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Iran: arrestato Ahmadinejad?

Dall’Iran giungono voci di un possibile arresto per l’ex presidente Ahmadinejad, accusato di essere la “mente” dietro alle proteste degli scorsi giorni.

Iran: arrestato Ahmadinejad? - Geopolitica.info

L’invettiva contro ignoti “manipolatori” che si celavano dietro alle proteste di piazza, lanciata dalla Guida Suprema iraniana Khamenei, sembra ora avere un nome e un cognome. Mahmoud Ahmadinejad, ex presidente dell’Iran, si trova ai domiciliari, accusato di aver cavalcato le manifestazioni per destabilizzare il governo Rouhani. Come riporta Al Arabiya, Ahmadinejad è accusato di “incitamento all’agitazione”: già nei giorni scorsi, un comunicato dei Pasdaran aveva formalmente parlato dell’ex presidente come uno delle menti dietro le proteste, nate a Mashad, feudo conservatore dell’Iran.

AGGIORNAMENTO ORE 00.07 – Nella tarda serata, ora italiana, dalla Repubblica Islamica giungono smentite riguardo al presunto arresto di Ahmadinejad. Il figlio dell’ex presidente parla di una notizia falsa, e diversi giornalisti iraniani smentiscono l’accaduto.

Cosa rappresentano le manifestazioni in Iran

Nella giornata caratterizzata dalle manifestazioni pro-governative, i Pasdaran tramite un comunicato stampa hanno annunciato la sconfitta delle proteste, tracciando di fatto una linea rossa che i manifestanti non possono superare. Inoltre nelle ultime ore, in Iran, si fa strada l’idea che dietro le proteste ci sia l’ex presidente Ahmadinejad. Cosa rappresentano le manifestazioni degli ultimi giorni?

Cosa rappresentano le manifestazioni in Iran - Geopolitica.info

L’ultima settimana in Iran è stata caratterizzata da un gran numero di proteste, che hanno messo in discussione la legittimità del governo Rouhani. Le manifestazioni sono iniziate lo scorso giovedì a Mashad, città di due milioni di abitanti fortemente conservatrice e religiosa, che ospita il più importante mausoleo del paese, quello dell’Imam Reza. Per questo motivo, sin dall’inizio, la maggior parte degli opinionisti hanno sostenuto che le proteste siano state pianificate dagli esponenti politici ultra-conservatori, in opposizione al governo di Rouhani. Una strategia politica volta a de-legittimare l’attuale presidente iraniano, accusato di perseguire delle politiche troppo moderate nei confronti dell’occidente e di stampo neo-liberista in economia.

Nei giorni seguenti la protesta si è però allargata a tutto il paese, specialmente nella capitale Teheran e nella città di Isfahan, e negli ultimi due giorni è sfociata in una vera e propria guerriglia, che ha avuto come risultato oltre 20 morti e circa 450 persone arrestate. Le manifestazioni hanno avuto come filo conduttore il carattere sociale ed economico: i maggiori slogan che si sono uditi sono stati contro la disoccupazione, arrivata al 12% nel paese e contro l’inflazione. Si sono uditi anche cori contro l’attuale Guida Suprema del paese, Alì Khamenei, e contro il sistema teocratico, fortemente ampliati dalla grancassa mediatica e da immagini dal forte impatto simbolico che sono rimbalzate sul web, come il video della ragazza che si toglie l’hijab e lo sventola con un bastone.
Focalizzarsi solamente su questo aspetto delle proteste rischia però di essere fuorviante: il carattere prevalente delle rivendicazioni rimane quello economico.
A dimostrazione di ciò va analizzata la composizione delle manifestazioni: oltre ai giovani e agli studenti, di grande rilevanza è la classe operaia, i disoccupati e le fasce più povere della popolazione iraniana. Una composizione opposta a quella vista nell’Onda Verde del 2009, quando invece le proteste erano guidate dalla classe medie e dagli universitari, che protestavano contro i presunti brogli del conservatore Ahmadinejad.

Questo vuol dire che, a distanza di pochi anni, due grandi proteste hanno scosso l’Iran: la prima rappresentata dalla classe media del paese, la seconda dalla fascia più umile del paese. E’ la dimostrazione della presenza, in Iran, di una società civile matura e dinamica e di un dibattito politico ampio e completo. Dibattito, però, che rischia di rimanere intrappolato in un sistema politico ancora troppo chiuso dalla strette maglie della teocrazia, e che rende impossibile l’effettiva traduzione nel sistema del dinamismo della società civile del paese.
Carattere comune delle due proteste è la grande quota di partecipazione dei giovani: l’Iran, come gli altri paese del Medio Oriente, presenta una larga fetta di popolazione giovanile under 35. Il futuro delle politiche per i giovani in Iran saranno fondamentali per il futuro dell’intero sistema-paese: non a caso le maggiori rivendicazioni sociali e civili sono venute proprio da questa fetta di manifestanti, che mal digeriscono alcune imposizioni della teocrazia.
Anche in questo caso, però, si rischia di dare un’interpretazione fuorviante dei rapporti di potere in Iran: la maggior parte delle analisi verte sulla contrapposizione tra giovani e teocrazia, sovrastimando il ruolo del clero religioso di oggi. Il vero dualismo presente nella Repubblica Islamica è quello tra i giovani e le forze militari Pasdaran. Sono questi ultimi il vero motore politico ed economico del paese, e rappresentano l’ago della bilancia del sistema iraniano. Non a caso sono loro che oggi, tramite un comunicato stampa, hanno annunciato la “sconfitta delle proteste”, delineando una linea rossa che i manifestanti non possono superare, pena un inasprimento del carattere repressivo.

