Archivio Tag: Germania

La Germania accoglie otto italiani positivi al Covid-19 nei suoi ospedali

Otto in totale, due erano già partiti lunedì notte da Bergamo – la nostra provincia più martoriata – destinazione Lipsia, sei sono stati trasferiti ieri sera in Sassonia. La Germania è il primo paese ad accogliere italiani positivi al coronavirus, tutti provenienti dalla Lombardia.

La Germania accoglie otto italiani positivi al Covid-19 nei suoi ospedali - Geopolitica.info

Il Land tedesco della Sassonia prenderà 8 pazienti positivi al Covid-19 dall’Italia e li curerà negli ospedali della sua regione. Come riportato dall’Huffingtonpost.it lo ha affermato ieri proprio il governatore della Sassonia Michael Kretschmer: “È un segnale molto importante il fatto che anche noi possiamo aiutare gli altri”.  

Un gesto di grande solidarietà tra paesi. La regione tedesca conta già quasi 900 casi confermati, i pazienti italiani saranno distribuiti su quattro cliniche della Sassonia nelle città di Lipsia, Dresda e Coswig. Secondo la Repubblica, non è escluso che nei prossimi giorni si aggiunga anche un’altra regione tedesca disposta a curare pazienti italiani: il Nordreno-Westfalia.  

Il risultato di ieri è sicuramente diretta conseguenza del grande lavorio diplomatico di questi ultimi frenetici giorni tra la regione Sassonia, il parlamentare della Cdu Marian Wendt e l’Ambasciata tedesca in Italia.  

È lo stesso capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ieri ha spiegato “quanto sia importante la solidarietà internazionale”. Marian Wedt, parlamentare della Cdu, ha dichiarato a la Repubblica di essersi impegnato in questi giorni per far sì che il suo Land potesse accogliere dei pazienti provenienti dalla Lombardia. Wedt ha deciso di dedicarsi alla questione dopo il blocco alla frontiera tedesca delle mascherine e delle tute protettive destinate all’Italia, che ha definito “una vergogna”. 

Un gesto umanitario di grande valore – finora unico proveniente da un paese “Occidentale” nei nostri confronti – che ci riporta indietro a quell’antica amicizia fra i due popoli che sì, in passato, ha avuto momenti anche drammatici ma che in fondo è unita da simili radici. 

Come scrive lo storico e scrittore James Hawes nel suo The Shortest History of Germany fu proprio Giulio Cesare, nel 58 a.C., che appena nominato proconsole della Gallia cisalpina, e con una gran voglia di una guerra di conquista, diede un nome al popolo che imperversava oltre le Alpi e oltre il Reno: germani.  

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino

Lo scorso 19 gennaio si è svolta nella capitale tedesca la Conferenza sulla Libia, con l’obiettivo di disinnescare lo scontro politico e militare tra Tripoli e Bengasi. All’incontro hanno partecipato dodici tra nazioni e organizzazioni, erano presenti anche il Premier libico Fayez al Sarraj e il Generale Khalifa Haftar che hanno avuto un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel prima dell’inizio del vertice a Berlino.

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino - Geopolitica.info

La Conferenza, convocata su invito della Cancelliera Merkel ha riunito quindi i governi di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti d’America, insieme agli Alti Rappresentanti delle Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’Unione Europea e la Lega degli Stati Arabi.

Gli Stati hanno voluto riaffermare il forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, sottolineando che “soltanto un processo politico guidato dai libici può porre fine al conflitto e portare a una pace duratura”.

Secondo il documento conclusivo della Conferenza, il conflitto in Libia, l’instabilità nel Paese, le interferenze esterne, le divisioni istituzionali, la proliferazione di una grande quantità di armi non controllate e un’economia predatoria continuano a costituire una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, fornendo terreno fertile per trafficanti, gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Sarebbe stato, secondo i partecipanti al meeting, questo quadro di instabilità a permettere ad Al Qaeda e all’Isis, di prosperare in territorio libico e di avviare operazioni in Libia e nei Paesi limitrofi, generando un’ondata destabilizzante di immigrazione illegale nella regione, con un importante deterioramento della situazione umanitaria.

Gli Stati presenti si sono detti pronti a sostenere i libici nell’affrontare le questioni di governance strutturale e di sicurezza.
Il “Processo di Berlino” (una iniziativa diplomatica legata all’allargamento dell’Unione europea ai paesi dei Balcani occidentali, avviata nell’agosto 2014), nel quale le nazioni si sono impegnate per sostenere il piano in tre punti presentato dal Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG) Ghassan Salamé al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), ha avuto l’unico obiettivo di supportare le Nazioni Unite nell’unificare la comunità internazionale nel suo sostegno ad una soluzione pacifica alla crisi libica.

Di certo appare evidente, da quanto concluso durante il vertice, che non potrà esserci alcuna soluzione militare in Libia, ragione per la quale gli Stati si sono impegnati ad evitare interferenze nel conflitto armato o nelle questioni interne al Paese, esortando tutti gli attori internazionali a fare altrettanto.

Uno degli elementi importanti sollevati a Berlino, è stato il riconoscimento del ruolo centrale delle Nazioni Unite, nel facilitare un processo politico e di riconciliazione intra-libico inclusivo basato sull’Accordo Politico Libico del 2015, sulla Risoluzione 2259 dell’UNSC (2015), su altre Risoluzioni pertinenti dell’UNSC e sui principi di cui agli accordi di Parigi, Palermo e Abu Dhabi. Inoltre, è stata confermata l’organizzazione del “Forum per la Riconciliazione” che verrà organizzato dall’Unione Africana nella primavera del 2020. Durante la Conferenza, oltre alla fase introduttiva, sono state oggetto di analisi e discussione le posizioni dei membri riguardo:
1. Il cessato il fuoco;
2. L’embargo delle armi;
3. La ripresa del processo politico;
4. La riforma del settore della sicurezza;
5. Il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.

Cessate il fuoco

In riferimento al cessato il fuoco, i presenti hanno accolto con favore la marcata riduzione della violenza riscontrata dal 12 gennaio e i negoziati avviati a Mosca il 13 gennaio, come pure tutte le altre iniziative internazionali miranti ad aprire la strada a un accordo sul cessate il fuoco. Gli Stati e le organizzazioni hanno inoltre chiesto a tutte le fazioni coinvolte di raddoppiare i loro sforzi per una sospensione duratura delle ostilità e l’allentamento della tensione, riaffermando il compito fondamentale del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in tal senso.
È stato chiesto, in aggiunta, dei passi credibili, verificabili, sequenziati e reciproci verso lo smantellamento dei gruppi armati e delle milizie da parte di tutte le fazioni, in conformità all’art. 34 del LPA e di cui alle Risoluzioni 2420 and 2486 dell’UNSC.

