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L’Islam, la legge, la guerra

Ci sono fasi storiche, osserva Montesquieu nelle sue “Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani”, in cui alcuni paesi diventano eccezionalmente pericolosi per i propri vicini. E’ il caso, ad esempio, dei paesi in preda ad una guerra civile, dove non ci si scontra armée contre armée, ma faction contre faction, sicché alla fine la società civile scompare perché – come dice il grande filosofo illuminista – “ogni uomo é soldato”. E, nel non infrequente caso in cui due o più delle fazioni in lotta (siano esse ideologiche, religiose o addirittura culturali) esistano anche in altri paesi, lo scontro finisce inevitabilmente per traboccare oltre i confini, trasformando anche qui ogni uomo in soldato, e trascinando tutti nel suo implacabile gorgo.

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Non è difficile riconoscere nella crisi che oggi sconvolge la Francia alcune delle caratteristiche della situazione descritta da Montesquieu. All’origine c’è l’interminabile conflitto mediorientale, in cui il numero dei soggetti non fa che moltiplicarsi, assumendo ciascuno di volta in volta aspetti molteplici e mutevoli: Israeliani, Palestinesi, Hamas, Arabi, Ebrei, Musulmani, Sciiti, Iraniani, Sunniti, Alawiti, Curdi, Turchi, Sauditi, wahhabiti, Fratelli musulmani, Baathisti, Hezebollah, terroristi di al Qaeda, jihadisti del Califfato, eccetera, eccetera, eccetera.

E l’inestricabile groviglio di scontri politici, militari, religiosi, tribali, settari e “culturali” che deriva da questa guerra di tutti contro tutti è traboccato e si è riprodotto a Nord delle Alpi, coinvolgendo comunità emigrate e diaspore. E la cosa più grave della strage di Charlie Hebdo è che non si tratta di un evento non nuovo, ma di una straordinaria tragedia che fa vedere uno scenario immutato rispetto a quello drammatico già messo in luce dalle bombe del 7 Luglio 2005 a Londra (56 morti e 800 feriti) e dalla “crisi delle banlieues” francesi del Novembre 2005 (“solo” due morti, ma 21 notti di scontri ininterrotti tra polizia e figli di immigrati, con 3000 arresti e diecimila automobili e fabbricati dati alle fiamme).

Una inquietante sorpresa

Dieci anni sembrano così passati invano, e lo scenario è sempre lo stesso: uno scenario di tensioni che sconvolgono società formalmente in pace ormai da settant’anni, ma in cui comunità allogene assai numerose, e che in precedenza sembravano percepire se stesse come pacifiche componenti di un ricco e articolato mosaico sociale, mostrano invece di sentirsi come diverse, discriminate o in pericolo. E dove ormai non solo ogni uomo, ma anche ogni donna o bambino, può essere un soldato, un nemico, e costituire una minaccia.

I due cittadini francesi autori del raid condotto contro il giornale satirico – ma politicamente molto “impegnato” –  che, all’inizio del 2015, hanno sconvolto la Francia più di ogni altro precedente episodio, erano infatti di origine magrebina, così come lo sono molti milioni di Francesi, e così come lo sono alcune delle loro vittime. Pur essendo già schedati, sono riusciti a prendere di sorpresa le forze dell’ordine, mettendone in luce quella che sembra essere una drammatica e generale impreparazione.

Ciò  risulta piuttosto sorprendente e inquietante in un Paese, la Francia, dove i flussi migratori – che servono a compensare una secolare scarsità e bassa fertilità della popolazione – vengono studiati e seguiti con molta attenzione. E non da oggi, se si tien conto del fatto che già il Maresciallo di Francia (e grande costruttore di fortificazioni) Sébastien Le Prestre, Marchese di Vauban (1633-1707) insistette a lungo con Louis XIV, il Re Sole, perché venisse affrontato il problema di “connaitre et accroitre les peuples du Royaume”, considerati numericamente insufficienti a presidiare il territorio. Un problema che si aggraverà  senza trovare, sino ad oggi, altra soluzione che l’immigrazione. E ciò soprattutto a partire dal periodo napoleonico, che aveva portato non solo ad enormi perdite umane, ma anche ad una caduta della fertilità, col diffondersi della preferenza per il figlio unico, una sorta di rifiuto delle famiglie di allevare dei figli solo per nutrire d’uomini la fanteria dell’Imperatore.

Un fondamentalisme des lumières ?

Questi fenomeni sono ovviamente ben noti, e vengono seguiti e studiati con molta attenzione nella società francese – tanto a livello di ricerca politico-sociologica, quanto a livello di governo. Ma l’approccio ai fenomeni migratori è danneggiato da due presupposti che vengono considerati indiscutibili. Il primo è una sorta di ideologia – il laicismo –  che porta ad un atteggiamento estremamente rigido in materia di laicità, non solo da parte delle autorità dello Stato, ma da parte di tutta la Società, al punto di imporre una sorta di cecità ufficiale non solo per le questioni religiose, ma addirittura per lo stesso fenomeno della religiosità.

Accade così che in Francia, per estremismo laicista, per questa sorta di “fondamentalisme des lumières”, si è giunti, neanche i censimenti acquisiscano informazioni certe sulla religione dei censiti. E di conseguenza, non si sa con precisione neanche quanti siano veramente i Musulmani, cittadini e non, che vivono nel paese. Forse sono il 10% o il 15 % della popolazione totale, in gran parte economicamente integrati (cioè occupati in attività complementari o analoghe a quello dei non musulmani) ma non si sa quanto ideologicamente o psicologicamente assimilati.

