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Il conflitto Iran – Arabia Saudita: il caso yemenita

Le dinamiche interne della regione medio orientale non possono prescindere in alcun modo dalle vicende che vedono coinvolti due importanti attori quali l’Arabia Saudita e l’Iran. I rapporti interconnessi tra questi due paesi mostrano come da una iniziale amicizia si possa passare ad una fase di tensione, destinata a produrre effetti geopolitici negli anni a venire e che già sta mostrando segni di tensione interne negli stati vicini.

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Un esempio di “conflitto per procura” tra Iran e Arabia Saudita è sicuramente quello che ancora oggi incorre nello Yemen, paese situato a sud della Penisola arabica riunitosi agli inizi degli anni ’90 e governata fino alle “Primavere arabe” da Ali Abdullah Saleh.

Conflitto e ruolo arabo-iraniano

Nell’agosto del 2014, a seguito della richiesta del FMI, il governo interrompe i sussidi per il carburante determinandone un forte aumento dei prezzi. I ribelli houthi, gruppo sciita sostenuto dall’Iran, guidarono una protesta che ben presto degenerò in scontro armato. I ribelli conquistarono gran parte del paese, compresa la capitale Sana’a, evento che obbligò il presidente MansurHadi alla fuga nel sud del paese. Nel marzo del 2015 una coalizione di paesi del Golfo guidata dall’Arabia Saudita, e con il successivo supporto dell’Egitto, lancia una campagna militare contro gli houthi e nonostante i diversi “cessate il fuoco” è tutt’ora in corso.Elemento di maggior destabilizzazione del conflittofu l’uccisione dell’ex presidenteSaleh, avvenuta nello scorso anno, reo di aver tradito la famiglia al Houti appoggiando la coalizione saudita, e quindi il presidente Hadi suo successore, in cambio di aiuti umanitari e della fine dei bombardamenti.

Questo caso è interessante in quanto rispecchia la durezza del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, quest’ultima accusata di appoggiare con armi e addestramento i ribelli houthi, non ritenuti tecnologicamente avanzati nella costruzione o perfezionamento del materiale bellico utilizzato. Il coinvolgimento iraniano sembra però essere del tutto incerto, anzi viene respinto in quanto finalizzato allo scopo di perpetuare una politica di ostilità internazionale nei confronti di Teheran.Sia la coalizione a guida saudita sia l’Iran mirano dunque a stabilire il proprio controllo nel paese aumentandone di conseguenza l’influenza sciita o sunnita nella regione, inoltre data la posizione strategica, riveste una particolare importanza in ambito commerciale.Ad oggi stiamo vivendo il più grosso processo di scomposizione e ricomposizione geografica che andrà a colpire il quadrante medio orientale e nord africano dei prossimi anni. Tutti i paesi che sono un artificio della storia sono destinati a scomparire e a far posto a nuove entità statali, è impossibile non citarea tal proposito il caso dello Stato Islamico che non ha fatto altro che occupare un vuoto geografico venutosi a creare al confine tra Siria e Iraq, e che proprio nelle dinamiche del conflitto yemenita potrebbe trovare terreno fertile. Gli Stati che manterranno il loro assetto territoriale saranno ovviamente quelli che non sono un artificio della storia: Iran, Arabia Saudita, Egitto e Turchia.Nel momento di ricomposizione questi attori vorranno avere la parola ed è in questa ottica che bisogna vedere la vicenda del nucleare iraniano. Possedere l’arma nucleare significa avere un potere maggiore al tavolo delle contrattazioni, in quanto dalla Guerra fredda ad oggi è ancora lo strumento più simmetrico e convenzionale che esista, ricoprendo un peso enorme nella definizione degli equilibri tra potenze.

Purtroppo, ad oggi il conflitto yemenita non sembra avere una risoluzione immediata. Sono notizie recenti l’operazione da parte saudita del 13 giugno scorso volta alla riconquista del porto di Hodeidah considerato punto di ingresso fondamentale della maggioranza degli aiuti umanitari. Al riguardo le Nazioni Unite, attraverso l’inviato Martin Griffiths ha avviato una serie di dialoghi, sia con i ribelli sciiti che con il governatore di Sa’da, al-Houthi, ritenuti un passo avanti per il termine del conflitto che, secondo i dati dell’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, è costato circa 10 mila civili morti e una crisi umanitaria che coinvolge oltre 22 milioni di persone.

La guerra tra Israele e Iran per il controllo del Golan

La situazione nel Levante Arabo e in particolare nella zona del Mashriq, l’area che fin dai tempi della Sublime Porta, indicava le attuali regioni di Israele, Palestina, Siria, Libano, Giordania, sud della Turchia, è caratterizzata in queste ultime settimane da un notevole fermento.  Una guerra, quella siriana, sta auspicabilmente finendo, altri focolai vanno però accendendosi ai quattro angoli della regione. Il Golan in particolare sembra essere l’area in cui Israele e Iran potrebbero decidere di regolare questioni aperte da decenni.

La guerra tra Israele e Iran per il controllo del Golan - Geopolitica.info

Una serie di fatti, curiosamente concentratisi nelle ultime settimane indicano una certa dinamicità che caratterizza tutti gli attori della regione. Stati Uniti, Israele, Iran e Russia, direttamente attraverso dichiarazioni ufficiali o per il tramite degli alleati regionali, stanno muovendo pedine nello scacchiere. Il centro nevralgico di tale dinamicità è rappresentato dalle alture del Golan, l’area montuosa al confine tra Israele e Siria, occupata dall’IDF dal 1967 e smilitarizzata con l’Accordo sul disimpegno con l’esercito siriano, garantito dall’ONU e risalente al 1974. Proviamo a mettere in sequenza alcuni di questi fatti e a preconizzarne i possibili sviluppi.

L’evacuazione dei caschi bianchi

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio, sul Golan si è svolta una spettacolare operazione di evacuazione di 442 caschi bianchi, la cd Difesa Civile Siriana, organizzazione umanitaria, peraltro discussa, che da anni si occupa di assistere i civili nelle zone sotto il controllo dell’opposizione al regime di Damasco.

Il governo siriano denuncia che l’organizzazione, secondo il regime finanziata dagli USA e da Soros, rappresenterebbe in realtà una colossale operazione della CIA per sostenere i ribelli e i terroristi islamici. Effettivamente i caschi bianchi da anni, attraverso un uso sapiente dei social media, denunciano le violazione dei diritti umani e i crimini di guerra delle forze di Assad: bombardamenti indiscriminati, torture, uccisioni e non ultimo, l’uso di armi chimiche, compreso il discusso attacco con cloro e gas nervino nella Ghoutha orientale a Douma nello scorso aprile.

I 442 evacuati (all’inizio si era parlato di 800), provenivano dall’area di Daraa, dove le truppe di Assad appoggiate dai Russi e da Hizb’Allah,stanno combattendo una delle ultime battaglie decisive per la riconquista di una delle poche porzioni di territorio siriano ancora in mano ai ribelli. Gli uomini appartenenti all’organizzazione umanitaria e le loro famiglie sarebbero potuti entrare in Giordania direttamente dalla zona di Daraa, tuttavia trattandosi di una zona controllata da Hizb’Allah e da truppe governative siriane e temendo rappresaglie, hanno ottenuto l’ingresso in Israele attraverso il valico di Kuneitra, per il tramite della fascia di sicurezza sulle alture del Golan. Ad attenderli c’erano l’esercito israeliano e i media. Operatori umanitari e famiglie sono stati presi in consegna e accompagnati fino al confine con la Giordania. Dalla Giordania gli evacuati prenderanno la via della Germania e del Canada.

