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Il codice geopolitico italiano

Spazio e percezione dello spazio. Storie e identità plasmate in secoli di relazioni, alleanze e guerre, ecco, in poche parole cos’è un “codice geopolitico”; un concetto tanto sconosciuto quanto basilare nella comprensione e nell’analisi delle relazioni internazionali.

Il codice geopolitico italiano - Geopolitica.info Legenda: ⦁ Nei quadrati rossi le macro aree di interesse geopolitico ⦁ Contrassegnate con una stella i vecchi domini coloniali ⦁ Fumetti: le maggiori comunità italiane fuori dal territorio europeo ⦁ Con le frecce vengono contrassegnati i più eclatanti esempi di controtendenza politica rispetto al resto del blocco occidentale.

Per dirla con parole più accademiche, possiamo riferirci a Colin Flint, il quale definisce il codice geopolitico sic et simpliciter come “il modo in cui un Paese si orienta nel mondo”. Lo stesso autore operazionalizza il concetto suddividendolo in 5 considerazioni:

⦁ Chi sono i nostri attuali e potenziali alleati
⦁ Chi sono i nostri attuali e potenziali nemici
⦁ Come possiamo mantenere i nostri alleati e promuovere potenziali alleanze future
⦁ Come possiamo contrastare i nostri attuali nemici ed isolare le minacce
⦁ Come giustifichiamo le quattro considerazioni precedenti al nostro pubblico e alla comunità mondiale

Lo studioso russo Igor Okunev, si sofferma nel sottolineare due ulteriori variabili del codice in oggetto: la scala e l’orientamento. Evidentemente va quindi analizzato – oltre al posizionamento geografico del Paese – anche ciò che considera essere il suo raggio d’azione e di influenza oltre che la sua appartenenza ad eventuali blocchi geopolitici. Lo stesso Okunev sottolinea come nell’attuale contesto storico, figlio del crollo dell’Unione Sovietica e della fine della Guerra Fredda, i codici geopolitici sono via via diventati meno stabili. La fine dell’ottica bipolare nell’arena internazionale ha infatti favorito in questo modo la creazione di coalizioni ad hoc a seconda dei diversi scenari di crisi internazionale.

Molte sono state le applicazioni del codice geopolitico per capire come un Paese si vede nel contesto globale e in quale atteggiamento si pone, politicamente parlando, verso le diverse sfide che il presente offre. Quasi sempre i casi studiati sono quelli delle grandi potenze mondiali. Esempi immediati di codici geopolitici sono diversi: la politica del Declino del Regno Unito nella prima metà del secolo scorso, la Greandeur francese, la War on Terrorism degli Stati Uniti a partire dagli anni duemila o l’eurasiatismo nella Russia di Putin.
Probabilmente per la sua minore rilevanza sul piano internazionale, il codice geopolitico italiano non è mai stato fatto oggetto di approfondita analisi sebbene la storia, la cultura e le identità del nostro Paese sono così varie e così connesse da formare un mosaico che interagisce in maniera peculiare con la posizione geografica della penisola. Tutto ciò ha portato senza dubbio alla creazione di un codice italiano dal quale l’analista geopolitico non può prescindere onde poter meglio leggere e interpretare gli eventi e le prese di posizione assunte dall’Italia in tema di politica internazionale. Questo breve articolo si propone quindi di offrire un input al suo studio, senza particolari pretese di esaustività.

