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Le relazioni tra Pakistan e Iran

Nonostante le tensioni in corso tra Iran e Stati Uniti da una parte, e Iran e Arabia Saudita dall’altra, l’attività diplomatica iraniana ha continuato a mostrare un interessante dinamismo, esplicato soprattutto tramite la figura del suo ministro degli esteri, Javad ZarifLe sue visite in Cina, Giappone, India, Turkmenistan, e Pakistan avvenute nel maggio 2019, al di là del loro valore simbolico, rappresentano una conferma della resilienza diplomatica iraniana.

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T
ra queste, una delle più importanti è stata certamente la visita di Zarid a Islamabad, in quanto connessa a diverse dinamiche. Innanzitutto la visita è stata motivata da un riavvicinamento tra l’Iran e il Pakistan funzionale alla forzatura dell’isolamento diplomatico iraniano. In più questo riavvicinamento sarebbe altresì importante per l’influenza che eserciterebbe sull’attività diplomatica pakistana, in virtù del ruolo di equilibrio che questa giocatra Riyadh e Teheran.In questo clima di alta tensione infatti, il Pakistan, grazie la sua posizione geografica e diplomatica, e al suo ruolo militare di primo piano, si trova ad essere uno degli attori principali delle dinamiche geopolitiche del Golfo Persico alla luce deisuoi delicati equilibri regionali
La ritrovata vicinanza politica tra Iran e Pakistan sarebbe perciò costruttiva nel promuovere o influenzare Riyadh per ammorbidire la sua posizione nei confronti di Teheran
La visitadi Zarifa Islamabad a maggio ha anche confermato quanto discusso il mese precedente durante la visita di Imran Khan, primo ministro del Pakistan, a Teheran.
Durante la visita di Khan in Iran, della durata di due giorni, i leader dei due paesi hanno discusso della realizzazione di diverse importanti misure di rafforzamento della fiducia tra i due paesi in riferimento principalmente a questioni di sicurezza. Quest’ultimo punto si è rivelato particolarmente importante sia a livello specificatamente bilaterale, che in termini di sicurezza regionale. La necessità della definizione di una politica di sicurezza e sorveglianza dellrispettive frontiere si è rivelato necessario a seguito di alcuni recenti attacchi transfrontalieri a opera di
 gruppi indipendentisti Baluci. 

L’indipendentismo baluci e le questioni di sicurezza transfrontaliere 
I baluci rappresentano una minoranza che aspira all’autodeterminazione tanto in Iran che in Pakistan, sebbene siano divisi in più movimenti che perseguono obiettivi diversi circa l’indipendenza del loro popolo. Mentre in Pakistan le istanze dei movimenti separatisti Baluci sono essenzialmente politiche, in Iran alle richieste di autodeterminazione politica si aggiunge la componente del separatismo su base religiosa, in quanto il popolo baluci appartiene essenzialmente alla branca sunnita dell’Islam.
La lotta al terrorismo e agli estremisti è rimasta un fulcro del discorso di Imran Khan, che ha sottolineato a più riprese la necessità di arginare il terrorismo transfrontaliero, per non permettere a sabotatori di diversa matricedi ostacolare la stabilità regionale. 
La questione dell’irredentismo baluci e l’attività dei diversi gruppi che vi prendono parte, alcuni dei quali sono supportati da Islamabad, e altri da Teheran, ha rappresentato sin dal 1979 una fonte costante di paranoica sfiducia e tensione tra Pakistan e Iran. L’ostilità tra i due paesi sta ora lentamente scemando proprio grazie a sempre più stretti legami tra le alte sfere di questi, quali contatti regolari e condivisione di informazioni tra le rispettive agenzie di intelligence. Su queste basi si può prevedere che Pakistan e Iran continueranno a trattare insieme le questioni a livello regionale e nazionale, che assumono nella politica estera di entrambi un ruolo prioritario

La cooperazione economica, commerciale e infrastrutturale
Il rilancio di più forti relazioni bilaterali tra Pakistan e Iran sta toccando anche per altri settori diversi dalla sola politica di sicurezza, quali collaborazioni in materie commerciali, economiche e infrastrutturali. L’esempio più concreto di quest’ultimo tipo di collaborazione si è avuto con l’annuncio, già a settembre 2018, della modernizzazione della linea ferroviaria Quetta-Taftan. Tale progetto si è poi concretizzato con successo nei mesi successivi. A febbraio 2019 l‘ambasciatore iraniano in Pakistan, Mehdi Hunar Dost, ha invitato il ministro delle ferrovie del Pakistan Sheikh Rashid Ahmad a partecipare alla cerimonia inaugurale della linea ferroviaria prevista per il mese successivo, alla quale ha partecipato anche il presidente iraniano Hassan Rouhani.  
Proposte di ulteriori collaborazioni in materia commerciale e infrastrutturale si sono avute anche durante la visita di Zarif a Islamabad, durante la quale il ministro degli esteri iraniano ha formalmente proposto al Pakistan di collegare la città portuale pakistana di Gwadar con il porto iranianodi Chabahar per massimizzare il potenziale della connettività regionale. Come ha avuto modo di dichiarare, l’ambizioso progetto si propone di “collegare Chahbahar e Gwadarper poi collegare quest’ultima all’intero sistema ferroviario iraniano. Da qui si creerebbe un collegamento all’International North Transport Corridor, attraverso TurkmenistanKazakistan, Azerbaijan, Russia e Turchia”.

