Archivio Tag: geopolitica

Glossario: A-H

Capitalismo (1): La “società borghese” è quella organizzazione sociale divisa in classi che vede il predominio all’interno dell’organizzazione della società dedicata alla riproduzione della vita materiale (l’economia) del “modo di produzione capitalistico”. Il suo nucleo centrale va riscontrato nell’appropriazione da parte di una classe (la borghesia) del “plusvalore”. (K. MARX).

Capitalismo (2): L’avidità smodata di guadagno non si identifica minimamente col capitalismo e meno ancora con il suo “spirito”. Al contrario il capitalismo si identifica in un’impresa continua, razionale, di un guadagno sempre rinnovato: ossia della redditività. Un atto economico capitalistico deve significare in primo luogo un atto che si basa sull’attesa di un guadagno consentito dallo sfruttamento di possibilità di scambio – dunque su probabilità di interazione (formalmente) pacifiche (M. WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Bur, Milano, 1998, pp. 37-38).

Capitalismo (3): Il capitalismo è un modo di produzione che soddisfa l’esigenza d’accumulazione illimitata del capitale attraverso mezzi formalmente pacifici, reimpiegando perpetuamente il capitale nel circuito economico con lo scopo di trarne profitto, ossia ottenendo un surplus che sarà a sua volta reinvestito (L. BOLTANSKI – E. CHIAPPELLO, Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris, 1999, p. 37).

Capitalismo (4): Il capitalismo è un processo economico in cui entrano in gioco attori privati che coordinano la loro attività economica attraverso il mercato per ottenere accumulazione e crescita (R. DAHRENDORF, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Laterza, Roma-Bari, 1989, p. 29).

Democrazia (1 – definizione descrittiva): un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano (G. SARTORI, Democrazia e definizioni, Il Mulino, Bologna, 1957, p. 105).

Democrazia (2 – definizione descrittiva) 2: un meccanismo che genera una poliarchia aperta la cui competizione nel mercato elettorale attribuisce potere al popolo, e specificamente impone la responsività degli eletti nei confronti degli elettori (G. SARTORI, Democrazia. Cosa è, Rizzoli, Milano, 1993, p. 108).

Democrazia (3 – definizione procedurale): è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare (J.A. SCHUMPETER, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas Libri, Milano, 2001, p. 279).

Globalizzazione (1): la scala più estesa, la crescente ampiezza, l’impatto sempre più veloce e profondo delle relazioni interregionali e dei modelli di interazione sociale. Esso si riferisce ad una vera e propria trasformazione nella scala dell’organizzazione della società umana, che pone in relazione comunità tra loro distanti ed allarga la portata delle relazioni di potere abbracciando tutte le regioni del mondo (D. HELD, A. MCGREW, Globalismo e Antiglobalismo, Il Mulino, Bologna, 2003, p, 9).

Globalizzazione (2): è il processo attraverso il quale diverse società nella storia del mondo vengono incorporate in un sistema globale (G. MODELSKI, Principles of World Politics, Free Press, New York, 1972).

Globalizzazione (3): l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa (A. GIDDENS, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 71).

Globalizzazione (4): la diffusione di connessioni transplanetarie – e in tempi recenti più specificamente sovraterritoriali – tra persone. Da questo punto di vista, la globalizzazione comporta la riduzione delle barriere a contatti transmondiali. Le persone diventano più capaci – fisicamente, legalmente, culturalmente e psicologicamente – di rapportarsi le une alle altre in «un solo mondo» (J.A. SHOLTE, Globalization. A Critical Introduction, Palgrave Macmillian, Basingstoke, 2005).

Glossario: I-P

Impero (1): è il controllo diretto di un dato territorio, attraverso un’amministrazione che esprime gli interessi dell’Impero, ai fini della costruzione di una relazione economica che favorisca il centro a danno della periferia (S. FABBRINI, L’America e i suoi rivali, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 224).

Impero (2): Un sistema di dominio politico, non necessariamente diretto, in base al quale un potere imperiale ottiene ciò che vuole dai governi che ha creato, o che sostiene o di cui è il patron (M. WALZER, Is there an American Empire?, in “Dissent”, autunno 2003).

Politica (1): è l’azione che tende a unire, conservare, condurre l’insieme sociale e la pluralità che lo caratterizza, l’arte che ha luogo all’ombra di un dramma sempre possibile ma che da alla vita secondo ragione, alla libertà e all’aspirazione al bene la loro possibilità e la loro attualità (R. ARON, Thucydide et la récit historique, in ID, Dimensions de la conscience historique, Libraire Plon, Paris, 1961, p. 116).

Politica internazionale: è il complesso degli eventi politici che scaturiscono dall’interazione fra unità politiche all’interno del contesto internazionale (C.M. SANTORO, Treccani – Enciclopedia delle Scienze Sociali).

Potere-potenza (Macht): è la possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche in presenza di un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità (M. WEBER, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, vol. II, pp. 51-52).

Potere-autorità (Herrschaft): è la possibilità che un comando determinato trovi obbedienza presso certe persone (M. WEBER, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, vol. II, pp. 248-250).

Potere (definizione ecologica): è la capacità di un insieme di attività o “nicchie” di stabilire le condizioni in cui gli altri devono funzionare (O. DUNCAN, L. SCHNORE, Cultural Behavioral and Ecological Perspectives in the Study of Social Organization, in “Journal of American Sociology”, n. 65, settembre 1959, p. 139).

Potere (definizione in termini di potenzialità): è la misura in cui un attore è in grado di influenzare gli altri più di quanto questi influenzino lui (K. WALTZ, Teoria della politica internazionale, Il Mulino, Bologna, 1987, p. 349).

Prelegittimità: ogni governo legittimo è, all’inizio, un governo che non ha ancora, ma cerca di conquistare, il consenso universale ed ha buone probabilità di riuscita: diventerà legittimo il giorno in cui riuscirà a disarmare le opposizioni provocate dal suo avvento (G. FERRERO, Potere, Edizioni di Comunità, Milano, 1947, p. 29).

Prestigio (1): è il riconoscimento da parte degli altri popoli della forza di uno Stato. Il prestigio assume un’importanza enorme: se la forza di uno Stato è riconosciuta, questo può generalmente conseguire i suoi obiettivi senza farne ricorso (E.H. CARR, Great Britain as a Mediterranean Power, Cust Foundation Lecture, University College, Nottingham, 1937, p. 10).

