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La geopolitica dell’India

L’India si presenta come uno Stato continentale sicuro di sé, fiero del proprio sviluppo economico e dello status di gigante asiatico che si percepisce sullo stesso piano della Cina, suo inevitabile rivale geopolitico. A differenza della Cina però, l’India è maggiormente orientata a una cooperazione a 360 gradi con le altre potenze: dal riconoscimento del primato statunitense alla cooperazione con Giappone e Australia nel quadro dell’Indo-Pacifico, senza negarsi la partecipazione al G-20 e alle iniziative esclusive della Russia e della Cina nel contesto della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) e del BRICS.

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La strategia volta a consolidare il potere geopolitico di Delhi si basa su tre cerchi concentrici. Osserviamo innanzitutto i numerosi paesi dell’estero vicino indiano: Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Cina, Bhutan, Nepal, Sri Lanka e Maldive. Malgrado la presenza della Cina, l’India ha sempre provato a imporsi come la potenza regionale grazie alla sua grandezza demografica, economica e territoriale. Storicamente la catena dell’Himalaya impedisce un’invasione reciproca di Cina e India, e questo permette all’India di proiettare con una certa efficacia la sua influenza sui Paesi facenti parte il primo cerchio geopolitico, con l’unica eccezione del Pakistan, avversario storico fin dai tempi della partizione post-coloniale. Prima della partizione dell’impero anglo-indiano del 1947 il territorio di India, Pakistan e Bangladesh era un tutt’uno. Con la fine del dominio coloniale britannico il territorio fu diviso in due stati: uno musulmano e uno indù. Successivamente, anche grazie all’appoggio di Delhi, il Pakistan dell’Est conquistò la sua indipendenza e diventò il Bangladesh.

La storia post-coloniale ha generato quattro conflitti tra India e Pakistan: due per la regione contesa del Kashmir (nel 1947 e nel 1965), uno per l’indipendenza del Bangladesh (nel 1971) e un altro sull’altopiano del Kargil (nel 1999). Conflitti che hanno causato migliaia di morti, milioni di profughi, rancori insanabili e dispute territoriali irrisolte. Nel 1998 due Stati sono anche riusciti a dotarsi di armi nucleari, ma nemmeno la prospettiva la mutua distruzione assicurata ha favorito la normalizzazione delle ostilità. Inoltre, il Pakistan è parte di uno dei principali progetti delle nuove vie della seta cinesi, il corridoio sino-pakistano (CPEC), che attraversa il Kashmir e rappresenta una delle principali fonti di preoccupazione per gli strateghi indiani. Il 5 agosto di quest’anno l’India ha revocato lo status di autonomia della regione di Jammu e Kashmir e aumentato la presenza militare, avvelenando ulteriormente i fragili equilibri del territorio conteso con Islamabad.

I rapporti sono difficili anche con il Bangladesh. Delhi accusa Dacca di dare sostegno ai gruppi separatisti del nord-est indiano, specialmente in Assam, e di non controllare a sufficienza la frontiera. Anche qui l’immigrazione viene usata come arma, la diaspora bengalese in India è molto numerosa ma i numeri reali sono ignoti a causa dell’illegalità e della propaganda dei rispettivi governi. Tra il 1993 e il 2013 gli indiani hanno costruito un muro di filo spinato lungo 4.096km per contrastare l’immigrazione clandestina, il contrabbando e l’infiltrazione terroristica. Un’altra barriera insanguinata, arrivata in prima pagina nel 2011 con la storia della piccola Felani Khatun, uccisa da una guarda indiana mentre scavalcava la barriera e lasciata appesa al filo spinato per quasi tre ore mentre poteva essere soccorsa e salvata. Dopo 72 anni da quella necessaria ma sanguinosa partizione, il territorio dell’ex impero anglo-indiano ancora non ha trovato un equilibrio.

Un altro paese della frontiera indiana è il Myanmar. Dopo il processo di democratizzazione dell’ex regime militare i rapporti sono cresciuti, anche grazie al gas birmano e alla sua integrazione nell’ASEAN. Per Delhi il Myanmar è la tappa intermedia verso il sud-est asiatico, ma anche in questo paese la Cina ha un progetto infrastrutturale legato alle nuove vie della seta. Altri partner del primo cerchio geopolitico indiano sono i piccoli paesi del nord, Nepal e Buthan, con cui le relazioni sono buone anche se anch’esse caratterizzate dalla concorrenza cinese, se pur in maniera meno rilevante. Infine, ci sono i paesi della frontiera marittima nell’Oceano Indiano, Sri Lanka e Maldive, dove la strategia di Pechino è più assertiva data la ferma volontà di realizzare la nuova Via della Seta marittima.

L’Oceano Indiano nel suo insieme è il secondo cerchio della strategia indiana. Anche Delhi vuole controllare il “suo” mare, crocevia delle principali rotte mondiali. A dispetto del nome geografico però, l’Oceano Indiano è un mare americano. Con le basi in Kuwait, Gibuti, Bahrein, Oman e Singapore gli Stati Uniti controllano l’accesso ai principali stretti dell’Oceano Indiano, da Malacca a Hormuz e Bab el-Mandeb. Supremazia strategica coronata dalla presenza dell’imponente base militare di Diego Garcia, territorio britannico d’oltremare situata al centro della regione. Oltre che della rivalità geopolitica tra Cina e India, il secondo cerchio della strategia indiana è quindi anche il teatro principale della rivalità strategica sino-americana.

La Cina vuole costruire le installazioni logistiche della Via della Seta marittima lungo tutto il Rimland, ma l’India vede questo aumento della presenza cinese come una politica d’accerchiamento che mette a rischio la supremazia regionale. In risposta, Delhi ha l’ambizione di diventare a sua volta una potenza navale in grado di proteggere le rotte commerciali del “suo” oceano. Rotte in cui transita la maggior parte del commercio globale, compresi gli idrocarburi necessari a nutrire l’impetuosa crescita cinese. Tramite le isole indiane dell’oceano, Delhi è in grado di sorvegliare le rotte commerciali in direzione dello Stretto di Malacca, crocevia fondamentale. L’India ha anche costruito basi di controllo alle Seychelles e alle Maldive con cui occuparsi della sicurezza marittima tra le Seychelles, Maldive e Mauritius.

