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La caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo. La fine del “Secolo breve” e le difficoltà dell’Europa di oggi

Il 9 novembre del 1989 termina il “secolo breve”, così definito dall’immenso storico britannico Eric Hobsbawm che, a sua volta, cita nella prefazione della sua opera, il poeta Thomas Stearns Eliot: “Il mondo finisce in questo modo: non con il rumore di un’esplosione, ma con un fastidioso piagnisteo”, il Secolo breve è finito in tutti e due i modi.

La caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo.  La fine del “Secolo breve” e le difficoltà dell’Europa di oggi - Geopolitica.info Una foto scattata a Berlino, nel 2010, presso East Side Gallery: ciò che resta del muro oggi simbolo di libertà.

La fine della Guerra fredda e della divisione in due dell’Europa decisa dalle potenze vincitrice della Seconda guerra mondiale: il crollo dello Stato comunista tedesco-orientale e la riunificazione della Germania nella Repubblica federale tedesca, meno di 11 mesi dopo, il 3 ottobre 1990. Un processo inevitabile e inarrestabile che tuttavia poneva il problema della rinascita della Germania come potenza europea occidentale, sia in termini economici sia di popolazione. Prospettiva che andava a modificare gli equilibri decennali raggiunti dai paesi membri dell’Unione Europea. Inoltre, il veloce disfacimento della stessa Unione Sovietica avrebbe obbligato l’Europa occidentale ad allargarsi verso Est, andando ad assorbire le nuove democrazie ex-comuniste, infine il problema dei nuovi rapporti con la Russia. Questo duplice appuntamento con la storia era chiaro a molti ma non di facile soluzione.

Le scelte fatte all’epoca sono state soddisfacenti? Giusto interrogarsi dopo 30 anni, un tempo storico abbastanza importante per iniziare ad analizzare eventi che hanno stabilito un limes cronologico che segna, possiamo affermare, la fine del Novecento e ci proietta nel periodo che il politologo statunitense Francis Fukuyama ha definito The End of History and the Last Man dove la caduta del muro di Berlino e le sue conseguenze, ovvero la dissoluzione dell’impero sovietico rappresentano ottime premesse per raggiungere il traguardo comune delle società occidentali: lo stato liberale e democratico.

Ma siamo sicuri che questi traguardi sono stati raggiunti? Alcuni leader politici dell’epoca come François Mitterrand e Giulio Andreotti furono particolarmente espliciti nel sottolineare la necessità che la nuova Germania riunificata venisse più strettamente integrata all’interno dell’Europa, secondo un modello quanto meno confederale, il Consiglio europeo di Maastricht, nel dicembre 1991, lanciò la politica monetaria europea che, nel 2002, portò all’introduzione dell’Euro come nuova moneta unica e successivo confine tra due epoche ben distinte della nostra contemporaneità.

All’unificazione monetaria è seguita una difficile unificazione delle politiche economiche e fiscali e poi il tentativo di ricucire i rapporti tra i paesi membri a Lisbona nel 2007, quindi la Brexit, il forte ritorno dei nazionalismi sono, in parte, figli di un fallimento che mette le sue radici nel 1989. I difficili rapporti con la Russia, dal rapido allargamento della NATO ai paesi europei dell’ex Patto di Varsavia e alle tre Repubbliche baltiche, seguito dall’ingresso di molti di questi paesi nella Ue. Tutti fatti che non furono accompagnati da analoghe aperture nei confronti di Mosca che portarono la Russia a violente azioni militari in Georgia e Crimea: mosse inaccettabili dal punto di vista del diritto internazionale ma, viste da Mosca, come una necessaria reazione difensiva rispetto all’invadenza occidentale.

Ad ogni modo credo che però sarebbe sbagliato pensare che la caduta del Muro di Berlino, e tutte le sue conseguenze, abbiano rappresentato un fatto negativo, al contrario il 9 novembre del 1989 si celebrò la fine di una folle spaccatura in due dell’Europa, la fine di durissimi regimi dittatoriali e l’inizio di un mondo più connesso. La nuova Europa si trova davanti un altro muro fatto di sfide, il futuro ci dirà se saranno superate.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino

Con la caduta del Muro di Berlino, la questione tedesca che per quarant’anni aveva diviso l’Europa e, con essa, il mondo trovava infine soluzione nella riunificazione delle due Germanie e nella successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. A trent’anni dai fatti di quel novembre 1989 si rende necessario riflettere nuovamente sul valore di quegli eventi che, chiudendo il Secolo Breve, aprirono una fase di riesame, forse ancora insoluta, sul significato dell’essere Europa, sui suoi confini e la sua identità.

GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino - Geopolitica.info

Da questi presupposti muove Salvatore Santangelo con il suo “Gerussia, l’orizzonte infranto della geopolitica europea a trenta anni dalla caduta del Muro”, un testo che ritorna in stampa in occasione di uno degli anniversari più significativi della storia recente con l’intento di spiegare le profonde relazioni tra Russia e Germania e, attraverso questa, l’Europa.

Santangelo ripercorre le burrascose vicende che hanno legato Germania e Russia e instaurato tra di esse un rapporto peculiare e senza eguali nel panorama europeo. Dall’unificazione tedesca del 1870 (per la quale la mancata opposizione di San Pietroburgo fu determinante) al ruolo di Berlino nell’ascesa al potere dei bolscevichi, dal riavvicinamento tattico di Rapallo (1922) a quello di più ampio respiro favorito dall’Ostpolitik di Brandt, fino alle nuove intese che, benché con stili diversi, hanno caratterizzato l’approccio di Schroeder e della Merkel verso la Federazione Russa di Putin.

