Archivio Tag: geopolitica

La geopolitica delle rotte marittime

L’osservazione delle rotte marittime dice molto sulla storia degli uomini, dei loro scambi, e della loro volontà di potenza. L’espansione del commercio ha spinto l’uomo a conquistare gli oceani, le rotte si sono spostate e ampliate. Le potenze marittime hanno tracciato rotte, esplorato stretti e scavato canali in grado di cambiare i rapporti di forza globali. Fino a disegnare il mondo in cui oggi si muovono risorse naturali, manufatti e navi da guerra.

La geopolitica delle rotte marittime - Geopolitica.info

Introduzione

Uno degli argomenti dialettici della geopolitica è la contrapposizione tra potenze di terra e potenze di mare. Al di là delle semplificazioni che spesso caratterizzano questo approccio, di sicuro c’è che dietro la visione strategica di potenze terrestri e marittime c’è una concezione diversa – spesso opposta – di immaginare lo spazio, il diritto, la politica e la strategia per la conquista dell’egemonia. Se guardiamo alla storia moderna e contemporanea, vediamo che le potenze di terra come Russia, Cina e Germania hanno una vocazione spaziale possessiva, vocata al dominio diretto dello spazio confinante. Una concezione del potere produttivista e disciplinata, dove lo spazio vitale è spazio nazionale, destinato a scontrarsi inevitabilmente con in limiti dell’espansione territoriale.

Se invece guardiamo alle potenze di mare come l’Inghilterra, l’Olanda, la Spagna e successivamente fino ad oggi gli Stati Uniti, vediamo un approccio mercantile, una visione universale e un’attitudine coloniale. Una vocazione spaziale connettiva idealmente senza limiti, fondata sul controllo delle rotte commerciali e degli snodi e colli di bottiglia su cui queste fanno perno. Le potenze marittime hanno prodotto grandi aggregati transcontinentali unificati dal commercio, e il mondo che oggi definiamo “globalizzato” non è altro che questo: un grande aggregato transcontinentale di relazioni commerciali composta da navi che attraversano gli oceani, lungo rotte e colli di bottiglia oggi controllati direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti, l’unica potenza in grado di attivarsi rapidamente in tutti i punti nevralgici dei sette mari. I trasporti aerei e le telecomunicazioni globali (grazie cavi che attraversano gli oceani) avrebbero meno significato senza questa interconnessione marittima.

Cenni storici

A partire dalla fine del XV secolo, la padronanza degli strumenti di navigazione e il progresso tecnico della costruzione navale hanno permesso agli europei di allontanarsi dalle loro coste per lanciarsi alla conquista degli oceani. Cristoforo Colombo tracciò una prima rotta transatlantica alla ricerca di un passaggio marittimo verso l’India, imbattendosi nel continente americano. Successivamente, fu il portoghese Vasco da Gama a trovare il passaggio verso l’India, costeggiando l’Africa occidentale e passando per il capo di Buona Speranza. Queste due rotte segnano l’inizio di una conquista oceanica che dalla fine del XVIII secolo collegherà commercialmente l’intero pianeta. Un secolo dopo, la costruzione di due enormi canali, Suez in Egitto e Panama in America centrale, intensificherà questo movimento e aprirà nuove rotte.

Nel 1869 il canale di Suez viene aperto alla navigazione. L’enorme progetto franco-egiziano collega il Mar Rosso al Mediterraneo, permettendo alle navi di compiere il viaggio dalla Cina alla Francia in 40 giorni contro i 50 della rotta che circumnaviga l’Africa. Un risparmio di tempo e denaro che ha ridato centralità al Mare Nostrum. Lungo 190km, il canale di Suez ospita più dell’8% del traffico marittimo mondiale ed è controllato dall’Egitto. Ancora oggi è un passaggio fondamentale, di recente è stato ampliato di 35km per raddoppiare la sua capacità di passaggio. Pochi anni dopo l’apertura di Suez, sono gli americani a lanciare un altro progetto di costruzione: il canale di Panama, che aprirà nel 1914 dopo circa 30 anni di lavori. Il passaggio collega l’oceano Atlantico e Pacifico, senza dover più circumnavigare tutto il Sudamerica passando da Capo Horn, permettendo così di risparmiare oltre 12.000km di tragitto. Il canale di Panama percorre 77km attraverso l’America centrale, vede transitare circa il 5% del commercio mondiale ed è stato anch’esso potenziato fino a raddoppiarne la capacità grazie a un complesso sistema di chiuse. 

