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Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente

Non c’è dubbio che l’accordo raggiunto a Vienna lo scorso 14 luglio tra l’Iran e il cosiddetto gruppo UE3+3 (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania) costituisca ad oggi il più importante successo diplomatico delle due amministrazioni Obama. Attaccato per i suoi passi falsi nella gestione del dossier siriano, parzialmente delegittimato dalla sconfitta nelle elezioni di mid-term del 2014 e criticato per gli scarsi risultati ottenuti dal cosiddetto approccio strategico “leading from behind”, il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è riuscito là dove cinque suoi predecessori avevano fallito. Il prezzo da pagare però è un peggioramento nelle relazioni con i tradizionali alleati americani nel quadrante mediorientale.

Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente - Geopolitica.info Incontro a Vienna tra il Segretario di Stato John Kerry e il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, 30 giugno 2015 (cr. Reuters photo)

Ricorda Stephen Walt in “Alliances in a Unipolar World” (World Politics, vol.61, n.1, 2009) che tra le contraddizioni intrinseche a un sistema internazionale ordinato su base unipolare – o quantomeno tendente all’unipolarismo – si registra l’incapacità della potenza egemone di mantenere rapporti costruttivi con la complessità degli attori coinvolti nel sistema. In altre parole si potrebbe affermare che cooptare tra le proprie fila un nuovo alleato comporti, quasi sistematicamente, il peggioramento delle relazioni con i suoi diretti avversari, vicini o competitori. Nulla di nuovo per la politica internazionale. Eppure tale schema, perfettamente funzionale in una Guerra Fredda dove la quasi totalità degli Stati era chiamata a scegliere in quale schieramento allinearsi, appare un paradigma difficilmente riproducibile nel mondo post-bipolare. Difficile proclamarsi sostenitore della causa azera nel Nagorno-Karabakh se non si intende compromettere la propria amicizia con l’Armenia, o viceversa. Non meno complesso accogliere un leader religioso tibetano con gli onori tributati a un capo di Stato nel momento in cui si attribuisce vitale importanza alla crescita del dialogo diplomatico con la Cina.

La premessa teorica può forse chiarire la dimensione delle conseguenze strategiche che potrebbero prodursi sulla politica estera statunitense a seguito dello accordo raggiunto con Teheran. L’intesa sulla governance congiunta del programma nucleare iraniano – ispezioni dettagliate e frequenti secondo i protocolli IAEA, limitazione dei processi di arricchimento dell’uranio al solo impianto di Natanz, impossibilità pratica per l’Iran di dotarsi di ordigni nel prossimo decennio, progressiva abolizione delle sanzioni economiche – ha certamente una rilevanza storica per gli attori che l’hanno sottoscritto. I suoi benefici travalicano la scomparsa di un già remoto rischio di guerra atomica tra la Repubblica Islamica e “il grande Satana” americano: un Iran assertivo, ma non minaccioso per l’Occidente, potrebbe rappresentare un valido alleato nel contrasto al salafismo transnazionale dello Stato Islamico e dei suoi seguaci.  Ciononostante al vantaggio strategico si lega un conseguente deterioramento dei rapporti tra i firmatari e coloro che mantengono una linea intransigente verso il regime degli Ayatollah, in primo luogo Israele e le monarchie del Golfo.

Benjamin Netanyahu ha commentato la notizia dell’accordo definendolo un errore con conseguenze potenzialmente catastrofiche, un’ulteriore conferma del pessimo stato di salute in cui versa l’amicizia che tradizionalmente lega le amministrazioni statunitensi ai vertici politici israeliani. Un trend divenuto evidente a seguito delle tiepide reazioni con cui la Casa Bianca ha accolto la rielezione del leader conservatore nella tornata elettorale dello scorso marzo e che, congiuntamente alle aperture europee sul riconoscimento formale della statualità palestinese (Svezia, Regno Unito, Francia) parrebbe suggerire una crescita dell’isolamento diplomatico israeliano. Nella peggiore delle ipotesi tale dinamica condurrà a un rafforzamento della percezione di accerchiamento strategico nella classe dirigente e militare dello Stato ebraico e, successivamente, a una escalation di tensione con le milizie sciite di Hezbollah, sostenute da Teheran e ben radicate in quei territori del Libano meridionale presidiati dalle forze interposizione ONU dell’operazione Unifil II, a guida italiana.

Più contenute, ma non certo entusiaste, le risposte pervenute da Riyad e dalle altre capitali della penisola arabica. L’ intesa sul nucleare iraniano giunge in uno dei momenti di maggiore diffidenza mai registrati nei rapporti tra gli Stati Uniti e i ricchi regni sunniti e ad oggi l’Arabia Saudita sembra dubbiosa sulla capacità americana di continuare a svolgere quel decennale ruolo di arbitro indiscusso dei conflitti mediorientali. In Iraq la maldestra gestione della ricostruzione materiale e statale post-bellica ha lasciato mano libera a una leadership sciita che ha alimentato i risentimenti della popolazione sunnita, oggi egemonizzata dalla propaganda fondamentalista dell’ISIS. In Egitto i sauditi recriminano l’iniziale atteggiamento accomodante di Obama verso il governo Morsi e la fratellanza musulmana che lo sosteneva. Non meno critici i giudizi sull’operato nello scenario siriano, cartina di tornasole che rivela una contrazione nelle capacità coercitive della politica estera statunitense. Nella prospettiva dello Stato wahabita, l’accordo sul nucleare iraniano rischia di consegnare alla cintura settentrionale delle comunità sciite (iraniani, iracheni del sud, alawiti, sciiti libanesi) un ruolo preponderante nella regione del Mashreq in un momento in cui la guerra civile yemenita sembra destabilizzare anche gli equilibri geopolitici del fronte meridionale.

Tuttavia, al netto dei timori israeliani e del peggioramento della reputazione statunitense nelle metropoli arabe, l’accordo potrebbe comunque favorire un processo di pacificazione su larga scala del quadrante mediorientale. L’impossibilità di ovviare a crisi ricorrenti nell’estero vicino e la crescente presenza nella regione di variabili imprevedibili – leggasi ISIS – potrebbe indurre i sovrani sauditi e il Consiglio di Cooperazione del Golfo ad aprire un tavolo di trattative con l’avversario iraniano. Del resto, come sottolinea Jane Kinninmont su Al Jazeera, una visione manichea e ideologizzata della secolare avversità tra le due grandi potenze islamiche dell’area trova poco riscontro persino nella storia recente. Ancora nel 1999 Mohammad Khatami, predecessore dell’odiatissimo Ahmadinejad, poteva recarsi in pellegrinaggio a La Mecca accolto e scortato dai reali sauditi; nel 2004 il vertice del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica veniva insignito a Riyad della massima onorificenza nazionale per i suoi sforzi nella normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Ne consegue che una concreta rottura diplomatica può essere fatta risalire solo ai tardi anni 2000 e alla competizione apertasi per la conquista di un ruolo egemone nello scenario politico del fragile Iraq emerso dalla fine dell’occupazione statunitense.

Quale che sia il ruolo, il prestigio o la posizione assunta da Washington nella contesa, Iran e Arabia Saudita potranno celebrare l’inizio di una nuova stagione di distensione tra mondo sciita e mondo sunnita solo a fronte di una stabilizzazione del contesto iracheno. Il che, ovviamente, presuppone una propedeutica soluzione del rebus  geopolitico rappresentato dallo Stato Islamico. Salvato l’Iraq, forse, sarà possibile concentrare le attenzioni di tutti sulla pacificazione del conflitto israelo-palestinese.

Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano

Lo scorso 2 aprile l’Iran e i paesi del gruppo 5+1 (Consiglio di Sicurezza ONU più Germania) hanno raggiunto a Losanna un’intesa con cui l’Iran accetta una forte riduzione dei suoi piani nucleari (il 20% in meno di dotazione di uranio arricchito) in cambio di una rimozione parziale delle sanzioni economiche. Si tratta di un sostanziale passo in avanti in vista di un accordo definitivo (previsto per la fine di giugno) che metterebbe fine ad uno stallo di oltre dodici anni in cui l’Iran ha sempre rivendicato il diritto al nucleare a scopi pacifici incontrando la tenace opposizione del resto del mondo.

Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano - Geopolitica.info

In realtà, e al di là delle strumentalizzazioni bipartisan dentro e fuori il Medio Oriente, l’accordo sul nucleare non ha l’importanza epocale che gli viene attribuita. È assai improbabile,  a prescindere dagli esiti dei negoziati, che l’Iran utilizzi le proprie dotazioni di uranio per costruirsi armi atomiche. Considerando che Teheran investe da decenni in programmi di ricerca nucleare avrebbe già potuto seguire le orme di India, Pakistan e Israele, ma non l’ha fatto. Ragioni strategiche hanno prevalso sulla tentazione di fare il “grande salto”. Se l’Iran costruisse la bomba,  molto probabilmente creerebbe un effetto emulazione tra i vicini.

La vera portata dell’accordo 5 +1  sta ben oltre la questione nucleare.  La prima, e più importante, conseguenza del ravvicinamento tra Stati Uniti e Iran è la fine dell’isolamento internazionale in cui il paese è stato relegato dalla rivoluzione di Khomeini oltre trent’anni fa. Dopo decenni di isolamento diplomatico, l’Iran si ripresenta sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale, dove di rimescola l’intera carta geopolitica della regione. Una regione in cui al momento si combattono quattro guerre: in Iraq, in Siria, in Libia e nello Yemen, tutte combattute lungo la faglia dello scontro religioso e politico tra sunnismo e sciismo.

I dettagli dell’accordo

Un accordo sul nucleare potrebbe rendere l’Iran meno aggressivo e rafforzare l’ala moderata di Rouhani, la cui principale preoccupazione è  ridurre il peso delle sanzioni sull’economia del paese, oppure, altra ipotesi, potrebbe aumentare l’instabilità della regione.

Tre sono i punti fermi su cui deve basarsi una valutazione obiettiva dell’impatto che l’accordo sul nucleare potrà produrre nella regione mediorientale. Primo, l’accordo di Ginevra, cosi come delineato dalla recente intesa di Losanna, non mette la parola fine alle potenzialità nucleari di Teheran. All’Iran non viene imposta la chiusura di alcun impianto né la distruzione delle riserve di uranio. Teheran conserverà circa seimila centrifughe. Il che vuol dire che in futuro sarà in grado  di dotarsi di armi nucleari. Secondo, sulla carta l’Iran  è la principale potenza dell’area. Innanzitutto sul piano economico. Secondo recenti stime l’economia iraniana è tra le prime venti al mondo in termini di parità di potere d’acquisto. L’Iran ha oltre quattromila anni di storia e di cultura. Una cultura persiana, non araba. Ha una popolazione di quasi 80 milioni di abitanti (a fronte dei 38 milioni dell’Arabia Saudita e dei 7 di  Israele), evoluta e ben istruita,  ed è uno dei massimi detentori  al mondo di riserve di petrolio e gas.