Come si percepisce quindi l’Italia nel mondo e come orienta il suo processo di decision-making nell’arena globale?
E’ utile a questo proposito partire da fatti che potremmo definire più che altro storici dovendo necessariamente il codice geopolitico affondare le sue radici nella storia del Paese in esame. Non avendo la volontà in questa sede di fare un elenco dettagliato dei maggiori eventi vissuti in questo stivale d’Europa, è tuttavia possibile isolarne alcuni di maggior rilievo che hanno lasciato un’impronta nelle attitudini geopolitiche del Paese: i fenomeni migratori che seguirono l’unità d’Italia, rivolti verso nazioni maggiormente sviluppate e particolarmente nelle Americhe; le politiche di potenza che da dopo l’unità fino alla caduta del fascismo porteranno l’Italia ad avere dei domini in Cirenaica, Tripolitania e nel Corno d’Africa; la fine del secondo conflitto mondiale con la sua eredità di orrori e tragedie che porterà la nuova classe dirigente italiana ad allinearsi in maniera decisa con il nascente blocco occidentale, sia in funzione esterna onde garantirsi una copertura in termini militari ed economici, sia in funzione interna per isolare la minaccia comunista, particolarmente forte in Italia come in Francia. Essendo passati oltre settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e ventisei anni dalla fine della Guerra Fredda, l’Italia si presenta oggi come una nazione chiave nel quadro geostrategico occidentale e la percezione geopolitica che ha di se stessa pare andare esattamente in questa direzione. Per avere conferma di ciò, si può fare riferimento al cosiddetto Libro Bianco, concernente tematiche di sicurezza internazionale e difesa, emanato nel 2015 dal Ministero della Difesa. Da questo documento si evince chiaramente come la visione sia incentrata su due perni geografici fondamentali: la dimensione Euro-Atlantica, vista non soltanto nella sua spazialità pura e semplice ma come spazio politico di condivisione di determinati valori quali libertà, pace, benessere e sviluppo. Vi si ravvisa inoltre la convinta adesione alla NATO e all’Unione Europea, due blocchi che costituiscono in effetti i due “polmoni” della regione in esame, la quale viene definita “fulcro degli interessi nazionali”. E’ facilmente possibile capire perchè l’Italia si percepisca in questo modo: uscita sconfitta, divisa e distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha voluto mostrare il suo impegno nei processi di integrazione internazionale: risulta infatti essere sia tra in membri fondatori della NATO, sia tra i membri fondatori dell’allora CECA, antesignana della nostra Unione Europea. L’Italia resta tutt’ora un Paese fortemente europeista: se si tiene in considerazione l’euroscetticismo solo come una corrente di protesta e non di abbandono dell’UE, si vedrà come l’opzione di “exit” viene promossa tra i partiti maggiori esclusivamente dalla Lega Nord, mentre gli altri restano chi più chi meno convinti che un’Italia senza Europa non abbia futuro. Anche per quanto concerne la NATO, nessun partito che abbia rappresentanza parlamentare propone ufficialmente un’uscita dall’Alleanza Atlantica. L’Italia si percepisce dunque come uno dei cardini per l’integrazione e la sicurezza nella regione, una percezione resa più concreta anche dalla presenza di 59 basi militari americane sul suolo nazionale.
Non solo la regione Euro-Atlantica viene presa in esame dal Libro Bianco, ma altresì quella Euro-Mediterranea. Definita come la principale area di intervento nazionale, questa viene suddivisa in questo documento in cinque zone: i Paesi UE, l’area balcanica, il Mar Nero e il Maghreb. L’Italia da grande importanza al bacino Mediterraneo: da qui provengono diverse minacce alla sicurezza del Paese. Non essendo possibile stabilire un sistema di sicurezza regionale, l’Italia punta a una stabilizzazione dell’area, per quanto nelle sue possibilità. Il Libro Bianco lascia inoltre intendere la volontà italiana di poter diventare Nazione leader in certe operazioni internazionali che si svolgono nella regione mediterranea, soprattutto nelle areee dove la conoscenza diretta è maggiore sia per ragioni storiche che culturali. Le ex colonie, seppur non nominate, risultano quindi essere di particolare interesse regionale per il prestigio del nostro Paese. In questa ottica possono essere lette diverse mosse, non sempre azzeccate, che l’Italia ha fatto sullo scacchiere Euro-Mediterraneo: partendo da una ex-colonia come la Libia, il quanto meno imprudente regime change del 2011 ha poi portato l’Italia a farsi promotore di un Governo di Unità Nazionale guidato da Al Serraj, con il quale sta cercando di stipulare nuovi accordi per frenare i continui flussi migratori sulle nostre coste. Né la morte di Gheddafi, né il nuovo governo pare comunque che abbiano soddisfatto quelle aspettative di stabilità citate in precedenza. Un caso di migliore riuscita di forte presenza italiana in operazioni internazionali nel bacino mediterraneo, è senza dubbio l’operazione UNIFIL in Libano, guidata per sette anni su dieci da un generale italiano. La storica amicizia con il mondo arabo è l’ultimo dettaglio rilevante da presentare: una “diplomazia dell’amicizia”, come viene definita da Matteo Pizzogallo (2015), che ha portato il nostro Paese a essere percepito come un affidabile punto di riferimento da parte di diversi Paesi arabi e dei loro leader. La crisi di Sigonella può essere presa ad archetipo.