L’operazione di Israele, ha avuto ovviamente il placet americano e ha rappresentato un ottimo battage pubblicitario per lo Stato ebraico. Non è allo stesso modo chiaro il ruolo giocato dalla Russia. Fonti russe hanno smentito che vi fosse il placet di Mosca all’evacuazione, tuttavia appare difficile che una tale operazione possa essere avvenuta senza il consenso russo.

Attacco israeliano su Masyaf

Il 22 Luglio, poche ore prima dell’operazione di evacuazione sul Golan, l’aviazione israeliana ha bombardato un sito siriano nella città di Masyaf nella provincia di Hama. Si tratta dello stesso sito già colpito nel settembre del 2017,in cui l’intelligence israeliana sostiene vengano prodottearmi chimiche. L’operazione sembra aver avuto un ulteriore seguito il 5 agosto scorso, allorché un ordigno ha ucciso sempre ad Hama il generale Aziz Asbar, scienziato siriano a capo del centro di ricerche di Masyaf nonché, secondo fonti vicine all’opposizione siriana, di un programma per lo sviluppo di produzione di missili terra-terra a corto raggioin collaborazione con l’Iran. Il ruolo dello scienziato e l’attribuzione della sua morte ad un’operazione israeliana è ovviamente tutta da verificare.

 La visita di Lavrov in Israele

Sempre nelle stesse ore (il 23 luglio), a sorpresa il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, accompagnato dal capo di stato maggiore Valeri Guerassimov, si è recato in visita a Gerusalemme per incontrare Benyamin Netanyahu, anche lui accompagnato dal ministro della difesa Avigdor Lieberman.

Dagli scarni resoconti sull’incontro, è ipotizzabile che  Netanyahu e Lavrov abbiano discusso della situazione che va prospettandosi al confine tra Siria e Israele, ovvero nella zona delle alture del Golan. A preoccupare Israele non è tanto il ritorno delle truppe di Assad nella zona, quanto la presenza dell’Hizb’Allah libanese e dei quadri di comando della Forza Qubs, le truppe speciali dei Guardiani della Rivoluzione presenti in Siria e sotto il comando del Generale Qasem Soleimani.

Lavrov avrebbe promesso a Netanyahu 100 Km di cuscinetto entro cui le milizie Hizb’Allah non dovrebbero poter penetrare. Preme ricordare che il Golan è sotto controllo israeliano dalla guerra del 1967, possesso ulteriormente ribadito dalla vittoriosa conclusione della guerra dello Yom Kippur (1973). Dal 1974 sul Golan l’ONU attraverso i reparti dell’UNDOF (United Nations Disengagement Observer Force), garantisce il controllo di una fascia di sicurezza smilitarizzata in cui né gli israeliani né i siriani possono penetrare. La promessa di Lavrov comporterebbe ulteriori 100 km di sicurezza, ma in Israele c’è scetticismo.

Pattuglie russe sul Golan

Promesse a parte la Russia è ben decisa a giocare fino in fondo la propria partita in Siria. La novità di queste ore è rappresentata dalla presenza di 8 pattuglie formate da soldati ceceni inquadrati tra le truppe russe che Mosca ha messo a pattugliare le alture. Le pattuglie cecene si aggiungono a quelle dell’ONU senza che sia stata prevista/condivisa alcuna integrazione. La circostanza è curiosa e non è chiaro se tale novità sia frutto dei colloqui tra  Netanyahu e Lavrov o se si tratta di un’iniziativa russa volta a rimarcare il rinnovato ruolo nella regione.

I caschi blu della missione della Forza di disimpegno degli osservatori Onu hanno comunque potuto effettuare, dopo ben sei anni, la prima pattuglia nell’aerea della linea di disimpegno tra Siria e Israele accompagnati dalla polizia militare russa. A riferirlo è stato il generale Sergej Rudskoy, responsabile del comando operativo dello Stato maggiore russo. Secondo l’alto ufficiale le forze siriane avrebbero ripreso il completo controllo dell’area creando le condizioni per la ripresa della missione ONU anche sul lato siriano del Golan. La missione si era interrotta  dopo che i ribelli siriani avevano sequestrato 21 caschi blu, rilasciandoli dopo quattro giorni nel 2011.

Al di là della propaganda di Mosca e della volontà di mostrarsi al mondo come agenti del ripristino della legalità internazionale, qual è il beneficio per Mosca di mettersi in mezzo tra Israele e milizie sciite? E soprattutto Israele ha da guadagnarne o meno a mettere la propria sicurezza in mano ai russi?

Il pericolo di un incidente

Nelle stesse ore in cui si svolgevano i colloqui Netanyahu – Lavrov il sistema mobile di difesa antimissile israeliano “Fionda di Davide”, si metteva in azione per provare ad intercettare due missili russi SS21, sparati dalla Siria in direzione del Golan. I due ordigni sono poi caduti in territorio siriano. Non è chiaro quale fosse l’obiettivo di tali ordigni.

Pochi giorni dopo, il 24 Luglio, un Sukhoi che avrebbe sconfinato di un paio di km in territorio israeliano, è stato abbattuto da una batteria di missili Patriot israeliana, sopra le alture del Golan. L’aereo russo, ma in dotazione alle truppe di Assad, era impegnato negli scontri con le forze ribelli ancora presenti nell’area, probabilmente miliziani dell’ISIS presenti nell’area di Yarmouk.

Questi due episodi dimostrano come al di là della volontà russa di fare da arbitro, il nervosismo israeliano nell’area rischi di produrre incidenti seri, anche perché negli ultimi mesi diverse sono state le incursioni dei jet con la stella di David in territorio siriano per colpire basi iraniane.

Guerra a bassa intensità e mediazione Russa. Per ora…

Andando a concludere è possibile affermare che Iran e Israele abbiano scelto la Siria come terreno di scontro su cui testare le rispettive dinamiche di potenza. Il problema è se i due contendenti e le rispettive élite politiche sapranno mantenere il sangue freddo,evitando che il conflitto assuma una chiave più diretta.

Le possibili escalation potrebbero presumibilmente essere due:

  • un’azione dei jet israeliani sul territorio iraniano per colpire i siti atomici. Improbabile almeno in questa fase;
  • un’azione israeliana di penetrazione in territorio siriano sul versante delle alture controllato da Damasco.

Appare certamente difficile stabilire se la seconda azione sia più probabile. Tuttavia è sicuramente in linea con la dottrina strategica della stato ebraico.

Al di là degli scontri e delle provocazioni, Israele è infatti impiegata da mesi in un’azione di tipico contenimento della penetrazione iraniana in Siria e probabilmente cerca nella Russia la sponda affinché questa abbia successo. Ciò nonostante si sta probabilmente preparando ad operazioni su più vasta scala. Alcune fonti segnalano infatti un rafforzamento della 210/a Divisione Bashan a guardia del Golan. Inutile ricordare come la dottrina israeliana preveda azioni di roll back. L’operazione Pace in Galilea dell’82, l’invasione del sud del Libano del 2006 e l’invasione di Gaza del 2009 ne sono esempio.