Se l’Iran rientrasse nella comunità internazionale, si aprirebbe al commercio e agli investimenti diventando con tutta probabilità lo Stato più potente del Medio Oriente. Questa prospettiva spaventa gli altri protagonisti della regione non meno delle armi nucleari. Terzo punto, infine, Stati Uniti e Iran sono già alleati, seppur non dichiarati, nella controffensiva all’ISIS.

Gli alleati americani in Medio Oriente e gli Stati  del Golfo sono convinti che  il ravvicinamento tra Iran e Stati Uniti suggellerebbe il disimpegno americano spostando l’asse dell’equilibrio regionale verso l’Iran. I tradizionali alleati degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in testa, sentendosi insicuri potrebbero diventare più aggressivi.  Per l’Arabia Saudita l’Iran è il principale nemico ideologico, mentre Israele teme attacchi missilistici contro il proprio territorio. Entrambi nutrono una profonda diffidenza verso le dichiarazione di Tehran. Israele potrebbe decidere di colpire i siti nucleari iraniani al primo segnale di violazione degli impegni, mentre gli altri Stati arabi, Arabia Saudita in particolare, potrebbero andare oltre sfidando l’Iran su altri scenari, ad esempio in Siria.

La reazione saudita

Il riaccendersi dello scontro secolare tra sunnismo e sciismo esigerebbe per Riyadh di avere gli Stati Uniti dalla propria parte;  il disgelo con l’Iran va nella direzione opposta. I sauditi non possono più dare per scontato il sostegno statunitense. Di qui l’insolita relationship con Israele e i tentativi di costruire una propria politica autonoma dagli USA, in grado di guidare un asse strategico sunnita wahabita incentrato sul Consiglio di Cooperazione del Golfo.

L’Arabia Saudita ha ufficialmente dichiarato di voler procedere alla costruzione di una dozzina di reattori nucleari. Non dispone delle infrastrutture e nel know how tecnico necessari ma potrebbe non avere difficoltà a procurarseli all’estero considerando le risorse finanziare di cui può disporre. Si tratterebbe comunque di una ipotesi non realizzabile nel breve-medio periodo. Nel frattempo, mostra una maggiore assertività militare intensificando l’impegno militare all’interno della Peninsula Shield Force, il corpo militare di difesa comune del CCG, e intensifica la  diplomazia finanziaria. In Libia, impegnandosi a sborsare 3 miliardi di dollari a favore delle Forze Armate Libanesi e in Egitto.

Anche la posizione di Israele nei confronti dell’Iran è caratterizzata da un profondo scetticismo, quando non da una dura critica nei confronti di Washington. La maggioranza della popolazione israeliana non crede che l’accordo di Ginevra porrà fine alle ambizioni nucleari di Teheran. Tuttavia molti esperti e analisti ritengono controproducente per Israele continuare ad opporsi ad un accordo finale con l’Iran, il cui effetto sarebbe probabilmente quello di marginalizzare Israele piuttosto che Teheran e di pregiudicare gravemente le relazioni con gli Stati Uniti. Come nel caso dell’Arabia Saudita, anche se ragioni diverse, è da escludersi in realtà una ritorsione militare da parte di Israele in risposta ad un accordo ampiamente accettato dalla opinione pubblica americana e dalla comunità internazionale. Non è affatto scontato inoltre che Israele sia in grado di infliggere un “colpo mortale” alla capacità nucleare iraniana. Molto più verosimilmente Israele continuerà a rafforzare la sua capacità di difesa antimissile e ad esercitare pressioni sul Congresso USA per rallentare il più possibile la conclusione dell’accordo finale e la rimozione delle sanzioni.

Sia nel caso di Israele che dell’Arabia Saudita, che più in generale per quanto attiene alle conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano, molto dipenderà dagli Stati Uniti e da come le loro mosse verranno percepite nella regione mediorientale. Israeliani e sauditi non si allineeranno facilmente alle posizioni americane anche dopo la conclusione dell’accordo, ma se si sentiranno rassicurati da Washington potrebbero convincersi che un accordo con l’Iran è anche nel loro interesse perché in primo luogo consentirebbe di convogliare tutti gli sforzi contro l’ISIS all’interno di un’offensiva congiunta. Gli Stati Uniti potrebbero ad esempio decidersi di intensificare lo sforzo militare a fianco del CCG (oltre ai 35mila uomini già presenti nelle basi americane) o estendere l’ombrello nucleare americano agli alleati mediorientali. Di certo se nelle intenzioni di Obama l’accordo con l’Iran rappresenta un tassello fondamentale della sua dottrina di pacificazione del  Medio Oriente, allora la diplomazia americana dovrà essere di alto con questi tradizionali alleati a cui dovrà essere riconosciuto strategicamente un ruolo di primo piano nella costruzione di un ampio dialogo regionale che vada oltre il dossier nucleare.

L’accordo sul nucleare iraniano e la crescente instabilità internazionale

A pochi giorni dallo scadere dei termini entro i quali le potenze del gruppo 5+1 e Teheran si sono prefissate di raggiungere un accordo sulla questione del nucleare iraniano, lo scenario internazionale appare permeato da nere nubi di tempesta all’orizzonte e connotato da preoccupanti ed importanti lacerazioni interne allo schieramento occidentale, tali da pregiudicare una serena ricomposizione della lunga vertenza atomica che per lunghi anni ha visto contrapposti da un lato Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo e dell’altro l’Iran degli Ayatollah, la Russia e la Cina.

L’accordo sul nucleare iraniano e la crescente instabilità internazionale - Geopolitica.info

In un tale contesto, nel quale esistono serie differenze di vedute tra la presidenza Obama ed i principali alleati europei e mediorientali, nonché tra la Casa Bianca e la sua opposizione interna e la maggioranza  repubblicana al Congresso, sulle modalità con le quali pervenire ad un “disgelo” con il regime iraniano, non appare arduo preconizzare che se vi sarà infine un riavvicinamento politico formale tra Washington e Teheran, questo rischi di concretizzarsi a scapito di consolidate alleanze che da decenni hanno costituito uno dei capisaldi con i quali gli Usa, l’Europa ed i Paesi arabi hanno impostato la propria politica estera mondiale.

Francia e Stati Uniti divisi sul Medioriente

La prima frattura che sembra giorno dopo giorno acuirsi sempre più è quella tra Europa e Stati Uniti. Le reazioni politiche seguite agli attentati terroristici compiuti in Francia da integralisti islamici nel gennaio 2015 hanno rappresentato un chiaro sintomo di questo crescente malessere esistente tra le capitali europee e Washington.

Il sanguinoso attacco jihadista rivolto contro la redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo” ha sconvolto le coscienze dell’opinione pubblica occidentale ed in particolare l’Europa ha percepito per la prima volta, dopo anni di relativa calma, l’urgenza di fare fronte comune contro il terrorismo, sovente sollevando paragoni con quanto accaduto negli Usa nel nefasto giorno dell’undici settembre 2001. Forse non a caso proprio l’undici gennaio 2015 si è tenuta a Parigi una colossale manifestazione di protesta contro il terrorismo internazionale jihadista a cui hanno partecipato più di due milioni di persone e decine di delegazioni nazionali di altissimo profilo istituzionale provenienti da tutto il mondo con lo scopo di esprimere la propria solidarietà e vicinanza alla Francia e al governo d’Oltralpe.

L’assenza di Obama e la mera presenza di personalità di basso rango politico espressa dagli Stati Uniti a fronte di un evento di dimensioni planetarie sono state rapidamente notate sia a livello mediatico che diplomatico e la spiegazione ufficiale tesa a giustificare l’assenza di Obama a causa di semplici ragioni di sicurezza non ha convinto né le cancellerie europee né gli osservatori internazionali più attenti. Dal 2011 la Francia, assieme al Regno Unito, ha tentato, pur con mezzi insufficienti e non senza drammatici scivoloni politici, di colmare in parte il vuoto lasciato dall’amministrazione Obama in Medioriente e nel Magreb, privilegiando una politica estera interventista, filo-araba (dato che, fra le altre cose, gli Arabi sono pronti a mettere mano al portafoglio per finanziare la stabilità dell’area) e fondamentalmente contraria alla strategia promossa dalla Casa Bianca volta a sposare qualunque forza locale che fosse risultata vincente nel corso dei marosi politici che hanno caratterizzato le “multiformi” primavere arabe nella regione, una tattica sostanzialmente finalizzata a garantire la prosecuzione del disimpegno americano nell’arco che va dal Nord Africa al Vicino Oriente.

Tale politica “a stelle e a strisce” di progressiva dismissione del ruolo di “poliziotto del mondo” non è piaciuta né ai maggiori Paesi europei, i quali, dopo decenni di pianificazione strategica imperniata sulla permanenza di un’egemonia americana, hanno temuto per la tenuta dei propri interessi economici e geopolitici nell’area, né ai Paesi del Golfo, i quali non solo hanno visto minacciata la sopravvivenza dei propri tradizionali sistemi di governo ma hanno anche constatato che il vicino e storico rivale iraniano stava approfittando della situazione di caos generalizzato per colmare i vuoti creati dai mutamenti internazionali in corso, ponendosi in diretta collisione geostrategica con gli Stati che rappresentano la componente sunnita del mondo islamico. In un tale contesto la defenestrazione del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto (sostenuto dagli Americani) e i differenti approcci espressi sulla crisi siriana e sui rapporti con il mondo iraniano ed i suoi alleati hanno via via allontanato i Paesi arabi e i loro alleati europei da Washington, iniziando a concretizzare politiche, pur limitate dai mezzi a loro disposizione, che in parte si discostavano da quelli che erano i piani americani per la regione.

L’invasione dell’Iraq da parte dell’ISIS e la crescente tentazione americana di “cedere” la responsabilità del Medioriente all’Iran indubbiamente da un lato ha esacerbato le tensioni esistenti tra Americani, Europei ed Arabi e dall’altro ha costituito uno stimolo per “l’entente euro-araba” a proseguire ulteriormente lungo strade alternative rispetto a quelle solcate da Washington, pur conservando, prudentemente (dato che la forza militare americana è ancora considerata indispensabile), un’apparente condivisione di intenti mediatica e partecipando, più che altro simbolicamente, alle iniziative americane nel Medioriente.

