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Tutti contro l’Iran

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha accusato apertamente l’Iran di violare l’accordo sul nucleare, e ha dichiarato di possedere 55 mila documenti che dimostrano la volontà di Teheran di sviluppare ordigni atomici. Il 12 maggio Trump si pronuncerà sull’accordo sul nucleare. Intanto il giovane leader dell’Arabia Saudita, bin Salman, critica Abu Mazen e apre ufficialmente a Israele. Le convergenze di interessi e le alleanze sono oramai palesi: quali scenari futuri ci saranno tra l’Iran e la regione mediorientale?

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“Credo che ogni popolo, ovunque, abbia il diritto di vivere nella sua nazione pacificaCredo che i palestinesi e gli israeliani abbiano il diritto di avere la loro terra”. L’intervista di inizio aprile rilasciata dal giovane leader saudita al giornale The Atlantic, non ha fatto altro che evidenziare una convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele, in chiave anti iraniana, che molti analisti avevano ipotizzato dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il viaggio nel maggio del 2017 del neo presidente statunitense in Medio Oriente aveva chiarito in maniera netta le intenzioni dell’attuale amministrazione repubblicana sulla regione: il ritorno alle alleanza tradizionali di Washington e la sfida aperta alla Repubblica Islamica. La grande differenza con l’amministrazione Obama, che dell’Iran aveva fatto un interlocutore internazionale con la firma dell’accordo sul nucleare del 2015.
Dopo diversi mesi di trattative, e diversi cambi di poltrona all’interno dell’amministrazione, il presidente statunitense è riuscito a posizionare le pedine sulla scacchiera immaginata a inizio mandato: la convergenza tra l’Arabia Saudita e Israele è oramai palese. Le dichiarazioni di Bin Salman sono storiche, per portata e impatto mediatico, e le critiche ad Abu Mazen degli ultimi giorni rafforzano il messaggio di apertura verso Israele.
Nel frattempo, il primo ministro israeliano Netanyahu ha apertamente attaccato l’Iran, accusandolo di non rispettare l’accordo sul nucleare. Il premier israeliano ha dichiarato che il Mossad possiede oltre 55mila documenti che provano la volontà e il progetto iraniano di costruire ordigni atomici da installare su vettori balistici in grado di attaccare ogni stato della regione. Inoltre, il parlamento israeliano ha approvato una legge che consente al premier di dichiarare guerra “in circostanze eccezionali” con il solo consenso del ministro della difesa. Toni incandescenti e provvedimenti politici che denotano una volontà di agire in maniera rapida, e che probabilmente anticiperanno la futura uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare.
Mike Pompeo, neo segretario di stato americano che sembra essere in completa simbiosi con il presidente Trump, al centro di numerose trattative diplomatiche (non ultimo il dossier coreano), nel corso di un incontro con il presidente Netanyahu ha affermato di condividere la paura e il timore che le azioni iraniane nella regione siano di intralcio alla pacificazione dell’aerea, ribadendo il suo appoggio al leader israeliano.

Il nuovo corso in politica estera inaugurato da Donald Trump riporta quindi le alleanze degli Stati Uniti in Medio Oriente nel percorso più tradizionale: Israele e Arabia Saudita tornano ad essere i pilastri delle politiche di Washington della regione. L’obiettivo è quello di responsabilizzare gli storici alleati nel contrastare l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente, giunta ai massimi livelli dopo l’inizio delle Primavere Arabe. Il tutto nel paradigma teorico e politico di Trump che spinge per una convergenza tra i due paesi alleati al fine di disimpegnare gran parte delle risorse americane dalla regione, come promesso a più riprese in campagna elettorale.
Impedire un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente fondato, tra gli altri, anche sul ruolo dell’Iran è l’imperativo strategico degli Stati Uniti e degli alleati regionali.
E’ un obiettivo perseguibile? Uno dei tasselli che avrebbero senza dubbio aiutato il raggiungimento del risultato sarebbe stata la capitolazione del regime di Assad in Siria, che avrebbe certamente minato nelle fondamenta l’influenza iraniana nel territorio siriano, tagliando il cosiddetto “corridoio sciita” che da Teheran arriva a Beirut.
Un obiettivo che, a detta dei principali analisti, è oramai difficilmente perseguibile: al contrario l’Iran e le sue milizie hanno consolidato un potere notevole in diverse zone del territorio siriano.

Una nuova strategia per raggiungere l’obiettivo, per Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, è quella che prevede l’annullamento, o quanto meno la delegittimazione, dell’accordo sul nucleare. Le accuse di Netanyahu all’Iran, pochi giorni prima dell’annuncio (previsto il 12 maggio) di Trump sul futuro dell’accordo, vanno lette in questa ottica.
La pianificazione di nuove sanzioni economiche da parte di Washington, unita alla postura militare maggiormente aggressiva di Israele e Arabia Saudita, è una seconda strategia che può colpire l’Iran, costretto a fronteggiare economicamente il rischio di nuove sanzioni e insieme a concentrare gli sforzi di bilancio sulla spesa nella difesa. Una doppia pressione che può mettere in difficoltà gli sforzi iraniani di integrazione al sistema economico internazionale da una parte, e di mantenimento di una posizione militare di vertice nelle gerarchie regionali.
Ipotizzare un first strike israeliano, o saudita, in territorio iraniano è invece difficilmente prevedibile: l’Iran ha una grande forza di deterrenza schierata vicina ad entrambi i confini dei due paesi. Da una parte con Hezbollah e diverse milizie sciite in Siria, dall’altra con gli Houthi nello Yemen, ribelli che controllano larga parte del territorio e che non di rado effettuano lanci di missili contro Riyadh. Oltre a questo è sempre bene ricordare che l’Iran possiede un arsenale balistico in grado di poter colpire entrambi i paesi considerati nemici.