Il mare oggi

La rivoluzione costituita dall’apertura di questi due giganteschi canali è stata accompagnata da un forte aumento del tonnellaggio delle imbarcazioni. Oggi su una nave vengono trasportate 100 volte più merci rispetto a un secolo fa. Ciò riduce i costi e piazza il commercio marittimo in testa rispetto a tutte le alternative, un primato impareggiabile che riguarda quasi il 90% del commercio mondiale. Oggi sono oltre un milione le navi che solcano le autostrade del mare. Si è passati da mezzo miliardo di tonnellate trasportate negli anni ’50 a circa 11 miliardi nel 2017, distribuiti come segue: 40% di prodotti sfusi, principalmente minerali e cereali, 32% di idrocarburi e 27% di merci.

Lo sviluppo del traffico marittimo e delle navi container ha contribuito alla crescita inarrestabile del commercio mondiale, che ha progressivamente abbandonato le rotte storiche che collegavano Europa e America attraverso l’Atlantico per orientarsi verso il Medio Oriente e l’Asia. Oggi a primeggiare nel commercio mondiale sono la Cina e i suoi vicini. Nel 2018 tra i primi venti porti commerciali globali, 15 erano asiatici di cui 9 cinesi. L’aumento delle merci e degli scambi trasportate via mare ha donato un grande potere ai paesi che controllano i colli di bottiglia – choke points – del mare, quei punti di passaggio obbligatori che se venissero bloccati interromperebbero l’intero traffico mondiale. Vista l’importanza che ha assunto l’interscambio tra Europa, Asia e Medio Oriente, oggi i passaggi più importanti sono lo stretto di Malacca e lo stretto di Hormuz.

Il passaggio più importante è lo stretto di Malacca. Situato tra l’Indonesia, la Malesia e Singapore, è larga solo 30km. Lo stretto è saturo, da solo concentra il 15-20% del traffico mondiale. Per la Cina il transito navale nello stretto di Malacca è questione di vita o di morte, da esso dipendono gli approvvigionamenti energetici e le esportazioni. La determinazione con cui Pechino promuove il progetto delle nuove vie della seta e punta al controllo del Mar Cinese Meridionale è dovuto proprio a questo, a controllare e trovare alternative a questo passaggio obbligato (argomenti trattati qui e qui).

Il secondo passaggio fondamentale è lo stretto di Hormuz, il vaso di Pandora geopolitico per eccellenza. Largo circa 30km, lo stretto controllato congiuntamente da Iran e Oman è il luogo in cui passa circa un terzo del petrolio mondiale. Oggi il libero transito di Hormuz è più importante per l’Asia che per l’Europa, ma in caso di grave crisi con le potenze occidentali l’Iran potrebbe prendere il controllo dello stretto destabilizzando il commercio mondiale, rendendo necessaria una reazione militare degli Stati Uniti, a quel punto chiamati a ristabilire davanti agli occhi del mondo la loro supremazia. Durante il 2019 diverse petroliere hanno subito attacchi attribuiti all’Iran, le tensioni per ora si sono attenuate ma possono riaccendersi in qualsiasi momento (argomento trattato qui).

Un altro passaggio obbligato nel Medio Oriente è lo stretto di Bab el-Mandeb, l’ingresso dall’oceano Indiano al Mar Rosso, quindi al canale di Suez e al Mediterraneo. Situato tra il Gibuti e lo Yemen, questo passaggio (anch’esso largo solo 30km) è teatro di tensioni a causa degli scontri tra i ribelli Huthi, sostenuti dall’Iran, e il governo yemenita, sostenuto dall’Arabia Saudita e dai separatisti del sud. Sull’altra sponda il corno d’Africa e la Somalia, paese instabile base dei pirati dell’età contemporanea. In mezzo a tanta instabilità, il piccolo stato africano di Gibuti ha fatto di necessità virtù offrendo a più Paesi stranieri la possibilità di insediare basi militari. Oggi a Gibuti ci sono basi di USA, Francia, Italia (con una base di supporto), Cina e Giappone.

Ai progetti di rafforzamento logistico e militare delle rotte esistenti e alla costruzione di alternative, si aggiunge l’apertura “naturale” delle nuove rotte marittime al Polo Nord. Negli ultimi 40 anni il riscaldamento globale ha ridotto la superfice della banchisa durante i mesi estivi, e aperto nuove rotte. La più spettacolare è la rotta transpolare che passa dal Polo Nord, inaugurata nel 2017 ma accessibile solo a potenti rompighiaccio (specialità della marina russa). Questa rotta si aggiunge ad altre due, precedentemente navigabili solo per poche settimane in estate: il passaggio a nord-ovest, lungo le coste americane, canadesi e groenlandesi (danesi), e il passaggio a nord-est, lungo le coste russe ormai accessibile da maggio a ottobre.