Sono state esortate le parti all’istituzione di misure volte al rafforzamento della fiducia, come lo scambio di prigionieri e di resti mortali, chiedendo l’avvio di un processo comprensivo di smobilitazione e disarmo di gruppi armati e milizie in Libia e la successiva integrazione di personale appropriato nelle istituzioni statali civili, di sicurezza e militari, basato su un censimento del personale dei gruppi armati e una verifica professionale. In tale processo sarà fondamentale il sostegno e la verifica delle Nazioni Unite. La necessità primaria a livello internazionale è stata riaffermato essere quella di combattere il terrorismo in Libia con tutti i mezzi, in conformità con la Carta dell’ONU e il diritto internazionale, riconoscendo che sviluppo, sicurezza e diritti umani hanno un ruolo di reciproco rafforzamento e sono essenziali per contrastare il terrorismo in modo efficace e comprensivo.

Le Nazioni Unite avranno quindi il compito di facilitare i negoziati per il cessate il fuoco tra le fazioni, anche mediante l’istituzione immediata di comitati tecnici per monitorare e verificare l’implementazione del cessate il fuoco.

Embargo delle armi

I membri della Conferenza si sono impegnati al rispetto inequivocabile e pieno dell’implementazione dell’embargo sulle armi disposto dalla Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2011), come pure le successive Risoluzioni del Consiglio, compresa la proliferazione delle armi dalla Libia, e chiedendo agli attori internazionali di fare altrettanto. Sono stati esortati tutti gli attori ad astenersi da ogni attività che possa rafforzare il conflitto o che sia incompatibile con l’embargo delle armi o il cessate il fuoco disposti dall’UNSC, compresi il finanziamento di capacità militari o l’arruolamento di mercenari. I presenti si sono quindi impegnati a realizzare sforzi per rafforzare gli attuali meccanismi di monitoraggio dell’ONU e delle autorità competenti a livello nazionale e internazionale.

Ripresa del processo politico

Durante i lavori della Conferenza, l’Accordo Politico Libico è stato ritenuto un quadro praticabile per una soluzione politica efficace, è stato chiesto, però, dagli Stati presenti, l’istituzione di un Consiglio di Presidenza e la formazione di un unico governo libico unificato, inclusivo ed efficiente, approvato dalla Camera dei Rappresentanti. È stato richiesto inoltre, a tutte le fazioni libiche di riprendere un processo politico guidato dai libici, sotto gli auspici dell’UNSMIL, con un coinvolgimento costruttivo, aprendo quindi la strada alla conclusione del periodo di transizione mediante elezioni parlamentari e presidenziali libere, eque, inclusive e credibili, organizzate dall’Alta Commissione Elettorale Nazionale.

Il vertice ha voluto rimarcare la promozione della partecipazione piena, effettiva e significativa di donne e giovani in tutte le attività relative alla transizione democratica libica, la risoluzione del conflitto e la costruzione della pace, e il supporto agli sforzi del SRSG Salamé, per facilitare un coinvolgimento più ampio e la partecipazione di donne e giovani provenienti da ogni settore della società libica nel processo politico e nelle istituzioni pubbliche. È stata richiesta la distribuzione trasparente, responsabile, giusta ed equa del patrimonio e delle risorse pubbliche tra le diverse aree geografiche libiche, anche attraverso la decentralizzazione e il supporto ai municipi, eliminando in tal modo un essenziale reclamo e motivo di recriminazioni.

Riforma del settore della sicurezza

Riguardo la riforma del settore della sicurezza, è stato evidente il sostegno di tutti i partecipanti al ripristino del monopolio dello Stato nell’uso legittimo della forza, supportando l’istituzione di forze di sicurezza nazionali, di polizia e militari libiche unificate sotto l’autorità centrale e civile, in conformità al dialogo del Cairo e relativi documenti.

Riforma economica e finanziaria

L’importanza del ripristino, del rispetto e della salvaguardia dell’integrità, unità e governance legittima di tutte le istituzioni sovrane libiche, in particolare la Banca Centrale della Libia (CBL), l’Autorità Libica per gli Investimenti (LIA), la National Oil Corporation (NOC) e l’Ufficio dell’Audit (AB) è stato uno dei temi centrali della Conferenza di Berlino, è stato sottolineato in quest’ambito come i comitati direttivi degli enti sopracitati debbano essere inclusivi, rappresentativi e attivi.

Gli Stati presenti alla Conferenza si sono impegnati a fornire, su richiesta delle autorità libiche e in piena conformità con i principi di titolarità nazionale, assistenza tecnica per aumentare la trasparenza, riconducendo queste istituzioni alla conformità con gli standard internazionali, anche attraverso processi di audit. Si sono impegnati, inoltre, a permettere un dialogo intra-libico con la partecipazione di rappresentanti di tutti i diversi gruppi di interesse sui reclami riguardanti la distribuzione delle risorse economiche libiche.

D’altra parte, è stato chiesto alle autorità libiche, un miglioramento della capacità delle istituzioni di controllo competenti, in particolare dell’Ufficio dell’Audit, dell’Autorità per il Controllo Amministrativo, dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, dell’Ufficio del Procuratore Generale, e delle commissioni parlamentari competenti, ai sensi dell’Accordo Politico Libico e delle leggi libiche pertinenti.

Rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani

Gli Stati e le organizzazioni presenti hanno voluto sollecitare le fazioni libiche al pieno rispetto del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, per proteggere i civili e le infrastrutture civili, compresi gli aeroporti, al fine di consentire l’accesso al personale medico, di monitoraggio dei diritti umani e umanitario, e intraprendere azioni volte a proteggere la popolazione civile, compresi gli sfollati, gli emigranti, i rifugiati, i richiedenti asilo e i prigionieri, anche mediante il coinvolgimento delle organizzazioni dell’ONU.

La mancanza di un processo equo nel funzionamento del sistema giudiziario nazionale, anche nelle carceri, rappresenta, infatti, uno dei fattori che contribuiscono alla volatilità e gravità della situazione dei diritti umani e umanitaria in Libia. Per tale ragione, sono state esortate tutte le fazioni a cessare la pratica della detenzione arbitraria e le autorità libiche a istituire procedure alternative alla detenzione, in particolare per coloro che si trovano in aree ad alto rischio di conflitto, e chiudere gradualmente i centri di detenzione per emigranti e richiedenti asilo, riformando nel contempo il quadro legislativo libico sull’emigrazione e l’asilo, al fine di allinearlo con il diritto internazionale e gli standard e principi riconosciuti a livello internazionale.