L’equilibrio di potere nel Medio Oriente continua a mantenersi, seppur in bilico, tramite il ruolo delle due potenze maggiori esterne alla regione, Stati Uniti e Russia, garanti dei due diversi schieramenti presenti sul campo. I futuri scenari vanno ancora analizzati tramite un approccio sistemico che guardi con attenzione alle decisioni e alle mosse delle potenze esterne,  ricordandosi però contemporaneamente di non sottovalutare gli interessi degli attori locali. L’ultimo rapporto SIPRI, uscito in questi giorni, evidenzia un significativo aumento nella spesa militare da parte di Arabia Saudita (9,2%) e Iran (19%) rispetto allo scorso anno. Un dato da evidenziare, che conferma come i toni incandescenti delle dichiarazioni siano accompagnati da reali scelte politiche a lungo termine.

Rojhilatê. La popolazione oppressa del Kurdistan iraniano

Il Rojhilatê (in curdo: oriente), conosciuto anche come Kurdistan Orientale o Iraniano, è il nome dato alle provincie del nord-ovest dell’Iran, abitate in prevalenza dai curdi. Essi, continuano a scontrarsi con uno Stato ostile a compromessi e a riconoscimenti, considerati un pericolo per l’integrità etnica e religiosa del Paese e una minaccia per la sicurezza dei confini.

Rojhilatê. La popolazione oppressa del Kurdistan iraniano - Geopolitica.info

Stimati in circa sette milioni di persone, i curdi-iraniani sono la seconda minoranza dell’Iran. La questione curda in Iran prende avvio il 22 gennaio 1946, quando, sfruttando il vuoto di potere creatosi in seguito all’occupazione anglo-sovietica del paese, fu fondata la Repubblica di Mahabad. L’esperienza di indipendenza curda, sostenuta da Mosca, avrà vita breve, circa 11 mesi, giacché non venne riconosciuta dalle potenze alleate. A Mahabad si insediò un governo che chiedeva il riconoscimento dell’autonomia nell’ambito statale e l’uso della propria lingua nell’amministrazione e nelle scuole. L’Iran il 5 aprile, però, raggiunse con il governo sovietico un accordo che sanciva l’evacuazione dell’area in cambio di una concessione per lo sfruttamento del petrolio nella parte curda del paese. Venendo a mancare l’appoggio sovietico, la Repubblica curda fu invasa dall’esercito iraniano. Successivamente, i curdi-iraniani, guidati dal KDP-I (Partito democratico del Kurdistan iraniano), supportarono, in cambio di future concessioni, Khomeini nella Rivoluzione Islamica del 1979. Egli, però, dopo la presa del potere, mise fuori legge il KDP-I, facendo imprigionare e giustiziare i leader del partito. Migliaia di curdi vennero arrestati e uccisi dopo processi sommari con l’accusa di essere dissidenti.

Il quadro curdo-iraniano

La presenza curda è prevalentemente incentrata in quattro province dell’Iran: Kurdestan, Azerbaijan Occidentale, Kermanshah e Ilam. Si tratta di zone in prevalenza montuose abbondanti di acqua, oltre che di petrolio nel centro industriale di Kermanshah. Nonostante ciò, la situazione socio-economica è marcata da notevole povertà, arretratezza, disoccupazione e discriminazione sociale. La mancanza di infrastrutture e investimenti hanno fatto di queste province un territorio disagiato. Gli imprenditori curdi sono costretti a seguire una burocrazia volutamente contorta: la prima azienda deve essere operativa in un’altra zona del Paese e solo successivamente può essere aperta anche nell’aree curde, costringendo gran parte della popolazione a dipendere dall’agricoltura e dalla pastorizia. Per i giovani curdi è faticoso fare carriera o occupare posti di rilievo, per questo molti ragazzi scelgono di trasferirsi nella capitale e gli studenti preferiscono le università di Teheran, più cosmopolite e con maggiori opportunità. La questione sociale ed economica dell’area si intreccia, inoltre, con quella religiosa, in quanto la maggioranza dei curdi-iraniani sono di fede sunnita, in forte contrasto con un paese nel quale l’identità sciita ha un ruolo centrale. Ciò ha condotto negli anni a persecuzioni ed emarginazioni della componente curda da parte del Governo centrale, rendendo difficili le loro condizioni sia in ambito economico che in quello dei diritti umani.

Negli anni si è assistito perciò alla nascita di numerosi movimenti politici, di protesta e gruppi armati. Intento dei movimenti curdi è reclutare nuovi uomini per strutturarsi nelle città principali, generando un conflitto al confine curdo tra Iraq e Iran, con l’obiettivo di raggiungere l’autonomia del Kurdistan Iraniano. Attualmente il movimento principale è rappresentato dal PJAK (Partito per la Vita libera in Kurdistan), nato nel 2004 e attualmente l’unica forza politica in grado di difendere i diritti dei curdi, ma considerato illegale dal governo di Teheran. Vi è poi il PAK (Kurdistan Freedom Party), lo storico KDP-I, il partito nazionalista-marxista Komala (Società dei lavoratori rivoluzionari del Kurdistan iraniano) e il KJAR (Movimento delle Donne del Kurdistan Orientale). Dall’instaurazione della Repubblica Islamica, qualsiasi attività curda è però considerata un crimine politico e sottoposto a repressione. Teheran giudica coloro che sostengono le vertenze dei curdi come dei traditori e ciò implica l’arresto continuo di attivisti e politici, sottoposti spesso a torture e condanne a morte.

A partire dalla fine del 2017, nel Kurdistan iraniano si ripreso a combattere, benché l’ambito curdo-iraniano sia molto diviso e non abbia le capacità organizzative per rappresentare una seria minaccia.

