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Yemen: una guerra che non può più essere ignorata

Da oltre quattro anni in Yemen si consuma una tra le più gravi crisi umanitarie degli anni duemila: una guerra ignorata ma destinata ad attirare in misura crescente l’attenzione della comunità internazionale.

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata - Geopolitica.info

È il 19 marzo 2015 quando la guerra civile irrompe in Yemen, preannunciando l’inizio di una delle catastrofi umanitarie peggiori del nuovo millennio. Un conflitto tanto cruento quanto ignorato, relegato a una posizione di estrema marginalità a livello mediatico. Certamente non sorprende che le vicende dello Stato più povero del Medio Oriente abbiano sempre trovato poco spazio nei libri di storia occidentali. Quello che stupisce è il fatto che nonostante gli occhi della comunità internazionale siano puntati sull’escalation della tensione nel Golfo Persico, il suo sguardo continui a rimanere inerte dinanzi alla crisi umanitaria che si consuma appena più ad ovest, nella penisola arabica. Sconvolge il fatto che neppure lo scoppio della più grave epidemia di colera documentata in epoca moderna abbia permesso allo Yemen di venire alla ribalta.

Quella che devasta lo Yemen è senza dubbio una guerra ignorata, ma non necessariamente destinata a rimanere tale in futuro. In primis per l’importanza geopolitica del Paese, che occupa un’intera sponda dello stretto di Bab el-Mandeb, dal quale transita l’8% delle forniture mondiali di petrolio. In secondo luogo, per la forte presenza di al-Qaeda e dell’Isis all’interno della penisola, che giustifica i continui interventi aerei e gli attacchi con i droni statunitensi. E infine per il ruolo che il conflitto in Yemen ricopre nella “guerra fredda” mediorientale, rappresentando una delle principali valvole di sfogo delle tensioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

Comprendere cosa stia accadendo a Sana’a significa andare oltre le ostilità tra il governo legittimo di Abdrabbuh Mansur Hadi e i ribelli Houthi. Significa fare chiarezza su un conflitto decisivo per l’equilibrio geopolitico mediorientale, ma soprattutto per l’attuale e futura stabilità della penisola arabica.

Cosa sta accadendo in Yemen?
Tra antiche rivalità tribali, divisioni regionali e intolleranze religiose, la guerra in Yemen dipinge uno scenario bellico complesso e difficile da raccontare. Un conflitto troppo ampio per rimanere ancorato all’immagine di una mera guerra civile. Per questa ragione, uno dei modi più efficaci di ricostruire le vicende belliche è l’analisi degli interessi che muovono i singoli belligeranti.

Il primo attore da prendere in considerazione è il movimento “Ansar Allah”, meglio noto come Houthi. Presenti in Yemen sin dagli anni ’90, gli Houthi rappresentano un’entità eterogenea capace di raggruppare sotto un’unica bandiera interessi estremamente diversi tra loro. Pur nascendo come movimento della Gioventù Credente, gli Houthi sono ormai molto più di un gruppo di seguaci dello zaidismo – una corrente della religione sciita diffusa esclusivamente in Yemen – intenzionati ad arginare la minaccia salafita (sunnita). Come dimostra la presenza di un nutrito gruppo di sunniti tra le file dei suoi combattenti, il movimento Ansar Allah è soprattutto un’organizzazione politica e paramilitare, insorta con l’obiettivo di assicurare al Paese un governo meno corrotto.

Il casus belli dell’attuale guerra civile è proprio l’insurrezione degli Houthi, che il 21 settembre 2014 hanno occupato la capitale Sana’a costringendo il Presidente della Repubblica Abdrabbuh Mansur Hadi a rifugiarsi ad Aden, seconda città più importante dello Stato.

Adottando una visione semplicistica, la guerra in Yemen potrebbe essere ricondotta allo scontro tra questi due importanti attori, i ribelli Houthi e il governo legittimo, ma per comprendere appieno la situazione attuale occorre ribadire il ruolo di altri soggetti rilevanti.

Non è un caso che la comunità internazionale riconosca come data di inizio del conflitto quella del lancio dell’operazione Decisive Storm, un intervento militare condotto da una coalizione di Paesi arabi in risposta alla richiesta d’aiuto del Presidente Hadi nel marzo 2015. Questa evidenza consente di capire come la guerra civile yemenita abbia immediatamente assunto dimensioni transnazionali, trascendendo i confini dello Stato e mettendo in campo interessi ben diversi da quelli degli Houthi e del governo di Hadi.

In primo luogo, l’intervento dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – con l’unica eccezione dell’Oman, vicino pacifico dello Yemen – ha luogo per soddisfare alcuni precisi interessi dell’Arabia Saudita. Questa non interviene semplicemente in qualità di Paese limitrofo, intenzionato a mantenere stabili i propri confini meridionali. Il Regno di Salman si schiera in prima linea per bloccare l’insorgenza di un attore così ideologicamente vicino all’Iran come gli Houthi. Il supporto evidente di Teheran al movimento zaidita, attraverso la vendita di armi e tecnologie militari, viene interpretato dai sauditi come un tentativo minare il loro ascendente sulla penisola arabica, da sempre considerata come parte della loro esclusiva sfera di influenza.

In questo senso, spesso, la guerra civile dello Yemen diviene un pretesto per giustificare l’escalation della tensione tra le due grandi nemesi del quadrante geopolitico mediorientale: la monarchia sunnita di Riad e la repubblica sciita di Teheran.

Dalla prospettiva saudita, l’intervento della coalizione araba in Yemen è strettamente legato anche alle ambizioni personali del Ministro della Difesa del Regno. La partecipazione attiva alla guerra civile yemenita è infatti la più importante tra le politiche che hanno consentito a Muhammad bin Salman di scalare la gerarchia reale e superare il cugino Muhammad bin Nayef nella linea di successione, divenendo così legittimo erede al trono della monarchia saudita.

Se per Riad l’insorgenza degli Houthi in Yemen costituisce al contempo una minaccia e una grande opportunità, per Teheran rappresenta un ottimo diversivo. L’Iran continua a mantenere un profilo basso. Pur essendo evidente il supporto che la Repubblica di Hassan Rouhani fornisce ai ribelli zaiditi, l’endorsement iraniano rimane implicito per almeno due ragioni. Innanzitutto, per l’eccessiva instabilità dello Yemen che richiederebbe degli sforzi eccessivi per assicurare un intervento realmente efficace. In secondo luogo, perché gli interessi dell’Iran nella regione sono comunque molto limitati. Lo Yemen non è una priorità di Teheran, come lo sono invece la Siria, il Libano e l’Iraq, ma resta un buon diversivo per tenere impegnata su più fronti la nemesi saudita.

Al di là dello scontro tra gli Houthi e il governo legittimo, e della proxy war tra l’Arabia Saudita e l’Iran, un ultimo fronte – ma non per importanza – è quello aperto dalle rivendicazioni del movimento indipendentista al-Janub al-Hurr, che rivelano con chiarezza la fragilità di uno Stato di recente formazione come lo Yemen. Affermatosi come entità statale indipendente nel 1990, la repubblica yemenita rappresenta il risultato di un lungo processo di unificazione tra due Stati, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud, da molti considerato come la mera annessione del secondo da parte del primo.
In quest’ottica l’obiettivo del movimento indipendentista è quello di assicurare la secessione della Repubblica dello Yemen del Sud, riportando lo Stato ai confini preunitari. L’organizzazione secessionista sfrutta l’attuale debolezza del governo per perseguire il proprio obiettivo e i finanziamenti che riceve dagli Emirati Arabi Uniti non possono che complicare la situazione.

