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NEWS ENERGIA – Primi investimenti nell’Iran post-sanzioni

La francese Total è la prima compagnia energetica europea che torna ad investire in Iran dopo l’allentamento delle sanzioni internazionali. Ma resta il nodo delle sanzioni americane.

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Con la firma dell’accordo quadro che assegna alla Total il ruolo guida nello sviluppo della Fase 11 del giacimento di gas di South Pars, la compagnia francese diventa ufficialmente la prima major europea ad investire in Iran dopo la fine delle sanzioni dell’Unione Europea che ha fatto seguito all’accordo sul nucleare. Total, infatti, sarà operatore del progetto con una quota del 51% e verrà affiancata dalla compagnia energetica cinese Cnpc (che avrà una quota del 30%) e dall’iraniana Petropars.

I dettagli dell’accordo

L’intesa raggiunta a Teheran dovrà ora essere trasferita, entro tre mesi, nei nuovi modelli contrattuali che sono stati elaborati dall’Iran proprio subito dopo l’allentamento delle sanzioni. L’intesa prevede un investimento iniziale di 2 miliardi di dollari, che secondo le autorità iraniane salirà a 4,8 miliardi. I tempi di sviluppo della Fase 11 di South Pars sono stimati in 40 mesi e l’obiettivo delle parti coinvolte è di raggiungere una capacità produttiva di 18 miliardi di metri cubi l’anno.

Il giacimento di South Pars

Secondo i dati forniti dalla US Energy Information Administration, l’Iran è oggi il secondo Paese al mondo per riserve di gas e il quarto per riserve di petrolio presenti nel proprio territorio. Il giacimento di South Pars, situato nel Golfo Persico, a cavallo tra le acque territoriali dell’Iran e del Qatar, è il più grande al mondo dal momento che contiene, secondo le stime dell’International Energy Agency, circa 51.000 miliardi di metri cubi di gas. Una ricchezza di cui, a causa delle sanzioni che hanno colpito Teheran, ha potuto beneficiare in particolar modo il Qatar, divenuto oggi il principale esportatore al mondo di gas naturale liquefatto (gnl).

Le conseguenze dell’accordo

L’impegno della Total (e dei cinesi di Cnpc) in Iran non deve stupire e non coglie di sorpresa. Già in passato, infatti, Parigi e Pechino avevano cercato di ottenere un contratto per lo sviluppo della Fase 11 del giacimento ma erano state costrette a ritirarsi nel 2009 e nel 2012. Ora, grazie a questo accordo, Total può tornare in Iran dopo un’assenza di 6 anni, mostrando il proprio impegno, tecnico ed economico, nella ricerca di nuove produzioni nonostante la debolezza del mercato energetico (e petrolifero in particolare) e, soprattutto, in un momento in cui le principali compagnie energetiche riducono il proprio impegno finanziario nelle nuove produzioni (-24% nel 2016). Dall’altro lato, l’Iran pone le basi per il proprio progetto finalizzato a raccogliere 200 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi 5 anni per aumentare la propria produzione, aprendo così la strada al rientro nel Paese di altre compagnie un tempo attive in Iran, come Eni, Bp e Shell. Il tutto, però, con l’incognita delle sanzioni americane: proprio in questi giorni, infatti, il Senato americano si è pronunciato a favore dell’estensione delle sanzioni all’Iran per altri dieci anni. E in tal senso la futura presidenza Trump non promette nulla di buono.

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo

I risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno sorpreso molti e suscitato profonde riflessioni sui destini della presenza americana in Medio oriente, l’evoluzione delle relazioni tra l’Occidente e le sue controparti a seguito della sottoscrizione degli accordi di Ginevra (sembra che il concetto di “Occidente” abbia conservato un significato univoco e compatto solo in questo contesto) e sui futuri intendimenti fra Europa ed America in tema di Alleanza Atlantica.

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo - Geopolitica.info

Il Levante è interessato da un conflitto a forte polarizzazione a proposito del quale, nella fase immediatamente successiva alle sollevazioni popolari che sarebbero state definite “primavere”, si è parlato di “guerra per procura”: ovvero, nella quale i diversi attori in campo costituiscono la manifestazione di interessi di attori diversi, potenze regionali, per i quali agiscono e dai quali ricevono orientamenti e supporto senza che questi si espongano direttamente, ma affrontandosi in forma mediata. Il conflitto ha subìto una tale evoluzione da vedere, a seguito di una fase di discovering progressivo (in principio, né la Turchia né la Russia dichiaravano una propria parte attiva nel conflitto), un intervento diretto e conclamato di tali maggiori attori con assetti propri, al fine di accelerare gli esiti del conflitto ed assicurarsene la vittoria, con tanto di costituzione di comandi permanenti in zona di operazioni e conduzione in prima persona di negoziati internazionali.

Gli Stati Uniti, interessati da un processo di trasformazione dei propri orientamenti di politica estera e dei propri interessi strategici, sono diretti da ormai un decennio verso l’Oriente estremo e desiderano declassare il proprio impegno nei dossier medio orientali, ai quali sono tuttavia al giorno d’oggi ancora legati per l’impossibilità di svincolarsene agevolmente. Ai primordi dell’era Obama, apertasi in un momento storico nel quale l’evoluzione della situazione regionale non era probabilmente nemmeno prefigurabile nei termini nei quali sarebbe poi concretizzata, aveva identificato nella Turchia, membro ancora “saldo” della NATO (siamo nel 2008/2009) il probabile migliore interlocutore al quale lasciare il pesante fardello della cura degli interessi occidentali nell’area e curare la messa in sicurezza della stessa. Il discorso del Cairo dell’allora neo Presidente, ispirato da una visione ottimista del fieri delle cose, contornato da promesse di pacificazione a seguito di un’era (quella Bush) caratterizzata da un deciso interventismo militare e supportato dalla personalità, dall’orientamento ideologico e dalle origini di Obama, prefigurava un’epoca di stabilizzazione e pacificazione.