Nel breve termine sono due i possibili scenari che possono avvenire in Iran per concludere questo periodo di instabilità interna: il primo è quello caratterizzato da una totale repressione dei focolai di protesta. Una chiusura delle maglie del dissenso, facilitata dal ruolo dei Padaran e dalla grande capacità di mobilitazione dei Basij, le forze paramilitari vicine ai Guardiani della Rivoluzione. Questo scenario può essere spinto dalla consapevolezza del regime che la più grande vulnerabilità per l’Iran è la questione interna relativa alla popolazione. Un aumento dei focolai di protesta rischia di scaturire in divergenze etnico religiose che in passato hanno preoccupato gli Ayatollah: le potenze esterne potrebbero approfittare della situazione fomentando e manipolando vari gruppi etnico-religiosi al fine di destabilizzare il regime iraniano.
Il secondo scenario è quello caratterizzato da un approccio maggiormente moderato, e consiste nel riformulare una politica economica che possa aiutare le popolazioni dei ceti più bassi. Una politica economica che unisca i processi di liberalizzazione economica in atto, favoriti dagli investimenti esteri, a un allargamento dei sussidi diretti alle fasce più umili della società iraniana, reinserendo nel programma di sostegno al reddito alcune fette di popolazione escluse nel processo di spending-review avviato da Rouhani.

La chiave interpretativa per il futuro dell’Iran è l’evoluzione della contrapposizione tra i giovani e i Pasdaran. Quanto e come questo rapporto possa mutare, tramite concessioni sociali o eventuali repressioni, condizionerà fortemente le nuove traiettorie politiche della Repubblica Islamica. I giovani rappresentano il potenziale del paese, e possono favorire una futura crescita economica grazie allo sviluppo di know how interno dovuto alla grande alfabetizzazione universitaria, ma questa grande conoscenza deve essere assorbita dal mercato del lavoro interno, per non tramutarsi in un fattore di instabilità. Dall’altro lato, le analisi sul futuro del paese devono sempre più concentrarsi sul ruolo dei Pasdaran che sul clero religioso, onde evitare una rappresentazione falsata dei reali rapporti di potere interni alla Repubblica Islamica.

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente

Dopo gli accordi di Vienna sul nucleare iraniano, il futuro della Repubblica Islamica sembrava certo: una maggiore apertura con gli interlocutori internazionali, e un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente. Con l’avvento di Trump questa traiettoria politica sembra meno certa, ma Teheran ha molti fattori che favoriscono la sua ascesa. 

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente - Geopolitica.info

Sia Obama che Donald Trump, nonostante le enormi differenze di vedute dovute all’appartenenza a schieramenti politici opposti, hanno una strategia sul Medio Oriente relativamente simile. Entrambi fautori di un disimpegno degli Stati Uniti dalle tensioni nella regione, il primo perché aveva individuato nel quadrante Asia-Pacifico il nuovo imperativo strategico per il futuro degli Stati Uniti, il secondo per concentrare le risorse statunitensi nella rivoluzione economica promessa in campagna elettorale, e ambedue consapevoli del rischio di overstretching proprio di una superpotenza che vede eclissare la propria egemonia mondiale.
In un’intervista a The Atlantic, nell’aprile del 2016, Obama parlava così a proposito del ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente: “i nostri amici tradizionali non hanno la capacità di spegnere le fiamme da soli o vincere in modo decisivo da soli. Questo vorrebbe dire che dobbiamo continuare a partecipare e usare il nostro potere militare per regolare i punteggi . E questo non sarebbe nell’interesse né degli Stati Uniti né del Medio Oriente”, evidenziando la volontà di disimpegnarsi dalla risoluzione delle diatribe tra gli stati della regione. Anche Trump, nel suo viaggio in Medio Oriente a maggio del 2017, ribadisce lo stesso concetto di Obama:  “Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che il potere americano schiacci un nemico per loro. Le nazioni del Medio Oriente dovranno decidere quale tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli”. 

