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Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan?

Mentre Israele è impegnato in una guerra di logoramento sul confine della striscia di Gaza e i media internazionali raccontano annoiati la solita routine di lanci di razzi e palloni incendiari da una parte e incursioni di rappresaglia e distruzioni di tunnel dall’altra, la situazione al confine nord e in particolare sulle Alture del Golan, sta inesorabilmente procedendo verso scenari molto più preoccupanti. La Russia, garante del regime di Assad, sfruttando l’incidente dello IL 21, settimana dopo settimana sta permettendo alle milizie iraniane di installarsi stabilmente in Siria. La zona cuscinetto che va dal confine giordano fino al monte Hermon, rappresenta il terreno in cui gli iraniani saggeranno la tenuta del perimetro israeliano e su cui l’amministrazione Trump potrebbe prendere nuove decisioni clamorose.

Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan? - Geopolitica.info Arab News

Il tema lo avevamo trattato già nel mese di Agosto, da allora ad oggi la situazione si è ulteriormente evoluta, e non nel migliore dei modi per Israele. L’incidente che il 18 settembre ha visto l’abbattimento dello IL 20 russo, operato per errore dalla contraerea siriana, ma causato nei fatti, secondo la versione di Mosca, dall’azione dell’aviazione israeliana impegnata in un raid nella zona di Latakia, ha giocato un ruolo fondamentale nell’accelerazione del cambiamento strategico in atto. Molti analisti, anche israeliani, mettono oramai in dubbio la possibilità per Israele di far “sloggiare” gli iraniani dalla Siria, al punto che, sigillare anche politicamente il Golan, può rappresentare una necessità oramai ineludibile per Israele.

L’incidente dello IL 20: conseguenze

Israele fino alla notte del 18 settembre ha compiuto sul suolo siriano oltre 200 attacchi contro obiettivi iraniani, ovvero combattenti Pasdaran o proxy Hizb’Allah. A scriverlo citando fonti attendibili, è il Jerusalem Post (si veda l’articolo a firma Anna Ahronheim del 4 settembre scorso).

Tali attacchi, orientati a bloccare la penetrazione iraniana in Siria, dalla notte del 18 settembre sono cessati. I russi fin da subito, tramite le agenzie ufficiali e i vari canali di propaganda come ad esempio Sputnik dello stesso 18 settembre, hanno affermato che “nascondendosi dietro l’aereo russo, i piloti dei caccia israeliani hanno provocato l’abbattimento da parte di un missile del sistema siriano di contraerea S-200” dello IL 21, aereo spia attrezzato per la guerra elettronica. Fatto sta che da allora non c’è più traccia di azioni israeliane in Siria, evidenza di cui la penetrazione iraniana ne ha beneficiato.

Secondo Debka File, sito ben informato su questioni di sicurezza dello stato ebraico, il blocco delle azioni è una misura precauzionale per evitare il rischio di ulteriori incidenti che coinvolgano militari di Mosca presenti sul territorio siriano. Inoltre dopo l’incidente e un primo momento in cui Putin sembrava aver “perdonato” Israele per l’errore (Sputnik il 21 settembre, annunciava al mondo che l’incidente in Siria non avrebbe compromesso i rapporti fra Russia e Israele), Mosca ha improvvisamente cambiato rotta dialettica nei confronti dello stato ebraico. In poche settimane si è passati dalla telefonata tra Putin e Netanyahu in cui il premier russo aveva parlato di una “tragica catena di circostanze accidentali“, all’invio in Siria di diverse batterie di missili di difesa aerea S-300.

Sarebbero infatti quattro i battaglioni di difesa aerea S-300, e a questi Mosca ha aggiunto una ulteriore linea di difesa a protezione delle città siriane e strutture essenziali per il regime, vale a dire il rinnovato sistema anti-missile M2 a corto raggio (conosciuto come Neva S-125). Il Neva è stato potenziato per intercettare aerei a bassa quota, missili da crociera ed elicotteri da combattimento. A completamento di queste due linee di difesa, la Russia ha schierato in Siria sistemi avanzati di guerra elettronica (EW).

Mosca sta sigillando i cieli della Siria e la situazione sta tornando ad essere simile a quella degli anni 70 e 80, in cui il regime di Hafiz al Assad, padre di Bashir, era protettorato russo. Quello di Mosca in Siria non è quindi più solo un intervento a difesa di un alleato d’area. La Siria rappresenta sempre più una propaggine del tentativo russo di rientrare a pieno titolo nella partita mediterranea.

Altro segnale interessante è rappresentato dal fatto che i sistemi S-300 sarebbero stati collegati direttamente al sistema di comando, comunicazione e controllo dello spazio aereo della Russia e non solo alla base in suolo siriano di Khmeimim a Latakia. In verità Sergei Shoigu, ministro della difesa russo, lo scorso 2 ottobre aveva detto solo che sistemi di difesa aerea “unificati” S-300 sarebbero stati installati in Siria entro il 20 ottobre, menzionando 49 unità di radar, sistemi di acquisizione target, posti di comando e quattro lanciatori, senza fare riferimento ad integrazioni con i sistemi di difesa russi. Detto ciò se la notizia fosse confermata, secondo alcuni analisti la Siria verrebbe utilizzata per testare la capacità del sistema S-300 aggiornato di “agganciare” i sistemi stealth F-35.

Le ripercussioni sull’area del Golan

Lo scorso agosto il ministro degli esteri russo Lavrov in visita a Gerusalemme, aveva promesso una ulteriore fascia di sicurezza di 100 km sul Golan, zona che andava ad aggiungersi alla zona cuscinetto pattugliata dall’ONU (e da soldati russi dallo scorso 20 settembre, ovvero due giorni dopo l’abbattimento dello IL 20), entro cui gli iraniani non sarebbero potuti penetrare. La Russia quindi da un lato si fa garante degli equilibri e dall’altro dichiara al mondo che il Golan è ancora una questione aperta.

Il 17 Luglio dopo il vertice tra Trump e Putin ad Helsinki, l’ex ambasciatore israeliano all’ONU Dore Gold, è comparso davanti alla sottocommissione della Camera sulla sicurezza nazionale, il tema dell’audizione era il “Riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan”. Poche settimane dopo, lunedì 8 Ottobre, era lo stesso premier Netanyahu a ribadire la posizione di Israele, legandola alla questione dei trasferimenti di armi dall’Iran alle milizie sciite sul territorio siriano.