Cercando di tirare delle conclusioni coerenti e sintetiche, l’Italia ha una percezione di se stessa come pilastro affidabile del mondo occidentale, membro fedele della NATO e dell’Unione Europea. La dimensione Atlantica e il suo legame con le Americhe non deriva soltanto da un legame militare e da esigenze di sicurezza: le tre maggiori comunità di italiani all’estero (se consideriamo quelle fuori dall’Europa) sono residenti negli USA, in Brasile e in Argentina. Centinaia di migliaia di persone con doppio passaporto o con la solo cittadinanza italiana che d’altronde non rappresentano che una goccia delle decine di milioni di italoamericani presenti oltreoceano. Nell’area Atlantica abbiamo quindi un legame umano, culturale e politico forte, dal quale difficilmente si può prescindere. Nella sfera di influenza Mediterranea, il nostro Paese è consapevole della sua storia di vecchia potenza coloniale nel bacino del Mare Nostrum e cerca di promuoverne la stabilità regionale.
Un pilastro affidabile, un Paese tanto Euro-Atlantico quanto Euro-Mediterraneo, ma con ulteriori peculiarità: da sottolineare come comunemente la classe dirigente italiana e il comune sentire non entri quasi mai nella retorica del nemico. Al di là della spesso citata e comprensibile minaccia terroristica, giustamente temuta ai fini della sicurezza internazionale, l’Italia rifiuta di etichettare in maniera più o meno velata altre nazioni come nemici. La ricerca del dialogo e la diplomazia dell’amicizia sono senza dubbio il terzo tratto saliente del codice geopolitico italiano: vicinanza e amicizia con il mondo arabo, ma si potrebbero citare anche la forte opposizione italiana in sede comunitaria al rinnovo della sanzioni contro la Federazione Russa o la ricerca di buoni accordi commerciali con l’Iran, che hanno portato Renzi a Teheran quale prima visita ufficiale di un leader occidentale dall’entrata in vigore dell’Iran Deal.

Pilastro d’Occidente, con un favorevole posizionamento geostrategico e con interessi prevalentemente regionali ma privo di nemici giurati e in dialogo anche con gli outsider. Questo sembra essere in poche parole la percezione che l’Italia ha di se stessa nell’arena globale, questo è il codice geopolitico attraverso il quale legge la sua realtà.

VIDEO – Perchè studiare la geopolitica?

“Perché studiare la geopolitica oggi?” Risponde Franco Salvatori, ordinario di Geografia all’Università di Roma “Tor Vergata” e presidente emerito della Società Geografica Italiana, che ha partecipato alla tavola rotonda di apertura della nostra Winter School.

VIDEO – Perchè studiare la geopolitica? - Geopolitica.info
Geopolitica degli Stati Uniti di Donald Trump

Quanto cambia la geopolitica americana con l’ingresso del nuovo inquilino alla Casa Bianca?

Geopolitica degli Stati Uniti di Donald Trump - Geopolitica.info

Sin dal secondo dopoguerra, pur nell’alternarsi di amministrazioni repubblicane e democratiche, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo centrale nella creazione delle strutture portanti della vita politica internazionale. Le scelte dei prossimi mesi saranno foriere di implicazioni cruciali per numerosi capitoli al centro dell’agenda globale. Pertanto, la preoccupazione dilagante è che, con l’arrivo di “The Donald”, prenda forma una sorta di rivoluzione nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo e, quindi, muti radicalmente l’approccio strategico della superpotenza. I dubbi principali, sollevati in campagna elettorale, riguardano soprattutto la continuità degli impegni su questioni molto sensibili, come l’accordo nucleare con l’Iran (JCPOA), l’accordo di Parigi sulla limitazione di emissioni di anidride carbonica, la NATO e il NAFTA. A confermare i timori è sopraggiunta la firma per l’uscita dall’accordo commerciale TTP. Ma è davvero così? Per il momento qualsiasi previsione lascia il tempo che trova e presta facilmente il fianco a inesorabili smentite. Tutti gli osservatori più qualificati, compresi i think-tank specializzati, condividono tale incertezza.

Mai come nel caso di Trump, tuttavia, la cautela è d’obbligo. Sia perché tutti i nuovi presidenti, non appena messo piede nello studio ovale, si sono contraddistinti per un divario – talvolta notevole – tra quanto promesso in campagna elettorale e le loro effettive politiche, sia perché rispetto ai suoi predecessori il vincitore della tornata 2016 ha prodotto un programma più “leggero”sulla politica estera, preferendo orientare la campagna sul “fronte” domestico. Le sue idee in merito, quindi, sono più difficili da decifrare, visto anche che finoraha espresso dichiarazioni di orientamento più che proposte politiche ben definite. Anche se Trump confermasse davvero un approccio “rivoluzionario” alla politica estera americana, inoltre, bisogna preliminarmente ricordare un dato con cui dovrà confrontarsi. Un presidente da solo non è in grado di generare cambiamenti politici epocali. Soprattutto se si trova alla guida di una superpotenza e se quest’ultima è la più grande democrazia del mondo, dove vige il più efficace sistema di checks and balances del potere politico. Ancor più difficile appare tale impresa in quanto non solo il suo partito nominale che controlla il Congresso, ma anche alcuni dei ministri da lui designati – come il segretario alla Difesa James Mattis (gia’ confermato al Senato) – hanno posizioni diverse o assai più sfumate rispetto alle sue su alcuni capitoli cruciali della politica internazionale (NATO, Russia, Iran, conflitto israelo-palestinese).