Una cosa è il ripristino di uno status quo che veda nuovamente la divisione Bashan fronteggiare truppe regolari di Damasco con l’ONU in mezzo, altra cosa è accettare che Pasdaran e Hizb’Allah possano istallarsi sul Golan siriano e di lì organizzare azioni di penetrazione in Alta Galilea. D’altro canto i vertici militari della Repubblica islamica non fanno mistero della volontà di stabilire ulteriormente la propria fascia d’influenza su tutto il Levante Arabo.

Il Golfo e la diversificazione economica

Il petrolio, come tutte le risorse del nostro pianeta, non è infinito. Esso però è divenuto, durante gli anni, indispensabile per le economie di molti paesi del mondo. Alcuni di loro infatti, come i paesi del Golfo, sono riusciti a sfruttare tutto il suo potenziale e ad aumentare il proprio prodotto interno lordo soprattutto grazie all’export degli idrocarburi. Il cambiamento climatico e l’esplosione della green economy, però, hanno ridimensionato il ruolo dell’oro nero all’interno dell’economia mondiale. Quale strategia stanno attuando i paesi del Golfo per reagire a questi cambiamenti?

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Gli attori in gioco

Il Golfo Persico, o Arabico, e i paesi che bagna sono stati importanti nell’arco della storia sia sotto il punto di vista economico, sia sotto quello strategico. La sua rilevanza, oltre che in relazione alle numerose riserve petrolifere presenti sul territorio, deriva anche dalle vie marittime per il trasporto di esso. Nello specifico, quando si parla di paesi del Golfo, si parla degli stati toccati da entrambe le sponde. Per quanto riguarda la zona “occidentale” quindi, si tratta di quei paesi che costituiscono il “blocco sunnita”: Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Tutti i paesi sopra citati hanno una forma di governo monarchica con, ovviamente, un basso tasso di democrazia. Gli unici organi elettivi hanno una natura puramente consultiva e non legislativa. In questi paesi quindi vige il diktat di “no taxation without representation”: non essendo rappresentati politicamente, i cittadini non sono obbligati a pagare le tasse. Per questo motivo, infatti, le monarchie del Golfo sono anche chiamate Rentier States. Date le numerose somiglianze, sia religiose, sia economiche, sia ordinamentali, nel 1981 viene costituito il Consiglio di Cooperazione del Golfo (o Gulf Cooperation Council, GCC). Esso può essere definito come una sorta di alleanza tra i vari stati membri, che ad ora ha portato scarsissimi risultati, soprattutto per via delle differenti strategie politiche dei suoi membri (basti pensare al recente braccio di ferro tra Sauditi e Qatarioti).

Dall’altra sponda del Golfo troviamo invece l’Iraq e l’Iran, che non possono essere definiti un blocco unico per diverse ragioni. In primis, per la varietà delle comunità religiose presenti sul territorio: mentre l’Iran infatti ha una sua identità sciita, l’Iraq, nonostante la maggioranza della popolazione sia sciita (il 60% circa), ha al suo interno molte altre comunità religiose. L’altro motivo è in relazione alla natura ordinamentale dei due stati: l’Iran ha un ordinamento cd. dualistico, in quanto sono presenti sia istituzioni elettive che non elettive; l’ordinamento costituzionale dell’Iraq invece, è ancora caotico e disordinato, soprattutto per via delle numerose guerre succedutesi negli ultimi decenni.

Saudi Vision 2030: l’ambizioso piano Saudita

Bin Salman, attuale principe Saudita e futuro erede al trono del regno, per uscire da una situazione di deficit che aumenta anno dopo anno, ha ideato un piano denominato Saudi Vision 2030. I motivi scatenanti il costante deficit sono riconducibili ad un’eccessiva spesa militare su fronti inconcludenti (Yemen e Siria su tutti), e ad un’elevata disoccupazione giovanile. Oltre a generiche promesse quali la lotta alla corruzione e il progressivo abbassamento della disoccupazione (abbassandola dal 11,6 al 7%), nella Vision 2030 sono presenti misure concrete molto innovative per l’Arabia Saudita. La grande novità è soprattutto verso le donne ed il loro inserimento nel mondo del lavoro: il permesso alla guida, l’apertura attività lavorativa senza permesso del guardiano, l’apertura di posizioni importanti all’interno delle forze armate e del corpo diplomatico, il divieto di discriminazione di genere sul luogo di lavoro e la promulgazione di una nuova legge anti molestie, entrata in vigore ad inizio 2018, la quale prevede fino a 300 mila riyal (80 mila $ circa) e fino a 5 anni di reclusione, sono solo alcune delle promesse che il principe propone di attuare.
Le altre innovazioni riguardano l’intrattenimento (si prevede di investire circa 64 miliardi in 10 anni per l’apertura di cinema, i quali sono vietati dal 1979, l’organizzazione di concerti, che permetterò alle donne sia di visionare che di partecipare, di spettacoli ed eventi sportivi), investimenti esteri, sul turismo, sull’imprenditoria privata e nuove norme sulla tassazione.

Le strategie del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti

Gli altri due paesi del Golfo che stanno attuando la diversificazione economica, cioè la variazione degli introiti che ha come obiettivo il raggiungimento di un’economia stabile, sono gli Emirati Arabi ed il Qatar.
Il primo sta cercando di creare nelle sue maggiori città, Dubai in primis, dei veri e propri hub finanziari, creando un ambiente in cui è facile investire sul piano finanziario, commerciale e immobiliare. Per esempio, mentre in precedenza per aprire una qualsiasi attività era necessaria la presenza di un socio locale, ora serve solo l’intermediazione di un agente locale.
Il Qatar invece ha costruito un sistema di rendite alternative basato su investimenti a lungo termine. Il piccolo stato del Golfo, che ha circa 400 mila abitanti, sta acquistando quote di società (come Volkswagen o Harrods), edifici strategici nel mondo (come il grattacielo Shard e la HSBC Tower di Londra) e addirittura club sportivi (quali il Paris Saint-German). Tutto ciò sta garantendo a Tamim bin Hamad al-Thani, l’attuale emiro del Qatar, non solo di resistere all’embargo Saudita di un anno fa, ma anche di creare l’immagine di un paese innovativo su cui investire.

L’oro nero non può essere più considerato come una valida forma di sostentamento. I paesi del Golfo hanno appreso come un cambiamento radicale sia importante, se non indispensabile. Oltre a cambiare gli asset economici però, i paesi del Golfo dovrebbero anche modificare la propria struttura ordinamentale, passando da monarchie a dittature carismatiche che trovano la loro legittimità sul consenso popolare.
Soprattutto l’Arabia Saudita deve invertire il deficit che oramai affligge da anni la sua economia. La Saudi Vision rappresenta l’ultima opportunità per il regime di Riyadh, e si è già in ritardo sulla tabella di marcia.

Un altro giro di giostra per gli equilibri in Medioriente

Negli ultimi tempi un nuovo acronimo si è fatto prepotentemente largo nell’universo concettuale del dibattito che ruota intorno all’interpretazione del mondo in cui viviamo. Questo acronimo è VUCA, termine coniato in ambito militare intorno agli anni ’90, che sta ad indicare un mondo governato da quattro variabili: volatilità, incertezza, complessità e ambiguità (volatility, uncertainty, complexity and ambiguity). La situazione nel Levante Arabo è il perfetto caso di scuola per chi volesse confrontarsi con tale contesto.