L’India però non è in grado di controllare l’intero oceano da sola, per contrastare le ambizioni cinesi dovrà inevitabilmente intensificare la cooperazione e l’alleanza con gli Stati Uniti. La prospettiva di una grande alleanza anticinese nell’Indo-Pacifico trova conferme anche nel rapporto con i paesi del sud-est asiatico. L’India è membro associato dell’ASEAN, dove ci sono Vietnam, Singapore e Indonesia, Stati membri allarmati dall’ascesa della Cina con cui rafforzare le relazioni. Timori condivisi anche dall’Australia e dal Giappone. L’India guarda con favore l’approccio statunitense alla regione dell’Indo-Pacifico, un favore che trova forma concreta nella cooperazione militare ed economica con USA, Giappone e Australia, con cui forma il Quadrilateral Security Dialogue (Quad).

Il terzo cerchio della strategia indiana è il resto del mondo. L’India è un membro dell’ONU molto attivo, dagli anni ’50 a oggi ha partecipato a numerosi interventi di peace-keeping, specialmente in Africa. Visto il suo peso demografico, Delhi chiede di diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite allo stesso titolo della Cina. L’India fa anche parte del G-20, del BRICS e della SCO. Grazie al suo approccio multilaterale, Delhi riesce ad avere ottimi rapporti con una larghissima quantità di paesi: dall’Africa al Sudamerica, dall’Europa al Medio Oriente.

Per l’India quindi il grande rivale su scala mondiale è la Cina, ogni vecchio e nuovo rapporto internazionale tiene conto di questa rivalità. Il fatto che il più grande rivale sia anche il più grande partner commerciale non risolve la questione. Le relazioni bilaterale tra i due giganti dell’Asia sono complesse, oscillano costantemente tra rivalità e cooperazione. Delhi non sopporta l’idea di essere sottoposta a Pechino, ma non essendo in grado di contrastare da sola l’influenza cinese ha bisogno di alleati. L’India è uno Stato continentale che dispone di molte risorse umane, culturali ed economiche, ma ciò nonostante fatica a decollare come vorrebbe. La povertà estrema è un flagello per il paese, la società è attraversata da conflitti etnici, settari e religiosi — Indù contro musulmani — e l’economia deve far fronte al collocamento una forza lavoro in costante aumento. La Cina quindi continua ad avere un netto vantaggio, ma con alta probabilità sarà proprio la rivalità con l’India a fornire il pilastro necessario alla costruzione e al mantenimento della rete di alleanze che impedirà a Pechino di realizzare la via della seta marittima.

 

 

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Geopolitica nello spirito del tempo

Il romanzo di paolo rubino, Lo spirito del tempo, offre ai lettori numerosi piani di lettura che ne possono sollecitare curiosità e interessi.

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Si va dal piano politico che descrive il conflitto quasi ventennale tra l’Italia di Berlusconi e quella di Prodi, sbaragliate infine dall’onda nazionalpopulista di 5 stelle e lega alla vicenda industriale del paese descritta attraverso la metafora di Alitalia. Dalla trama amorosa e sentimentale dei personaggi della fiction all’evoluzione del rapporto tra femminile e maschile in atto nell’occidente del XXI secolo. E non mancano intriganti riferimenti e citazioni di autori della letteratura mondiale nascosti o espliciti nella trama del racconto. Nel romanzo sono tratteggiati inoltre scenari di geopolitica sullo sfondo del confronto fra i grandi costruttori di aeroplani. Lo scontro tra la dominante industria costruttrice statunitense, emersa con prepotenza dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, e l’emergente industria costruttrice europea, vero alfiere di una prospettiva di potenza per l’Unione, è un profilo di lettura attraente di per sé e illuminante sulla perifericità della vicenda italiana. La rinuncia obbligata dell’Italia ad avere un ruolo nell’industria costruttrice, la rinuncia sciatta anche ad avere un ruolo in quella manutentiva e, infine, la rassegnazione ad un ruolo misero e subordinato perfino nell’industria del trasporto emergono con evidenza nel racconto dell’ultimo ventennio italiano. Mentre negli ultimi scampoli del XX secolo Washington e Bruxelles/Parigi/Berlino si confrontano nel teatro mondiale dell’aviation e Van Miert, commissario alla concorrenza di Bruxelles, sfida il governo USA imponendo tre gravose condizioni per concedere il nullaosta alla megafusione tra Boeing e la decotta McDonnell Douglas sullo sfondo del nuovo scontro all’orizzonte tra Boeing e Airbus, ovvero tra il progetto B787 dreamliner e quello A380 superjumbo (si legga al riguardo l’avvincente postfazione di Matthew Lynn, Birds of Pray, Four Wall Eight Windows 1998) in Italia ci si avvita su una ricapitalizzazione di Alitalia definita “aiuti di stato”, prodromo della catastrofe industriale del settore raccontata da Rubino nel successivo ventennio. In una scena del romanzo ambientata a Parigi Le Bourget nel 2009, uno dei protagonisti commenta la presentazione mondiale del B787 dreamliner e la rivincita industriale americana dopo la sconfitta lobbistica subita da Van Miert dieci anni prima. Dopo il clamoroso trionfo, negli anni ’60, marcato dall’affermazione del mitico B747 Jumbo che travolse il supertecnologico Concorde europeo, menzionata nel romanzo, dopo il pareggio ai punti nel post prima guerra del Golfo tra americani e eurofrancesi nel conquistarsi la megacommessa da sei miliardi di dollari della compagnia aerea di Re Saud, pareggio conquistato solo grazie alla straordinaria visione di Francois Mitterand capace perfino di ingaggiare il principe inglese Carlo per promuovere la tecnologia aeronautica europea, in questo secondo decennio del XXI secolo i pur abili lobbisti europei sono costretti ancora una volta a inseguire gli americani nel dominio tecnologico dei cieli. Un Alitalia meschina, e maltrattata proprio dagli stessi italiani, appare comparsa stracciona e depressa nel megateatro della geopolitica atlantica e mondiale. Rubino ne fa una seducente narrazione, in apparenza rassegnata, ma non priva di una stimolante traccia di sentiero per il futuro.

