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Moneta e politica nei rapporti italo-tedeschi. Il caso dei clearing agreements e del Patto d’Acciaio

Il legame tra politica monetaria, commercio internazionale e alleanze militari è una delle poche costanti note agli studiosi di Geoeconomia. Ad esempio, è un dato consolidato che l’esistenza di affinità politico-militari favorisca anche la cooperazione su questioni monetarie e commerciali. In particolare, perché i legami economici sarebbero visti con meno preoccupazioni dal punto di vista della sicurezza, quando non addirittura come utili alla causa comune in quanto rafforzano le capacità produttive, e quindi l’industria bellica, degli attori coinvolti.

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Questa suggestione, tuttavia, va bilanciata con un’altra regolarità nota da tempo ai teorici delle Relazioni Internazionali: il fatto che essere alleati non significhi affatto avere cieca fiducia l’uno verso l’altro. I membri di un’alleanza infatti restano innanzitutto attori razionali, che puntano a ricavare il massimo dai propri partner minimizzando per sé i rischi e i costi della cooperazione militare. Nella riflessione teorica, ad esempio, uno stato che tema di non venire assistito dai propri alleati in un momento di bisogno aumenterà il proprio contributo all’alleanza nella speranza di guadagnare la fedeltà degli altri membri (c.d. dilemma dell’abbandono). Dall’altro lato, il dilemma dell’intrappolamento suggerisce che ogni qualvolta un paese rischia di essere trascinato in imprese militari a lui sgradite tenterà, al contrario, di defilarsi il più possibile dai propri impegni nell’alleanza. Uno dei casi da manuale di intrappolamento tra alleati è il Patto d’Acciaio italo-germanico del maggio 1939, a cui l’Italia aderì con l’intenzione di non partecipare ad una guerra su larga scala per altri tre o quatto anni, mentre la Germania disegnò l’alleanza allo scopo di trascinare l’alleato in guerra non appena lo avesse ritenuto opportuno.

Meno noto, tuttavia, è il fatto che il contesto di rapprochment tra i due paesi prevedesse anche un corollario nelle relazioni commerciali e finanziarie bilaterali. Tra l’Italia e la Germania vigeva infatti sin dai primi mesi del 1938 un c.d. ‘accordo di clearing’, strumento attraverso il quale la Reichsbank gestiva in maniera asimmetrica il commercio tedesco con i paesi dell’Europa centrale e orientale. La clearing union, in italiano camera di compensazione, è una tipologia di gestione del sistema internazionale dei pagamenti che regola i saldi di parte corrente tra paesi senza generare movimenti reali di valuta sui mercati, ma istituendo dei rapporti puramente contabili di debito e credito tra banche centrali. Sebbene sia forte la tentazione del parallelo con l’attuale situazione di asimmetria nell’Eurozona, va notato che la posizione tedesca era allora radicalmente diversa da quella attuale. In quanto paese in pieno riarmo militare, infatti, già alla fine del 1938 il Reich aveva totalizzato oltre 140 milioni di lire di deficit commerciale verso la l’Italia. Una posizione guidata dal boom delle importazioni di prodotti agricoli e tessili necessari alla gestione di un’economia di guerra. Tra i protagonisti di allora, è in particolare il Ministro per gli Scambi e le Valute del governo di Roma, Felice Guarneri, a provvedere nelle sue memorie ad una ricostruzione del legame tra questa forma di collaborazione economica e l’intrappolamento italiano nel Patto d’Acciaio. L’aspetto interessante di questa vicenda è che il dilemma dell’intrappolamento non solo si replica nell’ambito monetario quanto in quello militare − con l’Italia ‘intrappolata’ in un sistema iniquo pensato per abbattere i costi del riarmo tedesco – ma trova conferma delle sue previsioni allorché il paese più riluttante, come tra poco si dirà, tentò con ogni mezzo di svincolarsi dalla presa del proprio alleato sulla sua politica estera.

Secondo quanto riportato dal ministro, l’accordo prevedeva che l’Italia sfruttasse i saldi positivi accumulati con l’export per importare carbone, legname, ferro, acciaio e altri prodotti fondamentali per le esigenze del proprio apparato militare. Nella pratica, tuttavia, il governo tedesco limitò sistematicamente l’esportazione di tali beni, strategicamente essenziali, mentre in spregio alle regole dell’accordo rivendeva parte dei prodotti importati dall’Italia sui mercati internazionali, in cambio di oro e altre valute pregiate. In questo contesto, e con la prospettiva di un ancor più stretto legame sotto i vessilli del Patto d’Acciaio, la reazione italiana fu coerente con le previsioni del dilemma: limitare il potere negoziale dell’alleato per non dare modo alla leadership tedesca, attraverso il ricatto di non restituire gli ingenti crediti vantati dallo stato italiano, di trascinare il paese in guerra contro la sua volontà.

Tre furono i passaggi, nel campo della cooperazione monetaria con Berlino, attraverso cui il governo italiano cercò di divincolarsi dalla morsa di un sistema asimmetrico. In primis, alla fine del 1938 il ministero di Guarneri avviò i primi colloqui per chiedere una temporanea ripresa dei pagamenti in valuta forte – oro, dollari o sterline. Nonostante lo scarso successo nell’immediato, il tentativo italiano fu recepito a Berlino, segnalando la seccatura del governo Mussolini per la gestione iniqua del sistema dei clearings. Come conseguenza, il ministro dell’economia tedesco Funk visitò Roma nel gennaio ’39, fornendo al governo italiano l’assist per una seconda mossa diplomatica. Le proposte di Funk in quel contesto ruotavano attorno alla costruzione di una nuova ‘zona del reichsmark’ in cui l’Italia avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione agricola e alimentare, mentre l’intera industria pesante e manifatturiera si sarebbero dovute concentrare in Germania. Guarneri, che prevedibilmente si colloca nelle sue memorie − scritte dopo la guerra − tra le fila dei fascisti ‘scettici’ sull’alleanza italo-tedesca, rivendica di aver duramente rigettato la proposta Funk. E con queste parole: «l’Italia intende mantenere la completa libertà nella sfera monetaria, né è disposta ad accettare ogni sorta di vincolo alle sue iniziative riguardo la produzione industriale». Questa volta la Germania sembrò accusare il colpo, sbloccando 3 milioni di tonnellate di carbone e acciaio per l’esportazione in Italia. Tuttavia, questa breve inversione di tendenza durò solo fino alla firma del Patto d’Acciaio. La Germania, infatti, trasse dal nuovo trattato ulteriore slancio per accelerare la ricostruzione delle proprie forze armate. La dinamica del riarmo tedesco fece crollare nuovamente le esportazioni di materie prime, con lo sbilancio commerciale tra i due paesi che si attestava a 350 milioni di lire nel marzo 1939 e superava i 750 milioni all’inizio dell’estate.

