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Il Fiume Mekong e la “Guerra dell’acqua”

Negli ultimi decenni il fiume Mekong si è presentato come una regione sempre più cruciale nella zona dell’Indo-Pacifico. Solo di recente però tale regione si è trovata ad essere oggetto di crescenti tensioni, che hanno portato gli analisti a parlare di “guerra dell’acqua”.

Il Fiume Mekong e la “Guerra dell’acqua” - Geopolitica.info

Il fiume Mekong, con una lunghezza di più di 4.000 km, è il più lungo corso d’acqua del sud-est asiatico. Dalla sua sorgente nell’altopiano del Tibet, scorre verso il Mar Cinese Meridionale attraversando paesi quali il Myanmar, Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam. La regione Mekong figura come un elemento geopolitico fondamentale nella zona dell’Indo-Pacifico; tra le caratteristiche che rendono interessante l’area, la componente geostrategica è senza alcun dubbio la più influente, come possiamo notare ad esempio dalla vicinanza geografica a punti cruciali come il Mar Cinese Meridionale, nel quale il fiume stesso sfocia, e lo Stretto di Malacca. Il fiume Mekong nel dibattito internazionale, e specialmente nel contesto italiano, ha spesso ricoperto un ruolo marginale; di recente però l’attenzione degli analisti e della comunità internazionale si è rivolta a tale area, cerchiamo dunque di comprendere quali sono gli elementi che determinano un sempre maggior interesse per la regione.

Un dettagliato studio condotto da Eyes on Earth, e pubblicato lo scorso aprile, ha evidenziato come la Repubblica Popolare Cinese stia trattenendo enormi quantità di acqua nella parte superiore del fiume, favorendo in tal modo l’aumento della siccità negli altri paesi in cui esso scorre. La ricerca analizza le attività cinesi di costruzione di infrastrutture, in particolare dighe, prendendo dati di studio dal 1992 al 2019. L’edificazione di tali strutture ha inizio negli anni ’90, con la costruzione nel 1993 della prima diga Manwan; ad oggi sono state realizzate 11 dighe: Manwan (1993), Dachaoshan (2002), Jinghong (2008), Xiaowan (2009), Nuozhadu (2012), Gongguoqiao (2012), Miaowei (2017), Huangdeng (2017), Dahuaqiao (2018), Lidi (2018), Wunonglong (2018). Possiamo dunque notare come negli ultimi anni, e specificatamente dal 2017, l’edificazione di tali strutture sia sostanzialmente aumentata.

Eyes on Earth riscontra però nel 2012, anno che coincide con la realizzazione della diga Nuozhadu, un cambiamento cruciale per le condizioni ambientali dell’area. Le sei dighe costruite dopo la Nuozhadu hanno fortemente contribuito ad alterare il flusso naturale del fiume; nella ricerca si legge pertanto che “una delle maggiori conseguenze si è verificata nel 2019, quando nel Mekong inferiore si è registrato per gran parte dell’anno uno dei più bassi livelli del fiume di sempre”.

Lo studio condotto da Eyes on Earth è senza alcun dubbio cruciale per comprendere la profonda crisi ambientale della regione del Mekong. Ciò che viene messo particolarmente in evidenza dai dati è che nella porzione di fiume cinese, nel 2019, è stato rilevato un flusso naturale superiore alla media; è possibile riscontrare la causa diretta del fenomeno nell’attività di Pechino di trattenere abbondanti quantità d’acqua, la quale ha pertanto provocato enormi problematiche non solo inerenti alla già citata siccità ma anche ingenti difficoltà economiche negli Stati in cui il fiume stesso scorre. E’ dunque cruciale mettere l’accento sull’importanza che il Mekong ha per tali Stati; Il Laos ad esempio, secondo un documento pubblicato dal Parlamento Europeo nel novembre del 2019, si affida considerevolmente al corso d’acqua soprattutto per sfruttarne l’energia idroelettrica che costituirà in futuro uno degli elementi più influenti nel PIL del paese. Per Stati come la Cambogia invece il discorso è differente poiché Phnom Penh dipende dal fiume soprattutto in relazione all’attività agricola e di pesca. 

Ciò che però risulta interessante, soprattutto per chi si interessa di politica internazionale, è l’implicazione geopolitica di tale ricerca. Gli analisti sono concordi nel sottolineare il cruciale potenziale strategico espresso dal fiume, tanto da definire la delicata condizione della zona con il termine “guerra dell’acqua”. Tale espressione deriva principalmente dalla consapevolezza della totale capacità della Repubblica Popolare Cinese di poter fermare il corso dell’acqua verso il Mekong inferiore, causando così ingenti complicazioni economiche ed ambientali nei paesi nei quali esso scorre. Si parla a questo proposito di un possibile utilizzo di tale capacità di “egemonia idrica” come un mezzo per aumentare la deferenza degli Stati della regione Mekong stessa, utilizzando pertanto la potenziale minaccia della chiusura del flusso d’acqua per affermare una sempre maggiore influenza nell’area.

È cruciale analizzare come l’interesse cinese per tale zona non sia limitato esclusivamente agli elementi sopracitati, ma riguardi anche il commercio e le rotte commerciali. Abbiamo già menzionato la vicinanza strategica ad alcuni punti di tensione, quali lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale. Bisogna tuttavia aggiungere come vi sia l’intenzione cinese di poter rendere il fiume navigabile anche da grandi navi mercantili. Il Mekong è un fiume accessibile e navigabile nell’alta stagione dallo Yunnan cinese alla Cambogia meridionale; la volontà cinese è dunque quella di espandere le capacità del fiume per renderlo navigabile in tutte le stagioni e poter garantire l’accesso anche a grandi navi. Il fiume Mekong rappresenta inoltre un aspetto di non poca rilevanza per il progetto della Belt and Road Initiative (BRI) in quanto viene considerato come un ingresso strategico verso l’Indocina.

A rimarcare l’importanza strategica rappresentata dal fiume Mekong vi sono le molteplici politiche di cooperazione messe in atto dai vari Stati, soprattuto da coloro che si trovano ad avere un passato militare nella regione, come ad esempio gli Stati Uniti e il Giappone; fra tali attività di cooperazione annoveriamo la “Lower Mekong Initiative” (LMI), lanciata dall’amministrazione Obama nel 2009, la creazione dei “Japan-Mekong Summits”, il cui primo incontro si è tenuto anch’esso nel 2009 più come risposta alla LMI americana, e la “Lacang-Mekong Cooperation”, sviluppata invece da Pechino.