 

Le correnti interne all’Amministrazione Trump

 Ne consegue che, al momento, l’unica chiave di lettura sulla futura politica estera americana può ricavarsi soltanto da un’attenta analisi delle nomine di Trump nei settori della politica estera e della sicurezza nazionale (tenendo presente che numerosi posti chiave, di livello immediatamente inferiore a quello di governo, sono ancora in attesa di nomina). Una pletora di commentatori si è già cimentata in questo esercizio. Particolarmente convincente tuttaviaè l’analisi del Brookings Institutions (Thomas Wright, Trump’s Team of Rivals, Riven by Distrust, 15 dicembre 2016, di cui riportiamo di seguito i punti salienti e che era uscita in origine su Foreign Policy). Secondo il Brookings per sapere qualcosa in più della futura politica estera americana è necessario tenere conto delle tre “correnti” di pensiero in materia di sicurezza nazionale che emergono dalle recenti nomine.

Si può descrivere la prima corrente come“America Firsters”, composta da quanti sottoscrivono la strategia secondo la quale tutto può divenire materia di negoziato, compresi i trattati già in essere oppure la tradizionale diplomazia della cosiddetta “One China Policy” (pilastro della politica estera degli ultimi cinquanta anni nel quadrante Asia-Pacifico). In tale visione, la messa in discussione degli impegni diplomatici e commerciali già assunti servirebbe a ottenere nuove e più vantaggiose concessioni in favore degli Stati Uniti. Benché questo approccio trasformerebbe la politica esteraamericana in una sorta di deal making, la schiera degli adepti di questa corrente è assai scarsa. Se si ha cura di distinguerne i “puri” dai semplici protezionisti in materia di commercio internazionale come Wilbur Ross, nominato Segretario al Commerce Department, forse si arriva a contare solo Steve Bannon, controverso chief strategist in pectore della Casa Bianca. Non occorre neanche ricordare che la stragrande maggioranza del Partito Repubblicano è contrario a questo approccio, che avrebbe vita dura a trasformarsi in politiche concrete presso il Congresso.

La seconda corrente è quella dei “religious warriors”. Se è vero che i due pilastri della politica estera repubblicana dopo il 9/11 sono stati la lotta contro l’islamismo fondamentalista e il mantenimento della leadership americana,è anche indubbio che da tempo tale secondo pilastro sia divenuto in qualche modo prioritario a causa della necessità di contenere le nuove ambizioni russe e cinesi. Tuttavia c’è chi non ha mai condiviso questo mutamento di priorità, ritenendo la lotta al fondamentalismo islamico un motivo assolutamente prevalente. Questa linea di pensiero, oltre ad essere sicuramente condivisa da gran parte dell’elettorato repubblicano del 2016, può riconoscersi nel percorso di Michael Flynn, neo-nominato alla cruciale posizione di National Security Advisor (l’importanza di questa carica nell’architettura istituzionale del potere esecutivo statunitense non è sempre adeguatamente compresa all’estero). Insieme a Flynn, altri hard liners della guerra al fondamentalismo– come il semi-sconosciuto ma potenzialmente influente Walid Phares, veterano della milizia cristiana in Libano, oppure Michael Ledeen, coautore del controverso libro di Flynn The Field of Fight– sono stati inclusi nella lista dei possibili advisors di politica estera. Questo gruppo considererebbe Trump come il presidente ideale per intensificare la guerra al terrorismo, pur non condividendone del tutto le tentazioni “America First”, specialmente quelle che minacciano lo status quo delle alleanze in Europa e Asia.

