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l’Italia e le sfide dei nuovi scenari internazionali

Nel corso del 2014, si è assistito ad una sorta di revival di antiche concezioni del mondo. In particolare, due sono gli scenari dove sono stati riproposti forme e contenuti considerati dai più ormai desueti. Il primo è rappresentato dalla crisi ucraina, che si inserisce nel più ampio confronto tra la Federazione russa e l’Occidente, con la prima che sembra rifare proprie le linee guida della politica estera zarista. Il secondo, invece, è dato dalla comparsa, in Medio Oriente, del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o ISIS, il quale, approfittando delle divisioni interne ai regimi iracheno e siriano, ha proclamato la nascita di uno stato integralista retto da un Califfo, un titolo decaduto con la deposizione dell’ottomano Abdul Mejid II nel 1924.

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La situazione ucraina e la nascita dell’ISIS sono, al momento, le due crisi di maggior rilievo nello scenario globale. La prima può essere vista come il principale fronte lungo cui si manifesta lo scontro politico che vede coinvolti la Russia e l’Occidente. Mosca sta perseguendo una politica estera che riprende le linee guida proprie della diplomazia zarista: sicurezza dei propri confini occidentali e lo sbocco ai mari caldi. La domanda di sicurezza scaturisce da quella che potrebbe essere definita come “sindrome di accerchiamento”, ovverosia la secolare sensazione di accerchiamento e minaccia provenienti da potenze avvertite come avversarie. Oggi, i timori di un accerchiamento militare, oltre che politico, provengono dall’allargamento ad Est della NATO e dal progettato Stategic Defense Initiative (SDI), un sistema di difesa missilistico comunemente noto come Scudo Spaziale e considerato da Mosca come lesivo della propria sicurezza. La rivolta ucraina che ha portato alla deposizione del Presidente filorusso Viktor Janukovyc nel febbraio 2014 ha fatto sì che Mosca avvertisse come ancora più impellente il proprio bisogno di sicurezza nel momento in cui un Paese strategicamente alleato iniziava a volgere il proprio sguardo a occidente. Da qui, l’annessione della Crimea prima e l’imposizione di sanzioni dopo, hanno esacerbato i rapporti tra il Cremlino e le cancellerie occidentali.

La nascita dell’ISIS, dal proprio canto, ha segnato un radicale cambiamento nell’espressione esteriore del fondamentalismo islamico. Quest’ultimo non si esprime più come semplice organizzazione terroristica, magari protetta e sostenuta da Stati conniventi, come fu il caso di Al Qaeda in Afghanistan. Piuttosto, la medesima organizzazione si fa Stato, conquistando militarmente ampie zone all’interno di altri Paesi, come avvenuto in Iraq e Siria, dove l’ISIS ha saputo trarre vantaggio dalle divisioni politiche e dall’impreparazione militare di Baghdad e dalla ormai triennale guerra civile in Siria, al fine di imporre la propria visione fondamentalista della sharia. Tuttavia, l’affermazione dell’ISIS si inserisce probabilmente in un contesto più ampio che vede il Medio Oriente attraversare una fase in cui il ruolo di potenza egemone svolto dagli Stati Uniti sembra venir meno. In tal senso, si può supporre che la storica presenza statunitense sia stata in grado di mantenere insieme una quadro estremamente frastagliato come quello mediorientale. In altri termini, il minor coinvolgimento degli USA nel Medio Oriente potrebbe essere considerato come una delle cause che hanno portato ad un maggior attivismo tanto degli Stati quanto di altre organizzazioni. Le ambizioni sopite dal ruolo dominante degli Stati Uniti, sono ora libere di potersi esprimere, seppure nelle forme estremiste dell’ISIS.

Di fronte al proliferare di nuove crisi regionali e globali, l’Italia ha finora perseguito una linea di politica estera che trova la propria ragion d’essere nella cornice dell’Unione Europea e della partnership strategica con gli Stati Uniti. In riferimento alla crisi ucraina e ai rapporti con Mosca, infatti, l’Italia, seppure con toni più morbidi e concilianti nei confronti del Cremlino, ha adottato una politica di sanzioni, volta a convincere la Russia a fermare ogni tipo di ingerenza negli affari interni dell’Ucraina. Più nel dettaglio, considerata ormai persa la Crimea, annessa alla Russia dopo il controverso referendum del marzo 2014, le potenze occidentali stanno tentando di impedire che una sorte analoga possa toccare anche alle regioni orientali dell’Ucraina, anch’esse abitate da una maggioranza russofona. L’Italia, mantenendo una coerenza d’azione data dalla permanenza nell’UE, ha più volte dimostrato di privilegiare qualsiasi forma di dialogo con Mosca, a differenza di altri membri dell’unione, che per storia o interessi strategici, sono meno inclini ad ammorbidire le proprie posizioni nei confronti del Cremlino. I governi russi, storicamente, hanno dimostrato di reagire con forza a qualsiasi tipo di pressione possa essere esercitato su di loro. Le sanzioni, quindi, come ha più volte sostenuto l’Italia, possono sì essere uno strumento di soft power con cui dimostrare la propria risolutezza, ma rischiano di ritorcersi contro chi le impone se chi le subisce ha la forza politica e militare per resistergli. La sindrome di accerchiamento di cui soffre la leadership di Mosca rischia di essere ulteriormente acuita dalle sanzioni occidentali. Il governo di Roma, visti i rapporti stabiliti negli ultimi anni con la Russia, potrebbe svolgere un ruolo di mediazione all’interno dell’UE proprio per evitare che le incomprensioni attuali divengano minacce future alla stabilità e alla pace dell’Europa.