In mezzo, la tragedia incommensurabile dell’Operazione Barbarossa, che nei suoi esiti ha portato alla morte del regime nazista e alla affermazione mondiale di quello sovietico. Cicatrici che non passano ma che, paradossalmente, e in un caso forse unico al mondo, quasi aiutano a rinsaldare i rapporti tra le due nazioni, o se non altro a renderli più profondi e meno scontati.

Tante inoltre le occasioni mancate, che l’autore ha il merito di riportare alla luce a dispetto dell’oblio storiografico in cui sono finite. Parleremmo oggi di un’Europa diversa se il progetto di Hanotaux, ministro degli esteri francese alla fine del XIX secolo, fosse andato in porto: un’alleanza franco-russo-tedesca avrebbe forse scongiurato l’ecatombe novecentesca, e magari rallentato – o quanto meno ritardato – l’inesorabile declino europeo.

Ma Gerussia, ovvero l’asse russo-tedesco nella terminologia coniata dal Centro Studi di Geopolitica della Duma nel 1991 – una nuova traiettoria strategica resa possibile proprio dalla caduta del Muro di Berlino e dai mutati equilibri globali – oggi non vive certo di rimpianti, bensì di opportunità. Nessuno, a Mosca o a Berlino, ne sottovaluta la portata.

Gli scambi commerciali (50 miliardi di dollari annui, con un trend in costante crescita), gli accordi per il gas (con il raddoppio di Nord Stream che avanza a tappe forzate), le politiche di investimento (secondo Keynes, il ruolo storico di Berlino sarebbe stato quello di modernizzare il Paese degli Zar – una funzione che sembrerebbe non essere cessata): tutti fattori che spingono in direzione di una maggiore integrazione tra le due economie.

Gli ostacoli però non mancano.

Più che della generica attenzione della Merkel verso il rispetto dei diritti umani, Gerussia negli ultimi anni ha risentito della questione ucraina (nella quale i tedeschi, egemoni – benché riluttanti – dell’UE, non possono far finta di nulla) e per il nuovo corso intrapreso dalla NATO, un’organizzazione sempre più condizionata dalle paure e dai retaggi dei suoi nuovi membri orientali.

Inutile dirlo, molto dipenderà dalle policies di Trump, ancora non chiaramente impostate nei confronti del Cremlino. Al di là delle intenzioni dei leader, però, è dalla “postura degli apparati” che si possono trarre delle previsioni sul futuro. E se in America questi sono fortemente antirussi, in Germania (anche grazie ai fitti legami industriali) vanno al contrario in continuo pressing per un consolidamento delle relazioni.

Tutto ciò è espresso nelle parole dello stesso Putin, «tra la Russia e gli Stati Uniti c’è un oceano, mentre «tra la Germania e la Russia c’è una grande storia”.

Il quesito fondamentale di Gerussia resta comunque aperto: basterà la convergenza degli interessi geoeconomici a mantenere salda l’intesa?

Lo spettro di una escalation, così come quello di uno sfaldamento dell’Europa, non è poi così lontano. Da Washington a Varsavia circolano piani bellici inquietanti, nei quali la Russia viene vista come una minaccia alla stabilità europea e non come un partner nella lotta alle nuove sfide globali, come il terrorismo e l’integralismo islamico.

La risoluzione della questione tedesca non ha quindi dato una risposta al problema della sicurezza e della stabilità europea che resta, oggi come allora, intimamente legata alla sicurezza e alla stabilità della Russia. Condizionamenti interni ed esterni nel rapporto tra Mosca e Berlino sono evidenti ma è indubbio che la futura stabilità dell’Europa dipenderà, in una misura non piccola, dalla salute di Gerussia.

 

 

 

 

 

 

Il peso delle elezioni europee per la politica tedesca

Tutti sanno quanto sarà importante l’esito delle elezioni europee per gli equilibri del governo italiano. Il 27 maggio i risultati usciti dalle urne sarà materia di studio per tutti gli analisti che si occupano di politica. Tuttavia, non è solo l’Italia a guardare alle elezioni europee come a un appuntamento fondamentale per la politica interna, anche in Germania il risultato delle europee potrebbe innescare dei meccanismi che porterebbero a cambiamenti più rapidi del previsto.

Il peso delle elezioni europee per la politica tedesca - Geopolitica.info

Le elezioni europee sembrano destinate a consegnare un risultato poco soddisfacente sia ai cristiano-democratici della CDU/CSU che ai socialdemocratici della SPD, i partiti della Grande Coalizione (GroKo) che sostiene il governo di Angela Merkel. La nuova leader della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), ha convocato un vertice speciale per il 2-3 giugno, pochi giorni dopo le europee del 26 maggio. Non è una consuetudine, l’ultima volta che la CDU ha fatto un vertice del genere è stato quando Angela Merkel ha annunciato l’abbandono della leadership del partito.

La notizia riportata da Die Welt ha generato speculazioni sulla possibilità che Merkel intenda annunciare le sue dimissioni da Cancelliera dopo le europee, o che la CDU abbia intenzione di prepararsi a cambiare il partner di coalizione in vista della possibile uscita della SPD dalla GroKo. Negli ultimi tempi si è parlato molto dell’eventualità che Merkel lasci la cancelleria per andare in Ue a rivestire una carica – si parla della presidenza al Consiglio europeo – ma lei ha sempre negato e detto che continuerà a essere la Cancelliera della Germania fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2021, per poi abbandonare completamente la politica (ma nessuno crede seriamente che andrà in pensione).

Merkel però ha anche detto che non ha intenzione di restare in carica se l’attuale GroKo dovesse rompersi a causa dell’uscita della SPD, mentre la SPD dal canto suo ha detto che non continuerebbe a sostenere la GroKo se al posto della Merkel dovesse subentrare AKK. Il fatto quindi è che se venisse meno uno qualsiasi di questi due elementi gli attuali equilibri salterebbero: se Merkel si chiama fuori, il governo e la maggioranza si dissolvono. Se la SPD si chiama fuori, anche.