La posizione degli USA e i rapporti con gli altri attori regionali
Il dinamismo diplomatico iraniano non è passato certo inosservato alla lente diplomatica statunitense, soprattutto le già citate visite di Zarif in Cina, con la quale sussistono delle forti tensioni di natura commerciale, e in Pakistan, per via della lunga storia di collaborazione militare con Washington.  
In questo contesto i colloqui tenutisi a Islamabad a maggio tra Javad Zarif e i membri delle alte sfere pakistane tra cui il primo ministro Imran Khan, il ministro degli esteri Shah Mehmood Qureshi e il Capo dello Stato Maggiore Qamar Javed Bajwa, oltre che ad aver rafforzato la fiducia tra i due paesi, hanno anche toccato le tensioni esistenti tra Iran e Stati Uniti. Quest’ultimo e delicato punto è stato discusso in dettaglio perché, un ipotetico conflitto tra Iran e Stati Uniti, oltre ad avere un impatto devastante sulla sicurezza regionale, avrebbe delle ripercussioni importanti e non secondarie anche sullo stesso Pakistan 
Tra tutti gli scenari possibili, una guerra tra Iran e Stati Uniti sarebbe innanzitutto deleteria per la già fragile economia del Pakistan, a causa dei massicci investimenti nella regione al confine con l’Iran, il Belucistan.  
In più il Pakistan si troverebbe costretto a schierarsi, con il rischio di trovarsi letteralmente schiacciato, con uno degli attori presenti, i quali, oltre a Iran e Stati Uniti, includono anche i paesi aderenti al Gulf Cooperation Council (GCC): Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, *Qatar, Bahrain e Oman, con alcuni dei quali il Pakistan detiene relazioni ultra privilegiateTuttavia ciò porrebbe il Pakistan di fronte al dilemma di prendere una posizione, accettando tutti i rischi del caso, o seguitare la sua costante storica in fatto di politica estera, caratterizzata dall’evitare di esporsi in maniera troppo diretta, preferendo una sicura equidistanza da tutti gli attori in campo.  
Questo secondo approccio, essendo più funzionale agli obiettivi del paese nel breve periodo è stato preferito anche da Imran Khantestimoniato dal suo invito a tutte le parti in causa impegnarsi attivamente nell’evitare un’escalation che condurrebbe a un conflitto su scala regionale.
Appare tuttavia innegabile che, nonostante il perseguimento del Pakistan di una politica estera prudente e conciliatrice, questo abbia intrapreso un proficuo cammino assieme all’Iran atto a rafforzare le loro relazioni bilateralianche e soprattutto a difesa dei forti interessi reciproci.  
Questo ambizioso progetto presenta però anche numerosi ostacoli, soprattutto in materia di cooperazione commerciale e integrazione economica, a causa delle sanzioni economiche statunitensi sull’Iran, e della minaccia di una loro imposizione anche a tutti quegli stati che cercheranno di forzarleDate queste premesse, Pakistan e Iran dovranno affrontare sfide insormontabiliIl primo e più evidente segno dell’effetto delle minacce statunitensi si è esplicato tramite l’interruzione, per il momento fino a data da destinarsi, della costruzione di un importante gasdotto tra Iran Pakistan. 
Nonostante le alte tensioni che caratterizzano le trattative per nuove e più importanti relazioni bilaterali, Iran e Pakistan stanno gettando le basi per la la creazione di nuovi blocchi di partnership nella regione del Golfo e dell’Asia Meridionale, a conferma del mutato atteggiamento dell‘Iran, che sembra essere nel mezzo di un processo di rimodulazione strategica su scala regionale e globale.  

Si dimette il ministro degli esteri iraniano Zarif: gli scenari

Con un post su Instagram si è dimesso il ministro degli esteri iraniano Zarif: è stato l’artefice dell’accordo sul nucleare, e il diplomatico della Repubblica Islamica maggiormente apprezzato dalle cancellerie europee.

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Come un fulmine a ciel sereno sono arrivate le dimissioni di Javad Zarif, ministro degli esteri dell’Iran. Tramite un post su Instagram, l’ormai ex ministro ha annunciato di essere “inabile a continuare il servizio”. Questa la motivazione ufficiale: una frase criptica, che lascia spazio a diverse interpretazioni. Una delle prime ricostruzioni fatte, è quella che riporta di una insanabile frattura con l’ayatollah Khamenei. Nella giornata di ieri, la Guida Suprema iraniana ha escluso Zarif dall’incontro a Teheran tra alti funzionari iraniani e la delegazione siriana presieduta da Assad,. Il leader siriano ha incontrato proprio Khamenei, in seguito il presidente Rohani e il Generale Soleimani, comandante della divisione Quds dei Pasdaran. Un’avvisaglia di quello che sarebbe avvenuto di lì a poche ore: era infatti sembrato strano che il responsabile della politica estera della Repubblica Islamica non venisse interpellato su una questione come quella siriana, teatro principale dell’azione estera dell’Iran. Da qualche mese a questa parte, cioè da quando gli Stati Uniti si sono defilati dall’accordo sul nucleare, la politica estera iraniana, specialmente in territori di conflitti, è stata sempre più delegata in seno agli alti comandanti delle IRGC. Una pressione dei falchi conservatori, tornati alla ribalta dopo il fallimento del JCPOA (per la verità mai digerito dall’ala più intransigente dell’establishment iraniano) sul presidente Rohani, che ora chiedono maggiore risolutezza contro i “nemici di sempre”. Una politica, questa, che comporta l’inevitabile delegittimazione dell’attuale ministro degli esteri.