Questa, che per concretizzarsi avrebbe presupposto l’esistenza di un contesto internazionale diverso da quella reale, è stata ulteriormente minata dall’impossibilità da parte dell’amministrazione Obama di adempiere a taluni impegni (chiusura di Guantanamo, disimpegno dei contingenti dai teatri iracheno ed afghano), ed avrebbe con la destabilizzazione di alcuni regimi dell’area definitivamente dimostrato la propria insostenibilità.

La trasformazione del ruolo della Turchia, che con grande sorpresa di molti (che non si erano preoccupati di leggere “Profondità strategica” di Davutoglu) da periferia occidentale si sarebbe trasformata in un centro di interessi autonomi e successivamente addirittura in elemento di aspro confronto con gli Stati Uniti (su Gulen, l’inquadramento delle milizie curde dell’YPG nel conflitto siriano, la mutazione culturale della classe dirigente turca) ha infatti impedito la conservazione del ruolo di “mastino della NATO” ed anzi costituito un nuovo ed ulteriore elemento di frizione, data la formazione con la “nuova Turchia” di Erdogan di un nuovo, ed inedito, attore regionale, nel quale la necessità per interesse di conservare l’appartenenza alla parte occidentale del mondo coesiste con la forte pulsione interna alla propria affermazione come nazione-guida di parte di quello islamico (con forti connotazioni di proiezione regionale).

Questo terzo cambio di rotta degli Stati Uniti, seguente agli Esecutivi Bush ed Obama, ancora da realizzarsi ma caratterizzato nelle intenzioni da tendenze ad un forte isolazionismo e da posizioni di netta ostilità nei confronti degli orientamenti del Governo precedente, con tanto di promesse di stralcio di accordi internazionali già sottoscritti, difficilmente potrà trovare puntuale applicazione. Alcune promesse elettorali rimarranno tali, a cominciare appunto da quella che vorrebbe stralciato l’accordo cosiddetto “sul nucleare” raggiunto a Ginevra e riguardante l’Iran.

Diversi hanno prospettato il pericolo di vedere stralciato l’accordo, soprattutto date talune posizioni prese da Trump nei confronti del mondo islamico e da sue palesi esternazioni in merito. Ciò non toglie, tuttavia, che l’accordo non è un prodotto statunitense (per quanto l’America abbia un peso enorme nella normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica) ma dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle NN.UU. e della Germania, che un tale accordo è una vera e propria necessità storica e che la propria disapplicazione sarebbe estremamente negativa anche per gli Stati Uniti.

L’ Iran ha infatti gestito con estrema intelligenza l’intero dossier, avendo dimostrato disponibilità verso (ed attratto gli interessi de) l’America asserendo, cadute le sanzioni, di considerare l’acquisto di un elevato numero di aeroplani dalla Boeing: una prospettiva certamente positiva per gli Stati Uniti, generata naturalmente anche dall’interesse iraniano ad ammansire e tranquillizzare la controparte con atti distensivi.

Nel giorno successivo alla pubblicazione dei risultati elettorali statunitensi la stampa iraniana non ha acceso i toni: ha riportato la dichiarazione di Alan Eyre, portavoce in lingua persiana del Dipartimento di Stato USA, secondo la quale il nuovo Governo avrebbe rispettato l’accordo. A questa dichiarazione un consigliere economico del Presidente eletto ha fatto seguito dicendo che sì, come da promesse talune richieste di modifica saranno presentate, ma non saranno sostanziali e comunque avranno luogo nel contesto democratico del dialogo parlamentare e tenendo conto della pluralità degli attori in gioco. Siamo già lontani dai toni da campagna elettorale, ed il desiderio di contenere preoccupazioni è evidente e corale.

La Presidenza della Repubblica Islamica ha sottolineato come il comportamento del Governo iraniano non avrebbe subìto modifiche di orientamento dai risultati elettorali amiericani. Da parte dell’Unione Europea, l’Alto Rappresentante per la politica estera afferma il suo impegno per l’implementazione dell’accordo.

Particolarmente interessante la posizione del principe Turki al- Faisal dell’Arabia Saudita, il quale in una conferenza negli Stati Uniti fa presente che l’accordo non ha alcun motivo di essere messo in discussione, dovendosi semmai aumentarsi gli sforzi per la costituzione di un’area libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Il principe premette di parlare a titolo personale senza rappresentare la posizione del suo Paese, ma dato che si tratta di un principe, ex Ambasciatore negli Stati Uniti ed ex ministro dell’intelligence è lecito pensare che la realtà sia diversa.

Non è affatto impossibile, ed anzi probabile, che i toni saliranno, in casi specifici dalle parti più schierate di entrambi i fronti, ma questo non deve far pensare che il percorso, seppur difficile e articolato, di ristabilimento dell’Iran nel consesso internazionale sia in reale pericolo. La realtà è che Trump ha più volte identificato nell’ISIS il reale pericolo terroristico dell’area e dimostrato vicinanza a Putin (rimasto entusiasta dell’elezione), alleato di Teheran nell’area.

Scendendo nella peculiarità delle elezioni appena svoltesi, noteremmo che il candidato sconfitto, Clinton, ha forti legami con l’Arabia Saudita, la quale è stata quindi costretta a ridimensionarsi in attesa di definire una strategia e di osservare gli eventi che saranno, cosciente di avere minore forza. Ciò che è probabile è che l’America persegua il suo percorso di allontanamento dal Medio Oriente, lasciando la gestione dell’area ad altri.

Resta quindi da comprendere quali saranno questi “altri”, ovvero i reali centri di influenza in Medio Oriente, dato che il mondo a seguito della caduta del rapporto bipolare fra superpotenze (dato che ne è rimasta solo una) sarà caratterizzato da zone di influenza regionali. Da una parte, la Russia sarà maggiormente libera di operare per la conservazione dei suoi sbocchi sui mari caldi (attraverso l’Iran) e sul Mediterraneo (in Siria), vero sogno strategico – imperiale di Mosca, e di aiutare Teheran nell’ essenziale missione di conservare, con la mezzaluna sciita, lo spazio vitale della Nazione persiana. Il futuro di Mosca nella regione è quindi probabilmente di forte consolidamento.