La Russia fa affidamento su questa rotta, che accorcia di un terzo il tempo di percorrenza tra Rotterdam e Shanghai. Se il riscaldamento globale dovesse continuare, la Russia si troverebbe in una posizione strategica nel commercio mondiale, rafforzando il rapporto strategico tra Mosca e Pechino. Questa rotta però passa attraverso stretti poco profondi che rendono la navigazione difficile, e manca di infrastrutture portuali adeguate a svilupparsi. Oggi, il transito riguarda principalmente il trasporto di LNG russo e l’interesse dei cinesi, che l’hanno inserito nel progetto delle nuove vie della seta (argomento trattato qui). Un’altra via con cui per Pechino cerca di eludere gli stretti di Malacca e Hormuz, soggetti al controllo americano in Medio Oriente e nell’Indo-Pacifico.

Conclusione

La contrapposizione tra potenze di terra e potenze di mare continuerà ad animare il dibattito sulla geopolitica, ma indubbiamente la competizione tra potenze è ancora una volta in mare che trova la massima espressione. Nonostante le guerre commerciali dichiarate dal presidente degli Stati Uniti, i rischi globali e i venti di de-globalizzazione, i numeri attuali e le previsioni ci dicono che il commercio marittimo cresce e continuerà a crescere. Anche il successo del progetto cinese delle nuove vie della seta dipende dalla conquista delle rotte marittime che corrono lungo il Rimland, non certo dalle linee ferroviarie che dovranno (o meglio: dovrebbero) correre lungo l’Eurasia. La rinnovata sintonia strategica celebrata il 24 febbraio da Donald Trump e Narendra Modi asse portante del concetto di Indo-Pacifico “libero e aperto” – dove per “libero” si intende dalla Cina, e “aperto” al transito commerciale – non fa altro che confermarlo: la partita geopolitica del secolo si deciderà in mare.

La vendetta dei confini e l’incertezza geografica ai tempi del coronavirus

Siamo stati abituati a dare per scontata l’apertura globale, l’assenza di confini, la globalizzazione nella sua più intima essenza. Ora un virus dalle minuscole dimensioni mette in crisi il nostro intero assetto mentale, così come le dinamiche politiche ed economiche mondiali.

La vendetta dei confini e l’incertezza geografica ai tempi del coronavirus - Geopolitica.info

 

Il coronavirus ci mette di fronte alle fragilità della società aperta, mostra le crepe enormi e difficilmente ricomponibili di un mondo che ritenevamo certo anzitutto nella possibilità di varcare ogni confine.

Ha infatti riportato a galla, in tutta la loro virulenza e “ancestralità”, i confini, le divisioni, le barriere, contro cui movimenti e persone si sono scagliati negli ultimi decenni. E mostra quanta incertezza sia insita nella geografia della globalizzazione. È stato così nella sua fase incipiente della prima età moderna, quando i viaggi di scoperta avevano scardinato il sistema geopolitico premoderno e ridefinito gli assetti mondiali, e nell’ondata successiva alla guerra fredda, nell’apertura globale che ha fatto perdere i punti di riferimento e le garanzie, pur instabili, dell’assetto bipolare.

Il comun denominatore della globalizzazione nei due periodi menzionati – ben lontani temporalmente l’uno dall’altro – sta proprio nell’assenza di certezze. È l’incertezza che oggi drammaticamente viviamo nella epidemia del coronavirus: un vacillamento delle garanzie esistenziali, delle sicurezze personali che avevamo hobbesianamente affidato allo Stato. Questo doveva essere il custode della sicurezza dei cittadini attraverso il controllo dei confini e – in parte – della libertà personale, per il mantenimento dell’ordine interno.

Negli ultimi decenni, sull’onda lunga dell’abbattimento del Muro di Berlino – di cui abbiamo celebrato l’anniversario solo quattro mesi fa – si è invece fatta sempre più avanti l’idea di una necessaria caduta delle barriere tra gli Stati, dei confini tra gli uomini, delle misure di controllo e delle politiche di sicurezza.

SI è pensato, prendendo spunto da autori come Francis Fukuyama o Kenichi Ohmae, che la fine del socialismo reale e dei regimi autoritari avrebbe aperto la strada al libero mercato e, con esso, all’assenza dei confini tra gli Stati. Che la finanza avrebbe garantito un futuro migliore per tutti gli uomini, superando la logica politica e andando oltre i confini che gli uomini avevano stabilito per mezzo dell’entità politica uscita vincitrice da secoli di confronti: lo Stato nazionale.