Quella in Yemen è dunque una guerra combattuta da più parti, tutti contro tutti, per soddisfare interessi assolutamente antitetici tra loro. Come ogni conflitto contemporaneo, non è solo difficile da raccontare ma soprattutto da risolvere, specialmente in un momento in cui l’escalation delle tensioni nel Golfo Persico rischia di peggiorare la situazione. L’unica certezza risiede nella necessità di porre fine alla crisi umanitaria che devasta il Paese da oltre quattro anni. Una catastrofe che secondo l’UNDP potrebbe contare 233.000 vittime entro la fine del 2019: cifra che per il 60% sarebbe composta esclusivamente da bambini al di sotto dei 5 anni d’età.

Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, un importante attacco combinato con droni e cruise ha colpito, in territorio saudita, due importanti asset per l’industria petrolifera della compagnia nazionale Saudi Aramco.

Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità - Geopolitica.info

L’evento

Per la precisione, i due obiettivi dell’attacco sono stati il giacimento di Hijra Khurais, il secondo del paese, e l’impianto di Abqaiq, infrastruttura fondamentale per Riad, dove vengono lavorati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione.
Subito è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte degli Houthi, i ribelli sciiti vicini all’Iran che nello Yemen combattono una guerra per procura contro l’Arabia Saudita. Con una dichiarazione del portavoce dei ribelli, gli Houthi hanno rivendicato l’attacco, anche nei giorni successivi, attribuendone la ratio ad una strategia difensiva in risposta agli strike sauditi nello Yemen.

In realtà, sin dalle ore successive all’attacco, la maggior parte degli analisti e osservatori internazionali ha  espresso diverse perplessità sull’attendibilità della rivendicazione degli Houthi: un’operazione militare di questa portata sarebbe infatti fuori dalla capacità operativa dei ribelli yemeniti.

Si è andato via via affermando, quindi, l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dell’Iran nell’attacco contro gli impianti sauditi, nonostante i principali esponenti di Teheran abbiano negato sin dal primo momento questa eventualità.

Il pregresso

I mesi precedenti all’attacco si erano caratterizzati da una serie di alti e bassi tra l’Iran e gli Stati Uniti: ad un punto di scontro molto alto, avvenuto con il sequestro della petroliera britannica nel Golfo Persico il 19 luglio, che aveva comportato il reale rischio di un attacco militare convenzionale contro l’Iran, si era passati nelle scorse settimane ad un ammorbidimento dei toni da ambo i lati. Un tentativo diplomatico di mediare tale che alcune fonti riportavano imminente (anche se smentito dalle parti in causa) un incontro tra Rouhani e Trump, che sarebbe potuto avvenire a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU prevista nei prossimi giorni.

Dopo l’attacco

Sin da subito alti funzionari americani hanno lasciato trapelare il dubbio relativo ai mezzi usarti nell’attacco: le prime informazioni dai media arabi parlavano, infatti, di uno strike degli Houthi tramite l’utilizzo di droni, mentre da Washington si è chiarito come l’attacco si fosse svolto tramite l’utilizzo anche di cruise.
Per la precisione 18 droni contro l’impianto di Abqaiq, e 7 cruise, di cui 4 che hanno raggiunto l’obiettivo a Khurais.

Anche la base di partenza dell’attacco, secondo l’intelligence statunitense, sarebbe stata utile a smentire l’ipotesi Houthi, in quanto inquadrata in un’area a nord dell’Arabia Saudita: Iran o Iraq, quindi, con il secondo paese immediatamente tirato fuori dal tavolo delle opzioni direttamente da Mike Pompeo in una dichiarazione pubblica.
Nonostante la convinzione del coinvolgimento iraniano, le prime dichiarazioni di Trump sono state attendiste, e hanno rimandato la decisione sul da farsi all’alleato saudita. Da Riad, tramite una conferenza stampa a seguito di una prima inchiesta, diversi funzionari hanno mostrato alcuni resti di missili coinvolti nell’attacco, e hanno parlato di un “attacco sponsorizzato dall’Iran”, senza accusare direttamente Teheran.
Dall’Iran hanno continuato a smentire, e il ministro degli esteri Zarif ha accusato il cosiddetto “B-Team” (Israele, Arabia Saudita ed Emirati) di voler trascinare Trump in una guerra contro l’Iran per i loro interessi. Ha inoltre dichiarato, riprendendo l’esempio dello Yemen, che un conflitto diretto contro Teheran sarebbe una follia, con la Repubblica Islamica pronta a combattere una “guerra totale” contro i suoi nemici.

Gli scenari

La linea di Washington in politica estera, dopo l’allontanamento di Bolton, sembra essere sempre più una “linea Trump”: nessuna volontà di andare a uno scontro diretto, e di impegnarsi militarmente in uno scenario instabile come quello mediorientale.
Delle risposte ci saranno, questo sembra inevitabile, ma saranno su un piano indiretto: un inasprimento delle sanzioni economiche (già annunciato dall’inquilino della Casa Bianca su Twitter), e probabilmente saranno colpiti asset strategici iraniani in Libano o in Iraq.
La capacità di proiezione iraniana nella regione, tramite il proprio sistema missilistico e l’uso di milizie dislocate nei vari paesi, non è sottovalutata dalle parti di Washington, consapevole che un conflitto aperto con l’Iran sarebbe tutt’altro che semplice e avrebbe ripercussioni nell’intera area mediorientale. Difficile credere che, in vista delle prossime elezioni presidenziali, Trump avalli una decisione così drastica: più probabile una riposta simbolica, come quella vista nell’aprile del 2018 con il lancio di cruise in Siria, dopo i presunti attacchi chimici perpetrati dall’esercito siriano.
Anche l’Arabia Saudita, al momento, non sembra intenzionata ad entrare in un conflitto diretto con Teheran, che non solo potrebbe essere inconveniente per la nuova immagine che MBS vuole fornire a Riad, ma sarebbe soprattutto disastroso dal punto di vista militare, come dimostrano le tante guerre per procura a bassa intensità che i due paesi già combattono nella regione.
C’è motivo di credere, quindi, che l’episodio delle raffinerie non sia ancora decisivo per innescare una guerra totale in Medio Oriente, ma vada interpretato nell’insieme delle azioni che gli attori regionali compiono per salvaguardare i propri interessi e per accrescere la propria posizione di forza nella gerarchia dell’area. L’episodio, inoltre, va inserito in una partita che supera i confini della regione mediorientale, dove i nuovi Stati Uniti di Trump non hanno intenzione di assumere il ruolo di gendarme, ma quello di superpotenza che bada ai propri interessi reali.

Il petrolio nello scontro tra Teheran e Riad

Il recente attacco sferrato (presumibilmente) sotto la regia dell’Iran al cuore petrolifero dell’Arabia Saudita s’inserisce nella crescente scia di tensioni che interessano l’intera regione del Golfo Persico e che seguono alla strategia della “massima pressione” avviata dal presidente Donald Trump contro Teheran. Con (imprevedibili) effetti sulle dinamiche petrolifere ed energetiche mondiali.

Il petrolio nello scontro tra Teheran e Riad - Geopolitica.info (ap)

Nonostante regni ancora parecchia incertezza su quanto avvenuto sabato 14 settembre, in termini di reale entità dei danni e quanto ai responsabili, certo è che un attacco combinato, effettuato da droni e missili cruise, ha messo in ginocchio la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita, un paese che, nonostante i recenti tentativi del principe ereditario Mohammed Bin Salman di diversificare l’economia di Riad, fa perno sulla vendita del petrolio per “mantenere in vita” lo stato sociale.