Geopolitica delle infrastrutture critiche

Convenzionalmente, per infrastruttura critica si intende un elemento, un sistema o parte di questo, essenziale per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale dei cittadini ed il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un impatto significativo a causa dell’impossibilità di mantenere tali funzioni. 

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Classici esempi di infrastrutture critiche sono le reti idriche ed elettriche, ma anche le reti di telecomunicazioni, oleodotti e gasdotti, sempre più vulnerabili agli attacchi di gruppi terroristici, gruppi criminali o da nazioni che ne sfruttano le vulnerabilità per i propri interessi.

Fatta questa premessa è chiaramente percepibile, specie per le infrastrutture critiche energetiche, il ruolo geopolitico che queste rivestono nel mondo contemporaneo, sempre più interconnesso e interdipendente dove queste infrastrutture rappresentano il centro nevralgico degli Stati.

Ma l’elemento che enfatizza il ruolo geopolitico delle infrastrutture critiche, è dato dalla vulnerabilità che queste rivestono in relazione alla sicurezza del Sistema Paese, ovveropiù uninfrastruttura è critica e più aumenta la sua esposizione e la sua vulnerabilità alle minacce e agli attacchi volti a cambiare o a destabilizzare una Nazione, o un territorio o una parte di essa.  

Un esempio calzante è avvenuto recentemente in Arabia Saudita quando alcuni droni aerei hanno colpito due stazioni di pompaggio dell’oleodotto East-West Pipeline. Il caso è particolarmente importante perché, data la crescente tensione tra Stati Uniti e Iran negli ultimi giorni con la minaccia iraniana di chiudere lo stretto di Hormuz, questo oleodotto risulta fondamentale perché offre una preziosa via di trasporto alternativa per il greggio in caso di problemi nel Golfo Persico poiché attraversa l’Arabia Saudita da Oriente a Occidente, fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. 

Rimanendo nell’ambito energetico un altro esempio che enfatizza il ruolo delle infrastrutture critiche negli equilibri geopolitici, è il caso avvenuto nel gennaio 2015 quando, un attentato dinamitardo alla linea di trasmissione elettrica tra Ucraina e Crimea, ha generato un blackout nella penisola che ha lasciato al buio 2 milioni di persone, innescando uno strascico di accuse e polemiche tra Ucraina e Russia, che hanno spinto quest’ultima a collegare la Crimea alla propria rete elettrica. 

Ma non ci sono solo attacchi fisici o cibernetici. Ci sono dei territori che, in virtù della loro collocazione geografica, legata alla presenza di numerose infrastrutture critiche, diventano  geopolitiche e geostrategiche importantissime. Questo caso è rappresentato dalla Sicilia, che, per la sua posizione geografica come ponte tra Nord Africa ed Europa, può essere definita uno dei principali hub delle infrastrutture critiche italiane. Per fare un esempio l’80% del traffico voce e dati che dal Mediterraneo arriva in America, compresi i dati di Google, Facebook e Amazon, transita per la Sicilia, in larga parte in un’anonima palazzina di Mazara del Vallo, una delle 5 stazioni italiane gestite da Telecom Italia Sparkle, dove approdano in tutto 21 cavi di comunicazione sottomarini. Sempre in Sicilia approdano i due gasdotti principali che collegano l’Europa al Nord Africa, rispettivamente il Transmed, che collega Algeria e Italia passando per la Tunisia con una capacità di 30,2 miliardi di m³/anno, e il Greenstream, che collega la Libia con l’Italia con una capacità di 11 miliardi di m³/anno. Sempre in Sicilia vi sono poi altri progetti di nuove infrastrutture critiche, come i rigassificatori di Augusta e Porto Empedocle, che rappresenterebbero un ulteriore fonte di diversificazione di approvvigionamento gasifero. Ultimo, ma non per importanza il progetto, dell’Interconnector Italia Tunisia. L’infrastruttura consentirà di integrare i rispettivi mercati elettrici migliorando l’interconnessione del sistema dell’Unione europea con i Paesi del Nord Africa. Il progetto prevede che nel breve periodo la Tunisia importi energia dall’Italia per far fronte all’aumento crescente dei consumi interni, mentre, nel lungo periodo, la Tunisia dovrebbe poter esportare energia rinnovabile verso l’Italia. 

Ma oggi, il domino che più influenza il binomio Infrastrutture Critiche/Geopolitica, è quello cyber. Nell’odierno universo cibernetico gli attacchi informatici sono sempre più numerosi e considerati strategici, perché, attraverso questi, gli hacker sono in grado di paralizzare le funzioni vitali di uno stato. Ed è il caso dell’Estonia che 2007 è stata vittima di una prolungata e massiccia ondata di attacchi del tipo DDoS ( attacco informatico che consiste nel tempestare di richieste un sito fino a mandarlo off-line e renderlo irraggiungibile) che hanno intasato di traffico IP i computer di banche, agenzie governative e media nazionali, generando una pesante interruzione di alcuni servizi al pubblico, tra cui il prelievo di contante dai bancomat. Altro esempio di cyber attacco ad una infrastruttura critica è stato l’attacco alla centrale elettrica ucraina il 23 dicembre del 2015, quando 230mila ucraini sono rimasti al buio dopo che degli hacker hanno preso il controllo di una centrale elettrica nell’ovest del Paese, aprendo in via remota gli interruttori di circuito e spegnendo il sistema di alimentazione della struttura. 

In tutti e due i casi sott’accusa è finita la Russia, che con i suoi gruppi “state-sponsored”, sarebbe al centro di numerose attività cibernetiche rivolte contro gli Stati e le infrastrutture critiche. A tal proposito è bene ricordare l’offensiva cibernetica del 14 giugno 2016 condotta da un gruppo di hacker russi contro i computer del Democratic National Committee (Dnc), e, soprattutto, le sospette ingerenze da parte della Russia nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del 2016, sfociate poi nel Russiagate.  