È invece oggi in atto la vendetta dei confini.

Si è messo in discussione l’impianto delle pur fragili certezze che avevano garantito l’esistenza politica degli Stati nel corso dei secoli e oggi, dopo pochi giorni del minuscolo e contagioso virus, stabiliamo confini laddove fino a ieri non pensavamo di poterli nemmeno immaginare (tra regioni dello stesso Paese!), se non dal punto di vista amministrativo. Abbiamo tenuto sotto scacco i confini e oggi assistiamo al loro riemergere furioso, furibondo, fuori controllo – eppure, al tempo stesso, in apparenza necessario in tempi di crisi proprio per garantire la sicurezza collettiva.

La loro originaria funzione era proprio questa: stabilire il dentro e fuori, demarcare delle differenze (e certo, questo ha comportato anche non pochi problemi), ma anche dei limiti d’azione allo Stato e alle sue funzioni essenziali: mantenere l’ordine interno e lo stabilimento della sicurezza dei cittadini. Oggi, dopo averli demonizzati, ponendoli al di sotto di questioni economiche o umanitarie ritenute superiori, siamo costretti a marcarli nelle suddivisioni regionali, che fino a poche ore fa erano meramente amministrative, virtuali, di fatto pressoché impercettibili ai nostri occhi. Si è perseguita la via di un mondo aperto a tutto – paradossalmente anche ai virus –, si è trascurata la dimensione nazionale, e oggi ci ritroviamo a stabilire non solo frontiere intraregionali, ma anche barriere personali serratissime.

Dal mondo globale a quello chiuso delle nostre case, delle mascherine che precludono sguardi e sorrisi, della diffidenza reciproca e della chiusura addirittura nei nostri domicili. Si è resa evidente, nella tragicità della condizione dell’uomo moderno, l’incertezza insita nel processo stesso di globalizzazione, di apertura forzata e di mancanza di limiti, che in assenza di alternative avrebbero dovuto mantenere la loro funzione, quantomeno essenziale, minimale, basilare.

È un momento critico perché si è messo in crisi il sistema-Stato, che infatti in un momento come questo quasi sembra aver cessato di garantire le sue funzioni essenziali: i disordini nelle carceri stanno a indicare la gravità della condizione di incertezza, che colpisce tutti, questa volta sì, senza barriere. Il virus, nato non casualmente nella Cina di un regime dittatoriale che – stando a fonti attendibili – ha manipolato informazioni, impedendo un contrasto netto al dilagare del fenomeno, ha creato una condizione in Italia di stato di eccezione schmittiano.

Tempo e spazio sono rappresi e si mostrano rallentati. Esattamente al contrario del mondo globalizzato, che invece li vuole accelerati e a ritmi frenetici.

È un momento critico nel quale riemerge la soluzione proposta dallo stesso Carl Schmitt, relativa cioè alla capacità della politica di prendere decisioni: per ristabilire certezze e assicurare le sue funzioni ai cittadini. Per ripristinare quelle certezze che appartengono allo Stato e che, dopo essere state rapidamente accantonate, stanno riemergendo come mai avremmo pensato.

La geopolitica nel 2020

Vent’anni fa, esattamente alla vigilia del nuovo millennio, il mondo era profondamente diverso. Il prodotto interno lordo cinese era poco più di un miliardo di euro, pari ad un dodicesimo di quello attuale; gli USA erano l’unica incondizionata potenza mondiale presente con proprie truppe in più di 50 paesi nel mondo; la Russia era una debole realtà nata sulle rovine del collasso socialista e l’Europa marciava trionfalmente verso l’allargamento ad est che tra il 2004 ed il 2007 significò un Unione sempre più forte composta da 25 paesi.

La geopolitica nel 2020 - Geopolitica.info

Presentata due decenni fa, una fotografia del mondo di oggi, anche agli occhi del più abile degli indovini, sarebbe apparsa grottesca. Pochi avrebbero previsto il crollo delle Torri Gemelle o la grande crisi economica occidentale. Nessuno avrebbe pensato a Donald Trump come inquilino della Casa Bianca, alla nascita dei movimenti populisti in tutto il mondo capaci di raccogliere consenso o allo sviluppo economico e militare cinese, oggi in grado di preoccupare le più grandi potenze mondiali.

Il mondo di oggi, e così la Geopolitica, ha raggiunto una tale velocità da far apparire tutto incerto ed impossibile da decifrare; solo cinque anni fa era infatti impensabile poter pensare che Londra avrebbe optato per una definitiva ed irreversibile uscita dalle istituzioni europee mentre oggi diamo già per assodata questa decisione.