Un attacco al cuore della produzione saudita
I centri petroliferi di Abqaiq e Khurais non sono due obiettivi scelti a caso dai ribelli yemeniti Houthi o da eventuali altri responsabili. Si tratta, infatti, del cuore pulsante della produzione petrolifera saudita e mondiale. Se quello di Khurais è il secondo giacimento del paese con 1,5 milioni di barili al giorno (mbg) di capacità, l’impianto di Abqaiq, situato nella Provincia Orientale, è il centro nevralgico della politica energetica saudita, l’impianto dove viene effettuato il trattamento di quasi la metà del greggio estratto nel paese. Difficile calcolare con precisione l’entità dei danni, che sembrano però essere di gran lunga maggiori rispetto a quanto lascia trapelare il governo saudita.

Un evento traumatico per l’industria petrolifera
L’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais rappresenta il più grande danno provocato da un singolo evento per i mercati petroliferi. Con una perdita di circa 5,7 milioni di barili al giorno, l’evento di sabato supera la rivoluzione iraniana  del 1979, che portò ad una diminuzione della produzione di 5,6 mgb, nonché l’invasione, nel 1990, del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein e la guerra, nel 1973, dello Yom Kippur tra Israele e Paesi arabi quando in entrambi i casi la produzione crollò di 4,3 milioni di barili.

Le reazioni sul mercato del petrolio
La maggiore interruzione nella storia della produzione petrolifera mondiale ha provocato un immediato e drastico aumento dei prezzi del greggio (brent) di circa il 20% rispetto alle quotazioni del giorno precedente all’attacco. Un fenomeno di tale entità non si verificava dai tempi dell’invasione irachena del Kuwait ordinata da Saddam Hussein nel 1990. Se nel breve periodo la situazione sembra essere sotto controllo (le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Energia saudita hanno riportato i prezzi del greggio a livelli molto vicini a quelli precedenti l’attacco), qualche preoccupazione potrebbe emergere qualora Riad non riuscisse a ripristinare in tempi brevi la propria produzione.

Il sostegno alla produzione mondiale di greggio
Per far fronte al calo della produzione conseguente all’attacco di sabato scorso, da un lato Riad ha attinto alle proprie riserve, che potrebbero essere però molto più limitate rispetto a quanto dichiarato ufficialmente. Dall’altro lato, Washington ha autorizzato l’impiego delle riserve strategiche americane ma ha chiarito come il ricorso allo shale oil non potrà essere una soluzione di lungo periodo dal momento che ci si aspetta a breve un incremento della domanda interna per far fronte all’inverno. Nessuna azione, per il momento, è stata intrapresa dall’Opec: sarebbe stata la stessa Arabia Saudita a frenarne l’intervento, preoccupata che altri produttori possano sottrarle quote di mercato. Al netto di ciò, però, i margini di manovra dell’Opec sarebbero alquanto ristretti, dato che solo gli Emirati Arabi e il Kuwait sarebbero in grado di aumentare la propria produzione in tempi brevi.

Lo scenario energetico
Quanto accaduto nei giorni scorsi s’inserisce in un preciso scenario globale e in uno scenario nazionale, quello di Riad, alquanto complesso. A livello globale, infatti, il calo della produzione saudita avviene in un momento in cui il mercato petrolifero si caratterizza per un surplus di offerta rispetto alla domanda, come dimostrato dal prezzo del petrolio che sino alla vigilia degli attentati si era assestato intorno ai 60 dollari al barile, ben lontano dagli 80 dollari che costituiscono il breakeven per il regno saudita. A ciò si aggiunga, come sottolineato anche dal Ministro dell’energia russo, che è possibile contare su un sistema di riserve strategiche e commerciali in grado di far fronte alla diminuita produzione saudita per il medio periodo. Nulla vieta, però, che movimenti speculativi possano portare, come ipotizzato da alcuni analisti finanziari, ad un prezzo del petrolio intorno a 100 dollari, soprattutto se Riad tardasse a ripristinare la propria produzione, un obiettivo che i sauditi confidano di raggiungere entro novembre.

Cosa succede a Riad
Più complicato è quanto sta avvenendo nel panorama energetico nazionale. Proprio recentemente, infatti, si è assistito all’avvicendamento al vertice del Ministero dell’Energia, dove Khalid al Falih è stato rimpiazzato dal principe Abdulaziz bin Salman, fratello del più giovane erede al trono, nonché alla guida di Aramco, la più importante compagnia energetica al mondo, dove è stato designato Yasir al-Rumayan, responsabile del principale fondo saudita d’investimento. Significativa la nomina di bin Salman alla guida della politica energetica del paese: la nomina di un membro della famiglia regnante è sicuramente un indice di preoccupazione per quanto sta accadendo nel paese e non solo.

La quotazione di Saudi Aramco
Quanto avvenuto nei giorni scorsi rappresenta una “minaccia” per il progetto del principe ereditario di quotare in borsa la compagnia Saudi Aramco, uno dei pilastri del programma “Vision 2020” lanciato nell’aprile 2016 e finalizzato alla diversificazione del comparto economico. È verosimile, infatti, che si assista ad un rallentamento del processo di quotazione e che difficilmente possa andare in porto nel mese di novembre. Un rischio che si materializza proprio quando i cambi ai vertici della politica energetica saudita avevano portato ad un’accelerazione del processo. Sarà infatti complicato per il principe ereditario convincere i potenziali investitori internazionali della stabilità della compagnia e della sua capacità di ripristinare la produzione in tempi brevi. Se c’è una cosa che emerge da questa vicenda, è proprio l’estrema vulnerabilità delle infrastrutture energetiche del paese, obiettivi strategici di eventuali (nuovi) attacchi terroristici.

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L’Iran nell’occhio del ciclone

Dall’8 maggio 2018 quando l’amministrazione Trump ha annunciato  l’uscita dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) stipulato nel 2015 si è progressivamente giunti ad una crisi politica ormai irrecuperabile tra Teheran e Washington, due potenze che a loro modo si considerano degli imperi.

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I falchi americani John Bolton e Mike Pompeo, appoggiati da Israele e Arabia Saudita, spingono ad un intervento manu militari degli USA contro Teheran, nel tentativo di arginarne il “revival sciita”, ma le forze politiche più filo-iraniane si oppongono, considerando la Persia un partner strategico fondamentale.

Certamente il crescente ruolo geopolitico della più grande potenza sciita al mondo è considerata un’aberrazione agli occhi dell’Isola Continente dato che il Medio Oriente, come spazio geografico e geopolitico, è una pura invenzione del marittimista americano Mahan (1900) i cui stati sono frutto più di un “capriccio anglo-americano” piuttosto che di un processo storico di lunga data. Per questo l’Iran nella visione del Deep State americano risulta essere un’anomalia proprio perché ha una storia ultra-millenaria (più di 2500 anni) con un mythomoteur consolidato (risvegliato dalla dinastia Safavide nel 1501 quando convertirono l’Antica Persia allo sciismo duodecimano) che persegue obiettivi geopolitici, indipendentemente dal regima al potere, consoni alla propria statura storica di potenza eurasiatica, la cui posizione geografica e le dimensioni ne fanno un attore centrale negli equilibri geopolitici della regione.