Mentre sulle scelte della Merkel si può solo speculare (anche se gli indizi che fanno pensare a un’uscita prematura sono molti), la SPD va verso un destino più vincolante. Il partito dei socialdemocratici dovrà valutare “lo stato della GroKo” a dicembre, in un vertice di partito in cui dovranno essere esaminati e giudicati i risultati del governo. La revisione di metà mandato del contratto di coalizione è un appuntamento prestabilito fin dall’inizio, è successo anche nelle GroKo precedenti, e da essa dipende la decisione se continuare a sostenere la maggioranza o uscirne. Un risultato particolarmente negativo alle europee – un 15% o meno – potrebbe accelerare questo processo e scatenare la resa dei conti in un partito sempre più diviso tra dirigenti (ben piazzati al governo e in parlamento) e i militanti, alle prese con una inarrestabile decadenza dei consensi che pregiudica il futuro di molte carriere politiche.

Quindi, se cadesse il governo si aprirebbero due scenari: una nuova maggioranza a sostegno di AKK o elezioni anticipate. In teoria una maggioranza alternativa nel Bundestag c’è già: la Coalizione Giamaica (JaKo) composta da CDU/CSU, i Verdi (ambientalisti) e la FDP (liberali).

All’epoca i colloqui della JaKo fallirono perché il leader della FDP non voleva Merkel come Cancelliera, ma questa volta Merkel non sarebbe nell’equazione. AfD e la Linke, rispettivamente estrema destra ed estrema sinistra, resterebbero fuori dai giochi, mentre la SPD diventerebbe il primo partito dell’opposizione.

Il problema però è che tra elezioni nei Lander e sondaggi risulta che i Verdi hanno raddoppiato il consenso, mentre la FDP rischia di scendere sotto il 10% ottenuto nel 2017. Una JaKo adesso non rispecchierebbe i nuovi rapporti di forza, che in parte saranno verificati proprio con le elezioni europee. Anche la CDU/CSU dai sondaggi non promette bene, secondo le rilevazioni di Forsa e INSA del 29 aprile, alle politiche la CDU/CSU è quotata al 27-28%, tra i valori più bassi di sempre (alle politiche prese il 33%). Per quel che riguarda gli altri, Forsa e INSA danno la SPD al 17-18% (nel 2017 era il 21%) 2017), i Verdi al 20-19% (in crescita), la destra di Afd al 14% (stabile), la FDP al 8-10% (leggermente in calo) e la sinistra della Linke al 9% (molto stabile).

Un altro appuntamento elettorale del 26 maggio è il voto per il governo della città-Lander di Brema. La consultazione normalmente non susciterebbe particolare interesse, ma Brema è una roccaforte della SPD in cui i socialdemocratici potrebbero perdere la leadership. Per la prima volta i sondaggi danno la CDU sopra la SPD. Attualmente la SPD governa Brema insieme ai Verdi, ma stavolta potrebbe trovarsi a dover aprire il governo locale anche alla Linke, dando vita a un altro “esperimento” potenzialmente replicabile a livello federale (in Germania il sistema elettorale è proporzionale con correzioni anche nei Lander, le maggioranze si formano dopo le elezioni).

Ecco quindi perché è difficile pensare che davanti a una crisi di governo si decida di formare la maggioranza alternativa alla GroKo senza aver prima portato i nuovi equilibri di forza direttamente dentro al Bundestag. Con 5-6 partiti sopra il 10% la situazione tedesca ha anticipato una condizione sempre più comune nella maggior parte delle democrazie europee. Come abbiamo appena visto con le elezioni in Spagna (ben 5 partiti sopra il 10%). I giorni in cui la politica nazionale era più o meno monopolizzata da un grande partito di destra e uno di sinistra sono finiti, forse per sempre, sicuramente ancora per anni o addirittura forse un decennio.

Bisogna abituarsi ad avere a che fare con un panorama politico frammentato, caratterizzato da una tendenza verso il centro dei tradizionali partiti di destra e sinistra, e una presenza significativa di almeno una formazione di estrema destra e/o una di estrema sinistra eventualmente da sdoganare per mettere insieme maggioranze fragili e imprevedibili, specchio delle spaccature sempre più nette in ogni paese. Governi contraddittori, pronti a rompersi in qualsiasi momento. Anche in Germania, nonostante la CDU sia ancora il partito insostituibile attorno al quale costruire una maggioranza. Almeno per ora.

 

 

 

 

 

 

 

La riluttanza tedesca per le spese militari

L’amministrazione Trump intende chiedere a ogni paese che ospita truppe statunitensi di pagare i costi relativi alla protezione offerta. Nel conto è previsto anche un +50% a titolo di compenso per i costi del passato. Gli Stati Uniti hanno personale militare in più di 100 paesi: ci sono circa 56.000 soldati in Giappone, 35.000 in Germania, 28.500 in Corea del Sud, 12.000 in Italia, 9.000 nel Regno Unito e molti altri ancora.

La riluttanza tedesca per le spese militari - Geopolitica.info

La richiesta di far pagare una specie di “abbonamento alla difesa imperiale” è una provocazione talmente assurda da non risultare credibile. L’idea è circolata in occasione del recente vertice bilaterale con la Corea del Sud ed è chiaramente una provocazione negoziale fine a sé stessa, ma è indice della volontà americana di richiamare all’ordine gli alleati asiatici ed europei, ultimamente sempre più inclini a disallinearsi dalla politica estera e dalla visione del mondo degli Stati Uniti. Dopo la firma del MOU con la Cina c’è da aspettarsi che un simile espediente venga impiegato anche con l’Italia. Intanto, un messaggio è stato recapitato al membro della NATO più riluttante: la Germania.

