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Il campo minato del nuovo “Faraone” dell’Arabia Saudita

Con il termine “nuovi Faraoni” l’ideologo islamista egiziano Sayyid Qutb definiva negli anni ’60 del Novecento quei leader laici che nella Umma Islamica governavano contro i precetti della vera fede musulmana, perpetuando così la condizione di “empietà ed ignoranza” (jahilylya) propria del mondo arabo prima della venuta del Profeta (Kramer, 1997). L’esperienza storica ha visto il successo dell’Islam politico solo in alcuni paesi (l’Iran di Komeini; il Sudan di al-Bashir; l’Afganistan dei Talebani) e solo in un periodo di tempo relativamente limitato (Kepel, 2000). Il caso egiziano, culla dei principali ideologi dell’Islamismo contemporaneo (al-Banna e Qutb) ha vissuto momenti convulsi ma fino ad ora non decisivi per l’attecchimento dell’Islam politico in questo paese.

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Rispetto alle convulsioni egiziane, l’Arabia saudita ha da sempre rappresentato un “porto sicuro” per quei dissidenti islamisti in fuga dalla repressione dei governi laici o socialisti e alla ricerca di un percorso di vita e di fede al riparo dell’ortodossia wahhabita (Vassilev, 2000). Il Regno saudita è infatti intrinsecamente legato alla visione rigorista dell’Islam (quella del riformista Muhammad Ibn Wahhab vissuto nel XVIII secolo) da cui trae la propria legittimità politica. Tale unione (simboleggiata nella bandiera nazionale dalla spada dei Saud e dal Libro santo) ha contraddistinto l’intera storia del paese, l’unico della Umma Islamica in cui gli Ulema hanno un potere istituzionale delle cui fatwa il regno si serve per sancire le proprie decisioni. Scelte politiche non sempre condivise dai movimenti più fondamentalisti dell’Islam sunnita. Non a caso, il Regno è puntellato esternamente dalla storica alleanza con gli Stati Uniti (e prima ancora con l’Inghilterra) che ha salvaguardato il fondamentale ruolo geopolitico del Paese quale principale esportatore petrolifero (Gause, 1998).

Ora a cambiare il volto dell’anchilosata monarchia saudita, spesso vittima al suo interno di un complicato sistema di successioni e di intrighi che ne limitano le prospettive decisionali nel medio-lungo periodo, è intervenuto nel 2017 il giovane principe Mohammad bin Salman (classe 1985) il quale proprio quell’anno è stato nominato erede al trono dal padre Salman che, anziano e malato, nominalmente detiene tuttora il trono. La sua salita al potere non è stata esente da “scossoni” che sembrano però averne garantito la stabilità, attraverso metodi spesso controversi (dietro alla reclusione dorata di molti esponenti dell’élite nazionale all’interno di un hotel di lusso a Ryad, ufficialmente per motivi di corruzione, molti hanno visto una resa dei conti del giovane principe nei confronti dei suoi oppositori interni) e senza tanti scrupoli nel liquidare la dissidenza (esempio ne è il caso Khashogi).

La novità “concettuale” e potenzialmente dirompente apportata dal giovane principe è la rilettura in chiave nazionalista della storia e della contemporaneità saudite. Il richiamo alla watraniyya (nazionalismo appunto) è in parte strumentale al grandioso piano di riforme volute da MDS che mira a fare dell’Arabia Saudita un polo d’attrazione di investimenti internazionali, diversificando la propria economia dalla dipendenza dal petrolio. Le ambizioni del giovane principe si sono concentrate sul progetto “Vision 2030” con la costruzione di avveniristiche città nel deserto, hub di nuovi affari a marchio High-Tech da costruire con investimenti privati. Tale intraprendenza e l’operazione di public relations che MBS ha strenuamente promosso tanto all’estero quanto in casa non possono fare a meno di un puntello ideologico che stemperi l’immagine reazionaria degli imam wahhabiti alla quale la monarchia saudita è stata per lungo tempo associata. Per quanto lo slancio del giovane principe sembrerebbe propizio a rilanciare il nuovo ruolo dell’Arabia Saudita nel mutato scacchiere internazionale, MBS dovrà però fare i conti con le conseguenza che tale “restyling” potrebbero avere sul piano sia sociale che religioso.

Le prese di posizione del principe ereditario rischiano di scontrarsi però contro la sensibilità delle gerarchie wahhabite: l’aver accentuato l’importanza della Giornata Nazionale Saudita del 23 settembre (in senso laico) ha ad esempio provocato la ferma condanna dei religiosi più radicali, che lo accusando di perpetuare la condizione di jahilylya. Certo, non è la prima volta che i rapporti tra la Casa saudita è le gerarchie waabite subiscono degli scossoni.

Storicamente -è ciò fin dall’espansione degli al-Saud nella Penisola arabica nel XVIII sec.- quando il carisma dei predicatori sovrastava quello dei regnanti erano loro a prevalere; né d’altro canto, agni inizi degli anni ’20 del secolo scorso, il capostipite del regno Abdul Aziz Saud ha esitato a sterminare i mujaheddin (Ikhwan)-supportato dall’aviazione britannica- quando questi si rivelarono una minaccia per la stabilità del potere (Kostiner, 1993). Fu proprio tra i clan i cui membri militavano nell’Ikhwan decapitato di allora che emerse il commando di estremisti che nel 1979 assalì la Grande Moschea della Mecca prendendone in ostaggio i pellegrini. Anche in quella occasione la repressione fu spietata e segnò un momento decisivo nella conflittuale dialettica tra monarchia e clero. Clero che paradossalmente, proprio a seguito di quel fatto così drammatico, segna un punto a proprio favore: in cambio del rinnovato sostegno al re Khaled, gli ulema si vedono riconosciuti ampi margini di agibilità in ambito educativo, d’insegnamento e propagazione della fede, con radio e reti televisive loro dedicati. Inoltre ottengono quella stretta nei costumi e nella moralità pubblica che limita le libertà individuali -specie delle donne. E’ l’inizio della Sahwa (letteralmente “il risveglio”), un periodo di grande dinamismo nel campo religioso, impersonato da due carismatici ulema, Salman al-Ouda e Safar al-Hawali, in cui il salafismo wahhabita riceve e rielabora il contributo della fratellanza musulmana di matrice qutbista. Ed è proprio questo il 1979 cui il giovane principe si riferisce nel suo auspicio a un ritorno ex-ante

Tuttavia, i nuovi predicatori della Sahwa saranno meno prudenti della maggioranza del clero wahhabita nel non urtarsi con i sovrani, criticando l’”ignavia” degli ulema che li sostengono e denunciando l’esercizio di una sovranità secolare che –a loro dire– non può sostituirsi a quella divina. A queste diatribe di carattere dottrinario si aggiunge l’evento -traumatico sotto molti aspetti- rappresentato dalla Prima Guerra del Golfo alla quale l’Arabia Saudita partecipa. Non solo, ma autorizza la permanenza (che da allora sarà stabile) di truppe americane sul proprio territorio. Tale scelta segna una frattura nelle Sahwa, con la “vecchia guardia” degli ulema wahhabiti che sancisce con due fatwa la decisione del re, mentre le nuove generazioni di salafiti-qutbisti considerano la presenza straniera sul “sacro suolo” niente meno che un’empietà. Oltre a questi dissidenti, nelle persone di Al-Hawali e al Awda -che vengono subito arrestati- molti salafisti ancora più radicalizzati danno vita ad azioni violente, ad attentati e ad attacchi contro la presenza americana. Tra questi ultimi si annovera Osama Bin Laden che proprio da allora dà inizio alla propria “Jihad” contro “ebrei e nuovi crociati”(sic).

Si può affermare che il percorso di MDB sia in effetti appena iniziato, e come suggeriscono alcuni osservatori, il giovane principe ha il potenziale –sia genetico che costituzionale- per regnare fino al 2070. Il modo in cui ha fin qui gestito il potere -in un misto di crudeltà e aperture, modernità e tradizione- sembrerebbe avvicinarlo alle figure degli assolutisti illuminati dell’Europa del XVIII secolo. La grande incognita resta su come saprà reggersi su un equilibrio molto esile tra modernizzazione e wahhabismo, e su come la base sociale e islamica reagirà alle riforme annunciate.


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La “condanna” dell’oro nero, in una congiuntura attuale particolarmente difficile e nell’urgenza di affrancarsi dall’egemonia degli idrocarburi, necessita di una politica oculata ma inderogabile, che il giovane principe sembra aver intrapreso. Non sarà facile convincere chi fino ieri godeva degli enormi introiti legati al petrolio a sobbarcarsi i costi della riconversione economica: l’imposizione fiscale, una novità nei termini in cui viene oggi preannunciata e il calo di manodopera straniera legata alle restrizioni del Covid-19 rischiano senz’altro di provocare il malcontento della classe media urbana e di quella mercantile che hanno finora sostenuto la casa regnante. Il rischio concreto è che tale malcontento possa essere strumentalizzato e cavalcato da gruppi radicali salafiti o da singoli religiosi che non si piegano alla volontà della dinastia Saud. Se da un lato MBS sa di poter contare sulla “docilità” del Consiglio degli Ulema, presieduto dalla potente famiglia degli al-Sheikh (discendenti diretti di Muhammad Ibn Wahhab e nominati dal monarca stesso) spazi di radicalismo esistono al di fuori del Consiglio, come la storia del Sahwa ha dimostrato. Proprio quegli ulema che hanno interiorizzato e integrato il pensiero di Qutb, come Salman al-Awda o Safar al-Hawali che in passato si erano trovati in rotta di collisione con il potere per poi “reintrare nei ranghi”, sono oggi nuovamente sotto la scure di MBS che li ha fatti arrestare: al-Awda perché si è rifiutato di sottoscrivere la fatwa contro il Qatar e al-Hawali per essersi espresso a mezzo stampa contro il principe stesso.