Al fine di avere un quadro completo e chiaro della situazione, le autorità internazionali si sono impegnate a supportare le attività delle istituzioni libiche per documentare violazioni del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, incoraggiando le autorità libiche ad avanzare ulteriormente nel rafforzamento delle istituzioni giudiziarie di transizione.

La posizione dell’Italia

Al termine della Conferenza di Berlino i rappresentanti italiani si sono detti soddisfatti dei significativi passi in avanti fatti durante la riunione. La Conferenza, infatti, avrebbe confermato che l’Italia sarà in prima linea, qualora la comunità internazionale deciderà di lanciare una missione di interposizione sotto la guida dell’ONU al fine di monitorare il cessate il fuoco.

I 55 punti conclusivi, condivisi da tutti i partecipanti al vertice, sono stati di certo una base di grande significato per avviare i lavori del gruppo “5+5” che prenderà avvio e che raggrupperà i cinque rappresentanti del Governo di accordo nazionale libico e i cinque membri dell’autoproclamato Esercito nazionale libico.

Alla ricerca dei campioni industriali europei

Dopo soli 10 giorni dal suo insediamento la nuova Commissione europea ha aperto le porte a una revisione delle regole della concorrenza, rispondendo così alla richiesta presentata in varie occasioni da Francia e Germania per facilitare la nascita di campioni industriali tutti europei, in grado di competere con i concorrenti di Cina e Stati Uniti. La decisione segna un importante raffreddamento nella fiducia nella dottrina della massima concorrenza e de libero mercato, e conferma la volontà di Ursula Von der Leyen di dare seguito alla promessa di una Commissione che difenda gli interessi strategici dell’UE.

Alla ricerca dei campioni industriali europei - Geopolitica.info

Il dossier è fondamentale per il futuro della politica comunitaria. All’epoca del Trattato di Aquisgrana – l’accordo franco-tedesco sottoscritto da Merkel e Macron – passò quasi inosservata l’appendice del Manifesto franco-tedesco per una politica industriale adatta al XXI secolo, un documento dove venne messo nero su bianco la volontà di rendere le aziende europee (in primis francesi e tedesche) capaci di competere con successo, dentro e fuori la UE,  in tutti i settori industriali della competizione globale.

L’obiettivo del manifesto è favorire la creazione di grandi aziende europee in grado di reggere la concorrenza delle multinazionali non europee sostenute (direttamente e indirettamente) dagli apparati statali, in particolare dalle grandi potenze continentali, quindi:  Cina, e Stati Uniti su tutti. All’origine del documento presentato da Parigi e Berlino c’è il veto posto dalla Commissione europea al progetto di fusione Alstom-Siemens, l’ambizione di creare un gruppo ferroviario mondiale soffocata dalla solerte applicazione di Margrethe Vestager delle norme antitrust europee. L’idea franco-tedesca era creare un campione europeo capace di tenere testa al colosso statale cinese CRRC, il maggior produttore di veicoli ferroviari del mondo.

Capire gli obiettivi che si pongono Parigi e Berlino è importante per interpretare meglio le cose che stanno succedendo oggi (vedi la fusione FCA-Renault e l’indagine aperta su Fincantieri-CdA) e quelle che succederanno domani. È significativo che a dare il via alla revisione di un approccio ventennale sia stata proprio Vestager, la stessa donna (danese, di orientamento liberale) che poco tempo fa bloccò quell’ambiziosa fusione. L’obiettivo è fare in modo che la UE sia in grado di difendere i suoi interessi economico-strategici dalla politica assertiva dei giganti dell’high-tech di Stati Uniti e Cina L’autorizzazione agli aiuti di Stato per lo sviluppo delle batterie per le auto elettriche, l’indagine sulla portabilità dei dati e lo studio per una definizione precisa delle linee guida per le green-policy sono passi in questa direzione.

Il commissario alla concorrenza, precedentemente assegnato alla nordica e anseatica Danimarca, è stato assegnato alla più dirigista Francia, con un portafoglio di competenze particolarmente rinforzato per l’occasione. Per chi si chiedeva come avrebbero fatto i francesi e i tedeschi a sviluppare una politica interventista sulla politica industriale, questa è stata la risposta: incaricando un commissario francese o tedesco con un mandato specifico di Parigi e Berlino. Inizialmente Macron aveva scelto l’ex ministra della difesa Sylvie Goulard, ma la sua candidatura è stata clamorosamente respinta dalla commissione giudicante. Per l’Eliseo è stato un affronto politico, è la prima volta che un commissario in pectorefrancese viene respinto dal Parlamento europeo.

Tuttavia, per la Francia a essere importante era il pacchetto di competenze destinate al suo commissario, che in questo caso include: mercato unico, politiche industriali, Information Tecnology (IT) e industria della difesa. Macron quindi ha rilanciato mandando a Bruxelles Thierry Breton, professore di IT, matematica e uomo d’affari con una vasta esperienza (CEO di Thomson, France Télécom e Atos) e ministro delle finanze durante il governo di Jacques Chirac. Breton ha già curato personalmente numerosi progetti industriali franco-tedeschi, ed è un esperto di big-data e cyber-security. Inoltre, già conosceva personalmente Von der Leyen. Le sue credenziali professionali inattaccabili sollevano questioni di conflitto di interessi: Breton sarà responsabile degli investimenti europei nel campo dei super-computer, una specialità della Atos, l’unica azienda europea leader del settore di cui è stato presidente e CEO fino a poche settimane prima della nomina.

I confini del libero mercato e della concorrenza sono cambiati man mano che il mondo è diventato più globalizzato e digitalizzato rispetto al 1997, anno in cui furono adottate le attuali regole di antitrust. La politica di concorrenza degli Stati Uniti è diventata meno vigorosa, consentendo ai giganti digitali di prosperare, mentre in Cina le società fortemente sovvenzionate distorcono il mercato e presentano questioni di sicurezza. Non si tratta quindi solo della rigidità delle regole di mercato, riguarda anche il potere geopolitico di non essere dipendenti da potenze straniere nei settori strategici come la gestione dei dati (personali e commerciali), le telecomunicazioni e le grandi infrastrutture.

Parigi vuole una revisione delle vecchie regole a fronte di due nuove realtà adiacenti agli interessi dell’UE, e la Germania è d’accordo. L’anno scorso uno studio del ministero delle finanze francese ha suggerito che i casi di concorrenza non dovrebbero essere decisi esclusivamente dalla Direzione Generale della Concorrenza (DG-COMP), ma dovrebbero includere consultazioni con altre DG della Commissione europea, per esempio quella dell’ambiente. Lo studio suggerisce di tenere conto delle informazioni su come i paesi in esame – su tutti la Cina – si sono comportati in altri mercati, e di avere un comitato di supervisione dedicato esclusivamente ai mercati digitali, per individuare acquisizioni killer e portare avanti controlli ex post dopo una fusione.