Diventato ministro nel 2013, dopo la vittoria di Rohani, istruzione occidentale (ha conseguito un dottorato presso l’Università di Dever), Zarif era considerato rappresentante dell’ala moderata dell’amministrazione iraniana. Fautore di una rappresentazione dell’Iran maggiormente dialogante, e quindi inserito nel gioco della diplomazia internazionale, è stato uno dei principali artefici dell’accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo le elezioni di Trump, e la conseguente uscita degli Stati Uniti dall’accordo, Zarif ha continuato a difendere la bontà del JCPOA, pressando e lavorando sotto traccia con i paesi europei affinché questi continuassero ad onorare il trattato.
Proprio in Europa gode di un’ottima reputazione: non a caso i principali paesi europei si sono affrettati a garantire all’Iran il rispetto dell’accordo. Ad inizio febbraio è stato presentato Instex, uno speciale meccanismo ideato per continuare a commerciare con l’Iran dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Il sistema, istituito da Francia, Germania e Gran Bretagna, consentirà alle imprese di condurre transazioni finanziarie dirette con l’Iran, in contrasto con la linea dura del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Teheran.

Le dimissioni di Zarif, se accettate, comportano uno spostamento della politica internazionale su un binario maggiormente radicale. L’ala conservatrice iraniana spinge per un maggior interventismo in Siria e in Iraq, così come tutto l’apparato legato alle Guardie della Rivoluzione. Rohani, che oltre a una battaglia sullo scacchiere internazionale gioca uno scontro aperto col il fronte conservatore, si ritrova nella condizione di dover cedere su alcune tematiche, alla luce dei recenti malumori figli della critica situazione economica.
Il rischio di una crisi sociale, cavalcata dall’ala conservatrice, è molto alto, e il doppio fronte, interno ed esterno, può risultare fatale per la leadership di Rohani.
La maggioranza del parlamento iraniano, d’altro canto, nelle ultime ore sembra aver chiesto il rifiuto delle dimissioni di Zarif, segno inequivocabile dell’alta reputazione di cui il diplomatico gode tra le istituzioni.
La situazione resta in continua evoluzione: il premier israeliano Netanyahu ha accolto con felicità le dimissioni di Zarif, parlando di una “liberazione”. Anche Pence si è dichiarato soddisfatto, ma ha sottolineato come i politici iraniani siano in realtà privi di potere decisionale, nelle mani del solo Khamenei. L’amministrazione Trump ha trattato il dossier Iran con decisione, arrivando a uno scontro frontale: un nuovo ministro degli esteri, più intransigente, rientrerebbe nel piano della Casa Bianca. Un Iran maggiormente isolato sulla sfera internazionale gioverebbe, non poco, al progetto statunitense.
Il Medio Oriente, nonostante la chiusura di un importante capitolo della guerra in Siria, quello relativo allo Stato Islamico, rischia una nuova escalation di violenza.

“Ti racconto l’Iran”, di Tiziana Ciavardini: viaggio tra donne e giovani in terra di Persia

Un viaggio nella società civile iraniana, con un focus specifico sulla situazione femminile. Un racconto dall’interno, scritto da chi ha passato più di 10 anni in Iran, con l’occhio critico di chi vuol condurre una ricerca antropologica ma con il trasporto di chi rimane inevitabilmente innamorato dal fascino dell’antica terra di Persia.

“Ti racconto l’Iran”, di Tiziana Ciavardini: viaggio tra donne e giovani in terra di Persia - Geopolitica.info Foto di Alessia Piccinini

Il libro “Ti racconto l’Iran. I miei anni in terra di Persia” di Tiziana Ciavardini, edito da Armando Editore, si prefigge lo scopo di raccontare l’esperienza personale vissuta dall’autrice, che ha vissuto oltre dieci anni nella Repubblica Islamica. Non un saggio accademico, né una divulgazione sociopolitica, quindi, come ci tiene a sottolineare la stessa autrice, ma un racconto che fornisce numerosi spunti di riflessione sulla realtà iraniana, sull’evoluzione della sua società civile negli ultimi decenni, sulle sfide che l’Iran deve affrontare in futuro per continuare l’ascesa sullo scacchiere internazionale che lo ha portato, nel 2015, a firmare lo storico accordo sul nucleare con le grandi potenze mondiali.

L’autrice è in grado di far provare al lettore le sensazioni vissute in prima persona, raccontate con lo spirito di chi ama viaggiare e immergersi in una cultura diversa dalla propria: è un libro privo di spirito paternalistico, che è al contrario intrinseco in numerose descrizioni dei paesi mediorientali da parte degli osservatori occidentali.
Io stesso ho rivissuto, durante la lettura del libro, le medesime sensazioni descritte dall’autrice provate durante il mio arrivo all’aeroporto internazionale di Teheran: il timore e l’ansia di essere vestito in maniera adeguata, di mantenere il giusto comportamento nei riguardi degli ufficiali di polizia. Insomma di rispettare quell’immagine austera che l’Iran trasmette, direttamente e indirettamente, al mondo intero. E come descritto perfettamente dalla scrittrice, sentire sciogliere come neve al sole quell’ansia non appena ci si guarda intorno, ci si rapporta con la disarmante cordialità della popolazione iraniana, con l’ospitalità di quel popolo così misterioso agli occhi di chi l’ha conosciuto solamente tramite una narrativa intrinseca di pregiudizi e di immagini mal raccontate.