Per quanto concerne la crisi mediorientale, il governo italiano ha manifestato fin da subito la propria volontà di sostenere politicamente e materialmente le forze che si stanno opponendo agli integralisti dello Stato islamico. A tal riguardo, sono da leggere gli sforzi congiunti dell’UE e degli USA di dare il proprio supporto logistico e militare ai combattenti curdi che rappresentano, al momento, l’unica forza militare in grado di competere con l’ISIS, dato che le forze regolari irachene hanno dimostrato tutta la propria inefficacia e impreparazione. A tutto questo, al contempo, si devono aggiungere gli sforzi di garantire una maggiore sicurezza interna all’Europa, soprattutto dopo gli eventi che hanno segnato Parigi. In particolare, i Ministri degli Interni dell’UE stanno valutando l’ipotesi di applicare nuovi e maggiori controlli in deroga al Trattato di Schengen che garantisce la libera circolazione degli individui nei Paesi membri. In virtù di una maggiore sicurezza, si stanno valutando possibili forme di tracciamento dei viaggiatori al fine di individuare tempestivamente persone affiliate a organizzazioni terroristiche. Questo sistema, che andrebbe sotto il nome di Passenger Name Record, consentirebbe di tracciare i transiti nell’area Schengen. L’Italia, in particolare, visto il fallimento dell’intelligence francese nel prevenire gli attentati, ha proposto di creare un comitato antiterrorismo europeo, similare al CASA (comitato analisi antiterrorismo) già operativo a Roma, al fine di facilitare lo scambio di informazioni tra le agenzie del Vecchio Continente.

L’Italia ha quindi la possibilità di svolgere un ruolo centrale nella gestione tanto della crisi ucraina, quanto dello scenario mediorientale. I rapporti con la Russia fanno sì che Roma possa rappresentare un interlocutore affidabile all’interno dell’Unione Europea, dove permangono posizioni nettamente più aggressive nei confronti di Mosca. Allo stesso tempo, il governo italiano può contribuire a rafforzare la sinergia volta a garantire maggiore sicurezza in Europa e a sostenere le forze che si oppongono all’ISIS direttamente nel Medio Oriente, evitando che la visione fondamentalista dello Stato islamico possa esercitare attrazione in aree, come quella libica, dove la frammentazione e la cronica instabilità politica creano un humus sociale perfetto per il reclutamento di nuovi guerriglieri.

Perché l’Isis è una minaccia geopolitica

Le origini dello Stato Islamico dell’Iraq e al Sham (Isis) risalgono a quando Abu Musab al Zarkawi, dopo essersi formato militarmente nella guerra d’Afghanistan contro l’Armata rossa, negli anni Novanta fondò la Jamat al Tawhid wa-l-Jihad. Durante la guerra irachena, al Zarkawi fu attaccato dai vertici di al Qaeda, per l’uso eccessivo della violenza verso la popolazione irachena, piuttosto che contro le truppe della Coalizione, nonché per la propensione eccessivamente radicale nell’imposizione della shari‘a. Un’impasse interna che non poté far altro che ampliarsi nel 2006 in seguito alla morte del terrorista giordano. Dapprima sconosciuta e composta da poche dozzine di militanti non iracheni, l’organizzazione, quindi, si è progressivamente imposta all’attenzione generale creandosi una fama che ha varcato i confini dell’Iraq (dove dal 2004 era diventata nota come al Qaeda nella Terra dei due fiumi o al Qaeda in Iraq). La sua aggressività, unita all’efficienza operativa sul campo, ha attirato, infatti, l’attenzione dei servizi di intelligence internazionali.

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In seguito vennero fondati l’organizzazione Majlis Shura al Mujahedin e poi lo Stato Islamico in Iraq. Quest’ultimo rappresenta idealmente il diretto predecessore dell’Isis che, secondo il progetto originario, avrebbe dovuto estendersi sulla maggior parte dell’Iraq centro-occidentale. La realizzazione del piano politico-militare degli eredi politici di al Zarqawi, tuttavia, non è corrisposto del tutto alla sua versione sulla carta, essendosi scontrato con le resistenze dei leader delle tribù locali e con l’opposizione della popolazione nelle regioni irachene a maggioranza sunnita. Si è così aperto un periodo di crisi per l’organizzazione, che inizia nel 2006 (subito dopo l’uccisione di al Zarqawi), culminando nel 2010, con l’uccisione dei suoi uomini al vertice, Abu Ayyub al Masri e Abu Omar al Baghdadi, e con il conseguimento del potere da parte di Abu Bakr al Baghdadi. L’attuale Isis è stata in grado di sfruttare la progressiva frantumazione del campo iracheno, trovando nell’acuirsi della crisi siriana la via preferenziale per valicare i confini dell’Iraq. In questa prospettiva la filiazione locale di al Qaeda, Jabhat al Nusra, ha rappresentato un naturale alleato, con la quale tuttavia, i rapporti non sono mai riusciti a diventare idilliaci. In breve tempo, si arrivò allo scontro tra il leader di al Qaeda, al Zawahiri e Abu Bakr al Baghdadi. La capacità di unire i due “palcoscenici”, siriano e iracheno, ha consentito di fatto al secondo di rilanciare il suo progetto militare e geopolitico, proseguendo inesorabilmente fino alla proclamazione del califfato del 29 giugno scorso.

Con questo atto l’Isis ha definito il suo obiettivo nel lungo periodo, attribuendo al suo leader il duplice potere, sia temporale che spirituale, di comandante dell’umma (intesa sia quale comunità religiosa che come soggetto politico). Nel breve e medio periodo, al contrario, l’obiettivo dell’ Isis è consolidare il proprio potere nei territori conquistati. Anzitutto nella dimensione della violenza, attraverso una legittimazione sul piano militare simmetrico che aveva sempre fatto difetto ad al Qaeda, e – forse – in seguito attraverso l’acquisizione di una soggettività internazionale legata all’assunzione dei tratti essenziali di uno Stato. Nonostante molte azioni dell’Isis equivalgano per efferatezza a quelle del gruppo di Bin Laden e al Zawahiri e di altre organizzazioni della galassia del radicalismo islamico, a livello politico l’organizzazione di al Baghdadi ha compiuto un vero e proprio salto di qualità rispetto ai gruppi islamisti del passato. Si proverà, in questa sede, a individuare sinteticamente i principali elementi caratterizzanti dell’Isis, che stanno imprimendo uno spostamento dalla configurazione di organizzazione terroristica pura verso una condizione più vicina a quella della statualità (si tratta per il momento solo di alcuni tratti che indicano un semplice avvicinamento al modello statale, che apparendo in via di formazione è sottoposto a esiti assolutamente incerti):

