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Terrorismo sulla Nuova Via della Seta: il realismo di Pechino

Nell’ambizioso progetto cinese della Belt&Road Initiative, non vi sono semplicemente problemi ingegneristici o geopolitici. Nella costruzione di una ferrovia le asprezze territoriali tipiche del blocco centro-asiatico si affrontano, o semplicemente si aggirano; così come sarà sufficiente sedersi ad un tavolo e ratificare un accordo bilaterale, qualora uno Stato partner voglia rivedere e ridiscutere alcuni accordi presi.

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La sfida più difficile da affrontare per la Repubblica Popolare Cinese e per i Paesi centro asiatici è molto più liquida, asimmetrica, una sfida che finora la Cina ha potuto combattere tra le mura domestiche secondo le proprie regole; ed ora, che si lancia verso un progetto globale come la Via della Seta, deve imparare a combattere all’esterno.

Con il repentino disengagement statunitense in Afghanistan, e un sostanziale pragmatismo da parte delle autorità afghane che allieva ma non risolve, la proliferazione terroristica è divenuta molto più massiccia: complice la conformazione geofisica dell’Afghanistan e Paesi vicini, complice anche lo sfaldamento delle file dello Stato Islamico e delle migliaia di foreign fighters che stanno organizzando il loro rientro. Alcuni numeri indicano che i foreign fighters provenienti dagli Stan-Countries sarebbero oltre 5000, provenienti maggiormente da Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan.  A questi si aggiungono le migliaia di talebani che si sono stanziati maggiormente sul confine afghano-pakistano, e i militanti uiguri dello XinJiang, rifugiatisi nei paesi vicini dopo che la Cina ha avviato una pesante politica di repressione nei loro confronti.

Sebbene il governatore dello XinJiang, Chen Quanguo, abbia avviato una serie di misure repressive volte al controllo pressoché totale della popolazione uigura, le autorità cinesi ritengono credibili le infiltrazioni terroristiche dalla provincia afghana di Badakhshan. Le esercitazioni congiunte sino-afghane del 2017 e una probabile installazione militare cinese sul corridoio di Wakhan (una strozzatura naturale che consente l’accesso nello XinJiang) sembrerebbe dimostrare la veridicità di questa convinzione.

Dalla caduta dell’ISIS, e quindi dall’allentamento bellico nella regione mediorientale, una Al Qaeda 2.0 sembra aver preso di nuovo piede in Afghanistan e centro Asia. Un Al Qaeda che, al contrario di quanto faceva l’ISIS, non punta alla creazione di uno stato -sebbene l’ipotesi califfato sia, appunto, sempre un’ipotesi intrinseca nelle ambizioni dei gruppi islamisti-, bensì all’allargamento delle frontiere di scontro e all’aumento dei proseliti. Intrecciando la dottrina qaedista con il know-how tecnologico/militare di chi ha combattuto in Iraq e Siria si ottiene una formazione omogenea nelle esperienze e nelle tecniche di combattimento, due combinazioni allettanti per intensificare gli scontri armati di bassa intensità. La posizione poi assunta dalla Cina contro gli uiguri fa il resto: sono 5000 i combattenti che dallo XinJiang sono andati a combattere in Siria e Iraq e che ora stanno facendo ritorno.

La Cina non è nuova alla minaccia terroristica: dagli anni ’90 gruppi di matrice islamista uigura tentano di gettare il caos rivendicando le condizioni nelle quali il loro popolo è assoggettato. Adoperando una tecnica di shock and awe, in cui, armati di coltelli, assaltano luoghi affollati, come accaduto nella metropolitana di Kunming nel 2014. Attacchi che non solo si sono intensificati, ma hanno anche assunto -complice il progetto BRI- una dimensione globale, avendo come target gli obiettivi cinesi nel mondo.

Fonte di maggior preoccupazione per le autorità cinesi, oltre gli attentati contro le proprie ambasciate e rappresentanze consolari all’estero, è la situazione di sicurezza lungo il China Pakistan Economic Corridor, che dallo XinJiang si allunga fino al porto di Gwadar, nella provincia del Belucistan, una delle regioni più instabili del pianeta.

L’accentuata instabilità socio-politica è dovuta ad un sentimento di promesse tradite da parte degli investitori cinesi. Innanzitutto, si lamenta una scarsa presenza di manodopera locale nei cantieri, che sarebbero in larga parte gestiti da manovalanza cinese. Questo non ha fatto altro che polarizzare le rispettive posizioni: viste le ostilità e gli attacchi, i cinesi si stanno chiudendo in loro stessi, edificando delle vere città-fortezza. Come già sta avvenendo a Gwadar, dove si sta costruendo una città-quartiere (con capacità abitative per circa 500.000 persone) per soli cinesi. Scelte strategiche di Pechino che hanno portato i terroristi baluci a colpirne il consolato di Karachi, i quali condannano da sempre l’eccessiva spoliazione economica cinese.

Il Partito è sempre stato restio nel voler allargare le maglie di sicurezza oltre i propri confini, pur comprendendo che senza i dovuti accorgimenti, la credibilità e la stabilità del progetto BRI potrebbero venir meno e con questo i propri sogni -in verità mai dichiarati- egemonici.

Gli sforzi di Pechino per la lotta al terrorismo sono principalmente rivolti all’empowerment delle autorità locali, all’addestramento congiunto e al finanziamento di posti di blocco frontalieri. In aggiunta a misure pratiche, la Cina sta agendo anche nelle sedi internazionali per rinsaldare i rapporti con i propri vicini utilizzando il potere che ha all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) come valore aggiunto nelle trattative.

Sul fronte del terrore è emblematico il veto posto da Pechino sulla decisione di inserire il gruppo terroristico pakistano Jaish-e-Mohammed (JeM) (un gruppo con rapporti vicini all’establishment pakistano) nella lista delle organizzazioni del terrore. Un veto pesante che, ancora una volta, assurge la Repubblica Popolare a potenza puramente aideologica e realista: se da una parte detiene e rieduca i propri cittadini musulmani, dall’altra tutela l’importanza strategica dei propri progetti oltreconfine, favorendo addirittura una formazione terroristica per tutelare un partner strategico come il Pakistan e il CPEC.