Dopo l’ennesima diatriba interna al governo Merkel sul delicato tema dell’aumento del budget per la difesa, Richard Grenell, ambasciatore degli Stati Uniti e uomo di Donald Trump a Berlino, ha provocato apertamente il governo tedesco dicendo che ridurre “i già inadempienti” impegni di operatività militare “è un segnale preoccupante che la Germania manda ai suoi 28 alleati della NATO”.

Le reazioni politiche sono state di fuoco, un’indignazione trasversale che ha visto politici socialdemocratici della SPD e liberali della FDP uniti nel chiedere al governo di firmare un foglio di via per l’ambasciatore Grenell. Il problema è che sembra non esserci niente a questo mondo in grado di convincere il governo tedesco a fare massicci investimenti nella Difesa. Per Berlino tutti i problemi che riguardano la Germania possono essere risolti con mezzi non militari, la Bundeswehr non viene considerata neanche come un valido deterrente. La cosa che rende sempre più nervosi gli americani però è la leggerezza con cui la leadership tedesca tratta l’argomento, arrivando a dire pubblicamente delle vere e proprie bugie.

Angela Merkel e la sua erede politica Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK) in più di un’occasione hanno parlato della necessità di formare esercito europeo e progetti comuni per l’industria della difesa. AKK è addirittura arrivata a proporre la costruzione di una portaerei europea, una proposta quasi insultante visto che proviene da un paese che non è in grado di far prendere il mare a tutti i suoi sottomarini e il volo a tutti i suoi caccia da combattimento. Il Ministro per la Difesa Ursula von der Leyen chiede da tempo di aumentare il budget, ma il Ministro delle Finanze Olaf Scholz si oppone. Secondo lo Spiegel è la stessa Merkel a lavorare dietro le quinte per scongiurare gli aumenti della spesa militare, nonostante le dichiarazioni di facciata in favore di Von der Leyen e le promesse fatte a Trump.

Inoltre, adesso la Germania sta anche andando incontro a un rallentamento dell’economia: il crollo degli introiti fiscali e la crisi in arrivo rendono impossibile aumentare la spesa senza violare la dottrina economica del pareggio di bilancio – il famigerato “zero nero” (schwarze null). È questo il problema principale di uno Stato che mette il consolidamento fiscale prima di ogni altra cosa, si finisce con il sopprimere gli investimenti. Von der Leyen vorrebbe innalzare le spese militari dall’1,35% del Pil al 1,5% entro il 2023, consentendo a Berlino di convergere verso il target NATO del 2%. Secondo il budget attuale però, il rapporto sta convergendo verso un debole 1,2% che Washington non apprezzerà.

Tutti i principali attori dello scenario internazionale hanno una volontà di potenza militare che trae origine nella storia e nella cultura politica, ma non in Germania. Il passato pesa come un macigno nella mistica nazionale tedesca, un disinteresse nei confronti della Bundeswehr che i vicini e gli alleati hanno sempre guardato positivamente: ben venga una Germania ricca e pacifica senza velleità di potenza militare. Per l’opinione pubblica italiana può risultare difficile capire l’atteggiamento tedesco. In Italia le Forze Armate non vengono associate al passato fascista e quegli uomini e donne in divisa sono visti come “i nostri ragazzi” che vanno in giro per il mondo a fare missioni dall’alto valore etico.

C’è sempre un occhio positivo per questi uomini e donne dediti al sacrificio di una vita in uniforme. In Germania invece la carriera militare non viene considerata attraente ed eroica come da noi, le forze armate faticano a reclutare abbastanza soldati e l’opinione pubblica non vede i militari come un’espressione dell’orgoglio nazionale. Non a caso, molte reclute oggi provengono da famiglie di immigrati, nuovi tedeschi che evidentemente guardano alla Bundeswehr come espressione della nuova Germania di cui desiderano far parte.

Questa bella storia di redenzione collettiva tedesca (vera o presunta che sia) sta diventando un problema per gli alleati. La repubblica federale è l’economia più grande d’Europa e l’UE non può risolvere le sue disfunzionalità senza una postura più assertiva e responsabile del paese più importante del blocco. Berlino deve farsi carico del suo ruolo di leadership in campo economico e geopolitico, e proteggere attivamente lo status quo di cui è uno dei principali attori e beneficiari.

La ferma volontà di non aumentare le spese per la Difesa fa il palio con la ferma volontà di non alleggerire la dottrina economica del rigore di bilancio e con il dogma assoluto di non accettare mai l’unione di trasferimenti nell’eurozona. Con la riunificazione ci si poteva aspettare una presa di coscienza maggiore, invece l’unica assertività cara a Berlino sembra essere quella di dire “no” a ogni modifica sostanziale dello status quo e a ogni richiesta di “fare di più” che viene dagli alleati, per lo più disposti a riconoscergli il ruolo di egemone continentale.  Dal dopoguerra a oggi c’è consenso sull’idea che una Germania immobile è meglio di una Germania potente, ma l’era in cui la Germania poteva godere della sua condizione restando immobile è finita. Oggi quell’inattività è dannosa per tutti.

Un esempio evidente delle conseguenze lo stiamo vedendo in queste settimane con le manovre cinesi per aumentare la presenza in Europa. Pechino ha potuto inserirsi tra le spaccature interne dell’UE e insediarsi con forza nei paesi messi in ginocchio dalla crisi dell’eurozona, e adesso è l’intera unione a trovarsi impreparata, incapace di reagire. Una Germania che si fosse fatta carico di risolvere la crisi dell’eurozona non avrebbe dato ai cinesi la possibilità di inserirsi nei paesi indeboliti come la Grecia, ancora alle prese con il suo programma di salvataggio.