E’ questo il preludio di un rinnovato scontro tra un ambizioso giovane principe, un potenziale “nuovo faraone” da abbattere secondo la retorica integralista, araldo di un inedito nazionalismo saudita da un lato e una galassia islamista risoluta a ribadire l’egemonia dell’Islam integralista dall’altro? Dall’esito di tale eventuale tenzone, in cui il primo avrebbe tutto da perdere e la seconda tutto da guadagnare si gioca il destino della monarchia saudita e potenzialmente, dell’intero Medio Oriente.

L’asse Iran-Venezuela: un pericolo per Washington?

Lo scorso 2 giugno, sotto lo sguardo minaccioso delle navi da guerra statunitensi dispiegate nei Caraibi, l’ultima delle cinque navi iraniane contenenti benzina già raffinata ha attraccato in Venezuela. Il sodalizio diplomatico tra i due paesi fiaccati dalle sanzioni americane si rafforza, Washington minimizza nascondendo forte preoccupazione.

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Può sembrare paradossale che il Venezuela, primo paese al mondo per risorse naturali di greggio, con oltre 302 miliardi di barili di riserve accertate, sia stato costretto a importare petrolio dall’Iran. L’oro nero ha sempre rivestito un ruolo cruciale per l’economia venezuelana, rappresentando oltre il 95% delle esportazioni del paese, ma negli ultimi tempi le cose si sono complicate in maniera preoccupante. Le sanzioni USA, unite alla disastrosa gestione economica da parte di Maduro e al crollo del prezzo del petrolio causato dalla pandemia, hanno contribuito a mettere ancora più in difficoltà un’economia in recessione ormai da oltre sei anni. Inoltre, nell’ultimo decennio, l’agguerrita corruzione, la scarsissima manutenzione delle infrastrutture e la pessima gestione della compagnia petrolifera nazionale (PDVSA), hanno causato il crollo della capacità di raffinazione degli impianti. Soltanto due dei sei impianti sono operativi e la produzione ammonta ad appena 55.000 barili al giorno, ben al di sotto dei 135.000 necessari per soddisfare il fabbisogno quotidiano del paese. In sostanza, il massimo venditore di benzina più economica al mondo deve ora importarla e pagarla a caro prezzo.

La situazione si è ulteriormente aggravata alla fine dello scorso marzo, quando la Russia ha dichiarato la cessazione delle attività in Venezuela della compagnia petrolifera, la cui proprietà è a maggioranza del governo russo, Rosneft. La Russia si era affermata negli ultimi cinque anni come alleato economico e diplomatico fondamentale per il regime chavista, agendo come intermediaria per la vendita di greggio venezuelano e garantendo la distribuzione dei due terzi delle esportazioni di PDVSA nel 2019. Tuttavia, le sanzioni americane alle due principali società controllate della Rosneft che operavano a Caracas, Rosneft Trading e Tnk Trading International, hanno obbligato il Cremlino a fare un passo indietro. Pur continuando ad assicurare sostegno diplomatico, prestiti, investimenti e protezione militare, la liquidazione da parte di Rosneft ha ridotto il sostegno finanziario diretto a Caracas e ha obbligato Maduro ad appoggiarsi ad altri paesi per tentare di arginare l’emergenza.

Alla luce di questo scenario, l’aiuto di Teheran è cruciale per la stabilità del regime. Il totale complessivo di petrolio raffinato trasportato dalle cinque navi è stato stimato intorno ai 60 milioni di galloni, circa 1,5 milioni di barili.  Per quanto riguarda il pagamento, vi sono alcuni dubbi: Caracas, secondo diversi rapporti, dovrebbe pagare la fornitura in lingotti d’oro. Il valore totale dell’operazione, comprensivo dei costi per la riparazione delle fatiscenti raffinerie, oscilla tra i 500 e i 700 milioni di dollari; altri però sostengono che il Venezuela, sull’orlo della bancarotta, non abbia le risorse sufficienti per coprire tale cifra. Infatti, molte delle riserve auree di Caracas sono custodite presso la Banca d’Inghilterra, che si rifiuta di restituirle nel rispetto delle sanzioni imposte al Venezuela, e a tal proposito il regime chavista ha recentemente avviato una causa legale contro la stessa banca.

L’arrivo delle navi iraniane, sotto scorta della marina e dell’aviazione militare venezuelana una volta entrate nelle acque territoriali, è stata sicuramente una vittoria propagandistica per il regime chavista. Maduro ha annunciato che presto visiterà Teheran, e ha nominato una figura chiave come ministro del petrolio, Tareck El Aissami. La nomina di El Aissami, considerato da molti come un difensore della liberalizzazione dell’economia, sembra andare nella direzione intrapresa negli ultimi mesi da PDVSA. Stando a un documento visionato da Reuters, la compagnia petrolifera venezuelana sarebbe vicina a una svolta epocale che porterebbe alla vendita di importanti quote della stessa a imprese private straniere. Ciò garantirebbe denaro fresco per Maduro, mentre per gli alleati, un maggior controllo sulla compagnia consentirebbe una maggiore influenza sul paese e quindi una riduzione dei prestiti. Si eviterebbe così a Mosca, Pechino e Teheran, maggiori creditori, un’ulteriore esposizione finanziaria in un teatro secondario e dissestato economicamente.

Non sono mancate però le critiche: secondo il diplomatico venezuelano dissidente Gustavo Marcano, la nomina di El Aissami fa parte della strategia di Maduro volta a ripartire incarichi di rilievo a gruppi dediti al narcotraffico in cambio di sostegno al regime. El Aissami è considerato da Washington come uno dei principali referenti del partito Ba’ath e dell’Iran in Venezuela. Inoltre, l’attuale ministro del petrolio è accusato di aver gestito o supervisionato ingenti spedizioni di stupefacenti, comprese quelle con destinazione Stati Uniti. Per queste ragioni da febbraio 2017, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC), un’agenzia sotto il controllo del Dipartimento del Tesoro che si occupa di far rispettare le sanzioni commerciali e finanziarie adottate dagli Stati Uniti contro individui e aziende, garantisce fino a 10 milioni di dollari di ricompensa a chiunque fornisca informazioni rilevanti, che possano portare all’arresto e alla condanna del neoministro del petrolio venezuelano.

Nel frattempo l’Iran, tramite le parole del portavoce del ministro degli esteri Abbas Mousavi, ha garantito che, nonostante le sanzioni americane, continuerà a rifornire il Venezuela se Caracas lo richiederà in futuro. Sempre secondo Reuters, lo stesso presidente Rohani avrebbe dichiarato all’emiro del Qatar durante una conversazione telefonica, che se gli americani causeranno problemi alle navi iraniane nei Caraibi, Teheran non rimarrà a guardare. A dare manforte a questa dichiarazione ci ha pensato un’agenzia di stampa iraniana vicino ai Guardiani della rivoluzione. Secondo quest’ultima, le forze navali iraniane sarebbero state pronte a colpire le navi commerciali statunitensi nel Golfo Persico e nel golfo di Oman il mese scorso, nel caso in cui le forze statunitensi avessero interferito con le petroliere iraniane dirette in Venezuela.

Il segretario di Stato Pompeo ha ironizzato, sostenendo che «le forniture iraniane al Venezuela sono appena sufficienti per garantire carburante al paese per due settimane». Tuttavia, dietro questa dichiarazione, si nascondono tutti i limiti della strategia della “massima pressione”, portata avanti, infruttuosamente, da Washington contro i due paesi. Questa strategiavoluta da Trump – e che avrebbe dovuto portare, attraverso sanzioni e altre forme di pressioni economiche, alla caduta di Maduro con la conseguente affermazione di Guaidó,sembra essersi arenata. Anche in Iran, a dispetto delle sanzioni americane e delle recenti manifestazioni scoppiate a causa dell’aumento dei prezzi del carburante, poi trasformatesi in proteste contro il governo e la guida suprema Khamenei, il potere non mostra segni di una imminente sfaldatura. La Casa Bianca poi deve anche fare i conti con pesanti problematiche interne: la pandemia, le rivolte contro il razzismo che imperversano in molte città e il costante calo di popolarità del presidente Trump. In questa situazione, un intervento militare in Venezuela potrebbe far distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da altri temi, ma appare fortemente improbabile una mossa di tale portata prima delle elezioni di novembre. Per adesso Washington osserva preoccupata.