Le idee di entrambe le fazioni, secondo Brookings, restano solo abbozzate e non riflettono una vera e propria scuola di pensiero. Trump stesso, con le sue tentazioni isolazioniste, potrebbe temere di rimanere incastrato dai “warriors” in una nuova indesiderata guerra in Medio Oriente e questi ultimi, dal canto loro, potrebbero temere che le aperture alla Russia si traducano a vantaggio dell’Iran e di un disimpegno nella regione. Tale preoccupazione è per qualche verso fondata e sottolinea a nostro parere un’altra – per ora incomprensibile – contraddizione nelle posizioni di Trump: come conciliare un possibile appeasament con Putin con l’attacco anti-iraniano al patto di moratoria nucleare concluso da Obama nel 2015? L’Iran rimane comunque un delicatissimo punto chiave, in quanto la vera frattura che attraversa trasversalmente sia l’establishment politico che quello della sicurezza nazionale è quella fra i falchi anti-iraniani e coloro che ritengono che sia, invece, l’estremismo sunnita di marca wahabita (e quindi saudita) il vero nemico. Altro problema, sottolineato anche da Brookings, è lo scarso numero di esperti di politica estera sia fra i “Firsters” che fra i “Warriors”.

La terza corrente, infine, è quella dei “tradizionalisti” dell’establishment repubblicano. Costoro, di gran lunga più numerosi, hanno il vantaggio di condividere l’impostazione storicamente bipartisan del consenso sulle grandi scelte di sostegno agli equilibri dell’egemonia americana dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. In questo gruppo, pur emergendo posizioni a volte assai diversificate (falchi anti-cinesi vs. falchi anti-russi, unilateralisti vs. multilateralisti, ecc.), troviamo non solo le “star’ come Mitt Romney, James Mattis, Richard Haas, Mike Rogers (al vertice della NSA), Stephen Hadley, Janet Napolitano, Mike Pompeo (nominato da Trump come direttore della CIA), ma anche, a un livello immediatamente inferiore, quasi tutti coloro che hanno le qualifiche necessarie per poter riempire i ranghi di un’Amministrazione degna di questo nome. La sfida degli esponenti del terzo gruppo è quella di far rientrare le istanze di politica estera nel sicuro alveo della conservazione del sistema delle alleanze e della presenza militare globale della superpotenza.

È rilevante la notazione di Brookings secondo cui, se le cose stanno così, non solo le tre correnti sono reciprocamente sospettose e potenzialmente in conflitto, ma anche che ciascuna potrebbe giocare la partita delle decisione finali in contrapposizione o in alleanza con una delle altre di volta in volta. Si profila, pertanto, un equilibrio delicatissimo. Ciò spiegherebbe una serie di passaggi sulle nomine, nel periodo della transizione, a prima vista oscuri. Ecco Flynn obiettare alla designazione di Mattis, suo superiore di grado militare, ma incontrare l’irremovibilità di Trump sulla scelta del vertice del Pentagono. Talenomina, tuttavia, ha segnato la fine della candidatura Romney alla Segreteria di Stato (con la quale l’asse dei tradizionalisti sarebbe risultato imbattibile). Ecco, dunque, affacciarsi, per poi prevalere, Rex Tillerson, un pragmatico “deal-maker” dagli ottimi rapporti internazionali, ma anche un probabile tradizionalista, che ha riscosso l’appoggio di pesi massimi come l’ex segretario di Stato James Baker, l’ex segretario alla Difesa Robert Gates, l’eminenza grigia della sicurezza nazionale Stephen Hadley e l’ex segretario di Stato Condolezza Rice. Rappresenta, in altre parole, un compromesso ideale agli occhi di Trump tra “America First” e apparato, sebbene la sua immagine del mondo restiun’incognita per il grande pubblico. James Mattis, dal canto suo, è stato dipinto come uno storico “falco” anti-iraniano (vedi Mark Perry, James Mattis’ 33-Year Grudge Against Iran, su Politico del 4 dicembre 2016). “Mad Dog Jim”, inoltre, è la quintessenza dello stile e dello spirito del corpo dei Marines (che lo venerano come vivente leggenda delle campagne di Afghanistan e Iraq), tanto che dovrebbe svolgere una funzione essenziale di riequilibrio delle scelte di politica militare e di riassicurazione degli alleati, non da ultimo per l’ottimo e sperimentato rapporto che lo lega all’attuale capo di Stato Maggiore, il generale Joseph Dunford, suo ex capo di gabinetto sul campo di battaglia dell’insurrezione irachena nel 2005.

Completano il team della National Security John Kelly, confermato dal Senato alla Homeland Security, e Dan Coats, senatore dell’Indiana scelto per il delicatissimo ruolo di Director of National Intelligence (DNI), che coordina le 16 agenzie di intelligence. Possiamo ascrivere entrambi alla fazione tradizionalista, soprattutto il generale Kelly, ex comandante del nevralgico Southern Command delle forze armate, responsabile della difesa informatica del Paese.Se e quanto si riuscirà a scongiurare che il precario equilibrio tra le tre correnti si tramuti, alle prime scelte serie da compiere (Siria e Iran), in una pericolosa faida di potere dipenderà in gran parte dal Presidente stesso.

