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La CDU dopo Angela Merkel

Sulla carta, la competizione per diventare il successore di Angela Merkel alla guida dell’Unione Cristiano Democratica (CDU), e con alta probabilità il prossimo Cancelliere della Germania, avrebbe tutti gli elementi di una grande sfida: personaggi di spessore, antiche rivalità, conti in sospeso e l’ambizione di raggiungere un ruolo dal grande potere. Le aspettative per una competizione di spessore c’erano tutte, ma le cose stanno andando diversamente e l’esito del congresso della CDU sembra già scritto in partenza.

La CDU dopo Angela Merkel - Geopolitica.info Photo credit: jonasschoenfelder on VisualHunt / CC BY

Nel congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre l’Unione Cristiano Democratica (CDU) eleggerà il nuovo leader del partito, il successore di Angela Merkel destinato a diventare con altissima probabilità anche il prossimo Cancelliere. La CDU è un partito granitico, in 45 anni ha avuto solo tre leader: dal 1973 a oggi si sono succeduti alla guida del partito più importante della Germania solo tre persone: Helmut Kohl, Wolfgang Schauble (un breve periodo di 15 mesi) e Angela Merkel, ancora in carica fino a al congresso di dicembre dopo la scelta di porre fine alla sua carriera politica dopo 18 anni di leadership. In un sondaggio di Infratest Dimap, mostrato sulla rete pubblica ARD venerdì 16 novembre, è stato rilevato che la maggioranza degli elettori tedeschi desidera che Angela Merkel rimanga in carica fino alla fine della legislatura (quindi fino al 2021), un dato che arriva al 75% tra elettori della CDU ma che supera il 50% anche tra quelli dei Grune (verdi), della Linke (estrema sinistra) e della SPD (socialdemocratici). Ovviamente, tanta approvazione non è riscontrabile tra l’elettorato di AfD (estrema destra). Lo stesso sondaggio ha testato l’opinione pubblica anche in merito alla competizione per la leadership della CDU, riscontrando ancora l’effetto Merkel.

Dalla rilevazione infatti risulta che Annegret Kramp-Karrenbauer ha il consenso del 46% dei sostenitori del partito, seguita da Friedrich Merz al 31% e da Jens Spahn al 12%. Kramp-Karrenbauer è considerata la delfina della Merkel, anche se la Cancelliera non si è spesa direttamente a sostegno della sua candidatura. Dal canto suo, la Kramp-Karrenbauer ha cercato di prendere le distanze dalla Cancelliera soprattutto sul tema dell’immigrazione, contestando la politica delle porte aperte che portò in Germania più di un milione di rifugiati. All’inizio Kramp-Karrenbauer (56 anni) poteva sembrare un personaggio con poco appeal, una “mini-Merkel” che non porta niente di nuovo, una ripetizione della solita ricetta che nel lungo periodo non saprebbe esprimere una leadership nuova. Il suo punto debole però è anche il suo punto di forza: lei rappresenta la continuità di una storia di successo, una leader ben radicata che conosce e sa gestire tutte le complessità di un partito in cui non mancano le conflittualità. Inoltre, con Kramp-Karrenbauer sarebbe molto facile per la CDU formare un’alleanza con i Grüne dopo le prossime elezioni, una prospettiva sempre più realistica secondo i sondaggi.

L’altro candidato di rilievo, Friedrich Merz, è considerato l’uomo in grado di spostare la CDU verso politiche più liberiste, cosa che lo rende un politico attraente per il mondo degli affari e dell’industria tedesca, ma guardato con sospetto da una larga parte del partito. Merz, che ha 63 anni, è stato un pezzo grosso del partito ma negli ultimi 15 anni è stato fuori dalla politica attiva è si è dedicato alla carriera nel mondo degli affari, con grande successi nel ramo tedesco del fondo BlackRock. Sta provando a conquistare il favore dell’opinione pubblica e soprattutto del partito, ma esauritosi l’interesse iniziale non sembra in grado di superare Kramp-Karrenbauer.

Poi c’è Jens Spahn, il candidato più giovane (38 anni), anche lui dalla forte impostazione liberale, europeista e dura sull’immigrazione. Spahn già in partenza non era destinato a vincere, cosa che con la discesa in campo di Merz è diventata impossibile. Molte delle persone che potrebbero sostenere Spahn per le sue idee di politica economica trovano in Merz una figura più esperta e rappresentativa, ma come spesso accade in questo genere di competizioni, si partecipa per misurare il proprio peso nel partito e metterlo sul tavolo nelle future spartizioni di potere. Spahn è il candidato più “trumpiano” dei tre, identitario, una delle sue polemiche più recenti riguarda quello che a suo dire è l’eccessivo uso della lingua inglese nella cosmopolita Berlino.

Ci sarebbero anche altri candidati, alcuni sono nomi pesanti come quello del ministro della Difesa Ursula Von Der Leyen, ma la competizione reale è solo tra questi tre. Un quarto candidato poteva essere Armin Laschet, 57 anni, governatore del Nord-Reno Vestfalia, ma in questa occasione ha deciso di non farsi avanti, anche se in futuro potrebbe puntare direttamente alla cancelleria. Tuttavia, una cosa da tenere a mente è che il nuovo leader della CDU non sarà votato dai simpatizzanti in primarie aperte, né dall’ampia platea degli iscritti al partito. La votazione è riservata esclusivamente ai 1001 delegati al congresso, un elettorato selezionato e ristretto con dinamiche di scelta molto diverse da quelle del grande pubblico, allo stato attuale non è chiaro quanta influenza avrà l’opinione pubblica sulla decisione finale dei delegati al congresso.

