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Why is Germany ueber alles?

As Germany comes to celebrate the 25th anniversary of the fall of the Berlin Wall it emerges ever more as the European Union’s masterminder, as well as the most popular country on the planet, supplanting the U.S. How could a country that was labeled as the ‘sick man of Europe’ up until a decade ago turn again into an economic and political powerhouse?

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Nowadays Germany came to primacy in continental Europe by acting as a ‘civil power’ – the leverage being its economic and political clout, not its army.

The huge economic effort that the Bundesrepublik undertook in the aftermath of the reunification would draw all its energies for the next twenty years. According to economists and international observers, at the root of Germany’s economic troubles experienced throughout the second half of the Nineties up to the Great Recession lies the ‘shock’ provoked by the reunification, along with a too rigid job market, a generous welfare system and a restrictive monetary policy.

As the new millennium unfolded Germany recorded consistent progress on multiple indicators – from pro-capita GDP growth to the curbing of the federal public debt.

In a globalizing world in which conquest has given way to influence Germany has discovered the path to European primacy without employing an army – in contrast with previous attempts carried out by Kaiser William II and Adolf Hitler. XXI century Germany is no longer a “fascist power”, rather it is a “geo-economic power” that pursues its national interest openly and without caring to look for compromises – the burden falls on the other EU member countries, which have to accommodate for Berlin’s stance.

A very much less ‘altruistic’ Germany successfully implemented both an efficient geo-economic strategy that carried out much-needed structural domestic reforms and at the same time a geo-political strategy built upon a solid economic diplomacy through which Berlin set up strategic partnerships with key geo-economic players. By doing so Germany favored its exports and secured its energy needs. Berlin maximized its soft power.

Germany’s key socio-economic stakeholders – namely political parties, trade unions and the organizations representing manufacturing and services companies – agreed on four critical long-term goals for the country to be attained: the maintenance of the social market economy model; the defense of the industrial base; the fostering of innovation through research and development; the promotion of the country’s international reputation and the search for new trade markets worldwide. Germany’s economic recovery proves that it is feasible to invert one’s course, thus becoming competitive once again.

Now in spite of the hype around the ‘German example’. the German Ordnungsystem – that is its peculiar ordoliberal system of rules and values – cannot be replicated.

What other European (and non-European) countries should do is to study the German paradigm so to take advantage of the best practices that are instrumental to their path of reforms – with a firm commitment to boost competitiveness. Take Italy for instance. The Belpaese, led by Europe’s youngest Prime Minister Matteo Renzi, needs to set up and implement a geo-economic national strategy aiming at “shaping globalization” – favoring its comparative advantages (middle and high-end manufacturing; agri-food business and its natural and cultural heritage) and implement a long-run foreign policy based on efficient economic diplomacy – which is exactly what Germany did.

Sure enough Germany is not immune from troubles. Just to name a few, its economy is too dependent on exports, its government shows one of Europe’s lowest level of public investment and its population has been shrinking since 2003. Moreover, its growing leverage on the European level is raising more than few concerns.

However, it must be recognized that 25 years after the fall of the Berlin Wall and the end of the East -West divide, a united Germany boosts a success story. Berlin kept up with the challenges posed by globalization through an upgrade of its economic and social system while keeping at the same time its proper set of values and its national identity.

Euroscettici e anti-islamici in Germania. Ascesa e declino di Pegida, movimento reazionario tedesco

Da cinque mesi la Germania assiste allo sviluppo di un fenomeno politico che, se ricorda diversi  altri movimenti sorti recentemente in varie parti d’Europa, rappresenta tuttavia una certa novità nel panorama interno tedesco. PEGIDA (acronimo per Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) viene fondato a Dresda da Lutz Bachmann verso la metà di ottobre, e organizza periodiche manifestazioni nel capoluogo sassone in favore di una revisione delle politiche d’asilo attuate dal governo federale e, più in generale, dall’Unione Europea.

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I timori dell’uomo qualunque

Il suo successo è stato piuttosto rapido. I partecipanti ai raduni sono cresciuti esponenzialmente, dalle poche centinaia di ottobre ai 25000 del 12 gennaio 2015. Il movimento ha inoltre conosciuto una rapida diffusione nel resto della Germania – soprattutto a Lipsia, Monaco e in Renania – nonché diverse declinazioni al di là dei confini tedeschi. La sua fortuna risiede probabilmente nel presentarsi come espressione dei timori del “cittadino medio”, nell’apparente rifiuto di ogni legame con l’estrema destra, e soprattutto con i neonazisti, nonché nel tentativo di inserirsi nel solco della mitopoietica nazionale, riprendendo usi e slogan propri delle contestazioni contro la Repubblica Democratica Tedesca – cui appartengono senza dubbio le Montagsdemostrationen (manifestazioni del lunedì, che agitarono le città orientali nell’autunno del 1989) e le parole d’ordine «Wir sind das Volk» (noi siamo il popolo/la nazione).

PEGIDA nasce sui social network, segnatamente su facebook, ed è attraverso tali mezzi che chiama a raccolta i simpatizzanti e diffonde i propri programmi. Questi ultimi si incentrano, oltre che sulla lotta contro l’islamizzazione del Vecchio Continente e per l’adozione di misure più restrittive nei confronti dei rifugiati, anche sulla sfiducia verso la classe politica, la critica ai media “ufficiali” – un motto molto in voga è «Lügenpresse» (stampa bugiarda) – e la difesa delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Fin qui tutto sembrerebbe intonato con le linee-guida di molti partiti della nuova destra e, soprattutto, con quelle di numerosi movimenti “dal basso”, sorti allo stesso modo nel terreno fertile della rete. Caratteristica squisitamente locale è, inoltre, il rifiuto dell’anti-patriottismo e la chiara volontà di allentare gli stretti vincoli culturali che impedirebbero ai tedeschi di dirsi apertamente orgogliosi di esser tali. Tuttavia, nonostante il distanziamento ufficiale, numerosi indizi hanno portato a vedere in PEGIDA un fenomeno profondamente reazionario.