Di fronte a queste cifre, il ‘camerata’ Guarneri sfoderò una terza e definitiva mossa. Dopo avere ottenuto l’assenso de Duce, il primo luglio del 1939 il Ministero Scambi e Valute sospese unilateralmente la convertibilità tra lire e marchi all’interno della camera di compensazione. Il commercio tra i due paesi continuò a rilento grazie alla garanzia delle banche tedesche sui rischi di cambio, ma venne infine bloccato del tutto, unilateralmente, pochi giorni prima dell’incidente di Gleiwitz. Guarneri descrive la reazione del governo tedesco come «tanto veemente che pareva si fosse trattato di un atto di guerra». Eppure, il dispiegamento della ‘opzione nucleare’ dell’allora ministro delle valute riuscì a ridurre a 150 milioni di lire il livello di asset italiani parcheggiati presso la Reichsbank. La manovra liberò così i tradables italiani dalla gabbia del clearing, permettendone la vendita sui mercati internazionali in cambio di valuta pregiata, e soprattutto attenuò il ricatto di Berlino garantendo al governo Italiano lo spazio negoziale per un anno di non belligeranza.

Se il populismo sbarca in Germania

Il governo tedesco non cambierà la propria politica dell’immigrazione, nonostante i risultati delle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno visto una repentina avanzata del AfD (Alternative für Deutschland), il partito populista-nazionalista guidato da Frauke Petry. Il messaggio politico che si può ricavare da questo voto è stato piuttosto chiaro: a fette sempre più consistenti dell’elettorato teutonico piace sempre meno la politica aperturista di Angela Merkel sugli immigrati. Ma il voto in Germania di domenica scorsa ha avuto anche un altro significato, più generale: oramai le forze “anti-sistema” o “populiste” sono riuscite a ritagliarsi uno spazio consistente anche lì dove si pensava che non sarebbero mai riuscite a mettere piede, se non in misura marginale. Nel caso specifico, in Germania.

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Un voto non solo regionale

Il voto tedesco è stato un voto “regionale”, svoltosi in tre dei sedici länder che compongono la Repubblica federale tedesca, che tuttavia ha assunto una valenza nazionale. La discussione pubblica è stata egemonizzata o quasi da una tematica di valenza nazionale e, secondo molti commentatori, gli elettori dei tre länder in questione (Renania-Palatinato, Sassonia-Anhalt, Baden-Württemberg) avrebbero formulato le proprie scelte, almeno in maniera significativa, non tanto su questioni “regionali”, ma, appunto, su una issue nazionale come l’immigrazione.

Questo fenomeno, cioè la preponderanza di una tematica nazionale in elezioni “secondarie”, è riscontrabile nella storia politica di molti paesi europei. Tuttavia in questi ultimi anni questa dinamica si è accentuata notevolmente, essendo il dibattito pubblico sempre più segnato da tematiche sovra-nazionali declinate, poi, nel panorama politico nazionale di ogni paese. Crisi economica e dei debiti sovrani, uscita o permanenza di alcuni stati dalla o nella zona Euro, se non addirittura uscita o permanenza dalla o nella Unione Europea, e la crisi dei migranti, sono alcune delle issue che hanno ridisegnato la competizione tra le forze politiche nazionali, creando un nuovo schema competitivo tra i partiti in paesi molto diversi fra loro, con condizioni economiche e istituzionali differenti.
Uno schema che risulta molto favorevole alle forze populiste di vario genere che affollano il panorama europeo. Questi partiti o movimenti (di destra, di sinistra o difficilmente posizionabili sull’asse destra-sinistra) nascono infatti all’interno dei contesti politici nazionali, ma la loro stessa ragion d’essere e il loro messaggio politico sono fortemente ancorati a issue nazionali ed europee. Si può notare infatti come le nuove forze populiste, le più giovani, non avendo nel proprio bagaglio esperienze amministrative o un particolare radicamento territoriale, trovino in un contesto competitivo sempre più nazionale ed europeo un terreno fertile sul quale crescere. Si potrebbe azzardare un’ipotesi: più una consultazione (primaria o secondaria) è segnata da un confronto su tematiche nazionali o inter/sovra-nazionali, più le nuove o rinnovate forze populiste hanno chance di ottenere buoni risultati. In Grecia, come in Spagna, come in Italia, come in Germania.
Bisognerà aspettare la “prova del nove”, cioè le elezioni nazionali, per capire se l’AfD diventerà una nuova forza del panorama politico tedesco o se si è trattato di un fuoco di paglia. Per quanto di “valenza nazionale” le elezioni di domenica hanno coinvolto il 20% circa della popolazione tedesca. E va detto che è comprensibile che in Germania si potesse assistere a una ridefinizione degli equilibri politici: dopo dieci anni di dominio della scena politica tedesca, ma anche europea, da parte del cancelliere Angela Merkel, forse potremmo essere entrati nella fase calante della sua carriera politica. Tuttavia si è trattato di consultazioni che hanno coinvolto una quota non irrilevante degli aventi diritto al voto in Germania e che si sono svolte in realtà molto diverse fra loro, il che rende questo voto un caso che travalica il contesto politico regionale e nazionale della Repubblica tedesca.
Di certo si può dire, infatti, che i segnali provenienti dalle elezioni di domenica scorsa sono stati un ennesimo colpo alla stabilità politica europea, soprattutto perché provenienti dal paese guida della UE. Una fase politica segnata dalla presenza di una nuova forza in grado di ostacolare i successi elettorali delle forze più consolidate, indirizzare in misura significativa i processi politici tedeschi, estremizzare il dibattito politico, rappresenterebbe una variabile in grado di produrre effetti importanti su tutta l’Europa. Il problema è capire se le classi dirigenti dell’Unione e dei singoli stati saranno in grado di accettare questo fenomeno, trovarne le cause e trovare soluzioni efficaci. Elementi tutt’altro che scontati.
La geopolitica tedesca nello specchio della crisi dei profughi: Parte II – Dentro e fuori i confini

Rispetto agli equilibri partitici all’interno del Bundestag o nei singoli Länder, i problemi più drammatici stanno emergendo piuttosto nel quadro internazionale e dalle frizioni interne alla società multiculturale tedesca. I vicini europei della Germania hanno scelto di non raccogliere affatto la sfida lanciata da Berlino, iniziando al contrario a introdurre controlli alle frontiere.

La geopolitica tedesca nello specchio della crisi dei profughi: Parte II – Dentro e fuori i confini - Geopolitica.info (cr: Getty Images)

Addirittura un paese come la Svezia – che aveva rappresentato, in una certa misura, un modello per la stessa Germania – ha deciso di imprimere una decisa svolta alle propria condotta in materia di asilo politico e accoglienza dei migranti, promettendo l’adozione di misure più restrittive. Maggiormente gravida di conseguenze è tuttavia la crescente opposizione del cosiddetto “gruppo di Visegrád” – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – contro le politiche migratorie dei paesi occidentali e, in particolare, la linea tedesca sulla questione.