L’orizzonte temporale per l’adozione delle nuove regole è di due o tre anni. Per l’Italia può essere un’occasione importante per rivitalizzare alcuni settori industriali all’interno di un ecosistema protetto, ma per farlo c’è bisogno delle competenze per elaborare e mettere in pratica un’accurata strategia politica ed economica. Non riuscirci significa perdere ulteriori quote di mercato e peso politico all’interno dell’Unione europea. Il primo passo è stato fatto, Roma ha ricevuto il permesso di investire 570 milioni di euro (su 3,2 miliardi totali) in aiuti di Stato per sviluppare il settore delle batterie per auto elettriche, inserendo le aziende italiane in un consorzio di 17 imprese di sette Stati membri. L’obiettivo è colmare il gap tecnologico in un settore che vede l’UE molti passi indietro rispetto ai concorrenti statunitensi e asiatici.

[SPECIALE Geopolitica e Serie TV] Determinismo e territorializzazione in “The man in the high castle”

The man in the high castle è una serie televisiva prodotta da Amazon studios e ambientata negli stati uniti del 1962, in una realtà fittizia in cui a vincere la Seconda guerra mondiale sono la Germania e il Giappone.

[SPECIALE Geopolitica e Serie TV] Determinismo e territorializzazione in “The man in the high castle” - Geopolitica.info

 

Determinismo e territorializzazione

La teoria politica, presente in tutti gli affari umani, si basa sulla distinzione tra libero arbitrio e determinismo geografico. Secondo il libero arbitrio, il destino degli uomini è determinato esclusivamente dal loro agire e dalla loro volontà, prescindendo quindi da fattori esterni come la natura o le divinità. Secondo il determinismo geografico, invece l’uomo è influenzato dal luogo in cui nasce e vive, quindi il suo agire non dipende esclusivamente dall’individuo, ma anche da fattori esterni, in questo caso la natura. La collocazione geografica può spesso plasmare le opportunità di una civiltà, attraverso la disponibilità di risorse e confini spaziali che determinano valori culturali, codici morali, istituzioni e persino le strategie politiche. Possiamo fare quindi, secondo i deterministi, una miriade di scelte ma molte di queste sono definite dal territorio in cui ci troviamo.

Uno dei primi a parlare di determinismo geografico fu Tacito nello scritto Germania, dove descrive lo stile di vita dei popoli germanici, i loro costumi, la loro organizzazione, facendo un paragone implicito con la cultura romana. Dallo scritto emerge una distinzione delle strutture corporee tra le popolazioni orientali e quelle occidentali. Più precisamente Tacito scrive che le popolazioni orientali presentavano caratteristiche più “mollicce” rispetto alle popolazioni occidentali poiché la temperatura mite non comportava un senso di adattamento al cambiamento climatico, contrariamente a quanto accadeva in occidente, dove i popoli subivano repentini cambiamenti stagionali dovendo adattarsi velocemente. In questo caso inoltre la Germania è anche l’elemento correlativo fra Tacito e Ratzel, poiché anche quest’ultimo, padre della geopolitica, sosteneva nei suoi scritti che lo Stato è un organismo vivente radicato nel territorio, la cui geografia è costante e ne determina l’interesse nazionale. Lo “spazio vitale” ratzeliano vuole che la relazione organica di uno Stato con il proprio ambiente e con le proprie energie vitali predetermini la veste istituzionale, i codici morali o culturali e gli interessi istituzionali.

George Friedman, geopolitico statunitense, dal canto suo sostiene che la geopolitica si fonda su due assunti: il primo è che la comunità (vasta gamma di formazioni politiche nelle quali gli esseri umani si organizzano) viene definita dal luogo in cui ci si trova. Il secondo è che il sistema geopolitico è prigioniero della realtà geografica che plasma le decisioni dei leader. A questo punto per il geopolitico il leader diviene una figura importante solo in funzione della retorica poiché quest’ultima può spingere la comunità ad essere coesa e efficiente per combattere le ostilità.

La Guerra del Pacifico

L’esempio della guerra del Pacifico tra Stati Uniti e Giappone ci fa comprendere appieno il determinismo geografico, il quale costringe e veicola numerose decisioni delle persone al potere. Infatti, secondo Friedman, lo scontro tra giapponesi e americani si sarebbe verificato indipendentemente da chi era al potere tra le due potenze. Partendo dal presupposto che il Giappone non dispone di grandi risorse naturali, il Paese può esistere come potenza industriale solamente importando tali risorse; infatti nel 1941 importava dall’Indocina gran parte delle risorse di cui aveva bisogno, ma le rotte commerciali correvano lungo l’arcipelago delle Filippine sotto il controllo statunitense. Il dominio giapponese su quei territori gli garantiva maggiore indipendenza rafforzando la propria autorità in quell’area, ma per farlo doveva occupare quella regione minando la sicurezza statunitense.

In precedenza il Giappone stipulò, intanto, un contratto con Amsterdam e Parigi che facilitava l’importazione delle materie prime dall’Indocina (Francese) e dall’Indonesia (Olandese).                     L’invasione tedesca nei confronti delle due potenze coloniali mise, secondo i Giapponesi, in crisi l’accordo perché rendeva incerto il destino dei due paesi e fu per questo che il Giappone fu costretto a conquistare quei territori. Gli americani di conseguenza giocarono la carta diplomatica, sospendendo di fatto il 90% dei rifornimenti petroliferi e ferrosi. Gli USA fecero intendere che avrebbero strangolato l’economia giapponese, se questi avessero manifestato forme di aggressione. I Giapponesi non potevano permettere agli Stati Uniti di impadronirsi anche delle risorse indonesiane, al contrario Tokyo avrebbe dovuto conquistare prima le Filippine, da dove gli americani, possedendo basi strategiche, potevano realmente soffocare l’economia nipponica. Al Giappone non restava, dunque, che distruggere la flotta americana facilitando la politica espansionistica sul Pacifico arrivando così all’idea di Pearl Harbor. Quando i Giapponesi attaccarono Pearl Harbor gli americani non erano pronti al conflitto in quanto la loro flotta era impegnata sull’Atlantico. Infatti i piani statunitensi prevedevano che la prima fase del conflitto sarebbe stata vinta dai Giapponesi e, solo quando l’industria americana avrebbe cominciato a sfornare le nuove navi da guerra, sarebbero stati in grado di contrattaccare. In questo contesto geopolitico i due leader, Roosvelt e Hirohito, non potevano comportarsi diversamente, perciò Friedman sostiene che chiunque vi sia stato al vertice si sarebbe comportato allo stesso modo non avendo altre scelte se non adattarsi al determinismo geografico. I leader di successo, infine, devono comprendere i limiti entro i quali devono operare perché uscirne al di fuori significherebbe far ritrovare un’intera nazione con “l’acqua alla gola”.