La realtà, la quotidianità dell’Iran, si discosta fortemente dal  rigidissimo sistema normativo della Repubblica Islamica: la terra di Persia è il paese delle contraddizioni, magistralmente descritte dal racconto di Tiziana Ciavardini. La contraddizione nel riconoscere l’obbligo del velo che copra il capo delle donne, portato soprattutto nelle grandi città come accessorio di moda, dai colori sgargianti, o semplicemente poggiato sulla nuca dalle ragazze più giovani. La contraddizione nel pensare alla Repubblica Islamica come paese vecchio e austero, per poi girare nelle strade e rimanere estasiati dalla totalizzante presenza di giovani e bambini. La contraddizione delle promesse mancate dall’amministrazione Rouhani, su cui verteva grande speranze per alcuni progressi in tema di diritti civili. La contraddizione intrinseca in gran parte dei giovani iraniani, consci di un sistema normativo stringente ma non disposti a vedere crollare quella che quarantanni fa è stata la battaglia dei loro genitori contro una monarchia rivestita da una patina di modernità, ma che aveva lasciato indietro enormi porzioni di popolazione.

Questo e molto altro è l’Iran descritto da Tiziana Ciavardini. Un racconto, come detto, non storico o politico, ma che nelle conclusioni pone un focus sul futuro dell’attuale sistema istituzionale. I piani, non tanto velati  dei nemici dell’Iran, di un regime change, difficilmente prenderanno piede nell’ex Persia: né il discendente dello Shah, esule negli Stati Uniti e del tutto avulso dalla realtà del paese, né i cosiddetti  Mujaheddin del Popolo, nemici giurati degli Ayatollah, rappresentano una credibile alternativa all’attuale sistema iraniano. Le promesse di regime change di Trump, Israele o Arabia Saudita resteranno dunque tali, come sottolineato dall’autrice. Che si augura per il futuro dell’Iran non l’assimilazione in un mondo, quello occidentale, che livella e annulla usi, costumi e tradizioni, ma l’apertura e il progresso del sistema iraniano sotto la spinta proprio di quei giovani, ragazze e ragazzi, che ogni giorno camminano e rendono vive le strade di una terra millenaria.

La cyber-war di Teheran

«Le sanzioni stanno arrivando. Il 5 novembre». Così il Presidente Donald Trump dava l’annuncio via Twitter del ritorno delle sanzioni contro il regime di Teheran. Dopo più di tre anni e mezzo dall’accordo sul nucleare del luglio 2015, gli Stati Uniti decidevano di punire duramente l’economia iraniana.

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Come più volte ricordato dall’Amministrazione Trump, ed in particolare dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, l’Iran è il principale sponsor del terrorismo a livello mondiale. Del resto, gruppi terroristici sponsorizzati dall’Iran come Hezbollah e Hamas, rappresentano una minaccia non solo per gli Stati Uniti ma per tutti i paesi occidentali.

Un’escalation che sarà destinata a salire nel 2019: con il regime iraniano impegnato ad intensificare gli sforzi per contrastare le mosse di Washington. Sforzi che sicuramente sfrutteranno tutto il potenziale asimmetrico di Teheran.

Questo potenziale consiste ad esempio in milizie armate impegnate nella regione, come le milizie sciite irachene, le Popular Mobilization Forces (PMF) o Hashd Al-Shaabi: sostenute ed addestrate dagli Al-Quds, braccio internazionale dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran, con a capo il Generale Qassem Suleimani. Tra l’altro è importante considerare che nel novembre 2016 il parlamento iracheno ha legalmente riconosciuto le PMF come parte delle Forze Armate dell’Iraq, sebbene continuino a rappresentare formalmente una formazione militare indipendente.

Gli iraniani da sempre inviano membri più o meno noti, appartenenti al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, al Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza o ad Hezbollah, per condurre operazioni di sorveglianza di obiettivi all’estero. Teheran ad oggi è in grado di effettuare attacchi terroristici di rappresaglia su una serie di obiettivi vulnerabili, se solo Washington o qualsiasi altro paese occidentale osasse attaccarlo militarmente.

Tuttavia sarebbe riduttivo considerare la minaccia del regime di Teheran esclusivamente sotto questo profilo. Occorre conoscere e tenere a mente la strategia iraniana per la gestione dei conflitti nel cyberspazio. Proprio come appare al momento improbabile che l’Iran sfidi gli Stati Uniti in uno scontro militare su larga scala, sembra improbabile che l’Iran intraprenda una guerra diretta nel cyberspazio. Gli Stati Uniti sono semplicemente troppo forti in entrambi i campi.

Secondo molto osservatori, la preparazione di attacchi informatici da parte di Teheran ricorda il modo in cui gli iraniani esaminano obiettivi, al fine di tenere a portata di mano le informazioni per attacchi terroristici off the shelf, da sferrare contro obiettivi ritenuti scomodi dal regime. Dan Coats, il Direttore dell’Intelligence Nazionale Usa, recentemente ha osservato come l’Iran si stia preparando per prendere di mira le reti elettriche, gli impianti idrici e le aziende sanitarie e tecnologiche di Stati Uniti, Europa e di altri attori statuali in Medio Oriente.

Proprio qualche settimana fa, Saipem (la società italiana operante nel settore petrolifero e specializzata nella costruzione di oleodotti e gasdotti) ha annunciato di essere stata colpita da un attacco informatico che utilizzava una variante del malware Shamoon (sviluppato dall’Iran). Il più grande cliente di Saipem è la compagnia petrolifera nazionale saudita di idrocarburi Saudi Aramco: probabilmente il motivo per cui l’azienda italiana è stata presa di mira.