La discontinuità di Trump con la precedente amministrazione riguarda l’idea di architettura regionale del nuovo Medio Oriente: mentre Obama, come evidenziato dall’accordo sul nucleare del 2015 – considerato una grande vittoria dall’amministrazione democratica – e dalle ripetute dichiarazioni sulla ricerca di una cooperazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran (“accogliamo con favore un Iran che svolge un ruolo responsabile nella regione, e che intraprende passi concreti e pratici per costruire fiducia,  risolvere le sue differenze con i suoi vicini con mezzi pacifici, rispettare le regole e le norme internazionali”), considerava Teheran un attore fondamentale per la stabilizzazione del Medio Oriente, Trump, nel corso del suo tour in Arabia Saudita e Israele, ha evidenziato un approccio maggiormente tradizionale alla regione.
Proprio a Riyadh, davanti ai principali leader del mondo arabo, Donald Trump ha rivolto dure parole contro la Repubblica Islamica, considerata una minaccia per gli equilibri mediorientali: “Per decenni l’Iran ha alimentato il fuoco del conflitto settario e del terrore. È un governo che parla apertamente di omicidi di massa, promettendo la distruzione di Israele, la morte  dell’America e la rovina di molti leader e nazioni in questa stanza”, ha dichiarato, aggiungendo che “fino a quando il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, tutte le nazioni di coscienza devono lavorare insieme per isolarlo, negare i finanziamenti per il terrorismo e pregare per il giorno in cui il popolo iraniano avrà il giusto governo che merita.”

Minaccia, quella iraniana, che Trump vuole combattere tramite gli storici alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Vanno viste in questa ottica il maxi accordo (storico per numeri) di fornitura di armi di Washington a Riyadh, dal valore di oltre 110 miliardi di dollari, o la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana. Segni inequivocabili di un riavvicinamento dell’amministrazione americana ai due pilastri della politica statunitense in Medio Oriente, dopo che l’accordo sul nucleare, oltre che alcune dichiarazioni non propriamente distensive, avevano allontanato Obama da Israele e l’Arabia Saudita.
Quella di Trump è una rivisitazione della Dottrina Nixon, cioè la strategia in politica estera elaborata alla fine degli anni ’60 dal neo eletto presidente e il suo consigliere Kissinger, che si basava sul progressivo disimpegno diretto degli Stati Uniti dall’Indocina, accompagnato da un potenziamento delle capacità e della solidità dell’apparato governativo e militare del Vietnam del Sud (filo-americano), nel contesto del conflitto vietnamita. Trump basa la sua strategia in Medio Oriente sul contenimento della minaccia iraniana tramite il rafforzamento degli alleati storici di Washington, considerati i principali attori che caratterizzano l’equilibrio della regione.

Tutta la bibliografia sull’Iran, che negli anni delle trattative sul nucleare ha subito un’impennata, dovuta all’inflazione mediatica che ha avuto la Repubblica Islamica, presenta una visione omogenea sul futuro di Teheran: una visione ottimistica, modellata sulle strategie Dem per il futuro del Medio Oriente, che vedeva l’Iran sempre più integrato nell’arena internazionale. Questa uniformità di giudizi si è diffusa grazie alla certezza, quasi assoluta, della vittoria della democratica Hillary Clinton, e quindi con un’amministrazione in continuità con la precedente.
La vittoria di Donald Trump, inaspettata per l’iniziale divario elettorale tra i due candidati, ha cambiato le carte in tavola: il neo presidente statunitense, nel solco del disfacimento degli atti della precedente amministrazione, ha sempre considerato l’accordo sul nucleare iraniano come una sconfitta per la Casa Bianca, e in coerenza con la tradizione repubblicana, ha spostato di nuovo il peso degli Stati uniti sugli storici alleati nella regione, annullando le previsioni lette sul futuro iraniano.

In una regione instabile come quella mediorientale, il peso e le decisioni di una superpotenza come quella degli Stati Uniti hanno un ruolo rilevante per il futuro dei singoli attori. Quel che non è scontato, però, è che Israele e l’Arabia Saudita possano davvero contenere l’ascesa dell’Iran e la sua ricerca di un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente.
Israele è impossibilitato, per evidenti motivi di natura etnica, politica e religiosa,  a partecipare al conflitto per conquistare l’egemonia della regione, e l’Arabia Saudita negli ultimi anni ha accumulato un gap con la controparte iraniana non indifferente.

Teheran, dalla sua, può sfruttare diversi fattori per consolidare la sua influenza in Medio Oriente. Nel corso degli ultimi 10 anni la Repubblica Islamica, tramite una dottrina militare fondata su una strategia asimmetrica, fiore all’occhiello dell’Iran, ha massimizzato il suo ruolo nella regione, ed esercita una notevole influenza in almeno quattro capitali mediorientali: Damasco, Baghdad, Beirut e Sana’a.
Grazie alla rete di milizie paramilitari, coordinate dalla divisione Quds delle forze dei Pasdaran, l’Iran ha raggiunto importanti risultati militari, arrivando a creare quel corridoio sciita che tanto spaventa i suoi avversari, e che permette a Teheran di avere una capacità di proiezione che raggiunge il Mediterraneo.