  1. Territorio: l’Isis ha rapidamente imposto e poi ampliato un controllo politico effettivo su porzioni di territorio siriano e iracheno, stabilendo una condizione simile al monopolio della coercizione fisica (resta da verificare quanto “legittimo” secondo l’accezione weberiana). È la prima volta che un gruppo di terroristi si impadronisce di un’area progressivamente più ampia e dai confini delimitati. Anche la pulizia etnico-religiosa contro yazidi, curdi e cristiani sembra seguire – seppur realizzata con lo zelo proprio del fanatismo religioso – manifesta la volontà di creare una comunità politica omogenea ben definita sotto il profilo culturale. Le truppe dell’Isis, inoltre, hanno conquistato alcune città di importanza strategica – Raqqa (la “capitale”), Aleppo e Abu Kamal in Siria e Mosul, Ramadi e Falluja in Iraq – che permettono il controllo su infrastrutture, passaggi nevralgici lungo i corsi fluviali del Tigri e dell’Eufrate, pozzi petroliferi e raffinerie. In questi territori l’Isis non si sta comportando come un gruppo terroristico tradizionale, cercandovi rifugio o possibilità di razzia, ma sta imponendo una macchina amministrativa, una nuova legge e le tasse come un governo “normale”. Durante l’estate, il gruppo è penetrato più in profondità nel territorio siriano, riguadagnando una porzione di territorio che aveva perso a vantaggio di altre formazioni ribelli, mentre in quello iracheno avanza verso Baghdad. Più difficoltà, invece, sembra aver incontrato nel tentativo di controllare le zona di frontiera, come quelle tra l’Iraq e la Siria e, soprattutto, quelle con la Turchia, per cui la presa di Kobane rappresenta un upgrade strategico;
  2. Organizzazione: l’Isis si contraddistingue per la struttura articolata – che richiama per molti versi l’organizzazione di governo di uno Stato – al cui vertice figura l’autoproclamatosi califfo Abu Bakr al Baghdadi, coadiuvato da un gruppo di consiglieri personali. Lungo la linea di comando seguono due delegati, uno responsabile per la Siria – Abu Ali al Anbar – e l’altro per l’Iraq – Abu Muslim al Turkmani – ai cui ordini rispondono rispettivamente dodici governatori. Questo segmento di vertice forma una sorta di esecutivo noto come al Imara. Nella piramide del potere figurano poi una serie di “consigli locali”, incaricati di occuparsi nei loro territori di competenza dei settori chiave per la sopravvivenza dell’organizzazione (giuridico, finanziario, militare, intelligence, comunicazione, arruolamento). La struttura è stata rinforzata dal reclutamento tra le sue fila di una parte dell’apparato militare e amministrativo dell’ex regime di Saddam Hussein, facendo leva sull’identità sunnita che ne ha impedito ogni tipo di reintegrazione durante il governo “sciita” di Nuri al Maliki. Le milizie dell’Isis – che vanno assumendo sempre più le sembianze di un vero e proprio esercito – posso contare, inoltre, sui circa 11.000 volontari giunti dai Paesi a maggioranza islamica (tra cui spiccano i 3000 volontari dalla Tunisia, i 2500 dall’Arabia Saudita, i 1500 dal Marocco, ma con volontari provenienti anche da Turchia e Algeria), ma anche dagli Stati occidentali che ospitano le comunità islamiche più ampie (più di 900 volontari dalla Francia e più di 800 dalla Russia, ma alcune decine provengono anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Olanda e Kosovo);
  3. Economia: L’indotto generato dal commercio clandestino di petrolio e dall’attività delle raffinerie – le stime oscillano da uno a più di tre milioni di dollari al giorno – ha contribuito a trasformare l’Isis in uno dei gruppi terroristici con maggiori disponibilità economiche che la storia ricordi. L’organizzazione controlla molti dei pozzi petroliferi della Siria orientale e nell’Iraq centro-settentrionale. Nel mese di luglio, i miliziani hanno preso il controllo del più grande campo petrolifero siriano – Omar – che produce circa 30.000 barili al giorno e stanno concentrando la loro penetrazione militare in Iraq proprio nelle aree più ricche di risorse energetiche. Gli esperti stimano che i giacimenti di petrolio iracheni sotto controllo dell’Isis possono produrre dai 25.000 ai 40.000 barili di petrolio al giorno;
  4. Armamenti: Lo Stato Islamico ha rubato migliaia di armi e attrezzature da postazioni militari irachene ed è in possesso anche di carri armati e artiglieria pesante (come dimostrato anche dalle forze che hanno conquistato Kobane). Inoltre, ha intercettato forniture (inviate da governi stranieri) dirette verso altri gruppi ribelli siriani. Tra le armi ora in dotazione ai miliziani dell’Isis ci sarebbero anche fucili M16 e M4 che riportano la dicitura “Proprietà del Governo degli Stati Uniti” e che sono anche nelle mani delle forze sciite irregolari in Iraq (probabilmente fornite dagli Stati Uniti al nuovo esercito iracheno dopo la caduta del regime di Saddam Hussein). Non è da escludere, peraltro, che – non solo nelle fasi iniziali della guerra civile siriana – all’Isis siano arrivate direttamente forniture militari da alcuni Stati dell’area che hanno cercato di utilizzarla come strumento per far tramontare – o almeno a offuscare – la “mezzaluna sciita” disegnata dall’Iran su Siria, Iraq e Libano dopo il 2003.

Questi elementi contribuiscono a tracciare un profondo solco tra l’Isis e altre organizzazioni terroristiche che l’hanno preceduta, soprattutto tra quelle che hanno agito nella regione ribattezzata dall’intelligence statunitense “Grande Medio Oriente”. La stessa al Qaeda, che per anni ha costituito il gruppo islamista più temibile, non ha mai avuto il controllo diretto ed effettivo di un territorio, limitandosi ad influenzare – anche se in maniera significativa – le scelte del regime dei talebani in Afghanistan. Allo stesso modo la sua organizzazione, la sua capacità estrattiva di risorse economiche e la sua dotazione militare – sebbene realizzate su una scala maggiore rispetto al passato – restavano quelle di un’organizzazione terroristica.