Il secondo presupposto é che l’immigrato, prima ancora che integrato economicamente e socialmente, debba essere assimilato culturalmente e quindi politicamente. Un presupposto che si spiega con il fatto che la Francia ha sempre visto l’immigrazione più come un flusso di possibili soldati che come un flusso di braccia da lavoro. E vuole potersi fidare di quelli cui mette un fucile in mano.

Ciò è ben messo in risalto dal confronto con la Germania, che al contrario della Francia non ha mai mancato di truppe, e che da secoli (dopo guerre feroci e sanguinose tra cattolici e protestanti) si è abituata alla diversità religiosa, tanto da poter oggi accettare anche nuove diversità. Cosicché, da un lato la Merkel può affermare che “l’Islam fa parte della Germania”, e dall’altro il suo governo abbandona con estrema lentezza il principio che “Tedeschi si nasce, e non si diventa”, concedendo solo col contagocce la cittadinanza ai membri della grande componente turca ormai radicata sul suo territorio.

A rendere la strategia assimilazionista di difficilissima applicazione è venuto il fatto che, a partire dagli anni sessanta del ventesimo secolo, gli immigrati in Francia non provenivano più da paesi cattolici come il Portogallo o la Spagna, ma dalle ex-colonie musulmane del Maghreb e dell’Africa Occidentale. E poi, il fatto che, già prima che la globalizzazione venisse ad abbattere le frontiere, il progresso tecnico aveva reso possibile la facile e rapida circolazione delle informazioni e della cultura popolare dei paesi d’origine.

Non bisogna infatti pensare che le migrazioni di oggi, come quelle dei Turchi in Germania o dei maghrebini in Francia, siano comparabili a quella degli Italiani in America alla fine dell’Ottocento. Allora, si trattava di uno sradicamento pressoché totale, e di una interruzione radicale dei contatti con la propria cultura, che rendevano inevitabile l’assimilazione al nuovo ambiente. Già subito dopo le prime ondate migratorie turche verso la Germania sono invece diventati disponibili, sul territorio tedesco, alcuni canali della televisione pubblica turca che per molti anni hanno consentito – e in molti casi ancora consentono – agli uomini venuti a vendere in Germania la forza delle loro braccia, di vivere fuori dalle ore lavorative in maniera pressoché estranea al paese in cui hanno trovato occupazione, in una sorta di Turchia immaginaria, anche se inserita in una realtà che garantisce occupazione e un certo benessere. Per non parlare, dei bambini in età prescolare e di quelle mogli degli immigrati che non sono entrate nel mercato tedesco del lavoro, e che di creano un ambiente familiare praticamente immutato rispetto a quelli del paese d’origine. Inevitabilmente, ciò rallenta ogni possibile processo di assimilazione.

E non può mancare di suscitare conflitti identitarii, specie nelle società, come quella francese in cui la laicità cessa di essere un atteggiamento di apertura mentale, e si trasforma in un ideologia laicista con risvolti aggressivi ed irriguradosi della libertà altrui.

Figli e figliastri

Diverso e più complesso il caso dei maghrebini in Francia. La molteplicità delle emittenti in lingua araba ha reso – nonostante i tentativi del governo francese di creare vari tipi di ostacoli alla ricezione nel territorio nazionale – pressoché incontrollabile la circolazione tanto delle idee quanto della propaganda, anche di quella dei gruppi terroristici che hanno imperversato in Algeria negli anni novanta, e che oggi cercano di reclutare adepti tra i disadattati dei paesi occidentali, in particolare i “disadattati culturali” di origine islamica. E’ venuto poi il turno dei social networks, che a partire dall0inizio del nuovo secolo hanno sostituito le TV presso le  seconde e terze generazioni, che hanno perso molto in termini di conoscenza della lingua dei padri, ma che compensano questo handicap con la capacità di “navigare” in rete.

In realtà, i giovani veramente disadattati nelle minoranze islamiche in Francia non sono poi moltissimi, perché lo sforzo di scolarizzazione, e quindi di nazionalizzazione, ha avuto nel complesso un certo successo. Ed essi non costituirebbero un problema se negli ultimi anni non fossero intervenuti due altri fattori: un fattore socio-economico, la crisi economica internazionale, che investe assai gravemente la Francia, ed un fattore più propriamente demografico, quello dell’età media della comunità immigrata.

A partire dalla crisi economica mondiale del 2006, la situazione delle minoranze provenienti dall’immigrazione, e in particolare delle seconde e terze generazioni, ha infatti assunto in Francia  caratteri che possono essere chiariti facendo un confronto (anche se piuttosto forzato) con l’Italia, dove infuria la polemica sulla questione “garantiti”/non “garantiti”, dove cioè esiste un chiaro conflitto di interessi tra coloro che sono già entrati nel mercato del lavoro, e le classi più giovani che non riescono ad entrarvi. E che esprimono il loro disagio votando i “partiti della rabbia” come quello di Grillo, o di altri demagoghi.

In Francia, la situazione è simile, ma assai più conflittuale, perché i giovani (e quindi gli esclusi dal mercato del lavoro) sono quasi tutti figli di immigrati. Infatti, anche se dopo l’arrivo in Europa il tasso di fecondità delle donne immigrate tende ad adeguarsi rapidamente al nuovo contesto sociale, queste, negli ultimi trent’anni, hanno comunque fatto più figli delle Francesi de souche, anche per il semplice motivo che chi emigra è mediamente assai più giovane di chi resta a casa propria.

