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Trump, l’Iran e l’Arabia Saudita: scenari di disordine regionale

Analizzando i fatti delle ultime settimane, si può tracciare un filo comune che fa emergere problematiche e criticità di non poco conto: da una parte il viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita, con il conseguente accordo per 110 miliardi di dollari per la vendita di armi ai sauditi. Poi, gli attacchi terroristici a Manchester e Londra, con quello fallito di Parigi. E ancora l’esclusione – in termini politici, economici e diplomatici – del Qatar dalle dinamiche del golfo e mediorientali, guidata anzitutto della grande potenza regionale saudita. Infine, gli attacchi odierni a Teheran rivendicati dallo Stato Islamico.

Trump, l’Iran e l’Arabia Saudita: scenari di disordine regionale - Geopolitica.info

Ora, il quadro che a molti fino a ieri risultava nebuloso appare assai più chiaro. Pochissimi tra gli osservatori di questioni geopolitiche si sono posti la questione della reale destinazione d’uso di quelle armi. Molti hanno letto l’accordo Usa-Arabia Saudita solo nei termini di un prolungamento degli storici e proficui rapporti tra i due paesi. Alcuni hanno sottolineato anche l’ipocrisia del legame, stipulato sulla scorta di un discorso chiaro del Presidente Trump, poiché sebbene il contributo all’Isis da parte delle monarchie del Golfo sia stato negli ultimi anni noto a tutti, si è trattato di una sorta di consegna della questione del terrorismo islamista al principale paese regionale, col fine ultimo di sconfiggere ogni germe dello Stato Islamico.

L’obiettivo dichiarato era questo, anche se in molti hanno rimarcato la strategia, in profonda discontinuità rispetto all’Amministrazione Obama, di ridimensionamento del ruolo dell’Iran a favore di un’affermazione dell’Arabia Saudita nelle dinamiche politiche, economiche e religiose della regione mediorientale.

I fatti di Teheran ci chieriscono ancor più lo scenario, che rischia di diventare incontrollabile nel breve e medio periodo. Tra i molti insuccessi della politica estera di Obama, infatti, si poteva contare almeno su una mossa positiva: la distensione dei rapporti con l’Iran, ora minacciati dalle mosse di Trump. Gli accordi con l’Arabia Saudita e la relativa vendita di armi sembrano servire infatti a supportare il governo saudita per il controllo di quell’area geopolitica, demandando quasi del tutto al mondo islamico la risoluzione delle questioni islamiste, poste anche dal conflitto interno all’Islam tra sciiti e sunniti, a favore di questi ultimi. Con un azzardo enorme, che diventa un rischio potenzialmente incontrollato: portare in rilievo un’unica leadership, alla quale si richiede di ripristinare l’ordine regionale, nel tentativo di limitare i danni provocati dall’Occidente e dall’interventismo statunitense prima in Iraq e Afghanistan, poi in Siria e Libia.

Il rischio, però, appare assai maggiore rispetto alle scommesse: anzitutto di gettare benzina su un fuoco che è già molto alto e di accendere micce di ulteriore disordine regionale. Appoggiando militarmente l’Arabia Saudita si celano infatti due enormi criticità che hanno nel rafforzamento del fronte sunnita il loro comun denominatore. Da una parte questo può comportare l’apertura di un ulteriore fronte bellico in Iran, come anche i fatti delle ultime ore ci stanno a dimostrare. E, dall’altra parte, il contributo militare a Riad può significare un rafforzamento del Califfato e delle sue postazioni grazie all’implicito supporto dei paesi del Golfo, con l’apertura di un ulteriore fronte – fatto di attacchi e incursioni terroristiche – proprio in Iran. Questo potrebbe significare una maggiore polarizzazione delle posizioni tra Iraq e Siria, con il rischio di ulteriore difficoltà nel dirimere i nodi della guerra civile siriana, con il ruolo della Russia nella regione che non potrà non essere considerato.

L’appoggio degli Usa all’Arabia Saudita e il rifornimento di mezzi militari fanno presagire dunque un aumento della crisi mediorientale, più che una sua più rapida risoluzione, con un pericolo su tutti: che a divenire potenza regionale leader sia chi, in questa o in una fase successiva, sarà pronto a finanziare le azioni dello Stato Islamico e a favorirne l’affermazione.

 

Geopolitica dello sciismo

L’Iran si propone come faro degli sciiti, e reclama un posto primario nella gerarchia del potere regionale. Il contrasto con l’Arabia Saudita, la guerra in Siria, le nuove elezioni: i piani di Tehran nel prossimo futuro.