L’oppressione di Teheran 

La condizione dei curdi-iraniani è quella di una minoranza che negli ultimi decenni ha subito numerose e continue ondate repressive. Il contesto è particolarmente difficoltoso, mancanza di sussidi ed investimenti da parte del governo centrale hanno condotto la società curda a una situazione di povertà e sottosviluppo. Ciò ha comportato l’avvio di una forte emigrazione che ha spinto il governo a inglobare i villaggi curdi, modificandone la natura e le dinamiche sociali, in modo da far scomparire l’identità del popolo, la sua cultura e le sue tradizioni. Teheran ha condotto una sistematica discriminazione della componente curda negli ambiti dell’occupazione lavorativa, dell’istruzione, della famiglia, portando avanti una politica di esclusione dei curdi-iraniani. La politica educativa ha previsto che tutto l’insegnamento venga svolto in persiano, vietando l’utilizzo e lo studio della lingua curda, bloccando la trasmissione della storia e delle tradizioni orali e filosofiche, riducendo, quindi, l’accesso all’educazione dei curdi-iraniani e causando un aumento del livello di analfabetismo nel Rojhilatê.  Queste problematiche hanno indotto molti a scegliere la strada della rivolta. Considerati pertanto traditori sono stati imprigionati e condannati a morte a causa della loro militanza politica. Coloro che vengono giudicati come traditori vengono spesso giustiziati senza un equo processo. A Kermanshah la presenza dei militari è robusta in gran parte delle aree e delle strade. Numerose sono le torrette e le postazioni militari dell’esercito iraniano lungo le vie di collegamento delle province e delle montagne curde, installate per controllare la situazione de gruppi armati organizzati attorno al PJAK. Negli ultimi anni, inoltre, il governo ha sviluppato rapporti con il KRG (Kurdistan Regional Government) iracheno, per limitare l’azione dei partiti curdo-iraniani attraverso maggiori legami economici e di collaborazione.

Nonostante il presidente Rohani, eletto anche grazie all’appoggio dei curdi, nel suo ultimo viaggio a luglio, ha annunciato rilevanti investimenti nell’economia e nell’infrastrutture dell’area e ha promesso di concedere la possibilità dell’insegnamento della lingua curda nelle scuole superiori e nell’Università del Kurdistan a Sanandaj, sembra però portare avanti un duplice approccio nei loro confronti. Da un lato, di apertura e agevolazione, dall’altra di repressione contro chi collabora con il PJAK o con gli altri movimenti.

Un futuro difficile tra soluzioni osteggiate

I gruppi politici e armati curdi pagano la mancanza di supporto internazionale e il confrontarsi con uno Stato forte e contrario a rinunciare al controllo diretto dei territori del Rojhilatê. In questo contesto, i curdi-iraniani rimangono isolati e privi di opportunità di cambiamento nel breve periodo. La questione del federalismo in Iran è stata costantemente negata dal governo centrale, ma in tutta l’area una reale possibilità è legata al “confederalismo democratico” proposto da Öcalan. Questo sistema permetterebbe la creazione di una regione autonoma con alla base la società civile organizzata in assemblee e consigli locali autogestiti, migliorando la situazione dei diritti umani, e in ambito economico a una gestione che permetta la giusta distribuzione delle risorse energetiche e naturali.

Si alzano i venti di guerra: la situazione in Siria

Escalation in vista nel Mediterraneo siriano: Trump è deciso a colpire la Siria dopo l’attacco chimico a Duma. Londra e Parigi pronte a sostenere la decisione di Washington, così come l’Arabia Saudita. La Russia fa sapere di non tollerare nessun attacco alla Siria, stesso dicasi per l’Iran e per il Libano. Venti di guerra soffiano sulla costa siriana, la situazione è in continuo aggiornamento.

Si alzano i venti di guerra: la situazione in Siria - Geopolitica.info

Nella giornata di oggi un tweet del presidente Donald Trump ha annunciato un possibile attacco americano contro la Siria, previsto oramai da tutti i media internazionali nelle prossime ore. Nel tweet, Trump, ha risposto ai diplomatici russi che in precedenza avevano affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarebbe stato intercettato dalle forze di difesa russe: il presidente americano ha parlato di un attacco “nice, new and smart”, e accusato la Russia di sostenere l’ “animale” Assad. Inoltre ha rincarato la dose, sostenendo che le relazioni con Mosca sono più tese persino rispetto alla Guerra Fredda.
Macron e Theresa May hanno già fatto sapere a Trump che sono pronte a sostenere Washington in un attacco contro Damasco, e lo stesso ha fatto il leader saudita Bin Salman, di recente in visita a Parigi dove ha incontrato il presidente Macron.

Sul fronte opposto lo speaker del parlamento libanese ha annunciato che qualsiasi attacco alla Siria avrà delle conseguenze, sulla stessa riga di quanto annunciato da diversi diplomatici russi. L’ambasciatore di Mosca in Libano, Alexander Zasypkin, ha infatti dichiarato: “se ci sarà un raid degli americani, in linea con le dichiarazioni di Putin e Gerasimov (il capo di stato maggiore russo, ndr), i missili e i lanciatori da cui sono partiti saranno abbattuti”, parole che hanno scatenato il tweet di oggi di Trump.
L’Iran ha fatto sapere che nessun attacco alla Siria cambierà la politica militare della Repubblica Islamica nel territorio arabo, mentre da Damasco sostengono che l’attacco americano era ampiamente previsto e scontato.

Lo scenario delle forze militari presenti nel Mediterraneo siriano è in piena evoluzione.
Al momento la maggiore unità di superficie è rappresentata dal cacciatorpediniere americano USS Donald Cook, armato con missili Tomahawk, che si trova a circa un centinaio di chilometri dalla costa siriana. Il cacciatorpediniere ha lasciato Cipro nelle scorse ore, accompagnato dalla fregata francese Aquitania, anch’essa presente nelle acque siriane e che nella giornata di ieri è stata pericolosamente avvicinata da due caccia russi.
Dal porto di Norfolk, in Virginia, è salpata la portaerei Truman, che raggiungerà le acque del Mediterraneo entro una settimana, in vista di una potenziale azione militare prolungata. Dalla Spagna la USS Porter raggiungerà le acque siriane, le stesse da dove lo scorso hanno ha lanciato 59 Tomahawk contro obiettivi militari di Damasco, insieme alla USS Carney, anch’esso di stanza in Spagna. Potrebbero raggiungere il Mediterraneo anche le navi d’assalto Iwo Jima e USS Labon, impegnate nei giorni in scorsi in esercitazioni militare presso Gibuti.
Gli Stati Uniti inoltre possono contare sulla base navale Manana in Bahrein, dove ha sede il Comando della componente navale di CENTCOM e la Quinta Flotta dell’US Navy, sulla grande base di Al Udeid in Qatar, sede dei comandi avanzati di CENTCOM, e sulla base aerea di Al Dhafra negli Emirati, usata in maniera permanente anche dall’esercito francese. Insieme ai francesi gli Stati Uniti dispongono della base militare di Muwaffaq Salti, in Giordania. La Francia dispone inoltre di una base navale ad Abu Dhabi.
Il Regno Unito può contare sulla base Hms Juffair, nel porto di Mina Salman nel Bahrein, e sulla base Akrotiri a Cipro.