E poi c’è un terzo fattore negativo: la politica seguita in Francia in materia di edilizia popolare, che ha portato alla protezione e riqualificazione dei centri storici – anche di quelli popolari, che sono stati spesso gentrified, cioè trasformati in concentrazioni di boutiques e di ristoranti –  ed alla concentrazione degli immigrati in periferie dense di enormi palazzoni popolari, dove essi convivono con grande difficoltà con parte della popolazione espulsa dai vecchi quartieri popolari. Si tratta di autentici ghetti, che le amministrazioni comunali hanno fatto sorgere il più lontano possibile dai centri storici: caso estremo e significativo essendo quello del Comune di Neilly-sur-Seine, di cui è stato per vent’anni Sindaco Nicolas Sarkozy, che cumulava peraltro anche il ruolo di Deputato al Parlamento. Multata più volte per non aver creato il numero minimo obbligatorio di residenze popolari sul proprio territorio, la Municipalità di Neuilly si fece alla fine promotrice di un accordo con altri tre comuni confinanti per creare un unico ghetto nella parte più estrema dei loro territori, dove concentrare tutti gli immigrati.

Infine, quarto e più grave fattore di esclusione, è quello della rappresentanza politica. Siccome in Francia, per acquisire il diritto di voto, bisogna “registrarsi”, come in America, e in pochissime famiglie di  immigrati c’é l’esempio di qualche parente registrato, pochissimi giovani appartenenti alla categoria dei “non garantiti” vanno effettivamente a votare.

Si ha così una quadruplice condizione di disagio (incompleto radicamento socio-culturale, disoccupazione, ghettizzazione territoriale, assenza della “valvola di sfogo” elettorale), quello che alla fine lo stesso Primo Ministro Valls ha dovuto chiamare col suo nome: “un apartheid territorial, social, ethnique”. Terreno perfetto per creare frustrazione e rabbia, che si è espressa più volte in disordini di piazza e in vere e proprie sommosse. E che oggi promette di facilitare all’estremismo islamico il reclutamento dei più disadattati, o anche semplicemente di chi attraversa una fase di crisi adolescenziale.

La France et son Armée

Dall’altro lato, dal lato della Francia, la tragedia di Charlie Hebdo, ha fatto nascere non poche critiche, che spesso sono state taciute o quasi solo per amor di patria, o per conformismo. Di fronte alle inefficienze ed agli errori commessi dalle autorità in occasione del prevedibile attacco contro il settimanale satirico, non si può però evitare di chiedersi se le autorità non abbiano tenuto troppo poco conto della situazione di disagio di una parte della popolazione proveniente dall’immigrazione, o se la sua classe dirigente non sappia più combattere e fare politica.

Pur nell’evidente carenza di leadership apparsa durante la presidenza Hollande, è veramente incredibile come la classe politica francese, che è estremamente ristretta, abbia sottovalutato il pericolo di questa situazione. Con l’esclusione del viscido Front National, che invece ne vive e vi specula. Questa ridotta élite è sinora riuscita a mantenere uno Stato ben funzionante grazie ad una burocrazia ben preparata e sostanzialmente onesta, in cui non sono pochi gli elementi provenienti dall’immigrazione, e sembra convinta di poter continuare così, nel più perfetto immobilismo politico. E senza suscitare fenomeni come quelli che, a partire dal 2011, e ancor più a partire dal 2013, hanno cercato di rinnovare e rendere più dinamico il panorama politico italiano.

Si può ovviamente sospettare che questa situazione – in cui le minoranze sempre più disadattate non vanno neanche a votare – abbia sinora fatto troppo comodo alla classe più propriamente politica, per spingere ad affrontarla con la serietà dovuta, andando oltre la semplice imposizione “della legge e dell’ordine”, e di una insistente azione in ambito scolastico.

Il fatto che le autorità francesi abbiamo cercato di ignorare e di rinviare il problema più che affrontarlo, è evidente anche nelle due più importanti misure prese, in campo militare,  per tenere conto dell’alienazione culturale delle classi giovani di origine straniera, e dei rischi che ciò poneva relativamente all’affidabilità degli uomini in armi. Prima si è offerto ai cittadini francesi chiamati al servizio militare la possibilità di sostituirlo con il servizio nell’esercito algerino: un chiaro tentativo di togliere dalle caserme francesi gli elementi che più si sentivano legati al paese d’origine, e che potevano diventare delle “mele marce” capaci di contagiare i loro commilitoni con il patriottismo per un Paese diverso dalla Francia. E circa duemila giovani l’anno – un numero che in definitiva mostra come l’attaccamento al paese d’origine non fosse poi così forte – hanno in passato accettato questa soluzione.

Successivamente, però, si è deciso di passare a riforme più radicali. Rompendo con la tradizione  che voleva che l’esercito fosse “il popolo in armi”, tradizione che risaliva alla Rivoluzione del 1789, è stata perciò del tutto abolita la coscrizione obbligatoria, e la si è sostituita con l’esercito di mestiere, dove – ovviamente – i figli di immigrati e gli islamici sono moltissimi, ma vengono selezionati in maniera da garantire che siano “assimilati”, e che si sentano francesi. Ciò però ha avuto una conseguenza tragica, perché è significato rinunciare, per un gran numero di giovani cittadini francesi provenienti dall’immigrazione, a quel formidabile strumento formativo ed assimilativo che è il servizio militare. Si è insomma finito per dividere i giovani francesi tra “figli” e “figliastri”, i quali ultimi sono stati abbandonati definitivamente alla diversità.

La Francia, insomma, ha certamente preservato, con l’esclusione degli elementi “a rischio” uno strumento militare che le può consentire di combattere guerre come quelle del passato, ad esempio come la guerra contro il Nazismo, o le recenti guerre neo-coloniali in Africa, ad esempio in Costa d’Avorio. Ma solo per ritrovarsi in difficoltà di fronte ad una sfida sul proprio territorio, all’interno stesso della società francese, e che proviene da quei “figliastri” che aveva abbandonato a se stessi.

