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Palau, le isole contese

Il nome Palau è probabilmente ignoto anche al lettore più appassionato di Geopolitica, ma nonostante ciò è al centro di dibattiti e contese da oltre duecento anni che vanno acuendosi oggi con la crisi politica dell’area economica del Pacifico Meridionale e configurandosi come una strategica casella nell’attuale scacchiere geopolitico.

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La Storia della Repubblica di Palau
La nazione di Palau, un gruppo di circa trecentoquaranta isole posto a occidente delle Isole Caroline della Micronesia, ha una storia turbolenta di differenti dominazioni straniere che inizia nel 1574 quando viene annessa ai domini della corona di Spagna. Nel 1898, a seguito della guerra Ispano-Americana, le isole vengono vendute, l’anno successivo, dagli Stati Uniti d’America all’Impero Tedesco, che le perderà nel corso della Prima Guerra Mondiale a favore del Giappone. Con la campagna del Pacifico, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, le isole passano sotto il controllo americano che le inseriscono nel Trust Territory of the Pacific Islands (TTPI). Questa struttura organizzativa fungeva da controllo militare de facto della ragione da parte degli Stati Uniti d’America ed ha contribuito al crollo economico e sociale dell’area, ridotta ad una zona di traffici, in parte leciti ma per lo più illeciti, che si svolgevano sotto lo sguardo accondiscendente del governo statunitense. Il TTPI viene sciolto ufficialmente nel 1986, con la sola eccezione dell’isola di Palau che continua a fungere per i successivi anni da importante porto militare statunitense nell’area. Proprio la scelta, da parte del governo di Washington, di utilizzare il porto come luogo di stoccaggio per vascelli a propulsione nucleare e ordigni termonucleari riaccese il dibattito sull’indipendenza da parte delle comunità isolane, che la ottennero nel 1994 con l’ufficiale nascita della Repubblica di Palau.

Palau, fra economia e neo-colonialismo
Da questo momento inizia un periodo complesso per la giovane nazione che vede trasformare il proprio ruolo in uno scenario del Pacifico sempre più influenzato dalla crescita delle economie orientali. L’indipendenza di Palau si configura ben presto come tale solo nel nome, non essendo dotata di forze armate nazionali ma dipendendo dall’esercito degli Stati Uniti d’America ed avendo sottoscritto un accordo di libero transito delle armate americane fino al 2044. Nei primi anni la nazione diviene un paradiso fiscale ma politiche eccessivamente permissive nella gestione dei capitali stranieri spinge ben presto il governo di Palau ad adottare riforme finanziarie restrittive nel 2001, manovre che però non eviteranno nel 2006 la bancarotta della Banca nazionale di Palau. Il fallimento attira gli interessi sia di iniziative private da Guam sia del risolutivo intervento del governo di Taiwan che salva la banca di Palau avvalorando le tesi che vogliono la piccola nazione essere uno snodo diplomatico ufficioso degli Stati Uniti verso l’oriente. Dopo voci mai confermate di un avvicinamento di Palau all’ASEAN, l’arcipelago torna alla ribalta nell’ambito dello spostamento di alcuni prigionieri di etnia Uyghurs da Guantanamo a Palau, operazione per cui il governo riceve un solido indennizzo da parte del governo U.S.A. il quale ha sempre rilasciato dichiarazioni incoerenti riguardo ad un legame diretto fra il sostanzioso versamento (156 milioni di dollari) e l’arrivo nello stesso periodo dei prigionieri mussulmani.
Oggi Palau risulta, secondo il Consiglio di Affari Economici e Finanziari dell’Unione Europea (ECOFIN), in uno stato di valutazione fra la Lista Nera e la Lista Grigia. Ovvero sia, se è da considerarsi un paese caratterizzato da un regime fiscale agevolato che non collabora con le istituzioni europee, o se invece vanno considerati gli sforzi che il governo di questa nazione sta facendo per agevolare la chiarezza delle transazioni che avvengono nel suo territorio. Parallelamente la Banca di Guam, ovvero sia la banca di quell’isola ancora inserita nella lista delle Nazioni Unite dei territori non autonomi e di fatto occupata dagli Stati Uniti, ha ormai incluso Palau fra le sue sedi preferenziali.

L’attuale crisi Corea-U.S.A. e il ruolo di Palau
Con l’inizio della crisi fra Stati Uniti e Nord Corea, Palau diviene fra i primi punti che gli americani fortificano in vista del confronto con il nuovo rivale e di conseguenza il ruolo di “testa di ponte” di questa piccola nazione non sfugge agli osservatori cinesi e nel dicembre dello scorso anno il governo di Pechino ha fatto pressioni su Palau affinché riducesse i legami economici con Taiwan, usando la minaccia del turismo come chiavistello (considerando che l’economia ufficiale di Palau è basata esclusivamente sul turismo e negli ultimi anni i turisti sono per lo più cinesi). Nello stesso periodo la piccola nazione torna sotto i riflettori, quando, nell’ambito delle sanzioni americane alla Nord Corea, una nave proveniente da Palau viene bloccata. Si tratta di un cargo per il trasporto di petrolio diretto proprio in Nord Corea e pone nuovamente l’accento sul fragile e complesso ruolo di questa nazione, schiacciata da sempre fra interessi molto più grandi di lei, e sempre più ridotta ad una Tortuga di cui si parla poco e che, forse per questo, funziona bene.

Coming soon: Il ritorno della geopolitica Regioni e instabilità dal Mar Nero al Mar Caspio

Il ritorno della geopolitica Regioni e instabilità dal Mar Nero al Mar Caspio (Edizioni Epokè, Novi Ligure, 2018)

Coming soon: Il ritorno della geopolitica Regioni e instabilità dal Mar Nero al Mar Caspio - Geopolitica.info

Qual è il peso della geografia sulle dinamiche politiche globali? Lo spazio fisico e i vincoli che esso pone sono ancora così rilevanti in un’epoca in cui si parla sempre più di cybersecurity e big data?
Dopo la fine della Guerra fredda alcuni analisti avevano prefigurato la progressiva dematerializzazione delle relazioni internazionali, l’allentamento della competizione tra Stati e la loro inevitabile integrazione attraverso le Organizzazioni internazionali. Sin dal principio del XXI secolo, al contrario, la prossimità territoriale, le sfide regionali all’ordine unipolare e la crisi di numerosi strumenti di governo multilaterali hanno riportato al centro dell’agenda politica la dimensione locale delle dinamiche di sicurezza. Tale processo appare oltremodo evidente nello Spazio post-sovietico. Il ritorno della geopolitica. Regioni e instabilità dal Mar Nero al Mar Caspio si inserisce nel solco del rinato interesse verso quest’area e si serve del Caucaso meridionale come di un “laboratorio” attraverso il quale verificare empiricamente l’assunto generale da cui il volume prende le mosse: il dato territoriale continua a restare centrale nella comprensione delle cause e delle modalità della lotta per il potere nell’arena internazionale.

Marco Valigi è NATO Fellow all’Università degli Studi di Bologna. Ha insegnato Studi Strategici, Relazioni Internazionali e Geopolitica dell’energia presso l’Università di Bologna (Forlì Campus), l’Università degli Studi Roma Tre e l’American University of Rome.

Gabriele Natalizia è ricercatore di Scienza politica alla Link Campus University. Insegna International Relations presso Link Campus e Sapienza Università di Roma. Collabora con Link Lab, CASD, CEMAS e OBSERVARE–UAL. Coordina il Centro Studi Geopolitica.info.

Carlo Frappi è ricercatore di Storia e Istituzioni dell’Asia all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Insegna Regional Studies presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e collabora ai programmi su Eurasia e sicurezza energetica dell’ISPI.

Geopolitica di un non-stato. Obiettivi e contrasti del Kurdistan Iracheno

La crisi delle istituzioni statali e il sostegno militare internazionale nella lotta contro lo Stato Islamico (IS), hanno offerto ai curdi-iracheni un’opportunità storica per la realizzazione di uno stato indipendente.

Geopolitica di un non-stato. Obiettivi e contrasti del Kurdistan Iracheno - Geopolitica.info

La componente curdo-irachena rappresenta un quinto del totale della popolazione nazionale, concentrata nella parte nordorientale del paese. Essa non è un blocco unitario con interessi e obiettivi comuni. I contrasti che separano i movimenti politici curdo-iracheni, in particolare quelli legati alle due famiglie più influenti, Barzani e Talabani, hanno a lungo impedito il progetto di indipendenza. Ciò tende a svalutare le opportunità aperte dalla guerra all’IS sul percorso che conduce all’estensione dell’area controllata dal KRG (Kurdistan Regional Government) in Iraq. I partiti storici presenti in Kurdistan, il PDK (Kurdistan Democratic Party) di Barzani, radicato nei governatorati di Arbil e Dahuk, e il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) di Talabani, radicato nelle zone di Kirkūk e Sulaymaniyya, sono stati in passato responsabili di una feroce guerra civile (’94 -‘97). Le alleanze e i contrasti formatisi durante il periodo della guerra civile sono perdurati nel tempo, rallentando un possibile consolidamento dell’autonomia acquisita dopo la prima guerra del golfo. Nelle ultime elezioni (2013) si è imposto il KDP di Mas’ud Barzani. Queste elezioni hanno però sancito la modifica dello scenario politico che ha portato a nuovi contrasti. Come seconda forza politica della regione, infatti, con il 24% delle preferenze, si è assestato il Movimento Gorran, riformatore e liberale, nato da una scissione interna del PUK. A peggiorare la situazione, la scelta di Barzani nel 2015 di prorogare il suo mandato e l’esclusività nella gestione del comparto energetico da parte del KDP.