 

La lunga ombra del passato tedesco

Già il logo di per sé, i cui colori sono nero-bianco-rosso, richiama alla mente la bandiera del Reich guglielmino, se non quella con la svastica. Lo stesso grido «Lügenpresse», poi, evoca la propaganda nazionalsocialista, soprattutto se accoppiato all’invettiva «Judenschwein» (porco ebreo) all’indirizzo dei giornalisti presenti durante le manifestazioni del lunedì. Bachmann, da parte sua, ebbe l’infelice idea di salutare il crescere di consensi verso PEGIDA, l’8 dicembre 2014, con la frase «Deutschland erwacht» (Germania desta), quasi una risposta al «Deutschland erwache» (destati Germania), intonato a suo tempo dalle SA. Inoltre la costola di Lipsia – chiamata LEGIDA – si presenta anche più vicina all’estrema destra rispetto alla matrice originale di Dresda, non negando affatto diffusi contatti con la NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands) e con diverse sigle di ultras legati alla galassia neonazista. Conferma ultima fu infine la diffusione di una fotografia di Lutz Bachmann con pettinatura e baffetti à la Hitler – caso sul quale è montato lo scandalo che lo ha costretto, il 21 gennaio, a lasciare la guida del movimento, seppur rimanendone all’interno e intervenendo ai comizi.

Sull’onda di questi “indizi” è pienamente comprensibile come le autorità politiche, sia locali che federali, e ampi strati della società civile abbiano stigmatizzato PEGIDA e la sua campagna, denunciandone le basi xenofobe e gli afflati nostalgici. Angela Merkel ne ha fatto oggetto del suo discorso di fine anno, mentre il Presidente della Repubblica Gauck ha messo in guardia il paese contro le derive demagogiche promesse dal movimento. Tuttavia le risposte della classe dirigente tedesca non sono immuni da critiche, anzi, soprattutto nelle città sassoni si respira un certo nervosismo che ha condotto verso decisioni poco felici. Se all’indomani dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, infatti, l’adunata di PEGIDA a Dresda aveva raccolto il proprio record di partecipanti, il lunedì successivo il governo cittadino ha proibito ogni sorta di assembramento o manifestazione, per ragioni di ordine pubblico, fornendo quindi involontariamente un prezioso argomento utile agli stessi agitatori. Più di recente, per carenza nel numero di poliziotti necessari, una simile decisione è stata presa anche a Lipsia.

 

Cause interne ed esterne di un fallimento

Ciò nonostante il fenomeno di PEGIDA sembra affrontare una parabola discendente. Da una parte, con l’emergere dei punti di contatto con gruppuscoli e ideologie dell’estrema destra tedesca, ogni manifestazione del movimento ha visto sorgere – più o meno spontaneamente – comitati di protesta e contro-assembramenti, il cui numero di partecipanti superava spesso di larga misura quello degli aderenti a PEGIDA. Dall’altra, i toni delle autorità civili e politiche si sono fatti continuamente più seri e preoccupati, invocando il senso di responsabilità della cittadinanza davanti al dilagare di idee e azioni xenofobe (dalla fine del 2014 gli assalti, spesso incendiari, contro i centri d’asilo sono cresciuti esponenzialmente). Tuttavia il de profundis è stato cantato negli stessi vertici dell’organizzazione e dovuto, in gran parte, a una serie di scontri interni che hanno avuto come protagonisti Lutz Bachmann e la portavoce Kartin Oertel. Quest’ultima, come reazione alla permanenza del vecchio leader nel movimento all’indomani dello scandalo del 21 gennaio, ha lasciato PEGIDA assieme ad altri quadri dirigenti dell’organizzazione, fondando il gruppo Direkte Demokratie für Deutschland. La scissione, però, non pare aver avuto molto successo: al raduno chiamato per domenica 8 febbraio a Dresda, infatti, hanno partecipato poche centinaia di persone. Allo stesso tempo non sembra migliore neppure la situazione di coloro che sono rimasti fedeli a PEGIDA, avendo visto appena 5.000 aderenti prender parte alla manifestazione di lunedì 9 febbraio – meno di un quinto rispetto a gennaio.

Se l’esperienza dei Patrioti Europei, quindi, si avvia probabilmente al tramonto, lo stesso forse non si può dire dei motivi di fondo che hanno animato questo fenomeno. Per questo motivo potrebbe risultare interessante condurre un’analisi più approfondita, tenendo presente sia il contesto specificatamente tedesco in cui ha preso forma, sia quello veterocontinentale. Un primo punto di riflessione emerge già dalla constatazione di come, seppur avendo le proprie roccaforti in Sassonia (appunto Dresda e Lipsia), la sua principale diffusione sia avvenuta in Baviera e in Renania, mentre i restanti Länder tedesco-orientali sono rimasti perlopiù tiepidi riguardo alle istanze di PEGIDA. Inoltre, non parrebbe esservi una corrispondenza tra l’effettivo numero di stranieri ospitati dalla regione e la presenza del movimento nella stessa: le tre città-stato della Germania (Berlino, Brema e Amburgo), infatti, accolgono in proporzione un maggior numero di migranti rispetto anche alla popolata Renania o alla Baviera – per non parlare della Sassonia, dove tale quota è veramente irrilevante – ma non hanno conosciuto significative declinazioni locali di PEGIDA.

 

Un “nocciolo razionale”?

Certo, le metropoli sono per loro natura più aperte delle provincie e, dal punto di vista dell’analisi politica, non dovrebbe sorprendere lo sviluppo di questo movimento in un’area toccata solo marginalmente dai flussi migratori. Tuttavia i dati statistici vanno un po’ torturati prima che dicano tutta la verità. Il maggior contributo di stranieri alla Germania è dato dai turchi, basato, in pratica, su una politica di importazione della manodopera vecchia di oltre cinquant’anni, ma rispondente sia a una tradizione secolare di amicizia turco-tedesca, sia soprattutto alla volontà del blocco atlantico di rifondare una Germania occidentale economicamente forte – ovvero di farne un fattore geopolitico – durante la Guerra Fredda. A questi seguono la comunità polacca e quella italiana. Ora, l’islamizzazione contro cui è sorta PEGIDA non riguarda ovviamente questi ultimi due gruppi e, solo in una ristretta misura, il primo (in Sassonia la comunità turca è solo lo 0,14%). Come hanno dimostrato diverse ricerche, infatti, la popolazione tedesca di etnia turca si è rivelata sensibile al cosiddetto salafismo soltanto nelle fasce di età più giovani – qui si potrebbe aprire un discorso riguardo alle connessioni tra ribellismo giovanile e integralismo islamico in Europa – mentre per gran parte è indifferente, se non ostile, a esso. In linea col proprio background culturale, fondamentalmente i turchi in Germania sono sì nazionalisti e magari tradizionalisti, ma anche relativamente laici.

