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La Libia aspetta l’uomo forte

Sono rientrato in Italia dalla Libia la notte tra il 3 e il 4 aprile. Poche ore prima dell’avanzata della colonna di Haftar verso la “capitale” Tripoli. Nei giorni precedenti, la maggior parte dei miei interlocutori libici, il cui destino era comunque legato alla tenuta del Governo, tendeva o a sviare dalle mie domande sui temi strettamente politici o a ridicolizzare il parlamento di Tobrouk e il “vecchio” Generale.

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Da venerdì, queste certezze si sono velocemente incrinate, come è evaporato il sostegno internazionale a Serraj. Nello scambio dei messaggi, nelle telefonate via Skype si fa strada la paura di ripiombare nei momenti più bui della fase post-rivoluzionaria: il 2014 e il 2017, di cui molti edifici – soprattutto delle infrastrutture più importanti – portano traccia, “esponendo” ancora tutto il catalogo delle munizioni disponibili negli eserciti dell’ex Patto di Varsavia, o apparentati.

Si accalcano dal basso verso l’alto – mordendo dei palazzi come sifilide urbana – i fori dei colpi calibro 7,62 dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici leggere sui primi piani, RPG e contraerea binata sui successivi. Intanto, si aspetta che gli altri giocatori determinanti – Zintan e Misurata – gettino nella mischia il loro peso specifico.

Il fronte è fluido e sui canali della propaganda riconosco i nomi di località visitate solo pochi giorni prima e oggi travolte dai combattimenti o colpite dalle salve di razzi.

Allora, non posso non pensare a come, nei caffè, nelle riunioni nelle case della borghesia impiegatizia umiliata dai ritardi del pagamento degli stipendi, dalle file estenuanti agli sportelli bancari, dalla scarsità di beni di consumo, e soprattutto da un senso di insicurezza fisica mai provata prima, si stia facendo strada – per ora a bassa voce – un senso di nostalgia per l’uomo forte che presto – come contraltare al caos e alla disgregazione – potrebbe trasformarsi in un progetto politico, qualora il cognome potente trovi un degno erede. In questo momento l’ordine vale più di ogni libertà.
Ruanda: un genocidio geopolitico

Il 6 aprile del 1994 in Ruanda si scatena l’inferno. Poi seguiranno 100 giorni di massacri, stupri e violenze di ogni tipo ai danni dei tutsi e degli hutu moderati. Il pretesto, forse tanto atteso dagli estremisti hutu, fu l’abbattimento dell’aereo e la conseguente morte del presidente ruandese Juvenal Habyarimana (di etnia hutu), al potere dal 1973. Con lui morì anche il presidente del Burundi, entrambi di ritorno dai colloqui di pace in Tanzania. Fino a oggi non è stata ancora appurata la responsabilità dell’attentato.Le ipotesi sono sostanzialmente due: chi crede che siano stati gli estremisti hutu (facenti parte del circolo ristretto della moglie del presidente del Ruanda, Agathe) e chi invece incolpa i ribelli tutsi del RPF (Rwanda Patriotic Front), allora comandati dall’attuale presidente ruandese, Paul Kagame.

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Torniamo un po’ indietro.

Il Ruanda fece il suo ingresso nella sfera politica europea alla fine dell’Ottocento, precisamente nel 1897, quando la Germania di Guglielmo II entrò in possesso del regno (comprendeva anche il moderno Burundi). I tedeschi vi trovarono un regno molto organizzato con a capo un re tutsi, che i nativi chiamavano mwami. Era considerato dal popolo un semi-dio.

La popolazione era divisa in due gruppi: i tutsi e gli hutu. I primi allevavano il bestiame e i secondi coltivavano la terra. Questi due gruppi non erano statici, ma in virtù delle proprie capacità potevano cambiare. Infatti non era raro che un hutu fosse allevatore e un tutsi agricoltore. I nuovi arrivati non tardarono a individuare i tutsi come l’élite del luogo. Li appoggiarono e gli consentirono di rafforzare il proprio potere a discapito degli hutu. I tutsi furono aiutati in questo da una teoria ripresa dall’esploratore inglese, del XIX secolo, John H. Speke, che ebbe la fortuna di “scoprire” il lago Vittoria e le sorgenti del Nilo. Egli, nel 1863, formulò la teoria secondo la quale i tutsi fossero in realtà i discendenti del re David, e di conseguenza li considerava una tribù caucasica di origini etiope; mentre identificava gli hutu come la classica tribù negroide e sottosviluppata. Questo pensiero attecchì anche con i tedeschi. I tutsi erano considerati aristocratici, alti, belli con fisici slanciati, pelle non molto scura, labbra sottili e naso stretto e appuntito; mentre gli hutu erano rozzi, bassi con corporatura tozza, pelle scura e naso schiacciato.

Dopo la Prima guerra mondiale, il Belgio amministrò il regno di Ruanda-Urundi al posto della Germania sconfitta. Con la dominazione belga la situazione tra le due “etnie” diventò sempre più insostenibile, scavando tra loro un solco sempre più profondo e incolmabile. Nel 1933 i belgi introdussero le carte d’identità etniche e continuarono ad assegnare i posti migliori dell’amministrazione del governo ai tutsi. Gli hutu, sempre più emarginati ed esclusi dalla società, cominciarono ad organizzarsi: un gruppo di intellettuali pubblicò il Manifesto hutu. In sintesi, il Manifesto dichiarava la sostituzione dei tutsi ai cardini del potere con uomini hutu, legittimando la violenza contro gli oppressori feudali dei primi sui secondi.