Per molti aspetti, non c’è dubbio che la guerra che la Francia è oggi chiamata a combattere sia sempre della stessa guerra che essa ha combattuto negli ultimi due secoli dopo la Rivoluzione, la guerra tra ragione e fanatismo. Solo che questa volta questa guerra va combattuta con nuovi soldati e nuovi eroi: eroi come il poliziotto Ahmed, abbattuto a sangue freddo dai terroristi mentre, nel compimento del suo dovere, era in strada a proteggere anche quelli che nella redazione di Charlie Hebdo ironizzavano sulla sua religione. Ahmed è uno splendido e tragico esempio di questa integrazione nella cultura francese. Probabilmente non conosceva Voltaire, ma aveva assorbito il senso delle sue parole: “Je déteste vos idées, mais je suis prêt à mourir pour votre droit de les exprimer”.

Solo che il poliziotto Ahmed era stato riconosciuto come “figlio”, era integrato in un corpo che aveva contribuito alla sua assimilazione. Mentre un grandissimo numero di giovani è stato abbandonato, a cimentarsi da solo con la grande questione che l’appartenenza all’Islam pone a chi vive a cavallo tra due culture. E ciò, purtroppo, non solo in Francia, ma anche i altri paesi, in particolare – come si è visto finora – in Inghilterra e in Olanda.

La questione islamica

Perche, in un mondo ormai dominato dalla cultura occidentale di matrice cristiana, una “questione islamica” indubbiamente esiste, ed è legata ad una fondamentale differenza tra due religioni che per tanti versi sono legate  dalla stessa origine, il monoteismo di origine ebraica. Ed è una questione che non può essere ignorata solo per malinteso laicismo, e per deliberata cecità, o per quieto vivere.

In termini estremamente semplificati, la questione islamica è dovuta a due fattori, la rigidità dottrinale dell’Islam, e l’assenza di un equivalente del Papato. Per comprenderla, basta risalire alle parole dello stesso fondatore del Cristianesimo. Nella formula cristiana “date a Cesare quel che è di Cesare, e date a Dio quel che è di Dio” viene stabilito da una fonte inoppugnabile che, per i Cristiani, oltre alle leggi imposte dalla volontà divina, che sono in principio immutabili, c’è una sfera di leggi imposte dal potere politico temporale, leggi queste ultime che possono perciò essere cambiate per adattarle ai tempi. Nell’Islam, invece, tutta la legge è di origine divina, ed è quindi immutabile, almeno in linea di principio. E questa rigidità dottrinale fa sì che, nei quindici secoli trascorsi dalla sua predicazione, e in un mondo  che cambia a velocità sempre più accelerata, l’Islam si è trovato in difficoltà crescente ad inquadrare e regolare il flusso di novità tecniche e sociali cui diamo il nome di “modernizzazione”.

Per quello che riguarda il secondo fattore, l’assenza di una autorità che possa fare un’esegesi ufficiale del dettato divino, alcune parti del mondo islamico, come il Regno Saudita (la cui interpretazione dell’Islam, quella wahhabita, è estremamente rigorosa) hanno risolto il problema dotandosi di un specie di Parlamento non elettivo, ed ovviamente non legislativo, cioè di un’Assemblea di “Dottori della Legge e della Fede” che, pur non potendo promulgare nuove leggi, interpreta quelle esistenti in un duro e lentissimo sforzo di inglobare la modernità tecnica nella legge islamica.

Analoga cosa accade nel mondo sciita, come in Iran, dove esiste un clero che è riuscito – come fa il Papato per la fede cattolica – a progressivamente inquadrare nel diritto islamico novità assolute come il voto popolare, il referendum e persino il cambiamento di sesso.

Ma tanto l’Arabia saudita quanto il mondo sciita rappresentano solo una parte assai minoritaria credenti, sono un’eccezione nell’enorme corpo dei fedeli dell’Islam. Nella grande maggioranza essi sono in una posizione analoga a quella in cui si trovano, nel mondo cristiano, i protestanti, ciascuno dei quali dovrebbe trarre insegnamento direttamente dalla Bibbia,  ma essendone incapaci finiscono per raggrupparsi in sette piccole o grandi, sempre a rischio di essere plagiati da qualche predicatore invasato o più o meno criminale. I Musulmani sono, insomma, pressoché soli con se stessi nel terribile compito di decidere ciò che è bene e ciò che è male, in quali occasioni bisogna strettamente attenersi a quanto stabilito dalla tradizione e in quali no, e che cosa si può accettare e che cosa va invece respinto delle novità che vengono prodotte a getto continuo nel mondo occidentale, cioè della modernità che dal mondo cristiano si trasferisce a tutti i popoli della Terra.

Su questa solitudine, e sulla titanica difficoltà a conciliare legge religiosa e modernità, punta la strategia messa in atto dai sanguinari terroristi dell’Isis, una strategia di reclutamento in Occidente di uomini e donne incapaci di un compito così difficile come quello di orientarsi moralmente tra due culture. Nel caso di Charlie Hebdo, tra i “figliastri” che la Francia ha abbandonato a se stessi.

La modernità in Medio Oriente ed il ripiegamento islamico

Lo stesso movimento a favore dell’ISIS e della rifondazione del Califfato è, per certi versi, figlio della “questione islamica”. Certo, è assai difficile entrare nella mente dei fondatori dello Stato Islamico. Per cercare di darne una spiegazione razionale, e una spiegazione fondata sulla tormentata storia del Medio Oriente negli ultimi due secoli, occorre lasciare da parte, per brevità, il tentativo di Mohamed Ali, già ai primi dell’Ottocento, di modernizzare l’Egitto traumatizzato dall’invasione napoleonica, sottraendolo al Califfato turco, così come lo sforzo – un pò meno fallimentare – dei Giovani Turchi di trasformare lo stesso Impero Ottomano in un’entità funzionale al mondo contemporaneo. Occorre, poi, lasciare da parte la rivoluzione di Ataturk, che ha fatto sì che la Turchia sia oggi uno delle poche entità stabili nel mondo islamico; occorre insomma concentrare l’attenzione sugli eventi che hanno caratterizzato il mondo arabo-sunnita nel corso del Ventesimo secolo.