La pericolosità degli cyber attacchi, specialmente alle infrastrutture critiche, si evince anche dalla decisone della NATO che ha dato via libera alla trasformazione del cyberspazio in un dominio operativo, suscettibile anche di provocare l’attivazione dell’articolo 5 dell’Alleanza, ovvero il meccanismo di difesa collettiva. A questa scelta fa sponda la recente decisone del Consiglio Europeo di istituire un  quadro che consente all’UE di imporre misure restrittive mirate a scoraggiare e contrastare gli attacchi informatici che costituiscono una minaccia esterna per l’UE o i suoi Stati membri, compresi gli attacchi informatici nei confronti di Stati terzi o organizzazioni internazionali, qualora le misure restrittive siano ritenute necessarie per conseguire gli obiettivi della politica estera e di sicurezza comune (PESC).

Queste scelte rientrano chiaramente nell’ottica di mitigazione dei rischi derivati dall’applicazione della nuova dottrina strategica dell’Hybrid Warfare, ovvero la nuova strategia militare che fonde i concetti di guerra regolare e irregolare, guerra simmetrica e asimmetria, guerra economica, attacchi alle Infrastrutture Critiche e Cyber Warfare, dove lo strumento cibernetico ha assunto un ruolo primario nel nuovo ambiente operativo, non più rigidamente definibile e caratterizzato dal passaggio da azioni cinetiche ad operazioni di natura multiforme. 

La valenza geopolitica delle infrastrutture critiche è ravvisabile anche nella transizione energetica perché, la trasformazione del modo di produrre, trasportare e consumare energia nel mondo, sarà uno dei fattori principali a influenzare le relazioni internazionali tra gli Stati. Infatti, la diffusione delle energie rinnovabili aumenterà l’importanza delle reti elettriche e stimolerà il commercio transfrontaliero di elettricità. Fonti di energia come il solare e l’eolico richiedono sistemi energetici flessibili, in grado di far fronte alla variabilità dovuta alle condizioni meteorologiche ed economicheLe reti elettriche avranno un ruolo sempre più importante per mitigare tale variabilità e garantire la stabilità del sistema. Ma il rischio è che alcuni soggetti possono controllare le reti elettriche e quindi esercitare un’influenza sui Paesi, trasformando gli scambi energetici in uno strumento geopolitico come quello del gas e del petrolio. 

 

Elezioni indiane e sviluppi geopolitici in Asia Meridionale: perché Khan è a favore di un nuovo mandato di Modi.

Gli eventi riguardanti le elezioni indiane in corso, numericamente definite come le più grandi della storia, sono monitorati attentamente dalle personalità politiche di tutti i paesi dell’Asia Meridionale per via delle opportunità e dei rischi legati alla vittoria di uno o dell’altro candidato favorito. Il risultato di queste, indipendentemente dal vincitore, avrà risvolti geopolitici di notevole importanza che influenzeranno i tutti i conflitti, le dispute e le crisi esistenti a livello regionale.

Elezioni indiane e sviluppi geopolitici in Asia Meridionale: perché Khan è a favore di un nuovo mandato di Modi. - Geopolitica.info

Tra le tematiche più delicate, la più importante è sicuramente quella delle relazioni tra India e Pakistan, segnate da più di settant’anni da fasi di forzata coesistenza pacifica alternate a episodi di violenza, l’ultimo dei quali risale allo scorso febbraio, con il rischio sempre presente di escalation verso veri e propri conflitti. Hanno perciò sorpreso alcune recenti affermazioni rilasciate da Imran Khan, primo ministro del Pakistan, secondo il quale la vittoria di Narendra Modi rappresenterebbe un «punto di inizio positivo per il futuro di un’iniziativa di pace ».

Modi, attuale primo ministro indiano, rappresentante della destra ultraconservatrice indù, principale responsabile di un sempre più spregiudicato uso del nazionalismo, scivolato talvolta nell’intolleranza e nella violenza, soprattutto a livello locale nei confronti delle minoranze musulmane; è alla ricerca del suo secondo mandato mediante una campagna elettorale farcita di slogan ultranazionalistici, settari e modellata attorno a temi sciovinisti, soprattutto all’indomani dell’escalation di tensione con il Pakistan a seguito dell’attacco di Pulwama di febbraio.A causa quindi delle posizioni ideologiche diametralmente opposte di Modi e Khan, le dichiarazioni di quest’ultimo potrebbero apparentemente sembrare alquanto inaspettate. In realtà la posizione di Khan, sebbene mossa da ragioni essenzialmente pragmatiche, funge al contempo anche da chiaro indicatore della separazione non solo politica esistente da decenni tra i due paesi. Il mantenimento dell’attuale assetto politico in India a seguito della rielezione di Modi sarebbe più funzionale agli interessi ideologici e politici del centrodestra del Pakistan, o meglio, sembra che tale eventualità abbia per il Pakistan meno risvolti negativi rispetto a una vittoria del centrosinistra o della sinistra indiane.

Un nuovo governo Modi rappresenterebbe un’ulteriore prova a favore dell’ideologia alla base della creazione del Pakistan, della quale è portavoce la destra del paese, e attorno alla quale si è delineata la divisione politica, ideologica e sociale del Subcontinente indiano a partire dal 1947. Infatti, per la prima volta da oltre settant’anni, non vi sarebbe più la necessità concreta per l’establishment pakistano di convincere il popolo di quanto Muhammad Ali Jinnah, Quaid-e-Azam (grande leader) e Padre della Patria, fosse nel giusto nel perseguire il suo ideale di creazione del Pakistan.

Muhammad Ali Jinnah durante la sessione generale di Lahore organizzata dalla All-India Muslim League (22-24 marzo 1940)

Nonostante il progetto originale di Jinnah non prevedeva che il Pakistan dovesse essere creato per ospitare tutti i musulmani del Subcontinente, ma solo quelli che avessero voluto accettare la sua visione politica, per il nazionalismo ideologico pakistano il progetto di Jinnah opportunamente revisionato vedrebbe ora giustificata la sua prosecuzione di fronte al crescente nazionalismo ideologico-religioso indiano in pericolosa ascesa. Ciò risulta particolarmente vero tenendo conto che l’intellighenzia pakistana durante la seconda metà del ventesimo secolo, si è rivelata spesso confusa e impotente di fronte alla democrazia indiana e al suo secolarismo, e per la quale l’esperimento politico indiano sarebbe riuscito meglio rispetto alla sua controparte pakistana.