Siamo nel 1957. Il Belgio, che fino ad allora aveva sempre appoggiato e protetto i tutsi, improvvisamente cambiò strategia politica e abbandonò i vecchi protetti per i nuovi diseredati da redimere. L’influenza della Chiesa qui fu forte. Negli anni ’50 i nuovi sacerdoti belgi mandati nella colonia ruandese erano di origine fiamminga e di conseguenza gli veniva naturale identificarsi con gli hutu. In Belgio, in quegli anni, i valloni (di lingua francese), che erano una minoranza, detenevano maggiore potere e ricchezza rispetto ai fiamminghi (di lingua germanica, molto simile all’olandese), che invece rappresentavano la maggioranza della popolazione. Esattamente come in Ruanda. Gli hutu rappresentavano l’84% della popolazione, i twa (pigmei, primi abitanti della zona) l’1% e i tutsi appena il 15%.

Nel 1959-60 avvengono i primi incidenti gravi: migliaia di tutsi vengono uccisi e migliaia di persone sono costrette a fuggire all’estero. I belgi non muovono un dito. Nel 1962 i ruandesi ottengono l’indipendenza dal Belgio ed eleggono Kayibanda presidente. Costui darà il là a vari pogrom contro i tutsi: i più devastanti nel 1963 e 1964 con 15 mila morti e 250.000 rifugiati. Dopo questi fatti, scriverà il filosofo Sir Bertrand Russell: “Il massacro più atroce e sistematico di cui siamo stati testimoni dopo lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti”.

L’odio verso i tutsi non tende a placarsi, e anche quando nel 1973 il generale Juvenas Habyarinama prende il potere con un colpo di stato, i massacri continueranno. Quello stesso anno migliaia di persone vengono uccise. Lo stesso accadrà altre volte nel corso degli anni, fino ai pesanti pogrom del 1992. All’inizio degli anni Novanta l’ONU manda un contingente di soldati comandati dal generale canadese Romeo Dallaire. Nel 1993 viene firmato un trattato di pace tra Habyarimana e i ribelli tutsi del RPF, che risiedono in Uganda (essendo cresciuti e in molti casi nati in quel Paese perché espatriati o figli di espatriati fuggiti dai massacri avvenuti in Ruanda, dopo gli anni ’60).

Questi ultimi parlano tutti inglese. Questo è un particolare importante ai fini della nostra storia. La situazione sembra risolta, ma è solo un fuoco di paglia. Habyarimana era considerato un traditore da molti circoli estremisti che gravitavano attorno alla moglie. Come scritto sopra, il 6 aprile 1994, l’aereo che stava riportando a casa il presidente ruandese e burundese viene colpito da un razzo. Non c’è scampo per entrambi. Il genocidio ha inizio.

La geopolitica

Qui si cercherà di spiegare per quale motivo si considera l’uccisione dei tutsi un genocidio geopolitico. La Francia ha sempre cercato di mantenere una forte influenza sulle nazioni africane, e non solo, di lingua francese. Subito dopo l’indipendenza del Ruanda, la Francia subentrò prepotentemente al ruolo del Belgio, che lì non era più ben accetto. Già dal 1975 i francesi fornivano assistenza militare alla dittatura di Habyarimana e uomini delle forze armate francesi addestravano e aiutavano le truppe dell’ex colonia belga. Nel 1992 intervennero direttamente i soldati francesi per respingere un attacco dei ribelli tutsi del RPF dall’Uganda e nel giugno 1994, attraverso l’operazione “umanitaria” Turquoise, i soldati francesi in realtà protessero e aiutarono gli assassini della milizia Interahamwe a fuggire in Congo, inseguiti dai vittoriosi ribelli tutsi del RPF di Kagame.

Lì continuarono i loro massacri a scapito della popolazione civile. In questo genocidio vi rientrano prepotentemente anche gli americani: infatti furono loro a dare le armi ai ribelli di Kagame (tra l’altro addestrato negli USA) e sempre loro aiutarono e continuano ad aiutare il suo governo. Oggi in Ruanda si insegna l’inglese a scuola, esattamente la lingua di Kagame e dei ribelli tutsi proveniente dall’Uganda. Non dimentichiamoci l’importantissimo colosso dai piedi di argilla, il confinante Congo. Un Paese continente ricchissimo di minerali e di materie prime che fanno gola a tanti paesi e a tante multinazionali occidentali.

Le maggiori riserve di coltan, un minerale indispensabile per costruire i micro processori dei computer e non solo, risiedono in Congo. Inoltre, questo paese possiede enormi riserve di diamanti, argento, oro, rame ecc. (otre al legno pregiato e alla fauna selvatica). Sempre in Congo, tra il 1994 e il 1997, si è combattuta quella che gli storici chiamano la Prima guerra mondiale africana (si presume che vi siano morti tra i 2 e i 5 milioni di persone). Vi hanno partecipato tutti i paesi confinanti, oltre al ruolo predominante del Ruanda di Kagame.

Tutte quelle ricchezze arrivano in Occidente tramite vie traverse e quasi sempre illegalmente. Sicuramente la Francia è stata scalzata, come potenza regionale, a favore degli Stati Uniti. Quest’ultima è la vera nazione vincitrice, se così si può dire, del genocidio del 1994. Vorrei ricordare che in 100 giorni morirono 800.000 persone circa, perché, come disse il generale dell’ONU in Ruanda Romeo Dallaire, nessuno fermò il massacro, eppure sarebbero bastate poche centinaia di soldati in più per fermare il genocidio ma nessuno volle muoversi. Né la Francia, né gli Usa né tanto meno l’ONU. Fu soprattutto una guerra di controllo del territorio congolese, in una delle zone più ricche di minerali al mondo.