Evenienza di tale presa di posizione è stata una cerimonia per l’apertura di una nuova sinagoga proprio sul Golan. In tale occasione senza mezzi termini, il premier ha dichiarato “Vediamo il Golan come un baluardo di stabilità sul nostro confine. [Il Golan] deve restare sempre sotto la sovranità israeliana, altrimenti l’Iran e l’Hizb’Allah raggiungeranno presto le coste del Kinneret” (uno dei nomi biblici del lago Tiberiade a poche decine di miglia in linea d’aria dalla linea dell’armistizio del 1974, dove oggi la forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite – UNDOF garantisce la zona cuscinetto fra Israele e Siria).

Appena due giorni dopo, il 10 Ottobre, Lavrov rispondeva a Netanyahu affermando che “Lo status delle alture del Golan è determinato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu“, e aggiungeva quindi che “modificare questo stato di cose, scavalcando il Consiglio di sicurezza, sarebbe una violazione diretta delle risoluzioni ONU“. La Russia non ha alcuna intenzione di accettare un altro caso Gerusalemme, rimane da capire se e quanto permetterà agli iraniani di avviare una guerra d’attrito sulle alture, al pari di quella che in queste settimane si sta consumando sul confine di Gaza.

A tale proposito preme dire che il 27 Ottobre l’IDF ha apertamente accusato le Brigate al-Quds di aver supportato Hamas per il massiccio lancio di missili contro i villaggi israeliani che si affacciano sulla Striscia di Gaza. Il portavoce dell’esercito israeliano ha promesso rappresaglie contro le milizie iraniane sul suolo siriano. Potrebbe avvicinarsi il momento in cui gli aerei con la Stella di David si troveranno ad affrontare i nuovi sistemi russi.

Altri segnali di riallineamento nella regione

Lo scorso fine settimana, il re di Giordania Abdullah ha informato Israele della volontà di non rinnovare due allegati del trattato di pace che suo padre Re Hussein aveva firmato con l’armistizio siglato insieme al primo ministro Yitzhak Rabin nel 1994 nella località di Wadi Araba, a nord di Eliat. Nell’ambito dello storico accordo che poneva ufficialmente fine ad una situazione di guerra che, seppur non più combattuta da anni, si protraeva dal 1948-49 e quindi dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, i giordani avevano concesso a Israele il diritto di proprietà per 25 anni di alcune aree agricole, i villaggi di Al-Baqoura, nel nord della Valle del Giordano e di Al-Ghumar, nei pressi del Golfo di Aqaba che, seppur rimasti sotto la sovranità giordana, potevano essere gestiti e sfruttati da agricoltori israeliani.

La scelta di Amman, annunciata con un tweet da re Abdullah, rappresenta un segnale di debolezza della casa regnate hascemita, alle prese con il malcontento dei ceti più popolari. Tale decisione è infatti arrivata dopo una grande manifestazione anti israeliana ad Amman, dove il regime in difficoltà per la crisi economica con crescente incapacità riesce a tenere sotto controllo la rabbia dei manifestanti. Nello giugno scorso si erano già manifestate forti proteste contro l’austerity imposta da un piano del Fondo Monetario Internazionale, poi bloccato dal re con relative dimissioni del primo ministro Hani Fawzi Mulki.

In quell’occasione un intervento riluttante dei paesi del golfo aveva garantito una forte immissione di liquidità nelle casse del paese: Arabia Saudita, EAU e Kuwait avevano garantito un pacchetto di aiuti fino a 2,5 miliardi di dollari di versamenti in cinque anni, altri 500 milioni erano arrivati da Doha. Tali aiuti sono arrivati, non tanto per un sentimento di fratellanza araba, quanto per evitare che in Giordania s’innescasse un nuovo pericoloso focolaio di primavera araba.

In realtà quella delle zone agricole è poco più che un dettaglio, una concessione all’opposizione vicina ai Fratelli Musulmani giordani legati ad Hamas. La partita in atto è molto più complessa, gli analisti israeliani temono un riavvicinamento fra re Abdullah e Assad e assistono ad un riallineamento del regno hascemita al blocco rappresentato da Turchia e Qatar. Israele rischia di restare ancora più isolato nella regione, per di più in compagnia dell’alleato più impensabile fino a pochi anni fa, il regno Saudita di un Moḥammad bin Salman indebolito in seguito al caso Khashoggi.

Parting ways on the Iran nuclear deal: American and European contrasting narratives and agendas

In international affairs, a signature is all that it takes to alter scenarios: Donald Trump’s alone undercut the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – accord on the nuclear programme of Iran endorsed in 2015 by the Islamic Republic itself and the permanent members of the United Nations Security Council plus Germany and the European Union. In May 2018, the President of the United States pulled out of the deal that Barack Obama undersigned alongside the world’s leading powers to address Iranian efforts at developing nuclear self-sufficiency.

Parting ways on the Iran nuclear deal:  American and European contrasting narratives and agendas - Geopolitica.info Photo credit: marcoverch on Visualhunt.com / CC BY

The accord of Vienna marked the (temporary) settlement of Iran’s nuclear venture dating back to Eisenhower’s Atoms for Peace nuclear cooperation project. At the turn of the century, it was rumoured that Iran’s civil nuclear programme concealed the assemblage of nuclear weapons. The initial compromise with France, Germany and the UK (EU3) faltered amid intensifying statements on the enrichment of uranium by the Iranian President Ahmadinejad: the UNSC intervened with heavy sanctions which, over the years, added to unilateral sanctions primarily aimed at financial and resource transactions involving Teheran. The sanctions curbed the assertiveness of Iran and led the moderate President Rouhani to espouse Obama’s multilateralism in July 2015. Pursuant to the JCPOA, the Islamic Republic must only employ nuclear energy for civilian purposes (like any other non-nuclear signatory of the Non Proliferation Treaty) and allow continuous monitoring of compliance on its territory by the International Atomic Energy Agency. In exchange for the fulfilment of these commitments, unilateral and multilateral sanctions were lifted. However, three years after the implementation of the deal, President Trump accused Iran of disregarding its duties under the agreement and abruptly withdrew US support. To date, the remaining parties to the JCPOA pledge not to emulate their American counterpart.