La naturale propensione a sentirsi accerchiati da potenziali nemici spinge la Persia a ricoprire un ruolo attivo nel Medio Oriente onde consolidare sé stessa ed evitare una nuova spartizione simile a quella anglo-russa del 1907, impattando di conseguenza direttamente contro “l’ombrello americano” nel Golfo. Il velayat-e faqih, ovvero il principio secondo il quale la massima autorità religiosa prevale su quella politica, e le ambizioni di esportare la rivoluzione islamica in tutta l’area dopo il 1979 hanno scatenato una crisi tout court all’interno della macchina burocratica americana ancora irrisolta al giorno d’oggi, viste le rapsodiche correnti all’interno sia dell’amministrazione Trump sia del Congresso americano circa le azioni da intraprendere nei confronti dell’Iran.

La difficoltà di trovare un modus vivendi con la Repubblica Islamica è sempre stata una costante dal 1979 nonostante una forte, seppur piccola, corrente politica legata alla CIA, ma soprattutto a Brzezinski, vede con favore il regime degli ayatollah al potere proprio perché la stabilità garantita dallo sciismo duodecimano fa di Teheran un garanzia nella regione a cui si potrebbe delegare la debacle afghana, in cui l’Iran ha già ricoperto un ruolo fondamentale durante l’invasione sovietica degli anni’80, quando forni un importante appoggio logistico ai “mujaheddin americani” in funzione anti-sovietica. Tale ruolo si potrebbe ripresentare oggi permettendo agli USA di contare su un rule maker regionale di prima categoria. Un eventuale asse Teheran-Washington, secondo sempre la visione geopolitica di questa corrente “filo-iraniana”, farebbe dell’Iran anche un potenziale attore geopolitico in funzione anti-russa sia dal punto di vista strategico che economico: strategico perché la vasta influenza iraniana nel Grande Medio Oriente, per motivi culturali, storici e linguistici in paesi come il Tagikistan, garantirebbe a Washington una penetrazione nel cuore dell’Eurasia (considerato da sempre pax russa e ultimamente pax russo-cinese), economico perché le grandi riserve di idrocarburi ne farebbero un partner commerciale alternativo soprattutto per l’Unione Europea , svincolandola parzialmente dal monopolio russo sull’export di gas. In base a questo schema l’accordo sul nucleare iraniano è stato considerato un atout proprio per conseguire tali scopi da tale fazione del Deep State americano. La posta in gioco con il JCPOA non era evitare che l’Impero persiano diventasse una potenza nucleare in grado di minacciare la sicurezza mondiale, come più volte ribadito dalla battage occidentale, ma dare una collocazione geopolitica al paese riconoscendone il ruolo di genius loci nella regione, non solo dagli USA ma da tutte le grandi potenze mondiale come Cina e Russia, “congelando” il presunto programma nucleare iraniano.

La corrente maggioritaria invece, legata alla potentissima lobby israeliana-sionista dell’AIPAC nonché saudita, conosciuta meglio come “la linea dei falchi americani”, principale sostenitrice dell’amministrazione Trump, considera il regime degli ayatollah il nemico da sconfiggere. Dalla caduta del regime di Pahlavi il pensiero di un Iran potente anti-israeliano e anti-saudita si è trasformato in un vero e proprio assillo specie se la revanche islamica iraniana rafforzasse la redenzione palestinese guidata da Hamas o peggio ancora la forza di Hezbollah in Libano, considerato da Tel Aviv la longa manus persiana ai suoi confini. I falchi americani temono inoltre che l’aumento del peso geopolitico del paese persiano gli permetterebbe di far leva sulle minoranze sciite molto consistenti nella penisola arabica, destabilizzando le monarchie sunnite come l’Arabia Saudita. I falchi hanno quindi sempre avuto come principale obiettivo ostracizzare l’Iran, impedendo l’ascesa di una forza pericolosa per il cosiddetto “cordone sanitario sunnita” e Israele.

Dopo l’11 settembre l’inserimento da parte dell’amministrazione Bush dell’Iran nel 2002  nell’asse del male ,nonostante il presidente Khatami avesse intrapreso una politica estera di avvicinamento all’Occidente, la guerra in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003) sono state perseguite con lo scopo di creare caos in due paesi confinanti con l’Iran mettendo i suoi limes sotto pressione nel tentativo di indurre le minoranze etniche afghane, curde, arabe e del Balucistan a ribellarsi contro Teheran, seguendo la logica del divide et impera. L’obiettivo era rompere l’asse sciita (Herat-Teheran-Damasco-Beirut), tanto temuto dai falchi, isolando il suo principale artefice ed eventualmente costringerlo a negoziare con Washington.

Tuttavia, gli errori gravi commessi dagli USA sia in Afghanistan sia in Iraq le cui guerre non hanno portato alla democratizzazione dei due paesi ma ad una settarizzazione del conflitto aprendo le “porte” ai pasdaran nel Siraq.

L’accordo sul nucleare in questo caso ha suscitato l’ira di Netanyahu siccome il JCPOA si traduceva in una legittimazione sul piano internazionale della Repubblica Islamica e di conseguenza del suo operato nella regione acuendone ancora di più il prestigio politico tra gli alleati come Hezbollah. Il leitmotiv di tale preoccupazione è il possibile avanzamento da parte delle milizie sciite nella regione di pretese politiche nei confronti di Israele e Arabia Saudita avvalendosi del ruolo politico riconosciuto all’Iran dall’accordo. Inoltre, per i falchi, il JCPOA riconosce pienamente all’Iran la facoltà di potenziare il proprio sistema missilistico, temutissimo dagli attori regionali specialmente se finisse in mano al regime di Assad o agli Huthi dello Yemen. Ecco perché il filone conservatrice ha spinto Trump ad uscire dal paventato accordo 5+1 senza prospettare nessuna possibilità per un nuovo negoziato almeno al momento.

Il problema è l’impasse creatosi negli ultimi mesi nella macchina burocratica americana dopo il ripristino delle sanzioni. Gli incidenti alle petroliere e all’abbattimento dei droni spia sopra lo stretto di Hormuz hanno fatto scattare una pericolosissima Trappola di Tucidide tra l’Iran e gli USA ( si legga anche Israele e Arabia Saudita) in cui l’onore, l’interesse e la paura rischiano di prevalere sulla diplomazia e, constatato il punto di non ritorno raggiunto, l’unica soluzione all’orizzonte sembrerebbe essere una “tempesta americana” pronta ad abbattersi sull’Iran, dalle conseguenze incalcolabili, con il rischio di trasformarsi in una Terza Guerra Mondiale ormai alle porte.

L’importanza dello Stretto di Hormuz

Le recenti tensioni internazionali hanno riportato all’attenzione l’importanza della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il Regno Unito ha proposto una forza navale a guida europea per la protezione della navigazione. Francia, Italia e Danimarca hanno dato un consenso preliminare. L’Iran respinge l’idea, mentre la Russia ha suggerito l’istituzione di un’organizzazione collettiva che si occupi della sicurezza dell’intero Golfo Persico. 

L’importanza dello Stretto di Hormuz - Geopolitica.info

 

Nel 2018 attraverso lo Stretto di Hormuz sono transitati barili per un quinto del consumo mondiale di petrolio e per un quarto del gas naturale liquefatto (LNG). Questa strettoia è un collo di bottiglia fondamentale delle rotte del commercio mondiale, uno snodo cruciale situato sulla linea di faglia del conflitto regionale tra Iran e Arabia Saudita. Hormuz è da sempre un vaso di Pandora geopolitico, oggi è tornato al centro delle preoccupazioni per via della guerra economica dichiarata dagli Stati Uniti alla Repubblica islamica, una strategia della massima pressione portata avanti a colpi di sanzioni contro l’industria petrolifera iraniana. 

