succede in Iraq - Geopolitica.info

L’8 luglio a Bassora, città che si trova a sud dell’Iraq, sono iniziate delle proteste di carattere sociale ed economico, che si sono rapidamente propagate ad altre città. La direttrice interessata dalle proteste è quella che da Bassora si muove verso il centro del paese, coinvolgendo importanti centri urbani come Najaf, Nassirya, Karbala sino alla capitale Baghdad. Nelle zone meridionali, abitate in prevalenza da popolazione sciita, la situazione economica è grave: la disoccupazione sfiora il 20%, e raggiunge picchi più alti tra i giovani, che rappresentano la grande maggioranza del paese.
Inoltre nelle città a sud, specialmente a Bassora, si riscontrano grandi problemi di gestione di servizi di base, in particolare quelli idrici ed energetici: durante la giornata sono frequenti i blackout e la mancanza di acqua. Questi fatti, uniti alla già difficoltosa situazione economica, ha portato le proteste, dapprima pacifiche, ad allargarsi ad altre città e ad assumere connotati più violenti. Specialmente a sud est, nel governorato di Maysan, si sono registrati i maggiori incidenti: oltre 30 feriti e i manifestanti che hanno cercato di sfondare gli edifici governativi nella città di Amara.
Anche a Najaf, importante centro di pellegrinaggio sciita, ci sono stati diversi feriti a seguito delle proteste, che hanno comportato anche la chiusura dell’aeroporto della città. Decine di feriti anche a Nassirya e in tutta la provincia circostante.

Il bilancio delle manifestazioni, ancora in corso, al momento parla di una decina di morti e di oltre 300 feriti, anche tra le forze di sicurezza: da venerdì, infatti, l’esercito è sceso in strada per reprimere le manifestazioni.
Nonostante il premier Al-Abadi si sia inizialmente affrettato ad intimare alle forze di sicurezza e all’esercito di non sparare sui manifestanti, in alcune zone le manifestazioni si sono tramutate in una vera e propria guerriglia, e diverse testimonianze locali riportano episodi di violenza sui manifestanti. Specialmente nel difendere i giacimenti petroliferi principali, asset strategico del paese, che negli ultimi giorni sono diventati gli obiettivi delle proteste, simboli di una ricchezza che non riesce ad essere redistribuita verso le fasce più basse della popolazione. Uno di questi giacimenti interessati dalle proteste, quello di Zubair, a ovest di Bassora, è controllato da Eni, che ha fatto sapere di continuare la produzione nonostante le manifestazioni che si sono svolte alle porte dello stabilimento.
Al-Abadi ha promesso grandi investimenti nelle zone a sud dell’Iraq per migliorare la gestione dei servizi, ascoltando le istanze delle proteste, ma ha ribadito che le manifestazioni non devono essere un pretesto per minare l’unità del paese, e che colpire le forze di sicurezza irachena vuol dire attaccare la sovranità dell’Iraq. Un messaggio quindi distensivo ma chiaro: da Baghdad non saranno tollerati focolai di protesta che possono sfociare in una guerriglia armata.
Una delle principali figure di rappresentanza del mondo sciita iracheno, l’ayatollah Ali Al-Sistani, ha dichiarato di essere dalla parte dei manifestanti, intimando il governo a prestare ascolto alle proteste, ma ha allo stesso tempo consigliato alla popolazione di evitare episodi di violenza.

Il processo di ricostruzione del paese continua a rilento: la riconquista dei territori dallo Stato Islamico ha significato un’importate vittoria, ma le enormi sacche di povertà, unite alla particolare composizione etnica e religiosa dell’Iraq, rischiano di minare quel processo di riunificazione tanto cercato da Baghdad. La fase di stallo politica seguita alle elezioni di maggio, che ancora non ha comportato la nascita del nuovo governo, contribuisce all’esasperazione degli animi, e il nuovo esecutivo sarà chiamato a rispondere alla spinosa questione meridionale irachena.