Tali considerazioni, tuttavia, non possono far prevedere la trasformazione dell’Isis in un vero e proprio Stato, ma solo segnalare una tendenza geopolitica che sembra in atto e con cui – volenti o nolenti – gli Stati Uniti e i loro alleati dovranno fare i conti quanto meno nell’immediato futuro. Sull’evoluzione delle dinamiche in atto graveranno in misura determinante la capacità dell’Isis di rafforzare la sua legittimità tra la popolazione governata (se da una parte l’ha guadagnata con l’uso della violenza, dall’altra occorre notare che non ci sono stati esodi di popolazione sunnita dai territori conquistati), l’intensificazione degli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti in Siria e Iraq e sostenuti, boots on the ground, soprattutto dai peshmerga curdi, nonché la possibilità di un intervento militare della Turchia (alle condizioni espresse dal primo ministro Ahmet Davutoglu). La posizione dell’Isis, tuttavia, sta godendo dell’incapacità dell’Amministrazione Obama di sciogliere un dilemma geopolitico molto più complesso. Cercare l’appeasement con l’Iran – e quindi continuare con gli attacchi arei contro le postazioni dell’Isis, rinunciando al sostegno militare turco e all’abbattimento del regime di Assad – o riallinearsi con la Turchia e altri Paesi sunniti, tagliando così le radici all’Isis ma alzando la tensione sul capitolo del nucleare iraniano e affrontando un nuovo regime change in Siria?

La Geopolitica e le Relazioni Internazionali

La nascita dell’idea di nazione, l’affermazione dell’uguaglianza giuridica degli individui e la levée en masse prodotte dalla Rivoluzione francese hanno generato una profonda trasformazione della società politica, che si è tradotta nel graduale ampliamento dei soggetti coinvolti nella gestione della cosa pubblica e nell’attività di indirizzo delle decisioni politiche. Successivamente il sorgere degli Stati-nazione e lo scontro titanico della Prima guerra mondiale, hanno rappresentato un salto di qualità nella mobilitazione di uomini, nel ricorso alla propaganda e nell’utilizzo di risorse materiali. In altre parole si è venuto a concretizzare un progressivo dilatamento degli spazi di significato non solo della “politica”, ma anche delle questioni ricomprese nella categoria del “politico”.

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A differenza della politica interna, che già prima dell’irruzione delle masse sulla scena pubblica aveva costituto un oggetto privilegiato dell’analisi scientifica, la politica internazionale negli ambienti accademici risultava affrontata solo indirettamente e con un alto livello di astrazione quale oggetto degli studi di teoria politica, diritto internazionale e storia diplomatica. Sul perseguimento del cosiddetto “interesse nazionale”, riformulazione ottocentesca del concetto di “ragion di Stato”, gravava la tradizionale prospettiva per cui le scelte dei governanti nella sfera internazionale dovessero rimanere avvolte nella cortina di fumo degli arcana imperii. Di conseguenza il suo studio restava limitato alla ristretta cerchia dei cosiddetti “consiglieri del principe”, ossia i diplomatici e i componenti del governo. L’ampliamento degli effetti generati dalle scelte internazionali degli Stati sulla società civile, tuttavia, ha incentivato l’incremento dell’attenzione pubblica sulla politica internazionale e favorito il sorgere di un ambito disciplinare autonomo, seppur eterogeneo per i metodi utilizzati e per i settori disciplinari di provenienza dei suoi membri, incentrato sulla sua analisi.

A cavallo tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, l’incontro tra le diverse sensibilità della politologia, della storia e della geografia, unita alla volontà di definire e legittimare le strategie internazionali degli Stati, ha favorito l’affermazione della Geopolitica, un approccio scientifico che analizza la politica internazionale attraverso il suo rapporto con la dimensione spaziale. Sulla scorta dell’immagine hobbesiana del Leviatano, gli studiosi di Geopolitica hanno descritto lo Stato alla stregua di un “organismo vivente”, identificandolo con il corpo della nazione. Un’immagine sostenuta dalla crescente complessità dell’organizzazione statale, contraddistinta dalla specializzazione d

ei suoi enti e dal legame stabilito con gli attori economici nazionali. Non di rado questa prospettiva ha coinciso con la presentazione dello Stato quale un attore unitario e razionale e, di conseguenza, consapevole degli obiettivi da perseguire in un’arena internazionale popolata da unità simili.

Prendendo in considerazione il rapporto tra lo Stato, un’organizzazione animata dalla volontà di accumulare potere, e lo spazio, la dimensione dove prendono forma le dinamiche politiche, la Geopolitica è stata descritta come lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita. Nella prospettiva di Yves Lacoste, più incline a considerare quali strumenti di analisi non solo il potere di coercizionee gli attori statuali, ma anche il potere di persuasione e gli attori non statuali, la Geopolitica si profila come «l’individuazione e il confronto sistematico delle percezioni e dei convincimenti che ogni gruppo politico ha nei riguardi dello spazio, derivanti non da una valutazione razionale e oggettiva dei propri interessi, ma dai suoi valori e ideologie, dalla sua cultura e dalla sua esperienza storica». In una prima fase la Geopolitica ha conosciuto uno sviluppo parallelo nel Regno Unito, dove prendendo le mosse dallo studio dei fattori che avevano permesso l’affermazione dell’Impero britannico, ha contribuito alla formulazione di strategie volte a preservare il dominio inglese sui mari, e in Germania, dove è risultata funzionale a presentare in chiave deterministica prima il “destino imperiale” dell’Impero guglielmino e poi l’espansione verso il Grossraum (grande spazio) orientale del Terzo Reich. In questa prospettiva la Geopolitica è divenuta una rappresentazione che i soggetti politici, statali e non, hanno dei rapporti internazionali in funzione dei propri interessi, dei loro valori e della visione del loro futuro e di quello del mondo.