 Lo Stretto di Hormuz è un tratto di mare strettissimo, ultra-militarizzato e ultra-sorvegliato. La curva a gomito che disegna questa rotta marittima è disegnata dalla baia iraniana di Bandar Abbas, circondata da isole, e dall’exclave omanita della penisola di Musandam, confinante con gli Emirati Arabi Uniti. Lungo 45 km, il passaggio misura 38 km di larghezza nel punto più stretto. Dato che le acque territoriali iraniane sono poco profonde, le navi devono seguire rotte segnate che passano tra i minuscoli isolotti omaniti di Quoin e Ras Dobbah, un passaggio ancora più stretto di quello che sembra dalle foto satellitari. Le rotte di navigazione sono due, una in ogni direzione. Ciascuna è larga due miglia, separate l’una dall’altra da un una buffer zone anch’essa larga due miglia. 

 Hormuz è tornato in primo piano dopo la decisione unilaterale di Donald Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), firmato tre anni prima da Barack Obama. Il ritiro dal JCPOA è stato il primo passo della strategia della “massima pressione” messa in atto dalla Casa Bianca, l’obiettivo è piegare l’economia iraniana e obbligare Teheran negoziare un nuovo accordo più restrittivo (per esempio sullo sviluppo dei missili balistici), o continuare con stritolare l’economia iraniana fino a provocare un cambio di regime. L’Iran ha risposto con una retorica altrettanto bellicosa e la minaccia di bloccare il corridoio marittimo. Il capo di stato maggiore iraniano, generale Mohammad Bagheri, a maggio ha dichiarato che “se il petrolio iraniano non può passare da questo stretto (riferendosi alle sanzioni), non ci passerà più neanche quello degli altri paesi”. Da allora è iniziata una serie di episodi che hanno alzato la tensione; dall’abbattimento di droni all’attacco e al sequestro di navi.  

 Hormuz ha visto la sua crisi peggiore negli anni ’80 durante il conflitto tra Iraq e Iran. Tra il 1984 e il 1988 furono distrutte o danneggiate più di cinquecento navi, in gran parte dall’Iraq. Il traffico non si interruppe mai completamente, l’Iran non voleva prendersi farsi carico di un fardello geopolitico tanto pesante e comunque non aveva mezzi sufficienti per un blocco a oltranza. Dopo quel conflitto, il Golfo Persico ritrovò la calma ma gli incidenti non sono mancati mai, la tensione ha sempre covato sotto la cenere.  

 Rispetto agli anni ’80 però il mondo del petrolio è cambiato, e quindi anche Hormuz. Gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale di greggio, davanti all’Arabia Saudita e la Russia. Oggi gli USA importano dal Medio Oriente solo il 16% del totale importato, sei anni fa era il 26% (dati EIA). Per i paesi del Golfo, i compratori più importanti ormai sono asiatici. Nel 2018 il 76% delle esportazioni di greggio transitate per Hormuz erano destinate a India, Cina, Giappone e Corea del Sud. Durante la seconda metà del Novecento Hormuz era legato allo sviluppo industriale dei paesi occidentali, oggi è un pilastro della crescita dell’Asia. Questo riporta il confronto geopolitico in un contesto più ampio, in cui lo scontro USA-Iran diventa secondario e subordinato all’esito di quello tra Stati Uniti e Cina, apparentemente concentrato sulla guerra commerciale ma che fa parte del sfida per il controllo delle rotte navali che connettono i porti del Rimland.  

 Per garantire il flusso della loro produzione in qualsiasi circostanza, gli stati del Golfo si sono procurati delle alternative al passaggio per Hormuz: l’oleodotto saudita che attraversa il regno per arrivare al porto di Yanbu sul mar Rosso, l’oleodotto emiratino che porta a Fujairah nel golfo dell’Oman e l’oleodotto iracheno che arriva fino al porto turco di Ceyhan. Anche l’Iran sta cercando di sviluppare e collegare a degli oleodotti il suo porto di Chabahar, che da direttamente sull’oceano Indiano. Tutte queste reti però sono meno efficaci di quanto si sperasse. Se tutte le vie terrestri funzionassero a pieno regime, si potrebbero esportare a 7-8 milioni di barili al giorno. Ne resterebbero comunque più di 12 milioni senza alternative al passaggio per lo Stretto di Hormuz, un vaso di Pandora geopolitico destinato a essere centrale ancora molto a lungo.  

L’accordo sul nucleare iraniano, una crisi irrisolta

Il disordine causato dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è ancora lontano dall’essere risolto. Al centro del Consiglio europeo degli Affari esteri della settimana scorsa si è parlato nuovamente della questione, ma senza arrivare a grandi risultati.

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Gli europei restano concordi sul fatto che le violazioni dell’Iran non sono abbastanza significative da mandare a monte l’accordo, ma questo non basta. Teheran è disponibile a trattare con Washington in cambio di una sospensione delle sanzioni e un rientro degli USA nel JCPOA, ma per la Casa Bianca la trattativa deve essere basata su tutt’altri presupposti.  

Di fronte all’impasse e alla bellicosa retorica dell’America e dell’Iran, Francia, Germania e Regno Unito (i cosiddetti E3) hanno chiesto nuovamente il rispetto del trattato. L’Iran, con la sua parziale violazione del JCPOA, cerca di fare pressione su E3 e Unione europea affinché a loro volta facciano pressione sugli Stati Uniti e riportino le lancette dell’orologio all’era pre-Trump. L’UE, non potendo minimamente arrivare a un risultato del genere, cerca di placare il nervosismo iraniano con la promessa di attivare uno strumento speciale – l’Instex –  per mantenere in piedi le transazioni commerciali tra UE e Iran senza che le aziende europee vengano colpite dalle sanzioni secondarie statunitensi.  

L’Instex però ha poche possibilità di funzionare davvero, sicuramente non abbastanza da soddisfare le ambizioni economiche della Repubblica islamica. Tuttavia, un recente articolo di Politico (edizione statunitense) fa pensare che in Instex possa far comodo anche alla Casa Bianca. 
Se c’è un metodo nell’ormai celebre postura (anti)diplomatica di Donald Trump, sembra essere proprio quello di strappare accordi dopo aver costretto a suon di minacce la controparte a chiedere una rinegoziazione. Come in altre occasioni, Trump ha prima colpito duro uscendo dal JCPOA dicendo che è stato un pessimo accordo negoziato da Obama (quindi chiusura totale), poi ha promesso agli americani che lui riuscirà a farne uno migliore (quindi apertura, ma con riserva). In questo senso, Instex avrebbe la funzione di tenere in vita i canali commerciali fondamentali tra UE e Iran, facendo in modo che Teheran continui a beneficiare almeno in parte di una situazione rimasta in sospeso, scongiurando così la prospettiva di una rottura totale grazie alla prospettiva di un nuovo accordo.  

Secondo le fonti anonime di Politico, alcuni funzionari statunitensi vorrebbero che Instex funzionasse, nonostante le dichiarazioni ufficiali siano di natura ben diversa e bollino Instex come uno strumento che violerebbe le regole sull’antiriciclaggio e il finanziamento al terrorismo. Tutto questo ha senso nella logica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, non sarebbe certo la prima volta che gli Stati Uniti si appoggiano alla reputazione “pacifica” dell’Unione europea per mantenere in equilibrio le controversie diplomatiche irrisolte. Da una parte si applica la “strategia della massima pressione” contro l’Iran puntando al regime change, dall’altra si consente che l’Iran abbia nei paesi europei una controparte commerciale e diplomatica che alleggerisca “la massima pressione”.  