L’anno che verrà, il 2020, ci offrirà però alcuni importanti appuntamenti capaci di determinare alcuni futuri scenari in modo determinante. Dovremo innanzitutto tenere gli occhi puntati su Washington per comprendere se alle prossime elezioni presidenziali americane Donald Trump sarà in grado di mantenere la sua permanenza alla Casa Bianca, nonostante un mandato a dir poco rocambolesco. Una sua riconferma indicherebbe innanzitutto che la sua politica dell’”America first” non è solo uno slogan politico ma la sintesi di un programma ancora apprezzato dalla maggioranza degli americani.

In secondo luogo saremo obbligati ad osservare attentamente quanto sta avvenendo nella Cina comunista: se da una parte la forza economica del paese, capace di penetrare in Europa con la via della seta, pare inarrestabile bisognerà valutare se le lecite richieste della popolazione di Hong Kong avranno un effetto domino sull’intero paese con conseguenze ad oggi ed immaginabili.

Sarà poi necessario monitorare da vicino quanto accadrà in Africa poiché questo continente, colpevolmente abbandonato a se stesso dall’Occidente ma altrettanto colpevolmente governato da una classe dirigente spesso incapace e corrotta, sarà determinante per gli equilibri demografici dei prossimi anni. Secondo alcuni dati la sola Nigeria nel 2050 potrebbe avere gli stessi abitanti dell’intera Europa.

Infine sarà proprio il vecchio continente che nel 2020 potrà in qualche modo determinare il prossimo futuro. Chiuso il lungo capitolo Brexit, l’Unione Europea e la sua nuova Commissione saranno chiamate ed obbligate ad offrire concrete e reali soluzioni a chi da molto tempo, con più ragione che torti, chiede un cambio di passo ed un nuovo approccio.

Se così sarà, avremo uno scacchiere comunque incerto e pericoloso, ma avremo il conforto di poter dire la nostra nei prossimi processi globali senza doverli subire passivamente come troppo spesso è accaduto negli ultimi anni.

Gli eventi geopolitici del 2019

Ci apprestiamo ad arrivare alla fine del 2019, e proviamo a riassumere, mese per mese, i principali eventi e le principali immagini che hanno contraddistinto la politica internazionale dell’anno trascorso.

Gli eventi geopolitici del 2019 - Geopolitica.info


Gennaio 2019
Il 23 gennaio John Guaidò, nel corso di una manifestazione, giura come presidente ad interim del Venezuela. Si apre quindi un contenzioso politico con Maduro, che segue una crisi sociale ed economica che già contraddistingue il paese latino americano da tempo. Il Venezuela si trova quindi catapultato al centro dello scenario internazionale, con gli Stati Uniti che chiedono alla comunità internazionale di riconoscere Guaidò come presidente venezuelano, e la Russia di Putin che continua a sostenere Maduro. In generale il 2019 sarà un anno significativo per il Sud America, con le elezioni in Argentina che vedono la vittoria del fronte peronista, e con le dimissioni di Morales in Bolivia a seguito di grandi proteste di piazza.

Febbraio 2019
Il 2019 è stato sicuramente l’anno che ha visto come protagonista la giovane attivista Greta Thunberg. A febbraio, durante una manifestazione a Bruxelles, Greta parlando davanti al presidente della Commissione Europea Juncker, dichiara che “se l’Ue deve dare il suo contributo equo per restare nell’obiettivo del limite di 2 gradi dell’accordo sul clima di Parigi, significa un minimo dell’80% di riduzione entro il 2030″. Una vera e propria indicazione politica, per un tema, quello ambientale, oramai entrato nell’agenda dei principali partiti europei e della stessa nuova Commissione guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen.

Marzo 2019
Il 15 marzo a Christchurch, in Nuova Zelanda, un uomo di 28 anni compie un attacco con un armi semiautomatiche presso una moschea e un centro islamico della città, portando alla morte di 50 fedeli durante la preghiera del Venerdì. L’uomo ha ripreso tutta l’operazione con una telecamera appoggiata in testa, in diretta Facebook. Brenton Harrison Tarrant, così il nome dell’attentatore, aveva anche rilasciato un manifesto, dai tratti xenofobi e anti-islamici, nel quale spiegava le motivazioni della sua azione.