Geopolitica dello sciismo - Geopolitica.info

Gli sciiti
Lo sciismo (da Shi’a: “partito” di Alì) rappresenta la più importante divisione all’interno del mondo islamico. La divisione nacque per motivi politici, quando nel 661 la dinastia Omayyade di Damasco (in principio avversa alla famiglia di Maometto), nella figura di Mu’awiya, conquistò la guida del Califfato.
Sconfitto politicamente da questo episodio fu Alì, quarto califfo, cugino e genero di Maometto, e di conseguenza la famiglia del Profeta fu estromessa dalla guida della Umma islamica.
Attorno alla famiglia del Profeta (ahl al-bayt: “le genti della Casa”), in particolare alla figura di Al-Husayn, figlio di Alì e nipote di Maometto, si costituì un partito (Shi’a) che reclamava il ruolo di guida della Umma, in nome della sacra discendenza. Nel 680 Mu’awiya designò come suo successore Yazid, suo figlio, rendendo ereditario il titolo di Califfo e evidenziando l’estromissione dei discendenti di Alì dal centro del potere islamico. A questo punto Husayn tentò di tornare in Iraq per riconquistare il comando, insieme ai seguaci del padre, ma a Karbala, un villaggio sull’Eufrate, venne raggiunto dalle truppe governative e rimase ucciso dopo un combattimento, dove trovarono la morte la maggior parte dei suoi seguaci. “Il massacro di Karbala” segna un punto di non ritorno per la componente sciita: è il giorno in cui una mano musulmana, proclamatasi rappresentante della Umma islamica, ha ucciso un membro della famiglia del Profeta.

La distribuzione
Oggi lo sciismo rappresenta circa il 15-20% dei musulmani: è maggioritario in Iran (dove gli sciiti rappresentano la quasi totalità della popolazione), in Azerbaijan, in Iraq e in Bahrein. Grandi percentuali di sciiti sono presenti in Libano (circa la metà della popolazione islamica), in Yemen, in Kuwait e in generale in tutti i paesi arabi. Anche in India, in Pakistan e in Tajikistan sono presenti buone percentuali di sciiti. In Siria, dove la maggioranza della popolazione è islamica sunnita, governa la famiglia Assad, che appartiene al ramo degli alawiti, divenuti parte della galassia dello sciismo solo nel 1973, a seguito di una fatwa pronunciata dall’Imam sciita Musa al-Sadr.

L’Iran come “faro” dello sciismo
Il principale rappresentante dell’universo sciita contemporaneo è l’Iran: la popolazione iraniana è composta per circa il 90% da sciiti, e ad oggi è l’unico stato appartenente a questa fazione islamica in grado di proiettare la propria influenza sulla regione mediorientale.
L’Iran ha abbracciato la religione sciita come religione di Stato con l’avvento della dinastia Safavide nel XVI secolo, generalmente considerata la dinastia che ha creato l’Iran moderno. Shah Ismai’il, fondatore della dinastia Safavide e grande re iraniano, ha imposto lo sciismo alla nazione in funziona anti-turca. Erano infatti  gli Ottomani i nemici dell’Iran safavide, visti come impedimento per la ristrutturazione della Grande Persia. A quel punto lo sciismo, nato in Iran per motivi politici, si diffuse e divenne parte fondante del nuovo stato.

Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran è stato per molti anni una fonte di ispirazione per l’Islam politico: la rivoluzione di Khomeini, e il suo conseguente progetto, ebbe un grande impatto sull’universo islamico, trovando il terreno già fertile grazie al ruolo che l’Islam aveva avuto in tutte le lotte di decolonizzazione dell’area MENA. Ma la lunga guerra contro l’Iraq, e le continue frizioni con l’Occidente arrivate al culmine con le due presidenze di Ahmadinejad, relegarono il nuovo Iran all’interno dei propri confini. Il progetto di diventare il “faro” dell’Islam sciita era però solo rimandato: con la presidenza Rouhani, e con l’inizio della guerra in Siria, l’Iran ha di nuovo rivolto il suo sguardo sulla cosiddetta “Mezzaluna sciita”. Ha rafforzato i mai sopiti rapporti con Hezbollah, deterrente iraniano nei confronti di Israele, ha approfittato del nuovo corso sciita iracheno , ha supportato attivamente gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen, in una guerra per procura all’Arabia Saudita (stesso dicasi della  parentesi tra il 2011 e il 2014 in Bahrein), ma soprattutto ha inviato i Pasdaran per sostenere Assad in Siria.
La Siria, infatti, rappresenta l’hub strategico di Teheran per il progetto di influenza nel mondo sciita. Il clan alawita degli Assad, al potere dal 1970, è la garanzia di uno stato amico che unisce il puzzle di alleanze che porta l’Iran sino al Mediterraneo. Uno stato arabo che condivide ufficialmente gli stessi interessi geopolitici di Tehran, dal rapporto con Washington a quello con Tel Aviv. Un ponte con il Libano, nonché il teatro di guerra nel quale l’Iran ha ribadito la sua volontà di presentarsi come attore principale della regione. Gli sviluppi del nucleare, e il ritrovato dialogo con l’Occidente sino alla presidenza Trump, avvalorano questa tesi.