Gli ultimi cinque anni hanno però visto in India una sempre più crescente soppressione del dissenso di stampo liberale e secolare contestuale alla comparsa di un nazionalismo ultrahindu e all’incremento di discriminazioni su base religiosa, specialmente a danno delle comunità musulmane. La percezione generale a livello regionale e internazionale è che con Modi alla guida della più grande democrazia del mondo, le relazioni tra India e Pakistan continueranno a essere segnate e minacciate da toni di guerra e conflitto. Il che si rivelerebbe vantaggioso per il progetto nazionalista del Pakistan che si rafforza ad ogni notizia proveniente dall’India di violenze e discriminazioni a danno di musulmani e altre minoranze, e funzionale alla demonizzazione ideologica di New Delhi che non rappresenterebbe più l’ideale laico e pluralista in netta contrapposizione ideologica alla politica pakistana. Per Islamabad, un’India non più pluralista e secolare risulterebbe più facile da contestare.

Il Pakistan è uno stato afflitto però da gravi problemi strutturali, tra i quali la cronica mancanza di risorse finanziarie. Ciò significa anche che il pericolo di un conflitto può essere utile nel breve periodo a rinsaldare l’unità interna, non può rimanere l’unico leitmotiv in mano del nazionalismo pakistano nel medio e lungo termine. Come detto precedentemente la dichiarazione di Khan «funge anche da chiaro indicatore della separazione esistente da decenni tra i due paesi» mostrando al contempo i problemi strutturali del suo paese, perché significa sostanzialmente che paradossalmente solo un forte governo conservatore di destra in India può fungere da elemento di stabilità interna in Pakistan, punto di partenza per risolvere tutte le altre questioni, tra le quali quelle finanziarie e sociali.

Ciò è subordinato però alla speranza che il pragmatismo della destra indù non impedisca a Delhi di continuare il dialogo con Islamabad volto alla pace e alla distensione. Nonostante l’impegno comune in dialoghi bilaterali scaturito dall’enfasi a seguito di una crisi (come quella di Pulwama), spetta all’India non interrompere i lavori, in quanto il Pakistan ha sempre sostenuto che è possibile riprendere i negoziati da dove sono stati interrotti.

 

Il sogno occidentale dell’Azerbaigian: a cento anni dalla conferenza di Versailles

L’anno scorso si sono ricordati i cento anni dalla fine della prima guerra mondiale. L’opinione pubblica ha giustamente celebrato la fine dell’immane massacro e riflettuto sulle conseguenze geopolitiche del conflitto: basti pensare soltanto al mondo arabo e al Medio Oriente e quanto il tema della definizione post-bellica ancora determini – in quelle aree – fratture e conflitti. Nel 2019 ricorre il secolo dall’evento centrale del mondo post-bellico: la conferenza di pace di Parigi (o di Versailles).

Il sogno occidentale dell’Azerbaigian: a cento anni dalla conferenza di Versailles - Geopolitica.info

La conferenza con le sue decisioni, sia sugli assetti territoriali sia sull’organizzazione della comunità internazionale, ha cambiato completamente il modo di fare e percepire la politica internazionale. Con Versailles le modalità della politica estera hanno assunto forme nuove, che vivono ancora oggi: la pubblicità delle strategie politiche, il ruolo dell’opinione pubblica, la strutturazione di una “comunità internazionale” con una legittimità sovraordinata rispetto ai suoi componenti, la cooperazione come modalità prevalente nei rapporti fra Stati, i principi di autodeterminazione e legalità internazionale.

Ciò che è meno noto, nella memoria storica della conferenza di Parigi, è che i protagonisti non furono soltanto vincitori e sconfitti del grande conflitto. A Parigi si recarono tantissime delegazioni extraeuropee provenienti dai territori coloniali africani, asiatici e dagli ex imperi ottomano e zarista, che cercarono di vedersi riconosciuti i diritti di autodeterminazione proclamati dal presidente Wilson e dalle altre grandi potenze occidentali. Purtroppo nel 1919 prevalse un atteggiamento eurocentrico, coloniale, che riconosceva diritti soltanto ad alcuni popoli e manteneva intatto il sistema di potere internazionale.

Il colonialismo non fu solo quello delle vecchie potenze europee: anche la nuova Unione Sovietica, che si faceva portatrice di un messaggio di liberazione anti-imperialista, ricostituì il vecchio dominio zarista assoggettando al nuovo potere russo e bolscevico popoli non russi, che avevano cercato la strada dell’autodeterminazione. Uno degli esempi più interessanti di nazione, che abbracciò in senso anticoloniale e progressista il messaggio wilsoniano, fu senz’altro quello dell’Azerbaigian. La vicenda viene ricostruita in un volume di Daniel Pommier Vincelli (Storia internazionale dell’Azerbaigian. L’incontro con l’Occidente 1918-1920) appena pubblicato da Carocci editore, in occasione delle attività per centenario del servizio diplomatico azerbaigiano.

L’Azerbaigian ha un notevole primato: fu la prima repubblica parlamentare a stabilirsi in un Paese a maggioranza islamica e garantì ai suoi cittadini uguaglianza di diritti senza distinzioni di genere, etnia, credo religioso. La repubblica, che visse due anni tra il dominio zarista e la riconquista russo-sovietica, era guidata da un piccolo e illuminato gruppo di intellettuali di orientamento socialdemocratico e progressista, che riteneva che lo sviluppo del proprio Paese passasse attraverso l’integrazione euro-occidentale, per liberarsi dal peso del colonialismo russo vecchio e nuovo.