La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative

La costruzione di imperi, regni e potenze ha sempre comportato la necessaria presenza di rotte commerciali, di comunicazione, di passaggio e lungo le quali esercitare la propria influenza.

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La protezione e la messa in sicurezza di tali linee dunque, sia interne che esterne, è da sempre una necessità che denoterà la resistenza e la buona riuscita dell’opera che si sta compiendo. Esempi esemplificativi, due su tutti, risultano essere l’Impero Romano e l’Impero britannico, il primo Impero a portata globale. Tale premessa è necessaria per inquadrare in quale scenario si è inserito un nuovo attore, la Cina, e il suo grande progetto geopolitico, avviato oramai da circa cinque anni, ovvero la Belt Road Initiative.

Questo progetto può essere riassunto come il collegamento tra Europa e Asia sia per via marittima che per via terrestre, la connessione tra la Cina e il Mediterraneo, fino alla Finlandia e al Portogallo passando per l’Asia e anche per l’Oceano Indiano e per il Medioriente. Queste rotte marittime e terrestri necessitano di essere protette e rese sicure perché persistono piaghe endemiche di difficoltà dovute a regioni instabili ed insicure, come per esempio l’Afghanistan o il Corno d’Africa. Tali debolezze possono essere superate soltanto con una presenza massiccia di forze di sicurezza e, soprattutto, con l’instaurazione di un contesto sicuro e stabile nella regione in cui si vuole operare e investire.

La Bri e la (sua) Sicurezza: le difficoltà

Il Paese asiatico ha infatti lanciato, da alcuni anni, il suo grande progetto geopolitico per collegare l’Eurasia, cercando allo stesso tempo di plasmare la politica internazionale rendendola più sinocentrica possibile. Si è però scontrata con difficoltà non solo economico-amministrative-giudiziarie ma anche sociali, culturali, ambientali, politiche ed infine quelle più strettamente connesse al comparto della security.

Nel progetto originario cinese infatti non sembrano essere stati inseriti vincoli e margini di manovra per poter evitare frizioni e punti di elevata complessità, soprattutto politici e militari. Cioè, ad una attenta analisi, la proiezione economica e il soft power cinese sembrano mancare di quelle politiche necessarie ad attuare quel clima di sicurezza e stabilità socio-economica-politica nel quale poter implementare al massimo delle loro potenzialità gli investimenti infrastrutturali.

Queste mancate considerazioni, dovute all’inesperienza della Cina nel proiettarsi all’esterno dei propri confini, si configurano come fattori di incertezza e rischio non solo per il futuro del progetto geopolitico cinese, il quale verrebbe minacciato da eventuali tensioni e resistenze armate e non,  ma anche per gli altri Paesi del globo, i quali potrebbero essere certamente interessati dalle possibili crisi e problemi che potrebbero poi emergere nei territori in cui vengono investiti i finanziamenti e, in seconda battuta, dalla mancata risoluzione di tali problematiche. Il governo cinese, pertanto, si è reso conto di dover far fronte a queste difficoltà dato che molti corridori strategici lungo cui si sviluppa la BRI, siano essi terrestri o marittimi, sono caratterizzati da governi deboli, tensioni sociali, povertà diffusa, endemici conflitti armati e resistenze armate. 

Le due strade che la Cina ha deciso di intraprendere

Il Paese asiatico ha pertanto deciso di agire seguendo due “strade”: la prima riguarda la rimodulazione delle proprie Forze armate, mentre la seconda attiene alle Private Military and security companies (PMSCs). Per quanto attiene alla prima “strada”, da un lato la Cina si è scontrata con la sua storica reticenza nel non impiegare le sue Forze Armate in teatri esteri, dall’altro però si è ritrovata a dover garantire la sicurezza e la tutela dei suoi operai e cittadini nei territori dove gli investimenti trovano poi attuazione. L’elevata presenza di personale civile cinese nel mondo ha infatti obbligato il Paese a dover rimodulare da un lato le proprie FF.AA. al fine di renderle idonee a intervenire e proteggere i propri connazionali.

La costruzione di basi avanzate e logistiche come quella in Gibuti, inaugurata nel 2017 e la rimodulazione degli assetti e dei mezzi militari, il loro upgrade tecnologico rappresentano un fattore importante pre proiettare le Forze armate al di fuori dei confini nazionali cinese con il preciso scopo di difendere gli interessi globale del Paese asiatico.

Tuttavia, non sempre le forze militari possono essere impiegate negli scenari e per trasmettere e fornire un’adeguata sicurezza  la Cina si è vista costretta a ricorrere alla sicurezza privata, trovandosi però impreparata. Questa componente, come evidenzia Alessandro Arduino in un suo articolo per T.wai, ha un personale molto numeroso ma spesso inesperto e, per legge, non ha il permesso di portare armi sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali.