La BRI oltre che ad essere un progetto economico ambizioso, si sta rivelando anche un sorprendente capitolo di realpolitik: da una parte si combatte il terrorismo inviso sia a stati partner che alla Cina stessa (vedasi i rapporti tra uiguri e gruppi tajiko-afghani e i baluci; questi ultimi acerrimi nemici del Pakistan). Dall’altra parte invece cerca di scendere a patti con forze terroristiche vicini ad establishment politici di Paesi amici che, sulla carta, non hanno l’ambizione di sabotare gli interessi pechinesi.

 

La Russia e l’Artico (o forse tra breve il Mar Glaciale Russo)

Nell’Artico, dove già nel periodo sovietico era massiccia, negli ultimi anni, a seguito dell’effetto serra e del surriscaldamento del pianeta (il pack si è ridotto dagli oltre 8 milioni di km quadrati del 1970 agli appena 3,4 milioni del 2012 e si prevede che tra non molto tempo il mare sarà completamente sgombro dai ghiacci), Putin sta rafforzando la presenza russa.

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Forte di 6000 km di coste nel Mar Glaciale Artico, e dalla mancanza di ghiacci degli ultimi anni, la Russia vuole farne un Mare Nostrum del Nord. Si stima che vi sia il 40% delle riserve combustibili fossili del mondo nell’area dell’Artico; inoltre, dato da non sottovalutare, vi è un enorme deposito di proteine, sotto forma di banchi di pesce, ancora da sfruttare.

Le intenzioni russe sull’Artico si sono viste platealmente nel 2007 con l’installazione, tramite un sommergibile telecomandato, di una bandiera di titanio sul fondo del mare nel punto esatto in cui converge il Polo Nord. La Russia intende inoltre rivendicare la continuità della piattaforma continentale russa fino al Polo Nord, in cui sembra che vi sia il più grande giacimento di petrolio dell’Artico.

Se questo principio fosse confermato, la Russia non si limiterebbe allo sfruttamento economico esclusivo entro le proprie 200 miglia nautiche, come prevede il diritto del mare, ma si assicurerebbe dal punto di vista geopolitico l’80% delle riserve fossili artiche, inglobando un’area di 1,2 milioni di km quadrati in più. Si aspetta, su tutta la questione Polo Nord, il pronunciamento dell’Onu che dovrebbe avvenire tra il 2023 e il 2025.

Gli Stati Uniti sembrano essere molto in ritardo rispetto alla questione Artico e alla spartizione delle sue risorse. Difatti posseggono solo tre (di cui due fuori uso) rompighiaccio nucleari, contro i quaranta russi, di cui dieci a propulsione nucleare, i sette della Finlandia e della Svezia ciascuno, i sei del Canada, i quattro della Danimarca e i tre della Cina (con quattro in costruzione). L’ammiraglio Paul Zukunft, a capo della Guardia costiera della Marina militare americana, ha esposto a chiare lettere al presidente Trump che gli Stati Uniti hanno la necessità assoluta di costruire in breve tempo almeno quattro rompighiaccio nucleari in grado di combattere. Nel frattempo, nonostante questo ritardo, gli Usa hanno dislocato 330 marines in Norvegia, 1200 in Polonia e altri 1200 nei Paesi Baltici. Anche la Germania è presente in Lituania con 500 soldati e 30 tanks.

Insomma, non solo l’effetto serra sta surriscaldando l’aria e i mari dell’Artico, ma anche la situazione politica ed economica, dove gli Stati si scontrano per spartirsi le risorse petrolifere e ittiche, comincia ogni giorno di più a farsi incandescente e pericolosa. Tutti i Paesi in campo si armano e si spiano a vicenda in ogni modo possibile. Per la Russia l’Artico rappresenta il presente e potrebbe rappresentare in futuro una rinascita spirituale e geopolitica, per riprendere il pensiero di Alexander Dugin. Forse in un futuro non troppo lontano, come prospettato da alcuni accademici russi, il Mar Glaciale Artico si chiamerà Mar Glaciale Russo.

 

 

India e Pakistan: Perché la situazione rimane facilmente infiammabile

Lo scorso 14 Febbraio 2019, un gruppo terroristico pakistano denominato Jarsh – e – Muhammad (JeM) si è reso protagonista di un attacco suicida nel distretto di Pulwama, nella regione del Kashmir, attualmente sotto l’amministrazione indiana, provocando la morte di 44 soldati delle forze armate di Nuova Delhi.

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I Fatti

Tale gruppo terroristico ha come obiettivo principale l’annessione  del Kashmir allo stato pakistano e già in passato aveva sferrato numerosi attacchi in territorio indiano, come l’assalto suicida al parlamento di Nuova Delhi nel 2001 o il raid nella base aerea di Pathankot nel 2016. Il governo indiano ha accusato  il governo pakistano di essere coinvolto nella vicenda e, come risposta immediata, il presidente indiano Narendra Modi ha annunciato la costruzione di una diga sul fiume Ravi in un territorio conteso tra i due paesi, le cui acque confluiscono direttamente nel territorio pakistano, ordinando nel contempo un attacco aereo in territorio pakistano allo scopo di colpire i campi di addestramento del suddetto gruppo terroristico a Balakot.

Durante il raid aereo indiano, le forze pakistane hanno abbattuto un MIG-21 e catturato il suo pilota. Il nuovo primo ministro Pakistano Amir Khan, fra lo stupore generale, davanti ad una nutrita schiera di telecamere e media internazionali, ha ordinato di rilasciare pubblicamente il pilota dell’aereo, mettendo in atto un’azione distensiva. Dunque, la situazione che sembrava potesse degenerare in un nuovo conflitto su larga scala sembra essersi per il momento placata.

A tale clima distensivo  ha contribuito, la diplomazia internazionale, guidata dalle Nazioni Unite, che si è lanciata in numerosi appelli per evitare una possibile pericolosa escalation militare. Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha in questi giorni rinnovato l’invito a facilitare le trattative di pace tra i due paesi. Tuttavia, il 27 Marzo, Modi, in un messaggio alla nazione, ha annunciato la riuscita del test missilistico con cui è stato abbattuto – in tre minuti – un satellite attivo nell’orbita terrestre bassa.

In questo articolo sostengo che le complesse motivazioni politiche interne dei due paesi, nonché la situazione geopolitica e strategico-militare di quell’area contribuiscano a mantenere alta la possibilità di un conflitto militare nel breve e medio periodo.