Un altro giro di giostra per gli equilibri in Medioriente - Geopolitica.info

Oggi di VUCA ne parlano gli analisti finanziari e geopolitici, uffici studi delle grandi corporation e ovviamente i risk manager. Per carità, nulla di nuovo rispetto al concetto di modernità liquida regalatoci da Z. Bauman o da quella “deriva anomica” cifra dell’Area Mondo, che L. Caracciolo chiama “caoslandia”. Eppure, al caos non vi è mai fine e, parafrasando un vecchio film di J. Nicholson, verrebbe da dire che “qualcosa è cambiato” in Medioriente.

Erdogan vs Mondo: e a Mosca si fanno affari

Un esempio sono gli equilibri, sempre più precari, in seno alla NATO che Putin, attraverso una serie di azioni diplomatiche, militari e propagandistiche sta contribuendo sensibilmente ad alterare. L’ultimo caso, quello forse più dirompente, è la promozione sul mercato del missile S-400 Triumf (nome NATO SA-21 Growler), sistema antiaereo terra-aria che secondo la grancassa di Sputniknews, portale di propaganda russa attivo in tutto il mondo, sarebbe in grado rilevare e abbattere anche i caccia di 5° generazione, F-22 Raptor, oltre a velivoli stealth (F-117 e B-2). Il missile sarebbe inoltre in grado di tracciare simultaneamente fino a 72 missili balistici e strategici.

Al di là della propaganda di Sputnik, il missile interessa realmente visto che le commesse arrivano copiose, tra cui quella della Turchia di Erdogan. Nulla di male, se non fosse che la Turchia è un paese Nato. Proprio in queste ore Reuters ha rilanciato un tweet del Sottosegretario alla Difesa turca Ismail Demir, che ha confermato addirittura un anticipo al luglio del 2019 della consegna delle prime due batterie, inizialmente prevista per il 2020. Un accordo da 2,5 Mld di U$D.

Vero è che i rapporti fra gli USA e la Turchia non sono mai stati così freddi, Ankara ha tirato in ballo gli americani per un presunto coinvolgimento nel golpe del luglio 2016 e d’altra parte gli USA si guardano bene dal consegnare ai turchi Fethullah Gülen, considerato da Erdoğan la mente del putsch. Ciò nonostante l’accordo firmato rappresenta una rottura forse esagerata nei confronti del sistema di alleanza in cui la Turchia è inserita. Aprire agli S-400, batterie con sistemi di ricerca e puntamento da integrare nei sistemi di difesa aerea della NATO, significa aprire una falla e permettere agli analisti russi di accedere ai sistemi dell’alleanza.

L’utilizzo del sistema S-400 come grimaldello per scardinare vecchi equilibri non si è limitato alla Turchia. La Russia starebbe trattando la vendita del sistema anche al Qatar, paese che ospita la principale base USA nel Golfo, in rottura con il vicino saudita e gli altri stati regionali (EAU, Kuwait Bahrain e Oman). La crisi tra Qatar e Arabia Saudita si è innescata lo scorso anno e, al di là di questioni religiose (i discendenti sauditi di Al-Wahhab, negano un legame di parentela fra il capostipite del wahhabismo e la famiglia reale qatariota, gli Al-Thani, e in ragione di ciò hanno veemente chiesto di cambiare nome alla più importante mosche del Qatar, oltretutto retta da un imam legato ai Fratelli Musulmani), è esplosa a seguito del tentativo del Qatar di giocare una propria partita autonoma nella giostra degli equilibri dell’area.

Riyadh vs Doha: e a Mosca si fanno affari

Riyadh accusa Doha di sostenere gruppi terroristi in Siria e Iraq, nonché la guerriglia Houthi in Yemen e, soprattutto di finanziare i Fratelli Musulmani, organizzazione salafita concorrente al modello wahhabita di cui Riyadh è sponsor in tutto il Medioriente. Non a caso nella frattura che si è consumata fra le due capitali arabe, uno dei principali oggetti del contendere è l’emittente satellitare Al-Jazeera, di cui i sauditi chiedono la chiusura poiché individuata come il vero motore delle primavere arabe che dal 2011 hanno alterato gli equilibri dell’area.

Risultato di ciò è che il Qatar, sempre più isolato all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha finito per avvicinarsi all’Iran, riaprendo ufficialmente le relazioni diplomatiche e a Mosca, nei cui missili cerca la garanzia da un’azione aerea portata dai caccia di Riyadh e dell’alleato di Abu Dhabi. Notizia di queste ore è anche l’interessamento di Doha per il caccia russo di 4° generazione Sukhoi Su-35 (Flanker-E per la NATO). I colloqui tra russi e qatarioti per il caccia, sarebbero in corso dallo scorso marzo. A confermarlo è stata l’agenzia di stampa russa TASS.

I sauditi, appresa la notizia, hanno fatto prontamente trapelare minacce di attacco preventivo e, parallelamente hanno rincarato le accuse anche contro la Turchia, alleata di Doha nella regione, che da alcuni mesi è impegnata nel rifornire con un ponte aereo il piccolo stato del golfo, isolato dai potenti vicini. La Turchia sta anche alimentando e costruendo una base militare in territorio qatariota. All’inizio si trattava di qualche migliaio di istruttori, ora la cosa si fa più seria.

Ingerenza e hackeraggi nel cyberspazio

Al di là dei teatri di scontro tradizionali (tra le varie milizie sul campo e a colpi di dichiarazioni tra le cancellerie arabe), la partita come è di moda oggi è in atto anche nel cyberspazio. Infatti, ad incendiare la crisi sono intervenuti almeno due episodi di hackeraggio, uno accertato ed uno presunto. Testata ben informata su tutta la vicenda è il Washington Post che, da mesi, sta documentando in maniera puntuale i fatti. Il primo caso ha visto una serie di comunicazioni riservate scambiate ai vertici dell’amministrazione qatariota essere rilevate e forse artatamente alterate, il secondo ha riguardato una presunta presa di posizione dell’Emiro, lo sceicco Al-Thani in favore dell’Iran. I qatarioti hanno da subito parlato di fake news frutto di un’intrusione informatica.

Relativamente al primo evento, il giornale USA ha ricostruito una serie di scambi tra i vertici dell’emirato in cui si evince che il piccolo stato avrebbe versato centinaia di milioni di dollari a una serie di gruppi terroristici iracheni e non (tra cui l’Hizb’Allah libanese e addirittura la Forza Al-Qods, comandata da Qassem Soleimani, il più alto dirigente iraniano presente in Siria), per favorire il rilascio, poi effettivamente avvenuto, di alcune decine di alti dignitari e membri della famiglia reale qatariota, rapiti nel sud dell’Iraq nel 2015 da una milizia sciita. Il Qatar ha effettivamente ammesso di aver negoziato la liberazione dei propri ostaggi, ma ha affermato che i messaggi intercettati e pubblicati sarebbero stati alterati per far trasparire una realtà diversa, soprattutto per quanto concerne i rapporti con l’Iran e con il generale Soleimani.