Il ruolo geopolitico giocato dalla Francia in Africa occidentale ha indubbiamente accresciuto il prestigio internazionale di Parigi a livello globale, parimenti rafforzando il ruolo francese sullo scacchiere mediorientale, incrementando la fiducia che le monarchie del Golfo nutrono nei confronti della Francia e contestualmente generando una crescente contrapposizione tra Washington e Parigi su come debba essere condotta la politica estera in Medioriente. In particolare ciò che sta mettendo da tempo in crisi la geopolitica di Washington nelle aree più calde del Vicino Oriente è il fatto che i Paesi arabi stiano utilizzando tutta la propria potenza finanziaria per “emancipare” dagli aiuti economici e militari statunitensi, ovviamente da sempre condizionati dai desiderata della Casa Bianca, Paesi chiave quali l’Egitto, trovando nella Francia un valido fornitore alternativo di materiali bellici.

E’ probabilmente in tale contesto che va letta l’assenza del presidente Obama alla manifestazione parigina, dato che la Francia sta letteralmente mettendo i bastoni fra le ruote al governo americano, ponendo Riyad ed alleati nelle condizioni di condurre su numerosi fronti una propria politica estera autonoma all’interno di quella che i Paesi arabi ritengono essere la propria sfera di influenza.

Europa e Stati Uniti divisi sull’Ucraina

Gli ultimi fatti legati alla crisi ucraina hanno parimenti messo in luce le crescenti differenze createsi tra Europa e Stati Uniti. La ripresa delle ostilità nel gennaio 2015 fra i ribelli filorussi dell’Ucraina orientale, supportati con uomini, capitali e mezzi di ogni genere e sorta da Mosca, ed il governo di Kiev ha nuovamente messo in luce la debolezza militare dell’Ucraina nei confronti del vicino “orso” russo, conducendo, come già accaduto nell’agosto-settembre 2014, il Paese sull’orlo della capitolazione.

In tale frangente gli Stati Uniti non hanno mancato di fare la voce grossa, minacciando di inviare armi e munizioni al governo di Kiev se Mosca non avesse fermato il conflitto. Al contrario la reazione dell’Europa è stata alquanto differente. L’Europa agli inizi della crisi probabilmente avrebbe abbandonato l’Ucraina al proprio destino se non ci fossero state alle sue spalle le ingenti pressioni americane volte a sostenere la rivoluzione del movimento “Euromaidan”. La Germania, Paese guida dell’Unione Europea, avrebbe forse accettato la proposta russa, veicolata tramite la Polonia, di spartizione dell’Ucraina.

La politica delle sanzioni contro la Russia in effetti è emersa come il risultato di un’azione di mediazione tra un’Europa dipendente dal gas e dall’economia russa e gli Usa che necessitano di conservare, pur tra mille contraddizioni interne (giacché non è certamente il presidente Obama che detta la linea “interventista” sullo scenario europeo, quanto piuttosto gruppi di interesse Usa di carattere economico e militare), un importante ruolo geopolitico nell’area, ben sapendo però che da un lato l’Europa costituisce l’attore che possiede le vere leve economiche necessarie al fine di mettere in ginocchio la Russia e che dall’altro lo “spazio europeo” non è più rappresentabile come l’inerme distesa di macerie figlia della devastazione della seconda guerra mondiale.

Non a caso, nel momento in cui gli Usa minacciavano di buttare ulteriore benzina sul fuoco di un conflitto le cui conseguenze sarebbero state pagate in gran parte dall’Europa stessa, oltreché dal popolo ucraino, la Germania e la Francia, con il malcelato consenso  del Regno Unito, il quale da un lato fa la voce grossa e manda consiglieri militari in Ucraina e dall’altro gioca a fare l’equilibrista tra le due sponde dell’Atlantico, si sono opposte a tale politica, sforzandosi in tutti i modi di raggiungere un accordo con Putin, il quale, nonostante le sanzioni, il crollo del prezzo del petrolio, la crisi del rublo e la recessione economica, continua a fare il bello ed il cattivo tempo sullo scacchiere europeo.

E’ certamente indubbio che nel momento in cui, nei fatti, l’Occidente abbia espresso “ab ovo” un sostegno formale euro-americano all’Ucraina, ciò debba prevedere l’invio di aiuti militari a Kiev ed appare altresì singolare che il governo di Washington, nonostante il parlamento americano si fosse espresso già favorevolmente in tal senso ed abbia ribadito tale concetto nuovamente solo pochi giorni fa, abbia annunciato l’intenzione di fornire equipaggiamenti bellici e consiglieri militari all’Ucraina solo nelle ultime settimane.

Tuttavia, a quanto pare, la classe dirigente del Vecchio Continente non ha ritenuto essere nell’interesse europeo foraggiare un conflitto senza fine con la Russia ed è indicativo il fatto che mentre il presidente Hollande e la cancelliera Angela Merkel cercavano a Minsk un nuovo accordo per il cessate il fuoco, segretamente numerosi Paesi europei intavolavano trattative con il governo di Kiev al fine di inviare all’Ucraina materiale bellico, ufficializzando tali contratti di fornitura solo dopo che la situazione si fosse in qualche modo stabilizzata.

Al momento non si può ancora dire se il nuovo accordo di Minsk reggerà o meno, tuttavia ciò che appare evidente è il diverso approccio europeo ed americano sull’intera questione ucraina e come tale approccio converga maggiormente più sulla linea prudenziale espressa dagli europei che sulla linea promossa dai “falchi” americani la quale, al di là della retorica sulla libertà e la democrazia, non sempre è connotata da interessi particolarmente edificanti, disinteressati ed attenti alle esigenze degli alleati europei, a cominciare dalla questione energetica.

Se l’Europa, da un lato, si è mostrata inizialmente cinica, debole e titubante, arrivando quasi ad abbandonare vergognosamente al proprio destino ed al “manganello insanguinato” dei pretoriani di Putin a Kiev gli Ucraini scesi in piazza ricolmi di fiducia e di speranza con la bandiera dell’Europa in mano, dall’altro la stessa Europa ha saputo costituire una propria linea politica che, per quanto tesa alla prudenza e all’accomodamento con la Russia di Putin, è riuscita a mettere dei paletti di fronte ad una strategia americana la quale, per quanto gli Usa stessi abbiano effettivamente ed involontariamente salvato “l’onorabilità europea” all’inizio della crisi (basti pensare a quale sarebbe potuto essere lo sdegno e la reazione politica di Paesi connotati da una lunga storia di oppressione moscovita, quali la Polonia, la Lituania, l’Estonia e la Lettonia, di fronte ad un possibile voltafaccia europeo sull’Ucraina dopo che essi stessi avevano sempre visto nell’adesione alla UE una sorta di baluardo di difesa contro un possibile ritorno della Russia nelle vesti di potenza dominante), appare più che altro orientata a conservare in qualche modo un’egemonia che però non possiede più quella statura politica e quell’alone permeato di universale lungimiranza programmatica da poter essere coralmente accettata quale elemento qualificante da parte di tutti gli alleati europei di vecchia data.

Stati Uniti verso un’alleanza con l’Iran?

Altrettanto indicativa rispetto il dissenso politico e strategico che sta maturando tra le più importanti potenze europee e gli Stati Uniti è la situazione sul campo di battaglia tra Siria ed Iraq. Contrariamente a quanto dichiarato negli ultimi mesi da parte americana ed irachena, i successi della coalizione internazionale “anti-ISIS” non sono stati particolarmente eclatanti. Alla fine di gennaio lo stesso Pentagono ha dovuto ammettere che i bombardamenti aerei compiuti in massima parte da velivoli americani avevano permesso la riconquista di appena l’un percento del territorio occupato dall’ISIS in Iraq nel corso della loro sorprendente campagna estiva intrapresa meno di un anno fa.

La stessa caduta della città di Kobane, per mesi punto nevralgico ideale e mediatico della lotta contro il cosiddetto “Stato Islamico”, più che essere stata causata dalla rotta incontrollabile delle milizie dell’ISIS, si è concretizzata attraverso una sorta di ritirata strategica dei miliziani di Al-Baghdadi i quali, invece di continuare a morire a centinaia sotto le bombe della Coalizione per conservare il controllo di un obiettivo di scarso valore strategico, hanno apparentemente preferito disperdere le forze sul territorio e preservare uomini e mezzi per concentrarsi verso obiettivi più cogenti, come la paventata controffensiva irachena prossima ventura.

Nel frattempo le forze curde hanno continuato a guadagnare terreno, tuttavia l’ISIS appare ancora in grado di sostenere la pressione proveniente sia dai curdi iracheni che da quelli siriani senza subire eccessive perdite territoriali, nonostante lo “Stato Islamico” stia accusando una certa diminuzione del numero di reclute in viaggio verso il sedicente “Califfato”, fatto certamente dovuto anche ad un più attento controllo del confine posto tra Siria e Turchia da parte delle autorità di Ankara, da lungo tempo pressate in tal senso dalla Comunità internazionale.

A sua volta la Turchia pare abbia raggiunto un accordo con gli Usa sull’addestramento sul proprio territorio dei ribelli siriani moderati in funzione anti-ISIS (iniziativa a cui parteciperà anche personale britannico), tuttavia la Turchia ha parimenti fatto ben capire a Washington che i ribelli siriani posti sotto la propria tutela saranno comunque autorizzati da Ankara a combattere non solo le soldataglie di Al-Baghdadi ma anche le truppe del regime di Assad.

Ciononostante la recente controffensiva promossa dal governo iracheno finalizzata sia alla riconquista di Tikrit che all’apertura di una testa di ponte verso Mosul ha in realtà messo ben in chiaro quali siano le forze di terra in campo che realisticamente appaiono in grado di minacciare la sopravvivenza del mostro politico plasmato da Al-Baghdadi, ovvero le milizie sciite filo-iraniane supportate, organizzate e, di fatto,  guidate da Teheran attraverso l’impiego di propri militari inviati sul terreno e di ufficiali di lunga esperienza nello scenario mediorientale quali il famoso generale Suleimani, tristemente noto alle forze americane per il suo ruolo attivo nel corso dell’insorgenza irachena al tempo dell’occupazione anglo-americana del Paese.

In tal senso suscita certamente stupore il fatto che gli Americani in questi mesi abbiano lasciato crescere a dismisura la presenza militare iraniana in Iraq, di fatto arrivando a far concretizzare ciò che da lungo tempo i Paesi del Golfo temevano, ovvero che gli Stati Uniti, più che riassumere il proprio ruolo storico in  Medioriente dopo la rotta dell’esercito iracheno, stessero semplicemente gestendo un “interim” per poi cedere la “palla mediorientale” al controllo di Teheran. Nel caso iracheno, nonostante i moniti del generale Petraeus, recentemente ribaditi sulla stampa, relativi alla possibile settarizzazione del conflitto iracheno a tutto vantaggio della componente sciita, gli Usa nei fatti hanno lasciato campo libero all’Iran il quale ha riorganizzato le milizie sciite nel ruolo di forza militare nazionale irachena ai danni dell’esercito regolare il quale ancora non appare in grado di reggere il confronto con le forze dell’ISIS e dei loro alleati  tribali sunniti.