FPLP: il cimelio della Guerra fredda che può fornire le chiavi della Cisgiordania a Teheran

Si annunciava come la demolizione di una casa ma rischia ora di scoperchiare una verità rimasta sinora in sordina: l’Iran sta penetrando in Cisgiordania. A metà maggio le IDF hanno demolito parzialmente un’abitazione nei pressi del villaggio di Kobar nell’area di Ramallah. Un’operazione simile a molte altre che le forze armate israeliane compiono periodicamente come rappresaglia per azioni compiute da quelli che considera terroristi palestinesi (già 3 operazioni del genere si contano nei primi mesi del 2020 secondo i dati raccolti da B’Tselem). 

FPLP: il cimelio della Guerra fredda che può fornire le chiavi della Cisgiordania a Teheran - Geopolitica.info

L’abitazione in questione apparteneva a Qassem Shibli, sospettato di essere coinvolto nell’uccisione della diciassettenne Rina Shnerb. La giovane, appartenente a una famiglia di coloni ebrei, rimase vittima nell’agosto 2019 della detonazione di un IED (ordigno esplosivo improvvisato) nei pressi dell’insediamento ebraico di Dolev. Inizialmente si era pensato a un’azione improvvisata di un autore isolato. Al contrario, le approfondite indagini degli ultimi mesi hanno rivelato l’esistenza di un vero e proprio network terroristico che farebbe capo a una formazione politica spesso dimenticata del panorama palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Infatti secondo le recenti ricostruzioni Shibli farebbe parte di un gruppo più vasto di circa 50 membri facente capo a Walid Muhammad Hanatsheh, operativo di lungo corso del FPLP, anch’egli arrestato nell’autunno dello scorso anno. Tale formazione è stata colta in possesso di un vasto arsenale di armamenti ed esplosivi la cui origine è incerta ma potrebbe ricondurre proprio a Teheran. Se confermata, la notizia potrebbe rappresentare un reale game changer nella partita strategica combattuta su più fronti tra Israele e Iran, con quest’ultimo finora presente in maniera visibile solo nella Striscia di Gaza. 

La nuova primavera di un attore moribondo

Fondato nel 1967 da George Habash come costola palestinese del Movimento Nazionalista arabo, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina aderì all’OLP nel 1968. Da quel momento in avanti rappresentò uno degli attori più importanti dietro Fatah del leader Arafat, su posizioni nazionaliste, pan-arabiste e dichiaratamente marxiste. Gli anni ’70 rappresentarono il momento di massima ascesa di tale movimento, in concomitanza con il periodo di peggiore recrudescenza degli attentati e della strategia dei dirottamenti aerei a opera di formazioni palestinesi. Tra gli episodi tristemente più noti si ricorda il dirottamento di Entebbe del 1976, quando un volo dell’Air France diretto a Parigi venne dirottato verso l’aeroporto ugandese dove si consumò una delle più celebri operazioni israeliane di salvataggio, in cui rimase ucciso Yonathan Netanyahu, fratello dell’attuale Primo ministro. 

La fine della Guerra fredda portò a un netto ridimensionamento del suo peso politico e militare, data l’interruzione dei finanziamenti provenienti dall’Urss. Inoltre la posizione spuria nei confronti del Percorso di Olso e della conseguente conciliazione tra Israele e l’OLP ha costretto il FPLP ulteriormente ai margini. Infatti, pur partecipando alla vita politica della Autorità nazionale palestinese (ANP), avendo rappresentato alle ultime elezioni legislative del 2006 la terza forza seppure a grande distanza da Hamas e Fatah, non ha mai accettato la soluzione dei due Stati e dichiara ancora di aspirare alla riconquista dell’interna Palestina storica. Allo stesso tempo non può rompere completamente i legami con il fronte palestinese dei ‘conciliatori’ e confluire in quello dei ‘resistenti’, essendo quest’ultimo egemonizzato dai movimenti di ispirazione islamista, Hamas e Jihad islamico palestinese (PIJ) in testa.

L’attuale Segretario generale del FPLP è Ahmad Sa’adat, eletto nel 2001 dopo l’uccisione del suo predecessore Abu Ali Mustafa, e confermato al vertice del partito nella sessione segreta della Conferenza generale tenutasi nel 2014. Attualmente tale movimento è considerato un’organizzazione terroristica sia dagli Usa che dall’Ue. Il posizionamento spurio di tale partito è inoltre confermato dal mantenimento in vita della propria ala militare anche dopo la fine della Seconda Intifada quando, al contrario, la gran parte delle fazioni armate orbitanti intorno all’OLP avevano accettato di confluire almeno formalmente all’interno delle forze di sicurezza dell’ANP. La Brigata Abu Ali Mustafa, così rinominata nel 2001, è pertanto ancora attiva in Cisgiordania e non solo. Uno snodo nevralgico della sua attività è infatti il Libano del Sud, e in particolare i campi profughi palestinesi che si trovano in quell’area. Zona da cui Israele si ritirava esattamente venti anni fa, abbandonando dopo decenni di occupazione il territorio del suo vicino settentrionale. È proprio in quell’area che vanno ricercate le tracce di un abbraccio sempre più stretto tra la Repubblica islamica e il FPLP tramite l’intercessione dell’Hezbollah libanese. Un’evoluzione che potrebbe evitare al partito palestinese una sua deposizione anzitempo in un angolo polveroso e angusto di un museo di Storia, tenendolo artificialmente in vita ancora per qualche tempo. 

L’Iran tra Gaza e Cisgiordania

La cornice strategica all’interno della quale è possibile ricondurre la presenza iraniana nei Territori palestinesi e il rinnovato interesse per il FPLP è quella che può essere definita la teoria della deterrenza attiva. Una definizione apparentemente ossimorica che tuttavia coglie bene il senso dell’attuale estroversione regionale iraniana (Siria, Libano, Iraq, Yemen ecc.). Una postura cioè estremamente offensiva e aggressiva che in realtà nasconde una volontà eminentemente difensiva. Teheran è coinvolta a vari livelli su più teatri mediorientali al fine di schivare la vera minaccia, cioè rimandare a data da destinarsi il giorno in cui sarà costretta a combattere per la propria integrità territoriale. L’Iran infatti si percepisce come una scheggia impazzita conficcata all’interno di un ordine regionale a guida americana che le resiste, e che pertanto prima o poi ne richiederà una sua rimozione. Tale teoria è stata sviluppata sfruttando il vuoto geopolitico che dopo l’11/9 si era venuto a creare in Medio Oriente a causa della ‘vacanza strategica’ della superpotenza americana che, per circa un decennio, si era messa a giocare all’allegro chirurgo, muovendo guerra a dittatori e tentando improbabili campagne di esportazione della democrazia.

All’interno di questa cornice strategica Teheran suddivide i Territori palestinesi in due campi di battaglia distinti: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Il primo è ormai assurto definitivamente ad avamposto occidentale da cui minacciare Israele grazie al proficuo coordinamento con Hamas e il PIJ. Al contrario sino ad ora la Cisgiordania si è dimostrata pressoché immune alla penetrazione iraniana. Infatti grazie ai vari accordi di collaborazione e coordinamento del percorso di Oslo questo territorio ha subito un processo di progressiva ‘israelizzazione’. Lo Stato ebraico in altre parole già ne controlla i gangli vitali, dalla sicurezza alle infrastrutture sino all’economia. Si pensi ad esempio a tutti gli apparati di sicurezza dell’ANP, come la Sicurezza Preventiva (PS) e il Servizio Generale d’Intelligence (GIS) che di fatto si presentano come un’emanazione degli apparati israeliani. Ancor più dopo le riforme interne del 2006-07 quando, dopo la vittoria elettorale di Hamas, su spinta israelo-americana si è proceduto al passaggio di tali istituzioni dall’ufficio del Primo Ministro a quello del Presidente dell’ANP, ovvero Abu Mazen. Inoltre da un punto di vista demografico e socio-economico la Cisgiordania è meno propensa a una penetrazione islamista rispetto a Gaza grazie alla presenza di un folto notabilato palestinese di tradizione ottomana, spesso appartenente alla minoranza cristiana, che preferisce ben volentieri l’influenza israeliana a una possibile ingerenza iraniana. Una élite che preferisce il tarbush alla kufya. Questo spiega perché l’Iran, forte del suo pragmatismo, sta puntando a formare un asse con il FPLP. Un movimento distante anni luce dal punto di vista ideologico, e proprio per questo in grado di rendere più digeribile una sua maggiore compromissione nell’area. 

Il cavallo di Troia iraniano

Qualora nei prossimi mesi il nuovo governo israeliano procedesse all’annessione di porzioni della Cisgiordania si potrebbe aprire uno scenario potenzialmente vantaggioso per Teheran. Seguendo quello che i Commanders for Israel’s security (CIS) hanno definito l’effetto domino, l’ANP si ritirerebbe dal coordinamento in materia di sicurezza, come peraltro è stato già annunciato da Abu Mazen in quella che si profila come una vera e propria strategia del martirio, in quanto staccherebbe esso stesso la spina israeliana che lo tiene artificialmente in vita. A ciò potrebbe seguire un’implosione dell’intera Autorità palestinese e un conseguente aumento delle tensioni e della violenza in un paesaggio che risulterebbe frammentato tra milizie armate, capi villaggio e gruppuscoli vari. In un’ipotesi del genere l’Iran vuole farsi trovare preparato. Il FPLP potrebbe così rappresentare un utile cavallo di Troia, in grado di aprire un nuovo fronte orientale fino a qualche tempo fa insperato nella contesa tra Israele e Iran. 