Solo qualche decennio dopo la diffusione delle prime teorie geopolitiche, nell’ambito della Scienza politica ha ottenuto autonomia scientifica lo studio delle Relazioni internazionali. Tale disciplina, secondo Carlo Maria Santoro, si prefigge lo scopo di studiare la politica internazionale intesa «come il complesso degli eventi politici che scaturiscono dall’interazione fra unità politiche all’interno del contesto internazionale». Il concetto-oggetto delle Relazioni internazionali non è la politica estera di uno Stato o la semplice sommatoria delle politiche estere di un certo numero di Stati, ma quello di “sistema internazionale”. Quest’ultimo, cui viene attribuita un’esistenza autonoma rispetto agli attori che lo compongono, deriva la sua eccezionalità dal principio regolatore anarchico che ne connota la struttura e la distingue dalla dimensione domestica, ordinata e gerarchica. L’anarchia internazionale, da intendersi come assenza di un’autorità deputata a garantire l’ordine nell’ambiente internazionale, determina una condizione di incertezza e insicurezza che influenza l’azione degli Stati imponendo loro l’obiettivo primario della sopravvivenza (Cesa, 2007, pp. 25-26). Dalla comune volontà di affrontare in maniera sistematica lo studio delle dinamiche collegate alla natura del sistema internazionale, alla sicurezza degli Stati e alla guerra, sono emerse due principali tradizioni di pensiero:

  1. Dopo la conclusione della guerra del 1914-1918 ha visto la luce la scuola “liberale”, chiamata anche “idealista”. I suoi principali esponenti sono stati Alfred Zimmerm, Philip Noel-Baker e David Davies, la cui riflessione partiva dalla constatazione che la portata distruttiva della guerra nell’età contemporanea ne aveva irrimediabilmente reso disfunzionale il ricorso. Non consideravano, inoltre, la condizione di anarchia e la conflittualità come connaturate ai rapporti internazionali, ma causate dalla miopia dei governanti e dall’egoismo degli Stati. L’idealismo si è così rivolto verso l’individuazione delle condizioni e delle procedure in grado di incrementare la cooperazione a scapito del conflitto, fornendo alla teoria kantiana della “pace perpetua” un  supporto empirico e scientifico. In tal senso sono state avanzate alcune proposte: la diffusione di principi etico-politici universali, l’influenza “pacifista” dell’opinione pubblica sui governi e, soprattutto, la creazione di organizzazioni internazionali. Quest’ultima idea ha trovato il suo più importante riscontro concreto nel progetto riformista del presidente americano Woodrow Wilson e nella fondazione della Società delle Nazioni. Negli anni successivi al 1945, nell’ambito di questa tradizione, si è sviluppata la corrente “funzionalista”, che ha rilanciato il dibattito sulla possibilità di una progressiva integrazione politica attraverso il moltiplicarsi di agenzie specializzate nella risoluzione di problemi concreti. Secondo autori come David Mitrany e Ernst Haas la funzione positiva svolta da queste agenzie avrebbe fatto guadagnare loro la lealtà delle popolazioni, segnando il tramonto dell’autorità statale e la nascita di un’organizzazione politica globale (M. Koenig-Archibugi, 2007, pp. 107-111).
  1. Il precipitare degli eventi politici nel corso degli anni Trenta e Quaranta, al contrario, ha favorito l’ascesa della scuola “realista”. Riformulando le idee di Tucidide, Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, il realismo ha denunciato il carattere prescrittivo delle posizioni idealiste, accusate di utopismo, e affermato l’immutabilità della natura anarchica della politica internazionale e l’importanza dell’analisi dei rapporti di forza tra le unità per una corretta comprensione delle dinamiche del sistema internazionale. Questa prospettiva ha negato l’efficacia dell’azione delle organizzazioni internazionali, confermata dal fallimento della Società delle Nazioni nel prevenire lo scoppio della Seconda guerra mondiale, e ribadito l’assoluta centralità dello Stato, considerato l’unico attore in grado di agire sia legittimamente, che effettivamente, nell’evento dirimente della vita internazionale: la guerra. Il realismo, i cui maggiori esponenti sono stati Edward Carr, Hans Morgenthau ed Henry Kissinger, si è così prefisso lo scopo di studiare la politica internazionale in funzione del comportamento concreto degli Stati e non in base a un loro comportamento auspicabile (Cesa, 2004, pp. 13-16). Nel secondo dopoguerra, parallelamente al realismo “ortodosso”, si è sviluppata la “scuola inglese”, che pur sottolineando le conseguenze di un ambiente anarchico sui rapporti di forza internazionali, ha enfatizzato la possibilità che la presenza di un’identità tra gli Stati possa portare al rispetto di alcune regole fondamentali e, quindi, all’attenuazione del grado di disordine internazionale. Sulla base di questo ragionamento Martin Wight e Hedley Bull hanno tracciato una distinzione tra una società internazionale, in cui gli Stati membri riconoscono il loro comune interesse nell’adeguarsi alle norme che hanno contribuito a istituire, e un sistema internazionale, dove gli Stati sono costretti a prendersi in considerazione solo in funzione di calcoli fondati sulla politica di potenza.

In Europa sia la Geopolitica, che le Relazioni internazionali hanno conosciuto un grande sviluppo nel corso della prima metà del Novecento, mentre la seconda metà del secolo ha rappresentato un momento critico, anche se in misura evidentemente diversa, per entrambe le discipline. In questa fase la Geopolitica ha subito una vera e propria damnatio memoriae, non solo perché associata ai progetti espansionistici della Germania nazionalsocialista, ma anche in quanto vittima della logica di proscrizione in cui sono incappate le narrazioni politiche diverse da quella dello scontro tra i due blocchi. Le Relazioni internazionali, dal canto loro, hanno risentito in un altro senso dell’assetto bipolare sorto dopo il 1945. Il primato di Washington sugli Stati alleati dell’Europa occidentale si è tradotto nell’affermazione delle università, delle riviste scientifiche e dei think tank americani quali motori del dibattito sulle Relazioni internazionali, tanto che questa è stata considerata alla stregua di una “scienza americana”. Ne è derivata la marginalizzazione di autori europei del calibro di Carl Schmitt e Raymond Aron, causata dalla loro distanza dai temi verso cui la comunità scientifica d’Oltreoceano ha orientato la sua attenzione. L’americano-centrismo, inoltre, ha sostenuto la fiducia nelle tesi relative al superamento dei principi “classici” sui cui è stata fondata la politica internazionale europea, sovranità e non ingerenza, ad opera di nuovi valori, norme e istituzioni (Colombo, 2007, pp. 33-35).