Ciò si è reso vieppiù evidente nel corso della recente battaglia per Tikrit, durante la quale la stragrande maggioranza delle truppe presenti era costituita da forze irregolari sciite guidate direttamente da ufficiali iraniani, fra i quali lo stesso Suleimani. Il fatto che gli Americani abbiano permesso all’Iran di occupare una così vasta fetta dello scenario militare iracheno ha portato via via i Paesi arabi a ritenere che gli Stati Uniti non solo sarebbero ormai pronti a firmare un’intesa sul nucleare iraniano con il regime degli Ayatollah ma addirittura a consegnare la gestione sul terreno della crisi mediorientale agli uomini di Teheran, materializzando così uno degli incubi più spaventosi che sta scuotendo da anni il sonno delle monarchie del Golfo (sono in tal senso indicativi i recenti “mal di pancia” degli Emirati Arabi Uniti che avevano temporaneamente sospeso i raid contro l’ISIS dopo la tragica uccisione del pilota giordano catturato dai miliziani di Al-Baghdadi).

Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Yemen

Il rapido susseguirsi degli eventi in Yemen sembrerebbe confermare tali timori. La recente espulsione dalla capitale Sana’a del legittimo governo yemenita filo-saudita e filo-occidentale per opera delle milizie ribelli degli Houthi di fede sciita ed eterodirette dall’Iran potrebbe apparire agli occhi dei più sospettosi come una mossa iraniana volontariamente assecondata da  Washington, da anni impegnata con forze speciali nel Paese nella lotta contro Al-Qaeda, tesa a mettere in difficoltà l’Arabia Saudita nel proprio “giardino di casa” (non si può in tal senso dimenticare l’incognita rappresentata dalla vicina minoranza sciita presente in seno al Regno dei Saud e l’eventuale effetto domino che potrebbe essere innescato su di essa se lo sciismo filo-iraniano prendesse politicamente piede nel vicino Yemen) e a condurre all’interno della sfera di influenza iraniana uno dei Paesi chiave per il controllo del Medioriente.

Indubbiamente lo Yemen ora è diventato un  nuovo importante campo di battaglia in seno allo scontro tra Sauditi ed Iran per il controllo del mondo arabo e proprio nelle ultime ore si sta affiancando alla “proxy war” in corso  un intervento militare vero e proprio a guida saudita direttamente supportato dalle monarchie del Golfo ed alleati e lanciato dopo la pressante richiesta di assistenza militare espressa da parte del governo yemenita deposto.

E’ altresì indicativo che gli Stati Uniti, pur supportando a parole l’azione di forza saudita (la quale rappresenta un evidente monito nei confronti di Teheran e delle sue ambizioni regionali, in particolare nell’ottica di un possibile “sdoganamento” dell’Iran quale legittimo e riconosciuto attore regionale da parte degli Usa), nei fatti si stiano limitando a fornire un diplomatico “supporto logistico e di intelligence” ed è parimenti interessante notare che la crisi yemenita generata dalle milizie filo-iraniane stia facendo risalire i prezzi del petrolio, una vera e propria manna dal cielo per Putin.

Francia, Regno Unito, Paesi Arabi e la questione siriana

La situazione, con il legittimo presidente dello Yemen messo pericolosamente alle strette, certamente non preoccupa solo i Paesi arabi ma anche i Paesi europei che possiedono interessi nell’area come il Regno Unito, il quale gioca un ruolo di primo piano nell’opera di stabilizzazione politica del Paese assieme ai Sauditi.  Se inoltre consideriamo la situazione in Siria, le divergenze tra Francia e Regno Unito da un lato e Stati Uniti dall’altro appaiono quanto mai evidenti.

E’ stato recentemente pubblicato un articolo a firma del ministro degli esteri francese Fabius e del ministro degli esteri britannico Hammond nel quale è stata messa nero su bianco la posizione dei due Paesi sulla Siria. In buona sostanza sia Parigi che Londra sostengono, come ripetono sovente i Paesi Arabi e la Turchia, che Assad, reo di aver distrutto il suo Paese ed ucciso il suo popolo solo per conservare la poltrona, non abbia alcun futuro politico in Siria e che, per quanto un dialogo con gli uomini del regime sia necessario per evitare la dissoluzione dello stato siriano come tragicamente accaduto in Iraq nel 2003,  Damasco necessiti di un governo di unità nazionale che veda tutte le componenti moderate in lotta contro Assad sedute  attorno ad un unico tavolo.

Oltre a ciò l’Unione Europea, sempre su iniziativa anglo-francese, ha posto sanzioni contro alcuni soggetti vicini al regime siriano che non solo organizzano il commercio di petrolio tra l’ISIS ed il governo di Assad ma addirittura agevolano la gestione congiunta di alcuni impianti per lo sfruttamento degli idrocarburi fra gli uomini di Al-Baghdadi e quelli del regime, fatto che ha indotto lo stesso ministro degli esteri britannico Hammond a dichiarare che il conflitto in corso tra il regime di Damasco e l’ISIS sia una semplice “farsa”, in tal senso confermando indirettamente che l’ISIS stesso, più che essere un mostro politico foraggiato dall’integralismo sunnita, sia stato alimentato ad arte da Assad con il tacito consenso dei suoi alleati russi ed iraniani col mero fine di apparire agli occhi del mondo come l’unica possibile alternativa politica  da supportare di fronte ai barbarici gruppi integralisti in realtà da lui stesso finanziati attraverso l’acquisto dei prodotti petroliferi posti sotto il controllo degli jihadisti.

Parimenti non convincono in alcun modo né Londra né Parigi e né i ribelli siriani moderati i colloqui di pace organizzati dalla Russia a Mosca nel gennaio 2015, palesemente orientati ad imbastire un supporto politico a favore di Assad. Tanto meno trovano reale condivisione da parte di Regno Unito, Francia e ribelli “anti-Assad” gli sforzi dell’inviato dell’Onu Staffan De Mistura, il quale, fondamentalmente, si sarebbe fatto semplicemente circuire dal regime siriano attraverso finte profferte di pace formulate da parte di Damasco.

Gli Usa ed il dialogo con il regime di Damasco

E’ in tal senso balzata subito agli occhi dei più attenti osservatori la contrapposta dichiarazione di Kerry (già non eccessivamente freddo nei confronti dei colloqui di Mosca) di alcuni giorni fa incentrata sul fatto che gli Usa intendano trattare direttamente con Assad, alludendo nei fatti ad una sua permanenza in carica. Da questo punto di vista tali asserzioni, per quanto successivamente ridimensionate da fonti del governo americano, lasciano in effetti presagire che i rapporti tra Washington, l’Iran ed alleati siano andati ben oltre a quanto si è lasciato semplicemente trasparire tra le righe nei comunicati stampa o nelle velate allusioni provenienti dai palazzi di Washington, subito prontamente smentite o corrette a beneficio delle orecchie degli alleati arabi.
E’ in tal senso emblematica la notizia dell’annunciata collaborazione militare (anch’essa in precedenza negata) tra le forze aeree americane e la coalizione a guida iraniana impegnata nell’assedio di Tikrit contro l’ISIS che certamente offre una eccellente cartina di tornasole su quali siano state in realtà le mosse dell’amministrazione americana nei confronti dell’Iran negli ultimi mesi. Ovviamente tale coacervo di ambiguità non lascia perplesso solo il Golfo Persico ed i suoi alleati europei ma sta mettendo da lungo tempo in agitazione il governo israeliano capitanato da “Bibi” Netanyahu.

Israele “contro” Obama

E’ noto che Israele rappresenti forse il maggior oppositore, assieme ai Sauditi, nei confronti di un qualunque accordo sul nucleare iraniano e questo perché gli Israeliani temono che gli Iraniani stiano fondamentalmente ingannando l’Occidente sugli scopi del loro programma atomico il quale sarebbe finalizzato alla realizzazione delle prima bomba atomica nelle mani degli Ayatollah pronta ad essere utilizzata quale “spada di Damocle” da porsi sopra la testa di Israele.

Da questo punto di vista Israele ha potuto beneficiare dell’ormai vasta opposizione interna al presidente Obama rappresentata in primo luogo dal Partito Repubblicano che ha recentemente riottenuto la maggioranza al  Congresso e che non perde alcuna occasione per mettere i bastoni fra le ruote della Casa Bianca, in particolare nel momento in cui la lobby ebraica residente negli Stati Uniti da anni preme sulla politica americana affinché si diffidi il più possibile delle presunte buone intenzioni di Teheran.

Le tensioni e le divisioni interne alla classe politica americana sono così intense e deflagranti che per la prima volta nella storia degli Usa il Congresso degli Stati Uniti ha invitato ufficialmente  un primo ministro estero, ovvero lo stesso Netanyahu in piena campagna elettorale (il quale non ha certamente perso tempo per non farsi sfuggire questa ghiotta ed irripetibile occasione), sostanzialmente per affermare che la politica del presidente Obama sull’Iran fosse totalmente errata e che richiedesse un radicale cambio di rotta, pena una “guerra totale” dei Repubblicani ed “alleati” contro la Casa Bianca.

Tale situazione ha messo chiaramente in luce quale stato di confusione “l’obamismo” abbia creato nell’agone politico degli Stati Uniti e di quanto poco rispetto il presidente goda presso i suoi avversari politici (basti ricordare la lettera dei senatori repubblicani indirizzata all’Iran nel tentativo di scavalcare e delegittimare la Casa Bianca).

Come se ciò non fosse bastato la vittoria elettorale di Netanyahu (contrariamente alle indicazioni dei sondaggi) alle elezioni politiche, le accuse da parte di certi ambienti israeliani nei confronti degli Stati Uniti di aver cercato di manipolare l’opinione pubblica di Israele contro lo stesso Netanyahu e le controaccuse americane nei confronti dei servizi segreti israeliani di aver sottratto informazioni di intelligence Usa al fine di influenzare gli orientamenti politici dei legislatori americani sul tema del nucleare iraniano con lo scopo di condurli verso posizioni filo-israeliane certamente rappresentano uno dei momenti più bui delle relazioni israelo-americane e ciò  a causa di una Casa Bianca che sta effettivamente sovvertendo a tutto campo decenni di tradizione politica “a stelle e a strisce” nel Medioriente e nel mondo.

Sunniti contro Sunniti: il caso libico

Le divisioni politiche non riguardano solo l’establishment americano o i rapporti tra Paesi europei, gli Stati Uniti ed Israele ma anche lo stesso mondo sunnita. La chiave di volta di questo pluriennale scontro interno ai due maggiori contendenti del Golfo, l’Arabia Saudita ed il Qatar, è a tutt’oggi collocata in Libia.