L’Iran ha l’occasione di raccogliere quanto ha seminato negli anni dei conflitti in Iraq e in Siria, oltre che nel massimizzare la propria influenza nello Yemen tramite il ruolo degli Houthi.
Per far questo, però, ha bisogno di cambiare alcuni aspetti della sua dottrina militare, cercando di renderla più tradizionale:

  • l’aumento delle risorse per la difesa, ancora troppo basso per un importante ammodernamento delle forze armate
  • l’incremento della cooperazione e del grado di fiducia tra l’Artesh (l’Esercito Nazionale) e le Guardie della Rivoluzione, con un maggiore ruolo dell’esercito anche nei teatri esterni, fino ad oggi di esclusiva competenza delle Guardie della Rivoluzione
  • il rilassamento delle posizioni del regime che non vedono di buon occhio le tattiche di guerra tradizionali per retaggi ideologici
  • un cambiamento della percezione della minaccia, che permetta un passaggio dalla posizione dominante della difesa asimmetrica contro gli Stati Uniti a una concentrazione sulle minacce regionali

Un cambio nella dottrina militare che preveda un approccio più tradizionale, che si concentri sulla capacità di proiezione terrestre, aerea e marina, e sulla progettazione di basi militari permanenti fuori dai confini, incrementerebbe esponenzialmente l’effettiva influenza regionale  dell’Iran, e tradurrebbe l’attuale “corridoio sciita” in un vero e proprio sistema di alleanze consolidate. La strategia asimmetrica, fondata sul ruolo delle milizie e sullo sviluppo dei missili balistici (che al momento offrono all’Iran il più variegato e grande arsenale del Medio Oriente), ha consentito grandi progressi dal punto di vista militare al paese, che possono essere cristallizzati tramite alcune variazioni strategiche.
La presenza nella zona ad ovest dello Yemen permette all’Iran un ulteriore importante traguardo, quello del controllo di entrambi gli stretti del Golfo Persico, quello di Hormuz e quello di Beb el-Mendab, come analizzato in un precedente articolo, esercitando una fortissima azione di deterrenza sul commercio mondiale.
Inoltre strutturalmente l’Iran presenta dei dati di tutto rispetto, come quello relativo alla propria demografia: ha 80 milioni di abitanti (il secondo paese dopo l’Egitto in tutta la regione del MENA), quota raggiunta nel 2015 e ricercata da diversi piani familiari che stanno a sottolineare la volontà dell’establishment iraniano di puntare sul fattore demografico, e secondo il rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite il paese arriverà nel 2030 a toccare quota 100 milioni di abitanti. Comune ad altre nazioni della regione, la maggior parte della popolazione dell’Iran si trova sotto la soglia dei 35 anni, e il paese presenta un tasso altissimo di alfabetizzazione universitaria: con circa 4,5 milioni di iscritti alle università e 750.000 laureati l’anno (principalmente nel settore ingegneristico), l’Iran può contare su un gran bacino di giovani scolarizzati, alimentando le capacità di sviluppare know how interno.

Il martellante messaggio di Donald Trump volto a indicare la Repubblica Islamica come nemico degli Stati Uniti ha uno scopo ben preciso: far continuare Teheran a sviluppare i propri imperativi strategici sulla difesa della minaccia da Washington, rallentano quel processo di modernizzazione militare che permetterebbe al paese di conquistare un ruolo egemone nella regione.
Il Medio Oriente ha diversi scenari di instabilità, che si sono riaccesi con la violenza tra palestinesi e israeliani, e rimane difficile prevedere un futuro per la regione. Tra i fattori determinanti ci sarà da vedere quanto l’avvicinamento strategico, in chiave anti iraniana, tra il Regno saudita e Israele possa tenere dopo il riacutizzarsi del conflitto tra mondo arabo e islamico e la controparte israeliana. Conflitto che l’Iran può cavalcare facilmente per aumentare la propria legittimità nel umma islamica.

Il futuro della Repubblica Islamica sarà un argomento principale della nuova Winter School organizzata dal Centro Studi Geopolitica.info, dal titolo “L’Era di Trump: Russia, Cina, Iran e le altre sfide al sistema unipolare”. Clicca sul titolo per scoprire il programma completo.

Le pericolose relazioni tra il Qatar e l’Iran

Potrebbe apparire inspiegabile la decisione da parte del Qatar di riallacciare le relazioni diplomatiche con l’Iran dopo un’interruzione durata più di venti mesi. Eppure per meglio comprendere il quadro mediorientale, bisogna analizzare i fatti degli ultimi anni affinché ci si possa fare un’idea di quanto sta accadendo oggi in quell’area e soprattutto cosa il futuro potrà riservare.

Le pericolose relazioni tra il Qatar e l’Iran - Geopolitica.info

Tutto ha inizio nel 1971 quando nel Golfo Persico, a metà strada tra le coste iraniane e qatariote, viene scoperto il più grande giacimento di gas naturale ad oggi esistente. Iniziate le estrazioni di prodotti energetici verso gli anni ’90, oggi il sito occupa uno spazio di quasi 10.000 km2 di cui circa il 60% viene gestito dalle autorità di Doha mentre il restante 40% è nella mani di Teheran. L’Iran è il secondo paese dopo la Russia a detenere riserve di gas naturale, mentre il Qatar è il terzo e, grazie alla concentrazione di riserve presenti nel bacino (chiamato South Pars in Iran e North Dome Field in Qatar), i due paesi hanno oggi potenzialità inimmaginabili di destabilizzazione nell’area.