 

Divergenze tattiche e convergenze strategiche tra Obama e Trump

Tornando alla domanda iniziale, la visione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo secondo Trump è davvero così diversa da quella di Barack Obama? Sicuramente la grammatica dei due presidenti non potrebbe essere più distante e lo stile comunicativo ha dimostrato tutta la sua importanza negli otto anni della presidenza Obama,nonché nella recente tornata elettorale. Altrettanto diverso è il loro background culturale, con un Trump  assertore di una concezione spietatamente realista del mondo e apparentemente mosso da un classico spirito “calvinista” del capitalismo, mentre Obama cercava in ogni modo di avvolgere con un’aurea di utopia la sua visione liberale (rinviamo ad altra occasione un’analisi dei motivi per i quali, a dispetto delle parole, Obama è stato il presidente americano più realista del dopo Guerra fredda, si veda: foreignpolicy.com/2017/01/03/donald-trump-is-making-the-world-safe-for-dictators/). Infine sulla tattica sembrerebbero – si usa il condizionale in quanto Trump ancora non ha ovviamente ancora compiuto quasi nessuna mossa sullo scacchiere internazionale – fautori di opzioni molto lontane tra loro. Trump non ama il multilateralismo, Obama ne ha fatto la sua cifra distintiva. Trump non crede nel surriscaldamento climatico globale, Obama lo ha sempre reputato un tema nevralgico per le sorti del mondo. Trump prova empatia con alcuni personaggi politici “scomodi” (anzitutto Putin), con cui Obama ha avuto rapporti tesi. Trump crede in una versione incondizionata della special relationship con Israele, Obama non ha esitato a entrare in rotta di collisione (con tutte le cautele e i distinguo possibili) con il governo Netanyahu (si vedano sia il patto sulla moratoria nucleare con l’Iran del 2015, sia la recente astensione degli Usa sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu di condanna degli ulteriori insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania). Trump, infine, si dice contrario all’intesa sul nucleare con l’Iran, Obama la ritiene il suo più importante successo internazionale.

Tuttavia, quando si parla di strategia globale le distanze tra i due si accorciano e l’impatto del temperamento e delle preferenze personali si attenua di molto. Il principale obiettivo di entrambi i presidenti, così come dei loro predecessori, è quello di preservare il “momento unipolare” (in altre parole, la leadership americana nel mondo). A causa delle conseguenze della crisi economica mondiale del 2007-2008, sia Obama che Trump devono perseguirlo con meno risorse a disposizione di quante ne hanno avute Bill Clinton e George W. Bush. Quindi la risposta di entrambi è, per il momento, molto simile: l’overstretching (l’eccessiva estensione degli impegni rispetto alle risorse economiche disponibili, per riprendere il famoso concetto del Paul Kennedy di Rise and Fall of the Great Powers) e, di conseguenza, il declino dell’egemonia americana possono essere evitati soltanto attraverso la riduzione degli impegni degli Stati Uniti e concentrando gli sforzi nelle aree vitali per l’interesse nazionale. Al contrario di Clinton e Bush che credevano fortemente all’idea della “nazione necessaria” e l’hanno tradotta concretamente nel deep engagement nel mondo, Obama e Trump sono per un impegno calibrato e selettivo. All’interno di questa cornice strategica, entrambi hanno individuato la stessa area vitale e lo stesso competitor internazionale per il futuro: il quadrante Asia-Pacifico e la Cina. La decisione di incontrare come primo leader internazionale il premier giapponese Shinzo Abe e la controversa telefonata di Trump al presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, fortemente contraria alle politiche di avvicinamento del suo Paese con la Repubblica Popolare, si pone comunque in linea con il Pivot to Asia di Obama.