A rendere i contrasti intra-curdi ancora più profondi, inoltre, vi è anche la possibilità che essi possano divenire in futuro oggetto di guerre per procura, secondo gli interessi di attori regionali e internazionali terzi.

Il sottosuolo della discordia

Il Kurdistan iracheno è ricco di risorse naturali. Agricoltura e pastorizia costituiscono le principali attività economiche della popolazione, ma la recente storia della regione è indissolubilmente legata alla presenza nel sottosuolo di ricchezze consistenti. Il Kurdistan iracheno, infatti, detiene il 20% delle risorse petrolifere stimate dell’Iraq e a oggi produce il 75% del greggio nazionale.

Nonostante la prosperità del sottosuolo, la popolazione curda rimane ai margini della ricchezza prodotta in tutte le sue aree a causa della politica economica sviluppata dal governo centrale di Baghdad. Esso riconosce al KRG il 17% dei proventi della vendita degli idrocarburi. L’economia e la società curdo-irachena, condizionata da corruzione e clientelismo, dipendono oltre che dal petrolio, anche dai pubblici impieghi civili e militari pagati dal governo centrale. Nel Kurdistan iracheno i giacimenti, che tecnicamente appartengono all’irachena NOC (North Oil Company), hanno oggi una capacità di 435Mbbl al giorno e riserve petrolifere stimate per 53Gbbl (a cui sarebbero da aggiungere gli 8,7 Gbbl di riserve presenti nell’area estrattiva di Kirkuk). La Rosneft sta sostenendo il progetto nel Kurdistan di costruire una pipeline, che entro il 2019 dovrebbe consentire l’esportazione di gas per 30 miliardi di m3 annui, stimati in totale nell’area a 5,6 trilioni di m3.

Le entrate del comparto petrolifero rappresentato il 75% del PIL e il 95 % sul totale delle entrate del KRG. L’indipendenza del Kurdistan iracheno passa dunque attraverso i ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale, che farebbero assumere al futuro stato i connotati di un rentier state, ovvero uno stato che fonda la propria economia sulla rendita dei proventi della vendita degli idrocarburi.

I rapporti con l’Iraq

Il Kurdistan iracheno ha un’autonomia politica de jure, come regione federale dell’Iraq, dal 2003. I conflitti degli ultimi anni hanno prodotto nuove opportunità per la lotta autonomista della minoranza curda. Davanti all’avanzata dell’IS, infatti, l’esercito di Baghdad fuggì e i peshmerga salvarono la città di Kirkuk. Da allora la città, che i curdi rivendicano da sempre come simbolo della loro popolazione, nonostante l’arabizzazione forzata condotta dal regime ba’athista, è passata sotto il controllo delle autorità curde. Il 25 settembre 2017 si è tenuto nel KRG un referendum non vincolante per l’indipendenza, fortemente voluto dal KDP di Barzani, con un’affluenza del 72%, nel quale i sì hanno ottenuto oltre il 92%.

Per il Governo centrale di Baghdad, deciso a mantenere l’unità dell’Iraq, rinunciare ai ricchi giacimenti di Kirkuk e alla gestione del greggio estratto nel Kurdistan non è possibile. Il governo iracheno, dunque, in risposta al referendum ha provveduto allo stop dei voli internazionali dagli aeroporti della regione. In seguito ha avviato un’operazione militare in tutti i disputed territories, tornati in parte sotto il controllo iracheno per mano dell’esercito regolare e delle milizie sciite Hashd al-Sha’abi.

Primo effetto di questo intervento militare è stato la sospensione del risultato del referendum e il rinvio delle elezioni in Kurdistan previste per novembre 2017, per eleggere presidenza e parlamento del KRG. Il 29 ottobre 2017, Barzani attaccato su più fronti ha annunciato le dimissioni dalla carica di presidente. A novembre 2017 il referendum riguardante l’indipendenza è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte suprema irachena. Il motivo della bocciatura è legato agli articoli 1 e 109 della Costituzione irachena, i quali sanciscono che lo Stato federale è pienamente sovrano ma deve garantire l’unità nazionale. La carta costituzionale non consente quindi nessuna separazione.

La situazione politica internazionale

La prospettiva di una secessione del Kurdistan iracheno è sfociata nelle  prese di posizione contrarie al referendum anche da parte degli attori internazionali interessati nell’area. Un Kurdistan iracheno indipendente costituisce un fattore di tensione nell’area e rischierebbe di scatenare pressioni nei paesi limitrofi, aprendo le porte a scenari di spartizione territoriale e conflitti di potere, dai risultati difficilmente prevedibili. Principalmente Iran e Turchia sono preoccupate che l’indipendenza  curdo-irachena possa scatenare l’irredentismo delle loro minoranze curde presenti nell’aree limitrofe. Questo ha generato un riavvicinamento fra i governi di Ankara, Teheran e di Baghdad, tutti fermamente contrari all’indipendenza del Kurdistan iracheno. Il rifornimento di armi e il sostegno politico alle forze curde da parte della coalizione anti-IS hanno fatto sì che il governo turco (nonostante i rapporti economici con il KRG) procedesse verso l’alleanza con Russia e Iran per evitare che le altre minoranze curde si rafforzassero. L’incontro di Sochi fra Putin, Rohani ed Erdogan ha palesato al mondo questa nuova alleanza, già strutturatasi durante gli accordi di Astana, da cui appunto (come per i colloqui di pace di Ginevra) sono stati esclusi i referenti di partiti e milizie curdi. A metà novembre 2017 inoltre, il presidente Trump ha annunciato che gli Usa non sosterranno più militarmente i peshmerga.

Una possibile soluzione

Il processo di State Building curdo-iracheno condurrebbe alla divisione territoriale dell’Iraq che ne sarebbe danneggiato economicamente e politicamente, possibilità a oggi non percorribile. Una più forte autonomia, con una propria gestione delle risorse energetiche, una forte decentralizzazione amministrativa, un maggiore riconoscimento giuridico e culturale, sembra la scelta più ponderata. Essa richiederebbe il coinvolgimento delle organizzazioni internazionali (ONU in primis), per raggiungere accordi di stabilizzazione interna tra le forze politiche curde e tra quest’ultime ed il governo centrale.

Geopolitica dell’energia: una prospettiva italiana

Il problema della sicurezza nazionale dell’Italia appare legato a doppio filo a quello della sicurezza energetica. Tra i membri UE, il nostro Paese è l’ottavo – dopo Cipro, Malta, Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Lituania e Portogallo – per tasso di dipendenza energetica dall’esterno e il primo tra i “grandi” Stati europei (Fonte: Eurostat, marzo 2017). Questa “fragilità” è parzialmente compensata dalla centralità della penisola italiana nel bacino del Mediterraneo, che la proietta nel ruolo di ponte tra il Medio Oriente Nord Africa (MENA), una parte dell’ex Spazio sovietico e i territori dell’Unione Europea. Alcune importanti infrastrutture energetiche già collegano l’Africa settentrionale direttamente alle nostre coste, ma l’Italia grazie alle sue potenzialità “geopolitiche” potrebbe ambire a diventare un vero e proprio hub energetico continentale.

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Come è noto, il mercato del gas è molto più rigido di quello del petrolio, a causa del numero ridotto di rigassificatori (in Italia quelli di Panigaglia, Livorno e Porto Viro, mentre nei Paesi UE sono in tutto 18) e dell’interdipendenza determinata dalle pipeline. La costruzione dei gasdotti, infatti, diventa l’oggetto di accordi politici tra Stati, poi implementati dai rispettivi campioni nazionali, che compiono una vera e propria scommessa sui rispettivi destini così come su quella degli attuali tavoli di discussione attivi sul piano della realizzazione normati dalle linee dell’Unione Europea in materia di accordi sul transito del gasdotto. Va da sé, infatti, che dopo la sigla degli accordi i Paesi coinvolti diventano mutuamente interessati alla reciproca stabilità politica, la quale diventa un “bene pubblico” ugualmente interessante per tutti e un incentivo alla cooperazione. La destabilizzazione di uno Stato o di intere aree comporta, invece, oltre ai danni economici, anche un contestuale aumento dell’esposizione strategica dei paesi partner, siano essi venditori o consumatori.