La crescita repentina di Doha, che conta poco più di 2,5 milioni di abitanti, è dovuta infatti alla capacità di vendita e di esportazione di prodotti energetici al resto del mondo che hanno permesso al piccolo paese, che si affaccia sul Golfo Persico, di diventare una delle nazioni con il più alto reddito pro capite. L’Iran invece, con i suoi 80 milioni di abitanti, ha una storia molto diversa e travagliata e, rispetto a Doha, non è mai stata in grado di ottimizzare al meglio la sua capacità estrattiva nonostante le immense risorse che il territorio offre. Proprio per questa inadeguatezza le capacità tecnologiche tra i due paesi sono sempre state assai differenti, rendendo tesi i rapporti tra le due sponde del Golfo Persico sulla gestione dell’immenso giacimento.

Nel 2015, dopo l’accordo sul nucleare tra l’Iran e i 5 paesi negoziatori, è iniziato il periodo di allentamento delle sanzioni da parte della comunità internazionale nei confronti di Teheran. Tale mossa ha facilitato molteplici relazioni economiche con i paesi europei, offrendo alle multinazionali del vecchio continente interessanti prospettive energetiche. Non è casuale, infatti, la recente decisione della Total di investire 5 miliardi di dollari nel paese di Rohuani proprio all’indomani della visita del Ministro degli Esteri iraniano Zarif a Parigi, che ha già pronti contratti miliardari per vendere energia a paesi emergenti come l’India. Questo nuovo, precario ma emergente equilibrio iraniano, ha convinto Doha della necessità di sviluppare ulteriormente progetti di estrazione nel Golfo Persico insieme a Teheran aumentando la propria offerta da vendere sul mercato globale.

Succede poi, nel gennaio del 2016, che la sunnita monarchia saudita decida di condannare a morte il leader di fede sciita Nimr al Nimr accusato di terrorismo; alla notizia della decapitazione gli stessi sciiti insorsero in ogni parte del mondo ed in Iran, uno dei paesi sciiti per eccellenza, iniziarono le violenze contro le sedi diplomatiche di Riyad. La risposta dell’Arabia Saudita non si fece attendere e, in poche ore, il Governo “invitò” con forza i diplomatici iraniani a lasciare il territorio in non più di due giorni. Altri paesi sunniti, tra cui il Qatar, seguirono la scelta della monarchia saudita interrompendo ufficialmente le relazioni diplomatiche con Teheran, isolando di fatto il paese di Rouhani. La scelta di Riyad però non venne accettata con entusiasmo a Doha poiché da tempo il Qatar dell’Emiro Tamim al-Thani, come detto precedentemente, intrattiene fitte relazioni con l’Iran, e l’interruzione di canali formali tra i due paesi avrebbe rallentato possibili sviluppi economici per Teheran e Doha.

Nel giugno scorso arriva quindi la clamorosa decisione da parte del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar che, secondo alcuni analisti, ha motivazioni più verosimilmente legate a questioni energetiche e non politiche. Ufficialmente le monarchie del Golfo hanno accusato Doha di sostenere il terrorismo internazionale, di avere simpatie per Hamas ed Hezbollah ma soprattutto di aver sviluppato oramai legami troppo solidi e robusti con l’Iran. I rapporti tra Teheran e Doha all’indomani dell’isolamento non sono mai venuti meno, anzi gli iraniani hanno garantito a Doha una serie di rifornimenti fondamentali per la popolazione qatarina visto il suo isolamento geografico, concedendo lo spazio aereo vitale alla sopravvivenza della Qatar Airways. Una serie di gentilezze che, nei giorni scorsi, il Qatar ha deciso di ricambiare inviando a Teheran il proprio ambasciatore, interrompendo così quell’isolamento diplomatico iraniano fortemente voluto dall’Arabia Saudita e suscitando ulteriori irritazioni alla Casa reale saudita.

Arrivando alla cronaca di queste settimane, alcuniquotidiani internazionali hanno riportato di un incontro avvenuto a Tangeri in Marocco tra il Re saudita Salman con Abdullah al Thani, fratellastro dell’Emiro del Qatar Tamin bin bin Hamd al Thani, esiliato a Londra per dissapori; il timore è che Abdullah cerchi appoggi per prendere il trono dopo l’allontanamento da parte della Famiglia reale. Da annotare c’è però la più recente telefonata che lo stesso Tamin al-Thani avrebbe fatto a Re Salman nei giorni scorsi offrendo la propria disponibilità ad abbassare la tensione tra i due paesi. Certo è invece che la situazione destabilizzante in Medio Oriente è stata al centro dell’incontro tra il Presidente Trump e l’Emiro del Kuwait Sabah avvenuto nei giorni scorsi a Washington; nella cornice della Casa Bianca i due leader hanno ulteriormente rafforzato la storica amicizia tra gli USA e il Kuwait e, tra molteplici accordi economici, hanno auspicato una stabilizzazione nell’area del Golfo Persico. Ad entrambi infatti interessa un pronto ritorno alla stabilità nell’area per scongiurare il rafforzamento di un pericoloso asse tra Iran e Qatar.

Il nuovo governo Rouhani

Dopo l’investitura ufficiale da parte della Guida Suprema, Hassan Rouhani è Presidente per la seconda volta. I titolari dei Dicasteri sono stati ratificati dal Parlamento, ad eccezione del Ministro dell’energia affidato temporaneamente a Sattar Mahmoudi.