Dunque il potere non consente ai leader di comportarsi in modo arbitrario ma li spinge a comprendere gli spazi strategici.

E se la guerra l’avessero vinta i giapponesi?

La seconda guerra mondiale finisce con l’occupazione della Germania da parte degli alleati (in Europa), e con il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (nel Pacifico). Finisce così il più grande conflitto armato della storia che stima tra i 55 e i 60 milioni di morti in tutto il mondo. Ma se gli americani non fossero stati in grado di arrestare l’avanzata tedesca in Europa e l’espansionismo giapponese sul Pacifico, quali sarebbero stati le conseguenze, come sarebbe cambiata la geografica politica sul suolo statunitense invasa a ovest dai giapponesi e a est dai nazisti?

The man in the high castle, una serie televisiva prodotta da Amazon studios, è ambientata negli Stati Uniti del 1962, in un passato alternativo statunitense, dal momento che l’esistenza della nazione a stelle e strisce è stata compromessa dall’occupazione dei nazisti dalla costa est fino alle montagne rocciose e dai giapponesi, che hanno invaso il territorio dalla costa ovest alle montagne rocciose. Le potenze dell’asse, vinta la guerra, si sono spartiti così il bottino e hanno costruito tra loro una sorta di cuscinetto chiamato zona neutrale, una zona che non appartiene dunque a nessun paese, nella quale, come si vede nella serie, numerosi ex statunitensi scappano non sentendosi appartenenti alla cultura degli occupanti.

La territorializzazione degli occupanti

Ben visibile in “The man in the high castle” è il processo di territorializzazione compiuto dai nazisti e dai giapponesi: infatti il regista mostra bene come cambia il territorio americano e come i nuovi arrivati plasmino il territorio secondo la propria cultura. Vediamo infatti come cambiano le infrastrutture, gli uffici amministrativi, i ministeri, ma anche le piazze, i negozi, le pubblicità: tutto è prettamente costruito e forgiato attraverso la cultura degli invasori. Il processo di territorializzazione è infatti un processo di appropriazione dello spazio, intellettuale e materiale. Il territorio, in politica, è definibile come lo “spazio organizzato” dalla società. Attraverso la “produzione” di territorio, la società “controlla” (o almeno tenta di controllare) lo spazio e l’ambiente. Il territorio non è quindi qualcosa di casuale o di naturale, ma l’esito di scelte intenzionali operate dall’uomo, che in geografia sono riassunte dal concetto di “territorializzazione”. In sostanza quindi la territorializzazione è un antropizzazione dello spazio, in cui lo spazio è in una condizione di anteriorità rispetto al territorio e lo precede. L’uomo quindi prende lo spazio e lo trasforma, lo plasma secondo un progetto politico, in cui alla base c’è una tradizione, una cultura di riferimento. Non esisterebbe politica infatti se non ci fosse una cultura di riferimento, sulla quale si costruiranno dei progetti politici. Il processo di territorializzazione in geografia avviene attraverso tre tipi di atti territorializzanti: 1) La reificazione: il controllo materiale del territorio, la sua trasformazione attraverso interventi tangibili e visibili (infrastrutture, insediamenti, campi coltivati, ecc.); 2) La strutturazione: il controllo organizzativo e funzionale del territorio, attraverso l’attribuzione ai diversi elementi di precise funzioni, relazioni e gerarchie. La strutturazione riguarda anche l’organizzazione della società sul territorio; 3) La denominazione: il controllo simbolico del territorio, attraverso l’attribuzione di significati, nomi, valori ai luoghi e agli elementi dello spazio.

Processo importantissimo e vitale per una cultura è il controllo simbolico, che trasforma lo spazio in un prodotto culturale, difatti l’appropriazione avviene soprattutto attraverso la denominazione, dare il nome ad una strada o a qualsiasi infrastruttura significa aver conquistato, dominato.

I paesaggi americani trasformati dai nazisti

Tutto questo è molto ben visibile nella serie tv di Frank Spotnitz, che è riuscito pienamente a trasformare il territorio americano spesso anche in maniera maniacale, non lasciando nulla al caso, descrivendo scrupolosamente l’ambiente in cui si svolge la serie.

Nella costa ovest, giapponese, le vicende sono ambientate prevalentemente a San Francisco, e fatta eccezione per il Golden Gate Bridge, la città americana è quasi irriconoscibile. Il palazzo più importante è il ministero del commercio, costruito totalmente su influenza giapponese, come del resto tutta la città, dove le luminescenti pubblicità della Coca-cola e delle più importanti aziende capitalistiche sono soppiantate da scritture giapponesi, spesso criptiche per gli abitanti statunitensi che diventano quasi allogeni della propria nazione. Infatti le strade, i negozi, i mercati e i trasporti sono frequentati più dai giapponesi immigrati che dagli ex statunitensi, i quali si ritroveranno anche in una posizione di svantaggio a livello giuridico rispetto ai “giap”, per usare il gergo con cui vengono chiamati dai bianchi americani. Per fare un esempio, in uno stato in cui c’era il libero commercio delle armi, con il controllo giapponese, possono essere vendute solamente alla popolazione nipponica. Perfino l’architettura e l’arredamento delle infrastrutture ne risentiranno dell’influenza nipponica, il ministero del commercio per esempio (ripreso frequentemente) ha un arredamento e una struttura tipicamente giapponese, all’interno vediamo infatti le classiche porte scorrevoli, l’uso di fogli di carta di riso come divisori delle stanze, materiali naturali tipici come bamboo o ciottoli di fiumi. Il tutto è stato plasmato secondo la loro cultura e secondo il loro progetto politico, ovvero: la conquista del territorio e la trasformazione del paesaggio americano secondo la nuova cultura presente, importante poi per un discorso di appartenenza della nuova popolazione.

Stessa scena la ritroviamo nell’altro versante occupato dai tedeschi. La zona est sembra infatti più la Berlino nazista che una qualsiasi città americana. Anche se la zona tedesca è ripresa di meno rispetto a quella giapponese, possiamo ammirare la monumentalità degli edifici, soprattutto amministrativi, e la presenza di svastiche e stemmi della Germania nazionalsocialista su tutto il territorio. L’ambiente in cui si vive e ancor di più l’architettura utilizzata, erano importanti per il Fuhrer poiché era utile alla diffusione dell’ideologia del regime nazista e alla celebrazione della grandezza e della potenza della nazione. Quindi Hitler ricostruendo e trasformando il nuovo territorio conquistato, porta la sua architettura che sarà importante anche in questo contesto per il suo progetto politico ideologico. Anche in questo caso, le pubblicità non servono più a diffondere i marchi del capitalismo americano, ma sono utilizzate per celebrare e diffondere le ideologie del regime. Dovunque sono presenti svastiche naziste affiancate a stemmi della Germania nazionalsocialista, spesso di dimensioni colossali a scopo intimidatorio o volto a magnificare la propria grandezza.