Prestigio (2): è uno dei fattori imponderabili della politica internazionale, ma è strettamente connesso con il potere di far associare la propria azione ad un ordine morale: è l’influenza derivata dal potere (M. WIGHT, Power Politics, Continuum, London, 2004, p. 97).

Prestigio (3): il prestigio è il potere basato sulla reputazione, mentre l’onore è la reputazione fondata sul potere (H. NICOLSON, The Meaning of Prestige, C.U.P., Cambridge, 1937, p. 9).

Glossario: Q-Z

Regime autoritario: è un sistema a pluralismo politico limitato, la cui classe politica non rende conto del proprio operato, che non sono basati su un’ideologia guida articolata, ma sono caratterizzati da mentalità specifiche, dove non esiste una mobilitazione politica capillare e su vasta scala, salvo in alcuni momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo, esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale, ma in effetti poco prevedibili (J.J. LINZ, Autoritarismo, in “Enciclopedia delle Scienze Sociali”, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991, vol. I, p. 444).

Regime politico (1): l’insieme di norme, regole non formalizzate, procedure che stabiliscono diverse forme e modalità di esercizio del potere politico. Rientrano nel regime la Costituzione, il governo, i corpi rappresentativi, se ve ne sono, e i rapporti reciproci tra le diverse istituzioni, il sistema elettorale, ma anche l’organizzazione politica della società civile, quali partiti, associazioni con fini politici, gruppi d’interesse e movimenti, comprese gli individui che coprono i relativi ruoli (http://www.treccani.it/enciclopedia/regime-politico/).

Regime politico (2): è l’insieme delle regole, delle abitudini e delle credenze più importanti per la vita politica e s’incarna nel gruppo o nei gruppi che hanno maggior influenza nella gestione degli affari (W.J.M. Mackenzie, La scienza della politica, Laterza, Roma-Bari, 1974, p. 109).

Regime totalitario: è un sistema politico caratterizzato da un insieme di idee ragionevolmente coerenti che riguardano i mezzi pratici per cambiare totalmente e per ricostruire una società con la forza o con la violenza, fondata su una critica globale o totale di quel che è sbagliato nella società esistente o antecedente (C.J. FRIEDRICH, Z. BRZEZINSKI, Totalitarian Dictatorship and Autocracy, Harvard University Press, Cambridge, 1956, pp. 88-89).

Principio di legittimità: è una giustificazione del potere, cioè del diritto di comandare; perché fra tutte le ineguaglianze umane nessuna ha conseguenze tanto importanti e perciò tanto bisogno di giustificarsi, come l’ineguaglianza derivante dal potere (G. FERRERO, Potere, Edizioni di Comunità, Milano, 1947, p. 29).

Regimi internazionali: principi, norme, regole e procedure decisionali, impliciti o espliciti, attorno ai quali le aspettative degli attori convergono in una data area delle relazioni internazionali (L. BONANATE, Osservazioni sulla teoria dei regimi internazionali, in ID, A. CAFFARENA, R. VELLANO, Dopo l’Anarchia: Saggi sul superamento dell’immagine anarchica delle relazioni internazionali e sul rischio di ricadervi, Franco Angeli, Milano, 1989, p. 19).

Relazioni internazionali: studio della guerra e della pace, nonché di tutto ciò che esiste lungo il continuum che corre fra questi due elementi estremi (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, 1970).

Sistema internazionale (1): Uno spazio politico, economico e strategico condiviso da unità capaci di influenzare le scelte delle altre, le cui azioni divengono, in una situazione di reciprocità, elementi imprescindibili per il calcolo del proprio comportamento (Scuola inglese).

Sistema internazionale (2): Fanno parte di un certo sistema gli Stati dei quali si tiene conto nei calcoli d’equilibrio e dai quali ci si aspetta che partecipino alle ostilità in caso di guerra generale (R. ARON, La politica, la guerra, la storia, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 439-440).

Sistema internazionale eterogeneo: Un sistema contraddistinto dalla presenza di attori organizzati secondo principi diversi ed ispirati da valori in reciproca contraddizione, dove i rapporti di forza sono tornati ad essere l’unica discriminante per il mantenimento di un grado minimo di ordine (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, p. 130).

Sistema internazionale omogeneo: Un sistema in cui gli Stati appartengono al medesimo tipo, obbediscono alla stessa concezione della politica (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, p. 130).

Società internazionale: Un insieme di Stati (o, più in generale, di comunità politiche indipendenti) che non formano semplicemente un sistema nel senso che il comportamento di ciascuno è un fattore necessario nei calcoli degli altri, ma che hanno anche stabilito norme e istituzioni comuni fondate sul dialogo e il consenso, per regolare i loro rapporti reciproci; gli Stati che fanno parte di una società internazionale riconoscono il loro comune interesse nell’adeguarsi alle norme istituite (H. BULL, A. WATSON a cura di, L’espansione della società internazionale. L’Europa e il mondo dalla fine del Medio Evo ai tempi nostri, Jaca Book, Milano, 1993, p. 3).

Società transnazionale (1): Una società che è tanto più viva quanto maggiore è la libertà di scambio, di migrazione o di comunicazione e quanto più forti sono le credenze comuni, più numerose le organizzazioni non nazionali, più solenni le cerimonie collettive (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, p. 136).

Società transnazionale (2): è un sistema internazionale non più composto dalle unità politiche, ma dai singoli individui che lo popolano. Questi si somiglierebbero tra loro e si percepirebbero come eguali per via della condivisione di comuni credenze, dell’appartenenza ad organizzazioni indifferenti ai confini politici degli Stati (società multinazionali, religioni, organizzazioni non governative, internazionali ideologiche) e della partecipazione agli stessi fenomeni di massa (A. COLOMBO, La disunità del mondo. Dopo il secolo globale, Feltrinelli, Milano, 2010, p.).

Sovranità (1): il riconoscimento da parte degli attori interni ed esterni che lo Stato ha l’autorità esclusiva di intervenire con azione coercitive nel suo territorio (J.E. THOMSON, State Sovereignty in International Relations. Bridging the Gap between Theory and Empirical Research, in “International Studies Quarterly”, n. 39, pp. 213-233).