Un ulteriore limite poi lo si rileva nel momento in cui si cerca una normativa che ne regoli l’operatività. Se questa è presente nel mondo Occidentale e in quasi tutto il resto del mondo tramite l’ ICoCA (International Code of Conduct Association), i soggetti cinesi ne sono privi e ciò può essere un importante fattore di svantaggio per Pechino, nell’ottica di una risoluzione della crisi ma anche nella sua prevenzione. Per sopperire a queste mancanze la Cina sta acquisendo quote di società appartenenti a diversi Paesi così da avere non solo accesso ad un mercato meglio attrezzato ma anche meglio dotato di quel know-how fondamentale per addestrare i propri operatori e soprattutto per cominciare ad acquisire rispettabilità in questo settore.

Come dunque si può ben osservare le variabili che possono minare il progetto geopolitico cinese sono variegate, fluide e di diversa natura. Se le strade percorribili dalla Cina sono quelle indicate precedentemente, per la comunità internazionale, così come le Organizzazioni internazionali e gli altri Paesi, la strada più soddisfacente per tutti, per quanto attiene alla sicurezza, potrebbe essere quella della cooperazione e integrazione con la controparte cinese fornendo uno standard comune di intervento e di operatività, sia per la parte militare vera e propria sia per la componente privata.

Agendo in tale modo, si può così auspicare di riuscire a dare una risposta condivisa al controllo ed alla mitigazione dei focolai di crisi,  alle instabilità già presenti e, soprattutto, al non permettere sia che persistano sia che ne nascano di nuovi, permettendo e garantendo benefici sociali, economici e politici per tutti i Paesi e gli attori coinvolti in questo grande progetto geopolitico che è la Belt Road Initiative.

 

 

Why Counterinsurgency Fails

All’inizio del secondo capitolo di questo splendido volume, Dennis de Tray, descrive quanto sta per scrivere nel resto del capitolo come qualcosa che è in “parte diario di viaggio, parte lezione di storia, parte porsi interrogativi, parte ricerca di soluzioni, e tutto visto attraverso le lenti dello sviluppo internazionale” cosa niente affatto sorprendente se si considera che Dennis de Tray dal 1983 in poi ha lavorato per la Banca Mondiale.

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Le parole che de Tray usa per descrivere il secondo capitolo di Why Counterinsurgency Fails forniscono una descrizione perfetta dell’intero volume che nel tentativo, a nostro avviso riuscito, di spiegare perché la counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan non abbia funzionato, è effettivamente biografia, cronaca di viaggio, lezione di storia e di sviluppo.

De Tray spiega, molto chiaramente, che la counter-insurgency si compone di tre elementi: una campagna militare volta a mettere in sicurezza un paese, una fase in cui si creano delle istituzioni in grado di funzionare e di fornire se non buon governo almeno una governance che sia abbastanza buona, e, infine, una strategia di uscita.

Quello che emerge dal bel volume di de Tray è che due (creazione di istituzioni funzionanti, strategia di uscita) dei tre pilastri su cui la counter-insurgency si fonda non hanno funzionato né in Iraq né in Afghanistan per motivi che de Tray discute con notevole acume e in considerevole dettaglio.

Quello che de Tray non teme di definire il fallimento della counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan è stato il risultato di una lunga serie di errori: la tendenza ad utilizzare l’esercito come se fosse un’agenzia per lo sviluppo (development agency); l’assenza di coesione, coerenza e continuità nella gestione delle attività di counter-insurgency; il non aver fatto di più per promuovere il buon governo dal basso e per consolidare i legami fra i cittadini e lo stato; l’aver sommerso di fondi per lo sviluppo governi che, a causa delle proprie debolezze, non erano in grado di fare buon uso di queste risorse; il fatto che le agenzie (internazionali o quantomeno straniere) deputate a promuovere lo sviluppo si siano impegnate direttamente a fornire beni e servizi ai cittadini anziché far sì che beni e servizi, per quanto più lentamente e inefficacemente, venissero erogati dalle nascenti istituzioni che avrebbero così avuto modo di acquisire una qualche o maggiore legittimità. A questi errori, ne vanno aggiunti altri che de Tray discute puntualmente.

Il volume di de Tray, ricco di spunti, di riferimenti, e di aneddoti spesso gustosi, fornisce tre lezioni fondamentali –una su cosa serve per far funzionare e bene la counter-insurgency, una su chi o cosa debba essere fatto per assicurare lo sviluppo politico in paesi in via di sviluppo e con un fragile assetto istituzionale, e una relativa al ruolo che la comunità internazionale può svolgere per promuovere il buon governo e il successo della counter-insurgency.

Per quel che concerne la counter-insurgency la lezione, fondamentale, di de Tray è che il terrorismo può essere sconfitto, che le insurgencies possono essere soppresse, e che gli stati possano essere creati ma che quel che serve per raggiungere ciascuno di questi obiettivi è una soluzione politica e non una soluzione militare. La soluzione militare serve nella prima fase della counter-insurgency, ma non nella seconda né, tantomeno, nella terza.

Per quel che riguarda lo sviluppo, la lezione fondamentale è che lo sviluppo politico, la creazione di uno stato funzionante e di istituzioni adeguatamente istituzionalizzate, richiedono tempo e non possono essere imposte dall’esterno. Per i problemi locali servono soluzioni locali.