Per chi si occupa di geopolitica il tema più importante è la posizione in politica estera dei potenziali leader della Germania. Tutti i candidati sembrano in linea con i pilastri della CDU, ovvero l’impegno a preservare la relazione privilegiata con gli Stati Uniti all’interno del quadro dell’Unione Europea, ma ci sono anche delle differenze, piccole ma potenzialmente sostanziali.

Al di là del sostegno per i pilastri di Atlantismo ed europeismo, Kramp-Karrenbauer si distingue per una diffidenza verso la Russia e un particolare legame con la Francia, legato alla sua esperienza di governo del piccolo stato del Saarland, marca della frontiera franco-tedesca abitata da meno di un milione di abitanti. Kramp-Karrenbauer parla francese e nel 2011 è stata nominata dalla Merkel come rappresentante delle relazioni culturali franco-tedesche. Supporta l’esercito unico proposto da Macron ed è rappresentativa di tutta l’area filo-francese della CDU.

Friedrich Merz è decisamente il più Atlantista, è a capo dell’Atlantik Brüke, network USA-Germania che riunisce imprese e personaggi politici. Attraverso la sua carriera di Avvocato d’impresa Merz è organico ai gruppi di potere che coinvolgono il mondo degli affari tedesco e americano, soprattutto grazie al suo ruolo di presidente del fondo BlackRock in Germania. Nonostante questo però Merz – come tanti altri tedeschi – prova disagio per le politiche e la postura di Donald Trump, ecco perché in questa campagna congressuale si è fatto portatore di una visione più europeista, rafforzata dalla sua vecchia esperienza di parlamentare europeo dal 1989 al 1994. Merz propone una riforma dell’eurozona e più cooperazione comunitaria nella politica estera e nella difesa, una visione sostanzialmente identica a quella di Kramp-Karrenbauer. In un’ottica più ampia però Merz sottolinea l’importanza dell’ordine liberale del mondo, con un allarme particolare nei confronti del modello autoritario della Cina, da contenere. Anche Merz guarda con diffidenza al Cremlino e si è dichiarato a favore delle sanzioni alla Russia.

Jens Spahn è Atlantista e trumpiano, in questa campagna è quello che più di tutti sta sottolineando i problemi dell’immigrazione causati dalla politica di accoglienza della Merkel. La sua simpatia nei confronti dell’amministrazione Trump non è solo verbale, Spahn ha un’amicizia personale con Richard Grenell, l’ambasciatore americano a Berlino ben conosciuto per essere un uomo di Trump. Spahn sottolinea spesso gli interessi comuni di Stati Uniti e Germania ed è a favore di un maggiore impegno tedesco nella NATO, che vuol dire aumentare il budget tedesco per la difesa (cosa già in programma, dal 2020). Per quel che riguarda la politica comunitaria, Spahn pone particolare enfasi all’interesse nazionale. Ovviamente è contrario a qualsiasi tipo di “unione dei trasferimenti” all’interno dell’eurozona, ma la cosa più importante è che considera l’Unione Europea “un gruppo di stati-nazione” piuttosto che la costruzione di uno Stato continentale e federale.

Infine, sullo sfondo resta l’uomo che non corre oggi ma potrebbe ripresentarsi domani, Armin Laschet. L’attuale governatore della Nord-Reno Vestfalia (il più popoloso Land della Germania) ha la forza di chi ha dietro di sé la più forte delle federazioni locali della CDU, da cui provengono i due terzi delle federazioni regionali. Laschet è un centrista molto vicino alla Merkel ma senza essere identificato come subalterno della Cancelliera, da tempo il suo nome è regolarmente nella lista dei potenziali cancellieri. Come Kramp-Karrenbauer, è più europeista che atlantista, ma la cosa che più di tutte segna nettamente una differenza rispetto gli altri candidati è la sua posizione nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. Nonostante un sincero atlantismo, Laschet condanna la Russofobia e l’anti-Putinismo dei mass media tedeschi, è ha dichiarato apertamente che Putin sta facendo bene in Siria.

Ricapitolando, tra tutti Laschet è il non-candidato più nettamente europeista e dalla visione multipolare, seguito da Kramp-Karrenbauer, sempre ricordando che nessuno di questi ha la minima intenzione di appoggiare l’unione di trasferimenti necessaria a risolvere le disfunzioni dell’eurozona. Tuttavia, sarebbero sicuramente disponibili a una maggiore condivisione dei rischi. Anche Merz non dovrebbe distanziarsi particolarmente da questa posizione, lasciando a Spahn il ruolo di falco del rigore.