Geopolitica dei trasporti: il grande gioco eurasiatico

La Storia è maestra di vita ma anche di paradossi e (tardive) rivincite. Ad esempio, a distanza di un secolo, tornano attuali reali, vere, persino drammatiche le previsioni sulla centralità strategica dei trasporti e delle comunicazioni nel “grande gioco” per la primazia sul “sistema mondo”, formulate da Sir Halford Mackinder, uno dei padri della geopolitica occidentale.

Geopolitica dei trasporti: il grande gioco eurasiatico - Geopolitica.info

Nel 1904 il geniale professore tratteggiò con precisione, in una celebre conferenza alla Royal Geographical Society sul “Perno geografico della storia”, gli scenari attuali. Basandosi su logica e intuizione, Mackinder — uomo di forte complessità ideologica — previde per tempo l’inevitabile declino della talassocrazia angloamericana (il Sea power tanto caro agli ammiratori dell’ammiraglio Mahan) a fronte di un’Eurasia (l’Hearthland) nuovamente padrona dei suoi percorsi e dei suoi traffici e, di conseguenza, del proprio destino.
Al tempo le tesi del geografo fecero scandalo, i “navalisti” guidati da Churchill rimasero scandalizzati: per loro la sicurezza dell’Impero britannico era incentrata sul dominio delle rotte transoceaniche e sulla potenza della Navy.

Un duplice primato che il Regno Unito riuscì a conservare sino all’inizio del Novecento per poi cederlo, con qualche brontolio ma senza troppi traumi, ai cugini d’oltre Atlantico. Oggi, da lassù, Sir Mackinder può dormire tranquillo. Le sue ipotesi sono puntualmente confermate dal gigantesco sforzo infrastrutturale russo-cinese (e non solo) nell’intera area euroasiatica. Come ci avverte Paolo Sellari nel suo denso saggio “Geopolitica dei trasporti” (Laterza 2013, ppgg. 165, euro 28.00), dal 1990 in poi — in seguito allo spostamento del fulcro produttivo mondiale da Ovest verso Est, da Occidente ad Oriente — «i traffici marittimi, attraverso cui si sviluppano oltre i due terzi del commercio mondiale, si concentrano per la gran parte proprio negli immensi porti container distribuiti tra la penisola di Malacca e le coste del Mar Cinese.

La geografia delle rotte marittime ha assunto progressivamente una struttura complessa. Alle rotte del petrolio e delle materie prime che hanno dominato il panorama marittimo nel quarantennio tra il 1950 e il 1990, si sono affiancate le rotte di navi portacontaneir tracciate dalle strategie delle compagnie di shipping. Dal punto di vista geopolitico il peso che hanno conquistato queste ultime ha avuto modo di manifestarsi proprio in Europa e nel Mediterraneo, laddove le compagnie asiatiche operano una sorta di “colonizzazione” dei fronti portuali, assumendo un ruolo determinante nella competitività dei sistemi regionali».

Da qui l’attivismo cinese in campo marittimo sia nel settore mercantile che, dato inedito per Pechino, in campo militare. In pochi anni la Marina cinese si è trasformata da forza secondaria e litoranea in una moderna flotta da guerra con capacità oceaniche (le “blue waters”). Uno strumento indispensabile per controllare le vitali rotte commerciali, che garantiscono l’export ma, soprattutto, l’approvvigionamento energetico, e consolidare — attraverso una serie di appoggi portuali in Birmania, nello Sri Laka, nel Bangladesh, nelle isole Coco, nel Pakistan e nelle Seychelles: la strategia del “filo di perle” — la propria egemonia sui paesi della fascia costiera asiatica. Al tempo stesso, i callidi governanti pechinesi sono da tempo impegnati in nuovi ambiziosi progetti.

L’insicurezza — a causa della pirateria somala e delle turbolenze del Medio Oriente — delle rotte dell’Oceano Indiano, la presenza massiccia della flotta americana nel Pacifico e nel Golfo e l’apertura dei ricchi mercati dell’Asia centrale post sovietica hanno convinto la Cina ha promuovere la realizzazione, lungo l’antico tracciato della “via della seta”, di nuove ferrovie transcontinentali. Come ricorda Sellari, auspice Pechino sedici paesi asiatici hanno ratificato la costruzione «di quattro direttrici principali: un corridoio settentrionale attraverso la Russia, il Kazakistan, la Mongolia, la Cina fino alla penisola coreana; un corridoio meridionale per collegare la Thailandia e la Cina meridionale con la Turchia attraverso Birmania, Bangladesh, India, Pakistan, Iran; un subcorridoio tra i paesi del Sud est asiatico; un corridoio nord sud tra l’Europa settentrionale e il Golfo Persico (porto iraniano di Bandar Abbas) attraverso la Russia, l’Asia centrale e la regione caucasica».

Accanto all’ambizioso piano ferroviario la Cina sta valutando altre innovative ipotesi trasportistiche. Lo scorso settembre, dopo trentaquattro giorni di navigazione, è approdato al porto di Rotterdam il cargo Yong Sheng, prima nave commerciale cinese a percorrere la rotta artica, il mitico “passaggio a Nord Ovest”, attraverso i ghiacci dell’Artico. Complice lo scioglimento dei ghiacci del Circolo polare, la “Northern Sea Route” può diventare un’alternativa credibile alla rotta di Suez: rispetto alla linea tradizionale la Yong Sheng ha risparmiato circa 5mila chilometri e 10-12 giorni di navigazione. Galvanizzati dal successo, gli spedizionieri asiatici prevedono di far passare entro il 2020, attraverso i mari artici, fino al 15 per cento del loro traffico commerciale verso l’Europa. Una proiezione che trova, ovviamente, entusiasta l’autorità portuale olandese (ma anche i concorrenti tedeschi e belgi di Amburgo e Anversa) e l’NSR Administration russa che sovrintende (tassando ogni passaggio) l’intero percorso.