L’Iran ha sancito nella sua costituzione una legittimazione alla proiezione, se non globale, quantomeno regionale: negli articoli 152 e 154 si legge che la Repubblica Islamica ha l’obiettivo di proteggere “i deboli della Terra” e i musulmani ai 4 angoli del globo.
Obiettivi che risultano più ideali che altro, ma analizzando lo squilibrio di potenza che c’è a favore dell’apparato militare di Teheran rispetto al suo principale avversario nella regione (l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo), si può scorgere il perché l’Iran reclami un ruolo di primaria importanza nella gerarchia di potere nella penisola arabica e nei territori limitrofi.
I paesi arabi del Golfo possiedono un totale di 368.000 unità delle Forze Armate, capitanate dai sauditi che ne possiedono 227.000. L’Iran, da solo, possiede 475.000 uomini, suddivisi in 350.000 uomini dell’esercito e 125.000 della Guardia Rivoluzionaria Nazionale.
Quest’ultima, che usufruisce della maggioranza della quota destinata alla spesa militare, è l’apparato dell’esercito destinato a difendere, e di conseguenza a diffondere, i precetti della rivoluzione khomeinista, ed è presente in 3 stati fuori dai confini iraniani: Siria, Iraq e Yemen.
Oltre al fattore militare, l’Iran possiede un vantaggio geografico non indifferente: possiede integralmente il controllo dello Stretto di Hormuz, dove transitano giornalmente 17 milioni di barili di petrolio al giorno.
Inoltre, da quando gli Houthi, ribelli filo-sciiti, hanno preso il controllo della zona sud-occidentale dello Yemen, Tehran si ritrova un potenziale controllo indiretto anche sullo stretto di Bab al-Mandab, dove transitano 25.000 navi l’anno, il 7% della navigazione globale. Per controbilanciare la costruzione della base militare saudita nel Gibuti, volta proprio a ripristinare un controllo di Ryad nelle acque yemeniti, l’Iran ha ottenuto la concessione ad usare diverse isole e un porto in Eritrea. E’ la conferma dell’interessa strategico della Repubblica Islamica verso lo Yemen, prolungamento della mezzaluna sciita e potenziale “Vietnam militare” per la casa reale saudita, impegnata ufficialmente a difendere il governo di Sana’a tra le mille difficoltà, data la scarsa esperienza di Ryad nei conflitti militari.

La contrapposizione con Ryad
L’Iran sta quindi costruendo un soft power fatto di alleanze strategiche con alcuni paesi e attori dell’area, con una presenza militare nelle zone di conflitto e ribadendo il ruolo di faro sciita mondiale.
Da questo punto di vista soffre di una distanza incolmabile rispetto allo sfidante saudita: la casa reale dei Saud, infatti, ha dalla sua un vettore di proiezione globale che, negli ultimi 30 anni, le ha permesso di sviluppare un notevole soft power in diversi zone del globo. Si tratta dell’egemonia costruita dall’esportazione del wahabismo, particolare diramazione integralista del sunnismo che si richiama ad una interpretazione letterale del Corano e degli hadith. Dagli anni ’70, infatti, con il boom delle esportazioni di petrolio che hanno portato l’Arabia Saudita a divenire uno degli stati più ricchi della regione, Ryad ha iniziato, tramite erogazione di fondi, di invio di materiale didattico e con la costruzione di moschee e madrase (scuole coraniche), ad esportare il marchio wahabita in tutto il mondo.
La Lega Musulmana Mondiale e il Fondo per lo Sviluppo Saudita sono due esempi di come la casa reale ha influenzato milioni di fedeli in tutto il mondo, dallo Yemen alla Cina passando per la California. Miliardi di dollari destinati ai quattro angoli del globo che hanno aumentato la capacità dell’Arabia Saudita di espandere il proprio marchio.
Inoltre, i sauditi, posseggono un secondo elemento di soft power sul mondo islamico: la sovranità sulle due città sante di La Mecca e Medina. Le due culle dell’Islam sono una fonte di legittimità importantissima, ma anche un onere per Ryad che ogni anno deve organizzare il pellegrinaggio (haji) a La Mecca, e quindi gestire un flusso di milioni di pellegrini. Proprio su questo punto ci sono state frizioni rilevanti con l’Iran, dopo numerosi incidenti che hanno coinvolto cittadini iraniani, e che ha portato al boicottaggio ufficiale della Repubblica Islamica dell’haji del 2016. I diversi incidenti hanno portato alcuni studiosi e membri di spicco della comunità islamica a richiedere una sovranità internazionale sulle due città sacre, ipotesi assolutamente non presa in considerazione dalle autorità saudite.
La religione ancora come terreno di scontro geopolitico, usata come fattore di legittimazione e di proiezione globale.