Se questa è la strategia però, non sembra stia funzionando. Gli iraniani continuano ad annunciare passi in direzione di una violazione del JCPOA, e non sembrano molto convinti della bontà dell’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini. All’atto pratico Instex continua a risultare una scatola vuota, poco più che una targa sulla porta di alcuni uffici a Parigi. I funzionari iraniani insistono nel dire che se Instex non è in grado di facilitare le esportazioni di petrolio, non è abbastanza. Ma il petrolio iraniano è soggetto alle sanzioni statunitensi, e Instex si rivolge solo ai prodotti non sanzionati. Oltretutto, lo strumento non sta ancora funzionando neanche per quelli: ogni due o tre settimane i funzionari europei promettono l’arrivo delle prime transazioni via Instex, ma poi non si vede niente. Tuttavia, nonostante lo scetticismo, l’Iran sostiene che la sua istituzione speculare a Instex  – chiamata STFI – è già operativa e ha invitato gli esportatori iraniani a usarla.  

Emmanuel Macron è uno dei leader più coinvolto nello sforzo diplomatico di salvare il JCPOA. In una telefonata con il presidente iraniano Hassan Rouhani, ha messo in guardia dalle conseguenze che potrebbero esserci se l’Iran violasse completamente i limiti dell’arricchimento dell’uranio. Anche gli europei in qualche modo cercano di fare il gioco del bastone e della carota, ma l’unico risultato che hanno ottenuto è mettere in luce i limiti dell’azione diplomatica dell’Unione europea.  

La verità è che si tratta di uno stallo geopolitico in piena regola. 

Gli USA vogliono un nuovo accordo e chiudere il dossier, ma Trump non può permettersi di fare accordi al ribasso prima della campagna elettorale per le presidenziali 

L’Iran vuole prendere tempo senza perdere la faccia, in virtù di una malriposta speranza nella possibilità che Trump non venga rieletto. Gli oltranzisti invece sono disposti a mandare tutto a monte, togliendo di mezzo i pragmatici rappresentati da Rouhani in favore di una rinnovata svolta rivoluzionaria.  

Gli europei, dal canto loro, vorrebbero semplicemente sfruttare le opportunità commerciali dell’apertura del mercato iraniano, ma non sono disposti a farsi carico del costo economico di un’azione politica del genere. Stati gregari che si credono egemoni e indipendenti dalle decisioni prese al di là dell’Atlantico, un’illusione ben rappresentata dalla finzione che il JCPOA sia stato un grande risultato della politica estera dell’Unione europea. Se Trump ha un merito, di sicuro è quello di aver riportato molte persone alla realtà.  

 

Che succede nello stretto di Hormuz, e perché la guerra non è scontata

Gli ultimi eventi nello stretto di Hormuz fanno presagire un aumento delle tensioni internazionali. Ma Trump ha già fatto capire di essere pronto ad una trattativa con Teheran, e l’Iran ha la necessità di non chiudere a prescindere. Le ultime azioni iraniane possono essere uno strumento utile a una strategia di lungo termine, per arrivare al tavolo delle trattative in una situazione non eccessivamente sfavorevole.

Che succede nello stretto di Hormuz, e perché la guerra non è scontata - Geopolitica.info

Il 19 luglio, nello stretto di Hormuz, le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno sequestrato una petroliera britannica con 23 uomini di equipaggio, la Stena Impero della società Stena Bulk. Attualmente la petroliera è ancorata al porto iraniano di Band Abbas.
Secondo le ultime ricostruzioni, i Pasdaràn avrebbero comunicato alla petroliera una richiesta di ispezione, per ragioni di sicurezza. Al rifiuto da parte di un ufficiale britannico, che si trovava a bordo di una fregata, la Montrose, mentre pattugliava la zona, giustificato dal passaggio dell’imbarcazione in un stretto internazionale, diverse motovedette iraniane hanno circondato la petroliera, e contemporaneamente una unità dei militari iraniani si è calata a bordo della Stena da un elicottero, prendendo il controllo della nave.
Il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, ha chiesto a Teheran di interrompere il sequestro “illegale” della nave, minacciando azioni di ritorsione nei confronti dell’Iran.

Il punto di vista americano…

L’episodio si inserisce in un quadro di instabilità crescente in Medio Oriente, in particolare nell’area di Hormuz e del Golfo Persico, confine naturale che divide i due principali rivali nella regione mediorientale, l’Iran e l’Arabia Saudita. E si inserisce nello schema conflittuale tra l’amministrazione Trump e l’Iran, iniziato sin dall’insediamento dell’ultimo presidente degli Stati Uniti, come testimonia la National Strategy Security del dicembre 2017, l’uscita unilaterale di Washington dal JCPOA e l’implementazione di nuove sanzioni economiche contro Teheran.

Buona parte degli analisti internazionali vedono in Trump la volontà di impostare un nuovo equilibrio in Medio Oriente che non comporti un ruolo di rilievo per l’Iran. Alcuni analisti prevedono addirittura un aumento dell’escalation a medio termine che comporti un conflitto tra Usa e Iran, con un conseguente cambio di regime a Teheran. Una visione che trova consensi, ma che andrebbe analizzata a fondo per notare incongruenze che ne minano la solidità.
Trump, mediaticamente, ha spesso attaccato l’attuale sistema istituzionale iraniano, e nero su bianco ha descritto l’Iran come “stato sponsor del terrorismo nel mondo” (NSS ’17), e principale nemico degli interessi americani in Medio Oriente, al pari dell’ideologia jihadista.