Falling within the global redefinition of power dynamics, the nuclear-deal issue reflects the relevance of Iran’s geopolitical attributes and interventionist stance in neighbouring theatres like Syria and Yemen. Iran strategically adjoins macro-regions, has direct access to the bountiful Caspian Sea and control of the Strait of Hormuz which governs the distribution of resources originating from the Persian Gulf; it features large reserves of oil and, more importantly, a massive concentration of natural gas. Furthermore, the populous State is the regional representative of Shia Islam and its prominence in the Middle East cannot be overstated. Well aware of these unique characteristics, President Trump exploited precisely the JCPOA to champion his mounting unilateralism, brandishing the rogue-state propaganda vis-à-vis Teheran that was popular in the pre-Obama era. On the other hand, the High Representative of the European Union for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini currently stresses the economic gains of the deal – in the face of the Islamic Republic’s poor human rights record – in order to forestall its disintegration.

Speaking at the 2018 Iran Summit of the “United Against Nuclear Iran” organisation in New York, US Secretary of State Mike Pompeo convincedly condemned the European plan to set up an alternative financial channel linking the remaining parties to the JCPOA. The “Special Purpose Vehicle” announced by Federica Mogherini would practically operate as an umbrella for European and international traders against the extraterritorial effects of US secondary sanctions and therefore weaken the economic and security might of the American giant. Pompeo censured this transnational endeavour in favour of the Iranian “outlaw state”, as Washington’s verbal and political animosity towards Teheran escalates. In September 2018, the US Department of State released a report emphasising old and new violations committed by the Islamic Republic such as military and cybernetic terrorism, environmental abuse and serious infringement of human rights. The discursive purpose of the report was to accentuate the abnormality of Iran thus justify Trump’s decision to discard the agreement. In the view of the Trump administration, the sponsorship of terrorism and suppression of fundamental freedoms by the regime of the Ayatollah require commensurate responses rather than negotiation and conciliation.

Conversely, the European Union takes the view that pragmatism must inform the actions of the international community: being the prevention of nuclear proliferation in the Middle East the underlying policy priority, the JCPOA must be preserved for the greater good of stability. In addition to the security benefit, Federica Mogherini argued that the Iran deal is the door to an ongoing dialogue susceptible on the long run to impact matters beyond that of nuclear weapons, like the enforcement of human rights inside Iran and the participation of the Islamic Republic and its ancillary groups in regional conflicts.

Judging by their official discourse, the United States and the European Union both sponsor and uphold the rule of law but the former seeks to impose it through unilateralism whereas the latter points to global rules and institutions. Short of the American guidance, Brussels struggles to keep the multilateral system together and is determined to avoid that economic hardship for its most prominent companies further destabilises the Union. The EU is hence working to create a network independent from Washington which could become a model for future transactions lacking the intercession of the dollar or the military contribution of the US. Notwithstanding the reasonable rationale underpinning its foreign policy with respect to Iran, Brussels is said to neglect the condition of the Iranian people who increasingly take to the streets against the deficient religious regime. On the contrary, that of “regime change” is possibly Trump’s objective regarding Teheran, given that the eradication of the current political establishment could simultaneously improve the lives of Iranians and remove a cumbersome antagonist of the US in the Middle East.

In sum, recent developments revealed the complementary agendas for Iran of the two pillars of the West: the European Union prioritises economic exchanges and international cooperation to gain stability and order in return; the United States embraces decisiveness to counter a rogue state disrupting the Middle East and mistreating its own people. The Iran deal – its tortuous conception, the 2015 breakthrough, the rule-based implementation, Trump’s withdrawal and the audacious attempts of the EU at keeping it afloat – epitomises current international relations characterised by growing uncertainty and readjustment of global equilibria. In between US disengagement and EU conservatism, while Russia and China tend to their own plans, an interventionist regime and the future of its population rest on the exacerbation of sanctions or their containment.

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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The Organisation of the Islamic Cooperation and the balance of power

The Organisation of Islamic Cooperation (OIC) is composed by 56 UN Member States and Palestine. It represents ca. 1,6 billion Muslims all around the world. It is, indeed, the biggest Muslim organization of the world.

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The OIC as the guardian of the Muslim community

The main aim of OIC is to represent the Islamic community or the Ummah: the organisation defines itself as “The Collective Voice of the Muslim World”. The Ummah is one of the most important terms, which appears often in the Quran and in the hadith literature, to stress the unity of Muslims. It was, in fact, used as the base of pan-Islamism, a political movement rose in the XIX-XX Century BC that responded to European laws and tried to unify the Muslim world. Basically, four main factors were at the bottom of the birth of pan-Islamism: first, the diffusion of Muslim nationalism; second, the development of education in the society; third, the claim against Europe; and finally, the circulation of movements that embraced national boundaries pan-ideas, especially in Arab states and in Turkey.

Pan-Islamism manifested itself in two forms: the traditional, represented by the figure of the Sultan Adbülhamid II, who linked it to the caliphate; and the modern one, represented by the intellectual Jamal al-Din al-Afghani, who connected it with nationalism rather than Caliphate.

However, World War I had strong consequences for the Ummah, the Ottoman Caliphate, and pan-Islamism. It destroyed the Ottoman society and the caliph-cantered idea of pan-Islamism. The Ottoman Empire, indeed, finished in 1924 with the birth of The Republic of Turkey, formerly known as “The Republic of Atatürk”. World War I also disintegrated the Islamic geography: it put some Muslim communities under European law, promoting the Westphalian model. Anyway, the idea of pan-Islamism was not destroyed at all: many leaders, politicians, intellectuals, and diplomates of Muslim world organized various conferences in order to achieve unity in the Islamic community.

The OIC, initially Organisation of Islamic Conference, was founded in 1969. It was the first time that Muslim states unite themselves under a common political, ideological and economical perspective.

Nowadays, the OIC is a multicultural organisation that addresses cultural, economic social and political issues of the Islamic world. It has also changed its name in 2008 to Organisation of Islamic Cooperation, in order to stress the will of members to reciprocally help themselves in developing the Muslim world.

The Politics within the OIC

The Muslim world lacks a guide which may coordinate the countries in order to unify them. What influences the intra-Muslim political stage is the regionalism, the participation in the OIC, intra-relations of members and the vision of the Ummah and the role of the OIC itself.

The members of the OIC come from three major blocs: Arab, African, and Asian. The Arab region, of course, is the most relevant in the Organisation: it depends, indeed, on the religious majority, the financial resources, and the cohesion between members in the cultural and political field. The Asian region is the second most influential in the OIC: it depends basically on the presence of Turkey, Malaysia, Pakistan, and Indonesia, and their influence in the international community. The African region, finally, suffers from the absence of powerful members and cohesion among states.