Per quello che riguarda il ruolo della comunità internazionale, de Tray è molto chiaro: la comunità internazionale “può lavorare con i governi per dare ai paesi il tempo necessario per creare stati funzionanti” (p. 25). Ma, a tal proposito, de Tray fornisce delle indicazioni preziose su come procedere. Posto che le organizzazioni internazionali e la comunità internazionale non si possano sostituire ai governi nazionali, e posto che i governi centrali, oltre ad essere inefficienti siano anche, potenzialmente, corrotti cosa si può fare per ovviare il problema e assicurarsi che i fondi siano spesi per migliorare le condizioni di vita dei cittadini? Si deve lavorare con i governi locali che, scrive de Tray sono molto più capaci di quanto in genere si ammetta, si deve erogare fondi destinati a specifici progetti di sviluppo, si deve essere trasparenti a far sapere ai cittadini quali e quanti fondi sono stati messi a disposizione per quale scopo, e i cittadini vedendo cosa viene e non viene fatto con i soldi erogati, possono far sì che i governi locali rendano conto del proprio operato e del denaro speso.

Questo bel volume di de Tray non si limita a confermare quanto Samuel H. Huntington aveva teorizzato in Political Order in Changing Societies (1968) e cioè che lo sviluppo politico, la creazione di istituzioni funzionanti e rispettate, siano condizioni necessarie per il buon governo e lo sviluppo socio-economico, ma mostra come e a quale livello l’istituzionalizzazione possa essere perseguita con successo.

Il volume di de Tray è fondamentale perché assicura che le lezioni apprese dal conflitto in Iraq e in Afghanistan non vadano perdute, e, leggendolo, non si può far a meno di pensare come sarebbero andate queste due counter-insurgencies se si fosse saputo allora quello che si può apprendere oggi leggendo il volume di de Tray.

 

 

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano è il titolo del libro scritto da Stefano Cavedagna, Andrea Farhat e Amedeo Maddaluno pubblicato da goWare, 2018

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano - Geopolitica.info

9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino e con esso -apparentemente- gli Stati Uniti vincevano la loro guerra ideologica al comunismo, garantendosi un’egemonia mondiale. Un mondo senza più avversari nei quali gli Stati Uniti potessero esercitare la loro responsability to protect tutelando il mondo sotto la Pax Americana. Niente di più falso. La Guerra Fredda, secondo gli autori del saggio, continuerebbe, in maniera diversa rispetto al passato, a dettare il bilanciamento di potenza e le aree di influenza globali, scardinando così, in 120 pagine, quello che Fukuyama credeva sulla fine della storia.

È interessante notare come la storiografia si faccia largo nello studio della geopolitica; le cause storiche qui sono analizzate come un inevitabile intreccio di popoli e culture che, lungo una linea semi-retta, si misurano verso un futuro che non possiamo ancora scorgere, se non interpretandolo con le teorie proposte nella parte teorica del saggio.

Nella prima parte vengono contornate e definite le teorie sulle relazioni internazionali che faranno da sfondo alla seconda parte. Prime fra tutte, vengono esposte le teorie di quegli autori che sono alla base dello studio (MacKinder e Spykman), con i quali si vuole dimostrare che la Guerra Fredda -a conti fatti- non è mai finita. Questa parte è quindi fondamentale per la comprensione della successiva. Le teorie vengono affrontate delineandone i punti cardine senza perdersi troppo nei nozionismi.

La seconda parte ripercorre, in maniera rapida ma non per questo scarna di dimostrazioni pratiche, i maggiori fatti geopolitici del globo: in primis l’intervento degli Stati Uniti in Siria e l’annessione della Crimea da parte della Russia di Putin. Analizzando questa serie di fatti dal punto di vista di MacKinder e la necessità da parte delle grandi potenze di cercare e mantenere il proprio controllo sulla zona pivotale (in questo caso il Medio Oriente e l’Asia Minore). Da questa prospettiva capiamo bene il perché del forte interesse, da parte dei principali attori internazionali, nelle primavere arabe e, soprattutto, nella guerra in Iraq. Uno spunto interessante viene dall’analisi geoeconomica: l’emergere di potenze ibride (identificata dagli autori con la Repubblica Popolare Cinese), non fa altro che mettere in allarme l’establishment statunitense che si trova nella posizione di dover ridimensionare e ripensare le proprie politiche di liberoscambismo venute dopo la caduta del muro di Berlino. L’egemonia americana è quindi minacciata da nuovi attori internazionali.

Tra proxy wars, conflitti a bassa intensità lungo le aree periferiche delle grandi potenze mondiali, innalzamento delle tariffe commerciali è lecito quindi domandarci: è veramente finita la Guerra Fredda?

 

Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Da quando è stato proclamato nel giugno del 2014, lo Stato Islamico ha rappresentato un elemento di disordine geopolitico nel sistema politico internazionale. Il caos geografico causato dall’Isis ha riguardato sia la dimensione interna agli Stati coinvolti dalla sua affermazione – in primis Siria e Iraq – sia la dimensione relativa alle relazioni internazionali e alla risposta fornita dall’Occidente. Stando a entrambe queste prospettive, partendo dalla riflessione geografica, è possibile intravedere i segni di una perdita di centralità dell’asse imperniato sugli Stati Uniti, tale da far cambiare la geografia politica internazionale a favore di un multipolarismo che ridisegnerebbe la carta politica globale.     -> LEGGI IL PAPER

Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale - Geopolitica.info
Geopolitica dei mondiali in Russia

Il calcio c’entra, ovvio. Ma le questioni geopolitiche che si pongono nei campionati mondiali in Russia sono enormi e non rimarranno di secondo profilo rispetto alle giocate di Messi, Ronaldo, Neymar e degli altri grandi campioni.