Inoltre, Certfa, la società di sicurezza informatica con sede a Londra (specializzata nel monitoraggio dell’attività iraniana nel cyberspazio) ha pubblicato lo scorso 13 dicembre un rapporto che documenta gli sforzi di un gruppo iraniano (chiamato Charming Kitten), per lanciare un attacco di phishing contro le maggiori infrastrutture finanziare degli Stati Uniti.

Gruppi come Charming Kitten stanno prendendo di mira tali obiettivi a causa delle sanzioni statunitensi e della recente espulsione dell’Iran da SWIFT, l’organizzazione con sede a Bruxelles che facilita le transazioni finanziarie globali. È quindi probabile che nel prossimo futuro gli attacchi informatici iraniani di livello “inferiore” (diretti nei confronti di singoli soggetti, aziende ed organizzazioni private) aumentino.

L’Iran sta applicando quindi la stessa strategia anche nel cyberspazio. Queste azioni sono utili per pianificare attacchi off-the-shelf, e se (forse, più appropriatamente, quando) vengono rilevati, servono anche a dimostrare che gli iraniani possono condurre attacchi informatici contro sistemi cruciali in qualsiasi momento, soprattutto quando i suoi interessi risultino in pericolo.

Così come il regime iraniano usa spesso milizie armate per svolgere il lavoro sporco, allo stesso modo crea, addestra, supporta ed incoraggia gruppi di hacker solo indirettamente riconducibili al regime. Tale sostegno si riflette ad esempio nelle campagne di Hamas ed Hezbollah contro i militari israeliani. L’utilizzo di proxy consente agli iraniani di esercitare pressioni sui rivali regionali e globali, mascherandone il coinvolgimento.

L’Iran ha migliorato rapidamente nell’ultimo anno le sue capacità in ambito cyber e con tutta probabilità miglioreranno ancora nel corso del 2019. Sarà importante non sottovalutare queste capacità.

Articolo originariamente pubblicato da “Global Committe for the Rule of Law Marco Pannella”

Il ritiro degli Usa dalla Siria: i vantaggi per l’Iran

Il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria ha provocato una serie di reazioni, dal punto di vista diplomatico e militare. Da parte di Teheran questa azione politica decisa da Trump può diventare l’occasione di rafforzare in maniera permanente la propria posizione a Damasco.

Il ritiro degli Usa dalla Siria: i vantaggi per l’Iran - Geopolitica.info

Lo scenario
“Detto (spesso in campagna elettorale), fatto”. Il ritiro dalla Siria voluto da Trump altro non è che la conseguenza di quanto ripetuto in maniera martellante durante il periodo precedente alla sua elezione. L’idea di disimpegnarsi dal Medio Oriente, per concentrare le risorse sul rilancio dell’economia americana, è stata a più riprese ribadita dal tycoon in campagna elettorale, e sottolineata anche nel momento in cui gli Usa sembravano tornati ad impegnarsi direttamente in Siria. Dopo il lancio di missili da crociera Tomahwk dello scorso aprile, a seguito del presunto attacco chimico da parte di Assad, infatti, la portavoce di Trump smentì immediatamente la dichiarazione del presidente francese Macron, che in diretta Tv si vantava di aver convinto il tycoon a rimanere in Siria. Una secca smentita che evidenziava come il piano di disimpegno siriano era sul tavolo della presidenza da lungo tempo, e che sarebbe stato portato a termine.
Durante la visita a sorpresa ai militari Usa di stanza in Iraq effettuata durante le feste natalizie, Trump ha dichiarato che gli “Usa non saranno più il gendarme del mondo”. Il Medio Oriente, e in particolare la Siria, saranno quindi ancora di più terreno di scontro tra attori locali e potenze regionali, in un turbinio di alleanze liquide pronte a sfaldarsi e ricomporsi nel giro di pochi mesi.

Il punto di vista iraniano
Sul ritiro delle forze Usa nessun membro di spicco dell’Iran ha rilasciato dichiarazioni precise: si continua a ribadire, come negli ultimi anni, che la presenza delle forze militari statunitensi è illegittima, in quando non richiesta da Assad, e quindi da considerarsi come un’aggressione nei confronti di uno stato sovrano.
E’ evidente, però, che il ritiro degli Usa non possa essere visto negativamente da Teheran, che si libera della presenza di un nemico all’interno di uno stato cardine nel sistema di alleanze che l’Iran ha delineato alle sue porte.
Non a caso, negli ultimi giorni, una delegazione del ministero degli esteri iraniano ha effettuato diverse visite a Damasco, coordinate a incontri di altissimo livello con funzionari siriani e con lo stesso Assad. Uno dei primi obiettivi è dar vita al Comitato Costituzionale siriano, che prosegue e rende effettivo il “Congresso di Dialogo Nazionale Siriano” tenutosi a Sochi nel gennaio 2018, su iniziativa russa.
Si pensa già alla Siria post-conflitto: uno stato che deve essere ricostruito, non solo fisicamente, ma anche politicamente, per evitare una disgregazione territoriale che per Teheran rappresenterebbe una sconfitta.