Il futuro di Tehran
Il difficile compito iraniano è quello di costruire una contro-egemonia alla casa reale saudita, sfruttando le difficoltà militari che Ryad sta incontrando nello Yemen. Dalla sua l’Iran può contare sulle diverse minoranze sciite nei paesi del Golfo (è importante la minoranza presente in Arabia Saudita, che negli ultimi anni è stata protagonista di diversi disordini all’interno del paese) e su una perdita di reputazione che Ryad sta scontando sul panorama internazionale.
La poca trasparenza dell’elargizione dei fondi sauditi, l’ambiguo legame che la casa reale ha con alcuni gruppi estremisti della galassia jihadista, il wahabismo come principio di radicalizzazione verso forme di salafismo estreme, sono alcuni dei fattori che hanno acceso il dibattito internazionale sull’Arabia Saudita.
L’Iran, con fatica, negli ultimi anni ha cercato di scalare posizioni nelle gerarchie regionali: la lotta allo Stato Islamico in Siria, che coinvolge migliaia di Pasdaran iraniani; l’influenza crescente sulla mezzaluna sciita; un ritrovato dialogo con l’Occidente grazie alla figura di Rouhani sono i 3 punti che hanno caratterizzato la Repubblica Islamica negli ultimi 4 anni, e che formano la base degli obiettivi geopolitici del futuro.
Proprio tra due settimane l’Iran andrà al voto per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, o per confermare l’attuale Rouhani: la scelta del Consiglio dei Guardiani di escludere dalla corsa Ahmadinejad, sembra andare nella direzione tracciata, cioè quella di evitare una polarizzazione politica non solo interna, ma anche sul piano internazionale.

Le elezioni in Iran: 6 candidati e un grande assente

Il 19 maggio l’Iran andrà al voto per eleggere il Presidente della Repubblica. 6 i candidati, compreso l’attuale Presidente Rouhani, e un grande assente: Ahmadinejad, escluso dal Consiglio dei Guardiani.

Le elezioni in Iran: 6 candidati e un grande assente - Geopolitica.info

Sono sei i candidati selezionati dal Consiglio dei Guardiani, composto per metà da teologi e per metà da giuristi nominati dal parlamento, che si sfideranno nelle elezioni presidenziali del 19 maggio.
Sei candidati scelti tra i 1600 iscritti che dall’11 al 15 aprile si sono registrati per concorrere alla presidenza del paese.  Nei 5 giorni successivi, dal 16 al 20 aprile, il Consiglio ha esaminato le diverse candidature, valutando e selezionando quelle ritenute “congrue” a guidare la Repubblica Islamica.
La lista dei candidati è stata diramata dal Ministero dell’interno il 20 aprile, ed è così composta:

  • Hassan Rouhani: attuale presidente iraniano, ha stravinto le elezioni del 2013, dove ha conquistato 18 milioni di voti al primo turno, tre volte i voti presi da Mohammad Bagher Ghalibat, arrivato secondo. La grande base elettorale da cui Rouhani prese la maggior parte dei voti era rappresentata dai giovani, dagli universitari e dalla classe media delle grandi città, ma raggiunse ottimi risultati anche nei centri religiosi più conservativi;
  • Mohammad Bagher Ghalibat: sindaco di Tehran al secondo mandato, si presenta per la terza volta alle elezioni presidenziali. Nel 2005 arrivò quarto, conquistando il 13% dei voti, nel 2013 migliorò la performance, arrivando secondo totalizzando un 16%, che non servì ad arginare l’exploit di Rouhani. Dal 1981 al 2005 ha servito nelle Forze Armate, prendendo parte al conflitto con l’Iraq e ricoprendo importanti ruoli nell’esercito;
  • Mostafa Mir-Salim: 69 anni, ex Ministro della Cultura sotto la presidenza Rafsanjani, si è distinto durante il mandato per un approccio conservatore. Da sempre critico verso la “cultura occidentale”, grande male che può minare le basi del futuro iraniano, è uno dei candidati maggiormente conservatori;
  • Mostafa Hashemitaba: 70 anni, ex vice presidente dell’Iran dal 1994 al 2001, durante le presidenze Rafsanjani e Khatami. Membro di Kargozaran, partito riformista, si è già presentato nel 2001 alle elezioni presidenziali, prendendo solamente 28 mila voti e posizionandosi al decimo posto;
  • Eshaq Jahangiri: attuale vice presidente dell’Iran, 59 anni, una laurea in fisica e un dottorato in ingegneria industriale. Anche lui membro di Kargozaran, ha alle spalle una lunga carriera politica, iniziata tra le fila dei collettivi rivoluzionari, e proseguita in parlamento, tra il governorato di Isfahan, due ministeri durante la presidenza Khatami e la vice presidenza con Rouhani.
  • Seyyed Ebrahim Raisi: 59 anni, custode del Santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è una delle candidature da tenere maggiormente sotto controllo. Uomo vicino all’ayatollah Khamenei, tanto che era ritenuto il suo futuro successore, è il candidato di punta del mondo religioso iraniano. Ha avuto una carriera giudiziaria importante, contornata però da molte ombre. E’ stato infatti accusato di essere uno dei 4 giudici che hanno comandato le esecuzioni di massa contro i dissidenti e militanti di sinistra nel 1988. E’ il candidato che maggiormente può infastidire la rielezione di Rouhani, ancora considerato il favorito nella rielezione.