Questo impianto generale ha un duplice corollario condiviso sia da Trump che da Obama. Da un lato la convinzione che il rapporto con gli alleati – in particolare quelli europei – debba essere ricalibrato in funzione di una preminenza degli interessi statunitensi, nonché soprattutto di un’equa ripartizione dei costi della sicurezza comune. Dall’altro l’indisponibilità a intraprendere costose politiche per la promozione della democrazia. Per quanto riguarda il primo, il multilateralismo di Obama, infatti, si è rivelato distante anni luce dal design di Clinton, il quale non solo non è mai venuto meno alla tradizionale disponibilità americana a coinvolgere sistematicamente gli alleati nelle scelte politiche (nothing about you without you), ma si è dimostrato anche pronto a intervenire ripetutamente in loro aiuto (in particolare, nelle guerre dei Balcani). Obama, al contrario, ha cercato un approccio multilaterale solo quando necessario e chiedendo agli alleati la ripartizione delle responsabilità e dei costi collegati al mantenimento dell’ordine (soprattutto il burden sharing in ambito NATO). Similmente, Trump ha iniziato a interagire con gli Stati europei mostrando disinteresse per la NATO ed esigendo una più equa ripartizione dei costi per il suo mantenimento. Per quanto riguarda il tema della democrazia, al di là delle parole Obama ha dimostrato di non credere alla necessità di una sua diffusione per preservare l’ordine americano. Nei suoi otto anni di presidenza ha rinunciato a promuoverla attivamente (distinguendosi sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush), limitandosi a un sostegno, spesso solo verbale, delle rivoluzioni dal basso (ad esempio nel caso delle cosiddette “primavere arabe”). Trump, allo stesso modo, sembrerebbe non credere alla politica del regime change, che reputa irrilevante per la difesa dell’unipolarismo, ma a differenza del suo predecessore, non sembra neanche preoccupato dal dover sostenere pubblicamente il contrario (sarebbe stato interessante mettere alla prova Trump davanti a una crisi come quella che ha portato alla deposizione di un alleato strategico degli Stati Uniti come Hosni Mubarak in Egitto).

Se questo è il quadro generale, dove si collocano le polemiche su Putin, il dibattito sulle sanzioni alla Russia e la denuncia dell’appeasement di cui il nuovo presidente sarebbe alla ricerca? Anche qui occorre fare un salto indietro negli anni, quando ai tempi della sua prima campagna presidenziale Obama prometteva il reset dei rapporti con la Russia, che erano stati messi in crisi dalle politiche dell’Amministrazione Bush. La storia, successivamente, ci ha detto che la propensione a un approccio cooperativo, unita alla riluttanza ad utilizzare la forza, ha reso la Russia più aggressiva e innescato quella spirale di tensione considerata da molti osservatori come una “nuova” Guerra fredda. Il presidente neoeletto, con parole e atteggiamento molto diversi, fa sostanzialmente la stessa promessa: resettare i rapporti con Mosca. Questa volontà è stata motivata, sia nel caso di Obama che di Trump, da una riflessione comune: è inutile sperperare energie per contrastare un finto competitor come la Russia, quando è necessario mobilitare quante più risorse possibile per contenere il vero sfidante del futuro, la Cina. Una differenza essenziale su questo tema, tuttavia, intercorre tra i due. Obama pensava di trovare un accordo con Putin, ma credeva anche possibile ottenere un ritorno alle condizioni e modalità d’interazione dei tempi di Boris Jeltsin. Trump, viceversa, è disponibile a uno scambio: Washington accetta il primato russo sullo “spazio” post-sovietico e su alcuni territori ad esso immediatamente limitrofi, così come la natura non democratica dei Paesi inseriti in quest’area, perottenere in cambio da Mosca la rinuncia a contestare l’ordine americano e a collaborare con la Pechino al suo abbattimento.

 

Le grandi incognite della geopolitica trumpiana

In generale, le due grandi incognite del presidente Trump, che potrebbero celare i più profondi elementi di discontinuità con il suo predecessore, sembrano oggi: 1) la possibilità che sia messa in discussione la strategia globale che ha visto gli Stati Uniti protagonisti sin dal 1945 nell’opera di edificazione, guida e difesa dell’ordine liberale internazionale (i cui pilastri sono stati la fondazione e il consolidamento delle organizzazioni internazionali, la promozione della democrazia e l’interdipendenza economica); 2) l’approccio al problema dell’Isis, in quanto sebbene sembri che il Medio Oriente – Nord Africa non sia più l’area perno della politica estera americana, la sconfitta dello Stato Islamico è sicuramente fondamentale per la sicurezza nazionale e per l’immagine della superpotenza e del presidente stesso.

Senza dover attendere l’inoltrarsi del mandato, oppure le elezioni mid-term del 2018 (che ci forniranno il polso del consenso del popolo americano sulle scelte di Trump), i famosi primi “cento giorni” della nuova amministrazione potrebbero iniziare a fornirci alcune risposte molto prima del previsto.

 

 

Il mondo dopo Obama: cosa aspettarsi da Trump?