Per adesso la storia sembra già scritta: Kramp-Karrenbauer diventerà leader della CDU e molto probabilmente, visti i sondaggi sulle elezioni politiche, Cancelliera della Germania alla guida di un governo di coalizione composto da Grüne e FDP, forse anche senza i liberali vista la concreta possibilità che CDU/CSU e Grüne continuino a crescere riuscendo a mettere insieme la maggioranza al Bundestag. L’unica incognita a oggi sembra essere la possibilità di vedere Kramp-Karrenbauer alla guida della CDU per un periodo lungo come quello dei suoi predecessori Merkel e Kohl, ma probabilmente anche Angela Merkel quando divenne leader della CDU nel 2000 non sembrava avere il carisma che ha dimostrato nei 18 anni successivi.

Superato il congresso della CDU, Angela Merkel potrà dedicarsi completamente alla conclusione della sua carriera politica, e la Cancelliera sembra avere tutta l’intenzione di volerlo fare portando a compimento qualcosa di storico a livello europeo.


Who is Who: Hans-Georg Maaβen

Nome: Hans-Georg Maaβen
Nazionalità: Tedesca
Data di nascita: 24 novembre 1962
Ruolo: Segretario di stato presso il ministero dell’interno

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Hans-Georg Maaβen è un giurista e politico tedesco, facente parte del partito CDU. Ha ricoperto il ruolo di presidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV) dal 1 agosto 2012 al 18 settembre 2018. È stato rimosso da questa posizione ed è ora Segretario di stato presso il Ministero dell’Interno.

Nato a Mönchengladbach il 24 novembre 1962, ha studiato Giurisprudenza a Colonia. Dal 2001 ha insegnato presso la Freie Universität Berlin ed è stato autore di pubblicazioni relative al diritto degli stranieri e diritto della sicurezza interna. È stato inoltre redattore della rivista per il diritto degli stranieri e la politica estera (ZAR).

È entrato a far parte della CDU alla fine degli anni ’80 e a partire dal 1991 è stato impiegato in diverse sezioni del Ministero dell’Interno. Inizialmente, ha lavorato come referente della sezione affari esteri e poi presso il reparto di polizia. Nel 2000 gli è stato assegnato l’incarico di referente personale del segretario per la sicurezza di stato. Dopo aver guidato un progetto di gruppo sull’immigrazione, è diventato capo della sezione per il diritto degli stranieri. È stato, inoltre, dirigente ministeriale del team per la lotta contro il terrorismo nel reparto della pubblica sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno.

Durante la sua carriera, numerose sono state le critiche mossegli.

In seguito al suo coinvolgimento nell’affare Murat Kurnaz, nel 2012 il senato accademico della Freie Universität Berlin ha respinto il conferimento a Maaβen del titolo di professore onorario.

Durante le divulgazioni sulla sorveglianza di massa del 2013, i media tedeschi hanno riportato di una visita che Maaβen fece ai quartieri statunitensi della NSA (National Security Agency) nei mesi di gennaio e maggio. Maaβen avrebbe accettato di trasferire tutti i dati raccolti dall’Ufficio Federale per la protezione della Costituzione attraverso l’XKeyscore NSA.

Ha fatto inoltre discutere l’accusa di Maaβen nei confronti di Edward Snowden, ritenuto un agente dei servizi segreti russi.

Più recentemente, nell’estate 2018 Franziska Schreiber, ex-membro dell’AfD, ha dichiarato che sono avvenuti numerosi incontri tra Maaβen e Frauke Petry, segretaria di AfD, durante i quali Maaβen avrebbe consigliato come proteggere il partito dai controlli dei servizi di sicurezza. Tuttavia, Maaβen ha risposto sostenendo che la comunicazione con le forze politiche sarebbe un normale compito affidato al presidente del BfV avente lo scopo di tutelare la costituzione.

La controversia più recente che lo ha visto coinvolto riguarda gli scontri avvenuti a Chemnitz lo scorso 26 agosto. Durante l’intervista del 7 settembre per la rivista Bild, Maaβen ha affermato che “non ci fossero informazioni sufficientemente sicure per sostenere che la ‘caccia allo straniero’ di Chemnitz avesse effettivamente avuto luogo”. In seguito a questa sua controversa dichiarazione, Maaβen è stato accusato di aver minimizzato le violenze verificatesi e di essere particolarmente vicino all’estrema destra tedesca rappresentata dal partito AfD. Subito dopo tale dichiarazione, si è acceso dibattito all’interno della Grosse Koalition composta da tre forze politiche: SPD, CDU e CSU. Da un lato, il Ministro degli Interni Horst Seehofer (CSU) sosteneva la posizione di Maaβen; dall’altro, Angela Merkel (CDU) e Andrea Nahles (SPD) hanno subito espresso la loro contrarietà alle affermazioni di Maaβen. Il pericolo di una crisi di governo è stato, però, scongiurato durante il vertice di coalizione, nel quale è stata presa la decisione di rimuovere Maaβen dal suo incarico e di spostarlo alla segreteria di stato presso il Ministero dell’Interno.

Nord Stream 2: la “guerra del gas” tra Europa e Russia

Il raddoppio del gasdotto che porta il gas russo in Germania sta dividendo l’Europa, con la Commissione europea alla ricerca degli strumenti giuridici per bloccarne la realizzazione. Se da un lato, infatti, si teme un’eccessiva dipendenza dalle forniture russe, dall’altro lato l’idea di ottenere gas a buon prezzo ed in maniera affidabile “fa gola” a numerosi Paesi, tra cui la Germania. Anche perché non sembrano esserci (credibili) alternative all’orizzonte.