Fu questo il senso della missione diplomatica azerbaigiana a Parigi, raccontata nel volume di Pommier Vincelli. I diplomatici azerbaigiani, più intellettuali che professionisti della diplomazia, cercarono di trasformare le proprie debolezze in forze: utilizzarono l’opinione pubblica, assunsero esperti di comunicazione, scrissero volumi di divulgazione, pubblicarono riviste e rilasciarono interviste. Pur provenendo da una periferia dell’Eurasia compresero che la battaglia politico-internazionale si giocava su un nuovo campo di battaglia: la comunicazione e la public diplomacy. Non sostenevano un Paese ma un modello di Paese: laico, multiculturale, pluralista, aperto all’economia di mercato e ai diritti delle donne.

Riuscirono a ottenere un importante risultato simbolico: il riconoscimento de facto del nuovo Stato nel gennaio 1920. Ma le paure, i ritardi e gli egoismi dei grandi Paesi occidentali abbandonarono l’Azerbaigian al suo destino: cioè a un ritorno del dominio russo seppure nella nuova forma sovietica. Il Paese verrà sepolto dalla cappa sovietica per 70 anni, fino alla seconda indipendenza del 1991. Rimane dell’esperienza del 1918-1920 uno straordinario, e forse unico, tentativo di modernizzazione socio-politica che rigettava qualsiasi etno-nazionalismo aggressivo e che vedeva nel dialogo la soluzione per le relazioni con gli altri Stati dell’area.

Con il collasso dell’Unione Sovietica il popolo azerbaigiano ha riconquistato la sua indipendenza.  L’Azerbaigian moderno, grazie alla posizione strategica, collocato tra Oriente ed Occidente e le notevoli risorse energetiche, è attivo nello scenario internazionale, promuovendo buoni rapporti con i paesi all’interno e all’esterno della regione e realizzando numerosi progetti energetici e infrastrutturali internazionali. Il paese attua una politica estera multivettoriale, a tutela dell’interesse nazionale, ed è sostenitore di multiculturalismo, pace, sicurezza e cooperazione a livello mondiale. Rimane ancora irrisolto il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh – sotto occupazione da oltre 25 anni insieme ad altri sette distretti adiacenti dell’Azerbaigian, e ciò costituisce la principale fonte di tensione nella regione del Caucaso meridionale e la cui soluzione è il principale obiettivo di politica estera di Baku.

The US economic siege on Syria and the oil crisis

The recent wave of stringent American measures against maritime petroleum shipping to Syria, the interruption of Iranian “credit line” to Damascus, and the reluctance of Russia to export oil to Syria, might push the Syrian government to liberate the oil fields in the East Euphrates.

The US economic siege on Syria and the oil crisis - Geopolitica.info

Syria is experiencing a severe fuel crisis across the country due to a lack of external supplies resulting from the economic embargo and US sanctions on Syria, beside that Syria has lost its oil production because of war and terrorism, and the Kurdish organizations control of the most of Syria’s oil fields in the country’s northeast.

The effect of the US economic blockade have clearly shown on the life of the Syrian citizen, the United States imposed severe economic sanctions on Syria, including all sectors and vital sectors, and even companies or countries dealing with the Syrian government.

On November 20, 2018, the United States Treasury’s Office of Foreign Assets Control, the Unites States Department of States, and the US Coast Guard issued a new “advisory” to “alert” individuals and entities across the globe of the repercussions of being involved in petroleum shipments to Syria. These measures extended across the shipping industry, including to insurers, shipping companies, financial institutions, as well as vessel owners, managers, and operators. The advisory was updated on March 25 to include a list detailing the names and serial numbers of ships that had taken part in transporting oil to Syria between 2016 and 2018.

The pressure of economic blockade on Syria has worsen after Iran suspended the credit line on last October 15. One major reason behind the halt in aid to Syria was renewed American sanctions targeting the Iranian economy, especially its oil sector, after US President Donald Trump revoked the Iran nuclear deal in May 2018. According to the Syrian Ministry of Petroleum and Mineral Resources, since that date, Syria has not reached any crude oil tanker.

Syria used to produce about 385 thousand barrels of oil per day before 2011, mostly from fields east of Euphrates in the countryside of eastern Deir Al/Zour and Hassaka, and about 21 million cubic tons of gas, mostly from the central region. Production fell sharply to about 24 thousand barrels of oil per day. Syria consumes 4.5 million liters of gasoline, 6 million liters of diesel, and 7,000 tons of fuel oil each day, a total 136,000 barrels of oil per day. Syria’s annual petroleum products bill exceeds $2.5 billion. The country’s oil production, however, is currently just 24,000 barrels per day, down from 385,000 per day in 2010.

Overall estimated losses of this sector over the past eight years, according to official estimates, about 74.8 billion dollars. The most important losses, in the economic sense of any production sector in Syria due to the war. The size of the depletion of oil production has exerted a strong pressure on the Syrian economy in all its details. For the first time, the government allowed the private sector to import its fuel and diesel oil to secure the work of factories and craft enterprises. The step that came into force was an attempt to circumvent US sanctions and access that material but it is certainly not enough.

This was evident with very high prices for selling the material from its suppliers. The sale of diesel fuel was estimated at about 475 Syrian pounds per liter for industrialists according to Damascus Chamber of Industry, which decreased by simple margins due to competition but remained more than double the price at which the government sells diesel oil estimated at 185 Syrian pounds per liter. In dealing with the issue of gas, efforts to double the production of local fields appeared to have reasonable results, especially as efforts continue to improve production according to official statements, while work is being done to import the difference between production and consumption.

According to high level government sources, the Suez Canal Authority prevented the passage of oil shipments from Iran to Syria in response to American pressure. It added to the difficulties faced by shipping companies to reach the Syrian ports in light of the complexities of insurance and fears of Western sanctions that would affect the work of these shipping companies. All these factors led to the suspension of the arrival of any shipment of oil to the Syrian ports for months, while the increased consumption, especially industrial with the return of tens of thousands of industrial and handcraft facilities in Aleppo, Hama and the countryside of Damascus, to double the features of the crisis.

Today, and for the foreseeable future, Syrian vehicles can only purchase 20 liters every five days, while taxis are allowed 20 liters every two days at a subsidized price of 225 Syrian pounds (40 US cents) per liter. Such quantities are, to say the least, very insufficient. Long queues at petrol stations and near- empty streets have become a part of daily life in Syria.