Il bersaglio polemico di PEGIDA è rappresentato piuttosto dai rifugiati e dai richiedenti asilo, originari dunque del Medio Oriente, dell’Africa – nel caso settentrionale – e dei Balcani – soprattutto Kosovo. Qui emerge ciò che potremmo definire il “nocciolo razionale” della protesta di questo movimento, sia perché effettivamente la Germania accoglie il maggior numero di rifugiati nell’Unione Europea, sia per la loro distribuzione sul territorio nazionale che vede in testa Renania e Baviera, e la Sassonia allo stesso livello di Berlino. Eppure, l’ideologia che sorregge PEGIDA non si esaurisce al “nocciolo razionale” e in essa convivono istanze tali da far passare in secondo piano l’opposizione alle politiche d’asilo. Nello sventolare di bandiere tedesche, nei richiami a un Occidente «giudaico-cristiano» – o «greco-giudaico-cristiano», ma, si badi bene, per diritto di conquista (e sopravvivenza) solo l’ultimo termine ha un effettivo valore politico – e nella lotta contro l’anti-patriottismo alberga una critica serrata alle basi culturali della Germania post-bellica: l’Aufarbeitung der Vergangenheit (letteralmente: riconoscimento, e rielaborazione, del passato).

Posta in gioco: l’Europa

L’Aufarbeitung rappresenta infatti un processo estremamente complesso di analisi critica dei propri trascorsi nazionali e, in particolare, delle colpe collettive connesse al Nazionalsocialismo, alla Shoah e, in ultima istanza, alla dittatura tedesco-orientale. Su di essa si basa il moderno Stato tedesco, contribuendo a orientarne sia le scelte in politica estera sia le direttrici culturali e sociali. È contro gli effetti mediatici della Aufarbeitung che i manifestanti di PEGIDA gridano «Lügenpresse» e, sempre contro di essa, invocano una collocazione internazionale della Germania più forte e marcata. L’elemento decisivo di convergenza è dato dall’Europa: se infatti in un approccio critico alla “germanicità” le riflessioni del dopoguerra avevano trovato la propria catarsi nella vocazione europea, i richiami alla ri-nazionalizzazione della Germania e del Vecchio Continente, per PEGIDA, hanno un significato analogo alla negazione dell’Unione Europea – e ciò non tanto per come essa effettivamente sia attualmente, quanto piuttosto per il progetto verso cui dovrebbe tendere.

Prima che un disegno di integrazione economica o politica, l’Europa è un esperimento antropologico – probabilmente tra i più arditi della storia umana. Non diversamente dai processi di nation building si tratta di una spinta dal particolarismo a un universalismo – o, se preferiamo, a un particolarismo in scala più ampia – tendente a relegare le singole identità nazionali a mere caratteristiche regionali e a creare, al di sopra del Tedesco, dell’Italiano o del Belga, l’Europeo. Consustanziale a tale processo è indubbiamente la snazionalizzazione, a cui PEGIDA e numerosi movimenti affini si oppongono strenuamente, ed essa non è diversa dalle istanze di de-regionalizzazione a suo tempo portate avanti dagli Stati unitari tedesco e italiano – peraltro con successi alterni.

Ora, si può essere o meno d’accordo con questa visione dell’Europa unita, e non è neppur vero che questa sia l’unica storicamente identificabile – vi fu il Nuovo Ordine nazionalsocialista, il “concerto europeo”, la ristrutturazione napoleonica, fino ad arrivare a Carlo V e anche oltre. Ma sembra fuori discussione che i motivi fondamentali dell’esperienza di integrazione a noi contemporanea siano in larga misura debitori verso una generale Aufarbeitung che l’intero Vecchio Continente ha compiuto all’indomani del secondo conflitto mondiale – rafforzata da un ripensamento del proprio ruolo internazionale dopo il 1989-91. Giustamente Carlo Jean scrisse – era ancora il 1995 – che, con l’unificazione, la «Germania è divenuta il catalizzatore dell’Europa», ma ciò è vero non soltanto in virtù dei suoi numeri, demografici o economici, bensì anche da un punto di vista culturale, come modello di identità incentrato sulla non-identità nazionale.

PEGIDA, così come molti altri movimenti simili nel resto d’Europa – i quali possono inoltre avvalersi di una certa germanofobia, più o meno manifesta –, si batte appunto contro questo modello, rispetto a cui l’islamizzazione è considerata un effetto snazionalizzante coscientemente perseguito. Tuttavia, la parabola del movimento tedesco – messo a confronto con gli analoghi europei – ci dimostra anche come l’ideologia, o il progetto politico-culturale, contro cui si scaglia non sia affatto fragile, oppure prodotto di un “pensiero debole”, ma possieda invece una propria forza e un’intima coesione capace di reggere le sfide lanciate dall’interno. Vedremo forse presto se ciò possa valere anche con quelle provenienti dall’esterno.

Blitzkrieg contro l’amianto. Analisi storica a cura del prof. Bizzarri

L’impiego dell’amianto è fuori legge in Italia dal 1992, a seguito della approvazione della legge n. 257. La norma, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti l’estrazione e la lavorazione dell’asbesto, è stata la prima ad occuparsi anche dei lavoratori esposti, prevedendo una consistente rivalutazione contributiva per coloro cha abbiano contratto una patologia riconducibile alla contaminazione da amianto. Per arrivare a questo risultato ci sono voluti circa cinquant’anni di ricerche, battaglie sindacali, dibattiti politici. Il tutto condito con il sangue di migliaia di vittime che ancor oggi attendono giustizia.

Blitzkrieg contro l’amianto. Analisi storica a cura del prof. Bizzarri - Geopolitica.info

Molto probabilmente si sarebbe potuto evitare di pagare un tale prezzo. Se solo qualcuno avesse rivolto maggiore attenzione a quanto era già stato in precedenza scoperto e attuato a cavallo degli anni ’40 dal III Reich.