L’Europa divisa

Con la vittoria di Beata Szydło e del partito di destra Diritto e Giustizia nelle elezioni di novembre, uno scontro particolarmente aspro si è aperto tra Berlino e Varsavia – appena stemperato dalle formule di circostanza durante l’incontro bilaterale tra Szydło e Merkel del 12 febbraio. Le ragioni di tensione sono molteplici: dalle critiche di Bruxelles contro una riforma costituzionale ritenuta anti-democratica, all’irritazione per le campagne della stampa polacca contro i “nazisti tedeschi”, mentre la questione dei migranti e delle cosiddette “quote” pare soltanto uno dei tanti elementi capaci di produrre una profonda frattura tra l’Europa occidentale e i vicini orientali. Se l’attuale crisi dell’Unione europea sembra portare al rafforzamento di gruppi d’interesse definiti secondo criteri geografico-culturali (di cui quello di Visegrád è un esempio illuminante), in Germania si affaccia sempre più spesso un dubbio di fondo riguardo allo “spirito” dell’Europa unita, incapace di condividere un comune senso di solidarietà di fronte a drammi umanitari oggettivi o di fornire risposte condivise in relazione alle crisi internazionali del momento.

La questione è vieta e quasi oziosa – ovvero l’assenza non soltanto di una politica estera europea, ma soprattutto di un’“europeicità” al di sopra dei singoli nazionalismi – mentre neppure le posizioni tedesche sono scevre da contraddizioni e opportunismi. Tuttavia si tratta di un problema molto serio. Se all’Europa orientale piace bearsi in un doppio (o triplo) gioco tra quella occidentale, gli Stati Uniti e la Russia, e se quella meridionale ama farsi coraggio a parole o con toni aggressivi e grossolani contro i “ricchi” del nord, nessuna delle due vuole veramente il collasso dell’Unione – in primo luogo perché esse avrebbero soltanto da perdere nell’ipotesi di uno scenario simile. Se l’Europa settentrionale, invece, giungesse a smarrire l’affezione verso l’unità politico-economica del continente, non sussisterebbero effettivi freni materiali per impedire un unilaterale abbandono dell’Unione – al quale seguirebbero immediatamente nuovi accordi regionali che porterebbero alla formazione di aree di libero scambio più omogenee, tra le quali ovviamente il Benelux e, con tutta probabilità, Austria, Germania e Francia.

È ancora presto per trarre pronostici, ma è comunque significativo rilevare come, tastando gli umori dei tedeschi, emerga forse più l’insofferenza per l’atteggiamento sordo di diversi paesi europei verso un’equa ripartizione dei migranti che la questione dei profughi di per sé – e ciò vale anche per l’elettorato orientato maggiormente a destra, anche se dobbiamo ammettere come i sentimenti profondi di quella parte politica rimangano largamente taciuti. In ogni caso, i contraccolpi di una crisi interna all’Unione europea sarebbero difficilmente immaginabili. Per rimanere nel quadro dei rapporti tedesco-polacchi, basti ricordare che i due paesi condividono quasi 500 km di frontiera e che più di mezzo milione di cittadini dello Stato orientale lavorano e vivono in Germania, rappresentando la seconda minoranza del paese dopo quella turca.

Valori, identità e multi-culturalità

Alle tensioni con i paesi esteri, si sommano anche le quotidiane difficoltà legate all’accrescimento esponenziale di diverse comunità straniere in un determinato tessuto sociale. In altre parole, i piccoli cultural clashes nelle città e nelle metropoli. Gli attacchi terroristici di Parigi hanno sconvolto in pari misura tutti i popoli europei. Soprattutto chi vive nei grandi centri urbani, o chi ha stretti congiunti che abitano in qualche capitale del Vecchio Continente, si sente parimenti minacciato dalle azioni di gruppi come l’IS o da singoli “lupi solitari” del terrorismo islamista. I tedeschi non fanno eccezione. Tuttavia gli attentati di novembre a Parigi non hanno sollevato un dibattito specifico sul senso di sicurezza – o di insicurezza – in Germania, e questo nonostante che il paese sia ritenuto un potenziale bersaglio, anche a fronte del suo recente impegno in Siria. I cittadini, al contrario, paiono ancora accordare una certa fiducia alla loro Polizei e alla capacità dello Stato di prevenire azioni terroristiche su vasta scala.

A colpire piuttosto la sensibilità tedesca sono stati i noti eventi di Capodanno a Colonia. Senza poter entrare nel merito delle ragioni, superficiali o profonde, che hanno condotto a molestie di gruppo e a violenze sessuali nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio – che meriterebbero di essere affrontate a parte – ci limitiamo a rilevare come l’intera Germania si sia sentita colpita nel profondo. Sessualità, corpo della donna e senso di appartenenza nazionale sono elementi connessi tra loro da quando l’umanità ha una memoria (dal ratto di Elena a Srebrenica, solo per rimanere in ambito occidentale) e si potrebbero immaginare poche altre maniere per urtare così duramente la morale nord-europea come attraverso la manifestazione di atteggiamenti sessisti o, addirittura, di esplicita sopraffazione maschile.

Le reazioni non si sono fatte attendere e hanno investito le basi stesse dell’attuale società tedesca. Nel dibattito pubblico è emersa con forza la questione su quanto l’auspicata multi-culturalità della Germania odierna vada a compromettere i “valori non-negoziabili” su cui essa si basa – dove questi “valori” sono, da una parte, quelli del 1789 (sintetizzabili nel trinomio rivoluzionario) e, dall’altra, i diritti civili e democratici conquistati nel secondo Novecento. Il problema riguarda i profughi solo in una certa misura e più in una prospettiva futura. Nell’immediato, esso è invece rappresentato dai profondi mutamenti avvenuti nella composizione della popolazione tedesca durante gli ultimi vent’anni, con il crescere delle minoranze nordafricane e, perfino, con la specifica collocazione della consistente comunità turca.