Quel primo Natale di guerra. Il canto del cigno della nostra civiltà prima della lunga notte

Inverno 1914. A Ypres inglesi e tedeschi si sono ferocemente affrontati per settimane sotto una pioggia battente…

Quel primo Natale di guerra. Il canto del cigno della nostra civiltà prima della lunga notte - Geopolitica.info

Il 24 dicembre la gelata del mattino viene accolta quasi con giubilo perché ha indurito la terra, asciugando il fango.

Nelle Fiandre – tra Diksmuide e Neuve Chapelle – un tiepido sole illumina il campo di battaglia imbiancato di brina…

È la Vigilia di Natale. La giornata continua con il solito scambio di fucileria. Poi sopraggiunge il silenzio della sera e migliaia di piccole luci si accendono per tutta la lunghezza delle trincee tedesche; brillano di un chiarore emozionante: “alberi di Natale”. E un canto, melodie natalizie…

Terminata la musica, il silenzio viene di nuovo interrotto da applausi commossi. Tutti i giovani – prima timidamente, poi senza più remore – si riversano nella terra di nessuno per stringersi le mani, scambiarsi regali, fotografie, giornali.

Un miracolo descritto così – in una lettera a casa – dal tenente Josef Wenzl: “suona incredibile, ma è la verità. Cominciava ad albeggiare quando sono apparsi gli inglesi e hanno cominciato a salutarci. I nostri hanno tirato fuori un albero di Natale… Tutti si sono mossi liberi dall’una all’altra trincea e cantavano insieme canzoni di Natale”.

Il sottotenente Bruce Bairnfather del I battaglione Royal Warwickshires annotò anche l’inizio: “i suoni dell’armonica a bocca di un tedesco a cui risposero i canti natalizi inglesi e il viso felice del suo sergente che scambiò conserve e sigari per primo con i tedeschi”.

Un altro soldato della London Rifle Brigade spiegò meglio il contagio di quella pace, “ci sentivamo felici come bambini”, scrisse.

Questo evento è passato alla storia come “la tregua di Natale“: l’artiglieria restò muta tutta la notte, permettendo il recupero dei caduti. Si svolsero delle vere e proprie cerimonie di sepoltura, nelle quali soldati di entrambe le parti piansero assieme i compagni morti.

In un funerale nella “terra di nessuno”, soldati tedeschi e britannici si riunirono assieme per leggere un passo del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore, non mi fa mancare nulla. Su prati verdi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Il Signore mi dona nuova forza, mi consola, mi rinfranca. Su sentieri diritti mi guida, per amore del suo nome. Anche se andassi per una valle oscura non temerei alcun male perchè tu sei con me”.

Il miracolo negli anni successivi non si ripeté più…

 

Quando caddero Muro e certezze: trasformazioni e questioni geopolitiche dopo il Muro di Berlino

Trent’anni fa crollava il Muro di Berlino e, con esso, le certezze che il mondo bipolare, pur nella sua fragilità e intrinseca instabilità, portava con sé. Dopo i colpi inferti al blocco orientale e i segnali di un’apertura del fronte nella cortina di ferro, il mondo si trovava d’un tratto ad affrontare un destino diverso e dai contorni indefiniti. O meglio, in quel frangente storico sembrava tutto piuttosto chiaro: le categorie economiche, quelle politiche, le attenuate tensioni internazionali avrebbero trovato un nuovo equilibrio, stabilito anzitutto dalla centralità del ruolo statunitense e dal dispiegamento delle forze del mercato che avrebbero soppiantato il principio di base dell’esistenza del sistema internazionale: lo Stato nazionale.

Quando caddero Muro e certezze: trasformazioni e questioni geopolitiche dopo il Muro di Berlino - Geopolitica.info

Il colosso sovietico era imploso sull’onda d’urto di un movimento che lo aveva prima scosso e poi fatto crollare, complice anche la sua sovraestensione territoriale e il massiccio impegno in politica estera, come ben ricorda Henry Kissinger. L’apertura inferta nel Muro di Berlino la notte di 30 anni fa significò il momento cruciale di un cambiamento radicale, di un moto rivoluzionario che era il segnale più evidente di una crisi politica – meglio, di più: geopolitica – che avrebbe cambiato per sempre i destini del mondo. Si trattò di una crisi nel senso più stretto del termine: krino, discerno, separo, decido. Un momento di svolta di carattere globale e senza precedenti, di fronte al quale era necessario prendere una decisione e che configurava, in ogni caso, la chiusura del precedente sistema e delle sue certezze esistenziali, anzitutto quelle relative ai centri garanti dell’ordine. Su quali garanzie si intendeva fondare il nuovo sistema internazionale?

La prospettiva che si aprì agli occhi del mondo era l’unica immaginabile in quella fase. Il capitalismo avrebbe raggiunto vette prima mai immaginate. Esso si sarebbe imposto su scala internazionale anche grazie all’apertura delle democrazie parlamentari e alla cessazione di ogni forma di totalitarismo. Questa era la nota tesi di Francis Fukuyama, il quale esprimeva bene lo spirito del tempo: la storia, quella con la S maiuscola, avrebbe terminato il suo cammino conflittuale grazie all’imposizione univoca del modello liberal-democratico, incarnato perfettamente dagli Stati Uniti e dall’imposizione del mercato globale. La storia non avrebbe più conosciuto totalitarismi di destra o sinistra. Aveva trionfato il modello occidentale sotto un duplice piano: da una parte quello politico, democratico, dall’altra quello economico, in una reciproca influenza che appariva sempre più caratterizzare le relazioni internazionali. In tale teatro ottimistico e sostanzialmente pacificato, di un mondo a trazione statunitense, l’“Ultimo uomo” di Fukuyama avrebbe interpretato il ruolo principale: il “primo uomo” di Hobbes, mosso dalle passioni e dai bassi istinti, sarebbe stato soppiantato dalla razionalità dell’uomo appartenente alla nuova e vincente ricetta politico-economica.