Lo scenario libico, dopo il collasso del governo rivoluzionario nell’estate 2014 a seguito della sconfitta elettorale delle forze islamiste e del rifiuto dell’esito emerso dalle urne da parte di queste ultime, è connotato dalla presenza di due governi e due parlamenti, uno a Tobruk, sostenuto da Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in testa, Egitto (attualmente impegnato in un’ operazione militare nel Paese e sponsor convinto del generale Haftar) ed Occidente, l’altro a Tripoli, sostenuto dal Qatar e da quella Turchia che inizialmente era stata tenuta in disparte nel corso dell’attacco occidentale del 2011 che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Pare che lo stesso Sudan abbia inviato armi alle milizie islamiche operanti a Tripoli ed è noto quanto il Sudan sia vicino alla Cina.

In mezzo a tale caos costituito da una miriade di milizie direttamente connesse alla dimensione tribale della regione, sono recentemente emersi gruppi locali di ex-gheddafiani, ex combattenti jihadisti ritornati in patria, supportati da altri gruppi jihadisti di varia provenienza, alcuni dei quali in qualche modo in connessione con il “Califfato” tramite elusivi “inviati speciali” di Al-Baghdadi, i quali hanno autonomamente dichiarato la propria adesione al ISIS, di fatto sfruttando un “marchio di successo”, quello del sedicente “Califfato”, con il quale non hanno, allo stato attuale, una reale connessione diretta ma che tuttavia ritengono vantaggioso utilizzare quale “brand” per attrarre finanziamenti e nuove reclute da tutto il mondo musulmano.

Da questo punto di vista appare evidente che lo stesso gruppo terrorista di Boko Haram abbia annunciato la propria affiliazione all’ISIS in Nigeria per le medesime ragioni così come hanno fatto i terroristi che hanno attaccato il museo del Bardo a Tunisi. Nel medesimo contesto la Russia di Putin, alla perenne ricerca di nuovi alleati (in ultimo pare in atto un “abboccamento” con l’assai poco desiderabile regime della Corea del Nord), sta tentando in qualche modo di sfruttare la confusione esistente in Medioriente e nel Magreb per allargare la propria sfera di influenza, in particolare in Egitto e presso il governo di Tobruk, quest’ultimo assai deluso dallo scarso aiuto militare che starebbe ricevendo da parte europea.

Occorre ricordare che la stessa Russia, come accaduto alla Turchia, venne politicamente e militarmente tenuta fuori dalla Libia nel corso dell’attacco a guida anglo-francese del 2011. In particolare l’Egitto di Al-Sisi starebbe mal sopportando la dipendenza finanziaria che lo lega ai Paesi del Golfo e la recente accoglienza trionfale accordata al presidente Putin in visita ufficiale nel Paese del Nilo vuole forse sottolineare un tale clima di malessere.

D’altra parte, tuttavia, il cordone della borsa egiziano è stabilmente in mano agli Arabi e di conseguenza le più lucrose commesse militari a favore del Cairo sono andate non ai Russi ma agli ormai onnipresenti Francesi. E’ interessante notare che l’Italia, Paese fino a pochissime settimane fa fondamentalmente assente sullo scenario internazionale, nonostante quattro anni di totale instabilità lungo vasti tratti dell’arco del Mediterraneo, a fronte della minaccia rappresentata dall’ISIS in Libia pare essersi ridestata, arrivando addirittura ad ipotizzare un intervento militare, caldeggiato dalla Francia che da lungo tempo sta chiedendo all’Italia un maggior impegno nell’area, essendo i Francesi già dislocati attorno ai confini esterni della Libia al fine di bloccare eventuali infiltrazioni terroristiche verso gli altri Paesi della “Françafrique”.

La questione libica richiede indubbiamente grande prudenza nel senso che se da un lato i sostenitori arabi del legittimo governo libico e l’Egitto vorrebbero giungere ad una resa dei conti finale con gli islamisti che controllano Tripoli (si legga, fra tutti, i “Fratelli Musulmani”), finanziati ed armati da Qatar e Turchia, dall’altro l’Occidente, a ragione, sostiene che si debba trovare un accordo con queste fazioni dato che, al di là delle etichette politico-religiose, le “fazioni islamiche” spesso non rappresentano altro che meri gruppi tribali libici che dovranno un domani contribuire alla ricostruzione del Paese. In tal senso il campo occidentale confida che l’attuale mediazione a guida Onu possa ricomporre una situazione che tuttavia potrebbe altresì richiedere una missione militare stabilizzatrice, erroneamente non prevista da Francia e Regno Unito dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, in un contesto nel quale le istituzioni statali sono in buona misura scomparse.

E’ opportuno un accordo con l’Iran in questo momento?

La cornice internazionale attorno alla quale viene in questi giorni dipinto l’accordo di massima sul nucleare iraniano che dovrebbe condurre verso una normalizzazione dei rapporti con Teheran non appare pertanto delle più rosee. La Russia, pur attanagliata dalla crisi economica, continua a mostrare i muscoli e ha sistematicamente minacciato di violare lo spazio aereo-navale di numerosi Paesi europei sia al fine di tastare il livello di reazione delle rispettive forze armate “nemiche” che per tenere alta la tensione in seno a quella che non appare altro che una classica guerra di nervi.

A riprova di ciò è notizia recente la minaccia di Mosca di trasformare la Danimarca in un bersaglio nucleare in caso di conflitto tra Russia ed Occidente. Inoltre le repubbliche baltiche appaiono particolarmente sotto pressione ed il timore che quanto accaduto in Ucraina orientale possa riproporsi all’interno del proprio territorio nazionale ha indotto la Lituania a reintrodurre la coscrizione obbligatoria.

Se da un lato la Russia ancora spadroneggia sullo scenario internazionale pur nella consapevolezza di essere per il momento costretta a trattare con la Germania, dall’altro un altro alleato di Mosca, l’Iran, sta guadagnando terreno in Medioriente, minacciando di sovvertire l’ordine geopolitico dell’area a vantaggio di una nuova egemonia iraniana nella regione. Secondo alcuni critici “ottimisti”, l’Iran starebbe fondamentalmente facendo il passo più lungo della gamba, non possedendo né le risorse né i mezzi per giocare a lungo un ruolo di primo piano in seno alle vaste e complesse crisi che attanagliano il Vicino Oriente.

L’Iraq e la Siria, nonché lo Yemen, potrebbero trasformarsi a lungo andare in una sorta di “Vietnam iraniano”, alimentando conflitti settari senza fine tra la componente sciita spalleggiata da Teheran e quella sunnita. Ciononostante la paura e la preoccupazione dei Paesi arabi è alta, soprattutto per il fatto che se l’Iran dovesse trovare un accordo con gli Stati Uniti, allora i Paesi del Golfo potrebbero vedersi costretti ad affrettare la propria corsa per dotarsi di armi nucleari.

Se da un lato il Regno Unito gioca a fare il “pontiere” evitando però di farsi coinvolgere il più possibile dalle “strane” manovre dell’amministrazione Obama (non senza ricevere continue critiche ed accuse di disimpegno da parte di Washington a partire dai tagli al settore della difesa fino allo scarso impiego di uomini e mezzi nelle operazioni attive contro l’ISIS), dall’altro la Francia, a cui piace fare la parte del “giocatore libero”, sta mostrando molta riluttanza nei confronti di un accordo con l’Iran che sta scontentando un po’ tutti (in particolare i propri “clienti” arabi), soprattutto nell’ottica di quella che rischia di appalesarsi come una rivoluzione copernicana dei rapporti internazionali mediorientali.

La recente intenzione espressa dal governo canadese, più vicino agli umori americani di quanto lo sia l’Europa, di estendere i raid aerei contro l’ISIS in Siria, per quanto giustificati sul piano legale dal fatto che il Canada non riconosca Assad quale presidente legittimo, potrebbe rappresentare un ulteriore segnale relativo all’imminenza di un accordo diplomatico tra Stati Uniti ed Iran.

Ovviamente se di accordo si tratterà, più o meno tutti gli attori europei coinvolti nella trattativa, non avendo i mezzi politico-militari per opporsi a tale decisione, faranno buon viso a cattivo gioco, nel senso che se da un lato è probabile che plauderanno all’accordo per garantirsi una fetta del mercato iraniano, dall’altro presumibilmente continueranno a sostenere i propri alleati arabi in ciò che rischia di trasformarsi in una guerra vera e propria tra Sciiti e Sunniti lungo tutto lo spazio mediorientale, una vasta porzione di mondo nella quale l’Iran, ormai sguinzagliato e liberato dalla propria catena, oltreché “benedetto” ed “incoronato” dalla politica americana, si sentirà legittimato a fare il bello ed il cattivo tempo in un territorio che comprende, tanto per iniziare, Iraq, Siria, Libano e Yemen nel quale l’ISIS e i suoi affiliati in realtà appaiono sempre più essere un’utile pedina da impiegarsi quale arma di ricatto (si vedano a tal proposito i mostruosi crimini commessi contro i prigionieri e le antichità mesopotamiche da parte dei miliziani di Al-Baghdadi) nei confronti di un Occidente che precipitò nell’abisso della prima guerra mondiale attraverso dinamiche non troppo dissimili da quelle determinate dalle continue crisi internazionali che si stanno sempre più frequentemente e pericolosamente presentando al nostro orizzonte.

Qassem Suleimani: il volto della geopolitica iraniana

In seguito alla caduta della città di Jurf al-Sakhar, riconquistata lo scorso ottobre dall’esercito iracheno con l’aiuto di truppe curde e delle milizie sciite, alcune fotografie hanno iniziato a circolare tra le più importanti testate giornalistiche mondiali. Queste fotografie ritraggono  soldati iracheni e curdi dopo la vittoria, i quali posano assieme a una delle figure più  emblematiche dell’esercito iraniano: il generale Qassem Suleimani.

Qassem Suleimani: il volto della geopolitica iraniana - Geopolitica.info

Descritto dall’ayatollah Ali Khamenei come “ un martire vivente”, dal 1998 questo militare iraniano comanda la brigata Quds, il reparto speciale dell’armata rivoluzionaria preposto alle operazioni esterne.

La presenza di soldati iraniani sembra non aver sorpreso più di tanto l’opinione pubblica internazionale. Infatti, è risaputo che consiglieri provenienti dall’Iran, e anche dal gruppo sciita libanese Hezbollah, siano presenti in Iraq, da quando il nord del paese è stato invaso dagli estremisti dell’Isis. Questo personale non dovrebbe aver partecipato come unità combattente agli scontri, ma avrebbe agito solo in qualità di consiglieri militari e addestratori, sempre in prima linea, però.