Il Golfo e la diversificazione economica

Il petrolio, come tutte le risorse del nostro pianeta, non è infinito. Esso però è divenuto, durante gli anni, indispensabile per le economie di molti paesi del mondo. Alcuni di loro infatti, come i paesi del Golfo, sono riusciti a sfruttare tutto il suo potenziale e ad aumentare il proprio prodotto interno lordo soprattutto grazie all’export degli idrocarburi. Il cambiamento climatico e l’esplosione della green economy, però, hanno ridimensionato il ruolo dell’oro nero all’interno dell’economia mondiale. Quale strategia stanno attuando i paesi del Golfo per reagire a questi cambiamenti?

Il Golfo e la diversificazione economica - Geopolitica.info

Gli attori in gioco

Il Golfo Persico, o Arabico, e i paesi che bagna sono stati importanti nell’arco della storia sia sotto il punto di vista economico, sia sotto quello strategico. La sua rilevanza, oltre che in relazione alle numerose riserve petrolifere presenti sul territorio, deriva anche dalle vie marittime per il trasporto di esso. Nello specifico, quando si parla di paesi del Golfo, si parla degli stati toccati da entrambe le sponde. Per quanto riguarda la zona “occidentale” quindi, si tratta di quei paesi che costituiscono il “blocco sunnita”: Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Tutti i paesi sopra citati hanno una forma di governo monarchica con, ovviamente, un basso tasso di democrazia. Gli unici organi elettivi hanno una natura puramente consultiva e non legislativa. In questi paesi quindi vige il diktat di “no taxation without representation”: non essendo rappresentati politicamente, i cittadini non sono obbligati a pagare le tasse. Per questo motivo, infatti, le monarchie del Golfo sono anche chiamate Rentier States. Date le numerose somiglianze, sia religiose, sia economiche, sia ordinamentali, nel 1981 viene costituito il Consiglio di Cooperazione del Golfo (o Gulf Cooperation Council, GCC). Esso può essere definito come una sorta di alleanza tra i vari stati membri, che ad ora ha portato scarsissimi risultati, soprattutto per via delle differenti strategie politiche dei suoi membri (basti pensare al recente braccio di ferro tra Sauditi e Qatarioti).

Dall’altra sponda del Golfo troviamo invece l’Iraq e l’Iran, che non possono essere definiti un blocco unico per diverse ragioni. In primis, per la varietà delle comunità religiose presenti sul territorio: mentre l’Iran infatti ha una sua identità sciita, l’Iraq, nonostante la maggioranza della popolazione sia sciita (il 60% circa), ha al suo interno molte altre comunità religiose. L’altro motivo è in relazione alla natura ordinamentale dei due stati: l’Iran ha un ordinamento cd. dualistico, in quanto sono presenti sia istituzioni elettive che non elettive; l’ordinamento costituzionale dell’Iraq invece, è ancora caotico e disordinato, soprattutto per via delle numerose guerre succedutesi negli ultimi decenni.

Saudi Vision 2030: l’ambizioso piano Saudita

Bin Salman, attuale principe Saudita e futuro erede al trono del regno, per uscire da una situazione di deficit che aumenta anno dopo anno, ha ideato un piano denominato Saudi Vision 2030. I motivi scatenanti il costante deficit sono riconducibili ad un’eccessiva spesa militare su fronti inconcludenti (Yemen e Siria su tutti), e ad un’elevata disoccupazione giovanile. Oltre a generiche promesse quali la lotta alla corruzione e il progressivo abbassamento della disoccupazione (abbassandola dal 11,6 al 7%), nella Vision 2030 sono presenti misure concrete molto innovative per l’Arabia Saudita. La grande novità è soprattutto verso le donne ed il loro inserimento nel mondo del lavoro: il permesso alla guida, l’apertura attività lavorativa senza permesso del guardiano, l’apertura di posizioni importanti all’interno delle forze armate e del corpo diplomatico, il divieto di discriminazione di genere sul luogo di lavoro e la promulgazione di una nuova legge anti molestie, entrata in vigore ad inizio 2018, la quale prevede fino a 300 mila riyal (80 mila $ circa) e fino a 5 anni di reclusione, sono solo alcune delle promesse che il principe propone di attuare.
Le altre innovazioni riguardano l’intrattenimento (si prevede di investire circa 64 miliardi in 10 anni per l’apertura di cinema, i quali sono vietati dal 1979, l’organizzazione di concerti, che permetterò alle donne sia di visionare che di partecipare, di spettacoli ed eventi sportivi), investimenti esteri, sul turismo, sull’imprenditoria privata e nuove norme sulla tassazione.