La Turchia andrà sempre più definendosi per se, consolidandosi in una sorta di “guerra fredda permanente” con Mosca ed un rapporto di tensione con l’Alleanza Atlantica, della quale tenderà a fare parte per opportunismo, anche in funzione anti russa e finché abbia la consapevolezza, ammesso che questo avvenga, di essere forte abbastanza da aver costruito e consolidato una propria reale e duratura zona di influenza (cosa che per ora sta funzionando pienamente solo in Africa). In caso contrario potrebbe rientrare nei ranghi delle periferie occidentali, a causa della probabile impossibilità della propria economia di sostenere nel tempo gli enormi sforzi effettuati negli ultimi 15 anni per coltivare la propria presenza negli ex territori ottomani ed oltre, avendo realizzato solo una tiepida materializzazione del proprio progetto neo-imperiale.

Il vero ritorno imperiale, invece, potrebbe essere quello britannico. E’ forse questo l’ambito nel quale si perpetrerà la “special relationship” menzionata a Trump a seguito delle elezioni dal Primo Ministro May, dal Governo della quale dobbiamo aspettarci importanti sorprese: il passaggio del testimone in Medio Oriente dall’ America agli Inglesi. Il Regno Unito potrebbe infatti ristabilire con successo le relazioni con la Repubblica Islamica, nonostante le frizioni e i dissapori in essere dai tempi di Mossadeq, a causa sia del ricambio generazionale in Iran che del mai sopito, ma solo sospeso, disegno britannico di egemonia sull’area.

Iraq, Giordania, Palestina sono prodotti britannici, fondati e in principio governati da soggetti appuntati da Londra, la quale ha sempre conservato, e poi potenziato, la base di Cipro. Non bisogna dimenticare le recenti attività navali britanniche nell’est Mediterraneo, la riapertura dell’Ambasciata a Teheran e la forte attività in Afghanistan.

Peraltro, stavolta Londra non dovrebbe nemmeno addivenire ad accordi con Parigi: oltre al molto più limitato peso internazionale che la Francia riveste ora rispetto alla fine della seconda guerra mondiale, questa sembra essere molto più interessata all’Africa centro-settentrionale (Libia, Ciad) nella quale sta definendo la sua zona di influenza, a spese dell’Italia nello sciagurato attacco a Gheddafi. Semmai, il vero concorrente commerciale potrebbe essere la Germania, molto aggressiva e detentrice di un’ottima e consolidata relazione con Teheran. Potrebbe consolidarsi anche la Svizzera, che svolge dal 1979 il mandato di potenza protettrice degli Stati Uniti presso l’Iran (e dell’Iran presso l’Egitto) e che potrebbe efficacemente operare in un Paese nel quale si necessitano ristrutturazioni nel mondo bancario e finanziario.

A dover temere un tale stato di cose è l’Italia, che deve porre estrema attenzione nel coltivare al meglio delle sue possibilità le relazioni con la Repubblica Islamica, con la quale continua ad avere un rapporto invidiabile che non va assolutamente incrinato. La perdita della Libia ha significato molto, in senso naturalmente negativo, e l’Iran costituisce l’unica altra direttrice strategica rimastaci.

E’ da leggere con grande positività la partecipazione della fregata “Eolo” della Marina Militare alle esercitazioni della Marina Iraniana nel Golfo ed i contatti che ne sono seguiti, cercando di definire e conservare, nonostante gli attacchi che certamente verranno apportati, soprattutto sottobanco, dagli altri attori europei, una presenza solida che possa esprimersi al meglio quando sarà possibile ristabilire relazioni commerciali anche nel campo della sicurezza e della difesa.
Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale

Mentre l’Iran, con la fine delle sanzioni, sembra avere riconquistato il proprio peso economico sui mercati petroliferi internazionali, l’Arabia Saudita denuncia l’appeasement statunitense nei confronti del programma nucleare di Teheran. La nuova leadership di Riyad, sempre più decisa a giocare in Medio Oriente il ruolo di Paese guida degli arabi sunniti, punta, insieme ad Ankara, a rovesciare il governo di Damasco, se necessario anche con un intervento diretto sul campo. Il rischio è che quella che fino ad ora si è manifestata come una guerra per procura tra Riyad e Teheran (quest’ultima impegnata nel supporto a Bashar al-Assad, insieme alle milizie sciite di Hezbollah) possa trasformarsi nella prima guerra regionale del Medio Oriente, con tutti i rischi che un simile scenario può comportare sul piano della sicurezza globale

Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale - Geopolitica.info Proteste a Teheran per l'esecuzione di Nimr al Nimr, gennaio 2016 (cr: Mohammed Al-Shaikh / AFP)

Obiettivi divergenti e corsa agli armamenti

Lo scenario mediorientale sembra percorso da dubbi circa la validità dell’accordo sul cessate il fuoco in Siria (che si sarebbe) raggiunto, con la mediazione dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Siria (Staffan de Mistura), tra Stati Uniti e Federazione Russa durante la 52° Conferenza di Monaco sulla sicurezza (Munich Security Conference, 12-14 febbraio 2016). Intanto, tra Arabia Saudita e Iran comincia a farsi udire un pericoloso tintinnio di sciabole. I prodromi di questa diatriba, tra (quello che aspira ad essere) il Paese guida del mondo arabo sunnita e lo Stato capofìla della famiglia confessionale sciita, erano già sorti alla vigilia dell’accordo tra Washington e Teheran sul programma nucleare iraniano. Riyad, preoccupata dalle possibili implicazioni militari, aveva rivelato di volere acquisire know-how nucleare dal Pakistan, trovando in Islamabad un partner compiacente e agitando lo spettro della corsa agli armamenti in Medio Oriente.