In giugno, questi consiglieri sono stati fondamentali nell’aiutare le milizie sciite irachene a guidare i bombardamenti contro le postazioni dell’Isis intorno a Samarra, città del nord dell’Iraq, dove si trova un importante  sacrario sciita. Le forze di Suleimani hanno anche giocato un ruolo importante nel rompere l’assedio della città di Amirli e nella difesa di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, ma soprattutto hanno coordinato le milizie sciite nella difesa di Baghdad.

Nonostante la sua efficacia, questo interventismo viene ampiamente criticato. L’opinione che la dottrina iraniana possa fomentare un’altra ripresa della violenza settaria in Iraq è ampiamente diffusa. Tesi sostenuta anche da Ali Khedery, negoziatore politico iracheno che ha lavorato con cinque differenti ambasciatori statunitensi.

“ Sia Assad che l’ex presidente iracheno Al-Maliki hanno compiuto crimini indicibili contro i sunniti grazie all’aiuto dell’Iran e di Hezbollah, rendendo l’odio intrareligioso nell’area  ancora più acceso. Dall’altra parte, gli Stati Uniti non hanno fatto niente per porre rimedio.” sostiene Kedery.

La nuova visibilità acquisita sembra però parte di una più vasta strategia delle forze armate iraniane, volta a dare l’idea di avere più controllo sulla situazione rispetto all’estate appena passata. Infatti, il governo iraniano e le sue forze armate hanno commesso molti errori negli ultimi anni. L’intelligence non è stata in grado di prevedere l’ascesa dell’Isis, sia in Siria che successivamente in Iraq. Vista la rilevanza del ruolo ricoperto, al generale vengonoimputati degli errori, alcuni dei quali risalenti addirittura alla guerra contro l’Iraq combattuta negli anni ottanta. Più recentemente è stato accusato di aver mal interpretato l’ondata di rivoluzioni avvenute nel mondo arabo, che secondo il militare sarebbero state il punto di svolta per l’estensione dell’influenza dell’Iran in Egitto, Siria, Iraq e Libano. L’unico risultato delle politiche iraniane inaugurate a seguito di quest’ondata è stato un peggioramento delle relazioni con le monarchie del Golfo e la Turchia, a causa soprattutto delle ingerenze iraniane nella guerra civile siriana.

Comunque, le autorità iraniane credono molto in lui e pensano che sia la figura su cui puntare per riguadagnare consenso e recuperare la credibilità perduta. La sua faccia sorridente dopo la riconquista  di una città già nelle mani dell’Isis  può rappresentare molto per un paese che vede la guerra avvicinarsi sempre più ai suoi confini.

“È un guerriero non convenzionale, che non lascia dormire sonni tranquilli ai nemici dell’Iran e vigila costantemente sul territorio nazionale. Per questi motivi è perfetto per il ruolo che le autorità iraniane vogliono affibbiargli: quello di colui che risolleverà le sorti del paese sconfiggendo il nemico esterno” dichiara un giornalista che ha avuto modo di conoscerlo. “Suleimani rappresenta la geopolitica della Repubblica Islamica, la quale però è responsabile sia di grandi risultati, sia di grossolani errori.”

Il capo delle brigate Quds ha dovuto far fronte anche a problemi non strettamente legati ai fronti iracheni e siriani. A causa delle sanzioni internazionali, l’Iran versa ormai da tempo in una situazione di crisi economica. Per questo motivo, il governo ha deciso di tagliare le spese militari, e i reparti speciali del generale non ne sono stati esclusi. Nonostante le minacce esterne e le pressioni di Suleimani, il presidente Rohani sembra deciso a continuare in questo modo, privilegiando le spese per le politiche sociali piuttosto che per la difesa.

Per di più, il governo iraniano ha ritirato l’appoggio all’ex presidente iracheno Al-Maliki in favore del suo successore Haider Al-Abadi. Questa decisione non è piaciuta al capo delle brigate Quds, che non ha mai nascosto il suo sostegno ad Al-Maliki anche nei momenti più difficili della sua presidenza.

A dispetto di tutti questi inconvenienti, il carisma e l’influenza di Suleimani non sembrano minimamente intaccati, e l’uso utilitaristico delle sue fotografie ne è la prova. Ciononostante, è doveroso ricordare che Qassem Soleimani, non è un politico né un diplomatico. Egli è un soldato fedele ai valori della rivoluzione islamica e al governo iraniano, e come tale, rispetterà sempre gli ordini dei suoi superiori.

Russia e Iran: nuove vie di cooperazione

Considerando che le sanzioni contro il governo russo da parte delle nazioni occidentali sono in continuo aumento, Mosca si trova obbligata a guardare all’Asia per trovare partner economici e strategici. Il Cremlino ha negoziato per anni importanti accordi commerciali con due giganti dell’area asiatica, con la prospettiva di una nuova realtà geopolitica emergente qualora Cina, Russia e Iran avessero continuato a stringere legami più forti in futuro.

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Le relazioni economiche in potenziale declino tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale. Sono entrambi importanti esportatori di energia, hanno interessi profondamente radicati nel Caucaso meridionale, si oppongono allo scudo missilistico della NATO e desiderano tenere alla larga gli Stati Uniti e l’Unione europea dal controllo dei corridoi energetici nel bacino del Mar Caspio. Inoltre negli ultimi anni gli iraniani hanno affrontato la penetrazione degli Stati Uniti nell’Asia sud-occidentale, così come i russi hanno affrontato la presenza, politica, economica e militare degli Stati Uniti nell’Europa orientale. Considerando le situazioni simili per i due paesi, il presidente russo Putin ha osservato che la Russia e l’Iran non sono solo vicini, ma sono partner affidabili e sono pronti rafforzare la cooperazione tra i due paesi.

Come è noto, le sanzioni alla Russia decise dagli Stati Uniti e appoggiate dai governi europei continuano a fare danni. Secondo gli esperti,  la decisione dei leader occidentali di imporre sanzioni alla Russia ha spinto il governo di Mosca, limitato nella cooperazione coi tradizionali partners europei, a rivolgersi di più all’Iran e alla Cina e anche rafforzare il rapporto con il gruppo BRICS e la Comunità Economica Eurasiatica.

La forza di Iran e Russia si basa sul potere di due potenze che hanno considerevoli depositi di petrolio e gas, e sul fatto che una cooperazione in crescendo tra Teheran e Mosca potrebbe essere d’aiuto ad entrambe, considerando le sanzioni che sono state loro imposte. L’Iran è un attore rilevante in Medio Oriente e possiede le quattro più grandi riserve di greggio della Terra, insieme alle due più grandi riserve di gas naturale. Inoltre esso è il terzo paese più popoloso della regione, con oltre 80 milioni di abitanti. La Russia, dal canto suo, possiede le più grandi riserve naturali di gas del mondo e al tempo stesso è ottava tra le più grandi riserve certe di petrolio greggio.

La Russia è partner strategico dell’Iran e collaborerà con noi in ogni area possibile, tra cui quella petrolifera“ ha annunciato Il vice ministro del Petrolio iraniano per la pianificazione, Mansour Moazzemi. Le conferme delle sue parole derivano anche dall’undicesimo meeting dell’Iran-Russia Trade Council a Teheran, dove sono stati  affrontati temi riguardanti energia, trasporti, banche, industria e miniere, agricoltura e assicurazioni. Secondo gli esperti la cooperazione economica Teheran-Mosca in diversi settori economici non prevede restrizioni.   

La Russia sta cercando di rispondere ai propri bisogni alimentari per altre vie, dopo il recente ordine emesso dal presidente russo che vieta le importazioni dall’UE. Infatti qualche settimana fa il Ministro dello Sviluppo Economico Alexei Ulyukayev ha invitato i Paesi asiatici ad aumentare le loro esportazioni alimentari verso la Russia: il governo cerca in questo modo possibili alternative per ovviare alle sanzioni occidentali, riguardanti in modo particolare frutta e verdura fresca a cui la Russia risponderà importando noci, carne di manzo, maiale e pollo.

E’ l’idea di cui il ministro dell’Energia di Mosca, Alexander Novak ha discusso a Teheran. L’Iran pronto a rifornire la Russia di frutta e verdura, dopo le sanzioni europee, ottenendo in cambio il gas. Secondo funzionari iraniani i produttori di generi alimentari del paese sono pronti fornire alla Russia prodotti di qualità. Infatti il segretario generale della Stuff Association Kaveh Zargaran ha confermato che l’Iran è pienamente in grado di soddisfare le richieste russe in questo campo. Inoltre, l’ambasciatore ha affermato che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e sviluppare l’estrazione dai giacimenti di gas.

La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano da parte russa. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno concordato per un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio alla Russia a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent.  Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, pari all’1,5 per cento della produzione iraniana, sono una quantità significativa secondo gli esperti. Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan.

Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti e metalli. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, Teheran sarebbe interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuterebbe quindi la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Alla fine di questo mese verrà innaugurata una linea ferroviaria nel nord dell’Iran, che andrà dalla città di Rasht sul Mar Caspio a Astara al confine dell’Azerbaijan. La nuova linea ferroviaria porterà un notevole contributo nello scambio di merci tra le regioni.

Un altro punto per rafforzare la collaborazione tra le due potenze energetiche è stabilire pagamenti interbancari nella valuta locale dei due paesi, ha detto il ministro del petrolio iraniano Bijan Zangane in occasione della riunione della commissione russo-iraniana sulla cooperazione commerciale ed economica.

Cyber Warfare: il triangolo Iran-Israele-Stati Uniti

Cyber Warfare, una nuova frontiera

Cyber Warfare: il triangolo Iran-Israele-Stati Uniti - Geopolitica.info

Il 18 novembre 2012, Carmela Avner, responsabile dell’informazione nel governo israeliano, in un’intervista ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La guerra viene combattuta su tre fronti. Il primo è quello fisico, il secondo è quello relativo al mondo dei social networks ed il terzo concerne gli attacchi informatici. La guerra cibernetica sta diventando parte integrante del conflitto militare contemporaneo…”.

Nel 2006 il Presidente George W. Bush, in collaborazione con l’amministrazione israeliana, pianifica un’operazione d’intelligence, nota come “Operation Olympic Games”, avente lo scopo di individuare una mappatura degli impianti di Natanz e ostacolare i progressi iraniani nel campo dell’energia nucleare. Riconfermata con Obama nel 2009, l’obbiettivo principale dell’operazione  erano i sistemi industriali della Siemens impiegati nel sito di Natanz per la produzione di uranio arricchito, un materiale fissile insieme al Plutonio impiegabile per la produzione di ordigni nucleari.

Israele premeva sul suo alleato occidentale, gli Stati Uniti, per attaccare militarmente l’Iran, convinto che solo attraverso una prova di forza si sarebbero ottenuti i risultati sperati. Gli Usa al contrario ovviarono per un’opzione alternativa: una cyber war.