La Germania si trova in prima linea nella competizione tra le grandi potenze, fulcro centrale dell’Europa al centro delle mire egemoniche di Stati Uniti, Cina e Russia. Se Berlino non prende posizioni nette sulle principali posizione globali iniziando ad agire di conseguenza – facendosi carico anche dei bisogni degli alleati europei – non sarà mai presa sul serio al di fuori della dimensione commerciale, e con essa anche il resto dell’Unione Europea.

 

 

 

#VersoleelezioniUE-Who Is Who: Manfred Weber

Name: Manfred Weber
Nationality: German
Date of birth: 14 July 1972
Role: Leader of the European’s People Party (EPP), EPP’s Spitzenkandidat for the European Commission

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Manfred Weber, also known as “The man of the People”, is a German politician born in 1972 in Niederhatzkofen (Bavaria). In 1996, he took the Degree in physical engineering at the Munich University of Applied Sciences and started to work as self-employed.

During his political carrier, he often was “the youngest”. Indeed, he became the youngest Member of the Bavarian State Parliament in 2002, at the age of 29. After a few years, he resigned in order to run for the European elections. He has been a Member of the European Parliament since 2004, member of the CSU Party Presidency since 2009 and Vice-President of the Christians’ Social Union (CSU) Party since 2015.

Over the years, he sat on the Committees on Constitutional Affairs, on Civil Liberties, Justice and Home Affairs, and on Regional Development, and he was Rapporteur, negotiating the European Parliament Directive on common standards and procedures in the Member States for returning third-country nationals staying illegally, which was the first Home Affairs Directive to be adopted through the “new” ordinary legislative procedure. He was elected Chair of the EPP on the 4 June 2014, becoming the youngest group leader in the current Parliament as well as the youngest-ever group leader of the EPP.

He was defined by Politico.eu as a “calm conciliator” for his moderate temper and his low profile. He is not used to sit in a talk-shows and to stab back the members of his own party. He operates behind the scene: he usually strikes deals before going to public. However, through the years, he didn’t hold back his criticism to the European Union. During his speech’s candidacy for the Presidency of the Commission, he said that “The European Union is seen from the perspective of the people too much as bureaucratic, as an elite structure.”, and he described himself as the man who would “give Europe back to the people”.

He wants to become the Man in Brussels, is he up to the challenge?

L’irrisolta questione tedesca nell’era Trump

Il Dipartimento statunitense del commercio ha concluso l’inchiesta sulle importazioni di auto europee negli Stati Uniti e ha consegnato il dossier alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal giornale tedesco Handelsblatt – che ha visionato una bozza – il Dipartimento ha stabilito che l’import di auto europee negli USA rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale e ha indicato tre possibili contromisure: dazi del 20-25% (la misura più dura), dazi mirati (per esempio solo sulle auto elettriche), dazi inferiori al 20%  accompagnati da sostegni all’industria automobilistica nazionale.

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Secondo la FAZ (altro giornale tedesco), la lobby dell’industria automotive statunitense sta facendo pressione contro l’introduzione di dazi perché questi danneggerebbero anche le loro produzioni per via dell’aumento del costo dei componenti importati dall’Unione Europea. Donald Trump ha 90 giorni di tempo a partire dal 18 febbraio per prendere una decisione, attualmente nessuno sa quale sarà la sua scelta. L’unica certezza è che adesso il presidente degli Stati Uniti ha in mano un’arma negoziale utilizzabile in più modi, sia nella scelta delle contromisure che nella tempistica con cui applicarle, soprattutto in funzione delle scadenze connesse alla Brexit.

Per esempio, Trump potrebbe agire  con una mossa repentina e colpire il settore automotive europeo prima della conclusione di un accordo per la Brexit ormai sempre più difficile. Una mossa del genere metterebbe sotto pressione i negoziatori europei, costretti a cedere su alcune richieste britanniche per evitare una crisi su due fronti aperta dalle tariffe “punitive” degli Stati Uniti da una parte, e da quelle del WTO che entrerebbero automaticamente in vigore tra UK e UE in caso di una Brexit senza nessun accordo. La scelta sarebbe interpretata come una mossa di Washington in soccorso di Londra, sancendo il ritorno a un comportamento più assertivo dello storico asse Angloamericano che a quel punto si schiererebbe contro quello franco-tedesco. Un’applicazione dei dazi così veloce significherebbe anche che Trump ha scatenato la guerra commerciale con l’UE mentre sta ancora negoziando con la Cina, dimostrando di essere disposto ad aprire due fronti.

Altrimenti, la Casa Bianca potrebbe rimandare la decisione il più possibile – tra aprile e maggio – aspettando di sapere quale dei tre scenari della Brexit si sarà effettivamente realizzato. Il primo scenario è uno stallo del negoziato per la Brexit con l’estensione dell’art. 50 e il caos politico a Londra, il secondo è un accordo pieno per una Brexit ordinata che scongiuri il rischio di crisi su due fronti, consentendo all’UE di affrontare la guerra commerciale con gli USA, il terzo è una Brexit senza accordo su cui Trump potrebbe decidere di infierire introducendo i dazi alle auto, come appena descritto.

Comunque vada, in caso di dazi sulle auto europee la Germania sarebbe il paese più colpito, molto più della Francia. Berlino sarebbe indotta a soddisfare alcune delle richieste americane, in maniera da risolvere il prima possibile una guerra commerciale che metterebbe in crisi il modello economico su cui si basa la potenza tedesca. Ma la posizione della Germania sarà influenzata anche dalle scelte della Francia, dal modo in cui Parigi e Berlino troveranno una posizione comune su come affrontare le sfide economiche poste dagli Stati Uniti e dalla Cina, minacce che stanno portando a un asse franco-tedesco più orientato al protezionismo commerciale come si è visto nel caso Alstom-Siemens. Una guerra commerciale così apertamente dichiarata influenzerà l’opinione pubblica tedesca, francese ed europea, con ripercussioni dirette sul risultato delle elezioni europee del 26 maggio. Le implicazioni di una guerra commerciale transatlantica lanciata nei prossimi tre mesi vanno oltre i semplici dossier commerciali, l’Italia rischia di trovarsi in mezzo alla contesa senza possibilità di agire concretamente, in balia delle scelte europee e americane.