In questo ambito geografico e temporale, sembra infatti difficile contestare che il ripiegamento sul mito della restaurazione del Califfato e sul progetto dello Stato Islamico (che si può – per rozza esemplificazione – considerare l’equivalente islamico dell’Impero Medioevale di Carlo Magno e dei suoi successori)  nasca da un’amara delusione subita nell’affrontare la modernità. Nasca cioé dalla delusione per il fallimento dei due tentativi di modernizzazione ed occidentalizzazione politica effettuati dal mondo arabo nel secolo scorso, il tentativo fondato sul nazionalismo e quello fondato sul socialismo.

Alla prima di queste due ideologie europee, il nazionalismo, che prese la forma del partito laico Baath, fondato negli anni ’30 dal cristiano Michel Aflak, si richiamava il musulmano sunnita Saddam Hussein, e si richiama ancora oggi il siriano Assad, un alawita, cioè membro di una setta derivata dallo sciismo. Alla seconda ideologia venuta dall’Europa, il socialismo, si ispirarono a partire dagli anni 50, l’Egiziano Nasser e tutti i suoi epigoni, l’ultimo dei quali è stato il Colonnello Gheddafi.

Nessuna di queste due ideologie, né il nazionalismo, né il socialismo, ha però avuto successo nel tentativo di modernizzare ed europeizzare il mondo arabo. Né hanno, né l’una, né l’altra, ottenuto molto sostegno da parte del mondo moderno e già europeizzato. Anzi, tutti i regimi prodotti da queste due ideologie nel mondo arabo-islamico si sono scontrati con l’ostilità dell’Occidente, e dell’Inghilterra in primo luogo. Simbolici da questo punto di vista il rifiuto occidentale di prestare all’Egitto i fondi necessari per la costruzione della grande diga di Assuan, e l’attacco militare anglo-franco-israeliano che fece seguito alla decisione del Cairo di procedere comunque, nazionalizzando il Canale di Suez. Gli USA, dal canto loro, hanno da sempre preferito – per ragioni legate al petrolio – l’amicizia dei fondamentalisti sauditi, che vedevano i regimi modernizzanti ed occidentalizzanti, nazionalisti o socialisti che siano, come nemici mortali.

E’ perciò indubbio che lo Stato Islamico rappresenti la presa d’atto di un fallimento, una dolorosa rinuncia storica ai modelli europei, ed un ritorno ad un modello arcaico ed assolutamente improponibile nel mondo di oggi. Come è chiaro che da questo assurdo ritorno al passato non possono nascere che disgrazie in primo luogo per lo stesso mondo arabo-islamico, e quindi stragi e guerre, destinate peraltro a traboccare, come spiegato da Montesquieu, anche al di fuori dei suoi confini. Anche perché, in Occidente, nessuno sembra avere la risposta alla domanda su come sia possibile combattere lo Stato Islamico, senza aprire una fase di terrorismo ancora più estremo e ancora più cieco.

 

Queste riflessioni sono ispirate da un’intervista con Massimo Micucci, in “Il Rottamatore.it” ‪tinyurl.com/npobatc

Una versione precedente, e più breve, di questo articolo è stata pubblicata su Limes, Gennaio 2015

 

Operation Barkhane: goals and reasons why it could fail

At the beginning of December, French army announced the kill of one of the  most influent men linked to terrorism in the Sahara region, Ahmed al-Tilemsi.  He was the founder of the Movement for Oneness and Jihad in West Africa (MUJAO), implicated in various crimes, like drugs and arms  dealing, bombing attacks and kidnappings. The group was also responsible for the death of Frenchman Gilberto Rodrigues, abducted in 2012.

Operation Barkhane: goals and reasons why it could fail - Geopolitica.info

This represents one of the biggest achievements of Barkhane, the operation launched by French army in July 2014. But what is it specifically this operation and what are its goals?

The operation Barkhane is the successor of the operation Serval, that started in January 2013 in order to push jihadist out of northern Mali, and the operation Epervier, that has been taken place in Chad since 1986. Around 3,000 soldiers have been deployed in four permanent bases located in five different countries: headquarters and air force in the Chadian capital of N’Djamena under the leadership of French Général Palasset; a regional base in Gao, north Mali, with at least 1,000 men; a special-forces base in Burkina Faso’s capital, Ouagadougou; an intelligence base in Niger’s capital, Niamey, with over 300 men; the air base of Niamey, which hosts drones in charge of gathering intelligence across the entire Sahel-Saharan region. Aside from these four permanent bases, several temporary bases will be created with an average of thirty to fifty men, where and when required.

Being deployed in Africa is not something new for French army, but today the aims have changed drastically. In the past, French troops used to intervene in former African colonies in order to overthrow or put in charge governments, or to stop bloodsheds after a revolution or during a civil war. Nowadays, terrorism is the new enemy to defeat.

According to French Defence Minister, Jean-Yves Le Drian, “The aim of Barkhane is to prevent what I call the highway of all forms of traffics to become a place of permanent passage, where jihadist groups between Libya and the Atlantic Ocean can rebuild themselves, which would lead to serious consequences for our security.” French President, François Hollande, has said the Barkhane force will allow for a “rapid and efficient intervention in the event of a crisis” in the region.