Russia, Libia, Algeria, Qatar, Norvegia e Olanda sono, attualmente, i principali fornitori di gas dell’Italia. Per ambire ad ottenere la posizione di hub per il continente o, quanto meno, di suo hub meridionale (con la Germania nel ruolo di hub settentrionale), Roma deve mantenere, anzitutto, i suoi ottimi rapporti con Mosca ma, al tempo stesso, sviluppare anche progetti di autonomia energetica. La Russia fa la parte del leone nell’import energetico italiano: nel 2015 ha soddisfatto il 45% della nostra domanda di gas, il 16% di prodotti petroliferi e il 21% di combustibili. I gasdotti che partono dal suo territorio verso l’Europa (Soyuz, Yamal, Brotherhood), tuttavia, transitano in Ucraina, tanto da rendere molto rilevante dalla prospettiva italiana anche la stabilità di questo Paese, turbata dall’annessione russa della Crimea e dalla guerra civile nel Donbass (a partire dal marzo 2014).

Sebbene il settore energetico sia stato coinvolto solo in misura marginale dalle conseguenti sanzioni dell’UE contro la Russia (che prevedono il divieto di esportazione di tecnologie per l’upstream), la crisi ucraina diventa un banco di prova per i rapporti tra Mosca e Roma. I nostri governi, infatti, hanno cercato di svolgere un ruolo “moderatore” rispetto agli Stati con posizioni più intransigenti sul capitolo delle sanzioni (Gran Bretagna, alcuni Paesi dell’Europa orientale). L’Italia ha così adottato una politica definita di “ambiguità costruttiva”. Pur condannando l’annessione della Crimea sotto il profilo giuridico, l’ha considerata una questione “persa” sotto il profilo politico. Pertanto, ha concentrato i suoi sforzi verso la risoluzione della crisi nell’Ucraina orientale. A tal fine Roma ha lavorato affinché le sanzioni non fossero rinnovate automaticamente e con durata annuale, ma fondate su un impianto negoziabile ogni sei mesi sulla base dei progressi registrati rispetto ai 13 punti degli accordi di Minsk (quindi alle evoluzioni politiche nel Donbass). Uno degli obiettivi da conseguire nel medio periodo attraverso questa operazione potrebbe essere quello di ottenere da Mosca una ridiscussione del progetto South Stream (arenatosi in favore del Turkish Stream proprio in conseguenza della crisi del 2014), che attribuirebbe all’Italia un elevato peso strategico e permetterebbe di riequilibrare quello ottenuto dalla Germania con la realizzazione del Nord Stream. Questo diventerebbe persino schiacciante se anche il progetto Nord Stream 2 divenisse realtà.

Per evitare che tale scenario si realizzi, (di fatto non piace agli americani, divide gli europei e l’Italia è poco convinta) il nostro Governo deve comunque lavorare al progetto del cosiddetto “corridoio” meridionale dell’energia. Oltre a insistere sul processo di State building in Libia per mettere in sicurezza “anche” i suoi interessi energetici, ha altri due importanti progetti in ballo. Il primo è quello del Trans Adriatic Pipeline – meglio noto come TAP – che dalla frontiera greco-turca, attraversando Grecia e Albania, dovrebbe far approdare in Italia il gas azero (collegandosi al TANAP e al South Caucasus Pipeline). Sebbene la capacità del TAP non rivoluzionerebbe gli equilibri energetici del continente, anche l’Unione Europea gli ha attribuito lo status di Progetto di Interesse Comune (PCI), secondo le nuove linee guida TEN-E (Trans-European Energy infrastructure). L’opposizione dei movimenti NIMBY e una campagna politico-mediatica avversa, tuttavia, rischiano di far perdere al nostro Paese questa opportunità, tanto che ultimamente è emersa l’ipotesi dello Ionian Adriatic Pipeline (IAP), che porterebbe il gas azero in Europa via Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia.

Il secondo progetto su cui l’Italia vuole investire è quello dello sviluppo del potenziale gasifero del Mediterraneo sud-orientale, dove già erano stati scoperti i giacimenti Afrodite, Tamar e Leviathan nelle acque territoriali di Cipro e Israele. Nel 2015 Eni ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano, nel prospetto esplorativo denominato Zohr. Si tratta di giacimento supergiant che presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas, con un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, che potrebbe modificare – in favore dell’Italia – gli equilibri del mercato del gas. La tragica vicenda di Giulio Regeni e la recente virata anti-russa dell’Amministrazione Trump, potrebbero mettere tutto in discussione. Il contenzioso aperto tra l’Italia e l’Egitto in relazione alla scomparsa del giovane ricercatore naturalmente rende più difficile la collaborazione tra i due governi e produce effetti potenzialmente destabilizzanti sul Paese nordafricano. L’isolamento dell’Egitto, inoltre, lo sta facendo scivolare completamente nell’orbita della Federazione Russa, tanto che i rapporti tra Mosca e Il Cairo non erano mai stati così intensi dai tempi di Nasser. Inoltre, il progetto Mediterraneo Sud-Est potrebbe risultare tra quelli colpiti (come lo sarà sicuramente Nord Stream 2) dalle nuove sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump, a causa della partnership al 30% della società russa Rosneft (l’altro partner è British Petroleum al 10%).

Rispetto a tali scenari resta da riflettere su chi e perché guardi con sfavore: a) il rafforzamento della posizione italiana sul mercato del gas; b) un riequilibrio del baricentro del mercato del gas verso sud-est. Due attori più di altri sembrano, per ragioni diverse, osteggiarne la realizzazione, sebbene questa dipenda da una cornice ben più complessa. La Germania appare contraria alla prima ipotesi in quanto si fa promotrice di un progetto uguale e contrario a quello italiano, che la vedrebbe nel medio termine diventare il principale hub energetico europeo. La contrarietà a questa ipotesi è complementare a quella nei confronti della seconda. A differenza di Roma, infatti, Berlino può aspirare a questo ruolo solo attraverso il gas russo e, quindi, non ha interessi affinché nuovi giacimenti vengano scoperti e nuove rotte edificate. La Russia, dal canto suo, pur accordando attualmente le sue preferenze al progetto tedesco, è contraria solo alla seconda ipotesi. Se questa prendesse forma, pur essendo Mosca parte in causa di alcuni dei progetti menzionati, rischierebbe di vedersi sottratte significative quote di mercato, di assistere a un’ulteriore flessione dei prezzi energetici e di perdere uno strumento di pressione nei confronti dei Paesi dell’Unione Europea.


Angelo Colombini
– Segretario Confederale CISL

Gabriele Natalizia – Professore di Relazioni internazionali Link Campus University

La responsabilità degli intellettuali di fronte al potere: resoconto dell’incontro

Il 12 Ottobre 2017 si è tenuto il primo incontro del ciclo di tre conferenze dal titolo Nuovi orizzonti della geografia: la geopolitica oggi, dedicato all’analisi della geopolitica contemporanea e alle potenzialità interdisciplinari della geografia. Gli incontri prevedono un dibattito tra geografi, accademici di altre discipline e redattori  della rivista Limes a partire  dalla proiezione di alcuni moduli del documentario Cos’è geopolitica, realizzato dal professor Edoardo Boria.

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I lavori sono stati aperti dall’ex presidenti Franco Salvatori, che, dopo aver ringraziato gli organizzatori di quest’iniziativa, ha ricordato il fardello ideologico che a lungo ha pesato sul destino della geopolitica fino alla sua riscoperta negli ultimi decenni, stimolata ad esempio da Lucio Caracciolo con la sua rivista e dai lavori del professor Pasquale Coppola (tra cui Geografia politica delle regioni italiane).

Dopo la proiezione dei moduli su La geopolitica per l’azione e i suoi rischi e su La geopolitica degli intellettuali, degli statisti e del grande pubblico, ha preso la parola il professor Marco Maggioli, moderatore del dibattito, che ha menzionato una delle questioni principali delle discussioni attuali in geopolitica, cioè il passaggio da un’unica dimensione del potere, legata tradizionalmente allo Stato, ad una pluralità di luoghi e scale diverse. Questa consapevolezza deve accompagnare ogni riflessione sul rapporto tra gli intellettuali e le molteplici forme del potere che costellano le società contemporanee. Valga su tutti l’esempio recente della Catalogna e di come un potere ritenuto legittimo a livello regionale, grazie alla coesione sociale dei cittadini e ai loro obiettivi comuni,  possa contrapporsi al potere legale della capitale Madrid.