Maggiormente percorribile e dai costi e rischi decisamente inferiori rispetto ad una operazione militare su larga scala, essa consentiva anche di evitare uno scontro aperto con gli alleati di Teheran in seno al Consiglio di Sicurezza ONU, cioè Russia e Cina.

La strategia statunitense

Appena entrato in carica nel 2009, il presidente Barack Obama ha dichiarato il cyber spazio una risorsa nazionale strategica eccezionale e fin dall’inizio del suo mandato ha chiesto di accelerare gli attacchi informatici contro l’Iran.

Nel 2010 i militari statunitensi hanno creato un nuovo Cyber Comando per unificare e amministrare le reti informatiche del Dipartimento della Difesa (DoD), al fine di rafforzare la capacità di respingere e lanciare attacchi cibernetici. Nel maggio 2011 ha fatto la sua comparsa la “Strategia Internazionale per il Cyberspazio”, importante in quanto sottolineava il diritto di usare la forza per fronteggiare minacce cibernetiche.

I militari statunitensi hanno iniziato a studiare varie strategie nel cyberspazio, armi offensive comprese; l’attenzione è stata rivolta in particolare all’uso di capacità cyberspaziali per distruggere, interdire, degradare, ingannare, corrompere o usurpare la capacità degli avversari di usare la sfera del cyberspazio a proprio vantaggio.

Fin dall’amministrazione Bush, la distruzione o rallentamento del programma nucleare iraniano  prevedeva l’utilizzo di una famigerata arma informatica: il virus Stuxnet. Considerato la prima vera “cyber weapon” della storia, questo strumento rappresentò una novità assoluta nel mondo delle armi strategiche: fu infatti il primo reale “cyber attack”, studiato per generare una distruzione esterna al dominio digitale, dove il cyberspazio venne utilizzato per compromettere un obiettivo fisico e concreto, ovvero gli impianti d’arricchimento nucleari. Stuxnet fu non solo il primo worm di cyber-sabotaggio ma anche di cyber-spionaggio, in grado di spiare e sovvertire sistemi industriali.

Dalle ricerche emerse sembra che sia stato un dipendente o un addetto alla manutenzione a introdurre il virus, collegando una pen drive USB contenente il malware a uno dei computer presenti negli impianti. A causa di un errore di programmazione, il malware ha superato il confine della rete interna e si è propagato su Internet; dopo aver provocato ingenti danni, i ricercatori di sicurezza hanno analizzato in dettaglio il funzionamento di Stuxnet, e ne hanno individuato il codice di programma. Per questo, è stato creato un nuovo malware per continuare la cyberwar, noto come Flame; 20 volte più grande di Stuxnet, fu progettato per raccogliere informazioni sulla capacità dell’Iran di sviluppare un’arma nucleare, è attualmente uno dei virus più pericolosi in circolazione.

La sua esistenza fu rivelata nel maggio 2012 dall’Iranian Computer Emergency Response Team(Maher), mentre venne scoperto da Kaspersky, su richiesta della International Commuication Union delle Nazioni Unite, preoccupata per la scomparsa di “sensitive informations” in tutto il Medio Oriente. Il virus informatico Flame, a partire dal 2012, si è infiltrato soprattutto nell’area del Medio Oriente, infettando una moltitudine di computer, fra cui l’Iran che colleziona il numero più alto di computer infetti, ben 189.

Un ex funzionario della CIA ha dichiarato che sia Stuxnet che Flame farebbero parte di un solo grande piano di cyber attacco: “Mettendo insieme i vari pezzi del puzzle raccolti finora, si direbbe che ci troviamo di fronte alla prima prolungata campagna di cyber-sabotaggio contro un nemico degli Stati Uniti”, scrive infatti il Washington Post.

Nonostante la segretezza del programma e degli autori, Usa e Israele vennero additati fin da subito come i principali sospettati. L’esperto di sicurezza cibernetica tedesco Ralph Langner ha rivelato alla radio pubblica nazionale nel 2011 che gli Stati Uniti erano «la forza principale» dietro Stuxnet, un’affermazione alla quale credono molti anche in altri paesi.

Hillary Clinton ha confermato questa circostanza, diventando il primo alto funzionario nordamericano ad ammettere il fatto che gli Stati Uniti abbiano intrapreso una guerra nel cyberspazio. I leader israeliani non hanno mai nascosto l’intenzione di ricorrere al sabotaggio per provare a eliminare il programma nucleare iraniano.

Infine, Israele raramente si è tirato indietro quando si è trattato di scavalcare i confini geografici per perseguire i propri interessi e non sarebbe la prima volta che utilizza operazioni “covert” per eliminare i propri nemici o sabotarne i programmi d’armamento. Fra i sospettati l’Iran annoverò anche la Gran Bretagna, sulla base di alcune rivelazioni fatte qualche tempo fa da Sir John Sawers, il capo del MI6, il quale si era espresso in favore di “covert actions” per distruggere, o quantomeno rallentare, il programma nucleare iraniano.

Cyberspazio e Sfera Internazionale: l’eredità di Stuxnet

Le conseguenze prodotte dalla diffusione prima del virus Stuxnet e poi dei suoi successori Flame e Duqu sono state molto gravi, a conferma del fatto che la dimensione digitale non  è meno insidiosa di quella materiale. Ritenere il cyberspazio un dominio separato da quello fisico è un errore: questi nuovi strumenti digitali d’instabilità hanno infatti la potenzialità di generare nuovi conflitti e sfruttando la dimensione del cyberspazio, danneggiare elementi fisici di importanza strategica.

Il cyberspazio è un dominio complicato, dai contorni e meccanismi ancora indefiniti. Oltre alle nazioni vi agiscono altri soggetti quali gruppi criminali transnazionali, hacker, cyber attivisti, insider e terroristi, tutti con le proprie motivazioni. Gli obiettivi dei cyber attacchi possono essere colpiti, danneggiati o compromessi senza preavviso e una risposta efficace, a causa delle peculiarità del cyberspazio, può richiedere giorni o settimane per essere organizzata ed attuata. I problemi dei cyber attacchi non sono esclusivamente tecnologici ma anche legali, politici e sociali.

Relativamente al caso Stuxnet il diritto internazionale non è ancora in grado di rispondere efficacemente allo svilupparsi di questi nuovi strumenti tecnologici, che minacciano la stabilità globale. La NATO, ad esempio, cerca di promuovere la condivisione delle informazioni fra gli stati membri, favorendo aspetti come trasparenza e comunicazione, ma il livello di preparazione di questi non è al momento sufficientemente omogeneo ed elevato. Questa incapacità è emersa al momento di definire l’attacco agli impianti iraniani se come un “act of force”, quindi una violazione del diritto internazionale, o come “attacco armato” il che legittimerebbe un contrattacco iraniano in nome della legittima difesa.

Secondo il Tallin Manual on International Law Applicable to Cyber Warfare, commissionato dal Cooperative Cyber Defense Center della NATO in Estonia, Stuxnet può esser considerato un atto di forza, mentre non è ancora chiaro se possa esser ritenuto un attacco armato

Il rapporto di McAfee & SDA fornisce una serie di interessanti raccomandazioni sulle misure di cyber security che ciascuna nazione dovrebbe opportunamente intraprendere per aumentare il proprio livello di preparazione, gestire in maniera più efficace gli eventi di cyber sicurezza e limitarne i relativi danni.

Innanzitutto è opportuno aumentare il livello di fiducia e cooperazione fra il governo e il settore industriale al fine di condividere efficacemente informazioni e linee guida. Poi investire su misure che consentano alla popolazione di aumentare il proprio livello di consapevolezza sui rischi e sulle minacce che incombono sui propri dati personali, promuovendo educazione e addestramento sulla cyber security.

Conclusioni

Il rapporto di McAfee & SDA del 2013 rivela che Il 57% degli esperti mondiali ritiene che sia oggi in atto una corsa agli armamenti digitali (cyberwar) nel mondo internet; il 36% degli intervistati considera che la sicurezza informatica sia più importante della difesa missilistica; danni o interruzioni alle infrastrutture critiche sono visti come la minaccia maggiore posta dagli attacchi informatici e il 43% la individua come una minaccia nazionale dalle conseguenze economiche estese. Inoltre il 45% degli interpellati considera la sicurezza informatica importante quanto quella alle frontiere per la protezione del territorio patrio; il livello di «prontezza» cibernetica di Stati Uniti, Australia, Regno Unito, Cina e Germania è minore di quello di nazioni più piccole come Israele, Svezia e Finlandia.

Le infrastrutture informatiche iraniane sono state diverse volte vittime di un cyber-attacco, in ultimo sembra sia un derivato di Stuxnet, conosciuto col nome in codice “Stars” ad aver recentemente insidianto gli impianti nucleari iraniani.

Stars sarebbe il secondo worm a prendere di mira specifici sistemi informatici iraniani nel giro di pochi mesi, dicono gli ufficiali, una continuazione della presunta cyber-guerra perpetrata nei confronti dell’Iran dopo l’attacco distruttivo di Stuxnet alle centrifughe impiegate nel programma nucleare del paese. Le autorità iraniane affermano che certe caratteristiche del worm Stars sono state identificate ma in realtà si è ben lontani dal parlare di “capacità di proteggersi”.

Tutte queste rivoluzionarie conquiste tecnologiche preannunciano nuove corse agli armamenti se non sono protette da accordi di controllo internazionali. Pertanto la creazione di un sistema di sicurezza collettivo sostenuto da accordi internazionali in questo campo è opportuna e ovvia.

Rohani e il dilemma della politica demografica iraniana

Il debutto di Rohani da Presidente dell’Iran ha segnato l’avvio di un nuovo capitolo politico, contrassegnato da un’apertura concreta al sistema internazionale ed in particolare al dialogo con gli Stati Uniti.  È stato eloquente, in tal senso, l’accordo di Ginevra sul tema del nucleare lo scorso novembre. La stretta di mano tra il “Grande Satana”  e il rappresentante più temuto dell’“Asse del Male”  è senza dubbio di portata storica.

Rohani e il dilemma della politica demografica iraniana - Geopolitica.info

E urticante per alcuni attori, come i vicini Israele ed Arabia Saudita.  Un recente sondaggio Gallup ha rivelato che l’opinione pubblica americana pone oggi la Cina, piuttosto che la Repubblica Islamica, al vertice della classifica dei rivali geopolitici più temuti. Una rinnovata alleanza tra l’Iran e gli Stati Uniti potrebbe avere tra i suoi primi frutti non solo un più disteso clima sul tema nucleare, ma anche la pacificazione dei più accesi focolai mediorientali. Il realista Obama è consapevole  dell’ineludibile peso dell’Iran nella guerra in Siria e nella stabilizzazione di Afghanistan e Iraq, entrambi influenzati primariamente attraverso la leva etnico-religiosa. All’Iran, dal canto suo, gioverebbe un maggior riconoscimento del proprio ruolo. Entrambi guadagnerebbero un’enorme vittoria diplomatica e, dato tutt’altro che accessorio per gli Usa, allontanerebbe l’Iran dalla Cina e dalla Russia.