Although the commitment and the determination of French authorities and the governments of the countries where Barkhane forces are deployed, there are many serious problems that could prevent this operation to achieve the prefixed targets.

First of all, the control of territory. Sahara desert can be considered one of the biggest no man’s lands on planet earth. Given that this place is so vast and uncontrolled , it is one best place for conducting illicit traffics. Here, the territory is so immense, the terrain so harsh and the borders  so porous ,  that it is hard to follow the traces of extremist or criminal groups . Every kind of authority, government, army or police that has tried to do that, it has run into enormous difficulties.

Secondly, French partners do not seem to be adequate for these tasks. Without a solid state, the long term success of any counterterrorist operation will be difficult. What happened in Afghanistan, Iraq, Libya and Mali, demonstrates it. Nevertheless, the majority of the armies from the countries of Sahara and Sahel region are underequipped, badly trained and not motivated. The fact that they are not well paid make them easy to be bribed and the bad condition of their equipments do not help to achieve the mission goals. Following and targeting extremists and insurgents without their own helicopters and aircrafts do not allow them to conduct independent operations and  to tighten the control of the region, so as this they always need to seek for the sustain of French forces. However, this situation can not go on like this forever.

In fact, France can not carry the weight of Sahara defence for the eternity. As almost every country in Europe, France is suffering from the economic crisis. Armed forces have seen their budget be cut as consequence of recession. For this reason nobody can say how much time French government will be able to pursue their goals in Sahara desert without fuelling the discontent of French people.

Furthermore, France seems to be quite alone in this struggle against extremism. EU and USA do not appear to be willing to embark in a new military intervention, after Afghanistan and Iraq. the EU has deployed several Common Security and Defense Policy missions in Mali, Libya and Niger. These CSDP missions may provide some assistance in training armed forces—police and army—of these countries in addressing counterterrorism tactics and strategies, but no combat role. The United States may remain on the sideline, eventually providing some intelligence as it happened during operation Serval in Mali.

What transpires is that Barkhane is the most ambitious and expensive military operation that France has conducted since the end of Algerian War. However, it is not clear yet when this operation will end, when France will consider the mission accomplished.

French president has shown himself as a driven military commander who has not hesitated to deploy French troops to defend the security of European and African continent. Despite all this, there are  several proofs that show that this operation could not solve once for all the security problems in this problematic region.

La France de Charlie. A report from Paris by Giacomo Boati

January 11th 2015 Paris March (Photo shoot by Giacomo Boati) – More than one million people in Paris are marching against the terrorist attacks against Charlie Hebdo, the French police and the kosher supermarket. The Paris unity rally’s aim is to show to terror networks of al Qaeda and Isis (it is stil not clear if French terrorists belonged to one of those organizations or if they acted autonomously) that the Republique is firm and will not accept any constraint to the freedom of expression and the freedom of the press.

La France de Charlie. A report from Paris by Giacomo Boati - Geopolitica.info

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Charlie Hebdo, Boko Haram e Yemen: riflessioni geografico-politiche sulle nuove sfide del sistema internazionale

I recenti fatti di cronaca impongono alcune considerazioni sul cambiamento che sta attraversando parte del sistema internazionale dal punto di vista geografico-politico. Il 2015 sarà un anno che – probabilmente – entrerà per sempre nella storia non solo perché la Francia ha visto la più imponente caccia all’uomo, rimanendo per due giorni sotto scacco da un pugno di integralisti e col dispiegamento di circa 88.000 uomini, ma anche perché, a diversa scala, sembra che si stia assistendo a un ridisegno della mappa politica – africana e non solo – dovuto alla radicalizzazione e all’azione dei movimenti jihadisti in differenti parti del mondo.

Charlie Hebdo, Boko Haram e Yemen: riflessioni geografico-politiche sulle nuove sfide del sistema internazionale - Geopolitica.info

Non solo le cronache provenienti da Oltralpe, dei due paralleli – e tangenti – attacchi perpetrati dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, ma anche la strage in Yemen, dove la situazione politica appare assai critica ormai da diversi anni e dove un attentato suicida nella capitale Sana’a – quasi certamente di matrice fondamentalista islamica – ha prodotto 33 morti e circa 60 feriti. E, poi, proprio nelle ore delle notizie convulse che arrivavano da Parigi, un attacco di Boko Haram nel Nordest della Nigeria, che avrebbe provocato la distruzione di 16 villaggi e la relativa morte di circa 2.000 persone.

Questi fatti, nonostante l’entità del numero di morti, sono passati in secondo piano sui media internazionali, concentrati principalmente sulle vicende francesi. Il legame tra questi tre scenari non appare però così distante, poiché la matrice integralista islamica sembra essere il tragico comune denominatore: Al Qaeda dello Yemen avrebbe rivendicato gli attacchi dei fratelli Kouachi, che hanno agito “per vendicare il profeta” e Coulibaly ha fatto riferimento al Califfato, per conto del quale ha detto di aver agito. Il collegamento di Chérif Kouachi con Al Qaeda dello Yemen è emerso da una telefonata con un reporter francese durante l’assedio alla tipografia. Proprio nello Yemen il ragazzo si sarebbe addestrato da Anwar al-Awlaki, uno dei maggiori esponenti di Al Qaeda nella penisola arabica, ucciso nel 2011.