L’altro caso si è verificato lo scorso 24 maggio quando la Qatar News Agency, ha pubblicato alcune dichiarazioni attribuite all’Emiro Al Thani che aprivano al ruolo dell’Iran nella regione. La frase incriminata, smentita dall’Emiro e hackerata secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa statale, che se la sarebbe vista pubblicata sul proprio portale, affermava che “non può esservi saggezza nel nutrire ostilità nei confronti dell’Iran che rappresenta una potenza regionale e islamica”. Altra frase incriminata era quella intesa a riconoscere in Hamas il vero rappresentante del popolo palestinese. Hamas è emanazione diretta della fratellanza musulmana e a Riyadh tali parole non devono esser suonate piacevoli. Il Washington Post ha successivamente rivelato che dietro la notizia ci sarebbe stata l’intrusione informatica di hacker al soldo degli Emirati Arabi Uniti. Il giornale USA avrebbe avuto la notizia da fonti d’intelligence americane.

Concludendo: la giostra continua a girare

La realtà è che oramai nell’era Trump (ma anche dopo le politiche altalenanti di Obama), gli USA persi come sono in una spirale illogica di impegno-disimpegno, hanno perso il controllo dell’area. Non riescono più a gestire le conflittualità interne tra i diversi attori, ponendosi come in passato come arbitro. Di tale situazione stanno approfittando in maniera sapiente e per motivi diversi, non sempre coincidenti, ma al momento tatticamente collegati, Russia, Iran e Turchia. I primi per aprirsi uno sbocco stabile ai mari caldi, i secondi per assumere definitivamente il controllo di tutta la mezzaluna del crescente arabo, dal sud dell’Iraq fino al Libano, gli ultimi alla ricerca di un sogno neo sultanale. Inutile dire che l’intemerata decisione di Trump di portare l’ambasciata USA a Gerusalemme non ha certo aiutato. Andando a chiudere, prendendo nuovamente a prestito una frase dal film Qualcosa è cambiato, parafrasando il momento potremmo dire che mentre la gente vive e muore in Medioriente, “le ruote della giostra continuano a girare”.

Iran vs Marocco: avversari sul campo, e non solo

Come scritto negli articoli di Alessandro Ricci, pubblicato ieri sul nostro sito, e di Gabriele Natalizia, uscito oggi, il Mondiale in Russia offre diversi spunti per commentare alcune situazioni riguardanti la politica internazionale e le relazioni tra stati.  

Iran vs Marocco: avversari sul campo, e non solo - Geopolitica.info

Nella giornata di oggi andrà in scena la partita Iran contro Marocco, le due squadre considerate più deboli nel girone che comprende la Spagna e il Portogallo, team più attrezzati sulla carta per affrontare la competizione.
L’Iran, a livello politico, ha non poche frizioni all’interno del sistema internazionale, dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di uscire dall’accordo sul nucleare: la decisione di Trump è maturata insieme al rafforzamento di un asse di alleanze in chiave anti iraniana che va da Israele all’Arabia Saudita, entrambi paesi che presentano interessi divergenti da quelli della Repubblica Islamica.
Le nuove sanzioni economiche decise dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran hanno comportato anche alcuni disagi tecnici alla vigilia del Mondiale: la Nike ha infatti interrotto il contratto di fornitura di scarpini che aveva con alcuni giocatori della nazionale persiana, comunicando la decisione pochi giorni fa alla Federazione iraniana. I calciatori, per sopperire al singolare contrattempo, si sono recati in un negozio sportivo in Russia per acquistare nuove scarpe da gioco, come fossero semplici amatori.
Dal punto di vista di politica interna, la partita in questione ci offre l’occasione di commentare un’importante iniziativa di carattere culturale che avverrà nella Repubblica Islamica. Come riportato dall’agenzia Pars Today, a Teheran sono stati allestiti maxi-schermi in diversi punti della città: in particolare nello stadio di calcio Azadì, che per la prima volta nella storia della Repubblica Islamica aprirà le porte anche alle donne, pronte a sostenere l’esordio della nazionale iraniana nei Mondiali di Russia.

Oggi, come detto, si affronteranno Iran e Marocco: a livello politico, le relazioni tra i due paesi sono diventate complicate subito dopo la Rivoluzione Islamica iraniana del 1979, che ha portato il clero sciita al potere e ha comportato un cambiamento di postura regionale del paese, divenuto a tutti gli effetti uno sfidante dello status quo.
Nel 1981 arriva la rottura diplomatica ufficiale tra i due paesi, voluta dall’Iran rivoluzionario. La decisione della neo nata Repubblica Islamica è stata maturata dopo che il re del Marocco Hassan II ha dato asilo a Mohammed Reza Pahlavi, lo Shah esiliato dopo il cambio di potere del 1979. Le relazioni tra i due paesi sono tornate ad essere attive solamente dopo un decennio, quando il primo ministro socialista Abderrahmane Youssoufi ha guidato una delegazione marocchina in Iran, ristabilendo un normale rapporto di cooperazione bilaterale.

Nel 2009 si registra una nuova, forte, crisi diplomatica tra i due paesi, che porta a un’ interruzione dei rapporti, questa volta voluta da Rabat, nella persone del re Mohammed VI. La causa della frizione è da ritrovare nelle polemiche sollevate dopo alcune prese di posizione di Teheran sulla sovranità dell’emirato del Golfo del Bahrein: in particolare le frasi a cui si fece riferimento furono quelle pronunciate da Nateq-Nuri, ex presidente del parlamento iraniano che aveva parlato del Bahrein come di una “provincia”, che per la debolezza dello Scià non era stata inglobata nel territorio iraniano quando, nel 1971, era diventato indipendente dalla Gran Bretagna. In quel caso il Marocco fece sentire il suo appoggio nei confronti di uno stato definito come “fratello”, schierandosi con la famiglia reale del Bahrein di estrazione sunnita.

Nonostante negli ultimi anni le relazioni tra l’Iran e il Marocco si stavano normalizzando, poche settimane fa, ad inizio di maggio, il Marocco ha comunicato all’Iran la volontà di interrompere nuovamente i rapporti diplomatici. La causa ufficiale è l’accusa che Rabat rivolge a Teheran, cioè di finanziare e infiltrare, tramite l’alleato Hezbollah, il Fronte Polisario, il gruppo ribelle che combatte nei territori del Sahara Occidentale, e che è in guerra con il Marocco dagli anni ’70.
Le reali motivazioni che hanno portato all’interruzione dei rapporti sono da ricollegare all’enorme frazione che c’è all’interno del mondo mediorientale, e che vede un asse di paesi allineati contro la Repubblica Islamica. Nonostante il ministro degli esteri marocchino Burita si sia affrettato a specificare che la decisione presa da Rabat obbedisca solamente a interessi di carattere bilaterale, è chiaro che questa mossa va inserita in un contesto di ricomposizione di alleanze regionali, che vede il Marocco di Mohammed VI vicino alle posizioni dell’Arabia Saudita. Non è un caso che la decisione da parte di Rabat sia stata presa pochi giorni dopo l’incontro tra il sovrano marocchino e il principe Mohammad bin Salman, vero leader del regno saudita e artefice della nuova strategia, insieme a Trump e Netanyahu, che persegue l’isolamento dell’Iran.

Una partita, quella di oggi, carica quindi di significati politici, con due paesi che diplomaticamente non hanno più rapporti, e che nella storia recente hanno vissuto diversi momenti di crisi.
Iran – Marocco si giocherà inoltre a San Pietroburgo, città che ha dato i natali al leader russo Putin, figura centrale nel riportare la Russia a perseguire una politica attiva in Medio Oriente e ad essere un attore primario nella definizione del futuro della regione. Corsi e ricorsi storici, coincidenze e simboli, che aiutano a creare attesa per una partita che dal punto di vista sportivo difficilmente lascerà senza fiato.

Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze

Martedì 8  maggio  2018 il presidente americano Donald J. Trump ha deciso, come promesso, di abbandonare l’accordo siglato dal suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama con l’Iran, avente ad oggetto la capacità del paese di dotarsi di un arsenale nucleare e di poter costruire centrali ad uso energetico.

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Questa presa di posizione unilaterale ha sollevato, come era ovvio, prese di posizione più o meno nette da parte di tutti i maggiori player dello scenario geopolitico mediorientale e non solo. La tensione tra i due stati, Israele ed Iran, è palese da tempo e fino ad ora gli screzi e le minacce tra le due parti si limitavano a piccole azioni, dall’impatto più mediatico che strategico. Tuttavia, negli ultimi giorni sta affiorando un nuovo livello di scontro, in cui Israele, tramite il suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha affermato che il suo esercito è “forte e pronto”. Anche dalla parte iraniana si ha un atteggiamento aggressivo. Sembra dunque che le tensioni stiano crescendo, rendendo sempre più probabile uno scontro diretto tra le due nazioni; Il terreno più probabile è il territorio siriano.

Fino ad oggi le due potenze si sono scontrate già sul terreno della Siria, ma in maniera diversa: Israele, infatti, occupa una zona a ridosso del proprio confine in Siria, le alture del Golan mentre l’Iran agisce tramite la presenza ed il finanziamento di truppe più o meno regolari e del movimento libanese di Hezbollah. Uno scontro diretto tra i contendenti creerebbe uno scenario simile a quello già visto nelle precedenti guerre condotte da Israele (in particolare nel 1973) ma questa volta gli interessi delle altre potenze (Russia e Stati Uniti principalmente) si manifestano in maniera più incisiva rispetto al contesto mediorientale precedente, alle primavere arabe ed alla guerra civile siriana (basti pensare che entrambe le potenze operano sia a livello militare sia di intelligence direttamente sul suolo siriano, schierate in maniera quasi dicotomica: la Russia in chiaro supporto del presidente Assad, gli Stati Uniti con un ruolo più ambiguo, molto dettato dalle correnti politiche di Washington).

Questa situazione è da inquadrarsi nel più complesso scenario delle altre parti in gioco nella partita siriana (Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea ed altri) da entrambe le parti, non sottovalutando neppure il ruolo defilato della Cina.Ne risulta un quadro quasi caotico, non suscettibile di valutazioni immediate e di risposte certe; ed è in questo contesto che si giunge al nodo centrale di quest’analisi: l’Italia e la sua economia.

L’Italia e le conseguenze economiche

Queste decisioni, ovviamente, incidono sulla posizione italiana e sulla sua economia.

Si guarderà a due questioni principali: lo squilibrio tra import di materie energetiche e l’export di materiali bellici e lo scenario politico. Come noto il sistema industriale italiano è un importatore netto di materie energetiche, avendone poche a disposizione e assolutamente insufficienti a coprire il fabbisogno nazionale.

Negli ultimi anni, sebbene vi sia stata una spinta verso la diversificazione delle fonti questi progetti hanno mostrato effetti reali limitati (in parte perché non ultimati). La situazione è andata peggiorando dopo la rivoluzione in Libia del 2011, dove l’ENI era una delle compagnie petrolifere di maggiore presenza ed importanza. Ciò su cui si vuole riflettere tuttavia non è la struttura dell’approvvigionamento in sé quanto il suo costo e di quanto un ulteriore conflitto nella regione possa avere conseguenze.

Come rilevato da più osservatori la crescita del paese è positiva, seppure di poco (dati Ocse)2. È ragionevole supporre che il prezzo aumenterà di volatilità con l’intensificarsi del conflitto; e tale volatilità sarà orientata verso l’alto, essendo l’Iran uno tra i primi paesi produttori di greggio al mondo. Dato tale presupposto, ci si accorge del problema fondamentale: basterebbe una marcata oscillazione per un periodo di tempo più o meno prolungato per affossare le stime del PIL, già riviste al ribasso. Il prezzo odierno è, facendo una media tra WTI, Brent, OPEC basket e Urals (Russia), intorno ai 72-73$/barile3.

Sebbene l’Iran per alcuni analisti non alzerà i prezzi4, viene da chiedersi quanto sia credibile, in uno scenario mutato e con maggiori spese belliche, mantenere tale linea.

Viene naturale domandarsi l’impatto che potrebbe avere una crescita, in media, a 80-85$/barile sulla manifattura italiana, e dunque sul prodotto interno lordo. Invece un settore che in questo scenario potrebbe crescere è l’industria bellica, che ci vede già protagonisti5; si potrebbero, quindi, notare ulteriori aumenti (magari anche a due cifre percentuali) in seguito al conflitto, specie se arrivano ad essere coinvolti, anche in maniera indiretta, i Paesi del Golfo. Tuttavia, anche lo scenario più ottimistico dell’export di materiale bellico è di poco conto se posto in relazione all’aumento di costo delle materie prime e al suo impatto sul sistema produttivo.

L’incertezza politica italiana allo stato attuale 

Un ultimo elemento è l’analisi politica, che potrebbe essere sintetizzata in una parola: confusione. Sebbene tale scenario sia mutevole anche nell’arco della giornata, il non avere un governo stabile durante il prossimo mese/trimestre potrebbe essere utile al paese.

Il governo Gentiloni, in qualità di governo dimissionario, infatti non può prendere decisioni che non siano di ordinaria amministrazione e in una tale situazione si limiterebbe ad esprimere opinioni, quasi certamente contrastanti con quelle dei partiti usciti vincenti dalla tornata elettorale di marzo (Lega e M5S).

Già nei mesi scorsi si è potuto notare come le posizioni di questi due partiti collidano con quelle dei membri dell’esecutivo attuale sulla politica estera. Un periodo di inattività potrebbe portare alla formazione di un governo quando le maggiori incertezze che vi sono al momento si saranno dileguate, consentendo scelte più oculate (a seconda delle varie visioni). Tutto ciò supponendo che non sia possibile formare un governo di diretta emanazione del Presidente della Repubblica, che stando alle dichiarazioni dei principali leaders non troverebbe i numeri per la fiducia in parlamento.

Iranian Great Game in Syria: Strategy and Interests

The new Syria that is being reconfigured in these days will be the point of fracture from which the new Middle East will arise, from which the Russian Federation, the People’s Republic, and even the United States will no longer be marginalized. Those who think, today, of a repetition of the Cold War on the banks of the Euphrates are mistaking. Moscow in no case wants the expulsion of the US from the Middle Eastern quadrant but only their reduction in rank.

Iranian Great Game in Syria: Strategy and Interests - Geopolitica.info Hassan Rouhani, current Iran's president (cr. Jason Alden/Bloomberg via Getty Images)

Another important actor in the Syrian crisis, it can only be Iran.

The Tehran-Damascus alliance

The alliance between Iran and Syria is a historical constant. A strategic axis since 1979, the year of the Iranian Revolution.It is a privileged relationship that revolves around three factors: hostility towards Israel, the counter-balancing of Western influence in the Middle East and the containment of revanchist Sunnism.