Possiamo dunque affermare che l’area del Mekong è una regione il cui potenziale strategico si sta palesando in maniera sempre più evidente nel corso degli anni, e sta diventando un hotspot geopolitico cruciale nell’area dell’Indo-Pacifico al quale nelle analisi non si può più riservare un ruolo marginale.

Oggi è l’International Day of UN Peacekeepers! #PKday

Oggi è l’International Day of UN Peacekeepers! #PKday - Geopolitica.info

Tale Giornata, istituita dall’Assemblea Generale con la risoluzione 57/129 del 2003, coincide con la data in cui, nel 1948, il Consiglio di Sicurezza autorizzò la creazione della prima operazione di Peacekeeping, denominata “Organizzazione delle Nazioni Unite per la supervisione della tregua” (UNTSO) in Palestina. Lo scopo della Giornata è di “rendere omaggio alla professionalità, alla dedizione e al coraggio di tutti gli uomini e le donne che prestano servizio nelle operazioni di pace delle Nazioni Unite e onorare la memoria di coloro che hanno perso la vita per la causa della pace”. Dalla prima missione di pace nel 1948, al 2017 sono circa 3.800 i militari e i civili che hanno perso la vita al servizio della pace, in più di 71 missioni. Le operazioni di peacekeeping attualmente in corso sono 13 e coinvolgono un totale di 81.370 persone di cui l’85,08% sono militari, il 10,99% forze di polizia, il 2,53% ufficiali di Stato maggiore e l’1,40% esperti di missione.

Dal “contact tracing” alla “exposure notification”, cambio di paradigma reale o presunto?

Il dibattito circa la legittimità e la proporzionalità delle applicazioni di tracciamento dei contatti sembra già un lontano miraggio. Sulla scia delle linee guida dell’Unione Europea e vista la spinta di Apple e Google per la definizione di un modello che notifichi l’esposizione dell’utente al Covid-19, il termine “contact tracing” risulta obsoleto. Sul piano semantico il cambiamento è evidente. Quello che sarà da chiarire è se l’accettazione della “trasformazione digitale” delle nostre democrazie è un punto di arrivo, o piuttosto il punto di partenza per una nuova minaccia.

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Gli approcci della comunità tecnica

Uno dei dibattiti che nel mese di aprile ha scosso tanto la comunità tecnica, quanto la società civile, i governi e le società private, è stato quello riguardante gli standard da utilizzare nella creazione delle app di contact tracing: lo scontro virtuale “GPS versus Bluetooth”.

La pubblicazione, il 15 aprile, della toolbox dell’Unione Europea circa le “Applicazioni mobili per supportare il tracciamento dei contatti nella lotta dell’UE contro Covid-19” elaborata dall’eHealth Network dell’UE, ha confermato l’esistenza di un orientamento comune europeo. Viene infatti chiarito l’approccio delle applicazioni di tracciamento digitale che dovranno essere basate su un sistema Bluetooth, escludendo dunque la localizzazione dei dispositivi mobili tramite GPS, pratica ritenuta non proporzionale all’obbiettivo perseguito. Il 21 aprile è arrivato un ulteriore aggiornamento, per cui l’Unione Europea ha ufficialmente adottato le “Linee guida 04/2020 sull’uso dei dati sulla posizione e sugli strumenti di tracciamento dei contatti nel contesto dell’epidemia di COVID-19” disponibili sul sito dell’EDPB, l’European Data Protection Board.

Tuttavia, una volta risolto positivamente il dibattito verso l’adozione di sistemi basati sul Bluetooth, sorge alla luce un’ ulteriore problematica. La scissione tra le coalizioni di ricercatori europei PEPP-PT e DP-3T circa l’utilizzo di app, sì basate sul Bluetooth, che optino per un modello centralizzato, piuttosto che uno decentralizzato in materia di gestione dei dati personali. Si tratta di coalizioni che nascono con l’intenzione di formulare approcci standardizzati che rispettino – più o meno – ferree misure “pro-privacy”, da implementare nelle applicazioni attualmente in fase di sviluppo presso i differenti attori.

Da un lato vi è, dunque, la coalizione europea di ricercatori PEPP-PT (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing) che “attualmente considera due approcci per la tutela della privacy: “centralizzato” e “decentralizzato”, e continua ad essere aperto a ulteriori idee di miglioramento a supporto degli obiettivi PEPP-PT”, questo quanto presente sul sito del gruppo. La coalizione ha approfondito l’approccio basato sul sistema Bluetooth di stampo centralizzato, seppure tenga aperta qualsiasi opzione di miglioria di entrambi i modelli.  Il modello centralizzato prevede un server, appunto, centrale di gestione dei codici generati da ogni dispositivo mobile che abbia scaricato l’applicazione di tracciamento. Tali server saranno gestiti da un’autorità competente, che sia sanitaria o governativa, che ne curerà la manutenzione e il corretto funzionamento. Questo spiegherebbe anche perché il modello centralizzato, stando alle ultime dichiarazioni, sarebbe quello più quotato alcuni governi.

Dall’altro lato, vi è il gruppo DP-3T (Decentralized Privacy-Preserving Proximity Tracing) che si presenta come segue: “Siamo un consorzio internazionale di tecnologi, esperti legali, ingegneri ed epidemiologi con una vasta gamma di esperienze, che sono volte a garantire che qualsiasi tecnologia di tracciamento di prossimità non porti i governi a ottenere capacità di sorveglianza che mettano in pericolo la società civile.” DP-3T – qui è possibile consultare una breve overview del progetto/protocollo ad opera dello stesso gruppo – aggiunge una caratteristica in più nel protocollo di privacy, distaccandosi da PEPP-PT: la necessità della gestione decentralizzata dei dati, modello gestionale favorito, tra i tanti, anche dall’alleanza Google e Apple.  Ne segue che l’approccio decentralizzato promosso da DP-3T sia strutturato sull’archiviazione “in locale”, sui singoli dispositivi di telefonia mobile, dei codici identificativi generati dall’interazione tra i dispositivi. In altre parole, in questa tipologia di sistema la notifica della possibilità di contagio arriva “in automatico” con allegate le disposizioni da seguire, ma viene de facto lasciata al cittadino la responsabilità di applicare tali disposizioni.