“Stringersi Intorno alla Bandiera”

La questione dello status territoriale del Kashmir è al centro di una disputa territoriale tra Nuova Delhi e Islamabad sin dalla suddivisione dell’ex colonia britannica. Per avere il controllo di questa regione, India e Pakistan hanno combattuto ufficialmente tre guerre (1947, 1965, 1971) e si sono susseguite, durante gli anni ottanta e novanta, continue schermaglie lungo il confine. Bill Clinton ex presidente degli Stati Uniti definiva il Kashmir addirittura  come “il posto più pericoloso del mondo”. La disputa territoriale per il controllo della regione del Kashmir, a maggioranza musulmana, rimane quindi un punto cruciale per comprendere le difficili relazioni tra India e Pakistan e la politica interna ed estera dei due principali paesi dell’Asia Meridionale.

Le attuali tensioni sono altresì da collegare ad alcuni fattori politici interni. Nei mesi di aprile e maggio, gli elettori indiani sono chiamati a rinnovare il Parlamento dopo cinque anni di governo presieduto da Narendra Modi, il quale si è peraltro candidato per un secondo mandato. L’elezione di Modi era stata favorita da una politica  nazionalista, con la promessa di  importanti riforme dell’amministrazione pubblica e di forte  contrasto alla disoccupazione. Ma  i risultati non sono stati quelli sperati al punto che  il maggiore partito di opposizione, l’Indian National Congress, guidato da Rahul Gandhi, negli ultimi mesi si è reso protagonista di una inattesa rimonta nei sondaggi,  ottenendo significativi successi in competizioni  elettorali di primaria importanza.

Alcuni studiosi e commentatori hanno fatto notare che il Presidente uscente Modi,  per rilanciare la sua candidatura durante la prossima campagna elettorale, potrebbe essere tentato di usare l’attuale  crisi con il tradizionale nemico pakistano tramite il “Rally ‘Round the Flag Effect” (stringersi attorno alla bandiera) in modo da ricompattare il proprio popolo contro una minaccia esterna e, di conseguenza, mitigare i problemi politici interni. Si sostiene infatti che generalmente i gruppi sociali tendono a divenire più coesi quando sono messi di fronte ad una minaccia proveniente dall’esterno.

A tal proposito, alcuni studiosi hanno fatto notare che la politica internazionale aggressiva di Putin potrebbe avere come scopo quello di nascondere i grandi problemi economici interni che caratterizzano lo stato russo. Se si pensa alla crescita nell’indice di popolarità di G.W. Bush dopo l’esecuzione di Saddam Hussein o il picco di consensi per Barack Obama dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, possiamo facilmente comprendere come la leadership indiana abbia un forte incentivo a continuare, almeno dal punto di vista retorico, la sua battaglia contro il regime Pakistano. Allo stesso modo, il governo Pakistano presieduto dall’ex campione di cricket Imran Khan ha bisogno di rendere più coesa la propria maggioranza interna,  in special modo l’ala più conservatrice delle influenti forze armate e di sicurezza pakistane.

Tali fattori di politica interna comune ai due paesi non favoriscono dunque il raggiungimento di accordi diplomatici di lunga durata.

La dimensione geopolitica internazionale

E’ opportuno fare qualche breve considerazione sull’impatto che la dimensione geopolitica ha sulla contrapposizione tra India e Pakistan. In particolare, paesi come la Russia e la Francia hanno da sempre appoggiato l’india, soprattutto per quanto riguarda la vendita di prodotti e tecnologie  militari.

La Francia ha chiesto inoltre esplicitamente di inserire Masood Azhar (fondatore e leader di JeM) nella “black list” delle sanzioni antiterrorismo dell’Onu. Anche gli Stati Uniti di Donald Trump, nelle ultime vicende che hanno caratterizzato lo scontro Indo-Pakistano, hanno appoggiato l’India e condannato il Pakistan. Washington ha infatti mostrato un grande interesse a sviluppare una partnership strategica con Nuova Delhi, come testimoniato dai recenti accordi sull’assistenza nucleare e tecnologica e la vendita di sofisticati sistemi di armamento e missilistici al governo indiano.

Tuttavia, la posizione statunitense, al momento, è particolarmente delicata. Infatti, nonostante il riavvicinamento strategico con l’India, il Pakistan rimane un partner essenziale per gli Stati Uniti al fine di risolvere la complicata questione afghana. Ritirare le truppe da Kabul e coinvolgere i talebani nel processo di stabilizzazione del paese afghano, come previsto dai piani statunitensi sarà possibile soltanto mediante un’efficace collaborazione da parte di Islamabad. Bisogna anche sottolineare che la crisi Indo-Pakistana si inserisce in una più complessa competizione egemonica a livello internazionale tra Stati Uniti e Cina. Infatti, l’amministrazione statunitense sta cercando un’alleanza di lungo termine con l’India, per poter stabilire una presenza costante nell’Oceano pacifico, in chiara ottica anti-cinese.

Nel frattempo, la Cina, a sua volta, sostiene fermamente il Pakistan nella disputa per il controllo del Kashmir, definendolo come “alleato di ferro”. Pechino fornisce tecnologia, investimenti e supporto diplomatico a Islamabad e ha ripetutamente bloccato alle Nazioni Unite l’inserimento del JeM nella lista dei gruppi terroristici internazionali. Per la Cina il Pakistan è un partner indispensabile anche dal punto di vista commerciale, considerato che tale paese rappresenta un punto strategico attraverso cui si snoda il “China-Pakistan Economic Corridor”, che permette alle navi cinesi di accedere al mercato africano, attraverso il porto di Gwadar.

La dimensione strategico-militare

Dopo avere accennato alle politiche interne e ai rapporti internazionali, bisogna sottolineare che delicati fattori di tipo strategico-militare rendono la situazione Indo-Pakistana facilmente infiammabile in qualsiasi momento.

Da un punto di vista esclusivamente militare, l’India ha un maggior numero di forze armate convenzionali rispetto al Pakistan, però entrambi i paesi hanno arsenali nucleari più o meno comparabili. Attualmente, secondo un recente rapporto dell’International Peace Research Institute (SIPRI) di Soccolma, il Pakistan possiede 140-150 testate nucleari, mentre l’India ne dispone di 130-140. Nonostante la parità strategica nucleare tra India e Pakistan potrebbe far pensare ad una maggiore stabilità a livello regionale, le diverse posizioni strategiche dei due paesi contribuiscono, invece a rendere i rapporti tra i due paesi sempre più complicati.