Il professor Alessandro Colombo, titolare della cattedra di Relazioni Internazionali all’Università di Milano, ha evidenziato da subito due questioni cruciali da tenere bene a mente. In primo luogo, che chiunque si occupi di discipline quali la geopolitica o la teoria delle relazioni internazionali finisce per agire sulla realtà, che lo voglia o meno, in una relazione col potere che tuttavia non deve essere necessariamente di subordinazione. Quindi, ha aggiunto che vi sono diversi modi con cui il rapporto tra intellettuali e potere si è dispiegato a seconda di vari momenti storici. Se una volta non era raro che gli accademici italiani venissero accusati di isolamento, oggi al contrario il problema deriva dall’ispessimento continuo delle relazioni, specialmente a causa di ragioni economiche che spingono gli intellettuali nelle direzioni privilegiate dal potere. Il professor Colombo ha individuato  tre rischi connaturati ad un rapporto squilibrato tra le due dimensioni, in particolare per chi studia discipline relative alla politica internazionale. Primo, subordinare la scelta dei temi di ricerca alle questioni più rilevanti per i decisori pubblici del momento porta all’automatico restringimento degli orizzonti delle discipline, che seguono strategie policy – oriented al fine di ottenere più fondi per le loro ricerche. Secondo, decidere di approfondire argomenti di stretta attualità con la speranza di esercitare una qualche influenza sulle politiche pubbliche conduce spesso gli accademici verso temi storicamente secondari. La fascinazione di temi mainstream può distogliere l’attenzione degli intellettuali dalle vere minacce della quotidianità internazionale. Terzo, una relazione troppo  a senso unico con i decisori politici può portare gli accademici ad adottare acriticamente la definizione dei concetti e le prospettive che essi propongono, finendo per farsi condizionare troppo dal “principe” invece di esserne “consiglieri”, com’è accaduto con le guerre in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2006.

Ha preso poi la parola Dario Fabbri, giornalista e coordinatore dell’area America di Limes, che sulla scia di Colombo ha affermato che la presunta influenza degli intellettuali sui decisori politici è sopravvalutata, anche a causa dei limiti posti agli stessi decision makers. La geopolitica dovrebbe essere asettica, saper fare a meno dei condizionamenti della politica e comprendere che il suo contributo all’elaborazione della politica estera è limitato, tanto dal punto di vista tattico che soprattutto strategico. Sulle scelte a medio e lungo termine infatti i suggerimenti e le teorie degli intellettuali pesano meno dei fattori strutturali di un determinato paese. Le caratteristiche geografiche modellano il comportamento delle potenze nello spazio globale e ispirano le loro azioni. Un grande margine d’azione nelle scelte strategiche hanno anche le burocrazie e gli apparati dello Stato, a cui secondo Fabbri viene dedicata una scarsa attenzione in Italia. Il ruolo di questi artigiani della politica estera in realtà non è da sottovalutare poiché ad essi è riservato un notevole margine d’azione, come accade ad esempio negli Stati Uniti, essendo parte di quei pesi e contrappesi che bilanciano e contengono l’autonomia decisionale del presidente.

Fabbri ha poi sottolineato ancora quanto sia fondamentale per chi si dedica all’analisi geopolitica non innamorarsi dei temi più in voga del momento, che risultano sempre di secondo piano rispetto ai dati strutturali di un paese o area geografica. Sempre a proposito di Stati Uniti, sarebbe opportuno ricordare che la maggior rivoluzione da essi vissuta in questi primi anni del XXI secolo non riguarda la politica, come sembrerebbe emergere dalla figura di Donald Trump, ma la demografia, con percentuali sempre più alte di ispano-americani e di immigrati messicani nella parte Sud Occidentale del paese. Il destino di Washington si gioca più su quel confine che nei teatri del Medio oriente o dell’Asia Pacifico, come ricordava anni fa un altro geografo, Robert Kaplan.

In conclusione, egli ha ricordato che sebbene la geopolitica si limiti a dare indizi e suggerimenti al potere nel modo più asettico e neutrale, individuandone le priorità, essa corre comunque il rischio di mettersi involontariamente al suo servizio.

Maria Luisa Sturani, professoressa di geografia presso l’Università di Torino, ha voluto sottolineare due aspetti che si legano alla medesima questione: le implicazioni problematiche del sapere geopolitico su committenza del potere, con il rischio di subordinazione dell’intellettuale, e quindi le insidie e le responsabilità poste dall’impegno pubblico dei geografi nel mondo esterno all’accademia, a partire dagli studenti universitari, che rappresentano un ponte tra interno ed esterno. Le due questioni sono state affrontate anche grazie all’esperienza che la professoressa, esperta di geografia storica, ha accumulato nel corso degli anni come consulente dei poteri pubblici locali in merito alla definizione di confini regionali ed amministrativi ed è sulla base di quest’attività che ha fornito un contributo valido ai fini del dibattito.

Riguardo al primo punto, la Sturani ha evidenziato quanto sia importante prendere le dovute distanze dal potere, non solo per preservare una certa autonomia di riflessione, ma anche per ragioni contingenti (i decisori politici hanno dei tempi di applicazione decisamente più brevi rispetto a quelli dell’elaborazione scientifica; il peso di sforzi applicativi nella formazione di consulenze professionali spesso si rivelano futili, non avendo un posto prioritario tra le voci al tavolo delle negoziazioni). Sul secondo punto, cioè sul public engagement dei geografi, la professoressa ha ribadito la necessità di capire e costruire il proprio pubblico, adattando lo stile in base al target dei destinatari ed evitando di frapporre rigide barriere tra le varie discipline che si occupano dei rapporti tra spazio e potere.

Da ultima ha preso la parola la professoressa Lida Viganoni, docente di geografia politica presso l’Università L’Orientale di Napoli. Come i precedenti relatori, la professoressa si è soffermata ancora sulla vexata quaestio dei rapporti tra intellettuali e potere, che oggi è diventata più complicata a causa della complessità della società contemporanea, fatta di reti e flussi di poteri disseminati su varie scale territoriali. Tutte le azioni umane vanno interpretate in relazione ad un determinato potere, non solo sugli scenari più in vista delle relazioni internazionali, ma anche e soprattutto a livello locale, campo d’azione privilegiato dai geografi, che comprendono la necessità di inchieste e studi sul terreno. Solo mettendo a fuoco la centralità del contesto territoriale si possono ricavare i motivi che stanno alla base di determinati conflitti, oggigiorno sempre più spesso scatenati da questioni legate all’ambiente o all’energia. In seguito, la Viganoni ha riflettuto sulla posizione degli accademici nei confronti del potere, sostenendo che il loro primo compito è quello di dedicarsi alla didattica e alla ricerca in piena libertà e con atteggiamento critico, che deve essere trasmesso agli studenti. Eppure, i tagli alla ricerca e la penuria di fondi hanno nociuto all’accademia e fatto sì che molti professori orientassero le loro preferenze verso tematiche più appetibili e più orientate dal potere politico. Contro la presunzione delle azioni di chi vorrebbe ergersi a consigliere del principe, la professoressa si è chiesta quanto veramente abbiano contato gli intellettuali nelle consultazioni con politici ed amministratori locali, che ad esempio nel Mezzogiorno hanno ignorato a lungo il contributo degli esperti delle discipline in questione. Riprendendo John Agnew, ha concluso ribadendo che se un tempo le politiche erano determinate dalla geografia, sembra che oggi purtroppo succeda l’inverso.

Due sono i temi principali emersi nel corso di questa giornata di studi, sui quali è necessario che il dibattito in geopolitica si soffermi a lungo. Da un lato, la consapevolezza che l’ago della bilancia nel rapporto tra esponenti della disciplina e potere può facilmente pendere verso quest’ultimo, compromettendo l’autonomia degli intellettuali e orientando le ricerche verso questioni politicamente più attuali ed appetibili. Dall’altro, la constatazione che al giorno d’oggi le dimensioni del potere con cui fare i conti sono molteplici e rizomatiche. I vari volti del potere consentono di aprire nuove prospettive e livelli di analisi per la geopolitica contemporanea, mettendo in risalto contesti spaziali che superano l’angusta logica statocentrica e rendendo ancora più valido il lavoro sul campo dei geografi.

Il futuro delle Cross-Strait relation all’indomani del Congresso del Partito comunista cinese

Nelle tre ore e mezza del suo discorso inaugurale al diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese (PCC) Xi Jinping ha affrontato molti temi, dalla necessità di ridurre la grande disparità sociale che si sta formando nel paese alla programmazione di ambiziosi modelli di modernizzazione da realizzare nei prossimi venti anni sino all’enunciazione della “nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il pensiero di Xi è stato inserito nella Costituzione del PCC, un onore che era stato tributato finora solo a Mao Zedong e a Deng Xiaoping. Ma il contributo di Deng fu inserito solo dopo la sua morte, quindi il recente congresso di Pechino ha di fatto elevato il rango di Xi a quello di Mao.

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Durante il suo discorso il presidente cinese si è riferito in più occasioni al futuro delle relazioni con Taiwan, il silenzio assordante tra Taipei e Pechino e le numerose ritorsioni cinesi nei confronti della democrazia taiwanese, in particolare le estromissioni dai principali eventi delle organizzazioni internazionali, avevano lasciato presagire un ulteriore raffreddamento dei rapporti tra i due paesi. Tutti gli analisti erano concordi sulla necessità di attendere il congresso per avere una chiara idea dell’atteggiamento cinese nei confronti di Taiwan, la volontà di Xi Jinping era quella di arrivare al cruciale appuntamento politico senza nessun tipo di polemica nei confronti del delicato futuro delle relazioni sino-taiwanesi.