Qual è il lascito dell’amministrazione Obama dopo 8 anni a guida degli Stati Uniti? Quanto l’amministrazione Trump modificherà l’approccio agli affari internazionali? Ne parla Gabriele Natalizia, ricercatore di Scienza politica della Link Campus University e Coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

Il mondo dopo Obama: cosa aspettarsi da Trump? - Geopolitica.info

 

L’anno geopolitico: quindici eventi del 2016 che hanno cambiato lo scenario internazionale

La redazione ha raccolto in uno slideshow i quindici avvenimenti più importanti che hanno caratterizzato lo scenario geopolitico nel corso del 2016. La copertina è congiuntamente dedicata a due delle personalità che hanno maggiormente inciso su tali eventi: il Presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

L’anno geopolitico: quindici eventi del 2016 che hanno cambiato lo scenario internazionale - Geopolitica.info

3 gennaio: Iran e Arabia Saudita interrompono le relazioni diplomatiche a seguito dell’attacco all’ambasciata saudita di Teheran provocato dalle proteste per l’esecuzione capitale a Riyad del leader sciita Nimr-al-Nimr.

16 gennaio: il Partito Democratico Progressista (DPP) vince le elezioni a Taiwan e la presidente Tsai Ing-wen diventa la prima donna al potere in un Paese di lingua cinese. Il risultato elettorale è soprattutto una sconfitta della politica di avvicinamento alla Cina promossa dal Kuomintang negli ultimi anni.

12 febbraio: Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill si incontrano ufficialmente per la prima volta a L’Avana per la sottoscrizione di una dichiarazione ecumenica per la pace in Medio Oriente e la riconciliazione tra le confessioni cristiane.

22 marzo: tre attacchi terroristici sconvolgono contemporaneamente Bruxelles provocando 32 morti e oltre 250 feriti. L’operazione è rivendicata dallo Stato Islamico e pianificata dalla stessa cellula terrorista che aveva perpetrato gli attentati parigini del precedente novembre.

2 aprile: nuovi scontri tra le forze armate armene e azerbaigiane nel Nagorno Karabakh provocano oltre 190 vittime. È la peggiore crisi militare tra i due Paesi dal cessate il fuoco del 1994.

23 giugno: i cittadini del Regno Unito scelgono di abbandonare l’Unione Europea in un referendum che vede i sostenitori della Brexit raccogliere il 51,8 percento dei voti espressi. Scozia e Irlanda del Nord, tuttavia, vedono una forte affermazione della scelta europeista.

14 luglio: un terrorista alla guida di un autocarro travolge a Nizza la folla riunitasi lungo la promenade des anglais per i festeggiamenti della festa nazionale provocando 86 vittime. L’attentato è rivendicato dallo Stato Islamico.

15 luglio: settori delle forze armate turche tentano un colpo di Stato per rovesciare il presidente Erdogan. Il Governo mantiene però il controllo del Paese e seda la rivolta con vastissime epurazioni nei vertici di esercito, magistratura e università. il predicatore e politologo Fethullah Gülen, esule negli Stati Uniti, è indicato dai governativi come responsabile del fallito golpe.

31 agosto: il Senato brasiliano approva la messa in stato di accusa e la decadenza della carica di presidente del Brasile per Dilma Rousseff, accusata di aver falsificato i deficit del bilancio annuale. Le funzioni di capo dello Stato vengono svolte dal vice Michel Telmer.

4 settembre: muore a Tashkent il presidente uzbeko Islom Karimov, per quasi tre decenni leader unico dell’Uzbekistan pre e post-sovietico.

3 ottobre: vittoria del No in Colombia al referendum sull’approvazione degli accordi sottoscritti con le Farc dal presidente Santos, insignito del premio Nobel per la pace. In ragione del voto popolare l’accordo sarà in seguito parzialmente rivisto e definitivamente approvato.

8 novembre: Donald Trump vince le elezioni presidenziali negli Usa. Si scatena il dibattito sul futuro ruolo internazionale degli Stati Uniti e sugli strumenti a cui la nuova amministrazione farà ricorso per preservare il momento unipolare.

25 novembre: muore a L’Avana il leader máximo della rivoluzione cubana Fidel Castro, al potere nell’isola americana dal gennaio 1959 al febbraio 2008.

19 dicembre: contestualmente all’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara da parte di un ex poliziotto, a Berlino un tir travolge i mercati natalizi nel centro cittadino causando almeno 12 vittime. L’attacco è rivendicato dallo Stato islamico.

22 dicembre: il commando generale delle forze filogovernative siriane annuncia la definitiva conquista di Aleppo: l’assedio si conclude dopo oltre quattro anni con un bilancio di oltre 31 mila vittime e la distruzione di gran parte della millenaria città vecchia, patrimonio dell’umanità Unesco.