Infatti, mentre l’India proclama una politica di “non first use”, in quanto si è impegnata a non colpire per prima con armi nucleari  dichiarando che il proprio  programma nucleare ha soltanto scopi di deterrenza verso possibili minacce esterne.  Il Pakistan, invece, non ha mai ufficialmente chiarito la sua dottrina nucleare e, di conseguenza, non ha mai esplicitamente dichiarato di voler utilizzare l’opzione nucleare solo in seguito ad un attacco da parte di un paese ostile.

A tal proposito, il primo ministro pakistano Imran Khan ha minacciato di colpire l’India con azioni “aggressive”, alludendo a tutto il peso del suo arsenale nucleare. In un discorso a Chachro, vicino al confine con l’India, Khan ha dichiarato testualmente: “Se qualcuno, che sia l’India o qualsiasi superpotenza, vuole schiavizzare la nazione pakistana, voglio chiarire che la mia nazione e io combatteremo fino all’ultimo respiro per salvare la nostra indipendenza”. Queste parole non sono state di certo gradite dalla leadership di Nuova Delhi.

Un altro dilemma strategico indiano è legato alla risposta militare in caso di attacco convenzionale (effettuato senza l’uso di armi nucleari) da parte pakistana. L’India, infatti, per via della sua maggiore capacità militare, potrebbe essere tentata a sua volta di rispondere con un attacco convenzionale. Ma questo potrebbe portare il Pakistan ad usare tutto il suo potenziale nucleare contro la minaccia indiana.

Come sottolineato in un recente articolo accademico da parte di Christopher Clary e Vipin Narang, rispettivamente professore di Scienze Politiche all’University of Albany e Professore al MIT di Boston, l’India sta esplorando le possibilità di colpire in anticipo l’arsenale nucleare pakistano, in modo da guadagnare un vantaggio strategico-militare decisivo. Come affermano i due autori, se l’India potesse convincere il Pakistan che la sua capacità di sferrare un attacco disarmante fosse credibile, ciò potrebbe annullare le minacce nucleari pakistane, permettendo attacchi punitivi convenzionali che potrebbero ripristinare la deterrenza indiana contro attacchi convenzionali pakistani.

Allo stesso modo, però, una politica più aggressiva indiana in ambito nucleare, attraverso l’acquisizione di nuove armi tattiche e missilistiche , potrebbe indurre il Pakistan a sfruttare il suo vantaggio strategico il prima possibile, in modo da impedire che la situazione si possa ribaltare nel breve e medio periodo. Entrambi gli scenari sono certamente pericolosi per la sicurezza dell’area in quanto incentivano la corsa dei due paesi al rafforzamento del loro arsenale nucleare.

Conclusioni

Come evidenziato in questo breve articolo, tanti fattori politici interni ed internazionali potrebbero causare una grave escalation militare tra India e Pakistan. Si annoverano fra i più importanti la necessità di una consolidazione interna della leadership dei due primi ministri e gli effetti che la crisi tra India e Pakistan potrebbe avere sullo scacchiere internazionale, soprattutto per quanto riguarda la competizione egemonica tra Cina e Stati Uniti.

Inoltre, come specificato in questo articolo, anche la dimensione strategico-militare gioca un ruolo cruciale per comprendere la crisi, specialmente se si prende in considerazione il dilemma strategico che l’India si trova ad affrontare nel rispondere ad attacchi convenzionali pakistani (o supportati segretamente dal governo pakistano) nel territorio indiano. A questo proposito, l’India potrebbe avere l’incentivo a sviluppare nuovi armi nucleari e attaccare preventivamente l’arsenale nucleare di Islamabad. Infine, una possibile crisi nucleare potrebbe essere scatenata anche al di là dei calcoli strategici delle due leadership.

 

 

Geopolitica del Trono di spade? cosa ci dice finora l’ottava stagione

Le prime due puntate dell’ottava stagione del Trono di Spade sono state accusate da molti di essere episodi di transizione, che tradiscono lo stile denso di colpi di scena della serie e, soprattutto, arrivano come fulmini a ciel sereno dopo quasi due anni di attesa. Forse non è proprio così. Più che episodi di transizione, esse sembrano svolgere un’importante funzione ‘preparatoria’ per quanto accadrà già dalla terza puntata, visto che l’esercito guidato dal Re della Notte è ormai alle porte di Grande Inverno.

Geopolitica del Trono di spade? cosa ci dice finora l’ottava stagione - Geopolitica.info

Continuiamo, quindi, la nostra avventura nei meandri della geopolitica ‘pop’ cogliendo le prime suggestioni fornite dalla stagione finale della serie cult per eccellenza. Tra gli spunti, uno su tutti può essere considerato sia come la chiave di lettura de il Trono di Spade che, in qualche modo, delle dinamiche politiche internazionali. Guardando Daenerys e Jon Snow che discutono amorevolmente, l’acuto Lord Varys osserva che “nulla dura per sempre”. Verosimilmente dietro questa frase lapidaria non c’è solo il significato di quanto abbiamo visto sinora ma, soprattutto, un’indicazione per quanto sta per accadere.

Infatti, quello che sembrava un fronte compatto, anche se profondamente eterogeneo, riunitosi in funzione della comune minaccia – gli Estranei – a cui i Sette Regni sono soggetti, svela alcune profonde lacerazioni. Anzitutto, quella tra la gente del Nord, con Sansa Stark in testa, e la regina Daenerys. Avendo nominato Jon loro re, i primi stentano ad accettare l’autorità della seconda. La vedono, infatti, alla stregua di un nuovo usurpatore che, piantate le tende del suo esercito nel Nord con la scusa del pericolo imminente, difficilmente le schioderà una volta sconfitto quest’ultimo. Da non sottovalutare, inoltre, il clima di sospetto sorto nei confronti di un personaggio cruciale ai fini della vittoria quale il Primo cavaliere della regina, Tyrion Lannister. Non giovano al suo prestigio all’interno della corte né il tradimento di sua sorella Cersei Lannister, che contrariamente a quanto promesso non invia il suo esercito a combattere contro gli Estranei, né l’arrivo a Grande Inverno di suo fratello Jaime, poco amato dagli uomini del Nord a causa dei sospetti relativi all’incidente a seguito di cui Bran Stark è rimasto paralizzato. Infine, cominciano a emergere le prime crepe anche tra Jon e Daenerys dopo la scoperta fatta dall’ex guardiano della notte di essere il legittimo pretendente al trono. Come si comprende dalle ultime battute della seconda puntata, ha probabilmente ragione Samwell Tarly quando avverte l’amico che la regina probabilmente non sarà capace di fare le stesse rinunce fatte da Jon rispetto alla lotta per il trono.