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche

Il Corno d’Africa rappresenta una delle regioni più instabili del mondo e al tempo stesso quella dove è più evidente la ‘regia’ delle grandi potenze i cui interessi divergenti e le guerre per procura emergono con tutte le loro contraddizioni.  

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Nell’area è in corso da tempo un processo di trasformazione dovuto principalmente all’attivismo e al coinvolgimento dei paesi mediorientali che hanno accentuato l’interdipendenza tra le due sponde del mar Rosso. Contestualmente, essi hanno favorito cambiamenti non soltanto nelle dinamiche interne ai singoli paesi della regione ma hanno anche cristallizzato attriti e tensioni, diretto riflesso dei conflitti che coinvolgono i paesi della penisola arabica e non solo.  

Alla base di questo nuovo allargamento del raggio d’azione degli attori regionali c’è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, strategia dettata dalla volontà dell’amministrazione Bush, intrisa di ideologia neocon, di ridisegnare su scala globale l’egemonia americana e di creare i presupposti di un nuovo equilibrio in Medio Oriente. Al fallimento di quella strategia ha fatto seguito il disengagement promosso dalla nuova amministrazione Obama che ha così favorito l’affacciarsi su nuovi teatri delle potenze regionali specie quelle che ambivano a rafforzare la loro leadership come Arabia SauditaIran Turchia. Le rivolte del 2011 hanno fatto il resto cristallizzando la tripolarità e creando assetti nuovi come la vicinanza tra Turchia e Qatar contro le monarchie sunnite di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti incapaci sin qui di assumere un ruolo di leadership nonché di resistere alle ambizioni dell’Iran sciita e dei suoi satelliti (Hezbollah su tutti).  

Eppure, proprio il regno wahabita (l’Arabia Saudita) fu il primo a tentare di cambiare le carte in tavola delle relazioni nell’area: dopo lo choc delle primavere arabe e l’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, Riyad ha trasformato il suo approccio rendendolo un vero e proprio rollback e applicando questa nuova strategia proprio nel Corno d’Africa anche a causa delle rivolte in Yemen che stavano assumendo proporzioni preoccupanti. La situazione di caos nel paese ha consentito al movimento degli Houthi di divenire un fattore decisivo nel conflitto grazie anche all’occupazione della capitale San’a. La presenza di una forza sciita a pochi chilometri dai suoi confini è per i sauditi un fatto inaccettabile e così da allora il regno, anche grazie al dinamismo del principe Mohammed Bin Salman, si è posto a capo di una coalizione che ha iniziato a condurre operazioni militari contro gli Houthi, misure a cui hanno partecipato anche alcuni stati africani come il Sudan. La presenza degli Houthi in Yemen viene vista da Riyad come una sfida diretta al suo prestigio da parte dell’internazionale sciita a guida iraniana, fatto questo che intriso ancor di più le rivalità regionali di matrici tipicamente settarie.  

L’Iran orienta la sua azione nella regione in modo diverso: a differenza delle monarchie del golfo Teheran ha sin qui adottato una politica attendista basata più sulla volontà di ridurre i margini di manovra dei rivali che su azioni dirette. Teheran in sintesi punta a limitare le scelte e le possibilità dei rivali, una strategia rivelatasi fin qui vincente in Iraq (tranne forse per l’omicidio del generale Qassem Suleimani) e che risponde al concetto di ‘profondità strategica’ più volte ribadito dalla guida suprema Ali Khamenei. Ciò consente all’Iran di allontanare potenziali conflitti dai propri confini e di selezionare quegli obiettivi capaci di incidere sulle prospettive politiche dei nemici. Corrisponde pienamente a questa strategia la politica adottata dall’Iran in Yemen.  

Un attivismo diverso da quello saudita ma non meno muscolare è quello invece adottato dalla Turchia imperniata sulla ‘dottrina Erdogan’ volta a compattare il consenso interno al leader attraverso la politica estera. Alla base di questa concezione c’è la volontà da parte di Ankara di adottare politiche preventive che presuppongono anche l’utilizzo dell’esercito: da qui l’installazione di una base militare in Qatar nel 2015 (in funzione anti emiratina) e il dispiegamento di truppe nel Sudan orientale. L’utilizzo dell’esercito nello scacchiere della penisola arabica se da un lato cristallizza l’asse privilegiato con il Qatar dell’emiro Al-Thani dall’altro lato enfatizza lo scontro con gli Emirati Arabi Uniti, rivalità allargatasi anche al Corno d’Africa. Proprio la sponda qatarina ha permesso a Erdogan un accesso pieno alla regione del Golfo e all’altra sponda del mar Rosso: una penetrazione prima umanitaria, grazie agli aiuti che Ankara (via Doha) ha fornito alle popolazioni dell’area ciclicamente colpite da siccità e carestie e poi propriamente politica con il sostegno al governo di Mogadiscio conseguente alla visita di Erdogan in terra somala nel 2011. 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato dei veri e propri avamposti strategici, mezzo necessario per la proiezione strategica del regno di Mohammed bin Zayed. Gli emiratini, settimo produttore mondiale di greggio, sono impegnati principalmente a proteggere le rotte commerciali marittime e in particolari lo stretto di Bab al-Mandeb. Da ciò la necessità delle basi militari e, all’inizio della sua penetrazione nell’area, di rapporti privilegiati con Gibuti. Gli emiratini hanno scelto questa linea sia per controbilanciare il crescente peso di altri attori regionali come la Turchia e il Qatar, sia per rafforzare la loro posizione all’interno della stessa Lega Araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Fondamentale resta però l’aspetto economico e cioè la ‘protezione’ delle rotte del greggio e in special modo dello stretto di Bab al Mandeb privilegiando la logistica marittima attraverso la propria ‘testa di ponte’, la società DP World e l’hub del porto di Dubai divenuto ponte tra i mercati asiatici e quelli dell’Africa orientale. L’obiettivo è quello di contendere alla Turchia la maggior parte degli investimenti nella regione, settori chiave come le costruzioni, il turismo, i generi alimentari (Abu Dhabi è importatore per quasi il 75% del proprio fabbisogno alimentare). Dopo una prima fase in cui gli Emirati hanno investito massicciamente a Gibuti è stata l’Eritrea l’oggetto di un sempre maggior interesse in funzione anti-iraniana: da qui la decisione di aprire una base militare ad Assab dopo la normalizzazione delle relazioni del paese africano con le monarchie sunnite. L’Eritrea in tale fase si è distinta per la capacità di giocare su più fronti anche se poi il suo presidente, Isaias Afewerki, è divenuto sempre più sponsor di Teheran nella regione divenendo di fatto testa di ponte per gli attacchi degli Houthi in Yemen. Politica cambiata nuovamente alla fine del 2015 quando l’Eritrea ha deciso di sposare la causa saudita in cambio di generose elargizioni da casa Saud visto il pessimo stato delle finanze del paese del Corno d’Africa. Un passo che è stato ‘apripista’ ad un altro evento, la normalizzazione dei rapporti con l’Etiopia fortemente sponsorizzata proprio da Rihad e Abu Dhabi.  

Il loro comune nemico nella regione, oltre all’Iran, resta l’ambizioso Qatar. Quest’ultimo ha iniziato la sua penetrazione grazie al finanziamento di Ong islamiche e scuole coraniche, elemento che l’ha resa, agli occhi degli attori del Corno, un partner affidabile. Proprio le buone relazioni sia con l’Eritrea che col Sudan ha permesso all’emiro Khalifa bin Hamad di giungere ad un accordo di normalizzazione nelle relazioni tra i due paesi, accordo siglato nella capitale qatarina Doha a suggello del ruolo svolto dal paese. Un ruolo svolto anche in occasione dei negoziati tra il Sudan e i ribelli del Darfur e tra il Gibuti e l’Eritrea  per la disputa territoriale di Ras Doumeria. Gli interessi qatarini vanno però oltre e coinvolgono direttamente anche la Somalia. Qui grazie alla diaspora e al ruolo delle scuole islamiche il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano di condanna delle azioni del governo federale di transizione (appoggiato dall’Etiopia) divenendo polo di attrazione per tutte le forze somale (anche estere) che condannarono l’invasione di Addis Abeba. Fondamentale la campagna lanciata da Al Jazeera in cui si condannavano gli abusi imposti alla popolazione dell’Ogaden dalle truppe etiopi, condanna che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Etiopia e Qatar spingendo il paese dell’emiro sempre più dalla parte dell’Eritrea.  

Alleanze e accordi che nel Corno d’Africa sono improntate alla flessibilità e a durata variabile, segni tangibili che il nuovo ‘fronte caldo’ del mondo potrebbe essere nel futuro prossimo quello tra le due sponde del Mar Rosso.  