Secondo il Global Defence Trade Report del gruppo di consulenza strategica IHS Inc., nel 2014 il regno saudita ha sostituito l’India come principale acquirente di sistemi d’arma dagli Stati Uniti. Un altro studio, The Military Balance 2014, (dell’International Institute for Strategic Studies -IISS), rivelava come Riyad, nel 2013, avesse superato il Regno Unito nella lista dei Paesi che investono maggiormente nel settore delle forze armate, posizionandosi, (con una spesa pari a 60 miliardi di Dollari), al quarto posto dopo Stati Uniti, Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa. Spalleggiati dalle ambizioni neo-ottomane della leadership turca, i sauditi si sono inoltre imbarcati, insieme ad altre petromonarchie del Golfo (Qatar in primis), nell’avventura siriana, ponendosi in aperto contrasto con l’alleanza sciita che sostiene il governo di Damasco composta, oltre che dagli iraniani, dalle milizie libanesi di Hezbollah e dagli alawiti (Nusairi) del presidente siriano Bashar al-Assad.

A completare lo schieramento delle diverse forze in campo ha contribuito l’intervento militare russo in Siria, che, come rivelato da immagini satellitari israeliane mostrate il 2 febbraio dal Fisher Institute for Air and Space Strategic Studies della Israel Air Force Association, recentemente è stato potenziato con il dispiegamento di nuovi mezzi, tra cui batterie missilistiche terra-aria S-400 “Triumph” e il sistema combinato missili/artiglieria anti aerea a corto-medio raggio Pantsir S-1 (nome in codice NATO SA-22 Greyhound). Dal canto suo l’Iran ha insistito con l’alleato russo perché venisse rispettato il contratto siglato nel 2007 (del valore di 800 milioni di Dollari, circa) per la fornitura di cinque sistemi difensivi missilistici mobili terra-aria S-300, che, con molta probabilità, saranno consegnati nella versione VM “Antey 2500” (nome in codice NATO, SA-23 Gladiator/Giant). Il 5 febbraio 2004, secondo la Federation of American Scientists, l’Iran avrebbe inoltre testato un siluro Shkval di fabbricazione russa, in grado, grazie all’effetto della supercavitazione, di raggiungere una velocità di 370 km/h.

Religione e politica di potenza

Quella che nel gennaio scorso sembrava essere nata come una sorta di guerra diplomatica dopo la rottura delle relazioni tra le rispettive rappresentanze di Riyad e Teheran a seguito degli incidenti presso la sede dell’ambasciata saudita nella capitale iraniana, (a loro volta innescati dalla condanna a morte del capo religioso sciita Nimr al-Nimr, giustiziato insieme ad altri 46 cittadini sauditi con l’accusa di terrorismo), rischia di trasformarsi in una sorta di guerra inter-religiosa per l’egemonia nel mondo islamico mediorientale. Tuttavia, l’aspetto confessionale, sebbene di considerevole importanza, non deve essere assunto come unico fattore di valutazione dei sommovimenti geopolitici attualmente in corso in Medio Oriente.

Accanto a quello religioso vanno considerati almeno altri due elementi: gli interessi economici e finanziari, legati soprattutto alle oscillazioni del prezzo del greggio, e la politica di potenza perseguita da alcuni esponenti della nuova leadership saudita venutasi a formare dopo la morte di Re ‘Abd Allah (23 gennaio 2015), in particolare dal ministro della Difesa, Sua Altezza il Principe Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud. Il 12 febbraio scorso la Saudi Press Agency riportava la dichiarazione con la quale il consigliere militare del ministro saudita, Brigadiere Generale Ahmed Hassan Asiri, confermava come il regno fosse pronto ad inviare forze militari (ground troops) in Siria per contrastare il terrorismo.

Asiri, che parlava da Bruxelles, dove si era recato con una delegazione guidata dal Principe Mohammed bin Salman per un incontro convocato nel Quartier Generale della NATO tra i ministri della Difesa di ventotto Paesi (tra cui l’Italia) con lo scopo di discutere la strategia di contrasto all’ISIL (Daesh), aveva sottolineato come tale scelta fosse da ritenersi una “irreversible decision”. Sulla base di questi presupposti politico-militari, il copione della guerra “per procura” tra sauditi e iraniani combattuta nel teatro (solo apparentemente) periferico dello Yemen rischia dunque di potersi replicare anche in Siria? Le parole di Asiri sembrano suggerirlo.

Soprattutto se si considera che esse sono giunte quale conferma di quanto già dichiarato il 9 febbraio dal ministro degli Esteri saudita, Adel bin Ahmed Al-Jubeir, circa l’invio in territorio siriano di un contingente composto da forze speciali; decisione accolta con favore dal Dipartimento di Stato di Washington, ma con toni minacciosi dal governo di Damasco. Dovrebbe essere proprio l’Arabia Saudita infatti il Paese leader della Islamic Military Alliance avente, all’interno della più vasta coalizione internazionale, il mandato di contrastare Daesh, specialmente in Siria.

Equilibri regionali e petrodiplomazia

Se il dato delle diverse appartenenze confessionali può apparire immediatamente comprensibile, meno definito sembra invece essere quello degli equilibri geopolitici, tanto che il confine tra (vecchi) alleati e (nuovi) nemici risulta labile. E’ il caso, ad esempio, di alcune anomalie che sembrano interessare la “special relationship” tra sauditi e statunitensi, le quali possono confondere anche l’osservatore più attento. L’alleanza tra Washington e Riyad affonda le sue radici negli anni Trenta del secolo trascorso, quando i capitali della Standard Oil Company of California fecero il loro ingresso nel mercato petrolifero degli Al Saud, fino alla creazione (il 31 gennaio 1944) di quella che ancora oggi è la compagnia petrolifera di Stato, la Saudi Aramco (contrazione dell’originario Arabian American Oil Company).