Il grande assente delle elezioni è Ahmadinejad, ex presidente iraniano, che aveva annunciato la sua candidatura. Un annuncio che aveva scosso il mondo politico in Iran, perchè in completa antitesi con le raccomandazioni di Khamenei, fortemente contrario alla sua candidatura.
Nonostante ciò, l’ex presidente si è registrato come potenziale candidato, e insieme a lui anche Hamid Baghaei, suo vice storico. Il Consiglio, però, ha preferito rispettare le volontà di Khamenei, invalidando le due candidature.
L’ayatollah infatti ha dichiarato che la figura di Ahmadinejad avrebbe rischiato di polarizzare lo scontro politico nel paese, spaccando l’elettorato. L’Iran, negli ultimi anni, sta sviluppando una dialettica politica che si plasma sulla dicotomia moderati – conservatori. L’estremismo di Ahmadinejad avrebbe rischiato di deviare questa traiettoria politica interna, o quantomeno questo è il timore che ha convinto il Consiglio ad annullare la sua candidatura. La grande frizione con il mondo occidentale dell’ex presidente, dovute alla volontà di perseguire lo sviluppo del nucleare in maniera autonoma e senza contrattazioni con gli Stati Uniti, unite alle dichiarazioni forti su Israele, ha contribuito fortemente all’isolamento che l’Iran ha subito durante la sua presidenza.
Il bacino elettorale di Ahmadinejad si ritrova nelle zone rurali e conservatrici del paese, mentre tra gli universitari e nelle grandi città incontra diffidenze e paure, che nel 2009 si sono tradotte nelle manifestazioni anti-governative. In un paese che conta milioni di studenti universitari e con la maggioranza della popolazione formata da under 35, una nuova elezione di Ahmadinejad avrebbe comportato il rischio di disordini interni, secondo le valutazioni di Khamenei.
Un nuovo fronte interno ingestibile per un paese intenzionato a dialogare con l’Occidente, che deve raccogliere la sfida dell’amministrazione Trump intenzionata a rivedere l’accordo sul nucleare, e che è impegnato da più di 5 anni nella guerra in Siria a fianco di Assad, tassello fondamentale per il progetto egemonico iraniano sul mondo sciita.

Cronologia del processo elettorale iraniano

Trump e il triangolo Teheran – Washington – Mosca

E’ alta tensione tra Washington e Teheran, dopo il test missilistico che le forze militari iraniane hanno svolto nei giorni scorsi. Per gli Stati Uniti si è trattata di una grave violazione della risoluzione 2231, che regola i test missilistici dell’Iran in sede dell’accordo sul nucleare stretto con Obama.

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Micheal Flynn, consigliere alla sicurezza della nuova amministrazione Trump, ha espresso contrarietà rispetto al test missilistico iraniano, parlando di “azioni che sottolineano il comportamento destabilizzante della Repubblica Islamica in Medio Oriente”. Dichiarazioni dure che fanno il paio con quelle di Trump, che come oramai d’abitudine ha rilanciato su Twitter il suo pensiero sulle azioni militari iraniane: “i leader dell’Iran stanno giocando con il fuoco. Non apprezzano quanto il presidente Obama sia stato “gentile” con loro. Io non lo sarò!”.

Una tensione che col passare delle ore si è tramutata in un annuncio del Dipartimento del Tesoro americano che promuove nuove sanzioni contro 12 persone e 13 entità iraniane collegate allo sviluppo del programma missilistico. Sanzioni in larga parte annunciate da Trump anche durante la campagna elettorale, nella quale Trump ha spesso accusato l’amministrazione Obama di essere stata troppo accondiscendente al momento della firma dell’accordo sul nucleare.

L’equivoco pre-elettorale

Nonostante i continui attacchi di Trump nei confronti dell’Iran durante il periodo pre-elettorale, a Teheran non erano in pochi a preferire il tycoon rispetto alla sfidante democratica. La parte più conservatrice della politica di Teheran ha sempre visto con occhi critici la Clinton, a causa dell’ambiguità con la quale i democratici si sono approcciati all’Iran nel periodo che ha seguito l’accordo sul nucleare. Se è vero, infatti, che Obama ha dato segno di disponibilità e di doti diplomatiche nel portare a casa un accordo che ha soddisfatto anche la controparte iraniana, l’accusa che è stata mossa ai democratici è quella di aver dato carta bianca al Congresso per impedire il pieno funzionamento dell’accordo, rallentando l’implementazione nelle prime fasi in modo tale da scoraggiare eventuali nuovi accordi economici tra il mondo occidentale e quello iraniano.
Rohani stesso si è sempre dichiarato diffidente verso l’amministrazione statunitense, accusando i democratici di essere inaffidabili e pronti a rinnegare l’accordo. Nella memoria storica delle relazioni con gli Stati Uniti dell’Iran post-1979, il sistema politico iraniano ha un ricordo maggiormente positivo nei confronti del pragmatismo repubblicano rispetto alle presidenze democratiche. Ne sono esempio la soluzione della crisi dell’ambasciata americana a Teheran del 1981, o i rifornimenti bellici ottenuti tramite canali “illegali” statunitensi durante la guerra con l’Iraq (il caso Irangate). Entrambi questi episodi, che dimostrarono un pragmatismo da parte di entrambi gli attori in gioco nel superare lo stallo diplomatico ufficiale, avvennero sotto la presidenza repubblicana di Reagan. Durante la campagna elettorale è capitato spesso ai media iraniani di rievocare un parallelismo storico tra Trump e Reagan.
Un altro motivo per il quale l’apparato più conservatore iraniano sembra aver preferito Trump a Hillary Clinton è rappresentato da un fattore politico interno: un atteggiamento di aperto contrasto, e non di dialogo, nei confronti dell’Iran, permette alla classe dirigente iraniana di continuare a identificare gli Stati Uniti come il “grande Satana”, rafforzando l’immagine del nemico esterno per continuare a ricercare una stabilità politica forte e duratura. Inoltre un rallentamento delle attuazioni dell’accordo sul nucleare permette all’ala conservatrice di Teheran di mantenere un approccio graduale alle riforme economiche interne: molti tra i conservatori rifiutano una drastica apertura dell’economia iraniana al mondo occidentale, temendo la distruzione dell’apparato industriale nazionale.