Compiendo quello che potrebbe essere un errore esiziale, Jon comunica alla regina una notizia che rischia di indebolire una coalizione già di per sé eterogenea che si accinge a combattere una battaglia campale. In tal senso, Jon continua a essere il campione dell’idealismo, mentre intorno alla figura di Daenerys cominciano a emergere alcune pesanti ombre (tra cui le ragioni e le modalità con cui ha ucciso gli altri membri della famiglia Tarly). Al contrario, per quel poco che si è vista finora, Cersei resta il personaggio più crudamente realista, che non sembra nutrire pietà nemmeno nei confronti del fratello amato – Jaime – quando se ne sente tradita, al punto da chiedere a Bronn delle Acque Nere di ucciderlo semmai tornasse ad Approdo del Re.

Tuttavia, il realismo dai tratti tucididei della serie non mette in mostra solamente la paura e l’utilità come motori dell’azione umana, ma fa alcune concessioni importanti anche all’onore. I due casi più limpidi sono quelli di Theon Greyjoy e di Jaime Lannister. Entrambi scelgono di combattere per la difesa di Grande Inverno, nonostante il loro ritorno al Nord potrebbe ricevere una cattiva accoglienza. Theon si riconcilia con Sansa e chiede il perdono a Bran, che si offre di difendere mentre questo farà da esca per il Re della Notte. Jaime, dal canto suo, si conferma come il personaggio dalla parabola evolutiva più radicale. Sceglie di non seguire il volere della sorella Cersei, di combattere per l’odiata casa Stark e, persino, di farlo in un ruolo subordinato al fianco di Brienne di Tarth, che – al culmine della sua catarsi – nomina cavaliere contravvenendo alla tradizione dei Sette Regni che vuole il titolo riservato ai soli uomini. La sua figura ricorda quasi le vite dei santi, che dall’estrema dissoluzione passano alla ricerca dell’espiazione. Ci dobbiamo aspettare anche il martirio?

The EU’s Operation Sophia between the sea and the sky

The continuation of EUNAVFORMED Operation Sophia, the joint naval mission of the European Union’s Member States in the Central Mediterranean tackling irregular migration and human smuggling, has become one of the many bones of contention among the EU block in the domain of migration management.

The EU’s Operation Sophia between the sea and the sky - Geopolitica.info Fonte: euractiv.com

Being it an EU Common Security and Defence Policy (CSDP) mission, Operation Sophia fully falls under the scope of EU law and its Dublin acquis entailing strict rules on the attribution of responsibility for disembarking irregular migrants rescued by the mission’s naval units. These rules impose a disproportionate migratory pressure on forefront EU Member States like Italy, which has threatened to pursue the termination of the mission should a fairer distribution of rescued migrants and asylum seekers not be agreed upon at the EU level. Short of widespread agreement among European partners on this issue, a compromise solution over the fate of Operation Sophia was recently found: EU Member States green-lighted the extension of the mission’s duration until September 2019, yet maintaining exclusively aerial assets.

As an outermost EU Member State, Italy has been one of the main entry points for the asylum seekers and migrants that have accessed Europe in recent years: over half a million people have crossed the Central Mediterranean Sea and reached Italian soil between 2011 and 2016. Presence at sea was reinforced to react to this unexpected influx of third-country nationals, fight migration-related organized crime and save endangered lives.

Rome firstly launched the military-supported Mare Nostrum operation that systematized Search and Rescue (SAR) activities in the Central Mediterranean and patrolled Italian borders. Mare Nostrum was then accompanied by the Frontex joint operation Triton whose assets, fulfilling chiefly a border control mandate, were deployed closer to the Italian costs. EUNAVFORMED Operation Sophia constituted an upgrade of the former missions. It was activated in 2015 with a decision of the Council of the European Union, locating the operation in the Union’s Common Security and Defence Policy (CSDP) domain. This broader and comprehensive endeavor counts twenty-seven participants among EU and non-EU nation states.

The Operation – its headquarters being in Rome – has eminently an anti-smuggling mandate and aims to disrupt smugglers’ ‘business model’. Its usual area of intervention is the Libyan SAR zone. The ties between Operation Sophia and the Libyan context are indeed particularly tight. Accordingly, the mission also contributes to the training of Libyan Coast guards, the actualization of the UN arms embargo covering the area off the coast of Libya and the blocking of illegal oil exports deriving from the North African country. Because of these far-reaching functions, Operation Sophia required the green light from the United Nations Security Council, which was contained in two Resolutions of 2015 and 2016.

The expiration date of the EU CSDP Operation Sophia – falling on 31 March 2019 – spurred a discussion on the advisability of extending, altering or terminating the mission’s mandate. This was due to the fact that the military operation has regularly come under fire from more than one side. Indeed, the Operation must comply with European law and the controversial Dublin acquis whereby the country first entered by an asylum seeker should take charge of his or her asylum application. Being Italy the safest and closest port for migrants rescued by Operation Sophia’s units in the Central Mediterranean, it has faced a disproportionate number of irregular entries and asylum applications vis-a-vis its European partners.

For this reason, Italy – and particularly the country’s current government – generally calls for the decoupling of rescuing duties from the responsibility for asylum applications. However, non-border EU Member States do not fundamentally share Italian concerns. This tense situation has affected Operation Sophia’s functioning, to the point that EU Member States like Germany have regularly questioned the convenience of preserving the mission. In the absence of a political accord around the specific issue of Operation Sophia’s continuation, the Council of the European Union ultimately decided to extend the operation for an additional six months but depriving it of its naval assets.