I curdi
Il ritiro delle forze americane dal nord della Siria può rappresentare un vantaggio per l’Iran, per ricalibrare il rapporto con i curdi siriani. Su quest’ultimi Teheran non ha mai avuto una posizione univoca: c’è sempre stato, da parte delle istituzioni iraniane, il timore per la forte dipendenza dei curdi da Washington, oltre che per la richiesta di autonomia e indipendenza da Damasco. Il processo di indipendenza del Rojava ha spaventato l’Iran, soprattutto per le possibili conseguenze che questo potrebbe avere sui curdi iraniani, nella provincia di Sanandaj.
Dall’altra parte ora i curdi del Rojava hanno bisogno di riempire il vuoto di protezione lasciato dalle forze americane: in questa ottica va analizzata la richiesta di aiuto giunta a Damasco negli scorsi giorni. Il 27 novembre l’esercito siriano ha inviato un contingente di uomini a Manbij, città controllata precedentemente dai curdi, situata a pochi chilometri dal confine turco. Un accordo che soddisfa entrambe le parti: da una parte i curdi, traditi dall’alleato americano e sottoposti alla pressione di una potenziale invasione turca dal nord, godono di una nuova protezione; dall’altra Damasco pone nuovamente il controllo sui territori del nord, ricchi di giacimenti petroliferi.
Un accordo che, inoltre, soddisfa pienamente l’Iran: viene non solo scampato il pericolo, al momento, di una disgregazione siriana, ma soprattutto viene arginata la presenza e il ruolo della Turchia nel nord della Siria, fattore che non è mai stato accettato a pieno da Teheran.

Il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria, inoltre, è un chiaro segno che Trump manda ai suoi alleati regionali, Israele e Arabia Saudita: per quanto rimangano i pilastri degli Usa in Medio Oriente, il futuro equilibrio dell’area deve essere gestito in primis dagli attori locali, senza contare su un copioso sostegno statunitense. Trump, così come Obama prima, non ha intenzione di rimanere impantanato a lungo in territori non più redditizi, e non considerati strategicamente importanti.  L’asse anti iraniano, progettato da Trump, deve camminare con gambe proprie.

In conclusione il ritiro degli Usa, e il conseguente e più sicuro mantenimento del potere da parte di Assad, rinforza il sistema di alleanze che l’Iran ha predisposto nella regione: salvaguarda le posizioni conquistate dalle milizie sciite controllate da Teheran nella guerra civile siriana, contribuisce a difendere il corridoio terrestre che con Siria e Iraq delinea la cosiddetta mezzaluna sciita.
La ricostruzione della Siria, il prossimo assetto politico del paese e il sistema di alleanze che si cristallizzerà a guida di questo processo, saranno i punti cardine del futuro equilibrio di potere all’interno del Medio Oriente.

Lo stato di salute dell’Iran tra sanzioni e dissidi interni

In una fase di transizione storico-politica destinata a mutare nuovamente gli equilibri regionali del Medioriente, l’Iran si trova attualmente in una situazione di incertezza e precarietà dettata sia dai dissidi interni sia dalle altalenanti relazioni con gli attori internazionali.

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Lungi dall’aver concretizzato le ambizioni di un revival sciita, nei prossimi tempi il policymaking di Teheran dovrà districarsi su vari fronti problematici che determineranno il futuro dell’attuale leadership e la gradazione egemonica iraniana nell’arena internazionale. Dal JPCOA ai rapporti con Stati Uniti e Unione Europea, dalle sommosse popolari alle discordie tra Rouhani e l’establishment religioso, sono innumerevoli i fattori che diranno se l’Iran saprà indirizzare il proprio futuro o se invece subirà passivamente il peso degli eventi attuali.

La costruzione e l’implementazione del cosiddetto arco sciita ha subito negli ultimi tempi una brusca frenata, costringendo l’Iran a rivedere i propri obiettivi strategici nella regione. In un quindicennio, infatti, la potenza persiana era stata in grado di sfruttare gli eventi perturbanti del Medio Oriente per rafforzare la propria posizione laddove storicamente già presente e per estendere la propria sfera di influenza sino ad essere (ri)considerata un attore egemone, tanto dal punto di vista militare quanto dal punto di vista di un rinnovato soft power.

Sebbene le basi ideologiche di questo impeto espansionistico risalgano alla Rivoluzione islamica del 1979, si ha avuto un primo segnale con l’intervento americano in Afghanistan nel 2001 che, esautorando dal potere i talebani sunniti, ha creato condizioni favorevoli per la penetrazione iraniana. Allo stesso modo, e forse ancor più determinatamente, la caduta di Saddam nel 2003 e il ritorno ai vertici della maggioranza sciita hanno ribaltato la percezione dell’Iraq da costante minaccia per la sicurezza ad accondiscendente interlocutore. In tempi più recenti, la crescente forza di Hezbollah ha giocato un ruolo estremante utile all’Iran per assicurare una decisa presenza in Libano. Infine, i successi nel conflitto siriano ottenuti dalla coalizione con Russia e Turchia sembravano aver avvicinato la Repubblica islamica a chiudere il cerchio del proprio percorso revanscista, a scapito dei rivali sauditi. Proprio questo sentore di un Iran in forte ascesa ha accresciuto nel tempo le preoccupazioni di Stati Uniti (e Arabia Saudita), i quali valutano la presenza di un aggressivo egemone mediorientale come un elemento inficiante per il loro sistema di check and balances.