Il test missilistico e le nuove tensioni

Il 29 dicembre l’Iran ha testato un missile balistico a raggio intermedio, che è esploso dopo aver percorso 600 km prima di rientrare nell’atmosfera terrestre. Il progetto missilistico iraniano evidenzia la voglia di Teheran di consolidarsi a ruolo di attore primario nella regione mediorientale: la ricerca nel campo della tecnologia militare iraniana si sta concentrando su vettori a raggio intermedio in grado di poter colpire i principali avversari dell’Iran nella regione. Gli Stati Uniti hanno accusato la Repubblica Islamica di aver violato la risoluzione 2231, firmata nel 2015, che proibisce all’Iran di effettuare test di missili balistici progettati per portare testate nucleari. L’accordo obbliga l’Iran a non effettuare test per 8 anni a partire dal momento della firma.
Anche altri esponenti della diplomazia europea si sono detti preoccupati e hanno condannato le azioni iraniane: Ayrault, ministro degli affari esteri francese, ha parlato del test come di una “sfida alla risoluzione 2231”; stesse parole pronunciate dal ministro degli esteri tedesco, che ha etichettato il test come “incompatibile con la risoluzione”.
Il punto di vista iraniano sulla faccenda è diametralmente opposto: il ministro della difesa Hossein Dehqan ha spiegato che i test missilistici sono “in linea con il nostro programma di difesa”, e “in linea con le risoluzioni Onu”. Anche Ali Shamkhani, segretario del consiglio nazionale supremo di difesa, ha confermato questa versione, ribadendo che l’Iran non permetterà a “nessun paese o organizzazione” di interferire col programma di difesa nazionale.
A difesa delle azioni iraniane si è schierata la diplomazia russa, dichiarando che i test missilistici non sono i contrasto rispetto alla risoluzione 2231.

Trump, l’Iran e la Russia

Il triangolo di relazioni che si può potenzialmente scatenare tra Washington, Teheran e Mosca è difficilmente inquadrabile. La nuova amministrazione statunitense ritiene le azioni iraniane un pericolo per la propria sicurezza nazionale, e ha ripetutamente criticato il ruolo di Obama nella riapertura del dialogo con la Repubblica Islamica. D’altro canto, uno degli obiettivi principali che Trump ha dichiarato in campagna elettorale (confermato dalla nomina di Tillerson alla segreteria di Stato) è quello del riavvicinamento alla Federazione Russa, a cominciare dalla lotta al terrorismo in Medio Oriente.
L’alta tensione degli ultimi giorni con Teheran non aiuta, e non aiuterà, i futuri rapporti con Mosca. In questo momento l’Iran e la Russia sono legati da una convergenza di obiettivi strategici che difficilmente può essere superata. Entrambe le potenze sono alleate di Assad, e in generale sono impegnate a far ritrovare una stabilità statuale alla Siria. Senza l’aiuto dei pasdaran iraniani difficilmente Assad avrebbe difeso Damasco nel biennio 2013-2014, e senza l’intervento dell’aviazione russa l’esercito siriano non avrebbe potuto effettuare quelle conquiste strategiche che permettono ancora oggi ad Assad di mantenere il potere. L’Iran ha bisogno dell’attuale presidente siriano, e in generale dei buoni rapporti con gli alawiti, per continuare ad avere un collegamento diretto con gli Hezbollah, vero e storico deterrente iraniano nei confronti di Israele. La Russia, storica alleata della famiglia Assad, da una parte ha l’obbligo di mantenere la base navale a Tartus per confermare la capacità di proiezione nel Mediterraneo, dall’altra ha la necessità di evitare una sconfitta militare di Assad, perché vedrebbe la Siria trasformarsi in un hub jihadista di aspirazione globale, e tutto questo geograficamente vicino ai confini della regione del Caucaso (da ricordare il grande numero di ceceni presenti tra le fila del Califfato), spina nel fianco dei governi russi negli ultimi decenni.
Il ruolo “on the ground” degli iraniani, unito all’aviazione e al ruolo dell’intelligence russa in Siria, rendono in questo momento l’alleanza tra Iran e la Russia importante strategicamente per entrambi i paesi. L’alta tensione tra Washington e Teheran non è destinata a scendere, con l’annuncio dell’Iran di nuovi test missilistici e la voglia di Trump di delegittimare politicamente la vecchia amministrazione Obama.
Nell’incontro tra Trump e Putin, programmato per avvenire prima del G20 di Amburgo del 7-8 luglio, i due leader dovranno risolvere in primis il nuovo rapporto degli Stati Uniti con l’Iran, per portare a compimento la convergenza in Siria tanto decantata in clima di campagna elettorale.