This downgrading could, however, result in more dangerous journeys for migrants and undermine European efforts at monitoring the Libyan context more closely, which is presently undergoing further destabilization.

This deep-seated divergence is inextricably linked with the stalling of the reform process of the Common European Asylum System (CEAS). The purported European migration crisis has in fact inaugurated a difficult season in intra-EU relations and in the process of European integration as a whole. It clearly showed the extent of the EU Member States’ willingness and political intention to integrate further, which stumbled over the possibility of involving the entire Union in a delicate matter – irregular migration and asylum – directly affecting only its outermost countries. Accordingly, since the height of the migration surge in Europe, EU Member States have largely failed to find a proper political balance between the principle of responsibility enshrined in the EU law sources regulating the reception and management of irregular migrants and asylum seekers who cross European borders, and the value of solidarity proclaimed in the EU fundamental treaties.

This manifest failure strained relations between forefront EU Member States and the rest of the Union, as it was shown by the recent inability to find common solutions to the disembarkation of rescued migrants who were forced to wait for days on overloaded ships while the European partners were negotiating over ad hoc arrangements. Such misalignment could spill over to other sectors – economics, defense, foreign relations – weakening the position of the EU vis-à-vis global great powers.

The decision to practically alter the original configuration of Operation Sophia has alarmed non-governmental organizations and actors involved in migration who fear migrants’ conditions will further deteriorate following this partial disengagement of the European community from the Central Mediterranean. In order for the impasse to be solved and these appalling scenarios to be averted, a solution to the responsibility/solidarity conundrum must be found.

The EU Member States have considered and evaluated the option of externalizing migration procedures or enhancing the role of Libya, despite its state of political frailty and the related human rights concerns, in managing migration. It appears however that such choices – in a context of general political indeterminacy and disagreements among European partners – will hardly constitute a durable solution to the migration situation at European borders. More probably, they will transform into the seeds of harsher hurdles to confront in the time to come.

 

 

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste

Pochi giorni dopo la visita di Stato in cui Xi Jinping ha portato a casa l’assenso italiano alla Belt And Road Initiative (BRI) tra le polemiche degli alleati, anche il Lussemburgo ha firmato un simile memorandum d’intesa, diventando il secondo paese fondatore dell’UE a riconoscere la nuova visione del mondo secondo Pechino. Anche in questo caso la scelta è motivata da mire economiche piuttosto che strategiche, il granducato è un hub finanziario perfetto per le imprese cinesi. La “fame” di investimenti e la mancanza di una strategia comunitaria permettono alla Cina di conquistare sempre più spazio in Europa, un rapporto profondamente asimmetrico che potrebbe ridisegnare gli assetti continentali.

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste - Geopolitica.info Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal http://www.trieste-marine-terminal.com/en/rail-connections

Per molti la nuova postura cinese, così smaccatamente assertiva, è una sorpresa. Mentre in Europa si guardava in maniera ossessiva alla figura di Vladimir Putin e della sua grande Russia, in Cina iniziava la terza rivoluzione dopo quella di Mao Tse Tung nel 1949 e di Deng Xiaoping alla fine degli anni settanta: una rivoluzione che ha il volto e il carisma di Xi Jinping. In patria il presidente cinese ha concentrato su di sé il potere, e dato alla politica estera della repubblica popolare una  svolta decisa, quasi imperiale. Pechino adesso si considera una potenza ineluttabile e vuole dimostrarlo al mondo. Con la rivoluzione di Xi si chiude definitivamente l’epoca di Deng in cui l’impetuosa crescita economica era accompagnata da un rassicurante (ma calcolato) basso profilo.

La BRI è l’orizzonte geopolitico di questa terza rivoluzione, con essa Pechino punta a cambiare gli assetti internazionali e tornare a essere il centro del mondo. Nella cornice della BRI l’Italia interessa soprattutto per il porto di Trieste, l’idea è farlo diventare un hub logistico del Mediterraneo connesso alla Mitteleuropa. Entro la fine dell’anno – o al più tardi all’inizio del 2020 – a Trieste nascerà un nuovo terminal a sud del porto attuale, a poca distanza dal confine con la Slovenia. Già tra qualche mese un’azienda cinese dovrebbe iniziare a usarlo. Vale la pena soffermarsi sul potenziamento del porto di Trieste per rendersi conto dell’impatto fortemente asimmetrico della Cina in Europa.

Oggi i porti più grandi dell’Europa sono quelli di Rotterdam, Anversa e Amburgo (il c.d. Nordrange o Northern Range), porte di accesso all’heartland industriale dell’Unione Europea. Il ruolo di Trieste, se pur in crescita, è ancora marginale per via di un secolo di decadenza dovuto agli esiti dei due conflitti mondiali. L’interesse cinese per il porto del nord-est italiano potrebbe segnare una svolta è accelerare una tendenza già in atto: l’espansione e lo spostamento verso est dell’industrializzazione europea. Con il crollo della cortina di ferro le industrie occidentali hanno esteso la propria catena del valore verso est, con la Germania – in particolare la Baviera – a fare da polo d’attrazione di una fitta rete di industrie che va dalla Polonia all’Ungheria e continua a estendersi arrivando fino alla Romania. Anche l’Austria e ha un ruolo importante nella definizione del nuovo spazio geo-economico, contribuendo a costituire una nuova regione altamente industrializzata corrispondente grosso modo all’ex territorio dell’Impero Asburgico. Questa evoluzione sta anche rendendo meno importanti le regioni industrializzate del Nord Italia. È in questo contesto che per Trieste si presenta la possibilità di tornare a essere uno dei porti più importanti del continente.

Il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia è in una posizione ottimale per accogliere navi provenienti dal Mar Nero, dal Canale di Suez e dal Nordafrica. Se consideriamo anche gli investimenti cinesi in Africa, non è difficile immaginare Trieste come terminale di un fitto network di infrastrutture che connette i paesi mitteleuropei al Mediterraneo “cinese” della nuova via della seta marittima.