Una società divisa

Lo spettro contro cui si tende a puntare il dito è costituito dallo sviluppo di società parallele. L’opinione pubblica tedesca pare infatti particolarmente spaventata dalla nascita e dalla sopravvivenza di mondi a sé all’interno della Germania, ognuno con i propri valori, i propri codici etici e, infine, i propri scopi politici. Delle cellule aliene che quindi minacciano di compromettere l’organismo sociale del paese, ledendone abitudini e libertà ritenute sacrosante. Il problema sussiste indubbiamente, ma in questi termini è posto in maniera semplicistica. Le società parallele esistono infatti in ogni comunità complessa. Queste possono distinguersi per grado e per natura, ed essere dettate per differenze generazionali (ad esempio le sub-culture), economiche (le élite o gli emarginati), geografiche (per regioni o perfino per quartieri), confessionali (grandi religioni o piccole sette) e via dicendo. È estremamente complicato definire il livello di “parallelismo” di singole società interne a un complesso statale, mentre certo nessuna – neppure la più segregata per etnia, lingua e culto – vive assolutamente separata dal contesto generale. Trovandosi nel campo di forze rappresentato dallo Stato ospite, esse entrano con lui in un rapporto per cui possono alternativamente danneggiarlo o favorirlo, e per questa ragione le entità parallele in una società complessa offrono una serie di opportunità e di rischi per la politica nazionale.

Inoltre, neppure i contraccolpi degli eventi di Colonia hanno prodotto una sostanziale modifica negli orientamenti politici della Germania. La principale risposta della classe dirigente è stata fornita tentando di imprimere un ulteriore sforzo verso l’integrazione dei migranti vecchi e nuovi, lasciando dunque trasparire la chiara volontà di proseguire sulla strada intrapresa. I termini in cui si possa attuare questa integrazione sono ancora abbastanza vaghi e, soprattutto, duramente discussi dalle due componenti della Grande coalizione. Tuttavia non pare lecito attendersi nessun completo voltafaccia, né da parte dell’orizzonte partitico né, in ultima analisi, della maggioranza dell’elettorato. A questo punto però è opportuno porsi una domanda di respiro, potremmo dire, geopolitico: ovvero interrogarci su quanto le politiche di asilo della Germania di Angela Merkel, con i rischi che comportano, possano rispondere a una strategia internazionale ben precisa.

La geopolitica tedesca nello specchio della crisi dei profughi: Parte I – Eredità politica e storica del Novecento

In estate la Germania ha aperto le porte ai rifugiati. Durante l’intero anno del 2015 oltre un milione di persone è entrato nella Repubblica federale in fuga dalla guerra o dalla povertà. Adesso la “locomotiva” d’Europa deve fronteggiare l’insorgere di problemi sociali, tensioni culturali e dilemmi morali che investono tanto il senso d’identità della Germania nel XXI secolo, quanto il suo stesso ruolo di potenza nel panorama globale.

La geopolitica tedesca nello specchio della crisi dei profughi: Parte I – Eredità politica e storica del Novecento - Geopolitica.info (cr: Getty Images)

Quando la cancelliera tedesca ebbe ad annunciare – erano i primi di settembre dell’anno scorso – che la Germania avrebbe accolto indiscriminatamente i profughi in fuga per motivi umanitari (segnatamente da Siria e Iraq), l’opinione pubblica internazionale rimase indubbiamente sorpresa. Furono le reazioni a dimostrarlo. Da una parte, alla stazione di Monaco o nei cortei di protesta nelle strade di Baghdad, venivano agitate fotografie di Angela Merkel: ovvero di una donna europea, “bianca e cristiana”, portata come esempio di buon governo e solidarietà umanitaria. Dall’altra, numerosi gruppi politici e organi di stampa dei paesi occidentali hanno istericamente gridato contro una scelta incosciente, probabilmente dettata da opportunità elettorali, che avrebbe inevitabilmente contribuito ad accrescere i flussi migratori. Non mancò neppure chi, in una rara trasversalità degli orientamenti partitici, preferì vedere in quella decisione di Berlino una sorta di complotto atto a favorire l’economia tedesca, mediante l’afflusso di manodopera a basso costo e specializzata.

Un passato che potrebbe passare

Per chi conosce i tedeschi e la loro storia – almeno recente – si è trattato tuttavia di un gesto abbastanza logico. Nell’insorgere di una crisi umanitaria e in netta controtendenza con il resto dei paesi sviluppati, la Germania di Angela Merkel ha aperto i propri confini ai richiedenti asilo per cogliere un’occasione forse irripetibile: superare agli occhi del mondo il binomio tra tedesco e nazista, recentemente rafforzato dalle voci che vorrebbero un Quarto Reich asservito al neoliberismo e oppressore dei più deboli. Si tratta in gran parte di ragioni inconsce, frutto di una certa elaborazione del passato – non affatto priva di contraddizioni – e del concetto di colpa collettiva, ma la spontaneità dell’accoglienza da parte dei singoli cittadini in quei medesimi giorni lasciava poco spazio ai dubbi. Le colonne di automobili dirette in Austria e in Ungheria per recuperare i profughi dovevano sostituire il ricordo dei vagoni merci carichi di deportati.

Il gesto fu logico anche per l’attuale direzione politica – entro cui si discute una riforma delle pratiche d’asilo almeno dalla primavera del 2015 – e per quella stessa Angela Merkel che, davanti al crescere di proteste anti-islamiche nel paese, ebbe a dichiarare: «l’Islam appartiene indubbiamente alla Germania». Un’affermazione rivolta alla minoranza musulmana (circa il 5% della popolazione) ma impossibile da comprendere senza ripensare a un’altra minoranza che venne dichiarata “estranea” alla germanicità, quella ebraica (appena l’1% della popolazione tedesca nel 1933).

Questa è una premessa necessaria per affrontare qualsiasi discorso sull’attuale problema dei migranti in Germania.

La politica tedesca alle prese con un fenomeno globale

In ogni caso stiamo parlando solamente di psicologia dei popoli e, molto spesso, la realtà si fa beffe delle speranze e dei sentimenti. Quando Angela Merkel dichiarò l’apertura dei confini, affermò anche che il paese sarebbe stato pronto ad accogliere fino a 500mila rifugiati l’anno. Allora il numero complessivo dei richiedenti asilo in Europa era di 650mila unità. Le “cause” dei flussi migratori non sono andate scomparendo mentre, nel caso del conflitto siriano, i motivi umanitari si sono resi sempre più drammatici. In appena quattro mesi la sola Germania ha visto crescere gli arrivi di migranti fino a superare il milione di persone.

I malumori all’interno dell’opinione pubblica tedesca non hanno tardato a farsi sentire. Seppur numericamente contenute, sono aumentate le partecipazioni di “cittadini preoccupati” ai vari cortei indetti contro l’“islamizzazione” del paese e contro un’indiscriminata politica di accoglienza. A un livello più rappresentativo, ha preso corpo una considerevole fronda interna allo stesso partito di Angela Merkel, guidata dal leader della CSU (la costola bavarese della CDU) Horst Seehofer. Dapprima queste frange hanno voluto precisare come le misure volute dalla cancelliera fossero da considerarsi “temporanee” e legate esclusivamente all’eccezionale situazione venutasi a creare in estate. Successivamente si è prodotto un vero e proprio scontro interno ai cristianodemocratici, in cui una parte consistente del partito ha iniziato a invocare una pronta revisione in senso più restrittivo delle politiche di accoglienza. Un effetto immediatamente tangibile si è dato nella ridefinizione della lista dei cosiddetti “paesi d’origine sicuri” (da cui non fare dunque valere il diritto d’asilo), in cui ad esempio è stato inserito – non senza polemiche – l’Afghanistan, ma anche nella frenetica attività diplomatica del governo per modificare la disposizione dei partner europei e per guadagnare la collaborazione degli attori mediorientali.