The role of Iran has long been deepened in relations with Syria. In 1980, Syria was the only Arab country to line up with Tehran in the war against Saddam Hussein’s Iraq, providing them with weapons and materials, ground-to-air missiles and anti-tank rockets, also empowering Iranian aviation pilots to land in Syrian bases in case of emergency. Last but not least, he trained groups of Kurdish-Iraqi dissidents.In return, he received oil at bargain prices and, later, know-how for the chemical weapons program. History teaches that the Damascus-Tehran axis is very similar to an iron pact. Difficult to crack in the future.

In the Syrian crisis, the spheres of influence and geographical maps are redrawn. In an increasingly probable partition of Syria into spheres of influence, Iranian projects are far-sighted. And Teheran is investing his best brains there. Otherwise the continued presence on the front of Major General Qassem Suleimani, number one of the Quds forces would not be explained otherwise. The man responds directly to the Supreme Leader of the Revolution, Ali Khamenei.

It is often very early to galvanize Syrian, Iraqi, Afghan, Pakistani Shia militias and the ubiquitous Hezbollah, which has lost a third of its men in the fighting in recent years.

Iranian aid to Syria

But what is actually the Iranian contribution to Syria? Since 2011, Teheran immediately went to the aid of the Syrian ally, put in trouble by the first internal sediments. The Ministry of Intelligence and Security (VEVAK) already had listening and interception centers in the north-east of the country and near the Golan. He monitored the situation in the framework of the mutual defense treaty with Syria, providing crucial help both in terms of public security and intelligence. When the situation plummeted, at the beginning of 2011, Mohammed Nasif Kheirbek, a man of the Assad clan and of national intelligence, offered himself as an intermediary with the Iranians.

He promoted the creation of a set of storage and arsenal warehouses at Latakia airport, where the Russians nowadays. The mission was successful, because the industrial complex of the IEI (Iranian Electronic Industry), a defense contractor, immediately activated, transferring precious materials to the Syrian General Intelligence Directorate: from radio-frequency disturbers to field jammers, for a value of no less at 3 million dollars.

The IEI is also active in the space field, so much to produce the series of observation satellites Fajr (50 kg), one of which launched two years ago.

Iranian experts began shuttling with Damascus to form anti-rebellion units and provide surveillance know-how for telephone and computer networks.

There is a kind of general rule in the Iranian organization, because usually the Ministry of Intelligence and Security provides information, logistical support and transmissions; the pasdaran do the work on the “field” and the Quds forces deals with the most daring and violent operations. The Revolutionary Guardians have a long experience of counter-insurgency operations.

The most experienced men, from the hottest provinces of the country, have been sent to the Assad court. When Damascus began to lose ground to the north and east, in the summer of 2012, Teheran punctuated its defenses in the central and southern reduced.

He helped Assad train new military units and train the old ones.

Between 2011 and 2012, Iran has also started the formation of groups of Shiite militia, with a twofold aim: to balance the disintegration of the Syrian military apparatus, strengthening its mass of maneuver, and guaranteeing a stable force in the event of overthrow of the Assad regime. According to some US experts, the National Defense Force (Syrian military group organized by the government of President Bashar al-Assad) was wanted and trained by members of the Pasdaran and Hezbollah. It is about 50-70,000 men, mainly Shiite Syrians and Alatiti.

It even pays wages, which range from 100 to 160 dollars per month, depending on the grade. He also mobilized former Iraqi Shiite militiamen and formed the Abu Fadl al-Abbas brigade first, followed by several others.

Even the notorious Hezbollah brigades in Iraq, the fighters of Asa’ib Ahl al-Haqq and the irregulars of the Badr militia passed to action, receiving orders, weapons and equipment from Tehran, which guaranteed the regime motivated men and an indispensable logistic support, by air. The Pasdaran have also recruited new fighters among Afghan refugees in Iran.

The operation was so successful that already in mid-2014, an entire “Afghan” brigade was reported in Syria, with a core of 2,500-4,000 men, also foraged with Iranian salaries of 500 dollars a month. Many militiamen today are proud to fight for the pasdaran or the Lebanese Hezbollah, rather than for Assad.

Hezbollah in Syria

It is not clear how many Lebanese Shiite militiamen are in the theater: estimates range from 2,000 to 4,000, including reservists. Which would equate to about a quarter of the movement’s availability. Each zone of Hezbollah operations has an independent command. The operatives would act within multinational units, including pasdaran, members of the Quds force and other militia, coordinated with the regime’s regular units and the Russian advisers. But there is an exception, along the Lebanese border, where Hezbollah responds to no one and moves independently, not so much to protect the Shiite populations, but rather to preserve the transit corridors of Iranian weapons.

Since 2000 at least, the Pasdaran have used the Syrian platform for arms transfers to Hezbollah. With the ongoing conflict, the air route has become the safest and has supplanted the land and sea routes. Commercial companies also collaborate in the “air bridge”: Iran Air, Mahan Air and Yas Air transport fighters, ammunition, rockets, cannons and anti-aircraft.

Iranian military aid in Syria

In the hundreds and so of commercial aircraft, military cargo is added: at least 3 Antonov An-74 and 2 Ilyushin Il-76. The traffic is intense. Teheran brings replacement parts for the T-72 MBTs, Falaq-2 rockets, Fateh-110 missiles, 120 mm howitzers, 107 mm rocket launchers, jeeps and other vehicles into Syria. Iranian technicians also contributed to the realization of the chlorine bombs, repeatedly used by the regime loyalists.

Thanks to videos on Youtube, we have seen Iranian drones repeatedly fly over Idlib, Homs, Damascus and Aleppo: reconnaissance UAVs like the Mohajer 4, the Ababil-2, the Mirsad-1, the Shahed 129 and the Yasir. Most of the funds for the maintenance of the Syrian air fleet in Russia also come from Teheran. A mix of aid that is added to Russian support.

Conclusion

Since December 2013, Syrian sources have said that Iran’s commitment to the Syrian conflict has cost at least six billion US dollars each year, while other Western sources assume even double financial support.

It is probable, according to multiple sources, that the most relevant clashes in Syria will cease at the end of this year 2018. The small clashes between the various ethnic groups and therefore among their external referents will probably not end yet. but the bulk of armed actions will certainly cease, now the areas of influence have stabilized. The first thing that stands out is that, despite everything, the forces of Bashar al-Assad have won.

Of course, neither Assad nor Russia alone has the strength to rebuild the country.The game will be really hard when it comes to the time of reconstruction. The most important future lever of external influence will once again be the Syrian Arab Republic.

Russia and Iran already hold the majority of reconstruction contracts, while they will acquire the vast majority of the public sector, to repay the military expenses they incurred to maintain the Assad regime.The World Bank estimates the cost of reconstruction to 250 billion. Other evaluations, less optimistic, but more realistic, think that the Syrian national reconstruction reaches up to 400 and even 600 billion US dollars.

Six years after the outbreak of the conflict, in 2011, the great diaspora of Syrian businessmen met in Germany at the end of February 2017. From there the Siba, Syrian International Business Association was founded.

With regard to the great Syrian reconstruction, Russian, Iranian and Chinese governments are already active and have already secured the largest contracts in the sectors of hydrocarbons, minerals, telecommunications, real estate construction and electricity grids.