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È il terzo grande evento sportivo in pochi anni, compresa anche la Confederations Cup del 2017, senza tener conto dei moltissimi altri eventi sportivi di natura internazionale ospitati dalla Russia negli ultimi anni. Il precedente più importante erano state le olimpiadi invernali del 2014. Non fu affatto casuale la geografia di quell’evento e le sue relative conseguenze geopolitiche fattuali.  Tutti sanno che i XXII giochi olimpici invernali si tennero a Sochi. Pochi però collocano la città di circa 400.000 abitanti nell’immensa estensione territoriale della Federazione.

La geografia conta Sochi si trova in un contesto strategicamente fondamentale. È a circa 400 km dalla Crimea e a meno di 40 km dalla Georgia. La città, pur essendo poco importante – è infatti solo la 47a per popolazione – lo è enormemente dal punto di vista simbolico. Le olimpiadi hanno infatti rappresentato una chiara rivendicazione territoriale della regione tra la Crimea e la Georgia, caldissima per la Russia di Putin per gli eventi che hanno preceduto e succeduto i giochi. Nella parte nordoccidentale della Georgia, infatti, si trova una delle due repubbliche autonome del paese, che si riconoscono nella cultura russa: l’Abkhazia. Insieme all’Ossezia del Sud, queste due regioni sono state dal 1992 al centro di aspre contese territoriali, che hanno trovato il loro culmine negli scontri aperti tra Russia e Georgia dell’agosto del 2008, terminati con il riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni da parte della Russia alla fine dell’agosto.

Negli stessi mesi delle olimpiadi, invece, si consumava la questione della Crimea e venivano poi avviate le sanzioni contro la Russia. I giochi terminarono il 23 di febbraio, mentre continuavano gli scontri in Ucraina. Meno di un mese dopo, il 16 marzo 2014, si tenne il referendum che proclamò con il 96,7% dei favorevoli l’annessione della Crimea alla Russia, a seguito dell’occupazione militare da parte delle forze russe. Si trattò di un enorme successo politico di Putin, che balzò negli indici di consenso interno oltre l’80% proprio in quei giorni. Questo perché la geografia, simbolica e non, ha sempre un suo peso.

Oggi la Russia affronta i mondiali di calcio a pochi giorni dalla conclusione del G7, in cui sia dal premier italiano Conte, sia dal presidente Trump è stata più volte chiamato in causa, con la esplicita richiesta di riammissione tra i grandi del mondo. La risposta di Putin è stata propositiva, individuando in Trump una persona intelligente con la quale poter instaurare un percorso costruttivo. Internamente, il presidente russo si muove a pochi mesi dalla rielezione del marzo scorso, avvenuta in corrispondenza del quarto anniversario dell’annessione della Crimea, ottenendo oltre il 76% dei consensi. Proprio perché nulla è casuale.

La Russia si pone intanto, anche grazie ai mondiali, come attore geopolitico regionale capace di avere una forte spinta globale. Le iniziative belliche più recenti, in Siria in particolar modo, stanno a confermarlo. Ma l’equilibrio politico globale comporta anche il sapersi difendere, collocarsi e attendere. Pronti – usando una metafora calcistica – a ripartire in contropiede. Come fatto in occasione degli strikes guidati proprio dagli Stati Uniti di Trump, con l’appoggio di Gran Bretagna e Francia, di due mesi fa in Siria. Si trattò di un delicatissimo momento di tensione, in cui l’obiettivo prioritario statunitense sembrava essere quello di riequilibrare i giochi di forza in quel quadrante, vista la presenza e l’intervento massiccio da parte di Putin.

La Russia come il portiere del mondo Come il più grande portiere della storia, l’unico pallone d’oro nel suo ruolo della storia, Lev Yashin, la Russia di Putin si difende dagli attacchi del resto del mondo tentando di fuoriuscire dalla sua geografia che la limita agli spazi terrestri, ritratta nello splendido poster dei mondiali, volutamente ammiccante alla grafica sovietica. Pure qui il messaggio iconografico appare fortissimo: Yashin, figura quasi eroica, con il ginocchio fasciato, è intento a parare una palla, corrispondente al globo al cui centro è posta proprio la Russia. Da lì si dipanano i raggi di un sole che illumina tutto il resto, in una logica di ritorno all’idea della Grande Russia, incoraggiando metaforicamente una politica estera globale e non solo regionale – pur con tutti i limiti mostrati nel gioco di forza con gli Stati Uniti proprio in Siria.

D’altronde il ruolo del portiere è quello più poetico, più rappresentativo di una condizione di isolamento ma anche di immediata ripartenza: è colui il quale deve essere costantemente attento a ogni fase di gioco, rispondere con prontezza a ogni attacco, anche improvviso, degli avversari. È l’estremo difensore, colui che non deve far passare il nemico ed essere sempre reattivo. È quello che, meno di tutti gli altri giocatori, può permettersi di sbagliare. Ha la responsabilità spesso più grossa sulle proprie spalle e deve portarla senza pesi, perché ogni errore potrebbe essere fatale.

Le squadre che vincono i campionati non sono quelle votate unicamente all’attacco, ma quelle che sanno difendere meglio delle altre e subiscono meno goal. La difesa viene prima di tutto, dunque. E la difesa riguarda, anzitutto, proprio i confini nazionali, rappresentati nel poster dal pallone parato da Yashin.


La mappa geopolitica, non casuale, dei mondiali
Non a caso la mappa delle città che ospiteranno i giochi ci dice molto del potere simbolico di questi mondiali, della collocazione geopolitica della Russia in questo momento e della sua attenzione globale.