Mentre nel paese si moltiplicano gli attentati incendiari contro gli edifici adibiti a ospitare i profughi, la crisi interna alla CDU/CSU minaccia di provocare fratture anche con l’altro pilastro della Grande coalizione, i socialdemocratici. Abbastanza esplicativa è la questione del “dovere di integrazione” proposto dal partito di Merkel. Si tratterebbe di offrire e sostenere diverse pratiche atte a favorire una rapida assimilazione dei migranti nel tessuto sociale tedesco, tra le quali un ruolo importante è svolto dall’accesso nel mondo del lavoro. In proposito, la CDU avrebbe proposto una sospensione degli obblighi di salario minimo per chi assumesse i profughi. Tuttavia l’opposizione dell’SPD su questo punto si è rivelata inamovibile e il partner della Grande coalizione potrebbe essere pronto a far saltare l’alleanza di governo se dovesse venir introdotta una misura simile, il cui unico effetto – secondo i massimi esponenti del Partito socialdemocratico – sarebbe quello di aumentare la conflittualità tra i rifugiati e i cittadini tedeschi.

La sfida da destra

In termini politici più ampi, se anche la Grande coalizione dovesse sopravvivere – come il pronto ritiro della proposta sul salario minimo parrebbe suggerire – la questione dei profughi e, soprattutto, la decisa intenzione della cancelliera a proseguire sulla strada dell’accoglienza, minacciano di ledere la base elettorale (circa il 40%) del Partito cristianodemocratico, dando probabilmente luogo a un superamento di quella che potremmo indicare come l’“anomalia” politica della Germania – ovvero l’inesistenza di un partito a destra della CDU/CSU. L’opportunità potrebbe essere sfruttata dall’Alternativ für Deutschland, il partito nato euroscettico e virato sempre più su posizioni di estrema destra che, stando agli ultimi sondaggi, si porterebbe attorno al 10-12% dei consensi, diventando quindi la terza forza politica del paese davanti ai Grüne e alla Linke.

Ciò detto, le elezioni sono ancora lontane e ogni previsione deve sottostare al beneficio del dubbio. Il malcontento verso le politiche di accoglienza adottate e difese dal governo può sì portare a una significativa migrazione a destra dell’elettorato cristianodemocratico, ma è altrettanto vero che la linea dura espressa dalla portavoce dell’AfD Frauke Petry (che ebbe a dichiarare legittimo l’uso delle armi per la difesa dei confini contro i migranti) difficilmente può pagare in una Germania educata al rispetto, alla tolleranza e al mantra di «nie wieder» (mai più, rivolto al passato nazionalsocialista). In ogni caso, anche i pronostici più pessimisti sulle dichiarazioni di voto mostrano una salda maggioranza del paese orientato in favore dei partiti di sinistra (SPD, Linke e Grüne rappresenterebbero circa il 43% dell’elettorato) o ancora fedele alla CDU di Angela Merkel (35%), suggerendo come la popolazione tedesca sia sostanzialmente d’accordo con la linea politica adottata finora.

L’Europa tra passato e futuro: conversazioni con Massimo Cacciari

Geopolitica.info ha intervistato Massimo Cacciari, Professore emerito di Filosofia, Università Vita Salute San Raffaele di Milano, sulle crisi che sta attraversando l’Unione Europea, la centralità della Germania, la fragilità della Francia.

L’Europa tra passato e futuro: conversazioni con Massimo Cacciari - Geopolitica.info

Il 9 novembre 1989, quindi una generazione fa, è caduto il muro di Berlino. Data altrettanto importante ma meno famosa è il 1 novembre 1993, con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht e la nascita formale dell’Unione Europea. Dieci anni fa questa data veniva celebrata, ora si ha la percezione di un lutto. Cosa ha portato a questa ondata di disillusione verso l’UE?

Sia festa che lutto mi sembrano termini del tutto esagerati. Non mi ricordo queste grandi feste 10 anni fa. Allo stesso modo, la situazione attuale è difficilissima e drammatica ma aspetterei a definirla lutto. L’operazione di costruzione dell’Europa si è ingrippata quando venne gettato il cuore oltre l’ostacolo con l’Euro, prima di pensare a politiche sociali e fiscali comuni. Fu una mossa audace, e non ricordo nessun festeggiamento popolare in quel caso. Una classico caso di rivoluzione dall’alto. Era inevitabile che si arrivasse ad una situazione difficile. D’altro canto, la crisi economica del primo decennio del 2000 ha accelerato la crisi, ma non l’ha certo prodotta. Non solo si è costruito un Euro che non poteva neppure essere gestito per conto suo, senza politiche sociali e fiscali comuni. Si è continuato a gettare il cuore oltre l’ostacolo con il processo di allargamento, portando dentro il perimetro europeo Paesi per nulla pronti a fare questo passo. O si recupera i ritardi oppure il rischio è che si celebri davvero il lutto dell’Europa.

A proposito di ritardi dell’UE, come legge la possibilità di una accelerazione dei negoziati per l’adesione della Turchia? Le sembra un fuoco di paglia oppure una risposta pragmatica alla questione immigrazione?

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe solo di accogliere 75 milioni di musulmani, con un regime politico la cui democraticità e tutta da vedere, con all’interno una minoranza etnica importantissima nella lotta contro l’ISIS ma osteggiata da Ankara. Vorrebbe dire aggiungere una crisi non necessaria.

Qual è il pericolo maggiore per la continuazione del Progetto europeo? Una Germania incapace o non desiderosa di guidare l’Europa oppure una Francia persa in se stessa?

Le concause sono difficili da leggere. Sicuramente per i motivi detti in precedenza. La Germania al momento è ancora lungi da assumere una leadership europea, non sa se ne ha la volontà e tanto meno la capacità. La Francia è messa male come noi: la grandeur è un pallido ricordo. Si poteva pensare ad un asse franco-carolingio che potesse durare nel tempo, ma si è rivelato invece incapace di agire e di ascoltare. L’Europa dimostra così una debolezza incredibile, non vi è mai stata una così grande afonia politica dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Non vi è nessuna centralità politica, così come avveniva durante il confronto USA-URSS.