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Una breve analisi delle personalità designate per gli incarichi di maggiore rilevanza per i rapporti con l’Italia sarà strumento utile a comprendere le prospettive di successo nella politica iraniana del prossimo quadriennio e la sua effettiva aderenza ai programmi esternati in campagna elettorale.

Il Presidente Rouhani ha nominato cinque Vice Presidenti, due quali due donne: Masoumeh Ebtekar, agli affari femminili e familiari, Laya Joneidi agli affari giuridici. Shahindokht Molaverdi è stata nominata Consigliere per i Diritti civili. Eshad Jahangiri è stato riconfermato nella funzione di Primo Vicepresidente.

Jahangiri ha ottenuto vastissimo successo quando, candidato presidenziale e prima di ritirarsi a favore di Rouhani, ha brillantemente condotto confronti elettorali televisivi contro i candidati conservatori (particolarmente, Qalibaf e Reisi). Ex ministro nel governo Khatami, ha anche ricoperto la funzione di Governatore ad Isfahan ed è un ex parlamentare. Attiene alla corrente dei Quadri della Costruzione della frangia dei Riformisti, creata politicamente dalla cerchia dell’ex Presidente Hashemi Rafsanjani. E’ stato quindi un elemento di primo piano nella conduzione della policy riformista della Presidenza.

Mohammad Javad Zarif, riconfermato alla guida del Ministero degli Affari Esteri, è stato l’architetto del JCPOA stipulato con la Comunità internazionale. La sua è una figura di grande peso nel contesto dell’Esecutivo persiano. Zarif ha già avuto modo di sottolineare come la diplomazia economica sarà oggetto di particolare enfasi, data la convinzione che la politica estera debba essere al servizio della crescita economica. Gli sforzi effettuati dal ministro Zarif nel suo precedente mandato, per ricucire una linea di particolare durezza espressa dal precedente Governo Ahmadi-Nejad e soprattutto per riaprire il Paese all’integrazione internazionale, dal punto di vista tanto economico quanto politico, hanno portato al perfezionamento di un Accordo nel quale si situa tutta l’importanza del cambio di rotta voluto sin dal primo governo Rouhani (che nell’ Accordo stesso è stato capo negoziatore).

Biljan Namdar Zanganeh viene riconfermato nel suo ruolo di Ministro del petrolio. Zanganeh è stato più volte ministro in diversi Esecutivi, e nell’ultima esperienza di governo ha assunto la funzione di “traghettatore” del nuovo contratto petrolifero, uno strumento giuridico di straordinaria importanza dato il contesto dell’ordinamento persiano. Ha visto la luce a seguito di moltissimi emendamenti, dovuti a diverse criticità legate alla sua struttura, ovvero alla possibilità di concedere a Compagnie straniere un margine di operatività che si è ritenuto eccedesse i limiti imposti dalla Costituzione. La questione è di non poco momento, considerata la particolare rilevanza che all’uso del suolo pubblico e delle risorse naturali è riservata nell’ordinamento persiano e quanto, nella precedente Amministrazione, forse conservatrici ne avessero impedito lo sviluppo.

Amir Hatami, Ministro della difesa, è il primo esponente delle Forze armate iraniane a ricoprire l’incarico, finora esclusivo appannaggio del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. L’evidente e notevole significato politico della sua nomina è illustrata dalla funzione e dal mandato che i Guardiani hanno nel contesto costituzionale persiano.

Abbas Akhoundi ricoprirà un ruolo di preminente importanza fra i Dicasteri impegnati nelle relazioni economiche con l’Occidente e l’Italia, data l’esposizione che il Ministero dei trasporti ha nei dossier Boeing e Airbus, quanto nella ristrutturazione del sistema ferroviario del Paese. Bisogna ricordare come lo scorso 12 luglio le Ferrovie dello Stato abbiano siglato tre Memorandum of Understanding con controparti persiane tanto nella costruzione della ferrovia ad alta velocità Qom – Arak quanto nella formazione e nell’aggiornamento del personale. L’ Iran necessita di ricostruire la sua infrastruttura ferroviaria e stradale per ottimizzare i vantaggi dati dalla sua posizione strategica, permettendo un più efficiente trasporto delle materie prime e sviluppare nuovi progetti autostradali per favorire lo sviluppo industriale, commerciale e sociale. L’Italia può giocare un ruolo di grande importanza nel campo tanto dei trasporti aerei (data la partecipazione nel consorzio ATR) quanto in quelli infrastrutturali (porti, aeroporti e strade di grande comunicazione).

La composizione del Governo, considerati anche quei soggetti dei quali non si è fatta ora menzione, è quindi la seguente: riformisti moderati, non nuovi ad esperienze nell’esecutivo risalenti all’epoca Rafsanjani – Khatami e personalità indipendenti che hanno rivestito ruoli di responsabilità nel sistema amministrativo iraniano ai tempi dell’Amministrazione Rafsanjani.

L’ Iran necessiterà, secondo quanto detto dal Ministro degli Affari Esteri Zarif e riportato dal quotidiano “Teheran Times”, di investimenti stranieri per 650 miliardi di Rial, circa 16 miliardi di Euro, al fine di centrare gli obiettivi del 6° Piano di sviluppo, che copre il quinquennio che 2017-2022.