Xi Jinping si è riferito alla questione taiwanese dopo aver parlato di Hong Kong e di Macao, lo ha fatto sottolineando l’accettazione del consenso del 1992 come prerequisito fondamentale per le relazioni tra i due paesi. Xi Jinping non ha mai nominato esplicitamente la Presidente Tsai Ing-wen ma il riferimento alla leader taiwanese è sembrato abbastanza chiaro. Xi ha ribadito la volontà di garantire l’integrità nazionale cinese e di essere pronto a rispondere con la forza ad un eventuale tentativo di indipendenza taiwanese. L’opposizione di Pechino all’indipendenza di Taiwan è uno strumento di propaganda che la Cina ha frequentemente usato negli scorsi decenni. La sovranità taiwanese è dimostrata dalla rete di relazioni internazionali che il Paese mantiene, dai numerosi uffici di rappresentanza presenti nella capitale che funzionano da ambasciate e consolati, dalla validità del passaporto della Repubblica di Cina in tutti i paesi del mondo, dai meccanismi democratici della partecipazione popolare e dalla presenza di tutti i requisiti del diritto internazionale come il controllo del territorio, la piena giurisdizione, la presenza di forze armate e da tanti altri aspetti che abbiamo analizzato più volte negli articoli di questa rubrica. I riferimenti di Xi vanno letti nell’ottica della propaganda del Partito comunista cinese e nella inevitabile cornice del congresso, numerosi analisti hanno interpretato il discorso del leader cinese come una possibile apertura nei confronti di Taiwan.

Xi Jinping ha esplicitamente menzionato la possibilità di un dialogo con Tsai Ing-wen, a patto dell’accettazione del “Consenso del 1992”. Una dinamica che non era affatto scontata e potrebbe portare ad un nuovo approccio cinese nei confronti di Taipei. Xi ha anche elencato i vari benefici che la popolazione taiwanese potrebbe conseguire da una unificazione con la Repubblica Popolare cinese. Anche qui si tratta di un inevitabile azione di propaganda in occasione del Congresso, gli analisti cinesi hanno compreso in maniera chiara la forte volontà del popolo taiwanese. I gruppi politici che supportano a Taiwan una eventuale riunificazione con la Cina sono assolutamente minoritari, probabilmente sovvenzionati direttamente da Pechino e non nutrono nessun tipo di seguito nel paese. Anche tra gli esponenti del Kuomintang i sostenitori di un possibile processo di riunificazione sono praticamente scomparsi e tutti i sondaggi interni dimostrano chiaramente come la volontà di tutti i taiwanesi di mantenere la propria sovranità sia una caratteristica condivisa tra cittadini di variegati orientamenti politici e distinta appartenenza anagrafica.

Fino a qualche anno fa il miraggio di un miglioramento delle condizioni economiche ha costituito la principale spinta per i gruppi che hanno promosso delle istanze pro unificazione a Taiwan, ma la deriva di Hong Kong ha seriamente compromesso questa interpretazione. Una deriva che non è esclusivamente limitata alle libertà civili, una dinamica facilmente prevedibile, ma si estende anche allo sviluppo economico dell’ex colonia britannica. L’economia di Hong Kong sta infatti vivendo un momento complesso, il grande afflusso di capitali cinesi ha determinato un aumento del costo della vita sostanziale mentre le opportunità di crescita sono ostacolate dalla concorrenza cinese. Le precedenti generazioni avevano scelto di accettare le forti limitazioni di partecipazione alla vita politica per mantenere la competitività economica e il diffuso benessere sociale. Negli ultimi anni sempre più giovani lasciano l’ex possedimento britannico, gravati sia da una speculazione immobiliare alimentata da capitali cinesi sia dall’inedito fenomeno della corruzione dei funzionari. Le vicende di Hong Kong sono seguite molto attentamente a Taiwan e costituiscono un monito nei confronti di qualsiasi politica pro Cina. Pechino è ben cosciente dell’impossibilità di conquistare i cuori e le menti dei taiwanesi, d’altra parte la retorica del PCC non consente un arretramento di fronte alle rivendicazioni cinesi nei confronti di Taiwan. Il gelo sino-taiwanese durante il primo anno di governo della Presidente Tsai Ing-wen è stato, secondo molti analisti, causato proprio dalla preparazione al congresso del Partito comunista e alla necessità di Xi di non mostrare alcun segno di cedimento nei confronti di Taiwan. Nelle prossime settimane sarà possibile comprendere il futuro delle Cross-Strait relation e il possibile punto di partenza potrà essere proprio una interpretazione condivisa del gioco di parole che si cela dietro al “Consenso del 1992”.

Geopolitica dello sciismo

L’Iran si propone come faro degli sciiti, e reclama un posto primario nella gerarchia del potere regionale. Il contrasto con l’Arabia Saudita, la guerra in Siria, le nuove elezioni: i piani di Tehran nel prossimo futuro.

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Gli sciiti
Lo sciismo (da Shi’a: “partito” di Alì) rappresenta la più importante divisione all’interno del mondo islamico. La divisione nacque per motivi politici, quando nel 661 la dinastia Omayyade di Damasco (in principio avversa alla famiglia di Maometto), nella figura di Mu’awiya, conquistò la guida del Califfato.
Sconfitto politicamente da questo episodio fu Alì, quarto califfo, cugino e genero di Maometto, e di conseguenza la famiglia del Profeta fu estromessa dalla guida della Umma islamica.
Attorno alla famiglia del Profeta (ahl al-bayt: “le genti della Casa”), in particolare alla figura di Al-Husayn, figlio di Alì e nipote di Maometto, si costituì un partito (Shi’a) che reclamava il ruolo di guida della Umma, in nome della sacra discendenza. Nel 680 Mu’awiya designò come suo successore Yazid, suo figlio, rendendo ereditario il titolo di Califfo e evidenziando l’estromissione dei discendenti di Alì dal centro del potere islamico. A questo punto Husayn tentò di tornare in Iraq per riconquistare il comando, insieme ai seguaci del padre, ma a Karbala, un villaggio sull’Eufrate, venne raggiunto dalle truppe governative e rimase ucciso dopo un combattimento, dove trovarono la morte la maggior parte dei suoi seguaci. “Il massacro di Karbala” segna un punto di non ritorno per la componente sciita: è il giorno in cui una mano musulmana, proclamatasi rappresentante della Umma islamica, ha ucciso un membro della famiglia del Profeta.

La distribuzione
Oggi lo sciismo rappresenta circa il 15-20% dei musulmani: è maggioritario in Iran (dove gli sciiti rappresentano la quasi totalità della popolazione), in Azerbaijan, in Iraq e in Bahrein. Grandi percentuali di sciiti sono presenti in Libano (circa la metà della popolazione islamica), in Yemen, in Kuwait e in generale in tutti i paesi arabi. Anche in India, in Pakistan e in Tajikistan sono presenti buone percentuali di sciiti. In Siria, dove la maggioranza della popolazione è islamica sunnita, governa la famiglia Assad, che appartiene al ramo degli alawiti, divenuti parte della galassia dello sciismo solo nel 1973, a seguito di una fatwa pronunciata dall’Imam sciita Musa al-Sadr.

L’Iran come “faro” dello sciismo
Il principale rappresentante dell’universo sciita contemporaneo è l’Iran: la popolazione iraniana è composta per circa il 90% da sciiti, e ad oggi è l’unico stato appartenente a questa fazione islamica in grado di proiettare la propria influenza sulla regione mediorientale.
L’Iran ha abbracciato la religione sciita come religione di Stato con l’avvento della dinastia Safavide nel XVI secolo, generalmente considerata la dinastia che ha creato l’Iran moderno. Shah Ismai’il, fondatore della dinastia Safavide e grande re iraniano, ha imposto lo sciismo alla nazione in funziona anti-turca. Erano infatti  gli Ottomani i nemici dell’Iran safavide, visti come impedimento per la ristrutturazione della Grande Persia. A quel punto lo sciismo, nato in Iran per motivi politici, si diffuse e divenne parte fondante del nuovo stato.

Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran è stato per molti anni una fonte di ispirazione per l’Islam politico: la rivoluzione di Khomeini, e il suo conseguente progetto, ebbe un grande impatto sull’universo islamico, trovando il terreno già fertile grazie al ruolo che l’Islam aveva avuto in tutte le lotte di decolonizzazione dell’area MENA. Ma la lunga guerra contro l’Iraq, e le continue frizioni con l’Occidente arrivate al culmine con le due presidenze di Ahmadinejad, relegarono il nuovo Iran all’interno dei propri confini. Il progetto di diventare il “faro” dell’Islam sciita era però solo rimandato: con la presidenza Rouhani, e con l’inizio della guerra in Siria, l’Iran ha di nuovo rivolto il suo sguardo sulla cosiddetta “Mezzaluna sciita”. Ha rafforzato i mai sopiti rapporti con Hezbollah, deterrente iraniano nei confronti di Israele, ha approfittato del nuovo corso sciita iracheno , ha supportato attivamente gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen, in una guerra per procura all’Arabia Saudita (stesso dicasi della  parentesi tra il 2011 e il 2014 in Bahrein), ma soprattutto ha inviato i Pasdaran per sostenere Assad in Siria.
La Siria, infatti, rappresenta l’hub strategico di Teheran per il progetto di influenza nel mondo sciita. Il clan alawita degli Assad, al potere dal 1970, è la garanzia di uno stato amico che unisce il puzzle di alleanze che porta l’Iran sino al Mediterraneo. Uno stato arabo che condivide ufficialmente gli stessi interessi geopolitici di Tehran, dal rapporto con Washington a quello con Tel Aviv. Un ponte con il Libano, nonché il teatro di guerra nel quale l’Iran ha ribadito la sua volontà di presentarsi come attore principale della regione. Gli sviluppi del nucleare, e il ritrovato dialogo con l’Occidente sino alla presidenza Trump, avvalorano questa tesi.

L’Iran ha sancito nella sua costituzione una legittimazione alla proiezione, se non globale, quantomeno regionale: negli articoli 152 e 154 si legge che la Repubblica Islamica ha l’obiettivo di proteggere “i deboli della Terra” e i musulmani ai 4 angoli del globo.
Obiettivi che risultano più ideali che altro, ma analizzando lo squilibrio di potenza che c’è a favore dell’apparato militare di Teheran rispetto al suo principale avversario nella regione (l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo), si può scorgere il perché l’Iran reclami un ruolo di primaria importanza nella gerarchia di potere nella penisola arabica e nei territori limitrofi.
I paesi arabi del Golfo possiedono un totale di 368.000 unità delle Forze Armate, capitanate dai sauditi che ne possiedono 227.000. L’Iran, da solo, possiede 475.000 uomini, suddivisi in 350.000 uomini dell’esercito e 125.000 della Guardia Rivoluzionaria Nazionale.
Quest’ultima, che usufruisce della maggioranza della quota destinata alla spesa militare, è l’apparato dell’esercito destinato a difendere, e di conseguenza a diffondere, i precetti della rivoluzione khomeinista, ed è presente in 3 stati fuori dai confini iraniani: Siria, Iraq e Yemen.
Oltre al fattore militare, l’Iran possiede un vantaggio geografico non indifferente: possiede integralmente il controllo dello Stretto di Hormuz, dove transitano giornalmente 17 milioni di barili di petrolio al giorno.
Inoltre, da quando gli Houthi, ribelli filo-sciiti, hanno preso il controllo della zona sud-occidentale dello Yemen, Tehran si ritrova un potenziale controllo indiretto anche sullo stretto di Bab al-Mandab, dove transitano 25.000 navi l’anno, il 7% della navigazione globale. Per controbilanciare la costruzione della base militare saudita nel Gibuti, volta proprio a ripristinare un controllo di Ryad nelle acque yemeniti, l’Iran ha ottenuto la concessione ad usare diverse isole e un porto in Eritrea. E’ la conferma dell’interessa strategico della Repubblica Islamica verso lo Yemen, prolungamento della mezzaluna sciita e potenziale “Vietnam militare” per la casa reale saudita, impegnata ufficialmente a difendere il governo di Sana’a tra le mille difficoltà, data la scarsa esperienza di Ryad nei conflitti militari.

La contrapposizione con Ryad
L’Iran sta quindi costruendo un soft power fatto di alleanze strategiche con alcuni paesi e attori dell’area, con una presenza militare nelle zone di conflitto e ribadendo il ruolo di faro sciita mondiale.
Da questo punto di vista soffre di una distanza incolmabile rispetto allo sfidante saudita: la casa reale dei Saud, infatti, ha dalla sua un vettore di proiezione globale che, negli ultimi 30 anni, le ha permesso di sviluppare un notevole soft power in diversi zone del globo. Si tratta dell’egemonia costruita dall’esportazione del wahabismo, particolare diramazione integralista del sunnismo che si richiama ad una interpretazione letterale del Corano e degli hadith. Dagli anni ’70, infatti, con il boom delle esportazioni di petrolio che hanno portato l’Arabia Saudita a divenire uno degli stati più ricchi della regione, Ryad ha iniziato, tramite erogazione di fondi, di invio di materiale didattico e con la costruzione di moschee e madrase (scuole coraniche), ad esportare il marchio wahabita in tutto il mondo.
La Lega Musulmana Mondiale e il Fondo per lo Sviluppo Saudita sono due esempi di come la casa reale ha influenzato milioni di fedeli in tutto il mondo, dallo Yemen alla Cina passando per la California. Miliardi di dollari destinati ai quattro angoli del globo che hanno aumentato la capacità dell’Arabia Saudita di espandere il proprio marchio.
Inoltre, i sauditi, posseggono un secondo elemento di soft power sul mondo islamico: la sovranità sulle due città sante di La Mecca e Medina. Le due culle dell’Islam sono una fonte di legittimità importantissima, ma anche un onere per Ryad che ogni anno deve organizzare il pellegrinaggio (haji) a La Mecca, e quindi gestire un flusso di milioni di pellegrini. Proprio su questo punto ci sono state frizioni rilevanti con l’Iran, dopo numerosi incidenti che hanno coinvolto cittadini iraniani, e che ha portato al boicottaggio ufficiale della Repubblica Islamica dell’haji del 2016. I diversi incidenti hanno portato alcuni studiosi e membri di spicco della comunità islamica a richiedere una sovranità internazionale sulle due città sacre, ipotesi assolutamente non presa in considerazione dalle autorità saudite.
La religione ancora come terreno di scontro geopolitico, usata come fattore di legittimazione e di proiezione globale.

Il futuro di Tehran
Il difficile compito iraniano è quello di costruire una contro-egemonia alla casa reale saudita, sfruttando le difficoltà militari che Ryad sta incontrando nello Yemen. Dalla sua l’Iran può contare sulle diverse minoranze sciite nei paesi del Golfo (è importante la minoranza presente in Arabia Saudita, che negli ultimi anni è stata protagonista di diversi disordini all’interno del paese) e su una perdita di reputazione che Ryad sta scontando sul panorama internazionale.
La poca trasparenza dell’elargizione dei fondi sauditi, l’ambiguo legame che la casa reale ha con alcuni gruppi estremisti della galassia jihadista, il wahabismo come principio di radicalizzazione verso forme di salafismo estreme, sono alcuni dei fattori che hanno acceso il dibattito internazionale sull’Arabia Saudita.
L’Iran, con fatica, negli ultimi anni ha cercato di scalare posizioni nelle gerarchie regionali: la lotta allo Stato Islamico in Siria, che coinvolge migliaia di Pasdaran iraniani; l’influenza crescente sulla mezzaluna sciita; un ritrovato dialogo con l’Occidente grazie alla figura di Rouhani sono i 3 punti che hanno caratterizzato la Repubblica Islamica negli ultimi 4 anni, e che formano la base degli obiettivi geopolitici del futuro.
Proprio tra due settimane l’Iran andrà al voto per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, o per confermare l’attuale Rouhani: la scelta del Consiglio dei Guardiani di escludere dalla corsa Ahmadinejad, sembra andare nella direzione tracciata, cioè quella di evitare una polarizzazione politica non solo interna, ma anche sul piano internazionale.

Heartland, attualità di un concetto geopolitico

Correva l’anno 1904 quando il geografo inglese Halford Mackinder pubblicò “The Geographical Pivot of History”, esponendo la teoria dell’Heartland. I britannici erano usciti dallo splendido isolamento, preoccupati dalla Weltpolitik tedesca, dalla questione d’Oriente, dallo scramble for Africa, dal Great Game in Asia centrale. L’impero britannico, essenzialmente una talassocrazia, era ora minacciato dall’ascesa di potenze terrestri.

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La pace dei cent’anni volgeva al termine e, con essa, l’egemonia europea nelle relazioni internazionali. Complice il clima di grande tensione e revanscismo tra le grandi potenze europee (Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia in primis), proliferarono le cattedre di geopolitica, un’innovativa disciplina che indagava il legame esistente tra un territorio e il popolo o Stato ivi localizzato.

Mackinder per primo capì l’importanza della rivoluzione ferroviaria, ipotizzando che i progressi conseguiti nel trasporto terrestre di uomini e merci avrebbero spostato il baricentro geopolitico del mondo in Eurasia, l’Heartland, riducendo drasticamente l’importanza del controllo dei mari e – quindi, le capacità britanniche di mantenere l’egemonia.