La Russia, come noto, dispone di diversi basi in territorio siriano: le principali sono quella navale di Tartus, quella aerea di Humaymim e quella di Latakia. La fregata Grigorovich è stata richiamata nel Mediterraneo e attraccherà a Tartus, stessa sorte per la nave da guerra Filchenkov e per il sottomarino Novgorod.
In Siria Mosca può contare su circa cinque batterie di S-400, il sistema difensivo più potente tra le forze russe, dispiegate attorno alla base di Tartus, e altrettante batterie di S-300, dispiegate intorno alle principali installazioni militari siriane, oltre che alla capitale Damasco. L’aviazione russa ha di stanza in Siria circa  cinquanta Su-30, Su-34 e Su-35, nei pressi della base di Latakia.
Inoltre tutta la flotta del Mar Nero russa è in stato di massima allerta, pronta a rispondere a qualsiasi attacco in 24 ore, stando a quanto riferito da alti ufficiali della Federazione russa.
L’aviazione siriana, ha, di contro, spostato i suoi jet da guerra nelle zone centrali della Siria, per proteggerle da eventuali strike statunitensi che come primi target cercherebbero di colpire l’arsenale militare di Damasco.
Anche l’Iran si prepara alla scontro in territorio siriano, e Teheran ha mandato uno dei principali consiglieri di Khamenei, Ali Akbar Velayati, a Damasco per dirigere le operazioni.

Nella giornata di ieri si sono segnalate azioni di disturbo russe nei confronti di droni da ricognizione, non armati, statunitensi. Episodi che hanno comportato un rallentamento delle preparazioni delle attività militari americane. Fattore importante quest’ultimo, in quanto potrebbe sottolineare l’effettivo progresso delle attività di hacking da parte dell’esercito russo, come già visto nello scenario ucraino. Una nuova dimensione bellica, ancora da scoprire, sulla quale la Russia può contare su un alleato di tutto rispetto come l’Iran.

Il corridoio sciita dell’Iran verso il Mediterraneo: tra mito e realtà

I diversi conflitti nati dopo la parentesi delle primavere arabe hanno cambiato la fisionomia della Medio Oriente, e hanno permesso all’Iran di incrementare la propria posizione nella regione. In Siria, in Iraq, nello Yemen e in Libano la Repubblica Islamica nell’ultimo decennio ha massimizzato il proprio potere, ed ha gettato le basi per concretizzare il noto arco di influenza che da Teheran arriva al Mediterraneo, creando diversi campanelli di allarme a Washington e trai principali alleati statunitensi nella regione. Ma quanto è prioritario l’accesso al Mediterraneo per l’Iran?

Il corridoio sciita dell’Iran verso il Mediterraneo: tra mito e realtà - Geopolitica.info

Si dà ormai per scontato che gli scenari che viviamo tutt’ora in Medio Oriente siano frutto delle primavere arabe, e che l’arco di crisi partito dalla Tunisia nel 2011 sia inesorabilmente arrivato a colpire il cuore del mondo arabo con il conflitto siriano e quello yemenita. In realtà gli sconvolgimenti nella regione mediorientale iniziano da molto prima, con la Rivoluzione iraniana del 1979 che ha causato il primo grande cambiamento di rotta, portando la nuova Repubblica Islamica a intraprendere una serie di rinnovamenti nella politica estera che hanno influenzato il futuro del Medio Oriente. Un’altra causa principale dell’attuale situazione regionale è senza dubbio l’intervento statunitense in Iraq e il conseguente rovesciamento del regime di Saddam Hussein, che ha dato il via all’acuirsi dello scontro settario, ma principalmente politico, tra gli sciiti e i sunniti. I conflitti attuali in Medio Oriente sono il frutto e la conseguenza di diversi fenomeni politici, non riconducibili semplicisticamente ai tumulti iniziati nel Nord Africa nel 2011. Quel che è certo, però, è che l’Iran è stato in grado di approfittare dei recenti conflitti, prima in Iraq, poi in Siria e nello Yemen, per massimizzare la propria influenza in quattro capitali della regione, riuscendo ad esercitare un notevole ruolo su alcuni tra i principali stati arabi e dimostrando di essere pienamente uscito dalla fase di impasse nella quale era caduto a seguito della guerra con l’Iraq.

L’Iran, come noto, fa parte dei cosiddetti “stati canaglia” per gli Stati Uniti, e di conseguenza una sua scalata ai vertici del potere mediorientale mette in allerta Washington e i suoi principali alleati regionali. Negli ultimi anni si è dato risalto, i termini negativi, alla cosiddetta “Land Route to the Mediterranean”, cioè un corridoio sciita che da Teheran arrivi sino al Mediterraneo, grazie a porzioni di terreno controllate dall’esercito iraniano o da milizie alleate. Una delle tesi più accreditate, che vede l’Iran aumentare notevolmente la capacità di deterrenza nei confronti del principale nemico regionale, Israele, e un accesso facile al Mediterraneo. Ma quanto è reale questo obiettivo per l’Iran?

Per provare a rispondere a questo quesito è necessario stilare un elenco dei principali obiettivi strategici che la Repubblica Islamica persegue per mantenere i propri interessi vitali, per capire quanto sia prioritario il completamento della rotta verso il Mediterraneo.