La Germania di Hitler aveva individuato nella malattia – ed in special modo nel cancro – una insopportabile minaccia per la salute dell’homo germanicus, salute reputata essere il prerequisito imprescindibile per la crescita di una nazione sana e prospera. Una campagna di ricerche senza precedenti venne attivamente sostenuta, finalizzandola alla identificazione di misure preventive che consentissero di eradicare alla radice la crescente incidenza di tumori che stava drammaticamente interessando la Germania (al pari degli altri paesi industrializzati). In quest’ottica vennero promosse campagne anti-tabacco e a favore di stili di vita (soprattutto alimentari) ritenuti contrastare l’insorgenza della malattia.

Uno degli aspetti più importanti – e sorprendenti, considerati i tempi! – di questo programma, riguardava l’attenzione dedicata alla cancerogenesi da esposizione professionale. Questo specifico interesse riflette la convergenza di una duplice eredità: normativa e scientifica. Da un lato, il Reich ereditava dallo Stato prussiano la preoccupazione per la tutela delle condizioni di vita in fabbrica, promovendo a tutti i livelli l’igiene del lavoratore (e della sua famiglia),  preoccupazione che aveva portato già nel 1883 ad istituire i “Fondi per Malattia” (destinati a supportare i lavoratori delle aziende). Quella normativa sarebbe stata ampliata a partire dal 1934, con l’inclusione di misure più articolate ancora, destinate alla prevenzione degli infortuni ed alla copertura delle spese mediche per gli operai ammalati. In secondo luogo, la Germania beneficiava degli straordinari progressi conseguiti dalla medicina tedesca che nei primi anni trenta era venuta a collocarsi all’avanguardia delle ricerche volte ad identificare i nessi patogenetici tra malattia ed esposizione ai più diversi agenti fisici e chimici: raggi X, polveri disperse, uranio, amianto ed altri ancora.

I medici tedeschi erano rimasti oltremodo colpiti dalla frequenza di alcuni specifici tipi di tumore (cancro del polmone, della vescica, della pleura) sopravvenuti tra i lavoratori impiegati nelle industrie del vetro, della metallurgia, dei coloranti, tra i minatori delle mine di uranio e gli operai esposti all’amianto, al cromo e all’arsenico (come per esempio i venditori di vino). Questi tumori (che nel seguito sarebbero stati definiti occupazionali”), ancorché costituissero sola una piccola frazione di tutte le neoplasie registrate nel paese, presentavano ciò nondimeno un grande interesse scientifico e sanitario. Dal punto di vista medico offrivano infatti l’opportunità straordinaria di capire attraverso quali meccanismi si sviluppasse un tumore, posto che se ne conosceva la causa, identificata nelle sostanze cui erano esposti i pazienti. Conoscendo la “causa” era logicamente possibile prevenire (perlomeno tale era la convinzione diffusa) la malattia e questo spiega lo straordinario interesse sanitario e politico che i tumori professionali suscitarono nella “nuova” Germania.

Il Nazionalsocialismo poneva grande enfasi nella valorizzazione della figura dell’uomo-lavoratore. Il lavoro, le cui virtù erano celebrate da arte e letteratura – assunse un’aura mistica, eroica, connotandosi come dovere morale, paragonabile per rilevanza solo al servizio militare. Gli uomini avevano il “dovere di lavorare” piuttosto che il “diritto ad un lavoro”, contrariamente a quanto si sarebbe poi affermato nelle società opulente del dopo-guerra realizzando in questo un significativo capovolgimento di valori. L’esercizio di un “mestiere” rispondeva non solo alle esigenze della Nazione, ma consentiva altresì al singolo di esprimere il meglio di se stesso. Per favorire l’accesso alla piena occupazione, il Ministero del lavoro avviò, già a partire dal 1933, un ambizioso ed articolato programma che prevedeva, tra l’altro, un intenso ricorso allo straordinariato ed una progressiva “militarizzazione” dell’economia. I ritmi produttivi salirono vertiginosamente e con questi il tasso di incidenti sul lavoro. Si calcola che gli infortuni mortali siano cresciuti del 10% dal 1933 al 1938, mentre il numero di incidenti invalidanti sia passato, nello stesso arco temporale, da 4000 a 6000. Nel tentativo di arginare il danno, il governo cercò sia di razionalizzare ed ottimizzare i processi produttivi, sia di potenziare il controllo e la prevenzione medica direttamente all’interno delle aziende. Il numero dei “medici di fabbrica” (Betriebsärzte) aumentò da 467, nel 1939, ad addirittura 8000 nel 1944: a costoro erano affidate diverse mansioni, dal controllo periodico dello stato di salute degli operai alla verifica dell’igiene e del rispetto delle norme correlate.

Sotto il profilo giuridico la Germania aveva prodotto in pochi anni un corpus di regolamenti e di leggi assolutamente innovative, anticipando di alcuni decenni alcuni aspetti della legislazione sociale e sanitaria che sarebbe stata introdotta nel resto d’Europa (Tab. I). Le normative promulgate dal nazionalsocialismo rendevano obbligatorio il risarcimento per infortuni o malattie contratte per cause professionali e prevedevano misure di tutela differenziate nei riguardi dei giovani (per questi veniva imposta una limitazione degli orari di lavoro) e per le donne, specialmente se in gravidanza. Parallelamente venne pianificato un ambizioso programma di prevenzione, rivolto in particolare ai giovani (con l’intento di contrastare il tabagismo) e alle donne. Le prime campagne per la diagnosi precoce dei tumori del seno, così come di quelli del collo dell’utero vennero condotte a partire dal 1938 e si protrassero – incredibilmente! – fino al 1943.

L’abito funebre dei Re

Uno degli aspetti più rimarchevoli degli studi condotti in quel periodo indirizzati a chiarire il nesso tra tumori ed ambiente lavorativo, fu l’interesse straordinario portato sulle polveri presenti negli ambienti di lavoro, con particolare riferimento all’amianto.