Nord Stream 2: la “guerra del gas” tra Europa e Russia - Geopolitica.info

Negli ultimi anni la Russia di Vladimir Putin si è mossa sullo scacchiere energetico europeo secondo una linea ben precisa: portare il proprio gas verso il vecchio continente cercando di aggirare l’Ucraina, territorio politicamente ostile che spesso ha bloccato, seppure parzialmente, il transito del gas proveniente dai giacimenti russi. In questo contesto, quindi, si è inserita la realizzazione del Nord Stream, il più lungo gasdotto sottomarino al mondo che trasporta, dal 2012, 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia verso la Germania. E da qualche anno, oramai, si parla con insistenza della possibilità di un suo raddoppio a partire dal 2019, con un’Europa che, quindi, dipenderebbe sempre più dalle importazioni di gas russo proprio mentre a Bruxelles si ripete a gran voce la necessità di una diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico.

La posizione di Gazprom

Secondo Gazprom, la compagnia energetica russa che sarà proprietaria del gasdotto, vi sono diverse ragioni che spingono alla realizzazione del raddoppio di Nord Stream. In primo luogo, infatti, da un punto di vista meramente commerciale, la costruzione del gasdotto consentirebbe alla compagnia di risparmiare sulle tariffe di transito che oggi vengono pagate all’Ucraina e che sono piuttosto elevate (2 miliardi di dollari all’anno). Inoltre, il costo previsto per la realizzazione dell’opera non è superiore a quello che dovrebbe essere pagato qualora si optasse per l’ipotesi alternativa, ovvero il rafforzamento del gasdotto che oggi porta il gas russo in Europa attraverso, appunto, l’Ucraina. Da un punto di vista geopolitico, poi, e quindi in termini di sicurezza energetica europea, la costruzione del nuovo gasdotto consentirebbe di aggirare il territorio ucraino, evitando così che le continue tensioni tra Mosca e Kiev possano avere conseguenze sul piano degli approvvigionamenti energetici, garantendo all’Europa una diversificazione in termini di rotte di transito del gas russo. D’altronde, all’orizzonte, non sembrano prospettarsi alternative percorribili: i fornitori del Medio Oriente e del Nord Africa non hanno una sufficiente capacità di esportazione mentre il Corridoio Sud, qualora venisse realizzato, porterebbe in Europa non più di 10 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno.

La (dura) opposizione dei “Quattro di Visegrad”

A guidare il blocco dei Paesi contrari alla realizzazione del raddoppio del gasdotto Nord Stream ci sono i cosiddetti “Quattro di Visegrad”, ovvero la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e, soprattutto, la Polonia. Considerazioni sia di natura politica che economica stanno alla base della dura resistenza al progetto russo. La costruzione del Nord Stream 2, infatti, è in contraddizione con l’obiettivo europeo di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas, nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Questi Paesi, inoltre, qualora le forniture di gas attraverso Nord Stream rimpiazzassero quelle che oggi arrivano in Europa attraverso il gasdotto “Fratellanza”, perderebbero lo status di “Paese di transito”, unitamente agli introiti che derivano dalle connesse tariffe di transito pagate da Mosca.

USA e Germania divisi su Nord Stream 2

Il gasdotto baltico farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo. Per questo motivo, quindi, Berlino continua a guardare con grande interesse alla realizzazione di Nord Stream 2, sottolineandone il suo carattere prettamente economico e cercando di lasciare fuori dal dibattito le considerazioni di natura politica. Per la Germania (e la Francia) Nord Stream è particolarmente importante perché, quando la capacità del gasdotto arriverà a pieno regime (e sarà quindi in grado di trasportare sino a 110 miliardi di metri cubi l’anno), coprirà il consumo annuale di gas dei due Paesi. Di conseguenza, la Germania ha criticato la possibile imposizione da parte degli USA di sanzioni contro le aziende che collaborano con la Russia nel tentativo di espandere la rete di forniture energetiche di Mosca. La posizione di Washington è chiara: gli Stati Uniti, infatti, intendono sfruttare la propria posizione leader di produttori di shale gas per promuovere sempre di più il proprio export di gas verso il mercato europeo. E ciò può avvenire, inevitabilmente, solo a scapito delle forniture russe.

Le mosse dell’Unione europea

Bruxelles, anche se in maniera non proprio compatta, è tra i principali oppositori del progetto. Più volte, infatti, le istituzioni europee hanno definito Nord Stream 2 una “minaccia per la sicurezza energetica e la diversificazione degli approvvigionamenti” del continente. Per questo motivo la Commissione europea si sta muovendo in due direzioni. Poco prima dell’estate, la Commissione ha chiesto agli Stati membri un mandato per poter negoziare con la Russia la costruzione del nuovo gasdotto. Sul punto, però, il Consiglio dell’Unione europea ha chiarito come, in realtà, non vi sarebbe alcuna base giuridica per riconoscere tale mandato, in quanto la richiesta della Commissione si baserebbe esclusivamente su “meri argomenti politici”. Inoltre, proprio recentemente, Bruxelles ha annunciato l’intenzione di “integrare” l’attuale direttiva sul gas, precisando che “i principi essenziali della legislazione energetica dell’Unione si applicano a tutti i gasdotti che arrivano o partono dai Paesi terzi”. Una direttiva che prevede, in particolare, che i produttori di gas debbano essere separati dai proprietari delle infrastrutture e che, sino ad oggi, è stata applicata solamente ai gasdotti intra-europei.