Sopra tutte, due novità recenti sembrano minare questa intesa. Da un lato il dato (peraltro contrastato da differenti analisi statistiche) secondo cui gli Stati Uniti sarebbero divenuti, grazie anche alla tecnica della fratturazione idraulica (hydraulic fracturing), che consente loro di estrarre shale-oil, il primo produttore mondiale di petrolio (sebbene l’Arabia Saudita rimanga ancora il principale produttore all’interno del consorzio OPEC), e dall’altro il ritorno sui mercati internazionali, dopo la fine delle sanzioni, del greggio iraniano, la cui quota di mercato era stata (in buona parte) acquisita da Riyad durante il regime sanzionatorio. Se inoltre si aggiunge la decisione (dicembre 2015) del Congresso di abolire il divieto di esportazione del petrolio estratto negli Stati Uniti (contenuto, in particolare, nell’Energy Policy and Conservation Act del 1975 e nell’Export Administration Act del 1979), l’esistenza di indizi circa una (possibile) spaccatura negli equilibri mediorientali sembra trovare riscontro, sebbene il recente (16 febbraio 2016) accordo a quattro, tra Russia, Arabia Saudita, Qatar e Venezuela per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio (2016), stabilizzando così il livello dei prezzi al barile, riveli da parte di Riyad un timido dietro front.

Al netto dell’accordo raggiunto dalla petrodiplomazia russo-saudita a Doha, (che in ogni caso dovrà trovare una ratifica formale e unanime tra i Paesi OPEC per essere rispettato, a cominciare da Iran e Iraq, che avrebbero invece interesse ad aumentare le rispettive quote di produzione), pare comunque che oltre il velo degli schieramenti ufficiali, in Medio Oriente, si stia consumando anche una partita economica, condotta sopra tutti dai sauditi, per rendere poco conveniente lo shale oil made in US, i cui costi di estrazione risultano essere alti rispetto alle tecniche tradizionali, e, nel medesimo tempo, escludere il greggio iraniano dai lucrosi traffici delle rotte petrolifere internazionali. Benché il primo obiettivo appaia maggiormente realizzabile, solo gli sviluppi futuri saranno in grado di fornire un quadro esaustivo di una situazione che oggi presenta ancora molte incognite.

Gli iraniani, infatti, dopo i colloqui di Teheran (17 febbraio) con i ministri del petrolio di Qatar, Iraq e Venezuela, hanno mostrato di assumere un atteggiamento ambiguo, dicendosi pronti ad appoggiare l’iniziativa russo-saudita, senza però specificare se siano anche intenzionati a bloccare de facto la propria produzione, in merito alla quale avevano affermato, invece, di essere intenzionati a portarla ai livelli precedenti all’applicazione delle sanzioni.

Le fault lines tra Teheran e Riyadh

Il Medio Oriente è oggi un terreno di battaglia tra due poteri opposti, un campo in cui si gioca la partita sunnismo contro sciismo, arabi contro persiani. Iran e Arabia Saudita sono i due paesi chiave nella regione. Il centro geopolitico dello scontro-confronto è da tempo la Siria. La posta in gioco è l’egemonia sul mondo islamico mediorientale, contesa tra Arabia Saudita e Iran.

Le fault lines tra Teheran e Riyadh - Geopolitica.info Skyline di Riyadh, 2015

Lo scorso 14 luglio, dopo due anni di negoziati, è stato siglato l’accordo sul nucleare iraniano. Uno dei capisaldi della politica estera della seconda amministrazione Obama, il rapprochment con l’Iran,  riporta la Repubblica islamica sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale. Non è un mistero che i primi a risentirne sono i sauditi.

I rapporti tra Iran e Arabia Saudita sono sempre stati di rivalità, quando non di contrapposizione vera e propria, come ai tempi della guerra Iran-Iraq. Quando Saddam Hussein nel 1980 invase l’Iran, Riyadh fornì sostegno finanziario e politico all’Iraq.  Ai sauditi non interessava chi fossero gli aggressori e chi gli aggrediti, o che Iran e Iraq fossero entrambi paesi islamici. Era in corso una guerra tra un paese arabo e un paese non arabo,  e questo bastò a farli intervenire. A quel tempo il pendolo dell’equilibrio regionale oscilla a favore di Saddam Hussein.

Da parte sua l’Iran, nella consapevolezza di essere solo in un a regione dominata da arabi sunniti,  ha cercato di coltivare amici tra i paesi arabi. In Siria, sostituendosi a Mosca nel sostegno agli Assad, in Libano dove Hezbollah è divenuta la forza politica dominante grazie agli aiuti di Tehran e sponsorizzando Hamas.

L’invasione americana dell’ Iraq del 2003 ha consegnato il paese alla maggioranza sciita rendendo Bagdad di fatto un satellite iraniano. Cosa che naturalmente non ha fatto piacere ai sauditi. Cosi come non hanno fatto piacere a Teheran i ripetuti appelli  (resi noti da WikiLeaks) che il principe saudita Abdullah avrebbe rivolto agli Stati Uniti ad intervenire contro l’Iran per “tagliare la testa al serpente“.

L’influenza dell’Iran è cresciuta, riaccendendo le mai sopite diffidenze dei principi sauditi. Per Riyadh l’incubo di un potere sciita esteso da Teheran a Damasco via Baghdad ha acquisito  concretezza.

L’Iran sta minacciando gli interessi di più attori politici regionali, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Israele. Questa circostanza  potrebbe trasformarsi in un nuovo isolamento della Repubblica islamica. In realtà, la diplomazia di Teheran è tra le meno irrazionali del Golfo. Quando si è trattato di scegliere tra ideologia e pragmatismo ha imboccato sempre la seconda strada, soprattutto quando era in gioco la sopravvivenza del regime.

Il fervore rivoluzionario in Iran si è estinto da tempo. La disastrosa presidenza di Ahmadinejad, il fallimento della rivoluzione verde e le caotiche quanto incerte Primavere araba hanno sradicato per il momento la politica radicale e favorito i centristi. La tradizionale società dei Mullah è in ritirata. L’Iran ha bisogno di vendere il suo petrolio a chiunque sia disposto a comprarlo.