The second feature that influences the position of members in the OIC is the involvement in the Organisation. For example, the most active states are Saudi Arabia, Iran, and Pakistan; secondly Turkey and Malaysia. It is interesting to note that, even if is one of the most relevant countries in the Arab world, Egypt does not have a major position in the Organisation.

Thirdly, the religion, politics, and relations among members influence a lot the role of a state in the OIC. For instance, while Pakistan follows the Sufism, a branch of Sunnism, Saudi Arabia adopts Wahhabism, the orthodox interpretation of Sunni Islam. On the other hand, Iran follows the Shia. The members have also different legal system: Pakistan is a semi-democracy, Saudi Arabia is a kingdom, Iran is a theocracy, Turkey a secular state, and so on. What is also important to mention is the different relationship that members have with the United States: for example, Saudi Arabia is considered as an ally, Iran as an enemy, and Turkey is a member of the NATO.

The final factor that conditions the members is the different interpretation of the concept of the Ummah. In particular, the countries that differ the most are Saudi Arabia and Iran. Whilst the Saudis see it as a religious entity, and think that international community should consider it as a relevant actor, Iran sees it not only as a religious entity, but also a political one, and wants to protect it from the Western invasion.

The continuing conflict between Saudi Arabia and Iran

The OIC was born from the work of King Faisal of Saudi Arabia in 1969 and, through years, Saudi Arabia has been the most powerful member until the end of the 1990s, when the rises of Arab Springs and the development of Malaysia, Iran and Turkey destabilized the role of Saudi Arabia in the OIC.
In order to sustain its leadership in the Muslim world, the Saudis created a network of Islamic institutions like the Muslim World League and the OIC itself. From the time of the foundation, the OIC and Saudi Arabia have created a relationship based on mutual benefits: the OIC headquarters are based in Jeddah, and Saudi Arabia is the main sponsor and financial aid of the OIC. In exchange, the Saudis have many privileges, like working there more easily. Even if the Kingdom has strong religious and economic power, it is very weak on the political side. Due to its lack of political structure, Saudi Arabia has been keeping the OIC as a non-political association. Although it can block a resolution, it does not have the power to pass one by itself. In addition, the Saudis claim the leadership of the Ummah, because their country is the home of the two sacred cities of Islam: Mecca and Medina (Saudi kings were also known as “The Custodian of the Holy Sanctuaries”). The government, indeed, helped the OIC in the creation of new agencies based on finance, research, development, and culture, instead of politics.

Iran’s power in the OIC varied a lot during years, often reflecting the difficult relations with Gulf countries, especially Saudi Arabia. In fact, when the relationship between the two most important Muslim states worsened after the 1979 Revolution, Iran was marginalized in the Organisation. However, the Revolution helped Iran to become an Islamic state with a constitution based entirely on the Shari’a. In addition, the constitution gave to the country special responsibilities and duties as the unification of Muslims and the protection of the rights of believers. However, that historic event was considered by Saudis as a threat to their hegemony: they fear an expansion of the revolution and, therefore, of the Shia way. The more the Saudi-Iranian relations got worse, the less Iran participated in OIC’s activities.

The end of Iraq-Iran war, Khomeini’s death, and the peaceful behaviour during Rafsanjani presidency in the Nineties improved the relationship between Saudi Arabia and Iran. The growth of diplomatic relations from 1997, thanks also to the work of Khatami, made Iran a more important actor in the OIC, and let it receive the OIC chairmanship in the same year.
In 1997, more than 50 Muslim leaders met in Teheran for the eight Islamic Summit, which represented the turning point in the relationship OIC-Iran. The aim of Khatami, who stressed a lot on the “dialogue of civilization”, was double: to build Muslim dignity and values and improve Muslim participation in the international community.

As shown, the path and the objectives of the two counterparts are different: while the Saudis seek to exercise selective leadership and to prevent others from achieving hegemony, Iran used OIC as a tool to expand its diplomatic sphere and to gain leadership in the Muslim community.
Consequentially, all these factors undermine the power of policies of the OIC in the Muslim world.

 

La Via per Isfahan – Nasce l’osservatorio italiano sull’Iran

Questo articolo inaugura una rubrica che si occuperà di Iran, stato che negli ultimi anni ha compiuto una significativa ascesa sul sistema internazionale, divenendo un interlocutore legittimo sul piano globale nel 2015 tramite l’accordo sul nucleare, e attore principe del grande gioco mediorientale. Una rubrica che analizzerà la postura internazionale dell’Iran e le mosse che l’establishment del paese cercheranno di mettere in atto per contrastare la strategia statunitense della nuova amministrazione Trump, che ha collocato Teheran nel novero dei paesi che minano gli interessi Usa in Medio Oriente.

La Via per Isfahan – Nasce l’osservatorio italiano sull’Iran - Geopolitica.info

Perchè una rubrica?

L’Iran dal 2015 è prepotentemente rientrato sotto l’attenzione dei media internazionali: le trattative per l’accordo sul nucleare hanno riacceso l’interesse nei confronti della Repubblica Islamica, e durante i primi mesi che hanno seguito l’accordo si è registrata un’impennata di trattazioni scientifiche sul futuro del paese. Tutti questi scenari vertevano su un’unica conclusione: un Iran sempre più integrato nel sistema internazionale, grazie alla fine delle sanzioni e all’apertura statunitense portata avanti dall’amministrazione Obama. Le previsioni erano supportate dalla maggior parte dei sondaggi americani, che prevedevano una netta vittoria della democratica Clinton in continuità con la precedente amministrazione democratica.
L’inaspettata vittoria del tycoon Donald Trump ha cambiato gli scenari.