Dove sta l’Italia?

Non manca, in Italia, una certa preoccupazione per il possibile raddoppio di Nord Stream. Il nuovo gasdotto, infatti, farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo, costringendo la nostra industria a pagarlo stabilmente di più, dovendo aggiungere il costo del trasporto Nord-Sud. E l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico nel Mediterraneo, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane, cipriote ed israeliane nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian attraverso il Corridoio Sud.

Speciale elezioni tedesche: “Il grande compito di Angela Merkel sarà ora quello di riconquistare i voti elettorali persi dall’Union”

A due giorni dal risultato delle elezioni federali tedesche la dottoressa Martina Bitunjac, ricercatrice presso il Centro Moses Mendelssohn (Potsdam) e collaboratrice scientifica del Bundestag, analizza la Germania di oggi dalla vittoria “a metà” di Angela Merkel all’ascesa del partito di estrema destra AfD; dal crollo della Spd di Martin Schulz alla “coalizione Giamaica”.

Speciale elezioni tedesche: “Il grande compito di Angela Merkel sarà ora quello di riconquistare i voti elettorali persi dall’Union” - Geopolitica.info

 

Dottoressa Martina Bitunjac che tipo di indicazione politica dà il risultato delle elezioni federali tedesche del 24 settembre?

Il risultato delle elezioni si è rivelato piuttosto negativo per gli ormai ex partiti di governo, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU), l’Unione Cristiano-Sociale in Baviera (CSU) e ilPartito Socialdemocratico di Germania (SPD) di Martin Schulz. I vincitori si trovano contro il Partito liberale (FDP) e soprattutto il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD). Quest’ultimo partito ha mobilitato in particolare astensionisti ed elettori dalla Germania orientale. Forse questo risultato scuoterà alcuni cittadini piuttosto apolitici e li convincerà a essere più attivi politicamente. Vi sono già i primi segni: da questa domenica, ad esempio, la SPD registra un elevato numero di iscrizioni di nuovi membri.

Si può parlare di “vittoria a metà” da parte di Angela Merkel e della sua Cdu?

La cancelliera Angela Merkel non ha raggiunto il risultato elettorale sperato: ha già comunicato la sua insoddisfazione per la perdita dell’8,6%rispetto alle ultime elezioni. Molti cittadini in Germania le rimproverano in particolare decisioni sbagliate in materia di politica dei rifugiati. Secondo la mia opinione nel 2015/2016 ha agito in maniera corretta quando ha offerto protezione in Germania ai profughi provenienti da paesi di guerra. I rifugiati hanno diritto all’asilo. La Germania ha dimostrato umanità, ma dall’altra parte è aumentata la xenofobia. Il grande compito della cancelliera sarà ora quello di riconquistare i voti elettorali persi dall’Union.

Il fatto che siano sei i partiti ad entrare in Parlamento è una novità nel sistema politico tedesco, novità che spezzetterà la maggioranza e potrebbe costringere la Merkel a una difficile “navigazione”. Provocazione: vede dei parallelismi con la Repubblica di Weimar?

Credo che ogni periodo storico abbia le proprie sfide e le nostre sono l’ascesa del populismo di destra e del terrorismo. La democrazia nella Repubblica di Weimar era molto instabile. Oggi non è più così. Deve essere chiaro a tutti noi, però, che “chi dorme in una democrazia può svegliarsi in una dittatura”. Il 19° Bundestag è frammentato in sei partiti ed è anche il più grande della storia, con 709 deputati. L’Union non aderirà ad alcuna coalizione con l’AfD o con la sinistra. La SPD ha già dichiarato che intende assumere il ruolo di leader dell’opposizione. Vi è anche la possibilità che si costituisca una cosiddetta “coalizione Giamaica” tra l’Union, la FDP e i Verdi.

I motivi del crollo della Spd – Partito Socialdemocratico di Germania –  di Martin Schulz?

La SPD ha registrato il peggior risultato di sempre nella storia delle elezioni per il Bundestag. Nella 18ª legislatura i socialdemocratici, insieme all’Union, hanno sicuramente portato avanti molti programmi: il salario minimo, il “matrimonio per tutti”, le quote rosa, ecc. I punti di forza e il profilo della SPD si sono “persi”, tuttavia, nella grande coalizione. All’opposizione la SPD può nuovamente rafforzare il proprio profilo politico. Questa decisione va bene per il partito stesso, per la Germania sarebbe stato meglio portare avanti la grande coalizione. Continuità significa pur sempre anche stabilità.

Come cambierà nei prossimi mesi, secondo lei, la politica estera tedesca?

Credo che la Germania porterà avanti la politica estera che ha seguito sino ad ora. Al momento abbiamo davvero molte zone di crisi a livello globale. La Germania si impegnerà quindi ancora per la mediazione tra parti in conflitto. È di particolare importanza accelerare soluzioni politiche in zone di guerra. Per evitare che nascano conflitti in zone instabili, verrà messa in primo piano la promozione della prevenzione dei conflitti civili.