Già nel corso della fase conclusiva della Guerra fredda, tuttavia, si è verificata un’inversione di tendenza. Il profilarsi del tramonto delle ideologie, l’emergere di fratture etno-nazionalistiche e l’incrinarsi della compattezza del blocco socialista ha permesso lo sdoganamento pubblico della Geopolitica e il suo affrancamento dagli studi geografici in favore di un parziale assorbimento nel settore politologico. Le Relazioni internazionali negli Stati Uniti hanno confermato la loro importanza, grazie all’analisi sistemica dell’interazione tra struttura e unità politiche di Kenneth Waltz e alle riflessioni su hard power, soft power e smart power di Joseph Nye. Contemporaneamente il margine di manovra crescente ottenuto dagli Stati europei di fronte alla crisi del blocco comunista e gli scenari collegati all’evoluzione della Comunità economica europea in una vera e propria unione, hanno rilanciato l’interesse nei confronti della disciplina sul nostro continente e, soprattutto, in Italia. La fine del bipolarismo, l’euforia sulla globalizzazione degli anni Novanta e la fase di “crisi” seguita ai bombardamenti contro la Serbia nel 1999 e all’attentato dell’11 settembre 2001 hanno definitivamente consacrato questa tendenza (Bonanate, 2009, pp. 6-8). Si sono così imposti all’attenzione pubblica temi, che stanno per trasformarsi in classici, come il confronto tra la teoria della “fine della storia” di Francis Fukuyama e quella dello “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington, la contestazione della legittimità dell’Onu e del monopolio della violenza degli Stati (Colombo, 2006), l’inevitabilità dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa (Parsi, 2003), e ancora, la politicizzazione della religione e la sua influenza sulla condotta delle unità politiche.

Articolo tratta da: La geopolitica e le relazioni internazionali, in C. Mongardini (a cura di), Pensare la politica. Per un’analisi critica della politica contemporanea, Bulzoni, Roma, 2012, pp. 297-302.

Quale sarà il ruolo internazionale degli Stati Uniti? Dialogo con Alessandro Colombo

Gli Stati Uniti rappresentano ancora una “nazione indispensabile”? Nel suo discorso ai cadetti dell’accademia militare di West Point, Barack Obama ha parlato di due approcci che si scontrano sulle principali crisi internazionali in corso, la Siria e l’Ucraina. Se i realisti non credono che i loro effetti negativi si riverberino direttamente sugli americani, tanto da non far contemplare l’ipotesi di un’escalation militare, gli interventisti di destra e di sinistra denunciano come Washington le stia ignorando a suo rischio e pericolo. Secondo il presidente, invece, seppur l’isolazionismo non rappresenti un’opzione sul tavolo, non tutti i problemi richiedono una soluzione militare, né questa può costituire l’unico metro di misura della leadership americana nel mondo. Il ricorso alla forza è ritenuto plausibile dall’Amministrazione Obama solo nel caso in cui venga messo in discussione l’interesse nazionale, giustificando in questo caso anche politiche unilaterali. In assenza di una minaccia concreta agli interessi americani, viceversa, la soluzione militare dovrebbe essere legata ad una soglia di accesso più alta e prendere inderogabilmente forma in un contesto multilaterale, mentre nella fase precedente si dovrebbero prevedere una serie azioni collettive fondate sulla rinnovata mobilitazione degli alleati (pressioni diplomatiche, piani per lo sviluppo, sanzioni economiche, applicazione del diritto internazionale, isolamento politico).

Quale sarà il ruolo internazionale degli Stati Uniti?  Dialogo con Alessandro Colombo - Geopolitica.info

Il presidente, dunque, ha provato a fornire una risposta nuova a una domanda ricorrente dalla fine della Guerra fredda. Pur senza assumere una posizione netta rispetto alle principali tendenze tra cui tradizionalmente oscilla la politica estera americana – l’isolazionismo e l’interventismo – ha prestato il fianco alle critiche di quanti sospettano che, dietro la declamazione di proposizioni teoriche generali trasversalmente condivisibili, si celi la volontà di circoscrivere il raggio degli impegni degli Stati Uniti. Per avere una chiave di lettura coerente e originale sulla parabola della politica estera americana, la redazione di Geopolitica.info ha incontrato il Prof. Alessandro Colombo, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano.

Prof. Colombo, l’eventualità di una riduzione della proiezione internazionale degli Stati Uniti rappresenterebbe una posizione così eccentrica da far ipotizzare un declino della leadership conquistata con la sconfitta dell’Unione Sovietica o – senza evocare l’ormai lontana dottrina Monroe – trova precedenti anche in passaggi storici recenti, tanto da ridimensionarne la portata effettiva?

In effetti è possibile indicare almeno tre momenti nell’ultimo secolo in cui la cosiddetta “riluttanza” ha preso forma, assecondando una tendenza sempre presente tra i cittadini statunitensi: 1) al termine della Grande guerra, quando Washington preferì non invischiarsi nel gioco delle potenze europee; 2) dopo la Seconda guerra mondiale, quando solo a causa delle ferree logiche dell’emergente sistema bipolare la presidenza Truman scelse la via dell’impegno internazionale, nonostante le pressioni in senso contrario dell’opinione pubblica e di buona parte della classe politica; 3) alla conclusione della Guerra fredda, quando durante le presidenze Bush sr. e Clinton si parlava – sia nel mondo politico, che in quello accademico – della necessità di “incassare i dividendi della pace”, che altro non significava se non la volontà di ricollocare le risorse dei tax payers americani spese all’estero per soddisfare i bisogni crescenti all’interno dei confini nazionali. In questa fase, più rilevante ai fini del nostro ragionamento sulle scelte odierne di Washington, Bill Clinton sconfisse George H.W. Bush alle elezioni del novembre 1992 ribaltando, dal punto di vista teorico, la nomizzazione della guerra in Iraq. La sua risposta all’operazione desert storm condotta dall’antagonista nel 1991 fu la promessa di un domestic storm volto a risolvere anzitutto i problemi nazionali. Allo stesso modo George Bush jr. vinse le presidenziali del 2000 al termine di una campagna caratterizzata dalla promessa di una rinnovata attenzione per la sfera domestica, denunciando come il Paese avesse passato gli anni Novanta alle prese con le crisi esplose in Europa a causa del crollo dei regimi comunisti.