Le città che ospiteranno le partite sono 11, per un totale di 12 stadi, tutte collocate sul versante occidentale del paese. Oltre alla stessa Sochi, la città che più spicca geo-simbolicamente è Kaliningrad, parte dell’exlcave russa omonima che affaccia sul Mar Baltico, tra la Polonia e la Lituania. Lo stadio Arena Baltika, sull’isola di Oktyabrsky, vicina alla città, è nuovissimo. Ha una capienza di circa 35.000 spettatori e sarà il teatro di 4 partite dei gironi. Il costo totale della costruzione, avvenuta negli ultimi 4 anni, si aggira intorno ai 290 milioni di euro. Anche in questo caso il tentativo di Putin si colloca tra l’apparato simbolico di una rivendicazione territoriale e quello fattuale di una presenza fisica evidente. Marca stretti gli avversari, lancia messaggi potentissimi per il suo elettorale e per le potenze straniere.

Il mondiale che si apre oggi è questo e molto altro. È anche l’affermazione di un potere economico – attraverso imponenti investimenti – che si pone come strumento strategico di quello politico, nel tentativo di ripristinare un’immagine, di rendere la Russia attore geopolitico all’avanguardia, moderno e secondo a nessuno. Questo spiega il messaggio di benvenuto di Putin dell’8 giugno, che mostra la massima apertura e ospitalità del proprio paese, nella speranza espressa pubblicamente di far sentire a casa propria atleti, staff e tifosi di tutto il mondo.

Il pacchetto di investimenti infrastrutturali ha visto l’edificazione di otto stadi nuovi e la ristrutturazione di altri quattro, i lavori per 95 nuovi campi di allenamento e poi rinnovo di ospedali, infrastrutture e mezzi legati ai trasporti. La spesa complessiva, solo per gli stadi, si attesta intorno ai 5,3 miliardi di dollari. Quella più imponente ha riguardato lo stadio Krestovsky di San Pietroburgo, il più costoso al mondo, edificato al posto del Kirov per un totale di circa un miliardo e mezzo, mentre per quello di Sochi – costruito per le Olimpiadi invernali – sono stati spesi oltre mezzo miliardo di dollari, per poter adattarlo alle esigenze di capienza richieste dalla Fifa.

I mondiali rappresentano dunque una enorme sfida calcistica, ma ancora di più una scommessa politica, per la Russia e per tutto il mondo. In gioco come si comprende bene non ci sono solo i grandi interessi che ruotano attorno ai campioni che scenderanno in campo, ma questioni internazionali che vedono la Russia al centro del teatro mondiale. È chiamata a respingere il pallone più lontano possibile, nel tentativo di proiettarsi verso un destino mondiale, come la palla di Yashin nel poster vuole riportare: in quel globo, l’unico Stato rappresentato, non a caso, è proprio la Russia.

Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro”

La “diplomazia del dollaro”, denominazione utilizzata nel dopoguerra e negli anni della decolonizzazione dai critici degli Stati Uniti per indicare l’azione volta a portare nel campo occidentale i Paesi di nuova indipendenza, è viva e vegeta grazie al protagonismo spregiudicato della Cina comunista. Appena pochi giorni fa, il 1° maggio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Dominicana, Miguel Vargas Maldonado, e quello cinese, Wang Yi, hanno firmato un comunicato che sancisce l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Lo Stato caraibico ha così chiuso 77 anni di relazioni diplomatiche con Taiwan “convinto” dalla promessa cinese di 3,1 miliardi di dollari da investire in progetti infrastrutturali e in una nuova centrale termoelettrica.

Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro” - Geopolitica.info

La tattica cinese per conquistare nuovi Paesi è ormai vecchia e sperimentata: solo per restare negli anni più recenti, dal 2016 Pechino ha indotto quattro Paesi – Gambia e São Tomé e Principe in Africa; Panama e ora la Repubblica Dominicana in America Latina – a voltare le spalle a Taiwan. Come notato anche dall’Istituto per gli Affari Internazionali, con poche ma efficaci parole, la scelta dei Paesi che decidono di cambiare campo è evidente: “Inseguire le offerte economiche elargite da Pechino”. Il Governo di Santo Domingo potrà ora dormire sonni tranquilli in attesa dell’afflusso dei capitali cinesi per queste imponenti opere? Oggettivamente non c’è da esserne sicuri. Ciò che dovrebbe preoccupare la Repubblica Dominicana è che, in un passato anche recente, le promesse della Cina agli ex alleati diplomatici di Taiwan spesso non si sono trasformate in realtà rimanendo, purtroppo per loro, nel libro dei sogni.

Come è risaputo, infatti, la Cina non ha mai investito in Costa Rica la cifra di 1,4 miliardi di dollari promessi per costruire una raffineria e nuove autostrade. Peccato che siano trascorsi “appena” 11 anni da quando, nel 2007, la Costa Rica ruppe con Taiwan. Più recentemente, per stabilire nuove relazioni diplomatiche con São Tomé e Principe, Pechino ha detto che avrebbe inviato 140 milioni di dollari in aiuti, anche questi mai visti, e costruito importanti infrastrutture sulla base di un piano anch’esso rimasto sulla carta. Secondo il Ministero degli Esteri di Taipei “Le nazioni devono fare attenzione al pericolo di cadere nella trappola dei debiti nel momento in cui si impegnano con la Cina”. Commentando questi eventi, l’ex Segretario di Stato americano Rex Tillerson, ha dichiarato che, nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, Pechino “Incoraggia la dipendenza facendo ricorso a contratti opachi, pratiche di prestito predatorie e accordi basati sulla corruzione che indeboliscono le nazioni e ne limitano la sovranità, negando loro la possibilità di una crescita a lungo termine e autosufficiente“.