L’Iran oggi riveste un ruolo estremamente importante all’interno delle dinamiche internazionali: la nuova amministrazione statunitense lo ha inserito a tutti gli effetti in una sorta di lista di stati canaglia 2.0.
Sin dalla campagna elettorale, volta a demolire tutto ciò che era stato fatto da Obama, Donald Trump si è scagliato più volte contro l’Iran e l’accordo sul nucleare. Accordo che il candidato repubblicano non ha esitato a bollare come uno dei peggiori firmati nella storia americana.
Inoltre la pubblicazione della National Strategy Security del 2017, primo documento strategico della nuova amministrazione Trump, ha sancito il ritorno dell’Iran nella dialettica dello “stato nemico” per gli interessi americani in Medio Oriente, al pari dell'”ideologia jihadista”, della quale secondo la NSS ’17, l’Iran è lo stato “sponsor mondiale”.
Quindi, l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA, annunciata lo scorso maggio da Trump, altro non è che lo scontato epilogo di una strategia politica ben chiara e definita da parte degli Stati Uniti, che puntano a ridimensionare il ruolo iraniano nella regione in favore degli storici alleati, Arabia Saudita e Israele.
Ultimo in ordine cronologico è il documento (https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2018/10/NSCT.pdf) che illustra la nuova strategia antiterrorismo degli Stati Uniti, pubblicato giovedì 4 ottobre: l’Iran viene citato ben 10 volte, sempre come stato principale nel finanziamento al terrorismo mondiale, a causa dei suoi legami con la milizia di Hezbollah, e come primario nemico per gli Usa. Una notevole differenza rispetto all’ultima strategia antiterrorismo approvata da Washington nel 2011, sotto l’amministrazione Obama, dove veniva indicata come minaccia principale Al Qaeda, mentre l’Iran era nominato una sola volta nella penultima pagina del documento.

Oltre al  ruolo di potenza revisionista dell’ordine internazionale affibbiatogli dagli Stati Uniti, Teheran rappresenta anche uno dei principali casi esemplificativi del raffreddamento dei rapporti tra le istituzioni europee e la nuova amministrazione Usa.
I principali stati europei intendono salvaguardare l’accordo sul nucleare, frutto di lunghe trattative tra le parti, e hanno mal digerito la decisione unilaterale di Trump di uscire dal JCPOA. Inoltre le nuove sanzioni varate dall’amministrazione statunitense, che colpiscono chiunque decida di far affari con Teheran, hanno provocato la perdita di importanti commesse per grandi multinazionali europee. Per questo i maggiori leader europei si sono affrettati a chiarire, all’indomani dell’uscita degli Usa dall’accordo, la volontà di salvaguardare a tutti i costi l’intesa siglata nel 2015. “Rimarremo vincolati a questo accordo”, dichiarava Angela Merkel lo scorso maggio. Macron, a margine del Consiglio di Sicurezza dell’Onu din fine settembre, ha sottolineato il “disaccordo con Trump sull’affare iraniano”, ribadendo che “l’Iran ha rispettato tutte le disposizioni previste dall’intesa sul nucleare”.
Il tono di Trump, che ha minacciato “gravi conseguenze” contro chi disattenderà le nuove sanzioni contro l’Iran (che dovrebbero entrare in vigore a inizio novembre), è sembrato un vero e proprio attacco all’Unione Europea, dopo che Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera dell’UE, aveva dichiarato che l’Unione Europea “è pronta a creare uno strumento autonomo per gli scambi con Teheran”. Un’idea, quella di un’entità legale autonoma europea per salvaguardare l’accordo e la possibilità di non perdere l’interscambio commerciale con la Repubblica Islamica, che è stata ripresa spesso da diversi esponenti dei principali governi dell’Unione.
Sul rapporto con l’Iran, gli interessi tra Bruxelles e Washington sono divergenti, e Teheran punta proprio al rafforzamento delle relazioni con l’UE per proteggersi dalle future sanzioni.
Tutti i firmatari del JCPOA, esclusi gli Stati Uniti, sono favorevoli al mantenimento dell’accordo, e in questo momento la posizione statunitense sembra isolata. Non è escluso che l’obiettivo di Trump sia quello di riuscire a portare a casa un nuovo accordo bilaterale con l’Iran: un percorso che sarebbe coerente con la strategia dell’amministrazione, spinta a mollare qualsiasi approccio multilaterale che rischia di controbilanciare il peso degli Stati Uniti in un’eventuale trattativa.
Un percorso sicuramente non facile, sia per la velata ostruzione europea, che punta a salvaguardare l’accordo esistente, sia, soprattutto, per il rifiuto della controparte iraniana: il governo di Rohani ha sottolineato come la trattativa ci sia già stata, e da parte iraniana siano stati rispettati i patti stipulati. Inoltre l’ala conservatrice a Teheran ha ripreso a premere sull’attuale esecutivo, reo di essere sceso a patti con l’acerrimo nemico statunitense e, nonostante questo, di non esser riuscito a risolvere la delicata situazione economica.

Il punto di vista italiano

Il precedente governo italiano, tramite il ruolo dell’ex ministro dell’Economia Padoan, aveva stipulato un accordo con l’Iran per l’apertura di linee di credito da 5 miliardi di euro per facilitare gli investimenti delle aziende italiane nell’ex Persia. Negli anni precedenti, inoltre, erano stati raggiunti numerosi accordi con Teheran per un valore complessivo di circa 27 miliardi di euro, tra infrastrutture, ferrovie, costruzioni, petrolio, gas, energia elettrica, settore chimico e petrolchimico.
I nuovi risvolti geopolitici dovuti dall’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA e le sanzioni statunitensi, hanno di fatto congelato la strada che l’Italia aveva preparato nel proprio rapporto bilaterale con l’Iran: e dire che nel 2017 Roma rappresentava il principale partner di Teheran in Europa, con un interscambio tra i due paesi  dal valore di circa 5 miliardi e mezzo di euro, in crescita del quasi 100% rispetto al 2016.
Anche il nuovo governo, nonostante la vicinanza con Washington esemplificata dall’ottimo rapporto che il premier Conte ha dimostrato di avere con Trump, ha sottolineato l’importanza di salvaguardare l’accordo sul nucleare: alla Farnesina sanno che l’Iran può essere un partner economico rilevante, e che l’Italia ha un canale preferenziale nel rapporto con la Repubblica Islamica. Non è un caso che, durante il viaggio a New York per partecipare all’Assemblea dell’ONU, Conte abbia incontrato il premier iraniano Rohani, esprimendo la volontà del governo di mantenere gli accordi presi. Rohani si è dichiarato soddisfatto dell’incontro, e fiducioso sul solido rapporto con i paesi europei.
L’Italia ha l’opportunità di essere il mediatore tra l’Europa e Stati Uniti su diverse tematiche che riguardano il Mediterraneo e il Medio Oriente, e l’Iran può essere una di queste.