L’Economist ha definito Angela Merkel l'”Europeo indispensabile” perché “non tratta l’UE come un pungiball, bensì come un pilastro di pace e prosperità”. Anche lei pensa che la Merkel sia necessaria?

La Merkel è necessaria, senza dubbio. Senza una Germania che appoggi una linea riformista, per quanto timida, collasseremo in qualche mese.

Nel 1954 De Gasperi pronunciava questo discorso: “Bisogna riconoscere che la vera e solida garanzia della nostra unione consiste in una idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva.” Sono parole diversissime da quelle usate dalla classe politica europea. Servono altre guerre per ritornare a ragionamenti simili?

La Storia ci dice che le grandi classi dirigenti si formano a seguito delle guerre – per quanto vi sia chi afferma che le guerre sono inutili. Le classi politiche attuali europee scontano la fine della Guerra fredda e del periodo di confronto bipolare USA-URSS. Pensiamo alla classe politica italiana: viveva di una grande centralità perché le decisioni prese dal nostro Paese risultavano decisive. I politici non erano più competenti prima o meno competenti oggi; semplicemente le loro decisioni non godono della stessa centralità. Si tratta di una astuzia storica.

Germania Nummer Eins: una lezione geopolitica per l’Italia

Nella sua storia recente la Germania ha dimostrato che è possibile invertire la rotta e tornare competitivi, addirittura primi della classe. Dei Nummer Eins. Nel corso degli anni Novanta e fino alla seconda metà degli anni Duemila la stampa internazionale bollava la Germania come “il malato d’Europa” incapace di ritrovare il cammino della crescita economica. I tedeschi, e non gli italiani o i greci, vivevano una situazione di stallo economico che preoccupava le cancellerie europee e gli investitori internazionali. Nel 1999 per l’Economist “il principale problema economico dell’Europa è come rianimare l’economia tedesca”.

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“È vero. Ormai l’Italia sta facendo meglio della Germania”, affermava l’economista Daniel Gros nel 2003. L’economia tedesca segnava crescita negativa e si faceva superare persino dal flebile 0,1 italiano. La Grecia, che avrebbe ospitato le Olimpiadi l’anno seguente, cresceva addirittura a ritmi superiori al 6%. Oggi, a distanza di solo un decennio e a seguito della più grande crisi economica europea degli ultimi 80 anni, Berlino è ritornata la “locomotiva d’Europa” conquistandosi persino il gagliardetto del “Paese più amato al mondo” secondo un sondaggio BBC. Viceversa Grecia, Italia, ma anche Spagna e Francia sono state testimoni di un “decennio perduto”.

Dieci anni sono bastati per ribaltare, in Europa, non solo i rapporti di forza tra paesi ma anche la percezione collettiva sulla condizione dei tedeschi. E noi a chiederci: come ci sono riusciti? Lo spiego nel mio ultimo libro Nummer Eins: la Germania spiegata agli italiani.

Il peso associato alle riforme intraprese sia da parte del settore privato, che per mano della politica, sommato allo sforzo economico espresso per l’unificazione, hanno reso la Germania debole nel breve periodo ma l’hanno anche dotata degli strumenti necessari per riprendere la crescita economica e de facto diventare il paese arbitro all’interno dell’Unione Europea.

In un mondo globalizzato in cui l’influenza ha sostituito la conquista la Germania attuale ha scoperto il modo di essere numero uno d’Europa senza ricorrere all’uso delle armi. A differenza della Germania governata da Guglielmo II e Adolf Hitler, la Germania del XXI secolo non è più una “potenza fascista”; è una “potenza geo-economica” che persegue i suoi interessi in maniera evidente senza la ricerca forzata del compromesso. Semmai sono gli altri paesi europei obbligati (colpevolmente) a sottostare al compromesso cercato dai tedeschi.

Berlino è stata capace di mettere in pratica una strategia geopolitica che si è articolata su due direttrici. All’interno dei propri confini la Germania ha applicato quelle misure strutturali considerate condizione necessaria al rilancio dell’economia (dalle politiche sociali al settore bancario). Sul piano esterno invece ha attuato una diplomazia economica che le ha permesso di tessere una rete solida di rapporti politico-economici con attori geo-economico-politici ritenuti chiave per l’interesse nazionale: Mosca e Pechino su tutti, ma anche Ankara, Varsavia e la Mitteleuropa.

I principi su cui si fonda questo successo sono sintetizzati nel termine Ordnung, che si traduce in “senso del dovere”; “organizzazione”; “spirito collaborativo”; “cultura d’impresa”; “sistema elettorale e ruolo dei partiti”; “policentrismo”, applicati al raggiungimento di quattro obiettivi di geopolitica e geopolitica economica: mantenimento dell’economia sociale di mercato; salvaguardia della base industriale; valorizzazione della ricerca e dell’innovazione; promozione della reputazione internazionale del Paese e contestuale ricerca di nuove opportunità economico-commerciali.

Il discorso di Angela Merkel pronunciato nel 2009 di fronte al Congresso degli Stati Uniti è emblematico dell’atteggiamento tedesco post-unificazione:

“Tutto è possibile nel XXI secolo, nell’epoca della globalizzazione. In Germania sappiamo, così come voi negli Stati Uniti, che molte persone temono la globalizzazione. Non intendiamo trascurare queste preoccupazioni. Riconosciamo le difficoltà, ma è nostro dovere convincere il popolo che la globalizzazione è una immensa opportunità globale  per ogni continente, perché ci spinge ad agire insieme agli altri. L’alternativa alla globalizzazione, vale a dire prendere le distanze dagli altri, non è percorribile: porterebbe solo all’isolamento e quindi alla miseria. Ragionare in termini di alleanze e partenariati invece ci porterà verso un futuro positivo”.

Per l’Italia, che si trova a competere con la Germania sui mercati internazionali, è utile studiare i successi tedeschi in maniera funzionale al proprio percorso di riforme. L’esempio tedesco torna utile per la creazione di una strategia geo-economica nazionale che le consenta di creare  – e non subire – la globalizzazione. Ciò significa agire su due fronti: valorizzare i singoli vantaggi comparati (l’industria manifatturiera, il comparto agro-alimentare, il patrimonio culturale) e implementare una politica estera di lungo periodo dando ampio spazio alla diplomazia economica.

Articolo riadattato da un estratto del libro Nummer Eins: la Germania spiegata agli italiani (GoWare, 2015)

Nord Stream Two: ripartono i lavori della nuova autostrada energetica del nord Europa

Dopo un congelamento di quasi quattro anni, riparte il progetto per il gasdotto Nord Stream Two in nord Europa, tramite un accordo stipulato tra Russia, Germania e un consorzio di compagnie occidentali. L’amministrazione di Gazprom a seguito di valutazioni sulla ripresa economica in Europa, sulla diminuzione di produzione di concorrenti europei e su stime che prevedono un aumento della domanda di gas per i prossimi anni, ha così deciso di ri-attivare il progetto. Annunciato nel 2011/2012 tramite un accordo di intenti non vincolante, il 4 settembre scorso è stato stipulato un accordo, stavolta vincolante, per il nuovo gasdotto.