  • L’obiettivo primario per Teheran, al quale nessun governante può rinunciare, è il controllo della popolazione interna. E’ la principale fonte di preoccupazione per l’establishment, qualunque sia l’estrazione politica-religiosa. Il controllo della popolazione interna, con una grande attenzione per le minoranze etniche, è fondamentale per il mantenimento dello status quo. I cambiamenti politici nel corso degli ultimi due secoli in Iran sono avvenuti in seguito a grandi manifestazioni di piazza, e le manifestazioni viste a cavallo tra dicembre 2017 e gennaio 2018 (per quanto caratterizzate da una matrice economica), sono un campanello d’allarme per il governo iraniano che non può essere sottovalutato. Le divergenze etniche, inoltre, sono da sempre un pericolo per la tenuta interna del paese, essendo fortemente influenzabili da potenze esterne. Nonostante la parte centrale del paese sia costituita principalmente da abitanti di etnia persiana, sui confini si trovano importanti minoranze. Le più pericolose per la stabilità di Teheran sono quelle formate da arabi e curdi: i primi, che si trovano nel Khuzestan, sono posizionati in una porzione di terreno ricca di giacimenti di petrolio e in passato sono stati fonte di instabilità per il governo centrale iraniano. Per i secondi, i curdi, che rappresentano circa il 7% della popolazione, l’Iran nutre un sentimento di avversione storico, dovuto alle reminiscenze della guerra con l’Iraq, quando i curdi iracheni si unirono a Saddam nella lotta con Teheran. Inoltre, nel nuovo corso iracheno, i curdi hanno guadagnato importanti concessioni dal punto di vista dell’autonomia, e hanno accresciuto esponenzialmente il proprio profilo militare. Queste dinamiche hanno influenzato i vicini curdi iraniani, che negli ultimi anni si sono contraddistinti nella ricerca di autonomia, volta a conservare la propria cultura non-persiana. Il controllo capillare della regione curda è quindi fondamentale per la tenuta del paese, e offre il pretesto per espandere le maglie del controllo oltre i confini iracheni.
  • Il secondo obiettivo da perseguire, per l’Iran, è quindi collegato al primo: il controllo dei territori a nord-est di Baghdad. La provincia di Diyala è la porzione di terreno dove maggiormente è presente il ruolo dell’Iran, ed è usata come base per proiettare l’influenza su tutto il confine iracheno-iraniano. Diverse cittadine, come Basijii, sono sotto il controllo di milizie sciite legate a doppio giro con Teheran. Il controllo di rotte stradali che partono da Diyala accrescono l’influenza iraniana sulla regione e mettono pressione alla provincia curda irachena. Un fattore importante, che mette in sicurezza tutto il confine occidentale dell’Iran.
  • Un obiettivo iraniano che si è chiaramente visto negli ultimi anni è quello del mantenimento di un regime amico a Damasco, che possa garantire gli interessi iraniani nel territorio siriano. L’Iran si è impegnato nella battaglia a fianco di Assad, contro le formazioni di estrazione sunnita che minacciavano la tenuta stessa del regime, viste da Teheran come proxy dei paesi sunniti che avevano l’interesse nel far decadere il regno alawita degli al-Assad. In Siria sono presenti numerose sacche di influenza iraniana, tramite diramazioni dirette delle Guardie della Rivoluzione (specialmente sul confine iracheno-siriano) o milizie sciite vicine all’Iran, che forniscono a Teheran un peso notevole sul futuro del paese.
  • Fondamentale per l’Iran è integrare sempre più Hezbollah nella vita politica del Libano, per influenzare ancor di più le decisioni di Beirut. Inoltre la presenza di Hezbollah nel sud siriano, oltre che libanese, fornisce una costante funzione di deterrenza nei confronti di Israele.
  • Controllo delle zone occidentali dello Yemen tramite la miliiza degli Houthi, oramai a controllo di larghe porzioni della capitale Sanaa. Questa strategia porta all’Iran tre diversi potenziali vantaggi: un peso specifico sulla futura ricostruzione politica yemenita; un fattore di instabilità nel confine meridionale dell’Arabia Saudita, che si vede costretta ad impegnarsi in un conflitto che rischia di deteriorarla militarmente (sono ormai costanti gli attacchi tramite missili balistici degli Houthi contro postazioni petrolifere nel sud del regno saudita o contro la capitale); il potenziale controllo, anche se indiretto, dello stretto di Bab el-Mandeb, che congiunge il Mar Rosso con l’Oceano Indiano e importantissimo dal punto di vista commerciale.
  • Il mantenimento del controllo dello stretto di Hormuz, strategica gola del Golfo Persico, fondamentale via commerciale per il traffico del petrolio mondiale. Nonostante sia considerato al pari di un atto di guerra, l’Iran ha minacciato diverse volte di chiudere lo stretto di Hormuz, e può usare questa carta sul tavolo delle trattative internazionali, oltre che nel consolidare la propria influenza nella regione mediorientale.
  • Sviluppo del programma missilistico: l’aumento dei fondi destinati al programma dell’ultimo anno confermano la volontà dell’establishment iraniano di perseguire il consolidamento della capacità missilistica. Diversi analisti militari giudicano l’arsenale balistico di Teheran il più completo e avanzato della regione. Oltre alla varietà di missili a breve e medio raggio, che garantiscono un importante sistema di difesa per il paese, e accrescono la capacità di deterrenza sullo stretto di Hormuz, nel settembre del 2017 l’Iran ha testato un missile nominato Khorranshahr, una versione iraniana del nord coreano Hwasong-10, con una gittata di oltre 2000 chilometri, dimostrando di poter colpire i principali nemici nella regione: Israele e Arabia Saudita.