Il  nome della rubrica

La Via per Isfahan è un romanzo storico che racconta la vita di Ibn Sina, conosciuto in Occidente con il nome di Avicenna. Filosofo, fisico, matematico e medico persiano, ha vissuto a cavallo dell’anno mille in una Persia sotto il dominio arabo, girando in lungo e in largo tra deserti e corti disseminando il suo sapere. Il suo Canone della Medicina è stato il punto di riferimento dell’attività medica anche in Europa fino al 1700.
La rubrica riprende il nome di questo libro, che racchiude le straordinarie avventure di una delle più note figure dell’antica Persia: come i mille saperi trattati e le mille città toccate dal protagonista, l’Osservatorio sull’Iran si promette di affrontare a 360 gradi il discorso sulla “nuova Persia”, offrendo una narrazione plurale tramite il contributo di diversi autori ed esperti. La postura internazionale e il ruolo nella regione, la geopolitica e le strategie militari, la delicata situazione economica. Senza dimenticare gli aspetti culturali di uno degli stati con una delle società civili più giovani e attive del Medio Oriente: non a caso nel 2020 l’Iran sarà il paese ospite del Salone Internazionale del Libro, grande manifestazione che si svolge annualmente a Torino.

Iraq: inizia il processo di formazione del nuovo governo mentre il Sud brucia

Il 3 settembre si è riunito il Parlamento iracheno nella sua pima sessione per nominare il nuovo portavoce e dare il via al processo di formazione del governo dopo le elezioni dello scorso 12 maggio, che hanno visto trionfare, contro ogni aspettativa, la coalizione Sairoon guidata dal chierico sciita Moqtada al-Sadr.

Iraq: inizia il processo di formazione del nuovo governo mentre il Sud brucia - Geopolitica.info

Il 2 settembre 16 gruppi politici iracheni hanno annunciato la formazione di un’alleanza parlamentare che sembra sbloccare la situazione post-elettorale, che aveva visto la coalizione di forze politiche guidata dal chierico sciita Moqtada al-Sadr uscire vittoriosa dalla tornata elettorale. In un comunicato, i 16 gruppi hanno annunciato la formazione di una coalizione sotto la guida dello stesso Sadr, in cui rientra anche il partito Al-Nasr dell’ex premier Haider al-Abadi. La coalizione Sairoon di Sadr nelle elezioni dello scorso maggio aveva ottenuto 54 dei 329 seggi nel Parlamento iracheno, classificandosi come prima forza del Paese, non mancando di suscitare stupore tra gli osservatori internazionali. Oppositore all’invasione americana del 2003 e alla guida di proteste contro le truppe statunitensi, Sadr ha rappresentato l’emblema delle ultime elezioni, raccogliendo voti soprattutto tra le classi più indigenti grazie ad una campagna di condanna verso la dilagante corruzione che domina il Paese. Non è un caso che ha raccolto gran parte dei voti nel sud sciita, ma anche nella capitale, risultando il blocco politico più votato in 6 dei 18 governatorati iracheni (Baghdad, DhiQar, Maysan, Muthanna, Najaf e Wasit). Dalla posizione marcatamente nazionalista, Sadr ha da sempre mostrato una posizione fortemente critica verso l’ingerenza americana nella regione e nel Paese. Allo stesso tempo, si oppone a qualsiasi interferenza iraniana negli equilibri dell’Iraq. La coalizione da lui guidata comprende anche il Partito comunista iracheno, anche se rimangono ancora poco chiari i punti che accomunano le due forze. L’alleanza tra Sairoon e il partito di Abadi garantirebbe una maggioranza parlamentare, con circa 187 seggi sui 329 totali. La coalizione, inoltre, comprende anche il partito Al-Wataniya del vice-Presidente Ayad Allawi e il blocco Al-Hikma del chierico e politico sciita Ammar al-Hakim, come anche i rappresentanti per le minoranze turkmena, yazida, mandea e cristiana.

In risposta al comunicato del blocco guidato da Al-Sadr, Hadi al-Amiri, a guida dell’alleanza sciita Fatah, che ha ottenuto 48 seggi classificandosi come seconda forza del Paese, e l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, hanno dichiarato l’intenzione di costituire un blocco di forze che arriverebbe a contare circa 145 seggi. Amiri, ex ministro dei trasporti del governo Maliki, è a capo della Badr Organization, ala militare del Supreme Islamic Iraqi Council (SIIC) e ha stretti legami con l’Iran, in particolare con l’Islamic Revolutionary Guard Corps. L’ex premier Maliki, con il suo partito Dawa, nelle ultime elezioni ha ottenuto risultati piuttosto deludenti, conquistando solamente 25 seggi in parlamento e classificandosi come quinta forza del paese, perdendo 67 seggi rispetto alla precedente tornata elettorale. Maliki ha apertamente contestato la dichiarazione di Sadr e Abadi, che affermano di avere la maggioranza dei seggi in Parlamento.  Mentre Amiri e Maliki hanno posizioni esplicitamente filo-iraniane, Abadi sembrerebbe essere il candidato più gradito agli americani, in un paese dove, oltre alle numerose problematiche interne dovute al post-ISIS e alle difficoltà socio-economiche, bisogna sempre mantenere un certo equilibrio tra gli interessi delle grandi potenze.
Rimangono esclusi da entrambe le coalizioni i partiti curdi, PDK e PUK, che nelle scorse elezioni hanno conquistato rispettivamente 25 e 18 seggi.

A 5 mesi dal voto è iniziato il processo di formazione del governo, dopo che la Corte Federale irachena ha approvato il 2 settembre il risultato del riconteggio manuale delle schede. Dopo il voto di maggio, le forze di opposizione a Sadr hanno denunciato brogli elettorali. Nello scorso agosto è avvenuto un riconteggio delle schede che, tuttavia, non ha portato ad alcun capovolgimento negli esiti del voto.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, per garantire maggiore stabilità al paese, la Costituzione del 2005 ha previsto una divisione dei poteri su base etnica e settaria, sulla base di quelli che sono le tre maggiori componenti del Paese: sciiti, sunniti e curdi. Secondo la Costituzione, la carica di Primo Ministro spetta a un esponente sciita, quella di portavoce del Parlamento a un sunnita e la carica di Presidente a un curdo.