A fronte degli investimenti di Pechino anche Mosca ha deciso di muoversi. Quest’estate Vladimir Putin ha rilanciato il processo di modernizzazione — destinando 18,7 miliardi di dollari — di due tratte storiche, la Transiberiana e la Bajkal-Amur, e avviata la costruzione di un nuovo ramo per collegare alla terraferma con un lungo ponte l’isola e i giacimenti di Sakhalyn. L’obiettivo dichiarato è creare l’ennesima alternativa ferroviaria — questa volta interamente controllata dal Cremlino — al canale di Suez, con una riduzione da 28 a 10 giorni il tempo di percorrenza dal Pacifico al Baltico. Un impegno colossale e terribilmente oneroso; per il momento, Mosca stima di portare inizialmente la capacità di trasporto delle sue linee dagli attuali 52 milioni di tonnellate annue a 165. Poi si vedrà.

Ciò che è certo, sicuro è la ormai prossima sovrapposizione della “massa euroasiatica” ai grandi spazi oceanici e la conseguente configurazione di nuove gerarchie territoriali. Di fronte a queste sfide epocali, fortemente penalizzanti per le economie mediterranee e i porti dei paesi rivieraschi, l’Unione Europea balbetta e rimane, con qualche adattamento, fissata sul “transeuropean network”, un progetto risalente agli Ottanta dello scorso secolo e imperniato non casualmente sul fronte marittimo nord europeo. Una scelta miope che conferma l’inadeguatezza degli “eurocrati” e l’assenza di ogni prospettiva geopolitica europea. Per quanto riguarda l’Italia — impantanata nel dibattito sulla TAV e sempre priva di una vera politica portuale e infrastrutturale — il silenzio è d’obbligo.

Cooperate for a new water culture. La sfida italiana e globale della water governance
In occasione della Ventesima Giornata Mondiale dell’Acqua e nel contesto programmatico dell’Anno Internazionale della Cooperazione per l’Acqua istituito dall’Unesco, Inea – Istituto Nazionale di Economia Agraria – si è fatta portatrice del rilancio nel dibattito pubblico dell’uso consapevole delle risorse idriche nazionale e internazionali attraverso il workshop “#ShareWaterSaveWater. Cooperate for a New Water Culture”. 

Cooperate for a new water culture. La sfida italiana e globale della water governance - Geopolitica.info
L’evento, ospitato negli ambienti della Società Geografica Italiana lo scorso 22 marzo, ha posto i riflettori su una tematica dal ruolo incontestabilmente centrale nelle grandi dinamiche geopolitiche di questo inizio di Ventunesimo secolo, ma che riveste al contempo una importanza eminente nel più ristretto ambito italiano. Appare a tal proposito quasi scontato sottolineare quanto le scelte in tema di governance nazionale dell’acqua si riflettano direttamente sull’intero comparto economico del Paese.

Il costante accesso ad un’efficiente rete di rifornimento idrico costituisce di fatti conditio sine qua non per il mantenimento e miglioramento di quell’industria agroalimentare che rappresenta nella più dura tra stagione recessive della storia repubblicana un vanto del Made in Italy nel mondo e un segmento fondamentale dei consumi interni. Non di meno, il funzionamento degli ordinamenti colturali irrigui assicura la preservazione del vasto patrimonio ecologico e paesaggistico della Penisola, punto di forza dell’industria del turismo dal nord al sud della Penisola. 

Simili premesse sembrano dunque suggerire a pieno l’importanza di un’iniziativa che si è posta come obiettivo la sensibilizzazione della tematiche dell’acqua tra quella nuova generazione di cittadini che sarà presto chiamata a difendere e sviluppare la ricchezza idrica dell’Italia. La globalizzazione dei mercati, l’adattamento alle mutevoli preferenze del mercato alimentare europeo, l’ottimizzazione delle performance ambientali, ovvero l’incentivazione del risparmio idrico, sono solo alcune tra le grandi sfide fronteggiate dal settore in questi anni e affrontate nel corso del dibattito in questione.

Il workshop ha di fatti offerto una prima sessione di lavori che nel corso della mattinata ha visto esponenti del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, dell’Ambi e delle autorità di Distretto idrografico del fiume Po e dell’Appennino meridionale confrontarsi con i partecipanti sul tema del global managing idrico. Punto di riferimento delle discussioni è stata la ricerca di nuove modalità di approccio alla questione in territori come la Palestina e la Giordania, dove la scarsità di una risorsa a ragione definita come “oro bianco” è fonte di contrasti di natura geopolitica, disagi igienici e problematiche di sviluppo economico.

Le attenzioni della tavola rotonda si sono poi spostate nel pomeriggio sul più specifico tema del riutilizzo dei reflui recuperati per aumentare la disponibilità idrica in zone afflitte dalla scarsità cronica di acqua e dalle problematiche che ad essa si connettono. Con competenza e passione Inea e il vasto specchio di soggetti patrocinanti hanno orchestrato una giornata di orientamento e formazione civica sulle molteplice sfaccettature politiche, ambientali e culturali delle più imprescindibile tra le risorse naturali.

Un impegno concreto ad accrescere la consapevolezza sull’uso parsimonioso ed etico della stessa che continua con la mostra “Bonifica idraulica, impianti e reti irrigue: da 150 anni insieme all’Italia”, ospitata proprio in questi giorni a Roma dalla Società Geografica Italiana.
Il ritorno della religione nella sfera pubblica internazionale

Il sistema internazionale attraversa ai giorni nostri una situazione di grande incertezza. In misura inversamente proporzionale all’interdipendenza dei rapporti economici ed allo sbilanciamento dei rapporti di forza, le sue unità sembrano sempre più lontane dal costituire una “società”, non risultando disposte a condividere i metodi e le finalità delle istituzioni internazionali. Secondo una prospettiva che si va diffondendo, la situazione di crescente disordine si sta sviluppando in sinergia con la ritrovata capacità di influenza di quella dimensione che gli studi di relazioni internazionali hanno generalmente considerato ininfluente dopo il 1648 o cui hanno dedicato scarsa attenzione: la religione. Per comprendere se ci troviamo effettivamente al cospetto di un fenomeno profondo che si sta sviluppando su vasta scala occorre anzitutto indagare sul suo eventuale radicamento nel tempo, una caratteristica che connota necessariamente tutti i mutamenti realmente significativi. A questo scopo appaiono rilevanti gli ultimi tre decenni, ognuno dei quali è stato caratterizzato da un anno di svolta a partire dal quale il ritorno della religione nella sfera politica internazionale ha subito delle accelerazioni.