Comunque, mettendo da parte scenari futuribili, di reale resta un’intesa faticosamente raggiunta. Quanto si dimostrerà solida e durevole questa fase? Se il disgelo porterà ad una normalizzazione diplomatica duratura lo dirà solo il tempo. Intanto viene da chiedersi quali sono i contorni del “metodo Rohani” all’interno del Paese.

Dal 2008 lo Stato iraniano  versa in una grave crisi economica, in parte riconducibile alle pesanti sanzioni internazionali. Per il momento però, in un contesto regionale di crisi e rivoluzioni, la Repubblica Islamica dell’Iran resiste. Non gode però di ottima salute. Vi sono stime secondo cui solo il 40% della popolazione sarebbe a sostegno dell’attuale repubblica.  Il restante 60% sarebbe disunito e meno forte dell’altro blocco. A frenare istinti ribelli sarebbero i ricordi della rivoluzione, la non lontana guerra con l’Iraq e il perdurante conflitto in Siria, per citarne alcuni. Meglio dunque una situazione come l’attuale, piuttosto che sfociare nell’imprevisto, peggio ancora se cruento. Questo disincentivo alle proteste potrebbe però non durare a lungo. Consapevoli di questo, i governi i tengono alta la guardia sulla società civile, sebbene, soprattutto nella capitale, il controllo sul rispetto di certe regole sia stato allentato e siano in voga costumi fino a pochi decenni fa impensabili.  Dallo smalto alle unghie femminili ai ben più problematici alcol, droga e social network per esempio. Questi ultimi diffusi, più o meno nascostamente. A proposito della censura su libri, canali stranieri e social network, il Ministro della Cultura Ali Jannati ha promesso qualche settimana fa un allentamento delle restrizioni. Facebook e Twitter, ad esempio, sono accessibili agli iraniani solo attraverso vie informatiche illegali, mentre sono molto utilizzati dagli stessi politici persiani. Vale la pena di notare che il Ministro Jannati è figlio del Capo del Consiglio dei guardiani della Costituzione, un organo di garanzia dominato da conservatori anche in tema di censura.

Il Presidente Rohani, in linea con il suo ministro, ha fatto dichiarazioni del tutto inedite per la Repubblica Islamica, a supporto della libertà cibernetica in quanto diritto civile. Inoltre ha affermato: “Perché stiamo tremando così tanto? Perché non riponiamo fiducia nei nostri giovani?”.

Ancora un esempio di connessione tra l’attuale governo e la società civile: il video “Happy we are from Teheran”, diffuso su Youtube da un gruppo di iraniani. Si tratta di un remake della canzone di Pharrel Williams, interpretato da ragazzi e ragazze senza il velo, che si divertono con balli ironici. Il video -ritenuto oltraggioso dagli esponenti politici della linea dura- ha portato all’arresto dei ragazzi, poi rilasciati su cauzione. Significativamente Rohani ha ripreso su Twitter una propria frase di qualche mese prima:  “La felicità è un diritto della nostra gente. Non dovremmo essere troppo severi con i comportamenti causati dalla gioia”.

La dicotomia politica – conservatori da una parte, moderati-riformisti dall’altra – è dunque facile da leggersi. Ma quale orientamento sarà a prevalere? E quanto è sincero e concreto il progressismo di Rohani? Altri interrogativi aperti.

Si può però approfondire una questione che sarà cruciale per gli equilibri di potere interno e internazionale: la demografia dell’Iran. Anche per questo tema si può partire da recenti messaggi emblematici di Rohani e della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei. Quest’ultima, in una conferenza, ha esaltato il ruolo della donna nel focolare domestico, sottintendendo l’importanza della procreazione. Rohani, invece, ha esaltato il ruolo delle donne nelle rivoluzioni, anche quella islamica, difendendo la parità di diritti tra uomo e donna e la dimensione lavorativa femminile. I messaggi delle due massime cariche politiche, poco subliminali, sono da ricondurre a due differenti piani politici, uno il contrario dell’altro.

La Guida Suprema vuole perseguire un progetto natalista: dal 2012 ha cominciato a criticare la politica di limitazione delle nascite e ha auspicato il raddoppiamento della popolazione. In questo è concorde con l’ex premier Ahmadinejad, che aveva bollato come “occidentale” il controllo della natalità. Questa politica era stata avviata nel 1989, dopo il boom demografico incentivato dalla politica dell’Ayatollah Khomeini, in parte dettata dalla guerra contro l’Iraq (tra gli slogan: “più figli contro Saddam Hussein”). Era stato poi lo stesso Khomeini, persuaso dall’idea che l’economia non poteva sostenere un così alto tasso demografico, a fare marcia indietro emettendo una fatwa che “liberalizzasse” il controllo della natalità e lo rendesse accettabile ai musulmani più conservatori. Il freno alle nascite, sostenuto da incentivi e motti come “meno figli per una vita migliore”, si è rivelato sorprendentemente efficace, sancendo l’abbassamento di natalità più rapido mai registrato: dai 3,6 figli per coppia degli anni ‘80 all’1,8 circa di oggi. La fecondità e la mortalità adulta hanno raggiunto livelli bassissimi, vicini a quelli occidentali. Tale evoluzione della struttura della popolazione è individuata dalla demografia con il termine “transizione”, la quale presenta la possibilità di un momento –chiamato “finestra  di opportunità demografica” – cruciale e irripetibile dal punto di vista della crescita economica. La massiccia presenza di  giovani, insieme ad una contenuta porzione di popolazione inattiva, è infatti un portentoso carburante, invidiabile per i paesi più industrialmente avanzati. La crescita necessita ovviamente di un contesto ambientale favorevole, lontano da quello attuale. L’Iran ha la percentuale di giovani tra le più alte al mondo e circa il 70% della popolazione in età da lavoro (15-64 anni), ma, al contempo, un alto livello di disoccupazione (tra 10 e 14%, a seconda delle fonti) e un’alta inflazione (35% circa).

Il piano di Rohani, in continuità con gli ultimi decenni, vale a dire di promozione della contraccezione e dell’inserimento femminile nel mondo del lavoro, sembra  basato su un pragmatismo che guarda ai percorsi demografici occidentali. E che inoltre valuta troppo alto il rischio di un aumento della spesa pubblica e di un ulteriore aumento del livello di disoccupazione, che potrebbero verosimilmente realizzarsi scegliendo l’opzione di favorire più nascite.

Le ragioni del popolazionismo di Khamenei potrebbero essere più complesse. La motivazione ufficiale e più semplice è il timore di passare da un’alta percentuale di giovani ed adulti ad un’alta percentuale di anziani senza aver avviato la crescita. Si tratterebbe quindi di bruciare un enorme vantaggio e di avere un peso -quello della popolazione inattiva- di difficile sostenimento per una futura popolazione attiva proporzionalmente meno numerosa. Khamenei ha parlato dello spettro di questa ipotesi usando i termini “decadenza” e “depopolazione”.  Eppure alcuni studiosi, come Marie Ladier-Fouladi, lo hanno smentito, riferendosi a proiezioni che vedono nel 2025 ancora un momento demografico propizio per la crescita economica.  Perciò per realizzare quelle riforme strutturali che, senza la spada di Damocle delle sanzioni, potrebbero tradursi in volano per la ripresa. Persino nel più distante 2050, secondo proiezioni delle Nazioni Unite, l’Iran è considerato essere tra i paesi più popolosi al mondo. L’INEDInstitut national d’études démographiques-  stima che in quell’anno la popolazione iraniana sarà di circa 99 milioni di persone.  Alla luce di questi dati la teoria della decadenza della popolazione potrebbe dunque essere ingiustificata, dando adito all’ipotesi che la posizione dell’Ayatollah sia di matrice prettamente politica e geostrategica. La studiosa Fouladi ha parlato di “arma demografica”: volontà di pesare maggiormente nella regione e nel contesto internazionale. Questo fine ultimo è in realtà verosimilmente lo stesso di Rohani. Due ricette diverse per una stessa ambizione di rinascita. Per il momento Rohani ha riscosso un discreto favore grazie ad aperture ed esternazioni ad effetto. Il suo Grand Design deve confrontarsi tuttavia con l’approvazione di misure su impulso della Guida Suprema, proprio in campo demografico. Sono infatti appena partite le politiche e la campagna per l’aumento della natalità. Si teme che l’effetto sia di ulteriore marginalizzazione della donna e di peggioramento della salute sessuale.

Che Rohani non fosse il candidato prediletto di Khamenei non è una novità: gli altri candidati erano decisamente preferiti dall’Ayatollah. Con la parziale eccezione dei negoziati con gli Usa, su cui  Khamenei ha frenato e parlato di “uscite inappropriate” di Rohani, ciò che è nuovo è l’attrito frontale tra i due, che sono i massimi poteri dell’establishment iraniano. Sono due le ipotesi interpretative.

La prima è che lo scontro sia un gioco delle parti. In cui Rohani non fa altro che dare ossigeno al sistema con riforme sostanzialmente accettate dalla Guida Suprema, sebbene questa non lo ammetta pubblicamente e a volte anzi sia critica. Dopotutto senza il vaglio di Khamenei Rohani non avrebbe potuto candidarsi.

La seconda possibilità è che si tratti di un vero braccio di ferro, con inevitabili conseguenze internazionali a seconda del “vincitore”. La Guida Suprema ha l’enorme vantaggio di “restare”, mentre i presidenti passano. Ma la Guida potrebbe non essere più così Suprema, si vocifera. Se si superasse una certa linea, a Khamenei potrebbe sfuggire il controllo avuto sinora.

Si deve infine aggiungere la variabile al momento meno prevedibile: la gioventù iraniana. Se ne può dedurre la compressione, tra politica proibitiva ed economia asfissiante.

Se già ai tempi della dialettica Ahmadinejad-Khamenei i tempi sembravano maturi per un’entrata in scena dei giovani,  cosiddetti “figli della rivoluzione”, tra non molto potrebbe arrivare il loro momento. Non è difficile ipotizzare che la spinta propulsiva venga da Teheran. È nella capitale iraniana che il geografo Alfonso Giordano ha individuato la “massima cornice di operatività” in tal senso, riferendosi alla concentrazione quantitativa e qualitativa di giovani in uno studio che ne evidenzia il potenziale ruolo pivot. L’ingresso dei giovani in politica potrà realizzarsi in punta di piedi o più fragorosamente, privando l’Iran dell’immunità avuta sino ad ora dal contagio delle primavere arabe.