Returning to Iran, and to the reconstruction phase of Syria, Mohammad Bagheri, Chief of Staff of the Iranian armed forces announced his intention to build a naval base on Syrian territory. This is to control the sea in front of Lebanon, creating a further cause for concern for neighboring Israel and beyond. The idea of ​​an Iranian presence at a strategic point like the adjacent waters Beirut might not like Putin, which has its own base at Tartus, a true Russian outpost in the Mediterranean.

Other sources close to Ayatollah Khamenei, on the other hand, speak of a possible base, even submarine, in an even more western area, between Cyprus or some Greek islands of the Dodecanese. In both cases the immediate effect would be a rise in tension throughout the Middle East area.

Iran has never hidden on the other hand that its goal, with its participation in the war in Syria, is to dominate the region on the border with Israel to better keep the Jewish state in check.Now one last consideration: the development of the Iranian missile program. The increase in funds for the last year program confirm the willingness of the Iranian establishment to pursue the consolidation of missile capacity. Several military analysts judge Tehran’s most complete and advanced ballistic arsenal in the region. In addition to the variety of short and medium-range missiles, which guarantee an important defense system for the country, and increase the deterrence capacity on the Strait of Hormoz, in September 2017 Iran tested a missile named Khorranshahr, an Iranian version North Korean Hwasong-10, with a range of over 2000 kilometers, proving to be able to hit the main enemies in the region: Israel and Saudi Arabia.

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari

Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Dure critiche da Francia, Inghilterra e Germania. Contraria anche l’Unione Europea, che esprime tramite Federica Mogherini la volontà di rispettare l’accordo. 

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari - Geopolitica.info

Un accordo “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”. Con queste parole Trump ha accompagnato l’annuncio dell’uscita dall’accordo sul nucleare. “Questo accordo avrebbe dovuto protegger gli Usa e i suoi alleati dai tentativi del regime iraniano; ma i tentativi dell’Iran di ottenere la bomba atomica sono continuati.” L’inutilità dell’accordo, che non avrebbe impedito a Teheran di continuare i suoi progetti atomici bellici, è quindi la motivazione primaria, secondo Trump, che giustifica l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 dall’amministrazione Obama. Anche quest’ultima è stata duramente attaccata nel discorso, accusata di aver “restituito milioni di dollari a questo regime del terrore che ha usato quei fondi per costruire missili capaci di trasportare l’arma nucleare”.

Immediata è arrivata la dichiarazione di Macron, affidata a Twitter: “Francia, Germania e Gran Bretagna si rammaricano per la decisione americana di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. In gioco c’è il regime internazionale di lotta contro il nucleare”. Macron ha inoltre annunciato che gli stati in questione lavoreranno per un nuovo e più ampio accordo con l’Iran. Anche l’Alto Rappresentate per gli esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha criticato duramente la decisione degli Stati Uniti: “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e la Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”.
Il premier uscente italiano, Paolo Gentiloni, ha confermato la linea degli alleati europei: “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei confermano gli impegni presi”, sottolineando l’importanza dell’accordo sul nucleare e la volontà dell’Italia nel mantenerlo.
Da Mosca hanno fatto sapere che la Russia tenterà ogni tipologia di sforzo diplomatico per minimizzare gli effetti negativi conseguenti all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo.

La decisione di Trump è stata accolta con entusiasmo da Israele, tramite le parole di Netanyahu, che ha dichiarato di aver apprezzato “la coraggiosa decisione del presidente Trump”. “Se l’accordo fosse rimasto in vigore”, ha continuato, “entro alcuni anni Iran avrebbe avuto bombe atomiche”.
Anche da Riyadh, tramite un comunicato ufficiale, si afferma il “sostegno alla strategia annunciata dal presidente Usa sull’Iran”. L’Arabia Saudita si augura “che la comunità internazionale adotti una posizione decisa e unita nei confronti di Teheran e le sue attività ostili e destabilizzanti contro la stabilità della regione e di sostegno ai gruppi terroristici come Hezbollah e Houthi”.

Il presidente iraniano Rouhani, firmatario dell’accordo, si è detto disposto a mantenere gli impegni presi. Ha inoltre dichiarato, allo stesso tempo, di essere pronto a dare “disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere preparata a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane” in caso i nuovi negoziati con le parti rimaste nell’accordo fallissero.
Il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, ha bollato l’atteggiamento degli Stati Uniti come “bullismo”. Ha inoltre sottolineato come “l’Ue e altri partner dell’accordo nucleare sono ora responsabili di salvare l’accordo”.

Ma come si è arrivati alla decisione di Donald Trump? Le dichiarazioni della scorsa settimana di Netanyahu hanno fornito il preambolo all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo. I presunti documenti mostrati dal presidente israeliano, che vedrebbero una mai interrotta attività di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, hanno spinto Donald Trump ad anticipare l’annuncio. La decisione di Washington rinnova e rinforza la palese alleanza in chiave anti iraniana che si è formata in questo ultimo anno e mezzo, che collega la Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita, di cui si è approfondito in questo precedente articolo.

Inoltre Donald Trump, durante tutta la campagna elettorale, volta a demonizzare il lavoro di Obama, ha a più riprese denigrato l’accordo con l’Iran, promettendo di stracciarlo non appena eletto. A conferma di ciò, e dell’avversione all’Iran come potenza egemone nella regione mediorientale, c’è stato il viaggio a Riyadh nel maggio del 2017, dove Trump ha ribadito l’importanza delle tradizionali alleanze statunitensi in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita, ed ha attaccato più volte l’Iran come principale nemico della stabilità della regione. Inoltre, nella National Strategy Security pubblicata a dicembre 2017, nel paragrafo dedicato al Medio Oriente c’è scritto nero su bianco che il principale obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di stroncare la “maligna influenza” dell’Iran sulla regione. La decisione di Trump, quindi, era pienamente prevista, al contrario della tempistica, che è stata accuratamente scelta insieme ai propri alleati nell’area.

Quali sono i possibili scenari futuri? In primis c’è da sottolineare il carattere economico della svolta di Trump, che ha annunciato un aumento delle sanzioni contro Teheran, unite a quelle destinate a chi farà affari con la Repubblica Islamica. Inoltre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto che l’amministrazione revocherà le licenze per Boeing, che aveva pianificato di vendere a IranAir circa 80 aerei per un valore di circa 17 miliardi di dollari e quelle per Airbus, che aveva chiuso la vendita di 100 aerei per di 19 miliardi di dollari.
Le sanzioni future, e lo stop alle commesse, hanno un duplice intento politico: prima di tutto daranno forza alla parte più conservatrice dell’establishment iraniano, da sempre critico all’accordo e alle decisioni della presidenza Rouhani, con l’obiettivo per gli Stati Uniti di acuire una frattura politica esistente all’interno del sistema istituzionale dell’Iran. Inoltre le sanzioni minano ad indebolire l’economia della Repubblica Islamica, facendo leva sulle manifestazioni avvenute nel paese tra dicembre 2017 e gennaio 2018, che avevano un carattere prettamente economico.
Il secondo aspetto da sottolineare in questa vicenda è la frattura aperta tra Unione Europea e Stati Uniti: una divergenza di interessi, manifestata dalle dichiarazioni dei principali leader europei che hanno duramente criticato le mosse dell’amministrazione Trump, non scontata nei rapporti con Washington. Divergenza che deve essere monitorata per provare ad interpretare i futuri scenari, relativi non solo all’accordo con l’Iran, ma alle vicende dell’intera regione.