Per concludere, il corridoio sciita rappresenta, più che un accesso al Mediterraneo, un insieme di zone di influenza che l’Iran può sfruttare per condizionare le decisioni politiche dei paesi vicini. La cosiddetta “rotta per il Mediterraneo” va inquadrata in questo senso: un aumento del già forte soft power in scenari di forte instabilità nel mondo arabo. Un corridoio che quindi non avrà l’utilità di portare armi ai proxy iraniani nella regione: la rotta preferita per il trasporto di armi da parte di Teheran è da sempre quella aerea. Anche prima del conflitto siriano la via aerea è stata la più utilizzata dalla Repubblica Islamica per raggiungere le diverse milizie, passando per Damasco: stessa modalità utilizzata anche nel pieno del conflitto e tutto lascia pensare che il metodo continuerà ad essere lo stesso. Una via terrestre, per quanto possa a livello teorico congiungere Teheran con il Mediterraneo, è difficilmente difendibile da eventuali rappresaglie di cellule e milizie sunnite, ed è intercettabile dalle forze statunitensi nell’area: le vie di rifornimento sarebbero troppo allungate, ed il tempo e i costi per il trasporto maggiormente elevati. Inoltre nulla lascia pensare che all’Iran interessi una via di accesso al Mediterraneo: andrebbe standardizzata una dottrina militare che sembra voler continuare a perseguire la strada della difesa asimmetrica, che tanti risultati ha dato nell’ultimo decennio alla Repubblica Islamica. L’Iran continuerà ad investire la maggior parte del budget per la difesa nelle Guardie della Rivoluzione, e difficilmente un accesso al Mediterraneo può portare reali benefici in termini militari al paese.
La rotta per il Mediterraneo, il corridoio sciita, sono quindi una serie di zone cuscinetto che permettono all’Iran di rafforzare la propria difesa, espandendo i confini e identificando determinate zone strategiche come fondamentali per la propria sicurezza nazionale. Una Siria alleata e una maggiore presa sulla politica di Baghdad tramite l’esportazione del modello Hezbollah in Iraq, utilizzando le milizie sciite che si sono enormemente rafforzate sui campi di battaglia e ormai pronte a convertirsi in veri e propri movimenti politici, sono gli imperativi da perseguire per l’Iran: una strategia di influenza che si sovrappone perfettamente al corridoio sciita che Teheran ha costruito nel tempo.

L’Arabia Saudita e l’obiettivo di costruire il consenso internazionale anti-Iran

In Medio Oriente, un altro anno carico di turbolenze è terminato. Tuttavia, a causa del caos regionale alimentato dall’accesa rivalità fra Arabia Saudita ed Iran, il 2018 si preannuncia altrettanto turbolento.

L’Arabia Saudita e l’obiettivo di costruire il consenso internazionale anti-Iran - Geopolitica.info

Poche cose sono esplosive come la combinazione fra ambizione e nervosismo strategico – e a Riyadh, sotto la leadership indiscussa del potente Principe della Corona Mohammad bin Salman, si respirano entrambi. Per questo gli esiti del viaggio di marzo del Principe in Europa e negli Stati Uniti potrebbero essere sorprendenti.

Obiettivo principale resta, in primis, il contenimento dell’Iran. L’Iran, dal punto di vista del Principe Mohammed, sta diventando la potenza dominante dall’Iraq al Libano. Teheran, anche se non in pieno controllo di Baghdad, Damasco e Beirut, può decisamente modellare i loro scenari politici – e, nel caso siriano, militari – grazie ai suoi proxies ed alleati. Gli iraniani stessi sono stati chiari sul loro punto di vista riguardo alla regione: “E’ possibile prendere qualsiasi decisione rilevante riguardo all’ Iraq, Siria, Libano, Africa del Nord o Golfo Persico senza l’Iran?” ha tuonato pochi mesi fa Hassan Rouhani, Presidente dell’Iran.

Mohammad bin Salman, evidentemente pensa di sì, e di questo vuole convincere i sui alleati a Londra e Washington. Addirittura, pur di raggiungere l’obiettivo di escludere Teheran dalla politica regionale, la politica estera e di sicurezza saudita sembra essere andata in “overdrive” – mentre l’Iran rimane un passo avanti. L’intervento saudita in Yemen è stato costoso e inconclusivo, anche dopo più di tre anni. La situazione potrebbe evolversi in ciò che Riyadh ha maggiormente cercato di prevenire: la trasformazione del movimento degli Houthi in qualcosa di molto simile ad Hezbollah in Libano. L’isolamento del Qatar guidato dall’Arabia Saudita ha avuto, parzialmente, più successo: lo sforzo di addomesticare le risolute politiche regionali di questo paese ha funzionato, ma la crisi è stata di fatto una sconfitta di pubbliche relazioni per Riyadh. L’ultima avventura saudita – la forzata consegna delle dimissioni, poi ritirate, di Saad Hariri come Primo Ministro del Libano – ha creato sconcerto in Libano e oltre. Se l’obiettivo è chiaramente contenere l’Iran, le strategie su come agire sono state finora, inefficaci. Lo Yemen è un terreno strategico estremamente spinoso, dove le guerre sono costose e complesse ed i risultati ambigui. E’, inoltre, un teatro periferico. L’equilibrio di potere in Medio Oriente è tradizionalmente determinato in Siria ed Iraq, dove tuttavia, l’Iran è un passo avanti.

Contenere l’Iran, richiederebbe piuttosto un vasto consenso internazionale, per cui non sembrano esserci i presupposti: ad esempio le potenze asiatiche emergenti così come gli stati europei, difendono a spada tratta l’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran nel 2015. In questo senso, però, sta lavorando Mohammad bin Salman.

In primis con tentativi di avvicinamento tattico con Mosca, la maggiore alleata dell’Iran in uno dei principali teatri mediorientali, la Siria. Nonostante Russia e Arabia Saudita siano caratterizzate da un passato di reciproca sfiducia e ostilità risalente alla Guerra Fredda, le due nazioni condividono oggi anche interessi strategici reciproci, innanzitutto, nel mercato energetico, nel quale solo un’alleanza tra Russia e Arabia Saudita è riuscita a risollevare i prezzi del petrolio in caduta libera tra il 2014 e il 2016.