As a solution to end the current oil crisis which putting more pressure on the Syrians in their livelihood and economy, and in this perspective we can understood the words of the Syrian Defense Minster General Ali Ayoub during the high level military meeting, which included the Chiefs of Staff of the Iraqi army, Othman Al-Ghanmi and the Iranian armed forces, Major General Mohammad Jafari, on March 18, and his assertion that the remaining card for the Americans in Syria is the Syrian Democratic Forces “SDF” and “we will deal with it either by reconciliations or by liberating the land”.

 

 

 

 

Batman, il non-compleanno (geopolitico)

E’ già estremamente interessante vedere come, nel corso di questi 80 anni, in America sia cambiata la percezione del nemico. Ma, oltre a ciò, dal libro di Giuseppe Sacco vengono fuori tutti i problemi che il super-eroe incontra nel rispondere a queste minacce, e quindi tutti i messaggi politici che Batman trasmette al suo immenso pubblico.

Batman, il non-compleanno (geopolitico) - Geopolitica.info

 

“Più vede storie di spie, e più la gente diventa entusiasta per la tortura” si legge in un editoriale del New York Times. E persino l’esperta in spionaggio della super-conservatrice Hoover Institution, ha detto apertamente che in questo senso “i film di svago hanno conseguenze allarmanti”. E che, anzi, “il cinema d’evasione, in senso stretto, non esiste; che anche durante gli spettacoli d’intrattenimento, quando le barriere del pubblico sono abbassate, si fa politica”, lo ha scritto senza mezzi termini Riccardo Pesce, professore di Drammaturgia Multimediale all’Accademia di Brera, nonché importante “creativo” della Disney.

In questa luce, è di grande interesse un’analisi dei messaggi trasmessi dai film (e dai fumetti) del più popolare super-eroe con cui l’America si sia mai identificata: Batman che ha appena compiuto 80 anni. Ed è proprio questo il tema di Batman e Joker: maschere e volti dell’America (Medialibri), un bel saggio scritto da uno spettatore appassionato, Giuseppe Sacco, favorito – nella decriptazione del “pensiero politico di Batman”- dal fatto di essere professore di Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche, a Roma.

Dal 1939, quando comparve il suo primo fumetto, Batman è infatti una specie di Lord Protettore di Gotham City, una cupa New York in stile gotico, metafora non solo degli USA, ma di tutte le decadenti democrazie occidentali. E dal 1989, anno della caduta del comunismo, ha continuato la sua opera sul grande schermo, con sette film di enorme successo, e dai forti messaggi politici.

È già estremamente interessante vedere come, nel corso di questi ottant’anni, in America sia cambiata la percezione del nemico. Ma, oltre a ciò, dal libro vengono fuori tutti i problemi che il super-eroe incontra nel rispondere a queste minacce, e quindi tutti i messaggi politici che Batman trasmette al suo immenso pubblico.

Ebbene: sono messaggi assai diversi da quelli che si trovano nella maggior parte dei film d’azione e di spionaggio. Perché Batman, tanto per cominciare, non porta armi e non uccide mai, per nessuna ragione. In questo senso, è molto un-american, va cioè contro-corrente rispetto alla maggioranza dei suoi compatrioti.

È certo un uomo d’ordine, perché aveva solo dieci anni quando ha visto i suoi genitori ammazzati in un tentativo di rapina. Ma ha anche ereditato dal padre idee liberal-progressiste, che gli fanno spesso considerare i criminali come essi stessi vittime dell’ingiustizia sociale. E i suoi avversari, anche i più estremi come l’anarchico Joker, non privi, almeno all’origine, di qualche idea e giustificazione.

Come giustamente nota Sacco: “Era inevitabile che il mantenimento della legge dell’ordine apparisse al giovane Bruce Wayne, che a dieci anni aveva visto i suoi genitori assassinati in una rapina,  come il primo fondamento della società. Ma l’educazione ricevuta proprio da quel padre così precocemente scomparso gli aveva fatto capire che all’origine della criminalità c’è spesso il disagio sociale. Quel trauma farà perciò di lui Batman, un vigilante che aiuta i pochi poliziotti non corrotti della città-mondo che è Gotham city; ma un vigilante che non uccide, e che – in maniera poco americana – è contrario alla pena di morte. Chi sbaglia va curato e rieducato: contro il crimine va applicata giustizia e non vendetta.”

E poi, anche se l’inefficienza e la corruzione di Gotham lo costringono a intervenire, egli è sempre tormentato dal dubbio che la sua azione non abbia legittimità. Ed è pronto a farsi indietro quando – come accade in un film del 2008, in coincidenza con l’emergere di Obama – la democrazia si dimostra capace di eleggere un leader onestamente dedito al pubblico interesse.

Commentando il recente compleanno di questo super eroe pieno di dubbi il professore ha affermato: “Negli ottant’anni della sua vita, Batman – così come il suo opposto,  il super criminale Joker – ha avuto fortune alterne, che corrispondono al mutevole  ‘sentire collettivo’ degli americani. E non è un buon segno,  per la società americana, che con gli ultimi due film ci sia tentato prima di distruggere la inquietante popolarità di Joker, e poi lo stesso personaggio di Batman, facendogli violare – in un ridicolo ed improbabile duello con Superman – tutte le sue regole morali. Nell’America di oggi, in cui  ricchi e poveri, privilegiati e dimenticati, si odiano senza conoscersi e senza un tentativo di dialogo, Batman sembra essere diventato un personaggio troppo complesso, troppo sofisticato, e in definitiva ingombrante”.

 

From the near-seas to the far-seas: la Marina Cinese nella Smart Power Strategy

Secondo Joseph Nye, l’obiettivo principale della Cina sarebbe quello di combinare hard e soft power così da poter perseguire una smart power strategy. In questo scenario, si colloca la Marina Cinese (China’s People’s Liberation Army Navy – PLAN), che da ormai qualche decennio si trova in una profonda fase di trasformazione, che la colloca quale protagonista fondamentale nella smart power strategy cinese.