La notizia ha causato un’immediata risposta diplomatica, iniziata con il discorso di Angela Merkel alla Conferenza per la sicurezza di Monaco (MSC 2019), dove la Cancelliera ha detto davanti a Mike Pence e Ivanka Trump che trova incomprensibile che le auto tedesche vengano considerate una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense visto che gran parte di queste sono costruite in fabbriche americane, sottolineando che lo stabilimento in South Carolina è più grande di quello in Baviera. Ovviamente Merkel ha ragione, anche Trump lo sa bene, ma aprire questo dossier è l’unico mezzo legale per imporre tariffe senza violare le regole del WTO. Jean-Claude Juncker invece ha detto che se saranno introdotti dazi la reazione dell’UE sarà immediata, una delle prime cose a essere messe a rischio sarebbe la promessa di aumentare l’import di soia e gas naturale liquefatto (LNG) statunitense.

Il rapporto USA-Germania è cambiato profondamente negli ultimi anni, ed è sulla questione tedesca che si basano tutte le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Unione Europea, soprattutto adesso che il Regno Unito è in uscita. Anche dopo la presidenza Trump sarà difficile riportare le relazioni al precedente status quo, le ragioni di conflitto sembrano sostanziali: il surplus della Germania (quindi dell’Eurozona), il progetto per il gasdotto Nord Stream 2, lo scarso impegno nella NATO, la questione del nucleare iraniano e tanto altro.

Nella CDU ci sono politici che vorrebbero imporre una svolta netta al rapporto Washington-Berlino, uno di questi è Norbert Röttgen, presidente del comitato per gli affari esteri del Bundestag. Röttgen vorrebbe annullare la realizzazione del Nord Stream 2 e aumentare il budget per la difesa, con l’idea che fare i primi passi verso le richieste degli USA apra la strada verso una riappacificazione e una relazione più stretta, ma la realtà è che la sua posizione non è maggioritaria nel suo partito, né nel resto del panorama politico tedesco.

La stessa Angela Merkel non ha investito il suo capitale politico verso un approccio di questo tipo, lasciando che la Germania continuasse a capitalizzare al massimo i vantaggi economici dell’Eurozona e i vantaggi diplomatici di vivere all’ombra degli Stati Uniti, approfittando dello spazio d’azione consentito da questo status di neutralità sostanziale. Il tempo dell’ambiguità però sta finendo, ed è proprio per questo che il 2019 sarà un anno importante per la Germania e per l’Europa intera, un anno in cui si cominceranno a capire molte cose sugli assetti geopolitici del mondo di domani.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per scontata

Su Afghanistan, Siria, Iran emergono visioni contrapposte tra Europa e Stati Uniti e sull’Africa, un dossier particolarmente importante per l’Italia, una necessità di governare il fenomeno migratorio. Cosa si è detto durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per  scontata - Geopolitica.info

Gli Stati Uniti si presentano a Monaco in versione strong Bi-partisan con la presenza di Nancy Pelosi e una folta delegazione. Il vice-presidente Mike Pence ha parlato di una rinnovata forza americana tanto economica quanto militare. Sottolineando la creazione di 5 milioni di posti di lavoro, la dimostrazione per Pence di quanto il protezionismo americano abbia funzionato. L’obiettivo americano ha dichiarato Pence all’inizio del suo discorso durante i lavori della Conferenza inaugurata la scorsa settimana a Monaco, non è era quello di isolare gli Stati Uniti ma di renderli più forti di fronte alle sfide che l’Occidente sta affrontando e mettere un freno alla deriva economica nazionale. Per ciò che concerne le sfide della sicurezza internazionale, la Nato, nonostante le controverse dichiarazioni del Presidente Trump, risulta essere ancora molto importante. Un rafforzamento americano significa anche un rafforzamento militare, ha sottolineato il vice-presidente. Questa è la visione di forza e di leadership del presidente Trump. É chiaro che la visione di Trump sulla Nato sia anche quella di suggerire agli alleati una maggiore spesa nel procurement militare, con lo scopo di rinnovare la partecipazione di tutti gli Stati dell’alleanza. In materia di sicurezza, quella militare resta la principale difesa su cui gli Stati Uniti chiedono di sostenere una visione comune, tra Eu e Usa, pur affrontando il vice presidente apertamente la questione Huawei, su cui gli Stati Uniti hanno precisato che non sosterranno chi continua a dipendere dall’Est. Pence ha parlato di un cambiamento di tattica non di missione che resta nelle sue parole indirizzata alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Per l’Europa non sarà facile prendere le giuste decisioni, ci sono davvero molti fattori da valutare: primo fra tutti la perdita del suo alleato più importante potrebbe lasciare il continente privo di una sicurezza vitale oggi garantita dall’ombrello Nato ma d’altra parte ciò che l’Amministrazione Trump ha portato avanti con il ritiro dal JCPOA e dall’INF non lasciano molto spazio di discussione politica. Quello che l’Europa si trova ad affrontare è un vuoto di natura politica senza precedenti e una imposizione di leadership da parte degli Usa. Questa divisione potrebbe però costare cara proprio agli Usa, lasciando ad altri Paesi – come la Cina, la possibilità di avanzare attraverso una deriva autoritaria conquistando potere e influenza in Europa. Nel bel mezzo di questa bufera, quella di Maduro è solo l’ultima prova di un’alleanza che gli Stati Uniti stanno testando.