Ritratto di Khamenei

E’ la Guida Suprema dell’Iran dal 1989. Per la costituzione della Repubblica islamica di Iran rappresenta la massima carica, ha poteri di nomina sulle autorità giudiziarie, comanda le forze armate, ha poteri di controllo sull’azione di governo e su tutti gli organi dello stato, compresi i Guardiani della Rivoluzione.  Oltre che chiaramente essere guida spirituale di tutti gli iraniani, 70 milioni di sciiti.

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Prima di lui tale imponente carica è appartenuta solo al Padre della Rivoluzione, l’Ayatollah Ruhollah Khomeyni, morto nel 1989 dopo aver guidato la Rivoluzione iraniana ed essere stato Guida Suprema della Repubblica islamica per 10 anni.

Dopo Khomeyni, da 28 anni la Guida Suprema dell’Iran è l’ayatollah Ali Khamenei, 77 anni, già Presidente dell’Iran dal 1981 al 1989.

Nonostante nei mesi scorsi su alcuni media si siano sono susseguite voci su una sua presunta malattia, la Guida Suprema continua a guidare gli sciiti iraniani e soprattutto a lanciare minacce a Israele e agli Usa.

“Se gli Stati Uniti rinnoveranno per altri 10 anni le sanzioni contro l’Iran ci saranno delle conseguenze”, ha affermato la Guida Suprema all’indomani della nomina di Trump alla presidenza degli Usa.

Nelle scorse settimane l’Ayatollah ha commemorato l’ex presidente iraniano Rafsanjani, morto a 82 anni dopo essere stato presidente della repubblica islamica dal 1989 al 1997 ed aver rappresentato il fronte riformista nella scena politica iraniana.

Amante della poesia, amico di un comunista durante la carcerazione, negli anni in cui è stato insegnante di teologia nelle scuole islamiche ha diffuso per la prima volta l’uso di pc. Khamenei dispone di un account twitter in lingua inglese e francese, ma ciò non l’ha reso certo meno conservatore. La Guida Suprema è, a prescindere dal suo ruolo istituzionale, uno dei più importanti esponenti del clero sciita, pur non essendo riuscito a diventare “Ayatollah” per suoi meriti religiosi.

Khamenei è nato in una famiglia modesta  a Mashhad, luogo caro agli sciiti in quanto la città ospita un  importante Santuario, luogo di sepoltura di Ali Al-Rida, ottavo Imam sciita.

Ha studiato e dopo un periodo trascorso in carcere a metà degli anni ‘70 ha  insegnato teologia anche a Qom, città dell’Ayatollah Khomeini. Con quest’ultimo fu protagonista della Rivoluzione iraniana. Con lui sarà uno dei fondatori del Partito Islamico Repubblicano. È sopravvissuto ad un attentano che gli ha reso impossibile l’utilizzo della mano destra.

Entrato in politica,  nel 1981 fu eletto Presidente della Repubblica islamica fino al 1989 quando, dopo aver ricoperto l’importante carica di Guida delle Preghiere del venerdi a Teheran fu designato Guida Suprema in seguito alla morte di Khomeini. Del Padre della Rivoluzione, non ha certo il carisma. Li accomunano la stessa barba lunga e grigia, il turbante nero, ma lo sguardo di Khamenei non è profondo come quello di Ruhollah Khomeyni. Gli occhiali da vista coprono e rendono distante e piccolo lo sguardo di Khameini, il cui ritratto sbuca in tutti i luoghi pubblici e le strade dell’Iran.

Molto si è dibattuto sulla sua elezione a Guida Suprema, considerato che Khameini era un esponete medio del clero sciita e non ancora Ayatollah.

L’intoppo fu superato con una nomina “politica” ad Ayatollah, titolo prettamente iraniano concesso a religiosi dotti in campo teologico e giuridico.

La politica di Khamenei è fortemente conservatrice, ostile a tutto l’occidente e soprattutto ad Israele.

“Israele cesserà di esistere tra 25 anni, “Israele è un cancro, la resistenza è l’unico modo per salvare la Palestina”, sono sono alcune delle affermazioni più trancianti della Guida Suprema riguardo la questione israelo-palestinese.

Lo scorso autunno, Khamenei ha fatto parlare di sè con una Fatwa che vieta alle donne iraniane di andare in bici. Sdegnata la reazione delle donne  che hanno sfidato la Guida Suprema pubblicando sui social foto che le ritraggono in bicicletta.