From the near-seas to the far-seas: la Marina Cinese nella Smart Power Strategy - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

In particolare, la PLAN sta radicalmente mutando identità, grazie ad un intenso processo di modernizzazione sia della dottrina che della struttura operativa, aumentando non solo il proprio arsenale bellico, ma potenziando sempre più la propria diplomazia navale, diventando un attore chiave nelle relazioni internazionali.

Il rapporto tra PLAN e Soft Power

Al fine di poter comprendere il ruolo della Marina Cinese nella strategia dello smart power, è necessario comprendere le sue interazioni con il soft power e come quest’ultimo influenzi il suo scopo. La “One Belt, One Road” Initiative (OBOR), l’incredibile network infrastrutturale capace di connettere paesi del continente Euroasiatico e dell’Africa orientale in un unico corridoio economico, rappresenta oggi uno degli elementi più rilevanti del soft power cinese.

La OBOR è costituita da una rotta terrestre, principalmente costituita da linee ferroviarie, e da una rotta marittima. Infatti, la “nuova via della seta” è principalmente focalizzata sulla costruzione di nuovi porti capaci di incrementare l’utilizzo delle linee di comunicazione marittime (sea lines of communication- SLOCs). In questo contesto, la PLAN assume un ruolo vitale nel garantire la sicurezza delle SLOCs. La rotta marittima rappresenta oggi la principale via di trasporto per merci e risorse energetiche necessarie allo sviluppo del paese. Basti pensare che circa l’80% del petrolio importato dalla Cina passa attraverso gli stretti di Malacca, ed un possibile blocco degli stessi potrebbe comportare una serie minaccia all’intera economia del paese.

Per questo motivo, il ruolo della PLAN assume all’interno della OBOR Initiative un ruolo strategico nel tutelare e proteggere lo sviluppo economico e la sicurezza energetica della Cina. Questa è probabilmente la ragione principale dell’intensa trasformazione strutturale che sta investendo la Marina Cinese. È per questo chiaro che, se l’aumento dell’hard power non verrà usato in modo “smart”, la modernizzazione della PLAN potrebbe andare in rotta di collisione con la OBOR Initiative. Infatti, una seconda marina al mondo con non chiare o aggressive intenzioni, potrebbe allarmare gli Stati vicini, stimolando la creazione di alleanze contro di essa. Questo risultato rappresenterebbe una seria minaccia allo scopo della smart power strategy cinese.

Il processo di modernizzazione della PLAN

Al fine di essere quanto più compatibile possibile alla smart power strategy, la Marina Cinese sta procedendo ad una profonda trasformazione, sia per quanto concerne l’aspetto tecnico che dottrinale. Infatti, attualmente la PLAN sta seguendo la cosiddetta dottrina MAHAN, secondo cui la marina deve essere collocata in una posizione subordinata e servente agli scopi economici del Paese. Per questo motivo, la trasformazione della PLAN da una brown water ad una blue water fleet seguita da un’espansione in qualità e quantità dell’arsenale bellico (aumento di missili balistici antinave, sottomarini, portaerei,…) non deve necessariamente essere intesa come puro incremento dell’hard power finalizzato al conflitto.

Nelle relazioni internazionali, la PLAN è sempre più maggiormente coinvolta, utilizzando i suoi mezzi in maniera “smart”, così da essere accettata quale arbitro geopolitico. Recentemente, infatti, la Cina ha aumentato il suo contributo nelle missioni di peacekeeping e nelle cosiddette military operations other than war(MOOTW), come le operazioni di antipirateria, di evacuazione umanitaria e di assistenza a disastri ambientali. Nel 2008, il dispiegamento cinese di tre navi militari al largo delle coste somale per tutelare i mercantili da attacchi di pirati fu accolto favorevolmente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Nello stesso anno, tre navi militari furono inviate nello Yemen per evacuare centinaia di cinesi e altri cittadini stranieri dal paese dilaniato dal conflitto. Un altro importante esempio di utilizzo intelligente (smart) della PLAN è rappresentato dal cosiddetto DUAL-USE, dove le unità navali sono utilizzate non solo per il tradizionale scopo bellico, ma anche per altri compiti legati alla diplomazia e alla cooperazione.

Dal 2010, la Cina ha deciso di intraprenderead esempio un’operazione navale denominata “Harmonious mission”, caratterizzata dall’invio dell’unità “Peace Ark” al fine di proiettare un’immagine di potenza benigna dedita alla sicurezza, alla pace e allo sviluppo dei diversi paesi. Il dual-use è rappresentato anche dal cosiddetto “filo di perle”, consistente in una rete di porti nei paesi dell’Oceano Indiano, in grado di passare dall’uso commerciale a quello militare.

Nel 2016 in Thailandia, la nave militare “Changbai Shan” si affidò ad una società cinese che vi operava per ottenere servizi di rifornimento. Questo fu possibile grazie all’interoperabilità tra le aziende cinesi e la PLAN nei vari porti della “string of pearls”. Un’altra interessante testimonianza dell’integrazione tra civili e militari è rappresentata dal recente processo di “civilizzazione” delle isole artificiali del Mar Cinese Meridionale, dove la marina è coinvolta nel garantire la sicurezza per i sempre più numerosi turisti che visitano le varie isole.

Conclusioni

La PLAN è oggi la seconda marina più grande del mondo dopo quella degli Stati Uniti. Molti paesi ed analisti hanno visto nella modernizzazione della marina cinese una pura preparazione all’uso dell’hard power per un futuro conflitto. Se questa considerazione fosse vera, probabilmente ci troveremmo di fronte ad un radicale cambiamento della politica internazionale cinese.

Tuttavia, secondo altri esperti, la modernizzazione della PLAN sarebbe giustificata dal fatto che la Cina sia la seconda potenza commerciale più grande al mondo e che debba sviluppare capacità tali da proteggere le proprie risorse e assets. Per questo motivo, la Cina dovrebbe potersi avvalere di una marina capace di proteggere l’economia e lo sviluppo del paese, senza collidere con il soft power. Per fare ciò, è strettamente necessario che il cosiddetto hard power debba essere quanto più possibile compatibile con il soft power, rendendo lo strumento navale capace di essere un attore diplomatico e ispiratore nelle relazioni internazionali.