La volontà di trattare

Alcuni fatti, però, sembrano portare alla luce la volontà di arrivare a un nuovo accordo con la controparte iraniana. Accordo in grado di portare da una parte ad un rallentamento dello sviluppo missilistico di Teheran, fiore all’occhiello del paese se confrontato con il sistema regionale di riferimento, e dall’altra all’interruzione del finanziamento delle varie milizie che rispondono all’Iran in Libano, in Siria, in Iraq e nello Yemen, altro punto di forza della strategia militare asimmetrica iraniana.
Innanzitutto, come riferimento, va ricordato il clima di altissima tensione registrato tra gli Usa e la Corea del Nord a inizio mandato di Trump, quando l’escalation sembrava inevitabile: il tutto in realtà è servito a entrambe le parti per arrivare a confrontarsi su un tavolo di trattative, ancora aperto, ma che sembra possa dare risultati importanti in termini di stabilizzazione dell’area.
Lo stesso schema potrebbe ripetersi con l’Iran, e ci sono alcuni episodi che sembrano dirigersi in quella direzione. Uno di questi vede, a inizio maggio, l’incontro a Baghdad tra Pompeo e alti esponenti delle istituzioni irachene: secondo diverse fonti presenti al tavolo, Pompeo avrebbe dichiarato che gli Usa sono pronti ad aprire un nuovo round negoziale sul JCPOA, paventando l’ipotesi di inserire un articolo aggiuntivo comprendente le richieste statunitensi sui test missilistici e sul finanziamento al terrorismo nella regione.
A fine maggio, in diverse occasioni, Trump ha aperto al dialogo, dichiarando la volontà degli Stati Uniti a trattare, e ponendo come veto assoluto, quale unica condizione irrinunciabile, lo stop allo sviluppo delle armi nucleari della controparte iraniana. In un’intervista al Good Morning Britain, ad inizio giugno, Trump ha svelato la possibilità di un’opzione militare contro Teheran, presente sul tavolo, ma ha ribadito che lui preferisce di gran lunga il dialogo e l’apertura di una trattativa per un nuovo accordo.
Dichiarazioni, queste, che si sono alternate nelle scorse settimane con le indiscrezioni che vedevano pronto un piano per l’invio di migliaia di nuove truppe americane in Medio Oriente. E alle dichiarazioni pubbliche del Capo del Pentagono Shahanan, sull’invio di 1000 uomini nella regione in chiave anti iraniana, Trump ha risposto con l’allontanamento di quest’ultimo, sostituendolo con Mark Esper.
Il 20 giugno, poi, uno degli episodi che ha portato il livello di tensione al punto più alto negli ultimi mesi: un drone americano è stato abbattuto dalla controaerea iraniana nei pressi dello stretto di Hormuz. Nella notte tra il 20 e il 21, secondo quanto ricostruito dal New York Times e da NewsWeek, l’incrociatore Uss Leyte Gulf, presente nel Golfo Persico, aveva ricevuto l’allerta per colpire postazioni iraniane entro un’ora: il piano d’azione, invece, è stato interrotto in itinere, segnalando una spaccatura all’interno della Casa Bianca. Buona parte dell’amministrazione d’accordo ad un’azione di forza, gli alti vertici del Pentagono e lo stesso Trump contrari. Secondo Reuters, inoltre, sempre nella notte Trump avrebbe spedito una comunicazione all’Oman, da far recapitare all’Iran, che preannunciava la possibilità di un attacco ma allo stesso tempo la ferma volontà statunitense a trattare.
Sempre in uno schema di alternanza tra misure di pressione e ventilate ipotesi di aperture, dopo l’episodio del drone e del potenziale attacco statunitense, a fine giugno Trump ha da una parte comunicato, tramite Twitter, che le richieste all’Iran sono “nessuna arma nucleare e lo stop al terrorismo”, e che i paesi dovrebbe essere in grado di proteggere autonomamente le proprie imbarcazioni a Hormuz, e dall’altra ha varato sanzioni economiche specifiche contro l’ayatollah Khomeini.

Il (debole) veto iraniano

Ufficialmente Teheran chiude ad ogni possibilità di trattativa. Lo fa ripetutamente Khomeini, lo fanno gli esponenti di spicco dei Pasdaràn e l’ala maggiormente conservatrice del Parlamento. Lo fanno anche, seppur con meno vigore, il capo della diplomazia Zarif e il presidente Rohani, esponenti di quell’ala che invece ha ricercato il dialogo con gli Stati Uniti e l’Europa, ed entrambi protagonisti dell’accordo sul nucleare del 2015.
Le dichiarazioni, però, sembrano più esser di facciata che ponderate a un reale interesse nazionale: l’Iran sperava di poter contare sul pieno appoggio dell’Unione Europea in sede di rispetto dell’accordo nucleare, anche alla luce delle divergenze delle principali cancellerie europee con l’amministrazione Trump. Ma questo appoggio europeo non è andato oltre a dichiarazioni di facciata sull’importanza dell’accordo e sull’errore strategico di Trump nell’uscita unilaterale, e lo stesso “Instrument in Support of Trade Exchanges” (INSTEX), strumento a sostegno di scambi commerciali ideato nel gennaio 2019 da Francia, Germania e Regno Unito per facilitare il commercio di dollari non statunitensi con l’Iran, al momento non garantisce le necessarie garanzie per Teheran.
Come facilmente prevedibile, l’uscita degli Usa ha cambiato lo status quo, e l’Iran ha bisogno di una strategia alternativa: il peso delle sanzioni è insostenibile per la già fragile economia iraniana, che in meno di 4 anni è tornata ad essere da affidabile interlocutore internazionale a stato nemico per la stabilizzazione del Medio Oriente.
L’ala iraniana destinata a tenere aperti i canali di dialogo, diretti o meno, con gli Stati Uniti, deve rapportarsi con gran parte del sistema politico, istituzionale e religioso avverso all’amministrazione Trump, alla luce del “tradimento unilaterale” degli accordi presi ai tempi di Obama.

Le azioni nello stretto come dimostrazione di forza

Negli ultimi mesi, inoltre, l’Iran ha dato il via ad una serie di azioni, militari e politiche, in risposta alle pressioni degli Stati Uniti e in grado di aumentare il proprio peso in un’eventuale e futura trattativa con Washington.
Nello stretto di Hormuz, diversi episodi, come l’abbattimento del drone statunitense, il sabotaggio delle petroliere giapponesi (anche se negato ufficialmente da Teheran), e per ultimo la presa della petroliera britannica, fanno parte di una strategia ben precisa: l’Iran dimostra di poter far leva su uno dei suoi principali punti di forza, cioè il controllo dello stretto di Hormuz.
Questo è uno dei principali checkpoint del commercio mondiale: nello stretto transitano 17 milioni di barili di greggio al giorno, pari a circa il 20% del commercio mondiale di petrolio 318 . Le dimensioni dello stretto sono molto ridotte: 33 chilometri di larghezza nel punto più stretto e 95 nel punto più largo. Oltre a queste misure, già di per sé minime, la larghezza delle rotte di navigazione consentite dalla profondità delle acque sono ridotte ad una fascia larga circa 2 chilometri, che rendono il controllo dello stretto relativamente semplice. Nel corso della storia recente, Teheran ha minacciato di chiudere l’accesso allo stretto: questo, chiaramente, avrebbe notevoli conseguenze sull’intero commercio mondiale, a causa dell’uso forzato di vie secondarie (terrestri) per il traffico del petrolio, che sarebbero più lente e costose. Per gli Stati Uniti una chiusura dello stretto sarebbe una dichiarazione di guerra, una linea rossa che l’Iran non può permettersi di superare. Data l’impossibilità conclamata, e l’estremo rischio di chiudere lo stretto, l’Iran con le ultime azioni sta dimostrando di essere in grado di traferire instabilità nella zona, evidenziando la propria capacità di proiezione su una delle principali rotte marittime mondiali, e palesando una difficoltà di risposta della comunità internazionale alle suddette azioni.
Unito a questo fattore, l’Iran continua a effettuare azioni di pressione sugli Stati Uniti: negli ultimi giorni ha comunicato di aver arrestato 17 presunte spie americane, addestrate dalla CIA, sul proprio territorio. Inoltre ha comunicato a predisporre gli strumenti necessari per ridurre i suoi obblighi previsti dall’accordo sul nucleare del 2015, aumentando il livello di arricchimento dell’uranio dal 3,67% stabilito dall’accordo. Un fattore che, se ponderato con le continue dichiarazioni della contrarietà rispetto all’ordigno atomico ripetute dalla Guida Suprema Khamenei, rappresenta in realtà uno strumento di pressione da utilizzare in una trattativa con Washington, data la condizione di veto assoluto di Trump sul nucleare iraniano.
Una base di partenza che permette all’Iran di presentarsi ad un eventuale tavolo di trattativa in una posizione il più possibile vantaggiosa.