Aprile 2019
Il 21 aprile, giorno di Pasqua, una serie di attentati hanno colpito 3 chiese, 4 alberghi di lusso e un complesso residenziale nello Sri Lanka. Gli attacchi hanno colpito i principali luoghi di culto cristiani del paese, e causato la morte di 253 persone. Gli autori dell’attacco sono stati 7 cittadini srilankesi associati alla Thowheeth Jama’ath nazionale (Organizzazione Monoteista Nazionale), una milizia fondamentalista islamica locale. Pochi giorni dopo l’attentato l’Isis ha rivendicato l’azione.
Ad aprile, inoltre, si sono celebrati i 70 anni dell’Alleanza Atlantica, e nel corso dei mesi si è assistito a un vero e proprio dibattito a distanza tra i principali leader internazionali sul ruolo futuro della NATO. Macron, ad esempio, ha definito l’Alleanza in uno “stato di morte celebrale”.
Sempre ad aprile si registra l’inizio dell’offensiva
di Haftar in Libia verso Tripoli, controllata dal governo di alSerraj (sostenuto dall’Onu, e
ufficialmente dall’Italia). In questi mesi l’offensiva, dopo un inizio violento, si è tramutata in una guerra di posizione, con le truppe di Haftar che una volta esaurita la spinta propulsiva (per mancanza di fondi, armi ed equipaggiamenti), si sono arenate nel sud di
Tripoli. Questa situazione di stallo si è sbloccata nelle ultime settimane, dopo che la Russia ha deciso di intervenire decisamente nel sostegno al generale Haftar: si registra l’invio di diverse centinaia di soldati della Wagner Group.  Tale sbilanciamento di forze
ha portato un acceleramento della situazione sul campo, tanto che pochi giorni fa il generale libico Khalifa Haftar ha annunciato che per la sua milizia è arrivata “l’ora
zero, quella dell’attacco finale a Tripoli per liberarla dai terroristi”.

Maggio 2019
Tra il 23 e il 26 maggio si sono svolte le elezioni europee: diverse le tematiche affrontate nelle varie campagne elettorali, dalla questione Brexit al populismo, passando per la crisi economica e sociale che attanaglia l’Eurozona e che in alcuni paesi, come la Francia, ha comportato la nascita di fenomeni come i Gilet Gialli, che da novembre 2018 manifestano settimanalmente contro il governo di Macron. Da segnalare la vittoria del Brexit Party di Farage nel Regno Unito, il sostanziale pareggio tra la Le Pen e Macron in Francia, e la netta vittoria della Lega di Savini in Italia, che farà da preambolo alla crisi di governo di agosto.

Giugno 2019
Donald Trump e Kim Jong Un si sono incontrati e stretti la mano nella zona demilitarizzata al confine tra le due Coree. Trump è stato quindi il primo presidente americano a metter piede in un paese formalmente ancora nemico degli Stati Uniti. A margine dell’incontro il presidente Usa ha dichiarato che “passare al di là della linea è stato un grande onore” e che quella con il leader di Pyongyang è “una grande amicizia”.

Luglio 2019
Il 9 luglio, la governatrice di Hong Kong ha dichiarato “morto” il disegno di legge sull’estradizione, che aveva scatenato le prime manifestazioni di protesta nel marzo dello stesso anno. Da luglio inoltre le manifestazioni si sono intensificate e trasformate in veri e propri scontri di piazza con la polizia, che hanno portato anche all’assalto e all’irruzione presso il parlamento locale da parte di un gruppo di manifestanti.

Agosto 2019
Il 2 agosto gli Stati Uniti formalizzano l’uscita dal trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato a Washington nell’87. Già nell’autunno scorso Trump aveva annunciato il ritiro, accusando la Russia di non rispettare l’accordo. Inoltre secondo l’amministrazione Trump la mancata adesione della Cina al trattato comportava uno svantaggio strategico per gli Stati Uniti.

Settembre 2019
Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, un importante attacco combinato con droni e cruise ha colpito, in territorio saudita, due importanti asset per l’industria petrolifera della compagnia nazionale Saudi Aramco.  I due obiettivi dell’attacco sono stati il giacimento di Hijra Khurais, il secondo del paese, e l’impianto di Abqaiq, infrastruttura fondamentale per Riad, dove vengono lavorati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione.
Subito è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte degli Houthi, i ribelli sciiti vicini all’Iran che nello Yemen combattono una guerra per procura contro l’Arabia Saudita. In realtà, sin dalle ore successive all’attacco, la maggior parte degli analisti e osservatori internazionali ha  espresso diverse perplessità sull’attendibilità della rivendicazione degli Houthi: un’operazione militare di questa portata sarebbe infatti fuori dalla capacità operativa dei ribelli yemeniti.