I tempi di formazione del governo non sono in alcun modo prevedibili. Dopo le elezioni del 2010 furono necessari circa 11 mesi prima che fosse formato il governo. Tuttavia, in questo momento, la necessità di un nuovo governo che inizi a lavorare per dare risposte immediate alle esigenze della popolazione è incombente. Prima di tutto, va avviato un processo di ricostruzione dopo la sconfitta dell’ISIS, la cui occupazione è durata tre anni ed ha avuto conseguenze drammatiche, soprattutto nella Piana di Ninive. Il nuovo governo, inoltre, dovrà necessariamente rispondere alle istanze della popolazione e focalizzare l’attenzione sulle proteste che stanno infiammando il sud del Paese a maggioranza sciita. Il 1 settembre circa 150 manifestanti si sono riuniti all’entrata del giacimento Nahr Bin Omar, a 15 km da Bassora, minacciando di interrompere l’attività di estrazione. Ieri, inoltre, la manifestazione è sfociata in una vera e propria guerriglia: la tensione è aumentata quando i manifestanti hanno dato alle fiamme il consolato iraniano come segno di protesta contro l’interferenza di Teheran negli affari interni iracheni. Si sono diretti anche contro il consolato americano che, però, essendo difeso da un importante contingente dell’esercito, e che quindi si è salvato dalla rabbia dei manifestanti. Sempre nella notte il governo, a dimostrazione dello stato emergenziale, ha imposto il coprifuoco nelle regioni del sud infiammate dalla rivolta.
La protesta, che solo negli ultimi 4 giorni ha avuto un bilancio di 4 morti e decine di feriti (sicuramente destinato ad alzarsi), non costituisce un episodio isolato ma si inserisce nel quadro di una serie di manifestazioni che hanno colpito il sud del paese nel corso di tutta l’estate.
La città di Bassora ha costituito il punto focale da cui sono partite le proteste. Seconda città irachena per popolazione, costituisce l’unico sbocco sul mare. Inoltre ospita alcuni dei più estesi giacimenti di petrolio del paese e la gran parte delle esportazioni partono dal Al-Basrah Oil Terminal. Eppure, malgrado la ricchezza di risorse, la popolazione non riesce ad avere accesso ad alcuni servizi di base. Le richieste della popolazione sono acqua pulita, elettricità, un contenimento della dilagante corruzione e più lavoro. Le polemiche riguardano soprattutto il settore petrolifero, di cui la provincia di Bassora è centro focale tanto per l’estrazione quanto per l’export. In particolare, nella città si protesta contro la grande presenza di manodopera internazionale impiegata nel settore petrolifero e la differenza salariale tra i locali e gli internazionali. La gran parte della manodopera locale, mentre gli internazionali ricevono stipendi a tre zeri, rimane senza impiego o percepisce salari molto modesti. La frustrazione è esplosa in tutto il sud del paese, arrivando a Nassiriya, Najaf, Karbala e persino nella capitale. Ma è soprattutto il sud a maggioranza sciita in protesta, quel sud che ha anche votato per Sadr, simbolo della denuncia della corruzione dei passati governi durante la campagna elettorale.

 

Un’altra causa scatenante delle proteste è l’alto tasso di disoccupazione, che a livello nazionale sfiora quasi l’11% mentre la disoccupazione giovanile sfiora il 20%, dato allarmante se si considerano gli andamenti demografici del paese, dove circa il 60% della popolazione ha meno di 25 anni.
Le proteste possono velocizzare il processo di formazione del governo per ristabilire un ordine a livello istituzionale e di conseguenza un certo livello di sicurezza.
Ma sarà sufficiente formare il governo per alleviare il malcontento popolare? Un malcontento che è diffuso e le cui cause sono numerose, alcune strutturali: la disoccupazione, il reddito, lo stato dei servizi pubblici e delle infrastrutture. Altre ragioni sono perfino più radicate nella società irachena, come le divisioni settarie, che provocano l’esclusione o la marginalizzazione di alcune porzioni di popolazione dalla vita pubblica e dal tessuto economico. E poi la corruzione che impervia e che può essere arginata soltanto attraverso riforme strutturali e un processo di autonomizzazione del sistema giuridico da quello politico. E infine l’ingerenza straniera, che in questo momento viene da molti a stento tollerata.

Il nuovo governo dovrà incaricarsi di dare risposte concrete alle richieste della popolazione attraverso interventi immediati e puntuali ma in un’ottica di lungo periodo, che preveda per l’Iraq uno sviluppo economico e un miglioramento complessivo delle condizioni sociali al fine di ridurre la forbice di diseguaglianza che caratterizza il tessuto socio-economico del paese. Quello che è evidente è che esiste un divario tra le aspettative popolari e le risposte del governo è in grado di dare ed è bene che il nuovo esecutivo non sottovaluti il significato di proteste che potrebbero destabilizzare ulteriormente un Iraq dagli equilibri già precari

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib?

A Teheran si è appena concluso il vertice trilaterale tra Putin, Erdogan e Rouhani, attori protagonisti della vicenda siriana. Il futuro del paese e della provincia di Idlib passa dalle mani dei tre laeader.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib? - Geopolitica.info

Un vertice molto atteso, alla vigilia dell’offensiva di Damasco, con il supporto di Russia e Iran, sulla provincia di Idlib, ultima significativa porzione di terreno che non è sotto il controllo dell’esercito siriano. La delicata situazione dei civili, quasi 3 milioni, la vicinanza ai confini turchi, la presenza di milizie jihadiste che combattono sia l’esercito di Damasco sia il Fronte di Liberazione Nazionale appoggiato dalla Turchia, il monito delle Nazioni Unite: una mix di fattori che ha costretto le tre principali potenze protagoniste nello scenario siriano ad incontrarsi per trovare una soluzione.
Nei giorni precedenti i partecipanti al vertice avevano espresso grande fiducia, e sottolineato la volontà dei tre paesi di evitare catastrofi umanitarie. Posizioni sintetizzate da Hussein Gabri, assistente del Ministro degli Esteri iraniano: “Idlib è un dilemma perché da un lato deve essere liberato dalle mani dei terroristi, ma contemporaneamente la sicurezza di milioni di civili deve essere protetta”.

Il vertice si è concluso intorno alle 14.30 ora italiana, ed è stato seguito da una conferenza stampa e da una dichiarazione comune.
Rouhani, leader iraniano, ha sottolineato l’importanza del garantire la sicurezza dei civili, ed ha attaccato l’atteggiamento statunitense nella regione, che dal suo punto di vista non faciliterebbe una soluzione pacifica. Ha inoltre dichiarato che, chiuso il capitolo Idlib, il nuovo teatro operativo sarà nei territori ad est dell’Eufrate, dove sono ancora presenti “illegalmente” le forze degli Usa, che “devono ritirarsi”.
Erdogan è il leader che più di tutti esprime timore per l’offensiva militare, consapevole che un eventuale ondata di profughi in fuga dalla provincia cercherebbe rifugio proprio in Turchia. Per questo ha dichiarato che la soluzione militare a Idlib “porrebbe fine alla soluzione politica per la Siria”, e che “fornirebbe una scusa a tutte le organizzazioni terroristiche per continuare a combattere”.
Anche Putin, attore che più di tutti può incidere sulla vicenda siriana, ha espresso preoccupazione per la situazione dei civili, chiedendo “l’evacuazione sicura dei civili” tramite corridoi umanitari.
In una dichiarazione congiunta, infine, i tre leader hanno confermato che continueranno a cooperare per eliminare tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella provincia di Idlib e per creare le condizioni che permettano ai profughi e agli sfollati siriani di poter tornare a vivere nei loro territori d’origine. Inoltre, concentrandosi su un piano maggiormente operativo, si evidenzia l’importanza di separare l’opposizione armata dai gruppi terroristici.