Ipotesi e certezze sullo scacchiere mediorientale dopo la morte di Soleimani

Il cavaliere oscuro, il guerriero imprendibile, ma soprattutto il “martire vivente”. Molte sono state le definizioni attribuite nel tempo a Qassem Soleimani, il comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana: dalla lotta allo Stato Islamico al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo e alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

Ipotesi e certezze sullo scacchiere mediorientale dopo la morte di Soleimani - Geopolitica.info

 

Dal momento della sua uccisione a Baghdad per mezzo di un drone USA, Soleimani è  diventato il martire per eccellenza, la figura attorno alla quale Teheran può ricompattare un paese estremamente diviso al proprio interno, anche per effetto della pesante campagna di pressione statunitense che ne ha messo in crisi l’economia, contribuendo a far aumentare il malcontento dei cittadini. A livello regionale, però, la mossa statunitense rischia di dare origine a una nuova ondata di instabilità i cui effetti hanno già cominciato a riverberars al di fuori dei confini iraniani. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, infatti, è arrivata la risposta di Teheran all’uccisione del suo generale: intorno all’una, 22 missili balistici iraniani si sono abbattuti su due basi irachene che ospitano soldati statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS. Teheran ha rivendicato la legittimità dell’attacco come misura “proporzionata” di autodifesa nel rispetto del diritto internazionale sancito dall’ONU: la rappresaglia, ha commentato il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif su Twitter, è stata “conclusiva”, a segnalare che l’Iran “non vuole una escalation né la guerra, ma è pronto a difendersi da qualsiasi aggressione”.

Dalla sua residenza di Mar-a-Lago, il presidente USA Donald Trump ha supervisionato l’operazione che ha portato all’uccisione di Qassem Suleimani, di Abu Mahdi al Muhandis, e degli altri militari legati all’Iran presenti nel convoglio in transito nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena. Secondo le ricostruzioni, Trump avrebbe dato il via libera all’opzione presentatagli dal Pentagono già qualche giorno prima, dopo essersi consultato con il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O’Brien e altri membri dell’amministrazione. La decisione sarebbe stata presa alla luce dell’escalation di violenza registratasi a Baghdad proprio nel corso dell’ultima settimana, culminata nell’assalto all’ambasciata statunitense condotto da miliziani iracheni collegati all’Iran, e nell’uccisione di un contractor statunitense. Già nella giornata precedente all’uccisione di Suleimani, del resto, il Segretario alla Difesa Mark Esper aveva avvertito della possibilità che gli Usa rispondessero alle provocazioni iraniane con “attacchi preventivi”.

La portata della decisione presa da Trump, e soprattutto le sue possibili conseguenze future, è tale da imporre una riflessione circa le sue motivazioni. La giustificazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca è quella della “difesa preventiva” contro gli attacchi a obiettivi statunitensi che il generale Suleimani stava pianificando in Iraq. Un’accusa plausibile, ancorché impossibile da verificare, e dunque dalla dubbia legittimità giuridica: come ha fatto notare la Special Rapporteur ONU sulle esecuzioni extra-giudiziarie Agnes Callimard, gli omicidi mirati, attraverso droni, non trovano giustificazione nel diritto internazionale umanitario, oltre a presentare una seria sfida alla sovranità nazionale. In questo senso, inoltre, l’assassinio di un esponente di un governo nemico – peraltro su territorio di un paese terzo – rappresenta un pericoloso precedente al quale altri governi potrebbero appellarsi per giustificare proprie azioni future.

A spingere gli USA a intraprendere un’azione così piena di rischi e dalla fragile giustificazione legale può essere stato un mix di calcoli di politica interna e di politica estera. Da una parte, l’uccisione del principale agente operativo del Medio Oriente, nonché architetto della strategia regionale iraniana, è indubbiamente un successo tattico che Trump può presentare ai cittadini statunitensi nell’anno elettorale. Si tratta però di una scommessa, perché se di successo tattico si tratta, è invece assai dubbia la capacità e la disponibilità statunitense di fare fronte alle conseguenze che una mossa di questo tipo potrebbe avere sul lungo periodo: motivo per cui pur essendo Soleimani sulla lista dei ricercati da anni, e relativamente ben individuabile, diverse amministrazioni precedenti a quella di Trump hanno rifiutato di dare il via libera all’operazione in passato.

Dal punto di vista della politica estera, invece, Trump ha agito in ossequio alla strategia della “massima pressione”, alla base della quale c’è l’idea che un Iran indebolito e piegato possa soccombere alle proprie richieste. La mancata risposta statunitense agli attacchi – attribuiti all’Iran – contro le petroliere nel Golfo, così come all’attacco dello scorso settembre agli impianti Saudi Aramco in Arabia Saudita, avrebbe trasmesso a Teheran un messaggio di impunità, in base al quale l’Iran si sarebbe sentito legittimato ad agire senza il timore della “punizione” statunitense. Colpendo una figura di spicco come Soleimani, Washington avrebbe ripristinato quella deterrenza che era andata perduta negli ultimi mesi, e avrebbe rimarcato quelle linee rosse che erano andate sbiadendosi in mezzo agli annunci di disimpegno statunitense dal fronte siriano a vantaggio della Turchia, e implicitamente dell’Iran. Anche in questo caso, però, l’incognita è rappresentata dal risultato dell’azzardo di Trump. In questi mesi, la strategia di “massima pressione” non è risultata in un ritorno dell’Iran al tavolo negoziale, bensì in un preoccupante aumento della tensione e dell’instabilità nella regione, con il moltiplicarsi delle possibilità di conflitto. A farne le spese è stato anche e soprattutto l’accordo sul nucleare, già azzoppato dall’uscita USA, poi ulteriormente indebolito dalla ripresa graduale delle attività nucleari iraniane in risposta alla pressione Usa, e ora definitivamente appeso a un filo.

La situazione quindi, si fa ancora più complessa e delicata, ed è sotto gli occhi di tutti: il 26 gennaio scorso, per esempio, cinque razzi “Katiuscia” sono stati lanciati contro l’ambasciata americana nella zona Verde di Baghdad, a confermare come le relazioni Iraq Usa, dopo la morte di Soleimani, si siano ancor più complicate inserendosi definitivamente sul piano delle questioni internazionali a cui tutte le altre potenze mondiali (Europa inclusa), non dovrebbero sottrarsi.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

FOCUS – 11 febbraio 1979: l’onda d’urto della rivoluzione iraniana

La rivoluzione iraniana del 1979 è un evento spartiacque per la storia del Medio Oriente contemporaneo. Sono diverse le conseguenze causate dall’ascesa degli sciiti al governo dell’ex impero persiano: da una parte un cambio di schieramento internazionale da parte di Teheran, che si allontana definitivamente dagli Stati Uniti, dall’altra una serie di contrappesi adottati dai paesi vicini all’Iran nel tentativo di fermare l’onda espansiva della rivoluzione islamica.
In questo paper verrà analizzata l’importanza del processo rivoluzionario nel paese, le azioni di disturbo e di contrasto messe in atto dalle potenze sunnite dell’area, e soprattutto come, dall’inizio del nuovo millennio ad oggi, il contesto mediorientale, anche grazie alla postura statunitense, prima interventista e poi in fase di disimpegno, abbia concretamente favorito un ritorno dell’Iran da protagonista nelle dinamiche di potere regionali.
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FOCUS – 11 febbraio 1979: l’onda d’urto della rivoluzione iraniana - Geopolitica.info
Soleimani e la mezzaluna persiana (più che sciita)

La morte di Soleimani è un attacco all’influenza iraniana nella regione. La mezzaluna sciita non esiste. La Realpolitik di Soleimani nella mezzaluna persiana.

Soleimani e la mezzaluna persiana (più che sciita) - Geopolitica.info

 

L’uccisione del comandate delle brigate Qods delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Qassem Soleimani, con un raid aereo ad opera degli USA a Baghdad, durante la notte tra il 2-3 gennaio, ha aperto de facto una nuova fase degli equilibri geopolitici non solo tra Teheran e Washington ma in tutto il Medio Oriente dall’Afghanistan all’Iraq fino alle Monarchie del Golfo.
Al di là della “narrativa” createsi intorno al presidente americano, secondo la quale Washington sarebbe ostaggio di un “tiranno” che viola la costituzione permettendosi di bypassare sia il Congresso sia il Pentagono, il raid militare contro Soleimani è stato un attacco chirurgico e organizzato da tempo. Dopo l’uccisione di Abu Bakr al- Baghdadi, il Pentagono ha ricominciato a condurre operazioni manu militari contro l’Iran in territorio iracheno, venuta meno la necessità di un’alleanza contro Daesh.
L’assillo americano è quello di evitare il consolidamento della cosiddetta mezzaluna sciita, ovvero la sfera di influenza persiana, eliminando uno dei genus loci della regione, Soleimani, nella speranza di indebolire la posizione geopolitica di Teheran, ostracizzando il regime degli ayatollah per costringerlo forzatamente ad un nuovo accordo che abbia come suo casus foederis il programma missilistico persiano, il vero tormento di Israele e Arabia Saudita.