Altro alleato fondamentale nello sforzo anti-iraniano, sta emergendo in Israele. Da una parte, il conflitto storico tra Israele e Palestina è sempre stato di rilevanza centrale per consolidare il potere dei leader arabi. L’Arabia Saudita ha tradizionalmente guidato la comunità arabo-islamica nella questione del riconoscimento della Palestina come Stato. Tuttavia, negli ultimi anni, Riyadh ha sempre di più tentato di fare ciò cercando di non compromettere i rapporti con Israele, paese cardine per fermare l’avanzata iraniana. Questo è emerso chiaramente nei recenti avvenimenti politici riguardo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico da parte dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Infatti il Principe Ereditario Mohammad bin Salman negli ultimi anni si sarebbe mostrato incline a supportare l’ascesa della leadership palestinese di Mohammad Dahlan, prevedendo la stipulazione di un patto di pace con Israele nel quale verrebbero riconosciuti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania in cambio del riconoscimento dello Stato palestinese, senza Gerusalemme come capitale. Ovviamente questo patto avvicinerebbe il Regno ad Israele piuttosto che alla Palestina. Il Regno saudita infatti è ben consapevole che la capacità strategica israeliana e la sua influenza sull’attuale amministrazione statunitense sono due “armi” fondamentali per la lotta di potere con l’Iran.

Soprattutto, il Principe Mohammad bin Salman sa di poter contare sull’amministrazione statunitense, pur se in pieno arretramento strategico, per azioni di escalation contro Teheran. L’ultima riprova, inconfutabile, si è avuta con gli ultimi ricambi all’interno dell’amministrazione stessa. Con Mike Pompeo al posto di Rex Tillerson a capo del Dipartimento di Stato e John Bolton al posto di H.R. McMaster al Consiglio per la Sicurezza Nazionale, due politici moderati lasciano il posto a due falchi tradizionalmente anti-Iran. Interessante è come questi sviluppi siano avvenuti, entrambi, in concomitanza del viaggio del Principe Mohammad bin Salman negli Stati Uniti.

Tirando le somme, questa rafforzata alleanza con gli USA, il programma segreto di distensione portato avanti con Israele e il possibile avvicinamento alla Russia, avvicinerebbero Riyadh alla costruzione di un consenso internazionale anti-Teheran. Si può in un certo senso dire che il Regno si starebbe già preparandosi su questa strada, ambendo a ristabilire la centralità del Regno nella vita geopolitica del Medio Oriente. Gli obiettivi sono certamente ambiziosi, Mohammad bin Salman sta tentando di gettarne i presupposti, ma è tutto fuorché certo che il Principe saudita potrà trasformare le sue aspirazioni in realtà.

Marco Siniscalco e Silvia Marcelli, Euro-Gulf Information Center

 

L’abbattimento dell’F-16 e l’evoluzione della dottrina militare iraniana

Il 10 febbraio un F-16 dell’aviazione israeliana è stato abbattuto in territorio siriano. Il caccia sorvolava la Siria per due obiettivi: intercettare e distruggere un drone iraniano che precedentemente era entrato nello spazio aereo israeliano, e colpire non precisati “bersagli iraniani”. L’episodio dimostra che il conflitto siriano è tutt’altro che sopito, e che la Siria è ancora teatro di diverse guerre per procura, ma soprattutto evidenzia l’evoluzione della strategia militare iraniana.

L’abbattimento dell’F-16 e l’evoluzione della dottrina militare iraniana - Geopolitica.info

La dottrina militare iraniana ha subito diverse evoluzioni nel corso della propria storia recente. Chiaramente, uno dei fattori principali che ha costretto il nuovo Iran rivoluzionario a rivedere la propria strategia, è stato il cambio di schieramento internazionale in seguito al 1979, e le conseguenti sanzioni che hanno limitato Teheran nella capacità di acquisizione di armamenti dall’estero.
Anche il conflitto, disastroso in termini di costi umani ed economici, con l’Iraq di Saddam Hussein, combattuto nel corso degli anni ’80, ha contribuito a influenzare fortemente la nuova dottrina militare della Repubblica Islamica. Lo sviluppo del programma missilistico, che oggi porta l’Iran ad avere il più variegato e completo arsenale balistico della regione, trova le sue radici proprio nel conflitto con l’Iraq, quando i dirigenti iraniani si resero conto della debolezza militare in cui riversavano le proprie forze armate da poco riformate. Inoltre, sempre  in questo decennio, le Guardie della Rivoluzione (Pasdaran, o IRGC) hanno iniziato a ricercare nuovi metodi di combattimento, distaccandosi da un approccio convenzionale alla guerra. L’insofferenza di Hafez al-Assad alla presenza di militari iraniani in Siria, a supporto del Libano nella guerra contro Israele, portò i Pasdaran a ricercare nuove alleanze con le già esistenti milizie di estrazione sciita presenti nei vari scenari di guerra, e alla conseguente creazione di Hezbollah, che diventerà il più importante proxy iraniano nella regione.

Il periodo degli anni ’90, e i successivi primi anni 2000, favorirono la conversione della strategia iraniana da offensiva, cioè volta all’espansione della Rivoluzione sull’intero mondo islamico, a difensiva. La presenza, dal 2001, delle truppe statunitensi in Afghanistan e dal 2003 in Iraq, accelerò questo processo decisionale all’interno delle istituzioni militari di Teheran. Nel 2005 venne teorizzato il concetto di “Mosaic Defense”, cioè di diverse strategie di difesa asimmetrica volte a mettere in sicurezza l’Iran da un’eventuale invasione statunitense. Vennero creati 31 centri di comando delle forze dei Pasdaran, uno per Teheran e uno per ciascuna delle 30 provincie iraniane, per mettere in atto un decentramento operativo, che avrebbe facilitato la flessibilità delle operazioni militari, e reso impossibile per il nemico la distruzione di un centro operativo di controllo.
La difesa dell’Iran, inoltre, è stata predisposta su due differenti livelli: un primo livello, sulle frontiere esterne, affidato all’Esercito Nazionale, con il compito di rallentare, ma non impedire (date le differenze qualitative), l’invasione di una super potenza esterna; un secondo livello, interno, affidato invece alle Guardie della Rivoluzione, che con la mobilitazione delle forze para-militari dei Basij (sotto l’effettivo controllo delle IRGC dal 2007), una volta attirato il nemico in profondità nel paese, attiverebbero una strategia difensiva basata su tattiche irregolari, guerriglia, azioni semi-indipendenti tramite l’uso di ordigni esplosivi improvvisati (IED), artiglieria, mortai, razzi non guidati e cecchini.
Il tutto al fine di impedire i rifornimenti tra le fila nemiche, e di aumentare i costi (economici e social) dell’offensiva della potenza esterna fino a renderli insostenibili, superiori ai benefici potenziali.