Le problematiche sollevate dalla scelta di un approccio piuttosto che di un altro, riflettono sia questioni di privacy in senso stretto, vale a dire che un approccio centralizzato in cui confluiscano i dati di tutta la popolazione non solo porterebbe ad un alto rischio di de-anonimizzazione dei dati, ma fornirebbe da potenziale bacino di dati a disposizione discrezionale dell’ente che ne gestisce lo stoccaggio. Quest’ultimo aspetto solleva anche questioni di security, una base dati centrale costituirebbe un punto critico per il sistema paese, rendendolo oggetto di possibili violazioni ai danni sia del singolo cittadino, che dello Stato. L’approccio decentralizzato, d’altro canto, pur evitando le problematiche di cui sopra, porterebbe davvero un punto di svolta decisivo nella lotta al Coronavirus?  

La posizione dell’Italia

Una volta chiariti gli standard teorici da utilizzare e presa visione delle linee guida europee, l’Italia prosegue il dibattito circa l’implementazione delle misure di tracciamento digitale previste per la cosiddetta fase due della gestione dell’emergenza Coronavirus.

Dal 1° maggio è entrato in vigore il Decreto Legge del 30 aprile 2020, n. 28 in materia di “Misure urgenti per la funzionalità dei sistemi di intercettazioni di conversazioni e comunicazioni, ulteriori misure urgenti in materia di ordinamento penitenziario, nonché disposizioni integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta Covid-19”. L’Art. 6 del suddetto Decreto Legge vuole andare a definire il funzionamento del sistema di allerta Covid-19, l’applicazione Immuni. Il Decreto ribadisce la volontarietà dell’applicazione, senza se e senza ma, e istituisce le misure tecniche e organizzative del sistema di allerta per dispositivi di telefonia mobile, “[a]l solo fine di allertare le persone che siano entrate in contatto con soggetti risultati positivi al nuovo coronavirus e tutelarne la salute attraverso le previste misure di profilassi legate all’emergenza sanitaria” così come riportato dal Comunicato Stampa del Consiglio dei Ministri n. 43. Più in dettaglio:

Così come da art. 13 e 14 del Regolamento (UE) 2016/679, anche noto come GDPR, viene stabilito che “gli utenti ricevano, prima dell’attivazione dell’applicazione, informazioni chiare e trasparenti al fine di raggiungere una piena consapevolezza, in particolare, sulle finalità e sulle operazioni di trattamento, sulle tecniche di pseudonimizzazioneutilizzate e sui tempi di conservazione dei dati”. I dati raccolti devono altresì essere solo quelli strettamente necessari per eventualmente allertare chi fosse entrato in stretto contatto con “altri utenti accertati positivi al Covid-19” e col solo scopo di “adozione di misure di assistenza sanitaria in favore degli stessi soggetti”. 

Ne segue che “il trattamento effettuato sia basato sui dati di prossimità dei dispositivi, resi anonimi, oppure, ove ciò non sia possibile, pseudonimizzati. È esclusa in ogni caso la geo-localizzazione dei singoli utenti”, viene dunque ribadito ancora una volta l’abbandono di tecnologie GPS all’interno dell’app che avrebbero portato alla localizzazione degli utenti. Il Decreto vuole garantire “su base permanente” che vengano adottate misure volte ad evitare la re-identificazione degli interessati a partire dai dati anonimizzati o pseudonimizzati. 

Andando a chiarire i dubbi sorti nel mese di aprile circa l’effettiva volontarietà dell’applicazione: “il mancato utilizzo dell’applicazione […] non comporta alcuna conseguenza pregiudizievole ed è assicurato il rispetto del principio di parità di trattamento”. Così che il mancato utilizzo dell’app non precluda l’esercizio di alcun diritto fondamentale, come ad esempio la libertà di circolazione, specifica utile visto che nemmeno due settimane fa questo punto aveva generato grande preoccupazione nell’opinione pubblica.

Molti esperti, anche in linea con la coalizione DP-3T, avevano sottolineato la necessità di una “data di scadenza” sulla conservazione dei dati personali da parte dell’applicazione, oltre che -più in generale- una data di termine dell’utilizzo dei sistemi di tracciamento più in generale. Il Decreto fissa che “alla data di cessazione dello stato di emergenza disposto con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020, ed entro la medesima data tutti i dati personali trattati devono essere cancellati o resi definitivamente anonimi”.

Circa le specifiche tecniche che dovrà seguire lo sviluppo dell’applicazione, il già citato Comunicato Stampa del Consiglio dei Ministri, riporta che “la piattaforma sia realizzata esclusivamente con infrastrutture localizzate sul territorio nazionale e gestite da amministrazioni o enti pubblici o società a totale partecipazione pubblica e i programmi informatici sviluppati per la realizzazione della piattaforma siano di titolarità pubblica”.

Stando a quanto riportato da IlSole24Ore, “Il modello italiano si appoggia a novità software già elaborate da Apple e Google”, le cosiddette “exposure notification” APIqui una panoramica del loro funzionamento. “L’autorità sanitaria saprà che il cittadino ha ricevuto la notifica solo se questi la contatterà. Sul server arriveranno le notifiche, ma senza alcuna associazione con l’identità del cittadino che le ha ricevute.”

La definizione delle modalità di interazione tra utenti, dispositivi e autorità sanitarie è ancora in divenire. Nonostante il Decreto Legge di cui sopra sia andato a colmare alcuni vuoti circa le caratteristiche organizzative dell’applicazione, rimane ancora evidente la necessità di chiarezza circa i meccanismi operativi del “tracciamento contatti”, o della “notifica di esposizione”. 

Alessia Sposini,
Geopolitica.info

Mancanza dei luoghi e libertà

C’è un aspetto di cui pochi parlano in questa quarantena, che però ci dà conto dell’importanza della disciplina che pratico, la geografia. Al di là delle riflessioni sulla globalizzazione, sulle questioni geopolitiche mondiali, sui cambiamenti negli assetti di potere e della geografia politica mondiale; al di là anche della geografia economica e dei riflessi che il Covid-19 avrà sull’impianto industriale, produttivo e di scambi commerciali in Italia, in Europa e nel mondo; al di là, poi, della geografia regionale italiana, che vede differenze importanti nel contrasto al contagio e nell’assunzione di politiche restrittive o contenitive. 