La tendenza alla “riluttanza” – che appare ricorrente anche nei discorsi di Obama – sembra essere compensata, tuttavia, dalla percezione della necessità dell’impegno internazionale americano.

Anche in questo caso nessuna novità. La politica estera americana, a differenza di quanto accade in Europa, ha sempre associato la riluttanza a uno spiccato senso di missione. Se gli europei parlano di obiettivi e interesse nazionale, gli americani parlano della missione che sono chiamati a svolgere nel mondo. Tale impostazione deriva da un’insoddisfazione politica originaria, espressa già dai padri fondatori e poi ripresa da Woodrow Wilson e da Franklin Delano Roosevelt, per cui gli Stati Uniti si presentano come una potenza estranea alle regole della politica internazionale classica. Il termine “nuovo mondo”, d’altronde, non può essere circoscritto alla sua accezione geografica, ma sta a indicare anche un luogo dove la gestione del potere può realizzarsi sotto forme “nuove”. In tal senso si può affermare che la politica americana presenta uno spiccato potenziale “rivoluzionario” – al punto che dopo il 1918 trovò numerosi punti di contatto con la visione di Lenin e Lev Trockij – tanto da scontrarsi con i principi giuridici e la logica di potenza della politica internazionale europea. In questa prospettiva i neoconservatori sostenevano – e sostengono tuttora – che già all’indomani del crollo dell’Urss fosse arrivato il momento di abbattere il vecchio sistema internazionale, popolato da Stati che ne guidano le dinamiche all’interno dei confini opachi della realpolitik. Dopo la fine della Guerra fredda la vocazione “rivoluzionaria” statunitense ha conosciuto una spinta propulsiva, traducendosi in una ricerca di cambiamento più profondo rispetto ai semplici assetti di potere. Su questo percorso il primo passo da compiere è stato individuato nel tentativo di disfarsi dell’architettura politico-giuridica westfaliana per sostituirle una comunità internazionale più virtuosa, dove l’architrave della sovranità sarebbe stata rimpiazzata con quella dell’ingerenza. Alla trasformazione dei rapporti tra gli Stati, sarebbe dovuta corrispondere la concomitante trasformazione degli Stati stessi, in quanto l’ordine internazionale veniva fatto dipendere dall’ordine interno – democratico – delle unità del sistema internazionale. Questa è stata la fonte d’ispirazione della politica estera americana almeno dal 1992 al 2006, che però ha subito una dura battuta d’arresto con l’impasse politico-militare nei teatri afgano e iracheno.

L’arrivo alla Casa Bianca di Obama è stato caratterizzato dalla continuità o dalla discontinuità rispetto a questa tradizione politica?

Il successore di Bush jr. è rimasto sul crinale. Per arrivare alla presidenza aveva assecondato le tendenze “isolazioniste” dell’opinione pubblica (smantellare politica estera di Bush e porre fine alla saga della guerra al terrore). È stato eletto, infatti, anche per svolgere il compito di “curatore testamentario” della politica estera americana degli anni Duemila, come confermato dalla National Security Strategy del 2010 dove viene tracciato un bilancio conclusivo e fallimentare del decennio precedente. Non appena eletto, tuttavia, si è visto costretto a confermare lo status dell’America di “Paese in guerra”, salvo poi aggiungere che non si trattava della guerra globale al terrore combattuta dal suo predecessore. Questa, infatti, era fondata su due concetti politicamente evanescenti come il terrore (che ha fatto confondere l’Iraq con Al Qaeda) e il terrorismo (che è un metodo di lotta e non un soggetto politico), mentre il nuovo presidente ha chiarito che la guerra realmente in corso era contro un attore ben definito come Al Qaeda. Grazie anche alla scomparsa di scena di Osama Bin Laden, peraltro, questa non avrebbe costituito né l’unico, né il più importante capitolo della politica estera americana. Ciò nonostante l’Amministrazione Obama non è riuscita a elaborare il nuovo paradigma orientativo per la politica estera americana. Pur riconoscendo la crisi in atto, infatti, non ha elaborato una soluzione da perseguire coerentemente e si è mostrato incerto sia sull’edificazione di un nuovo impianto politico generale, che sulle singole questioni contingenti. Le conferme più preoccupanti di questo tentennamento sono arrivate dalla marginalità americana nelle primavere arabe, dall’indecisione sul comportamento da tenere in Siria e Ucraina e dall’assenza di un criterio saldo cui ispirarsi nei rapporti con la Russia.

La prolungata assenza di una grand strategy, ossia di una cornice all’interno della quale prendere le decisioni sulle singole issue internazionali, sta alimentando un dibattito sulle scelte future di Washington?

La definizione dell’architettura della politica estera di un Paese implica la riflessione su alcune domande: Che cosa fare? Con quale raggio d’azione? Con quali mezzi? Il minimo comun denominatore tra quanti partecipano al dibattito è la volontà di preservare la leadership globale, che passa per il ribadimento del primato americano sia nella dimensione dell’hard power che in quella del soft power. Anche nel discorso di West Point, nonostante sia emerso un certo “panico cognitivo”, è apparsa chiara la volontà di preservare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. In tale prospettiva una superpotenza deve cercare di controllare il suo ambiente esterno, modellando il sistema internazionale. Washington, da un lato, deve continuare a sostenere un’economia mondiale libera e aperta (già nel XIX la politica estera americana era orientata dal principio della “porta aperta”), dall’altro deve evitare che emerga un peer competitor che prenda il posto occupato dall’Urss durante la Guerra fredda. O meglio, vista la progressiva “regionalizzazione” del sistema internazionale, deve scongiurare l’affermazione di grandi potenze ostili in alcune aree regionali vitali per gli interessi americani, replicando così su scala globale la strategia della Gran Bretagna in Europa tra il XIX secolo e l’inizio del XX. Gli Stati Uniti agiscono in un mondo profondamento post-novecentesco, le cui crisi sono penetrate dall’esterno solo dagli attori regionali, mentre le altre grandi potenze restano al di fuori dei giochi. Basti pensare all’assenza di un qualsiasi ruolo di Cina, India o Brasile nelle crisi in Siria, Iraq o Ucraina.