Ma in realtà si è proprio sicuri che la mezzaluna sciita esista?
Nelle ultime settimane si è sentito parlare molto di mezzaluna sciita cioè di questa grande alleanza di tutti i popoli sciiti della regione con al vertice l’Iran contro le potenze sunnite, quasi fosse strictu sensu un conflitto settario. Ma in realtà la mezzaluna sciita non esiste, o meglio, è una semplificazione della realtà per interpretare la complessità del Medio Oriente. Le alleanze dell’Iran rispondono alla logica della Realpolitik e non alle esigenze dell’appartenenza religiosa. E’ quindi l’interesse del momento che orienta le alleanze e infatti ad un’analisi più accurata si scopre che più che mezzaluna sciita si dovrebbe parlare di mezzaluna persiana proprio per l’eterogeneità degli attori che la compongono e per il fatto che è una realtà puramente geopolitica con a capo l’Iran.
Durante la guerra tra Iran-Iraq (1980-1988), gli iracheni sciiti entrarono in guerra contro Teheran mentre i curdi iracheni vennero appoggiati dall’Iran, in funzione anti-Baghdad, con l’obbiettivo di indebolire la stabilità interna del regime di Saddam Hussein, spingendo per la nascita di uno stato curdo indipendente. Nella guerra tra Armenia e Azerbaigian (1991-1994), per il controllo del Nagorno-Karabak, la Persia sciita appoggiò la cristiana Armenia contro l’Azerbaigian sciita o ancora durante la guerra in Afghanistan (2001) Teheran ha finanziato l’Alleanza del Nord, composta principalmente da Tagiki sunniti, per proteggere i propri confini dalla minaccia talebana. Quindi si constata come lo sciismo è un elemento secondario che è assoggettato alla logica di potenza.

La capacità di Soleimani è stata quella di coniugare gli interessi nazionali iraniani con l’eterogeneità del Medio Oriente, sfruttando anche gli errori americani dal 2003 in poi.
Hezbollah, pur essendo un’organizzazione sciita, di fatto accetta combattenti libanesi di qualsiasi credo, compresi tantissimi cristiani, nella convinzione, secondo il leader Nasrallah, che i libanesi siano prima libanesi e poi cristiani e mussulmani. La compattezza di Hezbollah è quindi la “longa manus” per la proiezione di Teheran nella regione sia come strumento di deterrenza nei confronti di Israele sia per il rafforzamento del regime di Damasco.

In Yemen, l’alleanza con gli Houthi non è da studiare con gli “occhiali” dell’appartenenza religiosa. Gli Houthi non sono propriamente sciiti, come spesso esplicitato nei talk show, ma sono zaiditi. Lo zaidismo è un filo della religione mussulmana sui generis che integra elementi dell’islam sunnita e dell’islam sciita. Per il regime iraniano il vero leitmotiv dell’alleanza ad hoc è l’indipendentismo delle milizie degli houthi perché mette sottopressione la stabilità degli adiacenti confini dell’Arabia Saudita e impegna Riyad attivamente nella guerra civile yemenita, distraendola dallo scacchiere del Siraq.

Anche dal punto di vista delle relazioni tra stati, Soleimani “dettava” gli accordi in base alle esigenze geopolitiche e non religiose.
L’alleanza con il regime degli Al-Asad è un’alleanza storica. Il governo di Damasco è alauita, una setta religiosa non proprio sciita né tantomeno sunnita, la cui special relationship con l’Iran deriva dal “metus hostilis” nei confronti di Israele e, dallo scoppio della guerra civile (2011), dalla volontà di impedire l’ascesa di un regime in Siria filo saudita.
Inoltre Teheran è riuscita a instaurare importanti alleanze con due potenze sunnite della regione (Turchia e Qatar), inserendosi all’interno delle diatribe del mondo mussulmano sunnita per contrastare l’Arabia Saudita.
Con la Turchia sunnita l’Iran, pur essendo una potenza sciita, coopera perché entrambi hanno la necessità di mantenere i propri limes stabili e impedire che l’indipendentismo curdo turco si unifichi a quello persiano.
Così come il Qatar che, dopo essere stato isolato dalle altre monarchie del Golfo, ha visto nell’Iran una sponda per uscire dall’isolamento.

In conclusione, le proteste in Iraq e gli scontri mostrano ancora una volta come l’appartenenza religiosa sia friabile nel determinare gli schieramenti. Nei confronti dell’Iran, il mondo sciita iracheno è fortemente spaccato e questo alimenta ancora di più l’instabilità del paese, alimentato da raid americani contro le milizie irachene filo-iraniane, gettando le basi per una nuova proxy war tra Washington e la mezzaluna iraniana.

Terza Guerra Mondiale. Storia di un conflitto mai combattuto tra USA e Iran

Tra i twitter trend topic degli ultimi giorni, due in particolare hanno spopolato a proposito della presunta escalation tra Stati Uniti e Iran che avrebbe seguito la morte del generale Qasem Soleimani: #3WW e, nella versione italiana, #terzaguerramondiale. Da subito su Geopolitica.info (1; 2; 3) abbiamo cercato di confrontarci con spirito critico su quelle che ci sembravano opinioni deboli sia nei loro presupposti che nelle conclusioni, anche se sicuramente funzionali a far vendere più copie ai giornali o a moltiplicare le visualizzazioni delle pagine web.

Terza Guerra Mondiale. Storia di un conflitto mai combattuto tra USA e Iran - Geopolitica.info

Inutile dire che, anche volendo prendere in considerazione la possibilità di un conflitto tra Stati Uniti e Iran, per arrivare a parlare di Terza Guerra Mondiale una condizione doveva necessariamente essere soddisfatta. Per l’appunto, che il mondo fosse coinvolto. Se si fosse riflettuto davvero su quali attori avrebbero fatto ingresso in questo ipotetico conflitto, probabilmente #3WW non sarebbe diventato un trend topic. Gli Stati Uniti sarebbero stati seguiti dal sempre leale Regno Unito, forse dal Canada (anche se i rapporti tra Donald Trump e Justin Trudeau sono pessimi), ma magari non dall’Australia (impegnata a domare l’incendio che la sta devastando). E l’Iran quali pezzi di mondo avrebbe trascinato con sé? La metà della Siria fedele ad Hafiz al-Assad, un terzo di Iraq (quello sciita), gli Huthi in Yemen, Hezbollah e la Jihad Islamica. Il silenzio assordante della Russia di questi giorni parla chiaro sulle sue reali intenzioni in merito, mentre la Cina non è interessata a mettere ancora più a soqquadro una regione che gli fornisce buona parte delle risorse energetiche indispensabili per la sua crescita. E gli Stati europei? E il Giappone? Sono tutti alle prese con sfide che li toccano ben più da vicino rispetto alla morte di Soleimani e a cui non riescono a far fronte (il caso della Libia rischia di trasformarsi in una vera e propria tragedia e, contestualmente, nel momento di rinascita informale dell’Impero Ottomano).

Dopo una lieve flessione nell’utilizzo degli hashtag summenzionati nella giornata di ieri, stanotte durante il bombardamento compiuto dalle truppe iraniane nei confronti delle basi americane e alleate in Iraq si è immediatamente registrata una loro nuova impennata. E, quindi, i profeti di sventura del terzo millennio stamattina hanno nuovamente ricominciato a ipotizzare una serie di scenari apocalittici. Ma quando il sole era già alto è cominciata a emergere la realtà. Si era inizialmente parlato di 80 morti, comunque nessun americano. Nel giro di poche ore questa cifra è stata ridimensionata e alcuni ora ipotizzano persino che ci siano una manciata di morti (probabilmente ha provocato più vittime il funerale di Soleimani).

Poi nel pomeriggio sono accaduti due fatti che potrebbero apparire spiazzanti, se letti attraverso il prisma della #terzaguerramondiale. La prima è la dichiarazione del ministro della Difesa iraniano, il generale Amir Hatami, secondo cui «le prossime mosse dell’Iran saranno proporzionali alle nuove azioni degli Stati Uniti». Solo viene da domandarsi: se l’Iran dopo una notte di bombardamenti non ha ferito nemmeno un soldato tra quelli americani e della coalizione internazionale, perché mai gli Stati Uniti dovrebbero porre in essere una reazione che rischierebbe solo di alimentare l’odio nei loro confronti (oltre a essere uno spreco di risorse)? Quindi, spiegare che le prossime mosse saranno proporzionali alla reazione americana equivale a dire che non ci saranno nuove mosse da parte iraniana. Sicuramente il fatto che in una notte intera di bombardamenti i reparti speciali incaricati dell’operazione “Feroce vendetta” non abbiano distrutto neanche un obiettivo americano è quanto meno sospetto. Se non fosse così, non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere ai responsabili dell’operazione una volta tornati a Teheran. Più probabilmente si trattava di un’operazione “coreografica”, per cui l’assenza di danni rilevanti al nemico faceva parte della consegna data alle forze sul campo direttamente dai vertici di Teheran. A convalidare questa ipotesi, la notizia secondo cui Washington sarebbe stata messa in guardia dell’attacco dal governo iracheno (notoriamente filo-iraniano), che era stato a sua volta avvisato da Teheran (che mai avrebbe sospettato che la notizia sarebbe circolata!?!?).