I motivi di contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita sono molti, al di là della secolare frattura religiosa all’interno dell’Islam. La popolarità di Hezbollah in Libano ha sempre preoccupato l’Arabia Saudita. Poi c’è il Bahrein, paese a maggioranza sciita guidato dalla minoranza sunnita sostenuta da Riyadh. Nel totale silenzio totale dell’Occidente, la House of Khalifa, la famiglia reale del Bahrein,  continua da oltre quattro anni a reprimere con i carri armati sauditi i pacifici accenni di protesta e di rivendicazione di concessioni democratiche da parte della popolazione.

I sauditi sostengono che l’Iran abbia avuto un ruolo nel fomentare le proteste, mentre Teheran condanna quella che ritiene essere una vera e propria aggressione internazionale.  Ma è lo Yemen il più recente terreno di scontro tra Riyadh e Teheran,  politico -egemonico più che religioso. Ancora una volta forti dell’appoggio statunitense, i sauditi guidano una coalizione contro Ansar Allah, movimento sciita di Abdul-Malik al-Houthi,  alleato dell’Iran.

Lo scorso aprile il Gran Mufti saudita, Sheikh Adbul Aziz Al al-Sheikh ha dichiarato che l’ingerenza iraniana negli affari arabi è un crimine che dovrebbe essere fermato. “[…] Gli iraniani stanno dividendo la nazione, le loro politiche li stanno rendendo nemici degli arabi […].”

Un ex diplomatico saudita,  al-Shammari, ha definito le dichiarazioni del Mufti “[…] una svolta perché le istituzioni religiose per la prima volta si appellano al paese chiedendo un intervento contro l’Iran. L’Arabia Saudita non ha alcuna fiducia in Teheran […].”  Probabilmente più che di fiducia si potrebbe parlare di paura. L’Iran con la sua forza demografica, economica ed energetica incute paura ai vicini, soprattutto ai rivali di sempre, i sauditi. Si calcola che per effetto della rimozione (seppur parziale)  delle sanzioni sancita dall’accordo di Vienna sul nucleare, l’Iran potrebbe arrivare a piazzare sul mercato mondiale del greggio fino ad un milione di barili al giorno entro la prima metà del 2016.  In Iran affluirà molta liquidità, come si intuisce facilmente  dalla rapidità con cui si sono avvicendate a Teheran le recenti visite ufficiali di varie delegazioni nazionali.

È legittimo che Riyadh sia preoccupata per i possibili impieghi esterni che  queste risorse possono avere: Hezbollah, Bashaar al Assad, gli Houthi. Preoccupazioni che trovano fondamento nell’aumento del 30% del budget per le spese militari rispetto all’anno precedente disposto da Khamenei.

La decisione è stata ufficialmente motivata dalla guerra all’ISIS, ma non per questo è meno inquietante per le monarchie del Golfo. La lotta contro il Califfato è un altro terreno di scontro/confronto tra Iran e Arabia Saudita per affermare ed espandere, le proprie sfere di influenza.

Il vero rischio, secondo alcuni osservatori, è una reazione “eccessiva” di Riyad che potrebbe sfruttare i numerosi gruppi terroristici che si oppongono agli sciiti, ISIS e Al Qaeda in testa, finanziandoli e armandoli ancora di più di quanto fatto finora.  Ufficialmente, la casa saudita, ora sotto la guida del principe Salman si è unita  al fronte anti ISIS. In proposito sembra che Salman sia intenzionato a mantenersi sul sentiero del suo predecessore, il fratello, il principe Abdullah, anche nella gestioni dei rapporti con Teheran. Abdullah era una personalità molto influente nella regione, tradizionalmente incline ad avere buone relazioni con gli paesi della regione, tra cui l’Iran, con cui nel 2001  firmò un accordo di sicurezza.

Quale il futuro delle relazioni tra Teheran e Riyadh nell’era post Abdullah e all’indomani dell’accordo sul nucleare?

Malgrado diffidenze politiche e conflittualità ideologico- religiose ci sono motivi di convergenza e spazi di cooperazione.  Uno di questi è sicuramente la campagna contro l`ISIS  e la sua espansione in Siria e in Iraq. I sauditi hanno compreso che gli estremismi sunniti, lungi dall`essere strumenti per espandere la loro influenza nella regione, rappresentato anche per loro una minaccia. Altro terreno di probabile cooperazione tra Teheran e Riyadh è il petrolio. Tra i principali produttori mondiali di greggio, entrambi i paesi  hanno interesse a contenere il calo delle quotazioni  (attualmente a 45 dollari al barile) sul mercato internazionale.

Naturalmente le relazioni tra Teheran e Riyadh non sono solo una questione di interessi. Sulla loro dinamica pesano le mosse degli altri attori regionali. Di conseguenza, quando la nuova fase delle relazioni tra i due paesi inizierà queste dovranno essere gestite in modo da minimizzare gli spazi per interventi esterni.

Iran e nucleare, quale il valore della ratifica dell’accordo?

L’accordo sul nucleare raggiunto a Vienna tra l’Iran e la coalizione dei 5 si configura come un executive agreement, non come un trattato internazionale che avrebbe richiesto per la sua ratifica il raggiungimento dei due terzi del Congresso. Pur tuttavia l’opposizione all’accordo, tanto in Iran, quanto negli USA, è stata molto aggressiva sin dalle fasi preliminari (si ricorderà l’intervento di Nethanyau al Congresso, invitato dai Repubblicani).

Iran e nucleare,  quale il valore della ratifica dell’accordo? - Geopolitica.info

Al di là dei vincoli normativi, che permettono al Presidente USA di esercitare un potere di veto sull’approvazione dell’accordo, se supportato da un numero sufficiente di senatori, la verità è che non è sufficiente vincolare legalmente un accordo per assicurarsene l’implementazione effettiva e duratura.