Fin qui i punti di contatto, ma quali sono le differenze tra le prospettive concorrenti?

Le differenze iniziano, anzitutto, con la definizione delle aree di interesse prioritario, che rappresentato una delle più evidenti linee di discontinuità tra i presidenti che si sono succeduti dagli anni Novanta ad oggi. L’America di Clinton ha continuato a concentrare la sua attenzione sull’Europa, che, dopo essere stata il perno della Guerra fredda, stava conoscendo sul suo territorio le più gravi crisi di assestamento legate alla trasformazione sistemica. L’America di Bush già prima dell’11/9, avendo compreso che la fase in cui l’Europa aveva costituito il baricentro della politica estera americana si era esaurita, spostò gli interessi strategici americani in un’area ricompresa tra il Medio Oriente e l’Asia-Pacifico. Obama, dal canto suo, ha disatteso la speranza degli europei che Washington sarebbe tornata ad occuparsi del “vecchio continente” (per cui gli era stato assegnato il premio Nobel “preventivo” per la pace), sviluppando la sua politica estera – almeno in linea teorica – principalmente intorno al concetto del pivot to Asia.

E per quanto riguarda la strategia da seguire?

Esistono due principali alternative su cosa fare. La prima è quella del deep engagement, che lega la preservazione del primato americano alla scelta di Washington di continuare ad assumersi gli oneri della stabilità in tutte le regioni. Secondo tale impostazione per restare leader bisogna, sostanzialmente, esercitare la leadership (ossia, come ha detto Madeleine Albright, dimostrare agli altri Stati di essere una “nazione necessaria”). Continuare a essere “ingaggiati” per gli Stati Uniti significa, anzitutto, conservare sia il network dei rapporti coltivati sul campo, che le istituzioni internazionali costruite durante la seconda metà del Novecento e informate dai valori americani. In secondo luogo l’ingaggio aumenta la capacità negoziale americana, che assicura alla superpotenza il ruolo di mediatore – ma anche di arbitro – di ogni conflitto. La presenza, infine, impedisce agli alleati di commettere errori, in quanto Washington si assume responsabilità cui gli altri non saprebbero far fronte e svolge una funzione di deterrenza rispetto alle azioni dei nemici. L’alternativa è l’opzione del retrenchment o selective engagement, per cui la leadership può essere conservata solo impegnando forze nelle regioni core per gli interessi americani. L’ingaggio “selettivo” serve non solo ad evitare le disfunzioni provocate dall’insostenibilità economica, diplomatica e militare del deep engagement, ma anche a migliorare il soft power degli Stati Uniti, la cui immagine in passato è stata danneggiata da una presenza eccessiva e non di rado confusa con l’arroganza. Questa soluzione, inoltre, evita il circolo vizioso dello “sfruttamento del forte da parte dei deboli”, in quanto impedisce agli alleati di esternalizzare la loro sicurezza alla superpotenza e a questa di trovarsi intrappolata in conflitti che non la interessano direttamente.

Rispetto a quanto detto, quale soluzione è stata adottata dall’Amministrazione Obama?

Nonostante siamo quasi al giro di boa del secondo mandato, Obama sembra ancora indeciso se propendere per il deep o per il selective engagement. Più definito, invece, è il modello cui si è ispirato nei rapporti con alleati e avversari. Con i primi sembra aver accantonato l’unilateralismo di Bush jr. per ritornare alle scelte multilaterali di Clinton, mentre con i secondi ha sviluppato la strategic reassurance, tentando di ricondurre i competitori strategici alla posizione di partner strategici e cercando di evitare che possibili interlocutori si trasformassero in veri e propri avversari. Tra le criticità emerse sinora occorre ricordare il cattivo funzionamento del disimpegno dall’Iraq e i peggioramenti nei rapporti con la Cina e la Russia nonostante la strategic reassurance (l’Iran costituirà un ultimo banco di prova sia per questa scelta, che per far raggiungere all’Amministrazione un risultato importante in otto anni insieme all’uccisione di Osama Bin Laden). Non si possono dimenticare, infine, due enormi problemi che stanno affiorando a causa del pivot to Asia: questa scelta da un lato è stata vissuta dagli alleati europei e medio-orientali come un vero e proprio abbandono, che ha innescato la lotta per l’egemonia regionale, dall’altro è stata avvertita dalla Cina come una politica ostile e in contraddizione con la strategic reassurance (per una dinamica uguale e contraria ogni volta che gli Stati Uniti rilanciano i rapporti con la Cina spaventano contestualmente i propri alleati).

Per concludere, quindi, gli Stati Uniti sono effettivamente una superpotenza in declino?

Se guardiamo alla distribuzione internazionale del potere non è possibile parlare di un collasso degli Stati Uniti (come avvenuto all’Urss negli anni Ottanta) e anche in relazione ad altre epoche – ad esempio gli anni Settanta – l’estensione della potenza americana non sembra indietreggiare in misura preoccupante. Il declino, tuttavia, prende forma nella diminuzione di disponibilità americana nell’impiego del proprio potere. L’egemonia, infatti, non ne richiede il semplice possesso, ma anche la volontà di utilizzarlo. Sotto la pressione di militari, opinione pubblica e commentatori, l’Amministrazione Obama pur restando conscia di detenere un grande potere sembra sospettare che il modo migliore per conservarlo sia quello non usarlo troppo. Si è così verificata la perdita di fiducia nella capacità di impiegare efficacemente l’hard power, che ha inciso negativamente anche sul soft power americano. Se Bush era convinto di riuscire a trasformare il potere in influenza, Obama sembra temere che il potere si possa trasformare in una trappola.