Prove di campagna elettorale

Non da sottovalutare, in ultima istanza, le parole pronunciate pochi giorni fa al New York Times da Ahmadinejad, ex presidente conservatore e con ancora un gran seguito in Iran. Parole che aprono alla trattativa:  “Trump è un uomo d’affari e quindi è in grado di calcolare i costi-benefici e prendere una decisione. Noi gli diciamo ‘calcoliamo il costo-beneficio a lungo termine delle nostre due nazioni e non siamo miopi'”. Trattativa che, secondo Ahmadinejad, può partire solo se l’amministrazione statunitense decida di allentare la morsa delle sanzioni come prova di una volontà di apertura al dialogo.
E’ difficile sapere se queste sue dichiarazioni possano essere in qualche modo rappresentative dell’ala conservatrice del paese, o se semplicemente l’ex presidente iraniano cerca solamente di proporsi all’Occidente sotto una nuova luce, maggiormente dialogante, per spazzare via l’immagine di fondamentalista che si era creato durante i suoi anni di governo. Quel che è certo è che durante l’ultima tornata elettorale presidenziale in Iran, ad Ahmadinejad è stato impedito di candidarsi dal Consiglio dei Guardiani, ordine posto a garanzia della conservazione del sistema islamico e legato a doppio filo con la Guida Suprema: una notizia che aveva evidenziato una spaccatura all’interno dei conservatori, ma che ora potrebbe rivelarsi importante per i futuri scenari politici interni al paese.

Gli scenari

Entrambe le parti, velatamente o meno, hanno la volontà o l’obbligo di trattare, ma la traiettoria futura che si può tracciare alla luce degli ultimi eventi è quella di un aumento dell’instabilità, almeno nel breve periodo. In sede europea si è proposto di istituire una missione a protezione delle navi nel Golfo Persico, e il governo britannico potrebbe decidere di implementare sanzioni economiche nei confronti dell’Iran.
Gli Stati Uniti, d’altro canto, come comunicato da Pompeo all’Inghilterra, non sembrano avere nessuna intenzione di impegnarsi in una missione a protezione dello stretto, ed evidenziano una volontà a trattare con Teheran sulla base di due condizioni: il no alle armi nucleari e lo “stop al finanziamento del terrorismo”.
L’Iran è in una posizione di attesa, probabilmente delle nuove elezioni americane, ma Rohani e Zarif hanno fatto capire che l’interruzione delle sanzioni è la conditio sine qua non che permette l’apertura di una trattativa. E le dichiarazioni di Rohani di oggi, 24 luglio, riportate da Al-Jazeera, aprono chiaramente al tavolo: Ma le dichiarazioni di Rohani, riportate da Al-Jazeera il 24 luglio, aprono chiaramente ad una trattativa: “non abbiamo mai perso un’opportunità per i negoziati e il dialogo e non perderemo alcuna possibilità in futuro. Siamo pronti ad avviare negoziati equi e logici, ma negoziare non significa arrenderci”.

Nonostante gli eventi degli ultimi mesi siano preoccupanti per un escalation di violenza in grado di destabilizzare l’intera regione, i principali attori in campo non hanno nessuna intenzione di aprire un conflitto, e il valzer della diplomazia, convenzionale o meno, potrebbe portare delle sorprese nel lungo periodo.

Russia and Iran privileges gained from Damascus for their military interventions in Syria

Moscow and Tehran try to secure their shares of control and influence in Syria as a reward for supporting the Syrian government throughout the war. Russia has been on a quest to reach the warm sea, has enjoyed access to naval bases throughout the Mediterranean during the Soviet era, the collapse of the U.S.S.R brought an end to that access, with the exception of Russia’s base in Tartus, (Syria). Iran, which is suffering from US sanctions, seeks to work with new local partners, and dream to settle for a long-term economic influence in Syria in order to maintain a foothold in a crucial part of the region, for Tehran the Syrian economy constitutes a potential target market for their products.

Russia and Iran privileges gained from Damascus for their military interventions in Syria - Geopolitica.info

Since the beginning of Syria’s war in 2011, Russia and Iran have built a strong military presence in Syria in support of the Syrian government. Russia officially entered the Syrian conflict in September 2015 in support of the recognized government. Iran has supported the Syrian government since 2012, giving Syria extensive military aid in the form of training, weapons, and intelligence sharing.

On April 20, 2019, Syrian President Bashar al-Assad met senior Russian officials for talks in Damascus, with both countries state media saying a deal was close to leasing out Syria’s Tartus port to Russia.

In December 2017, the Russian parliament ratified a deal with Damascus to allow for the Russian Navy to expand its technical support and logistics base. The agreement has been in temporary effect since it was signed. It will be valid for 49 years when the lease is officially signed, with possible extensions by 25 year periods, it also agreed that Russia would expand and modernize the port’s supply of facilities for its fleet, allowing Russia to deploy up to 11 warships at one time.  

Tartus is Russia’s only base in the Mediterranean Sea dates back to Soviet days. Tartus lies on Syria’s western coast and has had a Russian naval presence since 1971. At the time, the Soviet Union was Syria’s primary arms supplier and used the deepwater port as a destination for shipments of Soviet weapons. Russia managed to maintain access to Tartus after the fall of the U.S.S.R due in part to a deal that wrote off Syrian debts to the Soviet Union.

Beginning just before the reign of Peter the Great in the late 17th century, Russia fought a series of wars with the Ottoman Empire in a quest to establish a warm water port off the Black Sea. By 1812, Russia had managed to secure control of the entire northern coast of the Black Sea. Even with yearround ports on the Black Sea, access to the Mediterranean was still governed by the whims of whoever controlled the Dardanelles and Bosporus straits. During World War I, Russia made a never consummated secret agreement with Britain and France that would have granted it control of Constantinople and the Turkish straits if the Allies proved victorious

For Iran, which always dreams of building a strong regional economy based on trade, high ways and pipelines that cross from Iran to the Mediterranean, helping to build up Syrian ports is only one element in a much larger vision of prosperity and shared interests.  Most important will be the day that Iran can sell its oil and gas to Europe by transporting across Iraq and Syria. 

Iran gave the Syrians a line of credit totaling $6.6 billion since 2011, and that was topped up with an additional $1 billion in 2017. The two governments agreed to establish a joint chamber of commerce, a joint bank, and a power station in Latakia. Iranian developers were also given the rights to construct a 200,000 apartment housing development near the Syrian capital. 

Iran has also promised to address Syria’s ongoing crippling fuel shortage by sending all future shipments of heating fuel, cooking fuel, and gasoline to the Iranian leased section of Latakia, once it is fully operational next autumn.  

In 2017, the Iranians asked for a license to obtain 1,000 hectares of land in the coastal city of Tartus, which they wanted to transform into oil and gas port. Because of its proximity to the Russian military base, Moscow nixed the proposal. So, Tehran set its sights on 5,000 hectares of fertile territory close to the Shiite Sayideh Zainab Shrine near Damascus International Airport, which it wanted to develop for agriculture. Again, the Russians said no, offering instead agricultural fields in the countryside of Deir Ezzor, but they were inaccessible as they were controlled by Kurdish militants allied to the United States. 

In recent months, a number of industrial, military, and energy deals between Tehran and Damascus have been made public, including one that provides for the establishment of power stations in Latakia. The Latakia port agreement gives Iran the right to use the Syrian harbor with 23 warehouses for economic purposes only, but once in control of the premises, nothing prevents them from transforming it into a military facility. Iran will take over management of the port at the Syrian city of Latakia from October 1st, 2019, as per an agreement between the two countries. 

A foothold in Latakia fulfills a decades-long Iranian dream of having direct access to the Mediterranean Sea, from where it can ship goods, arms, and political influence to the rest of the world. The port-management agreement is another building block in Iran’s project to maintain its presence in Syria. The lease of Latakia will not only end Russia’s exclusive presence in the coastal district, but it may also put Russian troops and military vehicles at risk. A permanent Iranian presence in Latakia could limit and possibly obstruct Russian surveillance and intelligence gathering, jam their radio-electronic technology and jeopardize Russian air-defenses, aircraft, and the lives of military personnel.