Il Nuclear Deal ed il fresco rinnovo delle sanzioni americane rappresentano due approcci alla questione iraniana che in alcune istanze ambiscono, seppur con strumenti differenti, ad obbiettivi molto simili. L’accordo sul nucleare (JCPOA) è figlio di un’azione multilaterale e collettiva portata avanti dai “5+1” sulla scia delle sanzioni decise dall’ONU tra il 2003 (anno del primo dossier sul nucleare iraniano) e il 2016, le quali richiamavano tutta la comunità internazionale alla necessità di limitare tale minaccia atomica. Se dal punto di vista diplomatico ha goduto di un certo spolvero di successo, nella produzione di conseguenze concrete si è rivelato soprattutto un accordo di compromesso lontano dai reali obbiettivi originari. In aggiunta a questa debolezza di fondo, dal punto di vista americano il Nuclear Deal si è dimostrato un espediente fragile e limitativo perché non ha tenuto conto di due fattori in ascesa, ma ancora poco decifrabili nel 2015: il livello di know-how del programma balistico e l’aumento dell’influenza iraniani nella regione.

Le sanzioni da poco rinnovate dall’amministrazione Trump riservano un’ostilità maggiore e lasciano trasparire una pianificazione volta a stringere l’Iran in una morsa politico-economica. È facile notare che nel lasso di tempo esente da sanzioni la cospicua produzione di idrocarburi dell’Iran sia ripartita a gonfie vele, toccando picchi di aumento vicini al 60% e spingendo il PIL ad una crescita del 13%. Il rovescio della medaglia, però, mostra che gli effetti della prima tornata di sanzioni hanno ridotto la disponibilità monetaria nelle mani di Teheran, costringendo il governo a tagliare i tradizionali sussidi pubblici in un periodo in cui il prezzo dei beni di prima necessità è più che duplicato. Tenendo conto della consistente capacità produttiva e di esportazione dell’Iran e, al fine di evitare un insostenibile apprezzamento del greggio sul mercato, gli Stati Uniti hanno concesso ulteriori sei mesi di tempo ai nove maggiori importatori di petrolio iraniano, prima di tagliare definitivamente i ponti. I meccanismi per farlo vanno da una riduzione delle facilities logistiche ad un’impalcatura proto-normativa tesa a minimizzare i rapporti finanziari da e verso il Paese. Questa politica ambigua lascia trasparire l’idea che l’agenda statunitense non sia rivolta tanto a riaccompagnare l’Iran verso un improbabile tavolo delle trattative, quanto piuttosto ad obbiettivi politico-strategici di tutt’altro spessore. Infatti, l’esasperazione a certi livelli della pressione sull’economia iraniana sta aumentando i dissidi interni, un fattore che, se dovesse raggiungere dimensioni maggiori, giocherebbe tutto a favore di un obiettivo mai troppo celato degli Stati Uniti: il regime change.

Il quadro interno rimane inevitabilmente legato all’impetuosa politica estera statunitense. Nonostante le ultime indagini dell’AIEA sembrassero confermare l’adempimento degli obblighi di non proliferazione, il regime iraniano ha recentemente lasciato intendere di poter riprendere il proprio programma nucleare. Gli osservatori considerano però questa mossa come una semplice volontà di placare la coercizione americana e di spingere i paesi europei a tenere aperti i flussi economici e commerciali, vitali per evitare un’ancor più drastica fase di regressione.

Occorre ricordare che la retorica iraniana è sovente caratterizzata da una retorica bidirezionale: da un lato queste minacce appaiono in maggior misura volte a rasserenare le anime più oltranziste dell’establishment e dall’altro sembrano mirate ad intimidire la comunità internazionale fronte all’ipotesi di un totale fallimento dell’accordo. Sebbene il discorso di regime tenti di placare i numerosi movimenti di protesta e sebbene una certa avversità al regime sia da sempre caratterizzante della società iraniana, i dissidi interni si sono intensificati nell’ultimo anno. Anche la classe media rappresentata dai bazar, storicamente un ago della bilancia negli equilibri sociopolitici e nella gestione dell’economia, ha reso noto il proprio malcontento. Questa volta incombe l’ombra di una loro manipolazione “dall’alto” sospinta da alcuni rappresentanti delle élites che valutano negativamente le politiche di Rouhani e che temono un’inversione di tendenza sfavorevole a quei “businessmen” che, negli anni delle sanzioni, avevano agito liberamente nel campo dell’economia sommersa. Ciò che emerge significativamente sono le lotte elitarie intestine al potere, che rischierebbero di marginalizzare le azioni più moderate di Rouhani.

Un dibattito politico in questo senso può certamente mettere in crisi i meccanismi informali che muovono le redini della Repubblica islamica, come dimostrato dalle discordie riguardo la modifica delle norme di antiriciclaggio, per le quali è stato necessario l’intervento dell’ayatollah Khamenei e l’intercessione dell’ultraconservatore Ahmad Jannati. Altra prova dell’erosione del potere di Rouhani è stato la poco trasparente procedura di impeachment contro due suoi ministri. Pertanto, è scarsamente plausibile che l’attuale governo, imbrigliato dalle sanzioni statunitensi e dalle tensioni interne, riesca a portare avanti la stessa agenda rifomista che ne aveva decretato il successo alle scorse elezioni. All’opposto, rimane ragionevolmente certo che, qualsiasi forza politica sorgerà nel prossimo futuro, l’Iran rimarrà saldamente aggrappato alla questione siriana sia sul campo militare sia sul campo negoziale come nel caso del summit di Teheran con Russia e Turchia. Forte del prestigio derivante dai risultati ottenuti al fianco di questa alleanza, l’Iran rimarrà certamente fedele alla tendenza dell’ultimo periodo di ribadire la propria centralità (o egemonia) nella regione.