I tedeschi infine, secondo quanto lei ha avuto modo di percepire, sono contenti di questi risultati?

I tedeschi ora devono convivere con le conseguenze di queste elezioni. Ora non basta lamentarsi del fatto che un partito di estrema destra sia entrato nel Bundestag: bisogna anche agire e diventare attivi politicamente in prima persona per rafforzare la democrazia e per mostrare che la Germania di oggi è un Paese vario.

Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo

Oggi la Germania va al voto e Angela Merkel, molto probabilmente, sarà Cancelliere per la quarta volta. Tuttavia, le incognite di questa tornata elettorale sono molte e le conseguenze del voto tutt’altro che scontate. Con chi governerà, Angela Merkel? Ci sarà una nuova große koalition con i socialdemocratici? O sarà costretta a dare vita alla coalizione “Jamaica”, composta da CDU (nero), liberali (giallo) e verdi? E quale sarà il risultato degli estremisti dell’AfD? Riuscirà il partito di estrema destra a ottenere più del 10% dei voti e a conquistare il terzo posto in termini di voti? E quali saranno le conseguenze del voto sul sistema politico e sulle scelte del prossimo governo sul futuro dell’Unione Europea?

Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo - Geopolitica.info

Guardando gli ultimi sondaggi elettorali, l’unico aspetto relativamente certo è che a guidare il prossimo governo tedesco sarà ancora Angela Merkel, che potrebbe ottenere il suo quarto mandato dopo 12 anni di governo. L’ultimo sondaggio Infratest Dimap per ARD assegna ai cristiano-democratici della CDU il 37% dei voti, mentre i socialdemocratici dello SPD si posizionerebbero al secondo posto, con il 21%. La partita per il terzo posto appare invece molto più aperta. Il partito di estrema destra AfD dovrebbe ottenere circa l’11% dei voti, seguito dalla lista di sinistra Linke, che dovrebbe conquistare il 10% dei consensi. Infine, i liberali dello FDP dovrebbero ottenere il 9% dei voti, seguiti dai verdi all’8%.

 

Solo domani sapremo quale sarà il quadro in cui dovranno destreggiarsi le forze politiche tedesche, ma se i risultati elettorali dovessero ricalcare i sondaggi visti in questi mesi, appare evidente come gli attori in campo saranno costretti a fare i conti con una realtà molto più problematica di quattro anni fa. A cominciare dalla composizione della nuova coalizione di governo.
Lo scenario più probabile sembra essere una riedizione della große koalition che ha governato la Germania nel periodo 2005-2009 e durante gli ultimi quattro anni. Tuttavia, anche questa prospettiva non sarebbe priva di ostacoli. Infatti, i socialdemocratici potrebbero optare per un ritorno all’opposizione, cercando di recuperare un profilo più schiettamente alternativo ai cristiano-democratici – che negli ultimi quattro anni sono stati molto abili nel far proprie alcune tematiche e politiche progressiste, come ad esempio le politiche sui rifugiati.

Un secondo scenario sarebbe la coalizione “Jamaica” – nomignolo derivante dai colori dei partiti che la comporrebbero, ossia nero (CDU), verde (Grüne) e giallo (FDP). Tuttavia, almeno per ora, i liberaldemocratici dell’FDP non sembrano propensi a sostenere un governo del genere, che li costringerebbe a una complicata convivenza con i verdi. Ma allo stesso tempo, se la SPD si tirasse indietro, non è irragionevole supporre che i liberaldemocratici possano scendere a patti con la CDU e i Grüne.
Se ci si fermasse qui il quadro politico tedesco ricalcherebbe, grossomodo, dinamiche ed equilibri visti negli ultimi dodici anni. Se non fosse che per la prima volta, a partire dalle elezioni del 1949, un partito di estrema destra, ossia l’AfD, potrebbe entrare nel Bundestag. E se Alternative für Deutschland dovesse affermarsi come terzo partito, superando quota 10% dei voti, si potrebbe assistere a una seria alterazione delle dinamiche politiche in Germania, che influenzerebbe e potrebbe essere influenzata anche dalle dinamiche sulla formazione del governo, presentate precedentemente.
Se dovesse andare in porto la coalizione CDU-SPD, la Germania avrebbe una larga maggioranza al centro sistema politico, che da una parte – considerando gli ultimi anni di governo – consentirebbe un governo stabile, ma dall’altra precluderebbe alla CDU la possibilità di andare a caccia di voti a destra, lasciando campo libero all’AfD. Inoltre, un governo di larghe intese potrebbe ulteriormente indebolire i socialdemocratici – intesi come forza alternativa al partito di Merkel – spostando sempre più la competizione politica verso un confronto tra forze di sistema (CDU in testa) e forze antisistema (AfD in testa).   

Se invece dovesse andare in porto la coalizione “Jamaica”, il governo potrebbe assumere un profilo ibrido, orientato a seconda del peso dei due alleati, ossia verdi e liberali. In questo scenario, la SPD tornerebbe all’opposizione e avrebbe lo spazio per costruire una proposta alternativa a quella della CDU, ricalibrando la competizione elettorale sull’asse destra-sinistra. Allo stesso tempo, però, il nuovo governo potrebbe incontrare problemi dettati dalla convivenza forzata tra liberali e verdi, e questa conflittualità ricadrebbe sulle capacità di governo e gli spazi di manovra del prossimo governo Merkel, a tutto vantaggio delle forze più estreme.