I parlamentari americani possono sempre proporre un nuovo disegno di legge che vada a limitare l’estensione temporale dell’accordo, o la sua operatività. Per questo motivo il dibattito parlamentare attorno al tema non è una pura questione di conta dei voti, quanto di effettivo engagement delle varie anime politiche, economiche ed imprenditoriali che a vario titolo sono interessate allo sviluppo dei rapporti politico-economici tra i due Paesi.

Ci sono esempi illustri di quanto la ratifica di un trattato possa cambiare il corso della storia. Forse il più scottante, dalla prospettiva europea, è il caso della mancata ratifica del trattatosulla CED, la Comunità Europa di Difesa.

Negli anni Cinquanta, dopo lo scoppio della guerra di Corea,  Gli Stati Uniti spinsero per il riarmo tedesco in funzione antisovietica. Ovviamente tale soluzione era percorribile solo nell’alveo di una formula che replicasse in qualche modo il modello CECA, ovvero la condivisione delle risorse militari sotto un cappello comunitario. Era questo lo stratagemma diplomatico che il governo francese imbandì, in maniera rivoluzionaria: un esercito in cui soltanto i battaglioni avrebbero conservato caratteristiche nazionali. Si proponeva la nascita di un’istituzione che avrebbe affiancato all’integrazione economica comunitaria, un’integrazione politico-militare quasi avveniristica.

De Gasperi ne era entusiasta e vedeva all’orizzonte avverarsi il sogno spinelliano degli Stati Uniti d’Europa. Il processo di ratifica da parte dei parlamenti nazionali si avviò in maniera spedita.  Germania e Benelux non esitarono. Italia e Francia, per ragioni diverse, ma in sostanza a causa di una miopia simile, affossarono il la CED, una con l’inerzia, l’altra con un vero e proprio voto contrario.

Iran, le zone d’ombra dell’industria energetica

All’indomani dell’accordo tra il gruppo del 5+1 e l’Iran, gli osservatori si sono affrettati a ricostruirne gli impatti sul mondo dell’energia. Al netto della sua indubbia portata simbolica, gli effetti della firma vanno soppesati con attenzione.

Iran, le zone d’ombra dell’industria energetica - Geopolitica.info Petroliera in molo, golfo Persico (cr: AP Photo/Kamran Jebreili)

Se da un lato, infatti, Teheran può finalmente riprendere possesso dei suoi capitali congelati all’estero per effetto delle sanzioni – oltre 100 miliardi di dollari –, dall’altro non è certo che voglia o possa impiegarli per riattivare la filiera energetica. La spesa per il welfare è alta, in un Paese da 80 milioni di abitanti, che ha stretto la cinghia per superare indenne l’isolamento internazionale. Le attività di estrazione e lavorazione di petrolio e gas zoppicano sin dal 2011, con l’abbandono del Paese da parte di molte major globali. Un terzo della produzione da allora si è volatilizzato. Un blocco che ha sicuramente giocato un ruolo di primo piano nel corso delle trattative. L’Iran non può, a differenza di altri Paesi esportatori di materie prime, essere considerato quale rentier state, visto il grado di diversificazione della sua economia: una discreta capacità manifatturiera – produce addirittura automobili – e una forza lavoro qualificata lo rendono un unicum nel Golfo. Ma il peso delle materie prime si sente, eccome: la vendita di idrocarburi sui mercati internazionali corrisponde al 78% delle esportazioni nazionali. La priorità è quindi quella di colmare immediatamente il ritardo tecnologico ed infrastrutturale, ma i vincoli finanziari potrebbero giocare la parte del leone.

Per fare in modo che il ciclo produttivo riparta servono capitali. Che non possono che arrivare, per la grande maggioranza, dall’estero. Ma la congiuntura non è delle migliori, viste le secche in cui si sono arenati i bilanci delle compagnie energetiche. Gravati da ricavi abbattuti dai prezzi del barile sui mercati internazionali, i libri contabili delle compagnie di tutto il mondo sono listati a lutto. La caduta da 119 a 60 dollari al barile ha stravolto la pianificazione strategica degli attori del settore. Portando anche a scelte dolorose, come la riduzione della forza lavorativa e l’abbandono di grandi progetti infrastrutturali. Meno capitali uguale meno progetti: è cruciale capire verso quali opere verranno indirizzati gli investimenti. Sono molte le possibilità che il mercato globale offre ai potenziali finanziatori.

Sul fronte del gas, mentre la Germania negozia bilateralmente con la Russia l’allargamento del gasdotto North Stream, delineando uno scenario molto chiaro per quanto concerne la rotta “Nord”, ancora indefiniti sono gli assetti dei canali meridionali e mediterranei. Azerbaigian e Asia Centrale convoglieranno verso l’Europa centro-meridionale una parte della loro produzione, mentre nel Mediterraneo orientale i nuovi giacimenti di recente scoperta entreranno gradualmente in esercizio, guardando con un sicuro interesse ai mercati europei. Ingenti quantitativi di gas potrebbero dunque diventare disponibili su un mercato la cui domanda è già fiacca. E se tale resterà, è difficile che possa assorbire nuova offerta, vista anche la fascinazione degli europei per le energie rinnovabili, ormai diventate economicamente sostenibili. Un dato che gli iraniani non possono che tenere in considerazione.

Per quanto concerne il petrolio, Teheran, in possesso del 10% delle riserve mondiali, ha fissato obiettivi ambiziosi per il ritorno alla piena capacità produttiva. Una tabella di marcia aggressiva,  troppo aggressiva, secondo buona parte degli osservatori internazionali. Anche in questo caso, molto dipenderà dalle scelte degli investitori stranieri, incluse le oil company americane, da tempo assenti dal territorio iraniano. Solo con il loro intervento, il regime potrà davvero raggiungere i 5 milioni di barili al giorno prodotti, come pubblicamente dichiarato da esponenti governativi.

Un altro elemento di complessità aleggia sul futuro dell’industria energetica della Repubblica Islamica. Come più volte sottolineato dai vertici dell’Eni, perché il Paese torni appetibile per gli operatori, il quadro normativo dovrà diventare più favorevole. Le condizioni che Teheran impone alle compagnie straniere sono considerate capestro, e ciò significa che, anche nell’ipotesi in cui il petrolio ed il gas iraniani trovassero degli acquirenti sicuri e stabili, un duro negoziato commerciale si profilerebbe all’orizzonte.