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Luoghi che mancano – Al di là di tutto questo, quello che sembra emergere in maniera evidente è un altro aspetto, che inerisce a un campo differente, se si vuole di carattere più «sentimentale» ma che ha a che fare prepotentemente con la geografia: si tratta della «mancanza dei luoghi». Per chi frequenta i social network, per chi ha avuto modo di scorrere le pagine della propria università che davano sfogo ai richiami alla libertà dei propri studenti, per chi ha potuto scorrere qualche riflessione – anche se talvolta ripetitive – delle pagine “Poivorrei”, oltre alla mancanza della socialità, delle persone, del contatto umano, in una classifica ideale si posiziona la mancanza dei luoghi: dell’aula, della piazza, del posto al mare dove abbiamo passato l’ultima vacanza, della propria città d’origine, delle strade.

Memoria dei luoghi – Quello che stiamo vivendo oggi sarebbe un fenomeno da approfondire non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello psicologico. Si tratta di una mancanza naturale, che ci rimanda alla crucialità dei luoghi quali snodi essenziali della socialità umana, dell’interazione ineludibile tra uomo e ambiente, della sedimentazione storica che passa attraverso i luoghi e si imprime su di essi. I luoghi conservano una loro memoria storica, una stratificazione che è il frutto dell’attività umana nel corso del tempo, ma essi hanno anche una connotazione storica per ognuno di noi. 

Questa mancanza, che più o meno riguarda ciascuno di noi, ha dunque a che fare sia con la memoria dei luoghi sia con la memoria individuale, poiché l’attività umana – qualunque essa sia – si estrinseca in uno spazio, in un luogo, in una porzione di Terra che vede agire gli esseri umani. 

Luoghi e libertà – Potremmo dire di più: il luogo ci manca perché a mancarci è la nostra libertà, corrispondendo il luogo all’azione umana spazializzata, essendo depositario e veicolo di una memoria storica collettiva e individuale. Questo si è reso evidente in queste settimane di lockdown – che potremmo chiamare più propriamente di arresti domiciliari – in cui, in virtù di un’emergenza epidemiologica, a causa di uno stato d’eccezione, i diritti basilari sono stati interrotti, come molti costituzionalisti hanno ben messo in luce.

In tale quadro di profonda – per molti esagerata e sconcertante – sospensione delle libertà individuali, abbiamo compreso, più o meno immediatamente, più o meno coscientemente, quanto ai luoghi si associ un concetto fondamentale della nostra esistenza, che è stato oggetto di studio di filosofi, giuristi, scienziati politici, sociologi e via dicendo: quello di libertà. Non è un dato così scontato: è in altre parole nello spazio fisico che si estrinseca la libertà. Afferma Giuseppe Dematteis che «non è lo spazio fisico che segrega, è il diritto di disporne che prende forma spaziale».

Il luogo chiuso da quattro mura, la casa, il rifugio di ognuno di noi, può talvolta coincidere con una sensazione di libertà, sempre che alla base vi sia una scelta individuale e consapevole, per l’appunto libera. Lo stesso può avvenire in un eremo, in un convento o monastero: in tutti questi casi, però, così come in quello degli Hikikomori in Giappone, vi è una precisa volontà individuale che determina, pur nella chiusura spaziale, uno stato di libertà. 

Stati di insicurezza e dipendenze – Per la maggior parte di noi, invece, i luoghi corrispondono alla libertà: è il movimento nello spazio terrestre che identifica la nostra azione e dà corpo alla nostra identità. È ancora Dematteis che spiega bene – in un libro del 1985, Le metafore della Terra – la distinzione, che egli all’epoca riteneva «ideale» ma che oggi si è pienamente concretizzata, tra una geografia «di ciò che muta», che nasce dal movimento, dalla libertà e dalla complessità, e una «normale», che prende forma in un apparato rigido e controllato: «la prima presuppone una certa fiducia in sé, negli altri e nella realtà. La seconda è la risposta a uno stato d’insicurezza che spinge alla dipendenza».

La libertà che – volenti o nolenti – ci è stata negata negli ultimi due mesi è derivata proprio da quello stato di insicurezza, che il geografo torinese considerava come una semplice «astrazione» ma che si è realizzata davvero sulla scorta della paura della pandemia e che, nei fatti, ha portato molti di noi a una condizione di dipendenza.

Riconquistare la libertà – Domani comprenderemo ancor meglio quello che abbiamo vissuto solo «sentimentalmente» in questi mesi: quella mancanza dei luoghi che tutti abbiamo vissuto era, in fondo, un anelito di quella libertà che ci è stata negata nelle ultime settimane. Domani la ritroveremo, anche se molto limitatamente: sarà la libertà di muoverci, di scoprire spazi, di occuparli, di vivere luoghi, i centri mutevoli della nostra attività quotidiana e che assumono un senso compiuto proprio in virtù della sensazione di libertà che ci danno, nel movimento libero e talvolta caotico che è proprio dell’uomo. 

Alessandro Ricci,
Università degli Studi di Roma Tor Vergata e Geopolitica.info

Il Golden Power ai tempi del Covid-19

La normativa italiana sul golden power è stata concepita con un duplice obiettivo; quello di rendere compatibile con il diritto comunitario la disciplina nazionale sui poteri speciali del Governo e quello di arginare le azioni predatorie aventi come target gli asset strategici nazionali. In particolare – la tutela delle aziende di punta – è stato il fil rouge che ha indirizzato i progressivi ritocchi all’impianto normativo, strumento prezioso in un momento di debolezza esacerbato dalla pandemia, che espone il sistema Paese al rischio di impoverimento delle sue eccellenze nel medio-lungo termine.