I tumulti che nel 2011 hanno sconvolto il Medio Oriente e Nord Africa, passati alla storia con il nome di Primavere Arabe, hanno comportato una nuova evoluzione della dottrina strategica iraniana. Le istituzioni militari iraniane hanno modificato il concetto di Mosaic Defense, spostando oltre i confini la prima linea difensiva del paese. La politica di difesa avanzata dell’Iran si cristallizza nei principali scenari di guerra: in Iraq contro lo Stato Islamico, identificato come un nemico per la sicurezza della Repubblica Islamica; in Siria a fianco di Bashar al-Assad, per impedire l’eventuale caduta di quest’ultimo, alleato di ferro di Teheran; e nello Yemen a supporto dei ribelli Houthi, fondamentali nell’azione di deterrenza nei confronti dell’Arabia Saudita e nella strategia di controllo degli stretti marittimi della Repubblica Islamica (lo Yemen è posizionato all’imbocco dello strategico stretto di Bab el-Mandeb).

Nonostante alcuni analisti ricerchino la fonte della strategia militare di Teheran tra gli argomenti religiosi o identitari, la dottrina iraniana è prettamente pragmatica, e si basa sulla valutazione del contesto esterno e sull’analisi dei precedenti conflitti che hanno, direttamente o meno, coinvolto il paese.
Le sanzioni, come scritto in precedenza, hanno portato l’Iran a cambiare rotta, puntando su diverse strategie asimmetriche che hanno massimizzato le poche opportunità che il paese aveva a disposizione. La guerra con l’Iraq, combattuta negli anni ’80, ha comportato l’evoluzione del programma missilistico. I diversi conflitti che si sono susseguiti negli anni in Europa e in Medio Oriente (le guerre nei Balcani, l’invasione statunitense in Iraq nel 2003, le due guerre cecene) sono stati studiati a fondo della istituzioni iraniane, che hanno valutato come prioritarie lo sviluppo di tattiche di guerriglia urbana, il decentramento operativo e lo sviluppo di milizie semi-indipendenti.
Lo studio e le analisi dei comportamenti militari delle altre potenze, e l’uso del “reverse engenering” (chiamato in italiano “ingegneria inversa”, processo che consiste nell’analisi dettagliata del funzionamento, della progettazione e sviluppo di un dispositivo, un componente elettrico, un meccanismo ecc. al fine di produrre un nuovo dispositivo o programma che abbia un funzionamento analogo), ha portato l’Iran allo sviluppo di strategie e armamenti nazionali che si sono dimostrate vincenti, dati gli ultimi sviluppi regionali. Il drone utilizzato dall’Iran in territorio israeliano per testare le capacità di difesa anti aerea di Tel Aviv, e che alcuni analisti militari hanno definito una “trappola” per attirare l’F-16 nello spazio aereo siriano, è una copia del Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, catturato dagli iraniani nel 2011. Al tempo l’amministrazione Obama, dopo aver riconosciuto di aver perso il drone in territorio iraniano, aveva espresso la preoccupazione per l’eventuale processo di studio ed analisi del velivolo da parte dell’Iran.

Lo sviluppo tecnologico sul fronte dei droni da parte dell’Iran, nato dallo studio degli armamenti statunitensi, crea preoccupazione per la sicurezza di Israele: una stima dell’intelligence israeliana dell’Air Force 2017 sottolinea che la minaccia dei droni è parte di un’area tecnologica che avanza a un ritmo estremamente veloce, tanto che “si prevede che diventi parte integrante del campo di battaglia durante il tempo di pace e in tempo di guerra”. L’abbattimento del jet israeliano è una dimostrazione degli avanzamenti militari da parte dell’Iran, che alterna la strategia difensiva interna ed oltre confini con dimostrazioni di deterrenza, volte a scoraggiare gli eventuali nemici ad intraprendere un’azione bellica diretta. Teheran ha dimostrato di poter spostare abilmente diverse azioni militari dal proprio territorio alle zone circostanti. Di conseguenza, un’aggressione diretta contro la Repubblica Islamica innescherebbe un’escalation di azioni offensive tramite l’uso di gruppi-proxy e dell’arsenale missilistico che renderebbero ancora più instabile la regione mediorientale.

La dottrina militare iraniana è complessa e imprevedibile: lo sviluppo della dottrina coinvolge una quantità di organi statali, università, centri di ricerca e think tank pari solamente a quelle di Cina e Russia. Decine di istituzioni interconnesse con specifiche parti del governo, che contribuiscono a modificare ed adattare la postura militare di Teheran all’ambiente esterno, e che rendono difficile una precisa valutazione da parte dei principali nemici della Repubblica Islamica.
E’ proprio questa imprevedibilità, ricercata dall’Iran, che contemporaneamente rappresenta la maggiore fonte di sicurezza del paese e la principale causa di timore degli altri attori regionali.

Il ruolo dell’Iran, rivale degli Stati Uniti nella regione mediorientale, è uno degli argomenti principali della XII Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali che inizierà il 3 marzo. Scopri il programma completo e le modalità di iscrizione al link: https://goo.gl/ahbB3W