Teheran anela quindi a tornare protagonista sui mercati energetici mondiali, puntando sull’ampia disponibilità di petrolio e gas e su una consolidata tradizione produttiva. Ma le incognite non mancano. Tra quotazioni del barile appiattite su livelli bassi, domanda stagnante e asperità contrattuali, le nubi sul cielo dell’Iran non mancano.

The controversy of the nuclear deal with Iran

The arm wrestle between the international community and Iran has one unequivocal winner: Iran. Despite the happy and hopeful comments released by most of the members of the international community, the future may not be so bright as depicted. Following the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) signed in Vienna on 14 July 2015, the reactions in the diplomatic arena were different: words of confidence from the 5+1 negotiators and words of hostility towards the USA and Israel from the Iranian religious leadership are a proof of the way the accord is perceived by the involved parties.

The controversy of the nuclear deal with Iran - Geopolitica.info Hassan Rouhani, current Iran's president (cr. Jason Alden/Bloomberg via Getty Images)

Just as the reactions can be different, in the same way analysis can be, according to the standing point that is held. From the pages of this magazine itself two points of view are expressed by Gabriele Vargiu and Piero De Luca, respectively the USA – Middle Eastern partners relations and on the energy market.

The diplomatic quarrel between the 5+1 negotiators and the Islamic Republic started in 2006 with very distant positions. The 5+1 intent, although “swinging” over the time, was to prevent Iran from any future nuclear weapon capacity. An aspect that the deal itself does not accomplish. At the end, Iran got what it wanted: to get rid of sanctions and see legitimised what it had built illegally. A faits accomplis card that proved to be winning. From the civilian point of view it is therefore very easy to predict that Iran aims to increase the oil and gas production to the pre-sanctions capacity, but also to upgrade its electrical system through the use of nuclear energy for civilian purposes. This would allow the regime to fill the gap it has in the supply of electrical energy produced through conventional means in order to meet its domestic demand.

One element that emerges from the deal is the different way the West perceives the Middle East and the way the Middle East perceives itself. The West has often had the feeling of being on a higher stage, therefore allowed to teach the Middle East on how to solve its disputes. The relations of the West, particularly of the USA, with Middle Eastern actors and issues, such as ISIS, the Syrian crisis, the growth of radical Islam, the Arab-Israeli conflict, prove how at the end the West continually compromise with its security by not confronting the actors with the same standards it applies to itself.

Large, and sometimes harsh, discussions are currently held in the USA and Iran, respectively by the Congress and the Iranian Parliament, as to accept the deal or reject it. In the case of the USA, a large part of the Republicans oppose the deal as it does not prevent Iran from being a threat and acquire a nuclear weapon in the long term. While in the case of the Islamic Republic, the most conservative MPs oppose it as they see it a gift to the West. In both cases the respective administration, Obama’s and Rouhani’s, are working on convincing their domestic opposition to see the good, in their view, that can come from it and eventually to accept the deal.

The deal leaves the door open to several considerations. One of them concerns the inspections and the burden of proof. The deal is based on the bona fide of its parties, but it implicitly gives Iran a wider space of manoeuvre than the one granted to the opposing parties. What happens if Iran does not comply with the deal? According to the JCPOA, Iran is not required to prove it is respecting the deal, but the burden of proof is on the international community to prove that the Islamic Republic is not respecting the deal. Therefore, if there is the suspect that Iran is not complying, the international arena will have to justify its suspicion by providing proofs of its assumptions. This is an own goal as it means that all the intelligence gathered about the Iranian nuclear programme will have to be openly disclosed and discussed. Including the way those information were gathered.

Other considerations concern the non-request to Iran of change of policy towards the USA and Israel: the Islamic Republic has not been asked to recognise the USA and restore formal diplomatic relations. But most of all its status as the main sponsor of terror activities around the world is not questioned. Many analysts have raised the concern whether or not this deal will open the gate to an implicit amnesty towards Qassem Suleimani, head of the Quds force in the Iranian Revolutionary Guard and regarded as one of the main world leading terrorists and trainer and one of main strategy masterminds of groups such as Hamas, Hezbollah, the Shia militia in Iraq and some groups of Afghan Talibans.

The deal will most likely open a race to nuclear capabilities and acquisition of conventional weapons. The Sunni Arab countries, that silently oppose the deal, will most likely start programmes that will lead them to develop similar capabilities. The silent war for the hegemony over the Middle East between Shia and Sunni countries is most likely destined to become louder. In this war Iran has always been a step ahead of Sunni countries: the deal, and therefore the permission to develop nuclear energy programmes, has set them now in an even stronger position. In this race it will be more difficult for the international arena to control the genuineness of the intentions of the parties.

A few considerations concern the security of the State of Israel. Will Iran ever use a nuclear weapon against Israel? It will hardly happen. What can the Iranian regime do against Israel? Smuggle short distance rockets with small nuclear heads to terror groups, such as Hezbollah and Hamas. The JCPOA, in fact, does not really mention the collateral aspects that can follow its stipulation.

In 2010, the American author and speaker Daniel Gordis analysed carefully the threat to Israel:  What must be understood is that the threat to Israel is not that Iran will one day use the bomb. No, Iran merely needs to possess the bomb to undermine the central purpose of Israel’s existence—and in so doing, to reverse the dramatic change in the existential condition of the Jews that 62 years of Jewish sovereignty has wrought. The mere possession of a nuclear weapon by Iran would instantly restore Jews to the status quo ante before Jewish sovereignty, to a condition in which their futures would depend primarily on the choices their enemies—and not Jews themselves—make.”

It will hardly be before three or four years that the first effects of the JCPOA will be seen. In the meanwhile the whole issue may be regarded as a gamble, a failure, or a success. All voices have their own pros and cons.