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La tutela della difesa e sicurezza nazionale

Il decreto legge n°21/2012 – poi convertito nella legge n°56/2012 – consente al Governo di esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale (Art.1). Il decreto segna una rivoluzione copernicana in materia poiché – a differenza della normativa precedente che circoscriveva l’azione alle aziende privatizzate – permette l’intervento su qualsiasi società strategica, codificando così il passaggio dal golden share al regime di golden power. Relativamente a difesa e sicurezza nazionale, il presupposto fondamentale per l’attivazione di detti poteri speciali è la “minaccia effettiva di grave pregiudizio per gli interessi essenziali della difesa e sicurezza nazionale, da valutarsi secondo i principi di proporzionalità e ragionevolezza. In quanto a termini e meccanismi d’azione da parte del Governo si riportano – tra le altre – (a) l’imposizione di specifiche condizioni sulla sicurezza di approvvigionamenti, informazioni e trasferimenti tecnologici; (b) il potere di veto su delibere aventi ad oggetto fusione, scissione, trasferimento dell’azienda o di rami di essa o di controllate, il trasferimento all’estero della sede sociale; (c) l’opposizione all’acquisto di partecipazioni da parte di soggetti diversi dallo Stato italiano o enti pubblici italiani qualora l’acquirente venisse a detenere delle quote tali da poter compromettere gli interessi nazionali. Per consentire alla Presidenza del Consiglio un appropriato esercizio delle sue prerogative, sussiste in capo alle imprese che svolgono attività strategiche un obbligo di notifica di particolari delibere o atti, mentre nel caso di acquisizione di partecipazioni  l’obbligo ricade sull’acquirente.

Il 5G, l’energia, i trasporti e le comunicazioni

Lo sviluppo tecnologico intercorso nel frattempo con il 5G ed il suo carico di implicazioni per la sicurezza nazionale hanno reso necessario un aggiornamento della disciplina, intervenuto con il decreto legge n° 22/2019 poi convertito nella legge n°41/2019. Il nuovo articolo 1-bis ha infatti ampliato il dominio della difesa e sicurezza nazionale – e dunque la sfera di intervento del Governo –  anche ai servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G. L’impresa dunque che stipula accordi per l’acquisto di beni o servizi inerenti alla progettazione, realizzazione, manutenzione e gestione delle reti di comunicazione elettronica a banda larga basate sul 5G o che acquista componenti funzionali alle succitate attività da soggetti esterni all’Unione Europea è anch’essa soggetta al già nominato obbligo di notifica. Per quanto riguarda invece i settori di energia, trasporti e comunicazioni, il decreto legge n°21/2012 prevede l’attivazione del golden power in caso di “minaccia effettiva di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti” con modalità simili a quelle già previste per la difesa e sicurezza nazionale, con il distinguo di essere però rivolte – nell’eventualità di acquisizione di partecipazioni – a soggetti extra-europei.

Anche in questo caso, è sopraggiunto un aggiornamento della normativa con il decreto legge n°105/2019 – convertito nella legge n°133/2019 – che richiamando il regolamento UE n°452/2019 ha allargato la nozione di grave pregiudizio alla sicurezza a infrastrutture critiche (energia, trasporti, acqua, salute, comunicazioni e media, trattamento e archiviazione dati, aerospazio, difesa, infrastrutture elettorali e finanziarie), tecnologie critiche e prodotti dual-use (AI, robotica, cybersicurezza, semiconduttori, aerospazio, energia quantistica e nucleare, nanotecnologie e biotecnologie), approvvigionamento di fattori critici produttivi (energia, sicurezza alimentare, materie prime) e accesso e controllo di informazioni sensibili (compresi i dati personali).

Lo scudo: il decreto legge n°23/2020

Il tracollo delle principali piazze finanziarie mondiali innescato dalla pandemia ha sollevato l’interesse del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), che si è dunque concentrato sulla possibilità che soggetti extra-europei o comunitari potessero approfittare dei cali azionari e di una soglia di attenzione ribassata per condurre scalate ostili a danno degli asset cruciali per il Paese. La risposta a tali timori si è concretizzata nel decreto legge n°23/2020 (decreto liquidità) che con soli tre articoli (15, 16 e 17) innalza una muraglia per impedire la razzia dei pezzi più pregiati del tessuto economico-produttivo nazionale. In particolare, l’Art.15 allarga l’ambito di esercizio dei poteri speciali del Governo – oltre ai settori già tutelati dalla normativa precedente – anche ai settori finanziario, creditizio e assicurativo. Non si tratta comunque di una mera estensione della gittata del golden power in quanto – fino al 30 dicembre 2020 – scatta l’obbligo di notifica alla Presidenza del Consiglio anche per “azioni di acquisto di partecipazioni, da parte di soggetti esteri, anche appartenenti all’Unione Europea, di rilevanza tale da determinare l’insediamento stabile dell’acquirente in ragione dell’assunzione del controllo della società”Per quanto concerne l’acquisto di partecipazioni da parte di soggetti extra-europei, l’obbligo di notifica scatta per acquisti di partecipazioni “che attribuiscono una quota dei diritti di voto o del capitale almeno pari al 10%, tenuto conto delle azioni o quote già direttamente o indirettamente possedute, e il valore complessivo dell’investimento sia pari o superiore a un milione di euro” prevedendo altresì notifiche per acquisizioni che superino le soglie del 15%, 20%, 25% e 50%. Altra novità prevista dal decreto (Art.16) è che – in violazione degli obblighi o in assenza di notifica – la Presidenza del Consiglio ha la possibilità di avviare d’ufficio il procedimento per l’eventuale esercizio dei poteri speciali. La CONSOB infine – con provvedimento motivato dalla tutela degli investitori nonché di efficienza e trasparenza del controllo societario e del mercato dei capitali – può prevedere per un limitato periodo di tempo una soglia del 5% per le società ad azionariato particolarmente diffuso.  

I timori di operazioni ostili

È indubbio come il dispositivo di protezione degli asset strategici abbia subito una netta accelerazione indotta dagli eventi, così com’è chiaro che ancora tanto resta da fare.

Le disposizioni contenute nel decreto liquidità sono state accolte con favore da gran parte degli addetti ai lavori, tra tutti il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro – che l’ha definito un “vaccino contro il virus delle scalate ostili”  ed il vicepresidente del COPASIR, il Sen. Urso, che da tempo auspicava l’estensione dei settori coperti dallo scudo e la sua applicazione anche a soggetti ostili europei. Non è infatti da trascurare che un grave pregiudizio agli interessi strategici sia arrecato dal “fuoco amico” europeo.