Le strategie del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti

Gli altri due paesi del Golfo che stanno attuando la diversificazione economica, cioè la variazione degli introiti che ha come obiettivo il raggiungimento di un’economia stabile, sono gli Emirati Arabi ed il Qatar.
Il primo sta cercando di creare nelle sue maggiori città, Dubai in primis, dei veri e propri hub finanziari, creando un ambiente in cui è facile investire sul piano finanziario, commerciale e immobiliare. Per esempio, mentre in precedenza per aprire una qualsiasi attività era necessaria la presenza di un socio locale, ora serve solo l’intermediazione di un agente locale.
Il Qatar invece ha costruito un sistema di rendite alternative basato su investimenti a lungo termine. Il piccolo stato del Golfo, che ha circa 400 mila abitanti, sta acquistando quote di società (come Volkswagen o Harrods), edifici strategici nel mondo (come il grattacielo Shard e la HSBC Tower di Londra) e addirittura club sportivi (quali il Paris Saint-German). Tutto ciò sta garantendo a Tamim bin Hamad al-Thani, l’attuale emiro del Qatar, non solo di resistere all’embargo Saudita di un anno fa, ma anche di creare l’immagine di un paese innovativo su cui investire.

L’oro nero non può essere più considerato come una valida forma di sostentamento. I paesi del Golfo hanno appreso come un cambiamento radicale sia importante, se non indispensabile. Oltre a cambiare gli asset economici però, i paesi del Golfo dovrebbero anche modificare la propria struttura ordinamentale, passando da monarchie a dittature carismatiche che trovano la loro legittimità sul consenso popolare.
Soprattutto l’Arabia Saudita deve invertire il deficit che oramai affligge da anni la sua economia. La Saudi Vision rappresenta l’ultima opportunità per il regime di Riyadh, e si è già in ritardo sulla tabella di marcia.

Che fine ha fatto lo Stato islamico ?

Un autentico black out mediatico, politico e militare sembra interessare da diversi mesi lo Stato islamico in Iraq e in Siria. Quella che fino ad un anno fa era ancora considerata la più temuta organizzazione terroristica del mondo, sembra essere diventata oggi una reliquia della nostra storia recente.

Che fine ha fatto lo Stato islamico ? - Geopolitica.info

Questo atteggiamento di sottovalutazione è al contempo sbagliato e dannoso perché l’ISIS non è stato affatto sradicato dal teatro siro-iracheno, in cui sta, al contrario, dando segni di preoccupante vitalità.