Il ritorno della religione nella sfera pubblica internazionale - Geopolitica.info

Le radici di un processo: gli anni Ottanta

Il 1979 ha rivestito un’importanza fondamentale rispetto al mutamento del rapporto tra religione e politica costituendo il momento in cui si sono contemporaneamente verificate evoluzioni profonde all’interno di contesti culturali diversi. Le crisi politiche ed economiche degli anni Settanta, collegate alle prime evidenti battute d’arresto conosciute nell’azione degli Stati, hanno cominciato ad essere tradotte politicamente in un sistema di accusa nei confronti della vacuità delle utopie secolari di stampo liberale o marxista, reputate colpevoli di aver prodotto da un lato l’egoismo consumistico, dall’altro la gestione repressiva della miseria e il disprezzo dei diritti umani. Simili convinzioni nella seconda metà degli anni Settanta si sono radicate soprattutto in Medio Oriente, dove molti Paesi hanno presentato tutte le precondizioni indispensabili per lo scoppio di una rivoluzione. Immerso nelle suggestioni della Guerra fredda, tuttavia, l’universo intellettuale occidentale ha continuato ad attendere in quest’area un mutamento radicale di stampo marxista-leninista, in taluni casi perché ne era ossessionato, in altri perché lo sosteneva più o meno esplicitamente. Le aspettative restarono disattese: i movimenti di ispirazione comunista, guidati da élites di educazione occidentale, non sono riusciti in nessun caso a prendere il potere nei Paesi a maggioranza musulmana a causa dell’incapacità di interpretare e rappresentare la volontà di popolazioni la cui percezione della realtà era definita ancora da categorie di pensiero fortemente pervase dal fattore religioso. Inaspettatamente proprio lo Stato che più degli altri aveva abbracciato l’ideologia della modernizzazione, la Persia dello scià, fu travolto da una rivoluzione che rispondeva con le parole d’ordine dell’Islam ai problemi sociali ed ai deficit politici del Paese: il suo leader, l’ayatollah Khomeini, si fece promotore della nascita di una Repubblica Islamica fondata sul principio del velayath-e faqih (il governo dei giurisperiti dell’Islam). Questo avvenimento ha segnato un mutamento politico che, pur non ripetendosi nelle stesse dimensioni, ha costituito un esempio da emulare. All’interno del mondo musulmano, infatti, le utopie hanno cominciato ad abbandonare il terreno secolare delle ideologie per passare a quello trascendente della religione. Se nel clima modernizzante degli anni Sessanta il progetto di “società ideale” era filtrato attraverso la lente del marxismo, dopo la rivoluzione iraniana il bisogno di utopia è tornato ad essere formulato sulla base dei testi sacri. Alla fine del 1979, inoltre, un altro evento ha nutrito un grande impatto sull’umma islamica: l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata rossa. L’idea che il suolo sacro dell’Islam fosse stato invaso dall’esercito di un Paese “empio” attirò dal Marocco al Pakistan migliaia di volontari, meglio noti con il nome di mujaheddin. La lotta di questi ultimi sostituì nell’immaginario collettivo delle popolazioni sunnite del Maghreb e del Medio Oriente sia il mito nazionalista e laico della lotta dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che quello sciita della rivoluzione iraniana, entrambi rivolti contro degli Stati occidentalizzati. Il nuovo movimento transnazionale che prese corpo in Afghanistan, al contrario, è stato connotato dall’appartenenza confessionale musulmano-sunnita e dalla volontà di combattere una “guerra santa” contro il regime “empio” per eccellenza: l’Unione Sovietica.

Contemporaneamente, però, si stavano verificando evoluzioni importanti anche per la situazione politica europea. Giovanni Paolo II, salito al soglio pontificio nell’ottobre dell’anno precedente, fece visita alla Polonia del regime filo-sovietico del generale Jaruzelski. Con questo viaggio ha preso forma un’inversione di tendenza nell’orientamento internazionale della Santa Sede: la fine dell’accondiscendenza ai valori ed ai miti della società laica, promossa nel Concilio Vaticano II, in nome di una riaffermazione dell’identità e dei valori cattolici nella sfera pubblica. La “rottura pregiudiziale” con i principi del mondo secolarizzato ha perseguito l’obiettivo di restituire senso ed ordine ad una realtà che non sembrava più poter essere organizzata a livello politico dai dogmi delle ideologie e a livello sociale dagli strumenti forniti dalla scienza. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha registrato così il duplice tentativo di ri-cristianizzare la società sia “dall’alto” che “dal basso”, ritornando ad esercitare pressioni sia sulle autorità statali che sull’opinione pubblica. Il primo caso si è manifestato in tutta la sua forza nel ruolo attivo della Chiesa di Roma nella resistenza contro il Partito comunista polacco e nel sostegno al desiderio di pluralismo e di indipendenza di una nazione che si è storicamente distinta da quelle circostanti proprio per la sua identità cattolica. Rispetto al collasso del regime filo-sovietico di Varsavia la religione ha svolto la triplice funzione di combattere contro l’alienazione degli individui, il pensiero totalitario e la sovietizzazione della società. Il secondo caso, invece, si è tradotto nel sostegno offerto dal pontefice ai movimenti giovanili sorti in Europa occidentale con l’obiettivo di ricreare spazi comunitari ispirati dalla volontà di rinunciare alla “modernizzazione” del cristianesimo in favore della “cristianizzazione” della modernità, di cui Comunione e Liberazione ha costituito l’esempio più importante. All’interno del mondo cattolico, quindi, le adesioni raccolte da movimenti politici desiderosi di unire la dimensione comunitaria della fede al rilancio di iniziative di intervento sociale hanno riaperto il dibattito sul discrimine tra società laica e società cristiana, mettendo in discussione le logiche del laicismo dominante.