Verosimilmente si assisterà, nei prossimi mesi, a un intenso dibattito in tutta Europa e più in generale nel mondo occidentale sulle politiche di prevenzione di attacchi terroristici e sarà inevitabile un aumento dell’allerta in molti contesti considerati oggi a rischio, con le relative conseguenze in termini di spesa pubblica e di radicalizzazione dei sistemi di sicurezza. Dal punto di vista geografico-politico, invece, gli altri episodi di lotta islamica evidenziano una progressiva ridefinizione territoriale che sarà forse inevitabile, soprattutto nelle zone dove agisce Boko Haram, soprattutto se non si procederà a una radicale lotta interna che porterà all’estinzione delle forze jihadiste. Tale processo già con lo Stato islamico sta apparendo chiarissimo, nella costruzione della nuova entità statuale tra Iraq e Siria (vedi https://www.geopolitica.info/geografia-dell-incertezza/).

Questo è un punto cruciale. I fatti francesi e quello yemenita possono essere racchiusi nell’alveo del terrorismo, che come tale non configura – come molti media hanno sostenuto – uno stato di guerra interna. E nemmeno di guerra “asimmetrica” o “ineguale”, come pure più volte si è sentito in questi giorni. Il terrorismo è volto a creare terrore e instabilità, al di là del bersaglio, che può essere più o meno mirato, mentre la guerra è la contrapposizione tra due volontà che tentano di affermare la propria sovranità su di un territorio. I fratelli Kouachi e Coulibaly avevano in mente di colpire quei bersagli, per vendicare a loro detta il Profeta e sapevano che sarebbero andati immediatamente dopo incontro al martirio o alla detenzione. Dunque, le conseguenze di tali azioni si vedranno non tanto in un cambiamento sistemico europeo, ma soprattutto nelle politiche interne di sicurezza e prevenzione e di revisione, forse, anche delle politiche sociali. Il riferimento al Califfato di Coulibaly, però, non va sottovalutato: in un video pubblicato in queste ore afferma che “voi attaccate il Califfato, voi attaccate lo Stato Islamico, e noi attacchiamo voi”.

L’azione in Nigeria, invece, sembra avere un carattere ben più imponente in termini numerici e sistemici. Poiché sembra essere la riproposizione, in altro contesto, di ciò che avviene in Siria e Iraq, dove la carta politica è già radicalmente cambiata e dove sta avvenendo qualcosa di incontrollabile, sotto certo profilo, per gli Stati occidentali. La differenza tra i fatti francesi/yemeniti e quello nigeriano/Isis, nonostante i comuni riferimenti “ideologici”, sta proprio nella volontà d’affermazione di una realtà politico-religiosa. Nei primi casi la volontà è stata quella di creare un momento di instabilità e terrore, nei secondi di creare, nel breve-medio termine, entità politiche riconoscibili che agiscono per un’affermazione sovrana e territoriale rifacendosi all’idea del Califfato.

Questa è anche la sostanziale differenza tra Al-Qaeda e l’Isis: la prima è rimasta su un piano di azione terroristica, mentre l’altra ha superato tale dimensione, assumendo i tratti di Stato di fatto. Gli attacchi di Al-Qaeda avevano messo in crisi alcune delle certezze occidentali, prima tra tutte quella della sicurezza interna e della inviolabilità del suolo nazionale. L’Isis e Boko Haram in Nigeria stanno conquistando territori, modificando la geografia politica di riferimento e con modelli politici totalmente diversi da quelli occidentali.

Ecco, dunque, perché il 2015 porrà ulteriori sfide all’Occidente: l’avanzata del Califfato e di Boko Haram e la radicalizzazione del terrorismo jihadista, che – più o meno con riferimenti diretti – hanno ripercussioni anche sul contesto europeo e occidentale e anche nelle politiche interne. Due saranno perciò le direttrici necessarie d’azione: una interna, per la prevenzione contro le minacce terroristiche e nei confronti di cellule jihadiste (più o meno cospicue numericamente). E, poi, nei contesti africano e arabo citati, dove appare essenziale riuscire a evitare la precipitazione totale nel caos. Per scongiurare sia conflitti interni e stragi ulteriori sia la destabilizzazione confinaria dettata dalla creazione di ulteriori entità jihadiste, che porrebbero l’Occidente di fronte a ulteriori – e radicali – sfide.

Challenges of France in international politics

France is the biggest country in Western Europe and after Germany possesses the second largest population. For centuries France has been one of the dominant countries in international politics and its influence still continues to cover the wide geography. But developments in the scene of international politics showed that French foreign policy is challenged by other giant countries and France troubles to overcome these obstacles.

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French foreign policy faced the challenge right after the World War Second, when colonies started to gain their independence. France suffered greatly from the effects of World War Second and could no longer to afford maintain colonies. Economic collapse concentrated all efforts on reconstruction which was totally dependent from Marshall Plan (European Recovery Program) of United States.

The failure of French Europe

On the other hand Marshall Plan of United States was inevitable chance for France to realize unification of Europe which was one of the main missions of French foreign policy since Napoleonic wars. European integrated area was an attempt to prevent another war similar to those two devastated Europe. Establishment of this entity made France political, economic, and military power of Europe. French hegemony in European Economic Community was threatened after accession of United Kingdom in 1973. But political confrontation between these two European states started before than UK accession, when French President Charles de Gaulle left military structure of NATO in 1966. He explained his decision with preserving independence of France but it was an attempt to forestall Anglo-American dominance over Europe. Although both countries united their political course against the danger from Eastern Block, but claims for full lordship over Europe resulted with political polarization of Western Europe. Both powers enjoyed their hegemony over Europe until unification of Germany. United Germany automatically became the biggest country for its population and economic reforms within the short period in the Eastern part allowed Germany to quit French and British superiority over Europe.