A questa riflessione è collegato il secondo evento, ossia l’odierno discorso alla nazione di Trump. Con la solita imprevedibilità (o prevedibilità?), il presidente americano ha minimizzato l’attacco della scorsa notte e ricordato che gli Stati Uniti «hanno un arsenale senza pari» – ribadendo, quindi, la loro egemonia militare in Medio Oriente. Allo stesso tempo, si è dichiarato disponibile a trovare un nuovo accordo con l’Iran, più vantaggioso per tutti di quello di Obama e che «permetta all’Iran di crescere e prosperare». Infine, secondo la logica del retrenchment, ha invitato la NATO a un maggiore coinvolgimento nella regione che, ça va sans dire, sarebbe funzionale a un contenimento della spesa che grava sul budget militare americano.

Insomma, che tutto cambi affinché nulla cambi in Medio Oriente? Non proprio. La morte di Soleimani può produrre delle conseguenze politiche. Queste non sembrano essere vantaggiose solo per gli americani ma, inaspettatamente (ma non troppo), anche per gli iraniani. Schematizzando un po’, l’uscita di scena del generale apre agli Stati Uniti la possibilità di ritirare – a testa alta – parte delle loro truppe dalla regione (obiettivo perseguito sia da Obama che da Trump). D’altronde, i tre principali nemici dell’ordine regionale (bin-Laden, al-Baghdadi e Soleimani) sono stati fatti fuori. Inoltre, Washington può rinnovare l’invito agli alleati della NATO, che si sono dimostrati così preoccupati in questi giorni per le sorti del mondo, a impegnarsi di più per la sicurezza dell’area (quindi, ad assumersi più responsabilità). Infine, la morte di Soleimani permette a Trump di evitare nell’anno delle presidenziali di inciampare sulla stessa buccia di banana (una crisi mal gestita con l’Iran) che costò a Jimmy Carter la rielezione.

L’Iran, dal canto suo, perde sicuramente un ottimo stratega e una figura-simbolo della lotta all’egemonia americana in Medio Oriente. Ma, allo stesso tempo, anche l’uomo che più di ogni altro costituiva un ostacolo per congelare uno status quo che metteva in sicurezza alcuni obiettivi strategici faticosamente guadagnati dall’Iran negli anni precedenti. Tra questi il mantenimento di Assad al potere in Siria e la presenza di un Iraq unito e filo-iraniano. Il generale, infatti, perseverava nell’escalation contro obiettivi americani o dei loro alleati, tanto da costringere prima o poi Washington a reagire rimettendo tutto in discussione. Inoltre, con Soleimani esce di scena un personaggio che stava diventando troppo amato nel suo Paese e stava rafforzando sempre di più gli già strapotenti pasdaran, mettendo in ombra i vertici politici e religiosi del regime degli ayatollah. In particolare, come riporta “La Repubblica” in una recente intervista a Olivier Roy, sembra fossero molto tesi i suoi rapporti con il presidente Hassan Rouhani, che accusava il generale di preparare un colpo di Stato.

Per sintetizzare i risultati di questi tre giorni di tensione tra Stati Uniti e Iran – la superpotenza e una media potenza –  e magari strappare un sorriso anche a chi vedeva l’olocausto nucleare dietro l’angolo («il mondo ora ha paura», ve lo ricordate?), si potrebbe ricorrere a un’analogia calcistica (lo faccio solo perché ben prima del sottoscritto – e con tutt’altra autorità – Obama ridicolizzò l’ISIS dicendo che se «i ragazzi di una squadra di basket universitaria si mettessero le maglie dei Lakers, questo non farebbe di loro Kobe Bryant»): spesso all’ultima di campionato alla squadra che ha già vinto matematicamente accade di ospitarne in casa una che, invece, lotta ancora per entrare in Europa League. Che fanno i campioni? Concedono agli avversari di guadagnarsi i punti necessari per ottenere il loro obiettivo.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Come smontare qualche banalità sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran

La morte di Qasem Soleimani ha sollevato in tutto il mondo un gran polverone. Si discute animatamente sia delle ragioni che hanno portato l’Amministrazione Trump a compiere tale scelta, che delle sue possibili conseguenze. In Italia assistiamo al solito dibattito polarizzante su una questione di politica internazionale che, probabilmente, potrebbe essere trattata in modo più produttivo. In particolare, se ci si sforzasse di comprendere gli obiettivi degli attori coinvolti e se si cercasse di formulare delle interpretazioni anche alla luce del punto di vista di Roma.

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Al contrario, le tante reazioni emerse in queste ore scaturiscono principalmente dalla tendenza ossessiva dei nostri rappresentanti in Parlamento e osservatori politici a leggere gli eventi esterni come se fossero un riflesso dei nostri equilibri interni. Anche questa volta, infatti, si è parlato di Donald Trump e Qasem Solemaini, di Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei come se fossero i nostri agenti all’Avana. Davvero è necessario ricordare che si tratta dei massimi rappresentanti di Stati che si muovono all’interno di un ordine internazionale in crisi (tema da noi rimasto in un cono d’ombra del dibattito pubblico) e in cui la competizione si sta facendo sempre più spietata?

Dopo una rapida carrellata dei post su twitter, quindi, non si può non restare colpiti dalla quantità di commenti avanzati sull’uccisione del capo della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, come neanche se avessero ucciso per la seconda volta JFK o fosse venuto a mancare il Santo Padre. Meno stupore, invece, desta l’assertività con cui in tanti si sono lanciati nella solita altalena tra agiografia e demonizzazione di un personaggio che fino a due giorni fa era ignoto al 99% della popolazione mondiale. Oppure in quella, uguale e contraria, tra l’ormai scontata parodia di un presidente americano “pazzo” o, all’opposto, “salvatore” dei destini del mondo occidentale.

Così, citando i peccati ma non i peccatori, un esercizio stimolante è quello di tentare di smontare qualche banalità – alcune delle quali dettate da un approccio ideologico al problema – pubblicate sia da esperti che da neofiti:

«Soleimani era l’artefice della sconfitta dello Stato Islamico» (ovvero, «era il nemico del radicalismo islamico»): sicuramente il generale è stato uno degli artefici dell’estinzione dell’ISIS, o almeno della sua esperienza semi-statuale. Tuttavia, Soleimani non ha combattuto lo Stato Islamico per avversione al radicalismo islamico o, più in generale, alla politicizzazione dell’Islam. Molto più banalmente, essendo un uomo di Stato, operava in funzione dell’interesse nazionale iraniano in Medio Oriente. In tal prospettiva, interpretava l’ISIS come uno strumento nelle mani dei nemici di Teheran (a seconda dei momenti, la Turchia, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi) per minare il progetto della creazione della mezzaluna sciita e la stabilità di Stati filo-iraniani come l’Iraq e la Siria. Di sicuro, non figurava tra le intenzioni di Soleimani quella di contrastare l’idea di Stato teocratico, né tantomeno le interpretazioni oscurantiste della religione musulmana. Terreno su cui, la Repubblica Islamica dell’Iran è campione indiscusso dal 1979.

«Soleimani non era Osama bin-Laden»: sì chiaro e non era neanche Abu Bakr al-Baghdadi, né Madre Teresa di Calcutta, né tanto meno Diego Armando Maradona. Dalla prospettiva di Washington, quel che contava era che Soleimani ricopriva un ruolo simile a quello del fondatore di al-Qaeda per un duplice ordine di ragioni. Da un lato, oltre a essere lo stratega della lotta contro l’egemonia americana in Medio Oriente, per sua stessa scelta ne era divenuto anche l’uomo simbolo (sommava, quindi, le capacità di bin-Laden a quelle di Ayman al-Zawahiri). Dall’altro lato, la sua morte e quella del califfo al-Baghdadi agevolano la Casa Bianca nel parlare di una riduzione degli impegni in Medio Oriente, ritenuta cruciale nell’anno delle presidenziali. Dopo l’eliminazione di questi due nemici giurati dell’America e dei suoi sodali, infatti, Washington può sostenere che il grosso del lavoro nella lotta al terrorismo sia stato fatto ed evitare l’accusa di “abbandono” da parte dei partner mediorientali.

«Soleimani era un assassino, responsabile della morte di migliaia di persone»: forse è vero, ma non tutti gli assassini fanno la sua stessa fine. E questo anche quando (molto spesso) gli Stati Uniti sono nelle condizioni di fargliela fare. Quello che sembra assurdo è che i commentatori italiani che sostengono la scelta di Trump utilizzino la stessa narrazione a cui il presidente fa comprensibilmente ricorso per il suo pubblico interno. Nessun presidente americano ha mai parlato degli Stati Uniti come di una potenza “egemone” e, quindi, la decisione di uccidere Soleimani non può essere spiegata con la riaffermazione del primato americano in Medio Oriente o da altri ragionamenti di ordine strategico. Sin dalla fine della Guerra fredda, peraltro, gli americani sono diventati sempre più insofferenti agli impegni internazionali del Paese. Nel 2016 Trump, pur facendo ricorso a una grammatica molto diversa da quella dei suoi predecessori, aveva fatto una promessa simile a quelle di Clinton, Bush e Obama nella loro prima campagna elettorale: più spesa all’interno dei confini americani, più tagli sugli impegni esterni. Pertanto, l’unico modo che ha Trump per legittimare gravi scelte internazionali, che profilano all’orizzonte l’investimento di nuove risorse, è quello di appellarsi al sentimento patriottico dei suoi concittadini. Più delle tasse, infatti, questi ultimi non tollerano solo la possibilità che siano messe a repentaglio le vite o lo stile di vita degli americani.