Con il termine di amianto o asbesto si intende un insieme di minerali (Crisotilo, Crocidolite, Tremolite, Amosite, Actinolite) ottenuti combinando idrati di silicato di magnesio con percentuali variabili di ferro e altri elementi. L’amianto è un materiale piuttosto comune ed è normalmente rinvenuto sotto forma di fibre di lunghezza e consistenza diversa. Questa  caratteristica così peculiare, unitamente all’elevatissima resistenza al fuoco, hanno fatto dell’amianto un candidato ideale per il confezionamento di stoffe ignifughe. Un aneddoto medievale racconta di come Carlomagno, per stupire i propri ospiti, avesse gettato nel fuoco una tovaglia d’amianto  recuperandola intatta dopo una diecina di minuti. I Re del Medioevo venivano inceneriti avvolti da un lenzuolo rivestito d’asbesto che consentiva al termine della cremazione il recupero delle ossa, e in ragione di questo uso il minerale era stato soprannominato “l’abito funebre dei Re”.

Disgraziatamente, le fibre d’asbesto, estremamente resistenti alla degradazione ambientale, rimangono a lungo in sospensione nell’aria  e vengono respirate, depositandosi nei polmoni. Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa: teoricamente l’inalazione anche di una sola fibra può causare il mesotelioma ed altre patologie mortali. Un’esposizione prolungata nel tempo aumenta esponenzialmente il rischio. A distanza di anni dal primo contatto, a seguito di processi infiammatori cronici accompagnati da  rimaneggiamento del tessuto interstiziale, si osserva lo sviluppo di una tra le più classiche pneumoconiosi (patologia polmonare da inalazione di polvere): l’asbestosi, caratterizzata dalla distruzione progressiva di tessuto alveolare, sostituito da aree fibrotiche e tessuto infiammatorio. Segnalata già nell’antichità, specificamente da Plinio il Vecchio, l’individuazione dell’asbestosi come entità patologica a se stante sarebbe stata compiuta solo alla fine del XIX° secolo in Inghilterra, che, insieme agli Stati Uniti, era il paese maggiormente coinvolto nella produzione di fibre di asbesto.

La Germania non fu mai un importante produttore di amianto e l’incidenza di asbestosi si mantenne sempre alquanto bassa, almeno fino ai primi anni ’20. In quegli anni, la ripresa delle costruzioni navali, con il concomitante largo impiego di amianto – principalmente utilizzato come isolante nei locali caldaie – si accompagnò ad un improvviso aumento dei casi di asbestosi e di altre patologie correlate all’uso del minerale. Gli studi sui possibili nessi eziologici tra amianto e patologia umana ricevettero immediatamente nuovo impulso.

Evidenze sperimentali

Già nel 1938 ben quattro studi fornirono consistenti argomenti a favore di un legame tra esposizione all’asbesto e cancro del polmone. Una delle pubblicazioni, a firma di Martin Nordmann, dimostrava come il 12% delle persone affette da asbestosi avrebbero finito con il contrarre un cancro al polmone. La conclusione cui giungeva lo studioso era che “un nuovo cancro professionale aveva fatto la sua comparsa in Germania”. Le autorità sanitarie non avevano tuttavia atteso il verdetto della scienza per assumere, e con largo anticipo, una serie di importanti decisioni. Nel 1936 fu avviata la “campagna contro la polvere” nei luoghi di lavoro, le cui disposizioni prendevano specificamente come obiettivo le fibre di amianto: furono istituite sale attrezzate per la gestione del minerale e i reparti vennero dotati di ventilatori. Nel 1937 il Ministero del Lavoro, insieme alla Società Tedesca per la Protezione del Lavoro, costituì un comitato con il compito di analizzare e investigare l’intera filiera produttiva e il possibile meccanismo d’azione dell’asbesto. Nel 1940 il comitato – presieduto da Ernst Baader – aveva già raccolto tanto materiale da capire che il rischio era maggiore nel corso delle prime fasi di lavorazione del materiale e che questo agiva per il tramite di una irritazione meccanica cronica. Il comitato Baader emanò una serie di direttive volte a minimizzare l’esposizione, a sancire i livelli massimi di polvere tollerabili, indicando gli accorgimenti tecnici per tenerle sotto controllo. La normativa proibiva il contatto con l’amianto ai minori di anni 18 e ribadiva il nesso causale tra asbesto e cancro del polmone. Infine, nel 1943, Hans Wedler pubblicava i dati che mostravano come i lavoratori dell’amianto fossero soggetti ad un tumore raro, a carico della pleura – il mesotelioma – avviato da allora ad una triste fama. Nello stesso anno il governo del Reich assegnò al mesotelioma ed al carcinoma del polmone secondari ad esposizione ad amianto lo status di malattia professionale. Come tali, entrambi sarebbero stati soggetti ad indennizzo. In Italia abbiamo dovuto attendere il 1994 per giungere alle stesse conclusioni.

Poco dopo la fine della guerra, nel 1948, Wedler  e Sorge avrebbero per la prima volta riprodotto sperimentalmente il cancro del polmone nel topo (costretto ad inalare polvere di asbesto per alcune settimane), fornendo così la prova scientifica definitiva del nesso eziologico.

A fronte di questi dati, ci si domanda ancora come sia possibile che l’Europa abbia dovuto attendere cinquant’anni per arrivare alle stesse conclusioni ed arrendersi all’evidenza. Cosa può rendere ragione di un ritardo tanto inspiegabile quanto ingiustificabile?

La rimozione della memoria

Robert Proctor, lo storico statunitense cui dobbiamo la più esaustiva ricostruzione storica dell’impegno tedesco nella ricerca sui tumori (R.N. Proctor, La guerra di Hitler al cancro, Raffaello Cortina Editore, 2000), ritiene che un fattore decisivo sia stato il discredito morale in cui era incorsa la medicina tedesca a seguito delle scoperta degli esperimenti compiuti dai medici delle SS nei campi di concentramento. Non solo, ma il peso dell’ideologia nazionalsocialista veniva considerato tale da inficiare la bontà dei risultati conseguiti. Indegnità morale e inquinamento ideologico furono ritenute aver prepotentemente contribuito ad orientare e verosimilmente a falsificare i risultati ottenuti. La cancerogenicità dell’amianto, insomma, era da considerarsi un errore, frutto ad un tempo della ciarlataneria e dell’immoralità della scienza nazista. Si può immaginare con quale soddisfazione i produttori americani di amianto accolsero queste conclusioni.