Nord Stream Two: ripartono i lavori della nuova autostrada energetica del nord Europa - Geopolitica.info Le vie del gas in nord Europa (fonte: Gazprom.com)

Parallelo al primo Nord Stream One nel mar Baltico, Nord Stream Two sarà il progetto di gasdotto più imponente per lunghezza e capacità realizzato finora, e andrà a rifornire direttamente la Germania. Questo consentirà alla Russia di bypassare i gasdotti che si snodano in Ucraina, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia, arrivando direttamente nel cuore della vecchia Europa, e privando l’Ucraina e gli altri paesi menzionati delle entrate derivanti dal transito dei gasdotti. Gazprom ha annunciato che questo gasdotto deriverà da fonti aggiuntive rispetto a quelle che riforniscono la presente nella rete europea. Tuttavia, non avendo specificato chiaramente come verrà reperito questo gas, è probabile che, almeno per i primi tempi, ad essere trasportato sarà parte di quello che passa oggi per l’Ucraina. Nel breve/medio periodo tutto ciò consentirà quindi alla Russia, ma anche alla Germania, di esercitare una forte pressione su questi paesi centro-europei o dell’Europa dell’Est.

Come progetto “bypass”, Nord Stream Two presenta molti vantaggi rispetto alle varie versioni del progetto South Stream. In particolare, South Stream avrebbe rifornito mercati già riforniti, mentre il secondo gasdotto nel Mar Baltico consentirà alla società russa di entrare in mercati nuovi e altamente redditizi, almeno nel medio-periodo. Inoltre, sul piano geopolitico, l’accordo per Nord Stream Two renderà ancor più solida la partnership a livello energetico tra Russia e Germania, con probabili effetti sul piano sia finanziario che sul piano della politica estera. Un’idea, quella della partnership russo-tedesca, non nuova: già nel 2006 Vladimir Putin aveva proposto alla Germania di diventare il principale distributore di gas russo in Europa, ma il progetto si rivelò ben presto irrealizzabile. Con Nord Stream Two, al contrario, questa opzione è diventata più che realizzabile. La Germania infatti diventerà il principale hub europeo del gas, con evidenti ricadute positive per le compagnie energetiche tedesche e per Berlino, in termini di tasse e quote per il transito di gas.

Questo progetto, in particolare con lo scoppio della guerra in Ucraina, ma non solo, è quindi uno strumento di pressione nei confronti di Kiev; tuttavia alcuni sostengono che potrebbe minare l’equilibrio politico dell’Unione Europea, creando serie sfide al mercato energetico europeo essendo gli impianti di trasporto e stoccaggio controllati dalla Germania, naturalmente, da Gazprom e altri azionisti di Nord Stream.

La Commissione Europea ha ravvisato in questi progetti l’intenzione di creare monopoli verticalmente integrati, limitando l’attività di Gazprom, ad esempio, sull’impianto tedesco OPAL. Il governo di Berlino, di tutta risposta, ha quindi consentito a Gazprom di espandere i propri impianti sul territorio tedesco sulla base di joint venture tra quest’ultima e le compagnie energetiche tedesche, sulla base di accordi del 2013 e del 2014. Interrotte dall’intervento russo in Ucraina, le trattative hanno poi portato all’accordo per Nord Stream Two e gli impianti collegati in Germania.

Queste azioni sono state chiaramente accompagnate da pressioni da parte delle compagnie tedesche e da parte di Berlino per modificare l’attuale regolamentazione del mercato energetico europeo, come la proposta di modificare la legislazione antitrust dell’Unione a favore di agenzie non meglio identificate.

La Commissione europea ha sottolineato come il tratto off-shore di Nord Stream Two sia in regola con Ia regolamentazione europea, ma ha altresì ribadito come, in caso di implementazioni sul suolo europeo, essa farà rispettare le norme presenti. Il vice-presidente della Commissione per l’energia, Maros Sefcovic, ha annunciato una serie di domande sul caso Nord Stream, come ad esempio: la coerenza tra la realizzazione del progetto e la politica europea di diversificazione dei rifornimenti energetici; gli effetti del gasdotto sull’Ucraina e gli altri paesi dell’Europa centrale e dell’Est interessati da questo.

Sicuramente il progetto non riceverà fondi europei, non essendo considerato una priorità dalla Commissione a causa dell’effetto quasi nullo sulla diversificazione degli approvvigionamenti di cui si è parlato poco sopra.

Per quanto riguarda gli effetti di questo progetto su altri paesi, l’Austria è corsa ai ripari, entrando con la compagnia OMV nel consorzio Nord Stream Two. OMV controlla il Central Europe Gas Hub, progettato per altri gasdotti, come South Stream, la cui realizzazione è stata però interrotta. L’entrata di OMV nel progetto del Mar Baltico è stata quindi dettata, da una parte, dalla possibile diminuzione del flusso di gas diretto al CEGH via Ucraina e, dall’altra, dalla possibilità futura di collegare lo stesso CEGH alle infrastrutture tedesche e quindi a Nord Stream Two.

Tornando ai paesi del centro Europa e dell’Europa dell’Est, gli effetti del progetto russo-tedesco saranno diversi a seconda del paese preso in considerazione. L’Ungheria, ad esempio, come anche la Slovacchia, probabilmente si troveranno ad affrontare periodi molto complicati, essendo totalmente dipendenti dai rifornimenti provenienti dall’Ucraina. Polonia e Repubblica Ceca incontreranno invece difficoltà meno drammatiche, ma comunque significative. La Repubblica Ceca dipende dal gas che transita per l’Ucraina per i due terzi dei propri rifornimenti. Nonostante la possibilità di collegarsi alle infrastrutture tedesche per l’approvvigionamento di gas, i prezzi di questo saranno tuttavia notevolmente maggiori rispetto a quelli della tratta che attraversa l’Ucraina.

Verso un diritto d’asilo europeo (dopo la decisione della Germania sui profughi dalla Siria)

La decisione della Germania di concedere il diritto d’asilo ai profughi dalla Siria, senza tenere conto di qual è stato il loro primo Paese d’ingresso nell’Unione europea, è certamente una buona notizia. Soprattutto per l’Italia e la Grecia, le due nazioni da anni più esposte alla pressione immigratoria proveniente dalla frontiera sud del Mediterraneo e che per lungo tempo hanno dovuto fare fronte agli arrivi in massa dei rifugiati (oltre che degli immigrati economici clandestini) con le loro sole forze, nell’indifferenza cinica, colpevole e alla fine persino controproducente degli altri partner europei. Ci sono volute centinaia di morti in mare per spingere i diversi Stati del centro-nord Europa ad intervenire anch’essi nelle azioni di salvataggio dei naufraghi. E c’è voluto l’assalto dei profughi alle frontiere terrestri dei Paesi dell’Europa orientale per rendersi conto che gli sbarchi sulle coste erano solo una parte del dramma collettivo denunciato a più riprese proprio dall’Italia.