Ottobre 2019
ll 9 ottobre, dopo diverse dichiarazioni di Trump sul ritiro dei soldati americani presenti nel nord-est della Siria, che vanno ad iscriversi all’interno della conclamata strategia di disimpegno statunitense dal Medio Oriente, Erdogan ha annunciato l’inizio dell’operazione militare “Primavera di Pace” in territorio siriano, con l’obiettivo di creare una safe zone di oltre 30 km a sud della frontiera turco-siriana, controllata da Ankara.
Inoltre, il 26 ottobre, nei pressi di Barisha, vicino Idlib, un commando della Delta Force è entrato nel compound dove viveva nascosto il leader dell’Isis Al-Baghdadi. Il Califfo ha tentato la fuga tramite un tunnel sotterraneo, però senza uscita, e oramai spacciato ha azionato una cintura esplosiva, uccidendo sé stesso, 2 mogli e 3 figli. Nell’operazione hanno perso la vita anche una decina di suoi uomini, mentre non risultano feriti tra il commando americano.

Novembre 2019
Il 26 novembre nel cuore di Londra un uomo già condannato per terrorismo nel 2012 ha pugnalato 5 persone sul London Bridge, uccidendone 2. Usman Khan, in libertà vigilata dal 2018, è stato inizialmente bloccato dai passanti nonostante indossasse una cintura esplosiva, poi rilevatasi finta, per poi essere ucciso dalle forze dell’ordine. L’Isis ha prontamente rivendicato l’attentato tramite l’agenzia Amaq. Si tratta del primo attentato in territorio europeo dopo la morte di Al Baghdadi.

Dicembre 2019
Il 12 dicembre si sono svolte le elezioni nel Regno Unito. Il Partito Conservatore di Boris Johnson si è aggiudicato la maggioranza, conquistando 365 seggi (a fronte dei 326 necessari): una maggioranza di 80 seggi che il Partito Conservatore non aveva in Parlamento dai tempi della Thatcher. Sconfitto il Partito Laburista guidato da Jeremy Corbyn, che ha conquistato 203 seggi (32,2% dei voti), una disfatta se confrontata con i 262 seggi presi dai Laburisti nelle precedenti elezioni.
Sulla Brexit Johnson ha dichiarato, facendone anche lo slogan della campagna elettorale (“get Brexit done”) l’intenzione di chiudere il processo che porterà il Regno Unito ad uscire dall’Unione Europea.

 

La ripresa della Storia

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (1989) la storia ha ricominciato a proseguire e nonostante la speranza di un continente europeo stabile e pacifico la tensione geopolitica ha riaperto antiche dispute che sembravano svanite. La disintegrazione della Iugoslavia (1992-1999) è stata solo l’inizio di un processo storico vivo ancora tutt’oggi e che affonda le sue radici nei due secoli precedenti.

La ripresa della Storia - Geopolitica.info

 

Le guerre napoleoniche (1797-1815) hanno posto fine alla rivalità ultrasecolare tra Gran Bretagna e Francia portando la faglia di attrito nella Mitteleuropa e nei Balcani destabilizzati. Tali zone vennero, poi, definitivamente frammentate dalla Grande Guerra (1914-1918) che causò, con il trattato di Versailles (1919), la disintegrazione degli Imperi Centrali (russo, austro-ungarico,  ottomano e tedesco) creando un vuoto geopolitico che Russia e Gran Bretagna cercano di colmare da 100 anni. La frammentazione dell’URSS (1991), definita dal presidente russo Vladimir Putin: “la più grande catastrofe geopolitica della storia” ha generato uno spazio di conflitto ancora più ampio estesosi dal Balcani fino al Mar d’Azov e alle repubbliche caucasiche, e denominato da Brzezinski “Arco di Crisi”, come hanno ampiamente dimostrato le guerre in Iugoslavia e la guerra in Georgia (2008).

La crisi ucraina del 2013-2015 ha le sue origini proprio nel primo dopoguerra quando l’onda d’urto del Primo Conflitto Mondiale mise sotto pressione l’integrità della Russia post-zarista facendola scontrare con i movimenti indipendentisti ucraini. Fu ancora in questo periodo che la mancanza di un potenza regionale fece sì che l’appena ricostituita Polonia intraprendesse con il generale Pilsudski una guerra (1919-1921) contro la Russia sovietica onde creare un grande stato polacco dal Mar Baltico al Mar Nero in grado di contenere una possibile espansione comunista verso ovest. Oggi Varsavia si vuole porre come testa di ponte nella regione di una grande sfera di influenza anglosassone-russofoba estesa su tre mari (Mar Nero, Mar Baltico e Mar Adriatico) all’interno dell’Alleanza Atlantica, rafforzando le relazioni con Londra e indebolendo i paesi dell’Europa occidentale e espungendo così la possibilità della nascita della cosiddetta Gerussia, ovvero un grande “titano” russo-tedesco sull’est europeo che ostracizzerebbe l’influenza del sea-power anglo-americano e garantirebbe un assoluto dominio tellurico dell’heartland, sogno utopico di Haushofer e incubo geopolitico di Mackinder.