Per cui, appare chiaro come la scelta degli alleati di governo avrà un impatto decisivo sull’evoluzione del quadro politico tedesco. Ma sarà anche determinante per le scelte di politica estera del prossimo governo, che avranno ricadute importanti sulle sorti dell’Unione Europea, chiamata ad affrontare la Brexit e le sfide provenienti dal contesto extraeuropeo. La natura della prossima coalizione di governo sarà un primo segnale per capire se il Cancelliere tedesco avrà intenzione di promuovere l’integrazione europea – ritenuta oramai improrogabile – seguendo un modello intergovernativo o se scenderà a patti con la prospettiva francese, volta a implementare l’integrazione europea per mezzo di una governance più accentrata. Un governo con i socialdemocratici di Schultz, infatti, potrebbe indicare una maggiore disponibilità della Merkel a scendere a patti con la visione francese, mentre un governo con i liberali dell’FDP potrebbe significare l’intenzione della leadership tedesca di spingere l’integrazione europea seguendo un modello intergovernativo.

Gerussia: l’orizzonte dei rapporti tra Mosca e Berlino – Salvatore Santangelo

Salvatore Santangelo, docente di Geografia delle Lingue presso l’università di Tor Vergata, e autore di “Gerussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea” (Castelvecchi 2016), commenta gli attuali rapporti tra Mosca e Berlino.

Gerussia: l’orizzonte dei rapporti tra Mosca e Berlino – Salvatore Santangelo - Geopolitica.info

“Quella tra Berlino e Mosca è certamente una delle traiettorie strategiche dell’Europa e degli equilibri globali. Su questa relazione pesano le diverse leadership politiche, e non è un caso se la Cia, nel suo report sui presunti attacchi degli hacker russi volti a manipolare l’esito delle elezioni statunitensi, abbia fatto un riferimento a Berlusconi e a Schröder.” Commenta Santangelo. “Se l’astro politico di Berlusconi è declinante, Schröder ha ancora un ruolo importante. Durante il suo cancellierato la relazione bilaterale tra la Germania e la Russia è stata fortissima, sul versante economico, energetico e politico. Egli tutt’oggi presiede il comitato degli stakeholder di North Stream, un’opera infrastrutturale ed energetica fondamentale, che esemplifica quello che il centro studi del Parlamento russo come “Gerussia”.”

Rapporti, quelli tra Mosca e Berlino, messi fortemente in crisi dalla crisi ucraina: “Se “Gerussia” dalla caduta del muro di Berlino al 2014 è andata avanti con forza e determinazione” afferma Santangelo, “con la crisi ucraina e l’occupazione della Crimea abbiamo visto una battuta d’arresto, e per certi versi il riproporsi dei presupposti di una guerra fredda. I rapporti tra Putin e la Merkel è estremamente freddo. Esiste un’antipatia reciproca, e anche se Trump ha vinto con un’agenda basata sulla possibilità di risolvere con il dialogo e la politica la controversia tra l’occidente e la Russia, viviamo settimane estremamente difficili, dove si moltiplicano le provocazioni: la visita del senatore McCain in Ucraina, il dispiegamento massiccio di forze militari americane sul suolo tedesco.”

Santangelo conclude la sua analisi con un augurio: “E’ fondamentale che tutti i leader riescano ad evitare un’escalation che potrebbe di nuovo aprire una ferita nel cuore dell’Europa.”

GeRussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea.

L’Unione europea e il Continente europeo rappresentano, da qualche anno oramai, due delle incognite più preoccupanti dello scacchiere internazionale. Atrofizzata al suo interno da una crisi economica, politica e istituzionale senza precedenti, e posta sotto pressione da eventi internazionali e fenomeni globali sempre più pervasivi, l’Europa, oggi, appare incapace di affrontare le dinamiche riguardanti sia il contesto, continentale e globale, dell’Unione, sia i suoi affari interni. In questo quadro, composto da svariati attori, la Germania è divenuta, di fatto, il Paese guida. Un ruolo che ha attraversato varie fasi e attraversa varie dimensioni – quella economica, chiaramente, ma anche quella politica e quella strettamente geopolitica – e che oggi sembra definirsi anche grazie ai rapporti tra Berlino e un’altra capitale: Mosca. Una relazione apparentemente recente, ma che in realtà affonda le sue radici in un passato che ha visto la Germania e la Russia legate da intensi rapporti economici, ma anche relazioni politiche e strategiche, che, nei secoli, non si sono mai del tutto spezzate, anche nei periodi di maggior tensione e di aperta conflittualità.
Salvatore Santangelo, giornalista e saggista, ha pubblicato recentemente il volume “GeRussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea.”, edito da Castelvecchi. Un libro nel quale si analizza l’attuale rapporto tra Germania e Russia, alla luce della storia delle relazioni tra questi due Paesi e inserendo questa relazione all’interno di un quadro continentale e globale frammentato, nel quale le due nazioni sembrano intenzionate a ritagliarsi ruoli sempre più importanti. Abbiamo così intervistato l’autore del libro, per fargli qualche domanda su questa “relazione speciale” tra la Repubblica federale tedesca e la Federazione Russa.

GeRussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea. - Geopolitica.info

 

Lei nel suo libro affronta le origini storiche, le varie fasi di questa liaison non solo economica tra Germania e Russia. Oggi in che fase stiamo? I due Paesi navigano a vista, c’è tensione o c’è in corso un processo di ulteriore strutturazione delle loro relazioni?

Questo percorso – quello di Gerussia – ha avuto una traiettoria molto positiva a partire dalla caduta del Muro fino alla crisi di Maidan, nel 2014. Un evento che ha rimesso in discussione i rapporti tra i due poli, con le sanzioni che ne sono seguite e il processo di demonizzazione della Russia e della sua leadership attuale, quella di Putin. Oggi questa relazione si trova in una fase molto delicata: l’economia e il realismo politico spingono per una maggiore integrazione, in qualche modo esemplificata dall’ipotesi di raddoppio del Nord Stream (in vigenza delle sanzioni). Allo stesso tempo occorrerà mantenere grande attenzione per il rischio di collasso dell’attuale governo di Kiev sempre più in preda a una crisi politica ed economica che potrebbe spingere i vertici ucraini verso una prova di forza contro Mosca trascinando con sé la Nato. Si tratta di una dinamica assolutamente da scongiurare.

 

Il prossimo anno, a settembre, in Germania, ci saranno le nuove elezioni nazionali e Angela Merkel ha annunciato che si ricandiderà per guidare nuovamente il Paese. Che scenari si aprirebbero nei rapporti russo-tedeschi se rivincesse l’attuale Cancelliere? In che modo un rapporto con la Russia di Putin potrebbe giovare ad Angela Merkel?

Sullo scenario della quarta ricandidatura della Cancelliera, si innesta l’ipotesi dell’elezione di Frank Walter Steinmeier – attuale ministro degli Esteri – come presidente della Repubblica federale e potenziale garante della relazione speciale con la Russia di cui è da sempre alfiere. Di fatto, se non si dovesse riaprire il conflitto ucraino, la relazione russo-tedesca, almeno sul versante più importante, quello energetico, dovrebbe proseguire in modo sempre più netto, al di là della retorica bellicista della Merkel e dei falchi della Nato. Il tutto alla luce dell’inaspettata elezione di Trump che ha momentaneamente fermato il partito della guerra americano che appariva davvero intenzionato ad alimentare un’escalation politico-militare contro la Russia di Putin. La Germania ha tutto da guadagnare da un’integrazione con la Russia: sicuri approvvigionamenti energetici, un importante mercato per beni, capitali e servizi. Ma forse qualcuno a Berlino preferirebbe un presidente russo più docile e sensibile alle agende politiche occidentali, anche per proiettare in modo ancor più netto la propria influenza sull’Europa dell’Est da sempre considerata dai tedeschi una propria area di competenza.

 

Lei descrive minuziosamente la salita al potere di Putin, la sua visione politica, ma anche questa sorta di corte che il presidente russo, nel tempo, ha costruito intorno a sé; un quadro che dà il senso di una situazione complessa. Alla luce di questo quadro, cosa cerca Putin nel partenariato con la Germania? Una Germania che, tra l’altro come lei scrive, sta anche aumentando i suoi investimenti nell’intero spazio post-sovietico?

Putin, che parla correntemente tedesco e che in Germania ha passato tanti anni come agente operativo del Kgb, vede in Berlino un partner fondamentale per il processo di modernizzazione del suo Paese. Allo stesso tempo, considera la relazione tra la Russia e la Germania l’asse fondamentale per la pace e la prosperità del continente eurasiatico.

 

Per chiudere: l’Italia come si sta muovendo, se si sta muovendo, in questo quadro? Insegue un rapporto con la Russia, aumentando la polemica in seno all’Europa, in contrasto con la Germania? Oppure sta, in realtà, lavorando per rientrare, in qualche modo, nell’accordo tra i due attori?

L’Italia è uno dei Paesi, se non il Paese che più ha sofferto per il regime delle sanzioni contro la Russia. Il presidente Matteo Renzi, seppur stretto dai vincoli della fedeltà atlantica, lo ha fatto notare cercando, con scarso successo, di allentare le sanzioni. Più in generale dobbiamo notare che per un trentennio abbiamo vissuto nella stagione del neoliberismo, ora sta arrivando quella del neonazionalismo: in questo quadro, i Paesi con un’identità fragile, come l’Italia, rischiano tantissimo. Dunque, Gerussia – la possibilità che ci sia pace e prosperità tra due nazioni che si sono combattute in maniera spietata – è un messaggio di speranza, seppure sottende un pizzico di spregiudicatezza e di cinismo da parte tedesca, ma allo stesso tempo questa dinamica rischia di lasciare indietro i Paesi più deboli che faticano a trovare la strada per mediare le esigenze di carattere europeo con la giusta difesa degli interessi nazionali. Infine questo asse ha una chiara traiettoria verso nord-est che rischia di marginalizzare sempre più il Mediterraneo, relegandolo in una condizione di crisi e instabilità semipermanente. Con l’Italia al centro.