La condizione permissiva: gli anni Novanta

Il secondo momento è rappresentato dal 1989, contraddistinto da un evento che è riuscito a determinare la trasformazione del sistema internazionale: l’abbattimento del muro di Berlino. A partire dal 9 novembre si è innescato un “effetto domino” in grado di provocare il crollo di tutti i regimi comunisti dell’Europa orientale e, come suo colpo di coda, quello dell’Unione Sovietica. L’inaspettata fragilità di un sistema considerato quale estrema propaggine del percorso politico dell’Illuminismo, per via dei suoi tratti spiccatamente razionalisti ed anti-religiosi, ha sollevato la più ampia critica sia al positivismo, criticato nel suo complesso e senza distinguere tra la sua applicazione nel mondo occidentale e in quello comunista, che alla teoria della secolarizzazione, permettendo la dimostrazione ex contrario della necessità di un ritorno dei valori religiosi all’interno della società. La “fine delle ideologie”, infatti, non ha annullato il bisogno umano di “utopie”: queste hanno continuato a persistere al cospetto di una realtà considerata sempre perfettibile e, ancor di più, in corrispondenza di momenti contrassegnati dalla crisi delle istituzioni politiche o dall’assestamento di nuove dinamiche socio-economiche. Le organizzazioni ed i partiti religiosi hanno, quindi, iniziato ad occupare uno spazio pubblico sempre maggiore, rompendo con il più o meno esplicito confinamento alla sfera privata. Nel mondo arabo le trasformazioni più evidenti di questi anni sono state le prime azioni terroristiche del radicalismo islamico, la spirale di violenza che ha avvolto l’Algeria dopo l’annullamento del successo elettorale del Fronte islamico di salvezza nazionale e la parziale evoluzione della questione palestinese da causa nazionale a scontro tra unità politiche definite dall’identità religiosa. In Occidente, invece, la Chiesa cattolica in particolare è risultata determinante per l’esito dei processi di democratizzazione in paesi come la Polonia, mentre quella ortodossa ha rappresentato uno strumento a disposizione della Russia post-comunista per continuare ad esercitare un certo grado di influenza sugli Stati sorti dalla disgregazione dell’Urss. La politicizzazione della religione non è risultato un fenomeno omogeneo nei Paesi usciti dal comunismo. In alcuni, come l’Ungheria e la Repubblica Ceca, il suo ritorno è stato contenuto dalle aspirazioni democratiche di società che, reduci dall’esperienza quarantennale di regimi fondati sull’adesione incondizionata a verità ideologiche, hanno desiderato creare una struttura sociale fortemente pluralista. In altri come la Polonia e, in misura minore, la Romania e la Bulgaria, la nascita della democrazia è stata accompagnata dal sorgere di movimenti nazionalisti in cui l’identità religiosa gioca un ruolo marginale.

La Jugoslavia, al contrario, costituisce l’esempio più evidente di quanto i cleavages religiosi che attraversavano storicamente i Balcani sud-orientali avessero continuato a covare come il fuoco sotto le ceneri, in attesa di un allentamento delle maglie dell’apparato repressivo del regime di Belgrado. Qui era stato messo in atto il più importante sforzo politico ed intellettuale volto a superare lo spirito di appartenenza su base etnica in favore di una forma di nazionalismo più inclusiva: il progetto di unificare in un unico Stato tutti gli “slavi del sud”, nato prima della Grande guerra, era stato ripreso dal Partito comunista jugoslavo durante la lotta contro le forze dell’Asse e rilanciato congiuntamente al tentativo di edificazione del socialismo. Subito dopo la morte di Tito, tuttavia, la nuova classe dirigente ha proceduto alla rimozione della memoria storica comune e dei miti unificanti della Jugoslavia, preferendo sottolineare ed istituzionalizzare gli elementi diversificanti tra le diverse comunità. Questo approccio si è ulteriormente sviluppato con l’avvento del pluralismo che ha visto la sostituzione dell’ideologia comunista con forme estreme di nazionalismo che, persa ogni connotazione “volontaristica” o “civica”, si sono affermate sotto una veste “organica”, in cui l’elemento confessionale è risultato prevalente. In assenza di fratture linguistiche o etniche la religione è tornata così a costituire il primo fattore di differenziazione intercomunitaria in grado di rinforzare il senso di identità etno-nazionale: la linea di demarcazione tra le principali comunità, infatti, è passata per la fede cattolica dei croati, quella ortodossa dei serbi e quella musulmana dei bosniaci. La polverizzazione della Repubblica Federale Jugoslava, tuttavia, non può essere spiegata solo con le caratterizzazioni confessionali locali, ma deve essere collegata al significato universale della religione quale fattore integrativo transnazionale, capace di determinare l’appartenenza di popoli diversi a più ampie famiglie culturali: se l’élite nazionale croata ha posto l’accento sull’appartenenza alla civiltà occidentale in base alla sua identità cattolica, ottenendo appoggio politico ed economico da alcuni Stati ad essa appartenenti, altrettanto è accaduto ai nazionalisti serbi e montenegrini che hanno sottolineato la propria unità con il mondo ortodosso e ai bosniaci grazie alla loro evocazione dell’unità dell’universo islamico. Queste evoluzioni hanno rilanciato il dibattito sul ritorno della politicizzazione della religione in precedenza alimentato dalla Rivoluzione iraniana, ma che era rimasto legato alla riflessione sulle dinamiche politiche interne al mondo musulmano. Al contrario negli anni Novanta è stato fatto ricorso al fattore religioso per spiegare una gamma sempre più ampia ed eterogenea di trasformazioni politiche in aree culturali e geografiche diverse. Già nel 1991, infatti, Hunter ha parlato di “guerre culturali” mentre, nel 1993, Huntington ha cominciato a prospettare la possibilità di uno “scontro delle civiltà”. Se la prima prospettiva intendeva indicare, ad un livello domestico di analisi, il confronto in atto tra le forze politiche secolariste e liberali vincitrici della Guerra fredda e quelle tradizionaliste riemerse dopo la sconfitta del comunismo, la seconda si proponeva come una teoria in grado di spiegare i nuovi allineamenti e le posizioni di potere di un sistema internazionale considerato post-ideologico e, sostanzialmente, post-moderno.