Nell’Eurasia, le minacce principali provenivano da potenze emergenti: Germania, Russia e Giappone. Onde evitare che, sfruttando l’enorme bacino di risorse umane e naturali offerte dall’Heartland, potesse affermarsi una grande potenza, magari ostile, l’obiettivo britannico avrebbe dovuto essere il contenimento dei principali attori eurasiatici, ricorrendo ad alleanze strategiche, creando stati-cuscinetto e, soprattutto, evitando la formazione di un asse russo-tedesco: le risorse naturali e territoriali russe congiunte alla potenza navale e industriale tedesca avrebbero costituito un grave pericolo.

Come fu accolta la teoria? I britannici, alla luce della sconfitta russa contro il Giappone, ne ridimensionarono notevolmente il potenziale minaccioso, siglando un’alleanza durata fino alla prima guerra mondiale. L’idea degli stati-cuscinetto fu ripresa durante la conferenza di pace di Parigi del 1919, circoscritta all’ambito europeo, per evitare contatti tra quelli che furono gli imperi centrali.

Nel secondo dopoguerra, gli studi geopolitici furono accolti con interesse negli Stati Uniti, usciti dalla seconda guerra mondiale come unica superpotenza e intenzionati a far durare il nuovo status quo.

La geostrategia contribuì alla formazione delle dottrine di politica estera statunitense per l’intero corso della guerra fredda: dal containment, all’atomizzazione della Germania, alla teoria del domino.

Fino al crollo dell’Unione Sovietica, le amministrazioni susseguitesi a Washington fecero proprio il monito di Mackinder: evitare la formazione di una grande potenza eurasiatica, ricorrendo ad alleanze strategiche (in primis convertendo il Giappone in uno stato-satellite, in secundis sfruttando la crisi sino-sovietica, avvicinandosi alla Repubblica Popolare Cinese) e contenendo la minaccia sovietica su ogni fronte (dal Vietnam all’Afghanistan).

Dal 1991 ad oggi, gli Stati Uniti hanno aumentato la propria presenza in Asia, evidenziando l’attualità della teoria dell’Heartland.

Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Carter, applicò le tesi di Mackinder e Spykman favorendo il miglioramento dei rapporti bilaterali con la Repubblica Popolare Cinese per isolare l’Unione Sovietica, e contenendo l’espansionismo sovietico in Asia centrale, finanziando i mujaheddin in Afghanistan.

Nel 1997, Brzezinski pubblicò “La grande scacchiera”, un libro noto tra gli addetti ai lavori, spiegando cosa gli Stati Uniti dovrebbero fare nel post-guerra fredda per restare una superpotenza: non distogliere l’attenzione dall’Eurasia. Brzezinski spiega come siano aumentate le potenze asiatiche potenzialmente ostili; a Russia e Cina si sono affiancate Turchia, Iran, Pakistan, India. Alla luce di questa situazione, i cardini della geostrategia statunitense dovrebbero essere l’ex area sovietica (Europa orientale, Caucaso, Asia centrale), il Medio Oriente e il Golfo Persico.

Riguardo la Russia, Brzezinski suggerì di ridurne l’influenza procedendo all’allargamento dell’Unione Europea (una pedina statunitense nella grande scacchiera) ad Est, fino ad integrare l’Ucraina. Processo avvenuto e tutt’ora in corso: la Georgia si è allontanata dall’orbita russa nel 2004 dopo la rivoluzione colorata che ha portato al governo Mikheil Saakashvili, in Ucraina il governo Poroshenko insediatosi dopo i fatti di Euromaidan del 2013, ha auspicato l’entrata del paese nell’UE e nella NATO.

Medio Oriente e golfo Persico, per Brzezinski, rappresentavano una delle incognite maggiori, per via del contesto etno-religioso che rende l’area altamente conflittuale. Una regione importante, snodo essenziale per i traffici petroliferi, in cui collidono gli interessi di diversi paesi: Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Siria, Stati Uniti. Nell’ottica di mantenere l’area instabile ed infastidire le potenze regionali ostili, si inquadrerebbero diversi interventi: guerra del Golfo, invasione dell’Afghanistan, guerra d’Iraq e, in ultimo, l’appoggio ai ribelli anti-Assad in Siria e la linea dura contro l’Iran.

Altro punto saliente riguarda l’Estremo Oriente, in particolare la Repubblica Popolare Cinese. Convertito il Giappone in una sorta di protettorato dal 1945, il maggior pericolo è rappresentato da Pechino. L’analista ritiene che, alla luce di peculiarità demografiche, economiche, tecnologiche e militari e per interessi confliggenti in Asia e nel Pacifico, la Repubblica Popolare Cinese rappresenti l’incognita maggiore per gli Stati Uniti. Per tale motivo, dall’inaugurazione delle relazioni bilaterali tra i due paesi, avvenuta grazie alla mediazione di Brzezinski, è stato instaurato un solido legame commerciale, accentuato dal 2000. Emblematica la posizione di Hillary Clinton, segretario di Stato sotto l’amministrazione Obama, espressa a Foreign Policy nel 2011, dove parlò della necessità di approfondire i legami economici e diplomatici statunitensi in Cina ed Estremo Oriente, per via delle grandi potenzialità offerte dall’area.

Infine, pur ritenendo scarse le probabilità di uno sganciamento dell’Unione Europea dagli Stati Uniti, Brzezinski invitava a prestare attenzione alla Francia, per via di mai sopite ambizioni egemoniche (le pressioni di Sarkozy alla base dell’intervento in Libia nel 2011 ne sono la dimostrazione), e alla Germania, da tenere lontana dall’orbita russa.

Nel 2017, a 20 anni da “La grande scacchiera” e ad oltre un secolo da “The Geographical Pivot of History”, la geostrategia per l’Asia di Brzezinski e Mackinder, è ancora valida? Il controllo dell’Heartland continua ad essere una linea direttrice della politica estera statunitense? Numerosi eventi suggeriscono di sì: dall’allargamento ad Est e Balcani della NATO, alla questione ucraina, fino alla deposizione di regimi scomodi nell’area medio-orientale (Afghanistan, Iraq).

Trump sta abbandonando gli iniziali propositi isolazionisti, evidenziando nuovamente l’importanza dell’Eurasia ai fini dell’egemonia americana. È intervenuto sulla questione ucraina, sostenendo che la Russia dovrebbe restituire la Crimea. Ha accusato la Germania di usare l’UE per fini egemonici e lodato la Brexit (forse un rimescolamento delle alleanze? L’asse Washington-Londra preferito al Washington-Berlino?). Ha invocato il ripristino della linea dura contro l’Iran. Infine, degne di nota, le prese di posizione verso Pechino, dall’ambito commerciale e valutario, al più sensibile teatro del Mar Cinese Meridionale, dove recentemente è stata inviata la portaerei Nimitz USS Carl Vinson a scopo di pattugliamento.

Sebbene il futuro sia imprevedibile anche per l’analista più esperto, una cosa è certa: il controllo dell’Heartland continuerà ad essere motivo di scontro tra grandi potenze e aspiranti egemoni, perchè – parafrasando Mackinder: chi controlla l’Heartland, comanda il mondo.

Il codice geopolitico italiano

Spazio e percezione dello spazio. Storie e identità plasmate in secoli di relazioni, alleanze e guerre, ecco, in poche parole cos’è un “codice geopolitico”; un concetto tanto sconosciuto quanto basilare nella comprensione e nell’analisi delle relazioni internazionali.

Il codice geopolitico italiano - Geopolitica.info Legenda: ⦁ Nei quadrati rossi le macro aree di interesse geopolitico ⦁ Contrassegnate con una stella i vecchi domini coloniali ⦁ Fumetti: le maggiori comunità italiane fuori dal territorio europeo ⦁ Con le frecce vengono contrassegnati i più eclatanti esempi di controtendenza politica rispetto al resto del blocco occidentale.

Per dirla con parole più accademiche, possiamo riferirci a Colin Flint, il quale definisce il codice geopolitico sic et simpliciter come “il modo in cui un Paese si orienta nel mondo”. Lo stesso autore operazionalizza il concetto suddividendolo in 5 considerazioni:

⦁ Chi sono i nostri attuali e potenziali alleati
⦁ Chi sono i nostri attuali e potenziali nemici
⦁ Come possiamo mantenere i nostri alleati e promuovere potenziali alleanze future
⦁ Come possiamo contrastare i nostri attuali nemici ed isolare le minacce
⦁ Come giustifichiamo le quattro considerazioni precedenti al nostro pubblico e alla comunità mondiale

Lo studioso russo Igor Okunev, si sofferma nel sottolineare due ulteriori variabili del codice in oggetto: la scala e l’orientamento. Evidentemente va quindi analizzato – oltre al posizionamento geografico del Paese – anche ciò che considera essere il suo raggio d’azione e di influenza oltre che la sua appartenenza ad eventuali blocchi geopolitici. Lo stesso Okunev sottolinea come nell’attuale contesto storico, figlio del crollo dell’Unione Sovietica e della fine della Guerra Fredda, i codici geopolitici sono via via diventati meno stabili. La fine dell’ottica bipolare nell’arena internazionale ha infatti favorito in questo modo la creazione di coalizioni ad hoc a seconda dei diversi scenari di crisi internazionale.