Se Francis Fukuyama era stato il “portavoce” di tali istanze di pace perpetua kantiana, Kenichi Ohmae in The End of the Nation States si spingeva ancor più oltre, evidenziando nei suoi scritti degli anni Novanta due aspetti fondamentali: le economie pienamente capitalistiche avrebbero oltrepassato i confini nazionali, stabilendo la propria primazia al di sopra del fattore più strettamente politico. Ne derivava, per effetto diretto, che lo Stato nazionale non sarebbe più esistito quale ente sovrano e centrale delle relazioni internazionali. Il superamento dell’economia sulla politica avrebbe posto fine alle categorie del pensiero politico che si fondava sullo Stato nazionale e, ancor di più, sarebbe venuto meno il suo fondamento geopolitico, il confine. In The borderless world Ohmae sottolineava proprio questo aspetto: i confini, nell’assenza progressiva dello Stato, avrebbero perso gran parte del loro intrinseco significato.

E allora come coniugare tali tesi, nel decennio delle illusioni, forse più prospero e positivo della storia più recente, con quella della Geografia dell’incertezza? La caduta del muro aveva infatti solo parzialmente e apparentemente stabilito una nuova verità, un nuovo e univoco centro del mondo rappresentato dagli Usa. L’America, pur essendo la più imponente potenza al mondo, avrebbe dovuto essere il garante del Nuovo Ordine Mondiale – concetto questo che si affermò pienamente proprio in quella fase – ma si trovò a confrontarsi con dei mutamenti geopolitici di enorme portata: il riemergere delle conflittualità etniche nell’Est europeo, il fenomeno migratorio nella sua complessità in conseguenza di un evento critico, la riaffermazione dell’indipendenza statuale da parte di 15 stati nella sola Europa orientale. Tali “sommovimenti” sistemici corrispondevano non a caso al pieno riaffermarsi della geopolitica, che trovò nuova linfa proprio in quei primi anni post-89, in Francia, Italia e poi su scala globale, con riviste specializzate e una nuova attenzione a questa branca della geografia. Perché si stava assistendo a quella che Robert Kaplan avrebbe definito come la Revenge of Geography, la rivincita della geografia. Una “vendetta” del fattore territoriale, che significava al contempo risorse naturali, materie prime, ma ancor di più identità e appartenenze, etnie e religioni.

La geografia, e con essa le geopolitica, tornavano in altre parole ad essere fattori cruciali nei rapporti tra popoli e organizzazioni statuali. La logica territoriale assumeva di nuovo un ruolo di primo piano, dopo che era stata soppiantata da quella puramente ideologica, soprattutto nel contesto socialista.

Tale tesi si rifaceva in parte a quella sostenuta da un autore che si discostava dal quadro estremamente positivo dei primi anni Novanta. Samuel Paul Huntington, in una logica di realismo politico, ragionava infatti sui possibili destini del mondo all’indomani della Guerra fredda: non una pacificazione derivante dal processo di globalizzazione, non la vittoria dell’economia integrata con la politica, ma una conflittualità insita nel sistema stesso e incentrata sulle singole civiltà che lo componevano. La sua suddivisione in nove macroregioni corrispondeva ai principali blocchi culturali che li accomunavano, di carattere prevalentemente religioso: un aspetto, questo, che riemergerà drammaticamente a partire dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, smentendo pienamente i presupposti immaginati da Fukuyama e Ohmae.

Se nel 1989 si era aperto il decennio delle illusioni e dell’unipolarismo imperante, nel settembre del 2001 quel sogno e quel decennio erano d’un colpo tramontati, facendo tragicamente emergere l’essenzialità delle relazioni internazionali e dell’attore che le compone: lo Stato nazionale e, accanto ad esso, il tema dell’appartenenza.

Con il Muro erano crollate anche le certezze di un mondo che aveva stabilito i suoi poli ordinatori e che su di essi aveva basato la proprio pur instabile garanzia esistenziale. L’apertura di quella breccia avrebbe significato l’apparente unità del mondo sotto la chiave di lettura della globalizzazione ma, nel contempo, avrebbe fatto emergere il carattere polemico insito nella logica geopolitica, che di lì a breve si sarebbe riflesso in una continua incertezza: geografica, geopolitica ed esistenziale. Un’incertezza connaturata alle relazioni internazionali e alla globalizzazione e che ancora oggi contraddistingue, nella sua perdurante drammaticità, il nostro mondo e le sue dinamiche conflittuali.

 

 

Per approfondire: La geografia dell’incertezza (di Alessandro Ricci, Roma, 2017)

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

La caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo. La fine del “Secolo breve” e le difficoltà dell’Europa di oggi

Il 9 novembre del 1989 termina il “secolo breve”, così definito dall’immenso storico britannico Eric Hobsbawm che, a sua volta, cita nella prefazione della sua opera, il poeta Thomas Stearns Eliot: “Il mondo finisce in questo modo: non con il rumore di un’esplosione, ma con un fastidioso piagnisteo”, il Secolo breve è finito in tutti e due i modi.

La caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo.  La fine del “Secolo breve” e le difficoltà dell’Europa di oggi - Geopolitica.info Una foto scattata a Berlino, nel 2010, presso East Side Gallery: ciò che resta del muro oggi simbolo di libertà.

La fine della Guerra fredda e della divisione in due dell’Europa decisa dalle potenze vincitrice della Seconda guerra mondiale: il crollo dello Stato comunista tedesco-orientale e la riunificazione della Germania nella Repubblica federale tedesca, meno di 11 mesi dopo, il 3 ottobre 1990. Un processo inevitabile e inarrestabile che tuttavia poneva il problema della rinascita della Germania come potenza europea occidentale, sia in termini economici sia di popolazione. Prospettiva che andava a modificare gli equilibri decennali raggiunti dai paesi membri dell’Unione Europea. Inoltre, il veloce disfacimento della stessa Unione Sovietica avrebbe obbligato l’Europa occidentale ad allargarsi verso Est, andando ad assorbire le nuove democrazie ex-comuniste, infine il problema dei nuovi rapporti con la Russia. Questo duplice appuntamento con la storia era chiaro a molti ma non di facile soluzione.

Le scelte fatte all’epoca sono state soddisfacenti? Giusto interrogarsi dopo 30 anni, un tempo storico abbastanza importante per iniziare ad analizzare eventi che hanno stabilito un limes cronologico che segna, possiamo affermare, la fine del Novecento e ci proietta nel periodo che il politologo statunitense Francis Fukuyama ha definito The End of History and the Last Man dove la caduta del muro di Berlino e le sue conseguenze, ovvero la dissoluzione dell’impero sovietico rappresentano ottime premesse per raggiungere il traguardo comune delle società occidentali: lo stato liberale e democratico.

Ma siamo sicuri che questi traguardi sono stati raggiunti? Alcuni leader politici dell’epoca come François Mitterrand e Giulio Andreotti furono particolarmente espliciti nel sottolineare la necessità che la nuova Germania riunificata venisse più strettamente integrata all’interno dell’Europa, secondo un modello quanto meno confederale, il Consiglio europeo di Maastricht, nel dicembre 1991, lanciò la politica monetaria europea che, nel 2002, portò all’introduzione dell’Euro come nuova moneta unica e successivo confine tra due epoche ben distinte della nostra contemporaneità.