In particolare – in ambito creditizio e assicurativo – le attenzioni di Société Générale e Axa verso UniCredit e Generali preoccupano il COPASIR sotto vari profili, poiché giova ricordare che Piazza Gae Aulenti ed il Leone di Trieste detengono da sole quasi 110 mld € di titoli del debito pubblico italiano. Oltre agli esempi già citati, a spaventare sono pure le dinamiche di esautoramento ed avvicendamento del management italiano allo scopo di acquisire tecnologie e dati, manovre queste sotto la lente di ingrandimento delle Agenzie. Non mancano però le voci contrarie al golden power, tra le quali quella del Prof. Cassese che ha parlato di “segnale di debolezza” e di Franco Debenedetti, che lo definisce uno strumento lesivo dei diritti di proprietà.

Per le fonti legislative si veda:

  • decreto legge n°21/2012 e legge n°56/2012
  • decreto legge n°22/2019
  • decreto legge n°105/2019 e legge n°133/2019
  • regolamento UE n°452/2019
  • decreto legge n°23/2020 “liquidità
Il ruolo delle pandemie nella geopolitica

In questi giorni la pandemia scatenata dal coronavirus ha portato i maggiori esperti in ogni campo ad interrogarsi su quali saranno gli effetti del virus sul futuro a breve, medio e lungo termine. Ovviamente l’impatto della pandemia dipenderà moltissimo dall’evoluzione del virus stesso e la difficoltà, se non l’impossibilità, nel prevedere tali sviluppi rendono ogni previsione passibile di errore, anche grave. È tuttavia nostro compito avanzare delle ipotesi fondate su possibili scenari alternativi o sui precedenti storici, recenti e non. Obiettivo di questo articolo è quindi esaminare, seppur brevemente, l’impatto delle principali pandemie nell’ambito delle relazioni internazionali. 

Il ruolo delle pandemie nella geopolitica - Geopolitica.info

La storia del mondo è costellata di epidemie che hanno contribuito, in alcuni casi, ad alterare il corso degli eventi e a modificare drasticamente il sistema internazionale vigente. Uno dei primi casi documentati è la pestilenza (anche se più probabilmente si trattò di tifo) che colpì Atene nel 430 a.C. e descritta da Tucidide nel suo libro “La guerra del Peloponneso”. Nonostante l’impatto dirompente che il morbo ebbe sulla città e sulle migliaia di morti che causò, tra cui anche quella di Pericle, il più grande statista ateniese, non fu comunque sufficiente ad alterare le sorti del conflitto appena iniziato e che si sarebbe protratto fino al 404 a.C. 

Più significative furono invece le conseguenze che ebbe la peste di Giustiniano che sconvolse l’impero bizantino del VI secolo. Il numero di morti fu così elevato che secondo alcune stime più di un terzo della popolazione del Mediterraneo fu sterminata. Le campagne trionfanti di Giustiniano I il Grande contro gli ostrogoti, infatti, non poterono nulla contro il morbo incurabile. Questo comportò un calo drastico nella popolazione dell’impero, che si trovò così di nuovo facile preda dei barbari non appena Giustiniano venne a mancare. Ciò comportò il tramonto definitivo di ogni possibile rinascita dell’impero romano e l’inizio del Medioevo

La pandemia più nota di tutti i tempi resta tuttavia quella che sconvolse l’Europa a partire dal 1347 e che divenne nota come la peste nera. Il costo elevatissimo in termini di vite (si stima intorno ai 20 milioni di morti, ovvero più di un terzo della popolazione europea di allora) portò ad un nuovo cambio di paradigma nella società dell’epoca, questa volta però in positivo. Il calo demografico rese infatti più prezioso il lavoro di contadini e braccianti, che poterono così ottenere retribuzioni più vantaggiose, le corporazioni furono costrette ad aprire le porte a nuovi membri, piccoli proprietari terrieri ereditarono gli appezzamenti di terra dei loro parenti che non erano sopravvissuti al morbo, arricchendosi così improvvisamente, e molte delle più antiche e nobili casate vennero falcidiate dalla peste. Anche la mentalità e la cultura degli uomini vennero fortemente influenzate dal flagello che si era abbattuto su di loro e che rimise in discussione il rapporto tra Dio e uomo e le certezze della fede. Tutto ciò contribuì ad accelerare la fine della società feudale e gettò le basi per l’avvio della storia moderna e del Rinascimento

L’ultima, forse, delle grandi epidemie che hanno contribuito a modificare profondamente la storia del mondo è quella di vaiolo diffusa dai conquistadores nelle Americhe. Come riporta infatti il biologo e antropologo J. Diamond nel suo famoso libro “Armi, Acciaio e Malattie”, il vaiolo decimò in maniera significativa le popolazioni indigene dell’America Latina, risultando decisivo nella conquista europea del continente e nella successiva colonizzazione. Inoltre, l’oro che confluì nei forzieri spagnoli fu determinante nel rafforzare il ruolo egemonico della Spagna in Europa nei decenni a venire. 

Nei secoli successivi ci furono numerose altre epidemie, incluso un continuo ritorno della peste bubbonica che però, fortunatamente, non eguagliò mai in quanto a virulenza quella del XIV secolo. Solo l’influenza spagnola, avvenuta un secolo fa, è forse paragonabile ad essa per certi aspetti. Si stima infatti che uccise circa 50-100 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi. Nonostante quindi il numero di vittime fosse maggiore in termini assoluti, quello in percentuale fu decisamente inferiore e così anche l’impatto che ebbe nella storia del mondo. Se infatti contribuì ad esacerbare le condizioni di vita di una popolazione già stremata dalla Grande Guerra, uccidendo addirittura più persone dello stesso conflitto, non portò ad un cambio nel sistema internazionale dell’epoca. Come abbiamo visto nei casi precedenti, infatti, perché questo avvenga è necessario che ci sia un calo demografico drastico, nell’ordine di almeno un terzo della popolazione colpita.  