Verso un diritto d’asilo europeo (dopo la decisione della Germania sui profughi dalla Siria) - Geopolitica.info Migranti arrivati in Germania mostrano una foto della Cancelliere (cr: Nbc News)

Ma il fatto che, in deroga a quanto previsto dalla convenzione di Dublino, i tedeschi non respingeranno – come pure potrebbero fare sulla base degli accordi europei vigenti – i rifugiati siriani che, provenendo da altri Stati dell’Unione, riusciranno a raggiungere il loro territorio (e che certo non avranno difficoltà a dimostrare di stare scappando dagli orrori di una guerra civile) è anche la conferma che in Europa sulla questione dell’immigrazione (nelle sue diverse espressioni e varianti: cercare lavoro e benessere non è la stessa cosa che provare a salvare la propria vita, anche se sta prevalendo la cattiva abitudine di parlare genericamente di “migranti” per indicare tutti coloro che lasciano per qualunque motivo il loro Paese d’origine) ci si continua a muovere in modo improvvisato e senza alcun coordinamento.

Apprezzabile sul piano umanitario e insindacabile dal punto di vista formale (una clausola della convenzione di Dublino consente ai singoli contraenti di sospenderne l’applicazione in situazioni di particolare emergenza), quella assunta dal governo della Cancelliera Merkel è stata infatti una decisione politicamente unilaterale, presa senza confrontarsi con nessuno preventivamente. Certo, nei riguardi degli altri membri dell’Unione europea ci si può giustificare sostenendo (come il governo italiano peraltro afferma da tempo) che gli accordi di Dublino, nelle loro diverse redazioni, hanno fatto il loro tempo, hanno dimostrato di essere troppo macchinosi e debbono dunque essere rivisti. O, meglio ancora, adducendo quanto sta accadendo nella zona dei Balcani, con le migliaia di profughi (soprattutto siriani, afgani, somali ed eritrei) che da settimane cercano con ogni mezzo di superare le frontiere della Serbia e dell’Ungheria, quelle della Macedonia e della Bulgaria, con l’obiettivo di raggiungere l’Europa centrale. Profughi che – per un residuo di spirito cristiano e pensando a quali tragedie si sono già consumate nel corso del Novecento in quella parte del continente a danno degli stessi popoli europei e per colpa esclusiva di questi ultimi – non si può certo pensare di fermare schierando l’esercito in armi o alzando barriere di filo spinato, come pensano di fare il governo di Budapest e quello bulgaro. Poteva la Germania – che dell’Unione evidentemente aspira ad essere la guida non solo politico-economica, ma anche morale e civile – restare sorda o inerte dinnanzi a questo brutto spettacolo?

Resta tuttavia il problema di un’Europa che, nonostante le pubbliche dichiarazioni dei suoi massimi rappresentanti e gli impegni assunti da capi di Stato e di governo nel corso di summit e incontri ufficiali, non riesce a sviluppare una linea comune d’azione rispetto a quello che non è solo un dramma umanitario momentaneo, ma un fenomeno di portata storica, che come tale richiederebbe risposte all’altezza e di valore strategico.

Nessuno può infatti illudersi circa la possibilità che i conflitti armati in corso nel Nord Africa e nel Vicino Medio Oriente – alcuni dei quali alimentati dall’inerzia e dall’avventurismo di alcuni Paesi europei o dal loro andare in ordine sparso anche sui grandi temi della politica estera e militare (tipico il caso della crisi libica) – possano trovare una soluzione politico-diplomatica nel giro di pochi mesi. In questa zona del mondo – dove si intrecciano, in una miscela esplosiva, autocrazia politica, fondamentalismo religioso e culture tribali del tutto sorde al tema dei diritti civili e umani – la violenza delle armi ha assunto purtroppo un carattere strutturale e non immediatamente reversibile. Bisogna perciò attrezzarsi per affrontare, sul medio e lungo periodo, le conseguenze, che già abbiamo sotto gli occhi, di questa particolare situazione storica: persecuzioni sistematiche contro minoranze religiose ed etniche, vandalismi e distruzioni di beni storici operati come forma di propaganda ideologica, terrorismo endemico (compreso quello esportato verso l’Europa con l’obiettivo di destabilizzarne gli assetti democratici), nascite di Stati fantoccio e creazioni di “terre di nessuno” gestite dalla criminalità organizzata e infine – inevitabilmente – esodi di massa, fughe dai territori politicamente instabili o in guerra e spostamenti di popolazione attraverso confini divenuti sempre più porosi.

A dispetto della facile e irresponsabile propaganda dei partiti populisti, che in molti Stati d’Europa cercano di lucrare consensi facendo leva sulle facili paure collettive e creando un clima d’allarme sociale che le statistiche puntualmente smentiscono, non si possono negare diritto d’asilo e assistenza a coloro che fuggono da guerre e repressioni. L’Europa delle libertà e della tolleranza, per quanto difficile sia l’attuale momento economico che molti Paesi stanno attraversando (a partire proprio dall’Italia), non può che essere solidale con le vittime dei regimi autoritari e del fondamentalismo religioso, non foss’altro perché il nemico che essi hanno, in questa fase storica, è a ben vedere comune: l’Islam fanatico e oscurantista e i suoi, spesso ambigui e doppiogiochisti, fiancheggiatori.

Alla luce di questa situazione quello che serve è dunque un diritto d’asilo europeo che fissi modalità d’accoglienza condivise e regole di respingimento comuni, che stabilisca una distinzione chiara tra profughi (quelli che davvero scappano da guerre e persecuzioni e la cui condizione va certificata in modo inequivocabile) e immigrati per ragioni economiche (il cui flusso va per quanto possibile regolamentato e legalizzato), che preveda infine l’impegno attivo (in mezzi, uomini e risorse economiche) di tutti i membri dell’Unione. Va bene bacchettare l’Italia sulla creazione dei centri di raccolta e identificazione dei richiedenti asilo, come è accaduto in modo irrituale nei giorni scorsi durante il vertice straordinario tra Germania e Francia (un’altra prova che l’Europa non riesce a muoversi in modo comune e coordinato), ma come è possibile che ancora non ci si sia messi d’accordo, a dispetto di tutte le promesse, su come distribuirli in modo equilibrato tra i diversi Stati europei?