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Dall’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno iniziato un processo di disimpegno dal Medio Oriente, che il nuovo presidente Trump ha, nella redazione della National Strategy Security, dichiarato di voler perseguire. In questo capitolo verranno sottolineate le analogie e le differenze tra le due amministrazioni nell’approccio alla regione, in special modo nel rapporto con i due attori principali: l’Iran e l’Arabia Saudita. In seguito verranno analizzati i diversi fattori che costituiscono potenzialità e criticità dei due paesi, che contribuiscono a delineare le possibili traiettorie future di un conflitto perenne per l’egemonia del Medio Oriente e del mondo islamico. -> LEGGI IL PAPER

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump - Geopolitica.info
Iran and Zarathustra

Understanding Iran is stimulating and frustrating at the same time. It is a tiring work of interpretation far beyond the usual historical and sociological models of the West. The Iranians do not think like us, neither like their Arab cousins. Their cognitive framework of reference shapes at the same time their sense of justice and their sense of history. For an Iranian, the philosophy of his own history is much more important than most of the Shia precepts that marks their daily life.That is a first sign of deep rift between Iran and the West: Europeans and Americans have become people without history and, worst of all, people that have lost the sense of their own history.

Iran and Zarathustra - Geopolitica.info Photo credit: D-Stanley on Visual Hunt / CC BY

The latter is an essential point to understand the paradigm of reference for the Iranian foreign policy. The Ayatollah’s regime must be studied as a nutshell covered by different layers that can be opaque for the foreigner, but indeed quite clear to the old man as to the young student of Teheran. Paul Kiwaczeck, in his book In Search of Zarathustra, says that, from different points of view, in Iran Islam is nothing but a veil, an accumulation that was layered and build over something more olden. For thousands of years before the Muhammad’s Revelation, Persian religion was the Zoroastrianism, a monotheistic belief that left indelible marks in the folds of collective consciousness.

As Kiwaczeck writes: “Islam in the Iranian world it is like the simple chador of a woman, worn over refined clothes, a veil that covers, hide or embody most of the preIslamic traditional Zoroastrianism”. Indeed, this ancient cultural tradition was not relegated under the jahiliyya – the state of ignorance before the Revelation of the Prophet – as happened in the Sunni sphere, yet it survived as the plaster under the paint. If you show interest, an average Iranian can tell you how most of the nomadic tribes of the Iron Age used to speak a proto-Iranian dialect; how many cities and commercial center of Central-Asia used the Indo-Iranian languages and the incredible legends behind the Cimmerians, Scythians and Sarmatians. He will explain with pride that many nomadic Persians were recruited in the II century A.D. to defend Roman Britannia thanks to their military skills and that they reached modern Spain, France and North Africa. He will underline that in the Caucasus the Ossetians speak an Iranian language, as in Pamir and Chinese Turkmenistan where the population speak the saka dialect (Khotanese).

Nevertheless, how these historical reminiscences can help to understand contemporary Iran? Simply by keeping in mind the idea that history is the filter with which Iran converse with himself and the rest of the world: history is the corner stone on which lays their imperial dream over the Persian Gulf and the Shia population in the Middle East. Iran looks at the world not with the eyes of Islam – the shallow veil – but with the feelings of Zoroastrianism: the duality of good and evil that appears in the circular motion of history as the Alexander’s colonization – the barbarian that destroyed the sacred book of Avesta and married a Persian girl – as the British coup against Mohammed Mossadeq, or as the American occupation of Iraq and Afghanistan.

The weight of these events, perceived as a usurpation, pushed Iran to hide himself under the chador, behind the doors of the Revolution, or any other “wall” that can protect themselves from the foreign interferences – real or presumed. That is the same Shia society that practices the taqiyya, the dissimulation to protect the faith. Dissimulation is the key word to approach the Persians. And it doesn’t matter if we are dealing with an engineering student, an imam or an Iranian diplomat sent to discuss the nuclear issue. That is the same.

According to Robert Baer, the distinction between Iranian and Muslim is deeper than anyone can think. A citizen of the Islamic Republic of Iran is Iranian and Muslim, and he will never stop to point it up. Indeed, that is a very particular demeanor inside Islam where many Muslims – including westerner – consider their religious identity as preeminent over the national one, if not their only identity. Pointing up their Persian ethnicity – so the set of the cultural traditions that came before Islam – is common not only to the average people in the street but also to the leadership. The continuous call to the destruction of Israel made by the former President Ahmadinejad is a clear example of the Zoroastrian rhetoric: Shia Islam is the pure good free of contamination, while Israel as a Zionist State is the evil. It is nothing but the fusion between an apocalyptic vision of Islam and the old Zoroastrian belief in the struggle among light and shadow. In his The Mantle of the Prophet, Mottahedeh says that it is possible that Satan’s figure, barely present in the Old Testament, became important inside Hebraism only after the Babylonian captivity of the VI century B.C. When the Jews fell under the influence of the Persian traditions, they incorporated the dualism between good and evil, making the first ontologically superior to the second.

With such a complex vision of the world – integrating Zoroastrian traditions and Shia precepts and dissimulation – it is easily understandable why for the West is so difficult to catch up with Iran. Nevertheless, the Iranians have enough realist mindset to know that history can be a source of inspiration yet not a totally reliable compass. Keeping this in mind, and putting Iran in his context, is it possible to read their foreign policy with less ideological lenses, lowering the risk of thinking to the conflict with Teheran as a necessity and not a choice.