Venendo ai giorni nostri, quindi, è improbabile che il coronavirus possa modificare radicalmente l’ordine internazionale oggi vigente. Nonostante la paura che sta scatenando e le informazioni ancora scarse che abbiamo a disposizione, è difficile immaginare che possa anche solo avere un tasso di mortalità e di morbosità lontanamente paragonabile a quello dell’influenza spagnola. Guardando infatti alle stime elaborate nel 2017 da Madhav e altri per la Banca Mondiale, possiamo vedere come la probabilità annuale che una pandemia di influenza raggiunga o superi il tasso di mortalità globale della pandemia di influenza spagnola del 1918 (111-555 decessi per 10.000 persone) è inferiore allo 0,02 percento. Sebbene il coronavirus sia diverso dal virus dell’influenza, ci si possono ragionevolmente attendere valori non troppo differenti o, addirittura, inferiori dato che, secondo gli stessi autori, il virus dell’influenza è l’agente patogeno che ha le probabilità più elevate di causare una grave pandemia. 

Questo ovviamente non significa che il coronavirus vada sottovalutato o debba essere preso alla leggera, soltanto che è assai improbabile che possa causare un numero così elevato di morti da costituire un vero e proprio spartiacque nella geopolitica globale. 

Medio Oriente: l’instabilità yemenita

Recentemente, è stata adottata la Risoluzioni n. 2511 sul contesto yemenita nell’ambito del più generale quadro medio orientale, con l’obiettivo precipuo di evidenziare l’instabilità politica, di sicurezza, economica ed umanitaria del Paese.

Medio Oriente: l’instabilità yemenita - Geopolitica.info

Con la Risoluzione n. 2511 del 25 Febbario 2020, il Consiglio di Sicurezza ha voluto dapprima ribadire la necessità del raggiungimento dell’unità, della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale yemenita, nel più ampio e complesso quadro medioorientale, esprimendo grande preoccupazione per le innumerevoli sfide che lo Yemen si trovava ad affrontare: a partire dal quadro politico, passando per quello della sicurezza, dell’economia ed arrivando al contesto umanitario. 

Con riguardo a quest ultimo contesto, quello umanitario, il Consiglio di Sicurezza, rifacendosi al Report Finale (S/2020/70) del Panel di Esperti (istituito ai sensi della risoluzione n. 2140 del 2014), ha espresso profonda preoccupazione per i numerosi e reiterati casi di violazioni dei diritti umani, come abusi sessuali nelle zone controllate da Houthi, reclutamento di bambini soldato nei conflitti armati, sparizioni forzate e le minacce scaturenti dal trasferimento ed uso illecito delle armi (di cui si prevedeva l’emargo già al par. 14 della risoluzione n. 2216 del 2015).    

Un’ulteriore questione emersa, nella disamina dei problemi concernenti lo Yemen, ha riguardato l’interrelazione scaturente tra rischi ambientali da un lato, e le difficoltà incontrata da parte dei funzionari Onu nello svolgere quanto previsto nel mandato, come le ispezioni alla petroliera Safer, nel nord del Paese e sotto controllato Houthi, dall’altro. 

Già da questi primi elementi summenzionati, si potrebbero facilmente evincere le sfide che lo Yemen è chiamato a fronteggiare, motivo per il quale, lo stesso Consiglio di Sicurezza, nell’ambito di tale risoluzione, ha  posto in evidenza l’importanza della volontà da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto yemenita per addivenire ad una risoluzione delle controversie, tramite il dialogo e la consultazione e  rifuggendo  altresì la violenza per il perseguimento di qualsivoglia obiettivo politico, ribadendo poi l’obbligo imprescindibile, del rispetto del diritto internazionale, del diritto umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani, e ringraziando al contempo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, per l’impegno profuso, nell’ambito del processo di transizione yemenita, da parte dell’Inviato Speciale per lo Yemen, Martin Griffiths

Dopodiché, è stato evidenziato come il quadro di instabilità generale fosse stato aggravato dalla presenza dei gruppi terroristici  affiliati ad AQAP (Al-Qaida nella Penisola Arabica) e al Da’esh (ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), i quali detenendo il controllo di tutto il Paese, hanno prodotto un impatto destabilizzante sullo Yemen e nella regione circostanze, concorrendo ad aggravare la già precaria situazione umanitaria delle popolazioni civili ivi presenti.  

Per tali motivi, gli sforzi del Consiglio di Sicurezza nel voler implementare misure quali elenchi di individui, gruppi ed imprese segnalati per finalità terroristica, così come le sanzioni annesse (come ricordato dal par. 2 della risoluzione n. 2253 del 2015), e la collaborazione da parte degli Stati membri della regione per incoraggiare una maggiore facilitazione tra le parti, sono stati considerate imprescindibili all’interno di tale risoluzione, quale mezzo per combattere l’attività terroristica nello Yemen (sulla base delle precedent risoluzioni n. 2140 e n. 2216 ). 

Infine, si è espressa grande preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, resa ancor più drammatica dalle interferenze riscontrate nelle operazioni di aiuto, assistenza e nella consegna di beni primari alla popolazione civile, nelle zone controllate da Houthi. 

Per tutto quanto summenzionato, il Consiglio di Sicurezza ha evidenziato altresì la necessità e l’urgenza che il Comitato (istituito ai sensi del par. 19 della risoluzione n. 2140) evidenzi le raccomandazioni contenute nelle relazioni del Panel di Esperti, istituiti a tale proposito. 

Ma qual era la situazione precedente l’approvazione della risoluzione n. 2511?  

Nel Comunicato Stampa  del 30 gennaio 2020, l’allora Presidente del Consiglio di Sicurezza Dang Dinh aveva riportato le molte preoccupazioni dei membri del Consiglio di Sicurezza, in merito all’escalation di violenza in alcune zone dello Yemen, come  Nehm e Al Jawf  e al loro impatto sui tanti civili, in gran parte sfollati, in seguito alle violenze stesse, oltre al fatto che tale ripresa delle ostilità, concorresse a minare i progressi raggiunti, faticosamente, nel corso del periodo precedente.   

Tutto ciò portava poi gli Stati membri a chiedere con fermezza l’immediata cessazione delle ostilità, l’eliminazione di qualsivoglia forma di violenza, insieme al rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani, soprattutto con riguardo alle categorie più vulnerabili quali donne e bambini; oltre al perseguimento dei responsabili di gravi crimini. Parallelamente, veniva rinnovato il pieno sostegno agli sforzi profusi da parte dell’Inviato Speciale del Segretario Generale per lo Yemen, auspicando altresì una nuova distensione che potesse porre le premesse per successivi negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite, ponendo così le premesse, auspicabili, per la fine del conflitto e l’instaurazione di una transizione pacifica nel Paese.  