La distanza tra Monaco di Baviera da Trieste è circa la metà rispetto al porto di Amburgo. Secondo un calcolo del prof. Joost Hintjens dell’Università di Anversa, passando per Trieste i tempi di spedizione Shanghai–Monaco verrebbero ridotti di 10 giorni (da 43 a 33), quelli Hong Kong–Monaco di 9 giorni (da 37 a 28). Nel momento in cui la Cina inizierà a spedire (e a farsi spedire) le merci a/da Trieste, i porti del Nordrange perderanno quote di mercato.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino, giustamente è entusiaste delle opportunità che si aprono per la sua città e ci tiene a dichiarare che «il porto non sarà controllato da Pechino» (cosa che invece accade nel porto greco del Pireo), ma questo non basta. Immaginando la BRI realizzata e completamente operativa, la Cina potrà decidere a piacimento quali hub sfruttare di più e quali di meno. Oltre a Trieste, a connettersi con la Mitteleuropa c’è il già citato porto del Pireo (attraverso i Balcani). Poi c’è la via della seta terrestre, con la linea ferroviaria Chongqing-Xinjiang-Europe Railway a collegare la costa industrializzata cinese a Duisburg, e da lì al resto d’Europa. Senza contare la possibilità di usare la rotta artica, per ora marginale ma nella visione cinese parte integrante della BRI.

Potenzialmente quindi, la Cina potrebbe ridisegnare la geografia industriale d’Europa in base ai suoi interessi economici e strategici dando più o meno importanza a determinati poli industriali e logistici, senza che i paesi europei possano rendersi parte attiva perché privi di potere negoziale. Per Pechino sta diventando molto semplice inserirsi nelle divisioni nazionali degli Stati membri dell’UE, costantemente in competizione tra loro per accaparrarsi investimenti e quote di mercato ma uniti in un sistema comunitario che permette ai cinesi di influenzare le politiche del blocco facendo pressione su alcuni singoli stati più in difficoltà, come recentemente accaduto con Grecia e Portogallo. La Cina guarda all’Europa come una sola entità geopolitica e trova nelle contraddizioni e divisioni interne la principale risorsa negoziale. Al momento gli Stati membri non riescono a trovare una posizione comune nemmeno sulle infrastrutture 5G di Huawei, né sulla creazione di giganti industriali europei da contrapporre a quelli cinesi protetti da Pechino. L’approccio continua a essere solo ed esclusivamente economicistico.

Oggi più che mai l’UE ha bisogno di strumenti per gestire la propria conflittualità politica ed economica, e trovare il modo di far convivere la necessità di una maggiore integrazione con l’altrettanta necessaria volontà di mantenere la dignità nazionale. Le premesse non sono buone, gli Stati europei vogliono recuperare sovranità, non cederla in funzione di una visione strategica continentale. Senza trovare una soluzione al dilemma tra sovranità nazionale e strategia continentale l’Europa resterà una potenza economica e un nano (geo)politico, fino a quando smetterà anche di essere una potenza economica.

 

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Imprese, affari e geopolitica

Sul finire degli anni ’60 del secolo scorso, il genio di Philip Kotler trasformò il ruolo del marketing in azienda da funzione di mero supporto commerciale a processo di gestione dell’impresa. Per generazioni di studenti, futuri manager, la sistematizzazione scientifica della gestione aziendale ispirata dal marketing si è formata sul modello delle 4 P. In italiano lo studio del prodotto e la sua interconnessione con la pubblicità, il prezzo e la distribuzione (placement).

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Vent’anni dopo lo stesso Kotler arricchì e aggiornò la sua interpretazione del marketing aggiungendo altre 4 P, di calibro più strategico, ovvero (sempre in italiano) la ricerca quantitativa e qualitativa sui consumatori (probing), la segmentazione dei mercati (partitioning), la definizione delle priorità in funzione delle risorse, non solo finanziarie, disponibili (prioritizing), la pianificazione strategica (positioning). Nel cuore degli anni ’90, sempre la fervida creatività di Kotler aggiungeva ulteriori 2 P alla disciplina manageriale del marketing. In italiano, l’esercizio del potere dell’impresa (power) espresso attraverso la forza del suo brand e l’esercizio delle capacità relazionali (public relations).

L’evoluzione scientifica del marketing aziendale ha proceduto di pari passo con la crescente complessità del contesto competitivo. Nel mondo relativamente semplice della “roaring” America di Theodor Roosvelt e di Woodrow Wilson il marketing dei primordi coincideva con l’abilità di reclamizzare la propria merce. L’America della “Great Society” di Johnson era diventata più complicata e competitiva e le aziende in concorrenza tra loro dovevano sviluppare un grado maggiore di coerenza per avere successo. Lo studio organico della proposta commerciale, inquadrato nel marketing mix kotleriano, garantiva una superiore efficacia ed efficienza dell’azione.

L’America reaganiana degli anni ’80 era diventata una feroce arena di scontro tra le aziende e i loro leaders.  Il valore aggiunto di quest’ultimi, e l’incredibile ascesa dei loro guadagni, si rifletteva solo nella capacità di conferire linfa strategica all’azione aziendale. Comprendere il potenziale prospettico dei mercati, misurarne quantitativamente, oltre l’intuito imprenditoriale degli ‘animal spirits’, il valore economico, organizzare l’azienda nelle sue componenti hard e soft e definire le priorità di azione coerenti con le risorse, danaro e competenze, disponibili, pianificare attentamente i progetti in un quadro coerente con la posizione competitiva aspirata erano diventati gli ingredienti indispensabili per inseguire il successo.

L’America clintoniana degli anni ’90 aveva raggiunto un grado di complessità ancora più elevato e sempre Kotler aggiungeva la capacità di creare il potere della marca e la capacità di influenzare un ambiente favorevole all’azione aziendale tra le doti richieste a un’azienda e ai suoi leader per inseguire il successo. L’autore coniò un potente neologismo per illustrare l’evoluzione del management aziendale, la disciplina del marketing era diventata, nella sua forma più sofisticata, il “Megamarketing”.

È sufficiente oggi il “megamarketing” per il successo delle aziende nello scenario della globalizzazione compiuta dei mercati? La politica, termine avvilito e vilipeso nella cultura sociale odierna, almeno in Occidente, è la competenza necessaria alle aziende contemporanee per competere. E non a caso le più grandi fra esse, sono oramai viste come veri soggetti politici capaci di influenzare le sorti dell’economia e dello sviluppo sociale perfino più di tanti Stati anche di grande taglia.