Nonostante i timori di Erdogan, è evidente che l’offensiva su Idlib sia inevitabile: Assad, che oramai è tornato, grazie al supporto russo e iraniano, a governare la maggior parte dei territori persi dopo l’offensiva dello Stato Islamico, vuole riconquistare l’ultima grande zona di opposizione.
Una soluzione, che traspare dalle dichiarazioni a margine del vertice e che potrebbe accontentare Erdogan, è quella che prevede la separazione tra le milizie jihadiste e quelle controllate da Ankara, per far sì che l’offensiva sia circoscritta a obiettivi specifici: evitare un disastro umanitario, infatti, è negli interessi non solo della Turchia, come spiegato in precedenza, ma anche di Iran e Russia, che sono sotto le luci dei riflettori di tutta la stampa internazionale.
Nelle prossime ore andranno analizzati i movimenti nell’area, per capire se il vertice di oggi abbia portato effettivamente a una soluzione condivisa del futuro di Idlib.

Analisi sull’offensiva a Idlib, braccio di ferro in attesa del vertice di Teheran

Le ragioni che hanno spinto l’offensiva dell’esercito governativo siriano verso la cittadina di Idlib, situata nella Siria nord occidentale,  risultano essere strategicamente determinanti, non solo per le sorti future del conflitto in Siria ma anche per l’assetto geopolitico dell’intera  Siria. Non va dimenticato che ad oggi la politica estera siriana (in parte anche quella interna),   visto il recente e massiccio aiuto fornito dal Cremlino contro le forze jiadhiste del Califfato guidato da Al Baghdadi, deve tener conto delle opinioni, o  delle ingerenze, che provengono da Mosca; non a caso l’offensiva su Idlib è avvenuta ad opera  dell’aviazione russa.

Analisi sull’offensiva a Idlib, braccio di ferro in attesa del vertice di Teheran - Geopolitica.info

L’offensiva  siriana del 4 settembre ha interessato l’area del paese che si trova tra le città di Jisr ash Shugur, Hama e per l’appunto  Idlib, zona  controllata in parte sia dalla  formazione ribelle Salafita di  Hayat Tharir al Sham, conosciuta pure come al-Qaeda in Siria,  formatasi dalla separazione consensuale del Fronte al-Nusra dal network di Al-Qaida, con altri gruppi minori come Fronte Ansar al-Din, Jaysh al-Sunna, Liwa al-Haqq e Movimento Nour al-Din al-Zenk, che ha iniziato fin dall’inizio dell’agosto scorso ad arrestare tutti quei civili si proclamavano fautori di una possibile riconciliazione con il governo, sia dal Fronte di liberazione nazionale dichiaratamente sostenuto dalla Turchia.

Non a caso il presidente Bashar Al Assad, in accordo coi suoi alleati e sostenitori, il presidente russo Putin e  il presidente iraniano Rouhani, ha deciso di far partire l’operazione per la riconquista del territorio nord-siriano, proprio pochi giorni prima del terzo incontro trilaterale russo-turco-iraniano, che avrà luogo il 7 settembre a Teheran (incontri nati dalla volontà dei  presidenti Putin, Rouhani e Erdogan per rivitalizzare il processo di Astana),   in modo tale che  l’offensiva delle forze governative siriane su Idlib possa mettere pressione al presidente turco in vista  del meeting .

Perché l’offensiva su Idlib avrebbe dovuto mettere sotto pressione il presidente Erdogan? La risposta a tale quesito appare quanto mai scontata, ma prima bisogna ricordare quanto avvenuto durante il corso dei precedenti meeting, quello di Ankara e quello di Sochi.

L’obiettivo di questi incontri trilaterali tra Russia, Iran e Turchia  era,  è rimane tutt’ora, quello di agire sul decision making  della Siria post-Califfato. L’incontro di Ankara ma, ancor più quello di Sochi, non sono stati altro che tasselli fondamentali di una lunga trattativa diplomatica già avviata da tempo.

A Sochi si è discussa una proposta russa, con l’approvazione del presidente Assad, per la creazione di un congresso dei popoli siriano, per dare voce a quella pluralità di fazioni antigovernative che rischiavano di far cadere nuovamente la Siria nel caos. La proposta, ha dichiarato successivamente il presidente Putin  durante la riunione annuale del Valdai Club tenutasi a Sochi, “potrebbe diventare un importante passo sulla via verso una soluzione politica che metta fine ai dissidi interni e che venga accompagnata anche dalla redazione di una nuova Costituzione”, scongiurando così l’ipotesi di una divisione della Siria in zone controllate da diverse forze straniere, come ad esempio la Turchia nel nord del paese.

A ragion di fatto di quanto appena scritto, risulta evidente che prima del terzo incontro di Teheran, la coalizione Siriana-Russo-Iraniana  tenti di sbaragliare le rimanenti sacche ribelli presenti al confine turco-siriano e al contempo possa mettere alle strette la stessa Turchia; la quale mossasi con abilità all’interno del conflitto civile siriano fin dalle prime fasi iniziali, ha cercato fin da subito di ingaggiare  gruppi jihadisti al fine di abbattere il presidente Bashar Al-Assad. L’intervento russo però ha permesso ad Assad di non capitolare, creando così un nuovo scenario, dove  il presidente Erdogan bloccato in una fase di stallo, ha saputo muoversi abilmente, divenendo fin da subito interlocutore privilegiato di Mosca. Infatti le sorti del  territorio a nord della Siria, a meno di un repentino stravolgimento delle parti in causa,  rimangono ancora formalmente sotto l’autorità delle fazioni islamiste e saldamente sotto il controllo de facto del governo di Ankara, come preziosa moneta si scambio al vertice.