Molte sono state le applicazioni del codice geopolitico per capire come un Paese si vede nel contesto globale e in quale atteggiamento si pone, politicamente parlando, verso le diverse sfide che il presente offre. Quasi sempre i casi studiati sono quelli delle grandi potenze mondiali. Esempi immediati di codici geopolitici sono diversi: la politica del Declino del Regno Unito nella prima metà del secolo scorso, la Greandeur francese, la War on Terrorism degli Stati Uniti a partire dagli anni duemila o l’eurasiatismo nella Russia di Putin.
Probabilmente per la sua minore rilevanza sul piano internazionale, il codice geopolitico italiano non è mai stato fatto oggetto di approfondita analisi sebbene la storia, la cultura e le identità del nostro Paese sono così varie e così connesse da formare un mosaico che interagisce in maniera peculiare con la posizione geografica della penisola. Tutto ciò ha portato senza dubbio alla creazione di un codice italiano dal quale l’analista geopolitico non può prescindere onde poter meglio leggere e interpretare gli eventi e le prese di posizione assunte dall’Italia in tema di politica internazionale. Questo breve articolo si propone quindi di offrire un input al suo studio, senza particolari pretese di esaustività.

Come si percepisce quindi l’Italia nel mondo e come orienta il suo processo di decision-making nell’arena globale?
E’ utile a questo proposito partire da fatti che potremmo definire più che altro storici dovendo necessariamente il codice geopolitico affondare le sue radici nella storia del Paese in esame. Non avendo la volontà in questa sede di fare un elenco dettagliato dei maggiori eventi vissuti in questo stivale d’Europa, è tuttavia possibile isolarne alcuni di maggior rilievo che hanno lasciato un’impronta nelle attitudini geopolitiche del Paese: i fenomeni migratori che seguirono l’unità d’Italia, rivolti verso nazioni maggiormente sviluppate e particolarmente nelle Americhe; le politiche di potenza che da dopo l’unità fino alla caduta del fascismo porteranno l’Italia ad avere dei domini in Cirenaica, Tripolitania e nel Corno d’Africa; la fine del secondo conflitto mondiale con la sua eredità di orrori e tragedie che porterà la nuova classe dirigente italiana ad allinearsi in maniera decisa con il nascente blocco occidentale, sia in funzione esterna onde garantirsi una copertura in termini militari ed economici, sia in funzione interna per isolare la minaccia comunista, particolarmente forte in Italia come in Francia. Essendo passati oltre settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e ventisei anni dalla fine della Guerra Fredda, l’Italia si presenta oggi come una nazione chiave nel quadro geostrategico occidentale e la percezione geopolitica che ha di se stessa pare andare esattamente in questa direzione. Per avere conferma di ciò, si può fare riferimento al cosiddetto Libro Bianco, concernente tematiche di sicurezza internazionale e difesa, emanato nel 2015 dal Ministero della Difesa. Da questo documento si evince chiaramente come la visione sia incentrata su due perni geografici fondamentali: la dimensione Euro-Atlantica, vista non soltanto nella sua spazialità pura e semplice ma come spazio politico di condivisione di determinati valori quali libertà, pace, benessere e sviluppo. Vi si ravvisa inoltre la convinta adesione alla NATO e all’Unione Europea, due blocchi che costituiscono in effetti i due “polmoni” della regione in esame, la quale viene definita “fulcro degli interessi nazionali”. E’ facilmente possibile capire perchè l’Italia si percepisca in questo modo: uscita sconfitta, divisa e distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha voluto mostrare il suo impegno nei processi di integrazione internazionale: risulta infatti essere sia tra in membri fondatori della NATO, sia tra i membri fondatori dell’allora CECA, antesignana della nostra Unione Europea. L’Italia resta tutt’ora un Paese fortemente europeista: se si tiene in considerazione l’euroscetticismo solo come una corrente di protesta e non di abbandono dell’UE, si vedrà come l’opzione di “exit” viene promossa tra i partiti maggiori esclusivamente dalla Lega Nord, mentre gli altri restano chi più chi meno convinti che un’Italia senza Europa non abbia futuro. Anche per quanto concerne la NATO, nessun partito che abbia rappresentanza parlamentare propone ufficialmente un’uscita dall’Alleanza Atlantica. L’Italia si percepisce dunque come uno dei cardini per l’integrazione e la sicurezza nella regione, una percezione resa più concreta anche dalla presenza di 59 basi militari americane sul suolo nazionale.
Non solo la regione Euro-Atlantica viene presa in esame dal Libro Bianco, ma altresì quella Euro-Mediterranea. Definita come la principale area di intervento nazionale, questa viene suddivisa in questo documento in cinque zone: i Paesi UE, l’area balcanica, il Mar Nero e il Maghreb. L’Italia da grande importanza al bacino Mediterraneo: da qui provengono diverse minacce alla sicurezza del Paese. Non essendo possibile stabilire un sistema di sicurezza regionale, l’Italia punta a una stabilizzazione dell’area, per quanto nelle sue possibilità. Il Libro Bianco lascia inoltre intendere la volontà italiana di poter diventare Nazione leader in certe operazioni internazionali che si svolgono nella regione mediterranea, soprattutto nelle areee dove la conoscenza diretta è maggiore sia per ragioni storiche che culturali. Le ex colonie, seppur non nominate, risultano quindi essere di particolare interesse regionale per il prestigio del nostro Paese. In questa ottica possono essere lette diverse mosse, non sempre azzeccate, che l’Italia ha fatto sullo scacchiere Euro-Mediterraneo: partendo da una ex-colonia come la Libia, il quanto meno imprudente regime change del 2011 ha poi portato l’Italia a farsi promotore di un Governo di Unità Nazionale guidato da Al Serraj, con il quale sta cercando di stipulare nuovi accordi per frenare i continui flussi migratori sulle nostre coste. Né la morte di Gheddafi, né il nuovo governo pare comunque che abbiano soddisfatto quelle aspettative di stabilità citate in precedenza. Un caso di migliore riuscita di forte presenza italiana in operazioni internazionali nel bacino mediterraneo, è senza dubbio l’operazione UNIFIL in Libano, guidata per sette anni su dieci da un generale italiano. La storica amicizia con il mondo arabo è l’ultimo dettaglio rilevante da presentare: una “diplomazia dell’amicizia”, come viene definita da Matteo Pizzogallo (2015), che ha portato il nostro Paese a essere percepito come un affidabile punto di riferimento da parte di diversi Paesi arabi e dei loro leader. La crisi di Sigonella può essere presa ad archetipo.

Cercando di tirare delle conclusioni coerenti e sintetiche, l’Italia ha una percezione di se stessa come pilastro affidabile del mondo occidentale, membro fedele della NATO e dell’Unione Europea. La dimensione Atlantica e il suo legame con le Americhe non deriva soltanto da un legame militare e da esigenze di sicurezza: le tre maggiori comunità di italiani all’estero (se consideriamo quelle fuori dall’Europa) sono residenti negli USA, in Brasile e in Argentina. Centinaia di migliaia di persone con doppio passaporto o con la solo cittadinanza italiana che d’altronde non rappresentano che una goccia delle decine di milioni di italoamericani presenti oltreoceano. Nell’area Atlantica abbiamo quindi un legame umano, culturale e politico forte, dal quale difficilmente si può prescindere. Nella sfera di influenza Mediterranea, il nostro Paese è consapevole della sua storia di vecchia potenza coloniale nel bacino del Mare Nostrum e cerca di promuoverne la stabilità regionale.
Un pilastro affidabile, un Paese tanto Euro-Atlantico quanto Euro-Mediterraneo, ma con ulteriori peculiarità: da sottolineare come comunemente la classe dirigente italiana e il comune sentire non entri quasi mai nella retorica del nemico. Al di là della spesso citata e comprensibile minaccia terroristica, giustamente temuta ai fini della sicurezza internazionale, l’Italia rifiuta di etichettare in maniera più o meno velata altre nazioni come nemici. La ricerca del dialogo e la diplomazia dell’amicizia sono senza dubbio il terzo tratto saliente del codice geopolitico italiano: vicinanza e amicizia con il mondo arabo, ma si potrebbero citare anche la forte opposizione italiana in sede comunitaria al rinnovo della sanzioni contro la Federazione Russa o la ricerca di buoni accordi commerciali con l’Iran, che hanno portato Renzi a Teheran quale prima visita ufficiale di un leader occidentale dall’entrata in vigore dell’Iran Deal.

Pilastro d’Occidente, con un favorevole posizionamento geostrategico e con interessi prevalentemente regionali ma privo di nemici giurati e in dialogo anche con gli outsider. Questo sembra essere in poche parole la percezione che l’Italia ha di se stessa nell’arena globale, questo è il codice geopolitico attraverso il quale legge la sua realtà.