Ad oggi (fine marzo del 2018), lo Stato islamico occupa militarmente poche aree della Siria: è presente nei sobborghi meridionali della capitale Damasco (Yarmuk , Hajar al-Aswad), nelle alture del Golan al confine con Israele, in una vasta area semidesertica orientale del paese (nei pressi di Albukamal  ed Al Mayadeen ) e in alcune zone di confine con l’Iraq poste tra Hasakah e Deir Ez Zur. È probabile che una sacca di combattenti dell’ISIS fuggiti dalla provincia di Hama in seguito ad un’operazione condotta dalle truppe lealiste a febbraio abbia trovato un (molto precario) rifugio nella provincia di Idlib, già in mano a gruppi ribelli ostili. Ciò che rimane oggi sotto il controllo diretto del califfato è dunque ben poca cosa rispetto a quanto posseduto fino a due anni fa: quattro o cinque sacche di resistenza prive, peraltro, di continuità territoriale. Eppure, capitalizzando ancora una volta debolezze ed errori dei suoi nemici, l’ISIS non è soltanto sopravvissuto (ri)trasformandosi senza apparenti problemi in un’entità insurrezionale capace di colpire con rapidi e sanguinosi attacchi hit and run (soprattutto in Iraq), ma è anche riuscito recentemente a compiere vere e proprie offensive ai danni dell’esercito siriano . Qualche esempio: nel solo mese di marzo quattro province irachene (Kirkuk, Anbar, Salahuddin e Ninive) sono state teatro di diversi attentati ed attacchi che hanno provocato la morte di almeno 70 tra militari e uomini delle Al Hasd al Sha’abi sciite. A pochi chilometri dal palazzo presidenziale di Damasco un’offensiva condotta da miliziani dello Stato islamico partita dal sobborgo di Yarmuk ha addirittura conquistato un intero quartiere (Qadam) provocando la morte di almeno 60 soldati siriani: sembra surreale dirlo ora, ma risponde a verità il fatto che lo Stato islamico è, ad oggi, diventato  padrone di buona parte della periferia sud della capitale siriana. Nei pressi dell’Eufrate e del confine con l’Iraq, un’incursione armata dell’ISIS partita dalla badia desertica in cui i suoi uomini hanno trovato rifugio ha messo a durissima prova la capacità di resistenza delle truppe lealiste lì dislocate provocando comunque un centinaio di vittime. E’ da evidenziare infine come lo Stato islamico sembri pianificare le proprie operazioni differenziandole in base alla situazione politico militare in cui si trova ad agire: nei contesti in cui il nemico manifesta un miglior controllo del territorio come l’Iraq si prediligono feroci attacchi terroristici “stile Zarqawi”, dove invece la situazione è di vera e propria guerra, come in Siria, si opta senz’altro per l’attacco militare finalizzato alla conquista.

La sopravvivenza dello Stato Islamico nel Siraq è dovuta sostanzialmente a due fattori:  La manifesta incapacità dell’esercito siriano di operare offensive su diversi fronti a causa dell’endemica penuria di affidabili unità d’assalto. Ciò provoca la necessità di scegliere accuratamente il settore in cui concentrare tali reparti tralasciando gli altri. Quando, nel corso dello scorso anno, le unità dell’esercito lealista ripulirono dall’ISIS la vasta zona posta ad occidente del fiume Eufrate trascurarono di rastrellare le zone desertiche poste al di fuori degli assi di avanzamento perché subito interrotti dall’impellente necessità di intervenire presso un altro fronte. Eppure, proprio dalle sabbie di questo deserto sono emersi i jihadisti che hanno provocato la morte di un centinaio di soldati lealisti nella zona di Al Mayadeen e della stazione di pompaggio T-2 nelle ultime settimane.

Il secondo motivo che consente la sopravvivenza dello Stato islamico sia in Siria che in Iraq sta nella sua capacità di trarre sostentamento da una serie di attività illegali gestite spesso in joint venture con elementi di spicco delle società locali in grado di garantire, in cambio di lucrosi guadagni, protezione e sostegno ai guerriglieri del califfo.
Date queste premesse, quali potrebbero essere le prospettive future? Molto dipenderà dal decorso del conflitto siriano. Se i colloqui di Astana portassero all’effettiva spartizione del paese, un quadro di maggiore tranquillità nel paese permetterebbe senza dubbio l’eradicazione militare delle ultime sacche di resistenza territoriale dello Stato islamico; una situazione di minor conflittualità generale (ma di generalizzata insicurezza e povertà) uniformerebbe però con ogni probabilità i rami siriano ed iracheno dell’organizzazione in una medesima matrice più schiettamente terroristica e insurrezionale. Se, invece, la guerra di Siria dovesse continuare o addirittura peggiorare, è certo che lo Stato islamico troverebbe nuova linfa vitale per riemergere dalle macerie e conquistare nuovamente territori.