All’interno del medesimo comunicato stampa, gli Stati membri accoglievano favorevolmente il  ponte aereo di evacuazione medica-da Sana’a ad Amman e al Cairo- fissato per il successivo 27 gennaio, ribadendo altresì la richiesta alle parti in conflitto del mantenimento del cessate il fuoco ed auspicando auspicavano  una più assertiva attuazione dell‘Accordo di Stoccolma, parallelamente agli impegni per una soluzione politica inclusiva (come previsto dalla risoluzione n. 2216 del 2015, dall’iniziativa del Consiglio di Cooperazione del Golfo  e dall’esito della Conferenza  Globale del Dialogo Nazionale), così come, precedentemente, avevano  accolto favorevolmente l’impegno   ad attuare l’Accordo di Riyadh.   

Infine veniva chiesta l’immediata cessazione di tutte le intimidazioni nei confronti degli operatori umanitari, consentendo a questi di poter prestare assistenza e far arrivare le forniture previste, soprattutto nel nord del paese e ribadendo quanto fesse importante per il Consiglio di Sicurezza che lo Yemen riuscisse ad incamminarsi verso una stabilizzazione generale, attraverso il raggiungimento della propria unità, sovranità, indipendenza  ed integrità territoriale. 

L’approvazione della risoluzione n. 2511 

 Il Consiglio di Sicurezza, visto il permanere se non in alcuni casi l’acuirsi dell’instabilità generale presente nel Paese ha deciso, ad esempio di prorogare le misure previste ai par. 11 e 15 della risoluzione n. 2140, rispettivamente sul congelamento temporaneo di attività finanziarie, risorse economiche prsenti sul  territorio  yemenita e possedute o controllate dalle persone o dai gruppi collegati ad attività terroristiche (e come tali segnalati dal Comitato, in base al par. 19 della stessa risoluzione) e sul divieto di ingresso o transito sul territorio yemenita alle stesse persone, fino alla data del 26 Febbraio 2021.  

Inoltre, sono state ribadite le disposizioni dei paragrafi 12, 13, 14 e 16 della medesima risoluzione n. 2140 con riferimento a: 

  • Misure imposte dal par. 11 di cui sopra che non vanno applicate nei casi di risorse economiche, attività finanziarie o fondi  necessari a far fronte a spese quali l’acquisto di generi alimentari, medicinali o cure mediche, così come il pagamento di affitti, spese legali  o amministrative, o spese straordinarie (queste ultime notificate dagli Stati interessati al Comitato e da questo essere approvati (par. 12); 
  • Sempre in base al par. 11, sono consentiti da parte degli Stati, versamenti di interessi o profitti su conti, derivanti da contratti, stipulati prima del congelamento dei conti medesimi (par. 13)
  • In base al par. 11, se persone o gruppi rientranti negli elenchi di coloro che sono stati segnalati dal Comitato devono effettuare pagamenti nell’ambito di un contratto concluso prima dell’inserimento nell’elenco.possono farlo, purché tali pagamenti non siano collegati e ricevuti da altra persona o entità posta nell’elenco e previa notifica al Comitato da parte degli Stati interessati (par. 14); 
  • Le misure del par. 15 di cui sopra invece non vengono applicate quando il Comitato, o uno Stato (che dovrà darne notifica al Comitato medesimo) valutino uno spostamento giustificato da esigenze umanitarie, compresi gli obblighi religiosi; in osservanza ad un procedimento giudiziario; se volto a favorire obiettivi che favoriscano la pace e la riconciliazione nazionale; e quando uno Stato stabilisce, caso per caso, che tale ingresso o transito è necessario per far progredire la pace e la stabilità nello Yemen (par. 16); 

A quanto summenzionato, vengono annoverate, da parte del Consiglio di Sicurezza, anche le disposizioni dei par. 14 e 17 della risoluzione n. 2216, rispettivamente in merito a persone e gruppi segnalati, che agiscono per conto di gruppi terroristici o meno, che si servono di mezzi quali navi ed armi così come di assistenza tecnica, finanziaria o di altro tipo e con riferimento ad ispezioni da parte degli Stati membri. 

In aggiunta, il Consiglio di Sicurezza ha ribadito una ferma condanna dell’uso della violenza sessuale nei conflitti armati, così come dell’impiego di bambini soldato nei conflitti stessi, in quanto violazione del diritto internazionale (par. 18 della risoluzione n. 2140) ed atti che minacciano la pace, la sicurezza o la stabilità dello Yemen, (par. 17della stessa risoluzione n. 2140). 

Inoltre si è decisa una proroga del mandato del Panel di Esperti fino al 28 marzo 2021  (par. 21 delle risoluzioni n. 2140 e n. 2216), con l’intenzione di rivedere il mandato e adottare le misure appropriate per la proroga, stabilendo al contempo che il Panel dovrà cooperare con altri Panel di esperti in sanzioni, precedentemente istituiti dalle risoluzioni n. 1526 del 2004 e n. 2368 del 2017. Ovviamente, perché il lavoro di tali panels proceda speditamente e senza tentennamento alcuno è necessario che venga garantita loro, da parte di tutti-parti in conflitto, Stati membri ed organizzazioni- tutta la cooperazione, sicurezza ed il libero accesso a persone, documenti e luoghi, possibile, seguendo altresì quanto riportato nella Relazione del Gruppo di Lavoro Informale sulle Questioni Generali delle Sanzioni (S/2006/997) in merito alle best practices da adottare. 

Per concludere, si può ben vedere quanto il panorama yemenita riportato nella presente risoluzione continui ad essere particolarmente instabile, rappresentando una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Da ciò ne scaturisce l’auspicio per una repentina attuazione della transizione politica, che tenga conto di quanto stabilito precedentemente, per mezzo della Conferenza Globale del Dialogo Nazionale, del Consiglio di Cooperazione del Golfo, di questa e delle precedenti risoluzioni in materia, al fine di raggiungere l’obiettivo di una stabilizzazione generale, che porti giovamento in primis e finalmente alla popolazione del luogo.