Lo stesso Piano di Sviluppo pone come obiettivo una crescita del 6,8 %. Un risultato non molto divergente da quello ottenuto nell’ultimo anno, quando la crescita ha toccato il 6,4% (è stata dell’1% nel settore non petrolifero). Le stime di crescita per il 2017 si attestano, secondo la Banca mondiale, al 4%.

Indipendentemente dalla effettiva possibilità di raggiungere il risultato, è evidente come la policy economica governativa non potrà che basarsi sul raggiungimento degli obiettivo fissati dal Piano, fra i quali:

  • Miglioramento della situazione ambientale e delle acque,
  • Miglioramento dell’ambiente business
  • Riforma delle strutture burocratico-amministrative nazionali e locali
  • Rilancio dell’attività mineraria e delle industrie correlate
  • Riorganizzazione dei settori del turismo e dei trasporti
  • Riforma bancaria

Il nuovo Governo potrebbe anche essere il banco di prova per la realizzazione delle privatizzazioni, considerate necessarie per immettere liquidità nel sistema e tentare di arginare il fenomeno della corruzione.

Diversi analisti hanno identificato nel raggiunto accordo con la Total (dal valore di 5 miliardi di dollari, siglato con il nuovo contratto petrolifero) il primo tangibile segno della effettiva volontà occidentale di mettere in pratica il JCPOA siglato a Vienna nel 2015. Sta, infatti, delineandosi una linea di demarcazione fra le policy americane e quelle europee che potrebbe vedere queste ultime protagoniste nel reinserimento dell’economia iraniana nel circuito finanziario internazionale.

Il Sottosegretario agli affari esteri Amendola era presente alla cerimonia di insediamento del nuovo Governo, in occasione della quale ha preannunciato una prossima visita del Ministro degli Affari esteri in Iran.

In questo frangente, la posizione dell’Italia appare quella di un partner storico, che gode di simpatie moto forti ma al contempo che si trova a competere con concorrenti (Francia in testa) di grandi capacità e volontà d’intervento. E’ plausibile che i primi veri cambiamenti di rotta con conseguente apertura degli investimenti europei avvengano subito dopo l’estate da parte francese, a Governo persiano confermato. Sarà allora che l’Italia sarà chiamata a difendere la sua posizione con particolare energia.

Il ruolo dell’Arabia Saudita nella Geopolitica Mediorientale

Dal punto di vista geopolitico, l’Arabia Saudita gode oggi di una posizione di assoluta centralità nello scenario mediorientale, legata non solo al possesso delle più grandi riserve petrolifere ed al suo ruolodi leader del mondo panarabo, maanche all’evoluzione della c.d. “questione islamica”, ovvero alla relazione sempre più stretta tra le attività della famiglia regnate e l’espansione del sunnismo islamista nella sua interpretazione più conservatrice (ilwahhabismo)in Africa ed in tutto il Medio Oriente.

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Riad ha infatti assunto negli ultimi anni il ruolo di supervisore e sostenitore del sunnismo combattente appoggiando, prima, la resistenza mujāhidīnin Afghanistan e la causa dei talebani pakistani, e, successivamente, le attività di diversi gruppi terroristiciattraverso il trasferimento di fondi e armamenti che hanno alimentato radicalismi e insurrezioni e aumentato il peso geopolitico saudita.

 

Il conflitto siriano e i rapporti dei sauditi con Daesh

È in tale contesto che la monarchia sunnita ha scelto di seguireuna politica estera sempre più orientata all’interventismo che ha coinvolto Riad in tutti i principali scenari di guerra aperti in Medio Oriente e prodotto un indiscutibile rafforzamentodei legami tra il Regno e il terrorismo di matrice jihadista-sunnita in chiaveanti-sciita.

È in quest’otticache deve essere letto l’intervento saudita nella guerra civile siriana a sostegno degli insorti islamisti a maggioranza sunnita e dei gruppi terroristici nati e cresciuti intorno all’ispirazione wahhabita, contro il regime sciita guidato dal Presidente Bashar al-Assad.

Al desiderio saudita di contenerei rivali sciiti in Medio Oriente, grazie anche alle iniziative del Califfato in Siria e Iraq, si è unitaperò la volontà degli al-Saud di non perdere il sostegno dei ricchi partner economici occidentali (Stati Uniti in primis) e di scongiurare una vittoria dell’Isis che non risparmierebbe, infatti,neanche i governanti dei Paesi arabi oggi suoi alleati.

 

L’antagonismo saudita nei confronti di Iran e Hezbollah

Sono stati coinvolti nel conflitto sirianoanche Hezbollah, il movimento politico-militare libanese armato da Teheran, e l’Iran sciita, storico rivale dell’Arabia Saudita nonché una delle principali potenze musulmane della regione.

Entrambi garantiscono appoggio strategico al regime di Damasco, rappresentante della minoranza alawita del Paese, contro le monarchie del Golfo sunnite.