Il dramma e la svolta: gli anni Duemila

La vera e propria svolta rispetto alla tradizione degli studi di relazioni internazionali, tuttavia, è avvenuta in seguito ai fatti dell’11 settembre del 2001. Solo dopo l’attacco alle Twin Towers ed al Pentagono, di cui sembra incontestabile la matrice confessionale che univa gli attentatori, il dibattito sulla politicizzazione della religione è ritornato ad occupare un posto centrale sia nella ricerca che nell’agenda politica internazionale: sempre più spesso è stato tracciato un collegamento tra l’azione transnazionale di organizzazioni politiche non statali, la contestazione dell’egemonia statunitense e dei principi politici europei e, infine, lo svanire della convinzione secondo cui l’avanzata della modernità occidentale è caratterizzata da un moto universale ed irreversibile. Le interpretazioni di un evento capace di sconvolgere il mondo intero sono state principalmente quattro, di cui le prime tre, sotto diverse forme, hanno continuato a marginalizzare il fattore culturale come elemento esplicativo. La prima lo ha descritto come il segnale della persistenza di gruppi politici che, privi della possibilità di influenzare costruttivamente l’opinione pubblica, sono costretti ad azioni di retroguardia contro la modernizzazione e la globalizzazione. La seconda lo ha spiegato come una risposta alla disuguaglianza economica e all’esclusione sociale presenti nei paesi poveri e in quelli dove la corruzione o la resistenza ad ogni forma di pluralismo sono più evidenti. La terza ha tentato di dimostrare un legame diretto tra il fondamentalismo religioso e le forme di estremismo ideologico di marca anti-liberale ed antimodernista del XX secolo, considerandoli entrambi generati dall’esclusione socio-economica o dalla perdita di status subita da quanti vi aderiscono: questa prospettiva ha trovato la sua traduzione più chiara nell’etichetta di “islamo-fascismo” coniata da alcuni intellettuali neoconservatori e ripresa successivamente dal presidente Bush jr. Solo il quarto ordine di spiegazione, esposto già in precedenza da Huntington e rilanciato al rango di teoria grazie al verificarsi di questi eventi, si è concentrato sul fattore religioso. Per l’autore de Lo scontro delle civiltà l’11 settembre 2001 avrebbe costituito la prova incontrovertibile che, dopo il 1989, la riorganizzazione del sistema internazionale non sta avvenendo intorno ad un centro di potere unico, ma assiste alla divisione del mondo in una serie di regioni connotate dalla comune appartenenza ad una civiltà, definite dalla centralità del fattore religioso e divise da linee di faglia lungo le quali esploderebbero le principali tensioni.

Conclusioni

Nonostante i fatti che di volta in volta emergono a detrimento delle capacità esplicative e generalizzanti di una simile prospettiva, occorre comunque notare che anche tra gli avversari della tesi di Huntington si registra un gruppo sempre più consistente di autori che condivide l’idea per cui la religione sta tornando ad influenzare la politica internazionale. Questo trend troverebbe conferma anche con una semplice riflessione sulle principali fonti di tensione internazionale: prendendo in considerazione le quattro aree calde da cui si teme possa scaturire un conflitto nucleare, in tre casi risulta evidente una frattura di ordine religioso (Israele-Palestina, Pakistan-India ed Iran), mentre solo uno risulta completamente estraneo a questo genere di dinamiche, presentando una caratterizzazione di ordine ideologico (Corea del Nord). La nascita di questo fenomeno può essere considerato, al tempo stesso, sia come prodotto della trasformazione registrata dalla politica durante l’ultimo decennio della Guerra fredda e nel periodo immediatamente successivo, che come una variabile interveniente in grado di alimentare questo mutamento. Una considerazione che porta a superare gli schemi tradizionali della riflessione sulle relazioni internazionali in quanto non esclude la possibilità per cui, riattivato il rapporto tra la società politica e i sistemi di pensiero ed i valori di ordine spirituale, il fattore religioso, alla pari di quanto fatto dalle ideologie, possa tornare ad influenzare in misura effettiva le relazioni internazionali uscendo da quella marginalità cui è stato posto dal pensiero politico moderno.

A tu per tu: estetica, sociale ed economia. Perché il pensiero di Ruskin è ancora attuale secondo Giuseppe Sacco

Attraverso un percorso insolito che trova le sue radici nell’esperienza artistica e nella critica di un fine intellettuale come John Ruskin, l’intervista di Marco Ancora a Giuseppe Sacco, professore ordinario di Relazioni e sistemi economici, è un lucido, quanto stimolante, viaggio nella tarda-modernità. Un’attenta analisi delle pulsioni sociali che sono alla base di alcuni importanti passaggi storici del sistema internazionale, non ultima l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America.

A tu per tu: estetica, sociale ed economia. Perché il pensiero di Ruskin è ancora attuale secondo Giuseppe Sacco - Geopolitica.info

 AAAA

Lei ha di recente partecipato, assieme ad uno specialista di Storia dell’arte, ad un dibattito su John Ruskin, il grande profeta del Movimento preraffaelita. Ma lei, nella sua vita professionale, è Professore di Relazioni e sistemi economici internazionali in una Facoltà di Scienze Politiche. A prima vista appare un po’ sorprendente.
Me ne rendo conto. Ma a ben guardare non lo è poi tanto

Perché Ruskin ha anche scritto di questioni sociali ed economiche.
Non solo per questo, che porterebbe a pensare che ci siano stati due Ruskin, che egli avesse una specie di sdoppiamento della personalità. Ma perché il suo approccio alle questioni estetiche e alle questioni sociali fanno tutt’uno. Basta pensare al suo rapporto con l’Italia, alla percezione totalmente insolita – per un Inglese protestante della sua classe sociale – con cui egli ebbe dell’arte e della storia del nostro paese. Mentre a quell’epoca i nobili e i ricchi d’Europa venivano giusto a vedere i monumenti, e consideravano gli Italiani come dei fastidiosi intrusi che impedivano la visione del paesaggio, Ruskin sviluppò subito un vero interesse per la società italiana, quanto per le grandi testimonianze artistiche del passato.

In Italia, è l’eredità artistica del medioevo che più lo colpisce ….
Esattamente! La sua percezione dell’Italia è perciò radicalmente diversa dal deformato e deformante cliché della civiltà italiana proposto dagli Anglosassoni, e dai Protestanti in generale, secondo i quali l’Italia avrebbe trovato la propria massima espressione nel Rinascimento, visto come fase storica di negazione dei “secoli bui” del Medioevo, e come prodotto dell’affermarsi di una classe borghese e bancaria, di cui i Medici sono la massima espressione. Ma anche come fenomeno con cui il primato culturale e civile dell’Italia in Europa verrebbe sostanzialmente a termine, avendo la Riforma fallito nella Penisola. Ruskin, nel suo superiore genio, riesce a superare i pregiudizi con cui si era tentato di indottrinarlo in famiglia e ad Oxford, e può così da un lato percepire, da un punto di vista estetico ed etico, tutta la sua grandezza spirituale del Medioevo italiano, e dall’altro lato – pur senza nulla togliere al Rinascimento – riconoscere i limiti della società borghese, e dare poi vita ad una severissima critica morale del capitalismo selvaggio che caratterizzava l’Inghilterra vittoriana. E qui sta la sua grandissima attualità; perché nel secolo successivo alla scomparsa di Ruskin, pur tra crisi e guerre, il capitalismo selvaggio non ha cessato di espandersi, omogeneizzando il mondo intero. Cosicché è diventato sempre più acuto il contrasto tra i valori estetici, etici ed umanistici dell’Europa cristiana e l’edonismo spicciolo e volgare di quella che Ruskin chiamava la money-making mob, la plebaglia che pensa solo a far soldi.