«La morte del generale è una data spartiacque»: senza voler scomodare la saggezza del Qoelet, che in un passaggio illuminante ricorda come nello scorrere dei secoli «nulla di nuovo accade sotto il sole», sarà sufficiente ricordare che le date spartiacque si contano sul palmo di una mano negli ultimi 250 anni. Per sommi capi: 14/07/1789; 28/06/1914; 07/12/1941; 09/11/1989; 11/09/2001. Tra queste non figurano gli omicidi di uomini che – ben più di Soleimani – hanno segnato il loro tempo, tra cui Gandhi, JFK o Ernesto Che Guevara. Solo l’attentato di Sarajevo è in qualche modo legato alla dipartita di un singolo individuo. La portata delle conseguenze dell’omicidio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, tuttavia, non dipese né dalle sue doti di strategico-politiche, né dalla sua importanza per gli equilibri interni dell’Impero Austro-Ungarico. Al contrario, innescò una reazione a catena (il cosiddetto effetto chainganging) dovuta esclusivamente alla natura rigida del sistema di alleanze tra le grandi potenze che si era venuto a formare nel trentennio precedente.

«Attacco ordinato mentre Trump si prepara ad affrontare il processo di impeachment al Senato» (ovvero, «la ricerca del nemico esterno»): Non potevano mancare, ovviamente, i commenti in stile complottista. Secondo questi ultimi, un presidente americano per evitare una condanna – che non subirà mai visti i numeri dei repubblicani al Senato – sarebbe così spregiudicato da mettere a repentaglio la vita di migliaia di americani e caricare di ulteriori oneri le casse – già di per sé bucate – dello Stato. Il tutto nella patria del sistema dei checks and balances. O, forse, Trump è così eccentrico da voler passare alla storia come l’unico presidente sottoposto a doppia procedura di impeachment? Peraltro, sembra strano che un personaggio sempre attento agli umori dei suoi concittadini non avrebbe fatto i conti con i sondaggi. Come riporta un articolo di Foreign Policy pubblicato in questi giorni, la stragrande maggioranza degli americani non è d’accordo ad alzare il livello di tensione con l’Iran (a riprova che sono gli americani per primi a voler limitare gli impegni del Paese all’estero). Altro sarebbe stato sostenere che Trump ha ben presente il modello negativo di Jimmy Carter, la cui pessima gestione della crisi degli ostaggi a Teheran contribuì in maniera determinante alla sua mancata rielezione. Sebbene non è successo nulla di simile a Baghdad, l’attuale inquilino della Casa Bianca sa di non potersi permettere di subire umiliazioni in campo internazionale se non vuole vedere offuscata la sua immagine di uomo vincente. Pertanto, con l’uccisione di Soleimani ha lanciato un segnale deciso sul fatto che alcune linee rosse non possono essere oltrepassate. O, forse, sarebbe meglio dire “linee verdi”, visto che l’assedio all’ambasciata americana di Baghdad era avvenuto – sotto la supervisione del generale iraniano – proprio nell’inaccessibile Green Zone della capitale irachena.

«A Washington è l’ora dei falchi»: optare per l’uso dello strumento militare non significa essere dei falchi. Soprattutto, non si può parlare della vittoria dei “falchi” quando non è stato fatto ricorso allo strumento militare in via preventiva o come prima forma di reazione a un attacco subito. Si ricordi che l’opzione militare è giunta solo dopo una lunga sequenza di azioni ostili nei confronti degli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati, che facevano presagire la possibile maturazione di eventi ancora più gravi. Volgendo lo sguardo solo a quanto avvenuto negli ultimi sei mesi, basti ricordare: l’aggressione alle petroliere nel Golfo dell’Oman (13-14/06/2019); l’abbattimento di un drone americano sullo stretto di Hormuz (20/06/2019); l’attacco ai pozzi petroliferi sauditi (14-17/09/2019); l’invasione della Zona Verde di Baghdad e l’assedio all’ambasciata americana (31/12/2019-01/01/2020).

«L’impostore [Trump, nda] fa per obbligo la cosa giusta»: impostore o no che sia – qui non si vuole fornire un giudizio di valore sull’operato di Trump – va ricordato che – a dispetto di quanto molti credono – istituzionalmente la figura del presidente americano non è la versione contemporanea di un satrapo dell’Evo Antico. Il presidente deve concertare le sue decisioni con gli altri membri del Gabinetto, imposta le linee guida della sua politica estera e di difesa in documenti ufficiali e pubblici (National Security Strategy, National Defense Strategy, ecc…), e deve ottenere dal Congresso (nel caso di Trump, con una Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica) le risorse necessarie a implementare le sue scelte. Il tutto in un Paese che, come ricordato qualche riga prima, è la culla del sistema dei pesi e contrappesi. La politica estera americana, peraltro, tende a essere sostanzialmente stabile nonostante il turnover alla Casa Bianca. I principali fattori che determinano un mutamento profondo nella sua condotta sono di ordine esterno e, in quanto tali, avulsi dalle fortune dei singoli partiti o candidati. L’opzione del retrenchment sugli impegni internazionali del Paese, di cui spesso viene accusato Trump, era stata già compiuta da Barack Obama. Entrambi, infatti, si sono confrontati con un ambiente internazionale molto simile e, allo stesso tempo, molto diverso da quello affrontato da Clinton e Bush. I fallimenti riportati in Afghanistan e Iraq, la crisi economica del 2007-2008 e l’emergere di potenze revisioniste (Cina e Russia) hanno posto gli ultimi due presidenti di fronte al dilemma su come preservare il momento unipolare a fronte di una diminuzione delle risorse disponibili. La risposta condivisa è stata quella di rinunciare alla scelta del deep engagement compiuta da Clinton e Bush (ricordate l’idea dell’America come “nazione indispensabile”?) per evitare lo spauracchio della “sovra-estensione imperiale”. Al contrario, Obama e Trump hanno adottato la linea del selective engagement, ispirato la postura degli Stati Uniti al principio del leading from behind e individuato nell’Indo-Pacifico la regione da cui dipendono gli interessi vitali degli Stati Uniti (l’unica dove vale davvero la pena spendere i dollari dei taxpayer americani).

«Siamo sull’orlo della Terza guerra mondiale» (ovvero, «il mondo ora ha paura»): non poteva mancare lo scenario catastrofista, che però non tiene conto di una serie di dinamiche ricorrenti nelle relazioni internazionali. L’uccisione di Soleimani non innesca un’escalation (che era in atto come visto poco prima), ma punta ad arrestarla. In presenza di un ordine egemonico è l’assenza dell’esercizio del potere dello Stato più forte a incentivare le sfide che mettono a repentaglio la stabilità internazionale (ricordate quando Obama non punì il regime di Assad che aveva varcato la linea rossa dell’utilizzo delle armi chimiche contro la popolazione civile nel 2013?). Al contrario, il ricorso alla forza da parte degli Stati Uniti nei confronti di un personaggio tanto in vista del regime iraniano, costituisce un disincentivo a future reazioni iraniane per almeno tre ragioni. La prima è che Teheran non ha la capacità di colpire figure altrettanto in vista dell’establishment politico e militare americano e se optasse per rappresaglie su obiettivi “soft” ne subirebbe una delegittimazione su scala globale. La seconda ragione è che, anche quando ne avesse la capacità, sarebbe la volontà a difettargli. Non bisogna dimenticare che la morte di Soleimani rappresenta un disincentivo per tutti gli altri decisori apicali del regime degli ayatollah. A dispetto di quanto evidentemente pensano molti osservatori, gli iraniani alla loro pelle ci tengono e nel compiere nuove scelte terranno ben presente la sorte toccata al generale. La terza ragione è che l’Iran non è inserito in un sistema di alleanze così saldo e forte da permettersi di fronteggiare una nuova reazione americana, né da far precipitare il mondo in un nuovo conflitto globale. Cina e Russia, le uniche due potenze che in qualche modo potrebbero sfidare militarmente gli Stati Uniti, non rischierebbero mai di restare coinvolte in una guerra “maggiore” perché un soldato è stato ucciso (evento che – purtroppo – rientra nella sfera delle possibilità di chi fa questo mestiere). Inoltre, Mosca coltiva un rapporto pragmatico con Teheran, a cui è unita dalla condivisione di uno stesso rivale – Washington – in alcuni contesti strategici. Parafrasando Trump sui Curdi e la Normandia, dalla prospettiva del Cremlino «le Guardie rivoluzionarie non hanno difeso Stalingrado nel 1942-1943», anche perché storicamente i due Paesi su molti temi hanno interessi contrastanti. Allo stesso modo, Pechino non è interessata a chi detiene il primato sul Medio Oriente. Molto più prosaicamente, vuole una regione stabile da cui importare quelle risorse energetiche – a prezzi altrettanto stabili e possibilmente contenuti – imprescindibili per la sua ascesa internazionale.