C’è una guerra non solo commerciale in corso, combattuta a colpi di retorica politica, in cui gli Usa si rivolgono di nuovo  all’Occidente affinché si mantenga unito, e possa trionfare nuovamente sotto la guida americana. Eppure durante la Conferenza è emerso quanto il concetto stesso di sicurezza sia diverso tra Europa e Stati Uniti. Le nuove politiche di Trump hanno allontanato gli Usa da obiettivi comuni e più comprensivi come la food security o la lotta contro i cambiamenti climatici e se l’interdipendenza è e sarà una costante del futuro allora è necessario andare oltre la componente militare, ha dichiarato la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Sull’Africa, ha dichiarato la Merkel l’Europa potrebbe imparare dalla Cina, ma anche questo dossier rischia di dare qualche preoccupazione ai paesi europei stretti tra la leadership protezionista di Trump e quella autoritaria di Pechino. Si è ribadita la necessità di fermare l’immigrazione africana, mettendo a disposizione investimenti per creare condizioni economiche adeguate, sottolineando come siano inutili iniziative politiche come il G5 Sahel se poi tali azioni non possono essere sostenute da investimenti reali. Ha richiamato come partner africano la Cina.

Sulla Nato ci si continua ad interrogare, su cosa significhi oggi in questo scenario sempre più multipolare un’alleanza difensiva occidentale: la Germania e la Francia insistono che riprenda il dialogo tra Nato e Russia, messo a dura prova dalla frattura del 2014 con l’annessione russa della Crimea. La Merke ha inoltre messo in luce che nonostante le violazioni del trattato INF da parte Russa, la presa di posizione da parte degli Usa di un ritiro dall’accordo potrebbe avere un impatto per l’EU, come pericolo per la Sicurezza europea. A tal proposito la cancelliera è tornata a prporree l’idea di sviluppare una difesa comune europea, progetto che resta comunque ancora privo del sostegno politico ed economico adeguato.

Quello che emerge in sostanza è la necessità di affrontare le sfide del prossimo futuro secondo un approccio diverso, più consapevole dello scenario geopolitico attuale. L’UE cerca ancora di condividere con gli Usa una politica comune, di condivisione di valori e mostra la necessità di restare ancorata all’Alleanza Atlantica non sono come alleanza militare ma prima di tutto come gruppo unito da una visione comune. La Merkel a tale proposito ha ricordato l’ingresso della Macedonia del Nord nella Nato come un esempio di coraggio per far fronte alle crisi locali e di conseguenza globali e quindi l’avvicinamento dei Balcani all’orbita occidentale.

Quale cooperazione vogliamo? Si è chiesta la cancelliera richiamando gli alleati al tavolo delle trattative. Ma sa bene che non potrà allentare l’ordine mondiale esistente come gli Usa stanno facendo. Chi si occuperà di ricucire i pezzi? La risposta della Germania a quanto pare è chiaramente  nel multilateralismo.

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea

Esattamente a 56 anni dall’”Accordo dell’Eliseo” stipulato il 22 gennaio 1963, Emmanuel Macron e Angela Merkel rinnovano e rinforzano l’asse franco-tedesco, ma a differenza dell’accordo tra De Gaulle e Adenauer, l’attuale ha connotati e caratteristiche ben diverse, dovute al contesto odierno: i due Paesi hanno creato e sono il motore d’Europa e la minaccia sovietica è svanita da anni. Quello attuale è un trattato di cooperazione che spazia dall’economia alla difesa e il nemico ideologico attuale da combattere insieme è il sovranismo.

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea - Geopolitica.info ANSA/AP Photo/Michael Sohn

Ma cosa tratta il nuovo accordo franco-tedesco?
In primis i leader dei due Paesi hanno deciso di confrontarsi preventivamente in vista delle più importanti riunioni a livello europeo in modo tale da assumere posizioni condivise su temi di primaria importanza come difesa e sicurezza comune, Macron si è sempre detto favorevole alla creazione di un “esercito europeo”, e nel contesto mondiale attuale, dominato da potenze come Stati Uniti, Cina e Russia, l’Europa
deve trovare una sua dimensione non solo sociale, politica ed economica ma anche militare. Sappiamo bene però che questa opzione non è gradita né al presidente Trump né alla NATO.
Sul piano militare l’accordo va ben oltre il contesto comunitario e prevede una clausola bilaterale di solidarietà in caso di aggressione, e ciò vale anche per gli attentati terroristici.
Merkel e Macron hanno inoltre posto le basi per aprire la strada alla Germania per ottenere un seggio permanente alle Nazioni Unite. Proprio quest’ultima decisione ha creato più d’uno scontento a livello non solo europeo ma anche globale (Italia e Russia in primis).
Importante novità sul piano storico è la volontà, promossa da Parigi, di creare una zona franca sul confine tra i due Paesi (proprio il confine franco-tedesco, lungo ben 451 Km, fu più volte oggetto del contendere tra Francia e Germania), che con l’aumento degli scambi commerciali e l’inserimento del bilinguismo dovrebbe aumentare la cooperazione e la coesione tra i due Stati. Proprio quest’ultima proposta è contestata dalle rispettive formazioni nazionalistiche sia a Parigi (da Rassemblement National, l’ex “Front National”) sia a Berlino (qui invece a contestare l’accordo è l’AfD).