L’elemento “ideologico” è però un argomento debole. Infatti, quando si è trattato di impossessarsi dei risultati tecnologici e delle ricerche condotte dagli scienziati nazionalsocialisti nei settori della chimica, dell’ingegneria, dell’agronomia e in tanti altri ancora (basti solo pensare alla scienza dei propellenti e del volo aerospaziale), non sembra che né americani né sovietici abbiano guardato tanto per il sottile. Pertanto, invocare il disprezzo per tutto ciò che era tedesco, che recasse in qualche modo in sé le “stimmate” del nazionalsocialismo, può rendere conto di un clima psicologico comprensibile, ma che verosimilmente non imbarazzava più di tanto coloro che, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, si dettero un gran daffare nel fare incetta di invenzioni, brevetti e scoperte prodotte dall’odiato nemico.

La spiegazione va probabilmente ricercata in altre direzioni. Giova innanzitutto ricordare come le prime segnalazioni circa una probabile associazione tra amianto e tumori vennero condotte e pubblicate sia in Inghilterra sia negli Stati Uniti, addirittura nel 1935. Le ricerche tedesche degli anni ’40 citano correttamente quei lavori, mentre è invece sorprendente che di essi si sia persa memoria nella letteratura scientifica del dopoguerra. Bisognerà attendere gli anni ’90 perché quegli pionieristici studi ricevano il giusto riconoscimento e tornino ad essere citati. Il nesso tra amianto e tumori non potrebbe quindi costituire di per sé prerogativa della “cattiva” scienza nazionalsocialista, dato che insospettabili anglosassoni avevano in precedenza individuato la stessa correlazione.

Proctor propone che la nascente scienza della Epidemiologia abbia sostenuto un ruolo negativo tutt’altro che irrilevante nella “rimozione” delle evidenze sperimentali in forza delle quali l’asbesto era stato messo sul banco degli accusati. L’epidemiologia, sviluppatasi in modo organico solo dopo il 1950, stabilisce correlazioni statisticamente significative tra gli oggetti presi in considerazione. La robustezza dei risultati ottenuti dipende in primo luogo dalle dimensioni del campione studiato: osservazioni condotte su grandi numeri permettono di ridurre in modo sensibile la probabilità di incorrere in errori. Sotto questo profilo gli studi epidemiologici condotti in Germania presentavano il bias di essere limitati a pochi casi. Invero, questo argomento è stato addebitato anche alle successive indagini epidemiologiche, tanto da costituire il principale elemento di difesa invocato dalle ditte produttrici di amianto nel corso degli innumerevoli processi che hanno cominciato a subire a partire dagli anni ’70. E’ tuttavia anche questo un argomento specioso per più di un motivo. In primo luogo, perché qualunque studio epidemiologico, soprattutto quando riguarda tumori relativamente rari (come il mesotelioma), soffre di limitazioni di campionamento che possono essere strumentalmente invocate per ridimensionare o inficiare la bontà delle conclusioni. Per quanto riguarda i primi studi condotti in Germania l’accusa è oltretutto ingenerosa: qualunque studio epidemiologico nelle sue fasi preliminari non potrebbe che riguardare che limitati campioni, dato che il suo obiettivo è propriamente quello di segnalare una possibile associazione che dovrà essere poi accertata con metodi sperimentali.

Quando i fatti non coincidono con le teorie

Qui veniamo al secondo motivo in forza del quale la critica mossa dagli epidemiologici alle ricerche tedesche non può essere ricevuta. La conferma del nesso patogenetico non potrebbe mai procedere dall’epidemiologia che, torniamo a sottolinearlo, si limita ad evidenziare una associazione statistica. L’esistenza di una relazione di causa-effetto deve essere conseguita in laboratorio, con test su cellule o su animali. Ciò tanto più è vero quanto più esiste – come nel caso dell’amianto – un elevato intervallo di latenza tra l’esposizione e il momento in cui compare la malattia clinicamente rilevabile. Come ricordato dianzi, la prova sperimentale venne fornita da Wedler e Sorge, il cui studio, riscoperto negli anni ’70 dagli avvocati americani, non a caso avrebbe costituito l’elemento probatorio principale nel corso della causa che li vedeva opposti a John-Mainville e ad altri produttori d’amianto degli Stati Uniti (D. Ozonoff, Health and safety of workers, N.Y., Oxford University Press, 1988, p. 140). Gli scienziati tedeschi avevano condotto studi clinici ed indagini atomo-patologiche rigorosissime, individuando le fibrille del materiale nelle aree dove si sviluppava il cancro. Tutto questo era però insufficiente per una scienza medica già percorsa dai fremiti di una profonda rivoluzione che l’avrebbe portata ad imboccare la strada dell’assoluto determinismo genetico. In base a questo, qualunque supposto fattore cancerogenico avrebbe potuto indurre un tumore solo se capace di determinare danni o lesioni trasmissibili a carico del materiale genetico (il genoma) racchiuso nel nucleo di una cellula. Questo paradigma assurse ben presto a livello di dogma, condannando le spiegazioni alternative del cancro al dimenticatoio.

Disgraziatamente, l’amianto – così come molti altri fattori oggi riconosciuti come sicuri cancerogeni – non determina a carico del DNA nessuna mutazione. In altri termini l’asbesto sembra indurre la trasformazione tumorale attraverso meccanismi principalmente legati a fattori di ordine meccanico ed infiammatorio che alterano il microambiente su cui si impiantano le cellule del polmone e della pleura, e che non comportano l’attivazione di oncogeni o specifiche alterazioni del materiale genetico. Dato che il processo per mezzo del quale il minerale esplica la propria azione non rientrava nel quadro concettuale della teoria “universalmente”  accettata, non poteva di conseguenza essere compreso. E veniva di fatto scartato dal novero delle possibilità. Conseguentemente, per molto tempo non si è dato credito all’ipotesi del ruolo cancerogenico dell’amianto, giungendo fino a negarne l’evidenza.

Storie di questo tipo non sono purtroppo rarità. Si tratta anzi di un’evenienza alquanto frequente nella storia della scienza, come ha dimostrato per primo Thomas Khun nel suo La Teoria delle Rivoluzioni Scientifiche. Ma che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che non esistono ambiti del pensiero umano che possano realmente considerarsi immuni dalla contaminazione ideologica. La pretesa obiettività scientifica – massimamente quando la si vuole contrapporre ad altre discipline – è nel migliore dei casi un’illusione. Nel peggiore, è una frode.