Per il Governo di Riad il partito sciita libanese èdiventato in tempi recentiun problema primario, non solo a causa del suo intervento in Siria, ma anche per l’aumento del consenso di cui gode a livello nazionale e per il sostegno politico che sta fornendo agli Houthiyemenitinemici deisauditiche questi ultimistanno combattendo dal 2015 conuna campagna di bombardamenti aerei nel tentativodi mantenere salda la propria influenza nella Penisola araba.

Mentre il Libano del Presidente Aoun sembrerebbe intenzionato ad eliminare letensioni accumulate con i vicini sauditi in vista di un riavvicinamento strategico a Riad, la Repubblica iraniana parrebbe invece decisa a non allentare la tensione con i sauditi, per evitare che questi ultimi riescano nel loro intento di ridimensionarel’influenza sciita,e di estendere la propria influenza su Libano e Siria.

 

I rapporti con al-Sīsī e gli interessi sauditi in Bahrein

Un’altra partita che ha orientato la geopolitica contemporanea di Riad è quella con i Fratelli musulmani, organizzazione islamistaavversaria del regime wahhabita saudita, che ha portato l’Arabia a soffocare sul nascere moltidei disordini scoppiati alle soglie del Regno e ad aumentare la propria presenza in Nord Africa per garantirsi un’influenza maggiore anche nel continente nero.

Riad è infatti intervenuta militarmentesia in Bahrein, contro l’insurrezione sciita, che in Egitto, dove ha appoggiato il colpo di stato di al-Sīsīper chiudere la breve esperienza al potere dei Fratelli musulmani.

Nonostante ciò, il regime egiziano, da anni impegnato nel Sinai in una guerra sanguinosa contro l’islamismo (da quello politico della Fratellanza a quello jihadista sunnita del Califfato), ha deciso di mantenerestretti rapporti con al-Assad.

Ciò, insieme allanuovapolitica egiziana di riavvicinamento al Cremlino ed ai contatti tra al-Sīsī e i governi sciiti iracheno e iraniano, ha provocatouna profonda crisi tra Riad e il Cairoche stadeterminando un importante rimescolamento degli equilibri regionali.

 

Il nuovo asse Israele-Arabia Saudita

È nel quadro di questa crisi geopolitica del Medio Orienteche si inserisceanche il graduale avvicinamento tra Riad e Tel Aviv.

Nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali e la distanza culturale tra il Regno degli al-Saud, faro dell’Islam sunnita, e Israele, tempio del giudaismo, i due Paesi, entrambi storici alleati degli States, hanno cominciato ad intensificare i propri contatti, soprattutto a livello militare e di intelligence, da quando i rispettivi obiettivi strategici hanno iniziato a sovrapporsi.

Entrambi i Governi condividono infatti simili priorità tra cui l’isolamento dell’Iran sciita e di Hezbollah edil controllo dell’Egitto di al-Sīsī, i cui interventi in Siria, Yemen e Libia sono risultati ambigui e in alcuni casi contrari agli interessi israeliani e sauditi nell’area.

Questa apertura tra Israele e Arabia, fatta di contatti informali sempre più intensi, si sta scontrando però con ilprogressivo rafforzamento dell’assesciita avversario e con la contestuale e parziale perdita di controllo dei sauditisulle formazioni jihadiste.

La nuova alleanza tra Riad e Tel Aviv, che potrebbe aggravare le divisioni regionali,sembrerebbe, dunque,rispondere, da un lato, alla volontà degli al-Saud di impedire che Teheran riesca a consolidare la sua posizione regionale, e, dall’altro, agli interessi di Israele che, orfano dell’asse privilegiato con la Turchia, è in cerca di nuovi alleati.

 

Conclusioni

Le attuali dinamiche geopolitiche mediorientali sembrerebbero prospettare, innanzitutto, un disegno strategico di Riad teso alla divisionedella Siria per favorire la creazione di un’area sunnita tra la costa mediterranea e la Mesopotamia e alla formazione di una grande coalizione a guida saudita che permetta al Regno di estendere il proprio dominio regionale su tutti i Paesi islamici.

È in un simile scenario che si inserisce la storicaconflittualità tra Iran e Arabia Saudita, impegnate in una guerra per procura chesta spingendo il mondo islamico verso una continua e più profonda polarizzazione, la quale nasconde, dietro le questioni teologiche, un’importante partita geopolitica che interessa gli equilibri globali e che si è arricchita di nuovi significati a seguito della crescita del fondamentalismo islamico, la fine dell’isolamento internazionale dell’Iran e la destabilizzazione di aree storicamente in equilibrio.

La sempre maggiore influenza di Teheran quale capofila dei Paesi a trazione sciita e la sua tendenza ad interferire negli affari arabi con intenti di destabilizzazione(così come sostenuto da Riad), non sembrano poi facilitareil raggiungimento della stabilità regionale né la riappacificazione dei due Paesi, entrambi in lotta per assicurarsi il ruolo di potenza egemone.

È proprio questo caos mediorientale che sembra aver spinto Riad e Gerusalemme verso una conveniente e temporanea alleanza animata principalmente dalla comune ostilità verso Teheran e dal timore per le scelte americane nella regione, che sembra aver contribuito ad un nuovocambiamento della geopolitica mediorientale, ormai sempre più mutevole e complessa.