Quali i significati politici dell’accordo?
Innanzitutto l’accordo è un chiaro segnale di unità e coesione dell’asse franco-tedesco: Francia e Germania, alla luce della Brexit, vogliono “dare l’esempio”, mostrando come attraverso un percorso con obiettivi comuni si possa costruire un’Europa sempre più unita e forte (vedi la volontà di creare un esercito europeo), e di come quest’ultima debba essere l’unica soluzione per affrontare, insieme, le sfide globali.
Chiaro è il monito ai governi sovranisti che oggi più spaventano Bruxelles, è lo stesso Macron a dire che “Il nuovo Trattato franco-tedesco è la comune risposta al rafforzamento del populismo e del nazionalismo”.
Si può dare comunque un’altra interpretazione all’accordo del 22 gennaio: Berlino e Parigi hanno deciso di mostrare i muscoli (in vista delle future elezioni europee di maggio) e porre le basi per un’eventuale Europa “a due velocità”, lanciando un monito a quei Paesi ostili ad entrare nell’unione monetaria o che attualmente stanno vivendo un momento di forte euroscetticismo.
E l’Italia? Certo l’alternanza di governi più o meno favorevoli all’attuale asset europeo non ci aiuta. Il governo attuale pone una riga di rottura rispetto ai precedenti in materia di politiche europee. Semplicemente la nostra classe politica deve disegnare insieme una strategia ben definita e decidere se riavvicinarsi all’asse franco-tedesco tornando al centro del progetto europeo oppure andare oltre, cercare alleanze (anche innaturali) sia con eventuali governi “euroscettici” sia con i Paesi del “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) per impostare una nuova visione della “casa comune europea”.

Who is Who: Annegret Kramp-Karrenbauer

Nome: Annegret Kramp-Karrenbauer
Nazionalità: tedesca
Data di nascita: 9 agosto 1962
Ruolo: Presidente dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania

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L’uscita della Merkel
La leader (in)discussa del Cdu, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania, Angela Merkel, dopo aver annunciato le sue dimissioni lo scorso 29 ottobre, lascia, dopo 18 anni, la carica di Presidente del partito. La decisione è stata presa in seguito al pessimo risultato ottenuto alle elezioni in Assia: Cdu 27% (-11,3%) Spd 19,8% (-10,9%), Die Grünen 19,8% (+8,7%) e Afd 13,1% (+9%). Il declino dell’ex Cancelliera è iniziato nel 2015, quando prese la decisione di aprire le frontiere con l’Austria, favorendo l’ingresso di circa 1 milione di migranti, nel corso di soli due anni.

La Merkel, nonostante le dimissioni, sostiene che resterà in carica come Cancelliera, fino alla fine del suo mandato, che terminerà con le elezioni federali del 2021.

Il Congresso della Cdu e i candidati

La nuova leader

Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, cattolica, madre di tre figli, è figlia di un pastore luterano dell’ex Gemania dell’Est, ma, a differenza della Merkel, lei è nata nella Germania Ovest. E’ stata nominata, il 26 febbraio di quest’anno, su iniziativa proprio della Merkel, Segretario generale del partito, ottenendo il 98% dei consensi tra i delegati. La sua carriera politica, però, iniziata a 20 anni, si è sviluppata ed ha ottenuto visibilità a livello locale, quando è diventata Presidente del Land della Saarland nel 2011. In seguito, nel 2017, è stata l’unica leader proveniente dal Cdu, ad aver vinto le elezioni regionali con una soglia superiore al 40%, in controtendenza rispetto al resto del Paese.

In seguito alla vittoria, divenuta Presidente del Cdu, la nuova leader ha tenuto un discorso all’assemblea dei delegati, in cui ha ripercorso e ribadito la storia e i valori cristiani del partito, prendendo però le distanze dalle posizioni xenofobe di alcuni suoi sfidanti, e sottolineando la responsabilità di quest’ultimo verso il paese: “Per cinquant’anni siamo stati noi cristiano-democratici a presentare il cancelliere in Germania: complessivamente 50 anni di responsabilità di governo. È motivo di umiltà, più che di orgoglio: perché immaginare e gestire la politica vuol dire vedere il mondo anche con gli occhi degli altri. Sapendo che il mondo non è in bianco e nero, ma molteplice e colorato, perché abbiamo sempre creduto nel compromesso, perché non crediamo in risposte semplici”.

Sembra cosi iniziare il nuovo corso di un partito, definito dalla stessa Akk come “l’ultimo grande partito popolare in Europa”, dove, ancora una volta, è una donna a condurre il gioco. Andando però oltre la semplice comunanza, legata al fatto di essere donne e madri, forti di obiettivi raggiunti in un mondo dominato ancora da una componente maschile fortemente maggioritaria, la nuova leader ci tiene a prendere le distanze dall’operato della Merkel. “Non sono una mini-Merkel”, sostiene, conscia anche del fatto che questa vicinanza potrebbe danneggiarla. Annegret Kramp-Karrenbauer ci tiene, infatti, a prendere le distanze, soprattutto sul tema dell’immigrazione, rispetto al quale ribadisce il bisogno di regole più rigide, un “regime di frontiere intelligente”, che abbia un maggior controllo sui flussi. Sostiene, inoltre, che vi sia bisogno di un incremento delle politiche bilaterali con i paesi d’origine, e l’accettazione dei valori tedeschi, da parte di chi otterrà protezione internazionale. Rispetto al fenomeno migratorio, i sostenitori di Akk, si augurano che grazie a lei, la Cdu riuscirà anche a fermare la crescita del partito di estrema destra Afd, tenendolo sotto il 10%.

Le nuove posizioni

Sono note le posizioni tradizionaliste, più conservatrici rispetto alla Merkel, della nuova leader del Cdu; come ,ad esempio, l’opposizione verso le nozze gay, una posizione più intransigente verso temi quali l’aborto, e uno scetticismo di fondo rispetto ai rapporti con la comunità islamica.

D’altra parte, in campo sociale, è una convinta sostenitrice dei diritti degli immigrati, dei lavoratori, seppur sensibile alle posizioni dei grandi dell’industria e del business, e molto attiva a sostegno delle politiche ambientali.