Ecco spiegato l’importanza dell’Ucraina, altro stato determinante per il balance of power della regione. Brzezinski, consigliere americano per la sicurezza nazionale (1977-1981), definì la nazione ucraina uno stato perno per il Cremlino: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero ma con l’Ucraina subordinata o poi sottomessa, la Russia diviene automaticamente un Impero”. Le parole del consigliere polacco fanno presagire che l’accordo Minsk II (2015) non durerà ancora a lungo e che i leitmotiv politici alla base del conflitto ucraino possano estendersi anche alla Bielorussia e alla Moldavia, acuendo il rischio di una guerra calda a tutti gli effetti.

La presenza di questa grande area post-sovietica ancora non bene definita ha finito per allacciarsi e intrecciarsi con le vicende del Medio Oriente (specialmente il Siraq) creando una linea e un link geopolitico esteso da Damasco a Kiev, in cui gli effetti di uno si ripercuotono sull’altro, con al centro il Mar Nero, destinato a guadagnare ancora più rilevanza politica nei prossimi anni. L’annessione della Crimea alla Russia (2014) è foriera della centralità del “Mar Russo” nel futuro così come l’incidente nello stretto di Kerc (2018) tra marina russa e marina ucraina.

Centrali saranno le scelte politiche della Turchia visto che il Regno Unito ambisce a instaurare una alleanza forte con Ankara, portandola nell’élite politica della NATO, in funzione anti-russa, sfruttando la storica rivalità tra i due imperi eurasiatici per il controllo degli Stretti e del Caucaso, minando al contempo l’alleanza “friabile” russo-turca in Siria.

Già nel XIX secolo dopo la guerra greco-turca (1821-1830) il colonello inglese Lacy Evans espresse quale era l’assillo russofobo britannico sugli stretti dei Dardanelli: “il possesso della più forte posizione strategica al mondo (vale a dire Costantinopoli e gli Stretti) renderebbe ipso facto la Russia in grado di dominare il Mediterraneo e l’Asia Centrale e conseguentemente di minare il commercio e la potenza della Francia e della Gran Bretagna. Con Costantinopoli come base, il dominio universale è a portata di mano della Russia”.

Anche il Caucaso acquisisce una funzione centrale in un’ipotetica competizione di potere tra Russia e Regno Unito tramite la Turchia. Dalla Grande Guerra l’energia ha assunto un valore strategico rilevante per il sostentamento delle economie nazionali tant’è che durante la prima guerra di Versailles (1939-1945) la Geopolitik tedesca del Lebensraum ambiva a impossessarsi dei grandi giacimenti di idrocarburi dell’Azerbaigian per alimentare la macchina da guerra tedesca, sottraendoli a Mosca. Adesso la stessa querelle potrebbe riproporsi tra Russia e Turchia con quest’ultima a cui non dispiacerebbe acquisire una maggior indipendenza energetica dal Cremlino.

L’Europa occidentale si trova obtorto collo coinvolta in questa vicenda. La Brexit è forse l’evento che più di ogni altro dovrebbe allarmare l’UE e i suoi stati membri circa le ripercussioni geopolitiche sulla stabilità della comunità europea. Londra ha più volte ribadito la propria amicizia con Varsavia appoggiando la divisione creatasi all’interno dell’Unione Europea tra est e ovest al fine di mantenere tramite l’Alleanza Atlantica quello che il suo primo Segretario Sir Lionel Ismayl definì il suo scopo: “to keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down. Tale obiettivo geopolitico persiste ancora oggi e ora che Washington è concentrata sul “Pivot to Asia”, Londra assumerà, per utilizzare una parola da “businessman” qual è Donald Trump, il ruolo di amministratore delegato, all’interno dell’alleanza atlantica, degli interessi statunitensi nella insulare europea.

In questo momento Bruxelles non si può permettere stati destabilizzati ai propri confini e un eventuale collasso dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla tenuta dell’integrità europea, nel caso ritornasse ad essere oggetto di scontro tra Russa e Regno Unito. Ucraina inoltre sempre più centrale e che molto probabilmente sarà destinata a cambiare la storia europea vista la sempre più rilevanza di Kiev anche nei giochi di potere interni agli USA e nell’amministrazione presidenziale americana delle ultime settimane.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!