La Fed si oppone alla richiesta tedesca di rimpatriare il suo oro
Nelle ultime settimane i mercati finanziari sono stati attraversati da turbolenze e nervosismi. Prima che la crisi siriana, con il suo aggravarsi, cominciasse a far salire la tensione generale, ad inquietare gli operatori sono state soprattutto le indiscrezioni relative ad un possibile cambiamento della politica monetaria della Federal Reserve.
Se finora la banca centrale statunitense ha inondato di liquidità il mercato per sostenere l’economia reale ed acquistare debito pubblico made in USA, sono in molti a ritenere che i quantitative easing di Bernanke abbiano fatto il loro tempo.

La Fed si oppone alla richiesta tedesca di rimpatriare il suo oro - Geopolitica.info

La ragione ufficiale viene individuata nella possibilità che nei prossimi mesi l’inflazione negli Stati Uniti possa superare il 2%, imponendo alla Fed un aumento del costo del denaro. Alla maggior parte di commentatori ed analisti è sfuggito però un lancio agostano dell’agenzia d’informazione russa RT che ha diffuso un’interessante notizia. Pare che la Bundesbank abbia chiesto il rimpatrio dell’oro tedesco attualmente depositato nelle casseforti della Fed, ricevendo da Washington un netto rifiuto, almeno fino al 2020.

Non solo. I funzionari americani avrebbero anche negato ai tedeschi la possibilità di ispezionare i depositi dove sono custodite le riserve auree. “La Germania, che lì ha collocato circa la metà delle proprie riserve, ha ottime ragioni per inquietarsi”, aggiunge la nota di RT. “In generale le istituzioni finanziarie USA sono note per l’abitudine di vendere ciò che non possiedono davvero”.

I russi citano come esempio ciò che è accaduto nel 2012, quando la Goldman Sachs ha cominciato a vendere certificati oro, assicurandone la copertura con l’oro custodito nei suoi forzieri. In realtà, come si è scoperto successivamente, nei forzieri della banca d’affari americana quell’oro non c’era e i suoi operatori lavoravano con un sistema di riserve frazionale, contando sul fatto che i depositari non avrebbero mai chiesto il recupero del loro oro.

La richiesta della Bundesbank è senz’altro collegata all’annuncio, dato nel gennaio di quest’anno, di voler rimpatriare 674 tonnellate delle proprie riserve ufficiali attualmente all’estero. In questo momento la Germania custodisce sul suo territorio nazionale il 31% delle sue riserve auree e vuole elevare questa quantità al 50% entro il 2020. Complessivamente Berlino detiene la seconda più grande riserva d’oro del mondo: ben 3396 tonnellate.A farsi portavoce dell’irritazione germanica è il presidente dell’Associazione Tedesca dei Metalli Preziosi, Peter Boheringer.

Secondo quanto riportato sul blog del giornalista indipendente francese Michel Collon, fondatore del collettivo “Investig’Action”, per Boheringer il comportamento degli americani è un pessimo segnale. “Gli USA e la Fed finanziano attualmente tra il 60 e l’80% del debito federale. L’acquisto libero dei buoni del tesoro da parte loro è una pessima notizia per il debito americano. Questo fatto mette in evidenza che le cose non vanno bene circa la qualità del dollaro come moneta di riserva mondiale.

La Cina e l’India”, aggiunge Boheringer, “vogliono probabilmente consumare complessivamente quest’anno 2300 tonnellate d’oro. Stiamo parlando quasi del 100% della produzione mondiale”. Un tempo la Federal Reserve era considerata l’istituzione finanziaria più sicura presso cui collocare le proprie riserve auree, cosa che per molti anni diversi paesi hanno fatto.

Oggi non è più così e questo può costituire un ulteriore fattore di destabilizzazione per l’economia mondiale. Se è vero che l’oro posseduto crea e quantifica la necessaria “fiducia” attraverso cui operano le banche centrali, l’incrinarsi di quella accordata alla Fed potrebbe essere molto pericoloso vista la quantità di dollari in circolazione. 
Germania: la solitudine dei numeri uno
La crisi economica che attanaglia l’intera Europa, seppur in misura variabile a seconda dei singoli contesti nazionali, non sembra dare tregua, né si intravedono spiragli di ripresa, almeno nel breve termine. Al contrario, gli indicatori della brusca frenata dell’economia sono sempre più negativi, in particolare quelli che destano maggior preoccupazione nei cittadini: disoccupazione montante, redditi abbattuti, impossibilità di risparmiare. La povertà, sino ad oggi un lontano ricordo in buona parte dei Paesi europei, si riaffaccia in modo preoccupante non solo per le fasce sociali tradizionalmente più esposte a tale pericolo, ma anche per quei ceti medi che se ne ritenevano, sino a pochi anni or sono, sostanzialmente esenti.

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Ad aggravare un quadro già di per sé così critico ha contribuito l’impostazione politico-economica adottata sinora nel Vecchio Continente su impulso delle istituzioni comunitarie, che hanno assecondato gli orientamenti del governo tedesco. La Commissione Europea, pur con qualche distinguo, ha subito in modo evidente il condizionamento di Berlino, complice la connivenza di Parigi all’epoca di Nicolas Sarkozy all’Eliseo. Giunto al potere Hollande, la musica non è cambiata: visti gli scricchioli dell’asse franco-tedesco, la Cancelliera tedesca ha saputo circondarsi di nuovi alleati, tra cui la Gran Bretagna -da sempre euroscettica-, l’Olanda e la Finlandia.Proseguendo lungo la rotta intrapresa, nonostante i visibili segnali dell’esigenza di una virata.