Ad attendere il popolo iraniano e il suo leader e Guida Spirituale, nei prossimi mesi, sarà il ciclone Donald Trump.

“L’Iran non fa festa. Gli Stati Uniti sono sempre gli stessi. L’Iran non piange e non gioisce per Trump” ha dichiarato Khamenei dopo l’elezione di Trump alla presidenza degli Usa. Ma sul tavolo di Trump che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio c’è l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto da Barack Obama e il rinnovo delle sanzioni alla Repubblica islamica.

Ma le dichiarazioni del presidente eletto, che ha definito l’accordo “il più stupido che abbia mai visto”, purtroppo, non lasciano ben sperare.

 

FOCUS ENERGIA – L’Iran sempre più al centro degli interessi energetici

Dopo la francese Total, prima compagnia energetica occidentale ad investire in Iran dopo la fine delle sanzioni della comunità internazionale, altre compagnie si preparano a fare il proprio ritorno nel Paese grazie ad una nuova (e più remunerativa) formula contrattuale. In ballo ci sono 43 concessioni per petrolio e gas.

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La lista pubblicata recentemente sul sito della National Iranian Oil Company (Nioc), la compagnia energetica nazionale, parla chiaro. Saranno infatti i big mondiali dell’oil & gas a contendersi le 43 concessioni per l’esplorazione e lo sviluppo di giacimenti di petrolio e gas messe a disposizione dal governo iraniano. Ben 29 compagnie straniere, dalla francese Total all’olandese Shell, dalle russe Gazprom e Lukoil all’italiana Eni, passando per la cinese Cnpc, hanno superato le selezioni e sono state ammesse alle prossime gare, senza che però ad oggi vi siano tempistiche certe. Risalta la totale assenza delle compagnie americane.

I piani di Teheran

Gli obiettivi dell’Iran post-sanzioni sono chiari. La priorità consiste nel rilanciare l’industria petrolifera mediante un programma di sviluppo che mira a raccogliere circa 200 miliardi di dollari di investimenti stranieri nei prossimi cinque anni, grazie, soprattutto, al rientro nel Paese delle principali compagnie energetiche straniere. Teheran ha bisogno di capitali, competenze e tecnologie estere per espandere la propria capacità produttiva petrolifera e raggiungere i 5 milioni di barili al giorno entro il 2020 a fronte degli attuali 3,7 milioni.

Il fattore tempo

I tempi per riuscire in questo progetto sono abbastanza stretti. L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e la sua contrarietà agli accordi sul nucleare del 2015 potrebbero presto rappresentare un pericoloso ostacolo al progetto iraniano. Ma un negoziato abbastanza rapido dovrebbe mettere le compagnie straniere al riparo da possibili ripercussioni: le eventuali sanzioni imposte dall’amministrazione Trump non avrebbero, infatti, effetti retroattivi. Per questo motivo sembra plausibile, come trapela da alcune fonti, che la prima gara possa essere bandita nel mese di marzo, anche se ad oggi non vi è ancora nulla di certo ed ufficiale.

Nuove condizioni contrattuali

Le condizioni contrattuali hanno causato storicamente attriti tra il governo iraniano e le compagnie energetiche operanti nel Paese. Per questo motivo Teheran punta su una nuova tipologia di contratto (cd. Iran Petroleum Contract), che andrebbe così a superare definitivamente il (rischioso) modello contrattuale del “buy back”, il quale prevedeva una remunerazione dell’investimento in termini di quota fissa della produzione di un giacimento, senza riconoscere la possibilità di rimborso in caso di sforamento dei costi in fase progettuale e senza consentire alle compagnie la possibilità di partecipare alla gestione dei progetti avviati. I nuovi contratti, invece, sono molto più flessibili e remunerativi, consentendo alle compagnie straniere di partecipare a tutte le fasi di un progetto up-stream, inclusa la produzione. Un elemento che, insieme ad altre e più favorevoli condizioni, potrebbe rivelarsi cruciale nell’agevolare il ritorno delle majors internazionali in Iran.

Trump, Putin e l’equilibrio nel Mediterraneo – Andrea Carteny

Aspettando l’insediamento di Trump, la redazione continua l’analisi sui possibili cambiamenti geopolitici dovuti alla nuova amministrazione statunitense. In questo video-approfondimento Andrea Carteny, professore di Storia dell’Eurasia presso la Sapienza di Roma, si concentra sulla regione mediorientale.

Trump, Putin e l’equilibrio nel Mediterraneo – Andrea Carteny - Geopolitica.info

La Russia, due giorni fa, ha ospitato il generale libico Haftar sulla portaerei Kuznetsov, a largo della Libia. Intanto si appresta a definire i futuri equilibri del Medio Oriente insieme alla Turchia e all’Iran. Gli Stati Uniti sembrano aver perso un ruolo egemone in Medio Oriente, e l’amministrazione Trump dovrà fare i conti con una Russia intenzionata a rilanciare la propria posizione internazionale, superando i territori post sovietici ed esercitando propria influenza nella regione mediorientale.