Nel caso della Repubblica Dominicana, questi precedenti negativi dovrebbero inquietare pensando a come si è sviluppato, durante gli anni, il sostegno di Taiwan allo sviluppo di quel Paese sulla base di una cooperazione seria, fruttuosa e rispettosa della dignità dominicana, che ha contribuito  alla realizzazione di molti progetti di successo: l’enorme incremento della produzione di riso, che ha reso Santo Domingo un importante esportatore in tutto il mondo; la nascita del “distretto tecnologico” e del Cyber Park; il sostegno al turismo anche tramite l’expertise taiwanese per la prevenzione del crimine, un malanno endemico di molte realtà caraibiche; la costruzione di un moderno centro per la cura di bambini orfani e ammalati. Tutti progetti che hanno visto la partecipazione attiva di importanti settori della popolazione e che ora, con la cessazione delle relazioni con Taiwan, avranno un destino incerto e, probabilmente, infausto come insegnano i pessimi precedenti già avvenuti negli altri citati Paesi. Da Taipei guardano con amarezza a questi eventi e con preoccupazione all’uso prepotente – non solo nella progressione temporale ma anche nelle modalità senza scrupoli – della “diplomazia del dollaro” utilizzata dal regime di Pechino per irretire Nazioni che, nell’ottica imperiale cinese, non contano nulla, politicamente ed economicamente, se non per il fatto di essere ancora amiche di Taiwan e dunque destinatarie di una attenzione e di un desiderio frenetici destinati a svanire subito dopo l’effettuata conquista.

Da parte sua Taiwan, forte delle proprie ragioni, prosegue nella sua azione di sostegno a quei Paesi in via di sviluppo che, resistendo alle profferte di Pechino, decidono di proseguire sulla strada della cooperazione con Taipei. Un’azione che ha il proprio centro operativo nevralgico nel Fondo Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo (ICDF), dedicato a promuovere il progresso sociale degli Stati partner, valorizzandone le risorse umane, incrementando il tessuto economico su base paritaria e offrendo immediata assistenza in caso di calamità naturali, aiuti effettivi per la ricostruzione post-calamità e assistenza, ove necessaria, nella gestione dei flussi migratori.

L’opera del Fondo si basa su prestiti e investimenti diretti e indiretti, cooperazione tecnica bilaterale e multilaterale, articolata in programmi di carattere umanitario, sociale ed economico nei campi della salute, dell’istruzione e formazione, delle nuove tecniche di coltivazioni agricole, di micro-impresa, della tutela ambientale, e delle più avanzate tecnologie informatiche. Ogni nuovo progetto del Fondo viene gestito con procedure rigorose e in collaborazione con partner locali, nel rispetto delle peculiarità di ciascuno di essi. Il “catalogo” delle attività in corso da parte di Taiwan tramite l’ICDF è molto vasto. Per restare a quanto fatto nel solo ultimo mese citiamo lo sviluppo di nuove tecniche di coltivazione in Nicaragua; l’avvio del progetto triennale per la cura e la prevenzione del diabete a Saint Vincent e Grenadine; la prosecuzione del programma pluriennale per il sostegno alle popolazioni del Nepal colpite dal terremoto del 2015; il restauro di parte del patrimonio urbanistico del Belize; il supporto monetario e tecnico per la costruzione di innovativi impianti fotovoltaici in aree remote del Myanmar.

Un capitolo fondamentale di queste attività riguarda la proficua cooperazione di Taiwan con gli organismi internazionali multilaterali – come la Banca Asiatica per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Interamericana per lo Sviluppo, il Sistema di Integrazione Centro-Americano  – e con le organizzazioni non governative. È recente, ad esempio, l’aggiornamento pubblicato dal Fondo del progetto finalizzato al “Miglioramento della gestione dei rifiuti solidi per le comunità ospitanti e per i rifugiati siriani nella città di Azraq (Giordania)”, portato avanti con “Action Against Hunger”. All’inizio dell’anno erano state già completate la stesura del memorandum con il Comune di Azraq e la cooperativa scelta per collaborare a questo progetto; lo studio di fattibilità per valutare la situazione attuale della gestione dei rifiuti solidi e il potenziale di un impianto di compostaggio; il coordinamento con i partner tecnici quali imprese locali, consulenti e organizzazioni senza scopo di lucro; la campagna di sensibilizzazione sul compostaggio per il personale governativo.

Quanto descritto induce a svolgere una riflessione conclusiva. La cooperazione allo sviluppo è legittimamente, per tutti gli Stati, un importante strumento di politica estera attraverso il quale rafforzare le relazioni bilaterali e contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di Paesi e popoli che ancora soffrono condizioni di arretratezza sociale ed economica. In questo contesto spicca il ruolo positivo di Taiwan e, per contrasto, si evidenzia l’assurdità della politica cinese che, per odio al Governo democraticamente eletto dalla popolazione taiwanese nel 2016, ne impone l’emarginazione dai più rilevanti fori internazionali in spregio – come avviene nel caso dell’Assemblea Mondiale della Sanità – delle loro stesse norme fondative statutarie che, per quanto riguarda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, recitano solennemente: “Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale”.