All’unificazione monetaria è seguita una difficile unificazione delle politiche economiche e fiscali e poi il tentativo di ricucire i rapporti tra i paesi membri a Lisbona nel 2007, quindi la Brexit, il forte ritorno dei nazionalismi sono, in parte, figli di un fallimento che mette le sue radici nel 1989. I difficili rapporti con la Russia, dal rapido allargamento della NATO ai paesi europei dell’ex Patto di Varsavia e alle tre Repubbliche baltiche, seguito dall’ingresso di molti di questi paesi nella Ue. Tutti fatti che non furono accompagnati da analoghe aperture nei confronti di Mosca che portarono la Russia a violente azioni militari in Georgia e Crimea: mosse inaccettabili dal punto di vista del diritto internazionale ma, viste da Mosca, come una necessaria reazione difensiva rispetto all’invadenza occidentale.

Ad ogni modo credo che però sarebbe sbagliato pensare che la caduta del Muro di Berlino, e tutte le sue conseguenze, abbiano rappresentato un fatto negativo, al contrario il 9 novembre del 1989 si celebrò la fine di una folle spaccatura in due dell’Europa, la fine di durissimi regimi dittatoriali e l’inizio di un mondo più connesso. La nuova Europa si trova davanti un altro muro fatto di sfide, il futuro ci dirà se saranno superate.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino

Con la caduta del Muro di Berlino, la questione tedesca che per quarant’anni aveva diviso l’Europa e, con essa, il mondo trovava infine soluzione nella riunificazione delle due Germanie e nella successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. A trent’anni dai fatti di quel novembre 1989 si rende necessario riflettere nuovamente sul valore di quegli eventi che, chiudendo il Secolo Breve, aprirono una fase di riesame, forse ancora insoluta, sul significato dell’essere Europa, sui suoi confini e la sua identità.

GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino - Geopolitica.info

Da questi presupposti muove Salvatore Santangelo con il suo “Gerussia, l’orizzonte infranto della geopolitica europea a trenta anni dalla caduta del Muro”, un testo che ritorna in stampa in occasione di uno degli anniversari più significativi della storia recente con l’intento di spiegare le profonde relazioni tra Russia e Germania e, attraverso questa, l’Europa.

Santangelo ripercorre le burrascose vicende che hanno legato Germania e Russia e instaurato tra di esse un rapporto peculiare e senza eguali nel panorama europeo. Dall’unificazione tedesca del 1870 (per la quale la mancata opposizione di San Pietroburgo fu determinante) al ruolo di Berlino nell’ascesa al potere dei bolscevichi, dal riavvicinamento tattico di Rapallo (1922) a quello di più ampio respiro favorito dall’Ostpolitik di Brandt, fino alle nuove intese che, benché con stili diversi, hanno caratterizzato l’approccio di Schroeder e della Merkel verso la Federazione Russa di Putin.

In mezzo, la tragedia incommensurabile dell’Operazione Barbarossa, che nei suoi esiti ha portato alla morte del regime nazista e alla affermazione mondiale di quello sovietico. Cicatrici che non passano ma che, paradossalmente, e in un caso forse unico al mondo, quasi aiutano a rinsaldare i rapporti tra le due nazioni, o se non altro a renderli più profondi e meno scontati.

Tante inoltre le occasioni mancate, che l’autore ha il merito di riportare alla luce a dispetto dell’oblio storiografico in cui sono finite. Parleremmo oggi di un’Europa diversa se il progetto di Hanotaux, ministro degli esteri francese alla fine del XIX secolo, fosse andato in porto: un’alleanza franco-russo-tedesca avrebbe forse scongiurato l’ecatombe novecentesca, e magari rallentato – o quanto meno ritardato – l’inesorabile declino europeo.

Ma Gerussia, ovvero l’asse russo-tedesco nella terminologia coniata dal Centro Studi di Geopolitica della Duma nel 1991 – una nuova traiettoria strategica resa possibile proprio dalla caduta del Muro di Berlino e dai mutati equilibri globali – oggi non vive certo di rimpianti, bensì di opportunità. Nessuno, a Mosca o a Berlino, ne sottovaluta la portata.

Gli scambi commerciali (50 miliardi di dollari annui, con un trend in costante crescita), gli accordi per il gas (con il raddoppio di Nord Stream che avanza a tappe forzate), le politiche di investimento (secondo Keynes, il ruolo storico di Berlino sarebbe stato quello di modernizzare il Paese degli Zar – una funzione che sembrerebbe non essere cessata): tutti fattori che spingono in direzione di una maggiore integrazione tra le due economie.

Gli ostacoli però non mancano.

Più che della generica attenzione della Merkel verso il rispetto dei diritti umani, Gerussia negli ultimi anni ha risentito della questione ucraina (nella quale i tedeschi, egemoni – benché riluttanti – dell’UE, non possono far finta di nulla) e per il nuovo corso intrapreso dalla NATO, un’organizzazione sempre più condizionata dalle paure e dai retaggi dei suoi nuovi membri orientali.

Inutile dirlo, molto dipenderà dalle policies di Trump, ancora non chiaramente impostate nei confronti del Cremlino. Al di là delle intenzioni dei leader, però, è dalla “postura degli apparati” che si possono trarre delle previsioni sul futuro. E se in America questi sono fortemente antirussi, in Germania (anche grazie ai fitti legami industriali) vanno al contrario in continuo pressing per un consolidamento delle relazioni.

Tutto ciò è espresso nelle parole dello stesso Putin, «tra la Russia e gli Stati Uniti c’è un oceano, mentre «tra la Germania e la Russia c’è una grande storia”.

Il quesito fondamentale di Gerussia resta comunque aperto: basterà la convergenza degli interessi geoeconomici a mantenere salda l’intesa?

Lo spettro di una escalation, così come quello di uno sfaldamento dell’Europa, non è poi così lontano. Da Washington a Varsavia circolano piani bellici inquietanti, nei quali la Russia viene vista come una minaccia alla stabilità europea e non come un partner nella lotta alle nuove sfide globali, come il terrorismo e l’integralismo islamico.

La risoluzione della questione tedesca non ha quindi dato una risposta al problema della sicurezza e della stabilità europea che resta, oggi come allora, intimamente legata alla sicurezza e alla stabilità della Russia. Condizionamenti interni ed esterni nel rapporto tra Mosca e Berlino sono evidenti ma è indubbio che la futura stabilità dell’Europa dipenderà, in una misura non piccola, dalla salute di Gerussia.