Politica vuol dire conoscenza approfondita della storia, della geografia, della filosofia, della sociologia e della psicologia non solo del proprio paese di appartenenza, ma ugualmente di ogni altra area del mondo e delle relazioni internazionali tra stati e regioni. La disciplina che inquadra in modo sistemico tutte le competenze elencate è la moderna geopolitica. L’indispensabile competenza richiesta ai leader contemporanei nel mondo delle imprese per inseguire il successo è la comprensione delle dinamiche geopolitiche.

E affinare questa “sensibilità” è oggi ancora più importante perché, ci come spiega Salvatore Santangelo in Babel (Castelvecchi): la crisi del mondo globale, starebbe delineando sempre più una nuova dinamica: alto vs. basso / centro vs. periferie, il tutto accompagnato da “cambi di paradigma” tecnologici che accelerano il “paretiano” ricambio delle élite.

Quindi, sempre per questo interessante analista, CEO e manager, avrebbero bisogno della geopolitica per “orientarsi” nel mondo plasmato “dall’impetuosa crescita economica della Cina, dall’eredità dei neocon, dalle guerre in Afghanistan, in Iraq, in Libia e in Siria, dalle crescenti conflittualità di ordine religioso, dai poderosi flussi migratori”, e soprattutto dal “collasso delle istituzioni e delle pratiche multilaterali, dall’internazionalizzazione dei mercati e dalle tempeste finanziarie”.

In realtà si tratta di un approccio che i dirigenti più accorti hanno sempre coltivato, se riprendiamo in mano il volume “Industria e potere mondiale” di Giuseppe Sacco, scopriamo che già negli anni ‘70 la Fiat in Brasile per favorire la propria penetrazione sul mercato produsse per qualche tempo, tra gli altri modelli, una 600 che andava ad alcol, piegandosi all’idea a quel tempo in voga in America Latina della import substitution volta a sostituire con un sottoprodotto dello zucchero il petrolio di cui il paese allora scarseggiava. Nel nord dell’Argentina, invece, la stessa Fiat produceva i suoi modelli a benzina, a costi però molto più alti di Torino, perché tutto o quasi doveva essere produzione nazionale, sotto una protezione doganale altissima. Come ci ricorda sempre Sacco: “Tra le Fiat dei due Paesi non c’erano praticamente scambi, che si sviluppano invece dopo l’avvento della globalizzazione, quando entrambi gli impianti sono entrati in una filiera internazionale che divide  tra vari paesi la produzione delle varie componenti e delle varie operazioni produttive. Dapprima ci si piegava quindi al quadro geopolitico ispirato dalla conferenza di Bandung;  a partire dagli anni 90 invece si opera del quadro geopolitico caratterizzato dalla nascita della WTO”.

Un esempio uguale e contrario, dove sono le questioni di marketing a determinare la geopolitica, è quello famoso di quando Sarkozy, in visita ufficiale a Pechino, dedicò gran parte dei suoi sforzi a convincere Hu Jintao a intervenire nella disputa tra Wahaha e Danone sulla distribuzione dell’acqua di Evian in Cina; una disputa in cui vennero tirati in ballo tanto la grandeur francese quanto i “Trattati ineguali”. Nei cento anni trascorsi dalla roaring America degli anni ’20 del XX secolo si è passati dal richiedere competenza nell’arte della réclame, alle competenze nel marketing operativo, poi a quelle del marketing strategico, infine a quelle del megamarketing. Il futuro della competizione economica appare indissolubilmente connesso allo sviluppo della competenza geopolitica in aziende capaci di agire guidate dal nuovo Globalmarketing.

Per concludere possiamo affermare, citando il giornalista e consulente d’impresa Valentino D’Addario che: “Sia del tutto evidente come l’interconnessione economica e il numero sempre maggiore di fattori in grado di influenzare gli equilibri geopolitici e i governi di molte nazioni determinino situazioni a causa delle quali ogni evento rilevante tecnologico, politico, finanziario o ambientale, abbia conseguenze pressoché globali. Da molti anni la comprensione più accurata possibile di questo scenario in continuo divenire occupa molto tempo ai top manager di tutte le multinazionali. Ancor di più questo accade per quelli che operano nelle global companies, a partire dalle grandi compagnie petrolifere o nel trading globale di materie prime.”

Ma se questo succede da anni in Usa e in generale nei Paesi anglosassoni, solo di recente l’Italia ha iniziato a promuovere una cultura della comprensione geopolitica dei mercati, ma nelle Università non esiste un progetto strutturato e diffuso in tutto il Paese per aiutare i futuri manager italiani a comprendere la geopolitica e le sue implicazioni. Andrebbe fatto, e senza indugio. Con l’avvertenza che sviluppare una formazione basata sull’ impianto classico di analisi geopolitica vista come servizio ancillare al risk assessment dei mercati oggi sarebbe del tutto inefficace se non utilizzata anche per sviluppare importanti modelli di analisi di business opportunities.

È tempo di raccogliere la sfida.

 

 

Un nuovo medio oriente?

Claudio Ciani, Un nuovo medio oriente? Dall’accordo segreto Sykes-Picot al progetto per un “Nuovo Secolo Americano”, Mimesis Edizioni, 2019 

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Sergej Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, alla 7ª Conferenza sulla Sicurezza Internazionale di Mosca, il 4 aprile 2018, ha dichiarato: “Si ha la netta sensazione che gli Stati Uniti stiano cercando di mantenere in questo immenso spazio geopolitico [il Medio Oriente] un caos controllato, con la speranza di poterlo utilizzare per giustificare la propria presenza militare nella regione per un tempo illimitato e per dettarvi la propria agenda”.

L’idea di fondo è semplice: sostituire agli stati ereditati dal crollo dell’Impero ottomano delle entità più piccole a carattere monoetnico e neutralizzare questi ministati elaborandoli in modo permanente gli uni contro gli altri. In altri termini, si tratta di ritornare al patto condiviso segretamente, nel 1916, dall’Impero francese e quello britannico, detto accordo di Sykes-Picot e di consacrare il dominio e la sovranità totale degli anglosassoni sulla regione. Ma per definire nuovi Stati, ancora inesistenti, bisogna distruggere quelli che esistono. Questo libro intende illustrare i progetti che si sono succeduti, fino ai giorni nostri, per rendere operativo questo disegno politico nel quadrante mediorientale.