A cent’anni di distanza, Ruskin ritorna dunque di grande attualità? 
Non ha mai cessato di esserlo. La sua critica non investe solo gli aspetti che si ritrovano nella società globale post-1980. Egli aveva ben intuito gli aspetti negativi della civiltà delle macchine, che culminerà nel fordismo un quarto di secolo dopo la sua scomparsa. Nel suo scritto di argomento estetico (ma l’etica e l’estetica non sono mai disgiunte nella sua opera!) “Pietre di Venezia, Sulla natura del Gotico”, la sua esaltazione del carattere solo parzialmente predefinito della produzione architettonica ed artistica gotica, e quindi della natura creativa, collettiva e corale del lavoro svolto dagli artigiani medioevali, si trasforma rapidamente in una denuncia estremamente efficace degli effetti disumanizzanti del lavoro industriale, che degrada l’operaio ad una macchina.

Mi sembra che ora lei ci stia parlando da Professore di economia e da scienziato della politica!
Non esiste una Scienza della politica! Né Ruskin avrebbe mai pensato che i suoi scritti politici potessero diventare manuali universitari, o fossero altra cosa che l’espressione del suo personale bisogno di battersi per una società profondamente diversa, più giusta e più umana di quella in cui egli viveva, e in cui ancora oggi noi viviamo. Ma ciò non toglie che egli abbia effettivamente avuto degli “allievi”, anche in politica, e che sia stato considerato un Maestro – non un Professore, ma un Maestro – da personalità che hanno profondamente segnato il ventesimo secolo: in primo luogo il Mahatma Gandhi.

Quale è stato il rapporto tra questi due grandi uomini?
E’ stato un rapporto indiretto, dato che Ruskin è morto già da quattro anni quando Gandhi, cui un amico ha prestato Unto this last, il libro più “politico” di Ruskin, passa una notte insonne in treno senza poter staccare gli occhi dalla lettura. E, sulla base di quel libro, deciderà di cambiar vita e dare nuova forma al proprio impegno politico, creando una comune giornalistica dedicata alla povertà e alla non violenza.

Ruskin può dunque essere considerato il padre spirituale dell’India contemporanea?
Purtroppo no. L’India contemporanea si è molto staccata dall’ispirazione originaria di Gandhi e di Ruskin. Il suo attuale sviluppo, come quello della Cina, prende infatti l’avvio dalla “morte delle utopie” che ha fatto seguito al fallimento del “Comunismo realizzato” di stile sovietico; un fallimento che viene interpretato come la prova provata dell’impossibilità di organizzare la società degli uomini su base “scientifica” – come pretendevano Marx e i suoi seguaci– e addirittura neanche su base razionale, come si era tentato di fare con la Rivoluzione francese. Si afferma così – in India, come in Cina e nel resto del mondo sino ad allora non facente parte del cosiddetto “Occidente” – l’idea che non esista altro sistema economico in grado di autosostenersi e di produrre ricchezza se non quello fondato sugli “spiriti animali” del capitalismo. E la convinzione, che ne consegue, che pulsioni dell’animo umano da sempre considerate come moralmente deteriori, veri e propri “vizi” capitali come l’avidità e la sete di dominio, possano tramutarsi – grazie al meccanismo del mercato – in “virtù”, dal punto di vista collettivo. Siamo come si vede lontanissimi dal pensiero di Ruskin e di Gandhi. Eppure questo non può essere considerato irrimediabilmente cancellato dai successi economici che le autorità indiane oggi vanno vantando. E’ facile, infatti, osservare che la scelta di affidare la società agli istinti più selvaggi dell’animo umano è stata generalizzata anche al di fuori del campo economico, con un operazione logicamente arbitraria e gravida di enormi conseguenze. Fuori dal campo regolato dalle leggi strettamente economiche, la “mano invisibile del mercato” non gioca in nessun modo a realizzare il “miracolo” della trasformazione dei “vizi individuali” dei singoli in “virtù pubbliche”, volgendoli a favore dell’interesse collettivo. Basta pensare ad episodi come quello Madoff, o alla tendenza dei managers a pilotare artificialmente i risultati delle aziende loro affidate per massimizzare le loro stock options giusto per il tempo necessario ad incassarle. In generale, lo si è visto assai chiaramente con i “vizi” dei banchieri e finanzieri americani, che – lungi dal convertirsi in “virtù – si sono cumulati nella crisi in atto, un disastro senza nome della e di cui non si intravede ancora come si possa uscire.

La lettura di Ruskin andrebbe dunque consigliata anche ad Obama?
Non so. Per parafrasare Montale, potrei dire che non dispongo della formula che possa aprire nuovi mondi. Ma mi sembra evidente che l’elezione di Obama è il risultato di una ondata venuta dal profondo della società americana, la quale avverte la necessità del ritorno ad alcuni valori che la money-making mob sembra non solo aver completamente smarrito, ma anche fatto oggetto di ridicolo e pubblico ludibrio. Ma si è trattato di un ondata elettorale incerta sui suoi propri obiettivi, priva di leadership intellettuale, e quasi esclusivamente americana. Solo in Germania hanno qualche corso sentimenti collettivi analoghi a quelli che, in America, hanno portato l’attuale presidente alla Casa Bianca. E per di più, Obama è un Presidente che si trova ad operare avendo contro di sé un establishment implacabilmente ostile, fortemente radicato nelle posizioni di potere conquistate a partire dagli anni di Reagan, e con molti collegamenti esteri. Collegamenti organici che sono evidenti anche in Italia, e paradossalmente soprattutto con forze che fingono di collocarsi politicamente a sinistra.