L’obiettivo tedesco è quello di rafforzare il senso di responsabilità dei Paesi membri dell’Ue sui quali grava il fardello di un deficit di bilancio insostenibile, che faticano a finanziarsi sui mercati per effetto dei frequenti –e non sempre comprensibili- declassamenti subiti per mano delle agenzie di rating. Ciò ha condotto alcuni Stati dell’Europa meridionale a barattare il sostegno finanziario ottenuto dai partner continentali con interventi molto severi in materia di contenimento della spesa pubblica. In altri e più concreti termini, la scure si è abbattuta sui servizi sociali, sulla sanità, sull’istruzione, sugli stipendi dei dipendenti pubblici e sulle pensioni, generando un clima di crescente malcontento sociale. Malcontento sociale canalizzato attraverso la violenza in alcuni casi ed il voto di protesta in altri. Molti Paesi europei stanno sperimentando l’emersione di forze politiche apparentemente antisistema, collocate sia all’estrema destra sia all’estrema sinistra, che mettono in discussione la programmazione macroeconomica adottata dai rispettivi governi su indicazione (o imposizione, secondo i suoi detrattori) della Commissione Europea. Non solo: sono sempre di più i grandi partiti che indicano il superamento dell’austerità quale elemento caratterizzante del proprio programma elettorale. Sarebbe riduttivo racchiudere tali obiettivi sotto l’ombrello del cosiddetto “populismo”, laddove, invece, questi programmi non fanno che raccogliere il grido di dolore e di allarme che proviene da fasce sempre più ampie della popolazione.

Per converso, le consultazioni tenutesi in alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, hanno evidenziato lo scarso appeal del rigorismo presso l’elettorato: gli schieramenti che dell’austerità hanno fatto una bandiera sono stati puniti nelle urne, rei, agli occhi di molti, di aver esacerbato una situazione già negativa. Se l’austerità porta il sigillo dell’esecutivo di Berlino, ai tedeschi non piace di certo essere additati quali aguzzini di mezza Europa.Tra cartelli in cui Angela Merkel è ritratta coi famigerati “baffetti” e roghi di bandiere tedesche, il già scarso soft power a disposizione della Germania si assottiglia di giorno in giorno. Paradossalmente, anche nel Paese dall’economia più dinamica del continente si manifestano le prime tendenze euroscettiche, forse non casualmente proprio in concomitanza con gli inattesi segnali di rallentamento della crescita del Pil. Alternativa per la Germania, accreditato dai più recenti sondaggi di un lusinghiero 5% (al di sopra della soglia di sbarramento), si propone di abbandonare la moneta unica per ritornare al marco, adducendo che ciò non decreterebbe la morte dell’Unione Europea, come invece sostenuto dai corifei dei salvataggi dei Paesi in crisi.

Il messaggio del neonato partito, sorto da una costola della formazione di governo –la Cdu, centrodestra, dalle cui file proviene Angela Merkel-, fa breccia nell’elettorato tedesco, refrattario ad addossarsi gli ingenti oneri derivanti dal sostegno offerto ai Paesi in crisi. Semplicisticamente, i “salvataggi” di Portogallo, Grecia e Cipro altro non sono che un conto pagato dai tedeschi per cene consumate da altri, sposando l’interpretazione invalsa nell’opinione pubblica di Berlino e dintorni. Va da sé che questa lettura mal si concilia con altri dati di cui tenere conto, quali i costi di finanziamento sui mercati internazionali, arrivati per lo Stato tedesco a livelli negativi, procurando un risparmio più che apprezzabile. In questo quadro, a suggellare il possibile nuovo corso intrapreso dalla Commissione sono giunte le parole del Presidente Barroso, rimbalzate sui media del mondo intero quale iniziale punto di scostamento tra Berlino e l’esecutivo europeo:“Pur convinto che questa politica sia fondamentalmente giusta, credo abbia raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato l’ex premier portoghese. Nessun dubbio sull’utilità e sulle finalità del rigore, secondo Barroso. Semmai, la presa d’atto della sua attuale indigeribilità. Data la contingenza economica, contrarre la spesa pubblica in modo tranciante e indifferibile non appare più una soluzione praticabile.

Da più parti, si sostiene la necessità di adottare politiche anticicliche, stimolando la ripresa attraverso l’incentivo alla domanda pubblica e sostenendo, seppur indirettamente, i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. L’inflessibile Olli Rehn, Commissario Europeo agli affari economici, grande fustigatore dei Paesi indebitati, si è accodato alle dichiarazioni di Barroso, lasciando trapelare un prossimo superamento della trincea rigorista nella quale le istituzioni si sono asserragliate da più d’un biennio. Pur temperando la propria apertura col richiamo al nesso di causa effetto tra alto indebitamento ed assenza di crescita, anche il rigorista par excellence sembra aver colto il segno dei tempi. Non resta che il governo di Berlino, fiancheggiato da una sparuta minoranza di esecutivi europei, a pretendere sacrifici insostenibili per i cittadini europei. 
 

 

Who is who: Peer Steinbrück

Nome: Peer Steinbrück
Nazionalità: tedesca
Data di nascita: 10 gennaio 1947
Chi è: candidato socialdemocratico alle prossime elezioni nazionali tedesche

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È Peer Steinbrück il candidato della Spd che sfiderà la cancelliera Angela Merkel alle elezioni tedesche che si svolgeranno il prossimo settembre.

La notizia, resa ufficiale in ottobre, ha generato nell’immediato una crescita di consensi intorno alla persona di Steinbrück e al suo partito. Ciononostante, secondo recenti sondaggi, ancora il 48% degli elettori oggi ridarebbe fiducia alla cancelliera dell’austerity. Steinbrück famoso per il suo temperamento refrattario agli schemi e per il suo fare poco diplomatico non vanta grande consenso presso l’ala sinistra della Spd ma esercita un certo appeal di non poco conto tra gli elettori borghesi di centro.

Nato nel 1947 e originario di Amburgo, Steinbrück riveste poco più che trentenne una posizione da capofila nel partito e ha come maestri Helmut Schmidt e Johannes Rau. Dal 2005 al 2009 ricopre il ruolo di Ministro delle Finanze nel governo di grande coalizione guidato dalla Merkel, prestando la propria esperienza e le proprie capacità nella gestione della grave crisi bancaria. La sua linea politica riformista non si pone in linea con quella di Hollande né con gli orientamenti della frangia più a sinistra del suo partito. Del resto è proprio l’originalità del personaggio che potrebbe permettere alla Spd di guadagnare ampio consenso tra l’elettorato deluso di centro.

Secondo Steinbrück “un’analisi insufficiente della crisi” è stata la causa principale della “terapia sbagliata” adottata dal governo di Frau Merkel. La sua ricetta risiede nella separazione delle banche d’investimenti da quelle tradizionali e nella crescita per rilanciare le esportazioni tedesche. Per fare questo Steinbrück cercherà l’appoggio dei Verdi e il consenso di quanti tra gli elettori sono delusi dalla politica di austerity di Angela.