French international policy continued to decline outside the borders of European continent. France lost the control over Indo-China, Middle East and African states and only started restoration of political influence in 2007 when Nicolas Sarkozy became the president of France. In 2009 after 43 years under his presidency France rejoined the military command of NATO. Nicolas Sarkozy pursued rescue plan of French foreign policy and determined international political priorities of France. EU policy and relation of France with other 27 member states is the first priority of French foreign policy and this is the only policy that linked to home policy of France. But difficulties with structural reforms at home have decreased the position of France inside European Union. Public debt of France estimated 90% of total GDP, unemployment increased up to 20%. Economic problems inside France strengthened de facto leadership of Germany and when it comes to financial and economic issues France has accepted to be a junior partner of Germany. Last elections to European Parliament in 2014 also weakened role of France inside the European Union. The victory of Eurosceptic French National Front at the elections increased concerns of French Government and EU leadership. EU policy of France disappointed for the second time after European Constitution referendum in 2005. The results of last EU Parliament elections have strengthened the position of far-right and nationalistic opposition which struggles against globalization and EU in particular. The chairman of National Front Marine Le Pen pledges France out of European Union and NATO.

Scramble over former colonies

French foreign policy towards former colonies also has been renewed during the last decade. In order to remain relevant and influential, France has entered new competition with China and United States of America. France holds national reserves of 14 African states in its central bank and France considered the source of stability in Africa. French companies also have deep roots in Africa and especially crude oil exploration and production in Africa is mainly led by French companies. But increasing role of China in Africa has become the nightmare of France. To preclude China’s increasing ascendancy and win the scramble over Africa, France has been imitating U.S foreign policy. France backed coup d’états and realized military interventions in African states for keeping its allies in power. Another challenge that France has confronted in Africa is growing extremism and radical Islam. Current president of France Francois Hollande has set counter terrorism as the main priority of French international policy. Fight against terrorism and extremism in former colonies showed France would not allow committing same mistakes as in Ruanda. Military intervention in Libya was another case where France supported democratic transition and fought against long term ally.

Current foreign policy of France described as lost in the crowd, where official Paris suffers from the lack of scenarios in international politics. International policy of France doomed to failure in Syria, where policy makers of France along with other Western allies condemned ruling regime with committing oppressive actions and persecutions against its own population. A year later, nowadays France mentions transnational jihadist organizations such as ISIS that has been able to establish a full operational control over the regions in Iraq and Syria as the biggest threat directly endangering national interests of France and other Western countries. Although official Paris has said that its military involvement against ISIS would be limited to Iraq but there is now thinking that France and other Western countries are de facto allies with Syrian regime because they have a common enemy.

The role of France in UN Security Council

UN Security Council is the most influential political mean and core of French foreign policy. France is one of the 5 permanent member states in UN Security Council and holds veto right. Recent developments in Syria and Libya, also negotiations over nuclear program of Iran showed that capability of UN Security Council paralyzed. Veto right of P5 countries puts obstacles in issues of vital importance. Important issues relating to human rights, rule of law, democracy and etc., submitted to UN Security Council cannot move forward from dead end. To increase the capability and legitimacy of UN Security Council, France and UK together proposed structural reforms to UN Security Council. Reforms embrace extension of UN Security Council with the accession of African, Arab and Latin America states. France also proposed to adopt a “code of conduct” which would oblige P5 countries to refrain from exercising their veto right in cases where a mass atrocity is involved.

Soft policy as a new mean of foreign policy

Also to maintain its sphere of influence France reintroduced the new way of diplomacy. Soft diplomacy by cultural and educational influence enables to expand the French values. Once French used to be the most widespread international language over the world but alongside with political influence it has lost its prestige. In North Africa French lost competition with Arabic language, in the Central Africa French has been challenging by English and in Indo-China it lost the ground to English and Chinese. To interrupt the shrinking and restore the primacy of French in the world, President Francois Hollande emphasized soft policy as the new national security strategy. And to promote French and French speaking world, the advocates of French diplomacy have established multilateral policy for bringing French speaking states together as a political community.

Way out of situation

Although the external image of France is better than image of French government at home but to preserve its scope of influence France should overcome the major economic problems faced inside the country. The government is blamed for being the prisoner of EU policy and globalization. One of the biggest accusations towards the government is migration policy. France is one of the biggest victims of illegal migration in Europe. Illegal migration has increased the rate of unemployment and number of serious crimes in France. Rising security risks and continuity of economical decline has caused the raise of extreme right National Front’s popularity.

According to analysts French government has two options to deal with economic recession. Continue economic reforms by cutting public spending or pursue social economic policy by applying Keynesian economic formula (state intervention to economy during recession). French foreign policy could gain momentum and resume its international importance only after successful internal economic recovery.

Hollande tra macroregioni e gerrymandering

L’Eliseo ridisegna le autonomie territoriali francesi, all’insegna della razionalizzazione della spesa pubblica e dell’efficientamento delle attività amministrative. Con un occhio vigile sui recenti risultati elettorali, secondo i –molti – detrattori del Presidente. Sì, perché dalla ridefinizione dei confini delle regioni in cui il territorio transalpino è suddiviso derivano conseguenze elettorali di non poca portata. Il Partito Socialista, consapevole del momento negativo e scottato dalle abrasioni riportate nelle ultime consultazioni europee, deve evitare di creare “feudi” per il Fronte Nazionale e, ancor di più, per il centrodestra a caccia di ulteriori consensi.

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Sullo sfondo, su entrambi i versanti delle Alpi, si staglia l’esigenza di comprimere la spesa pubblica, attuando riforme strutturali che pesino il meno possibile sulle spalle dei cittadini in termini di abbassamento degli standard di servizio. Il primo ministro Valls, nel piano di stabilità, ha indicato in 11 miliardi di euro i risparmi attesi dalle comunità locali.

Certo, l’ombra del gerrymandering pesa sulla riforma molto meno delle altre rimostranze che, nei territori coinvolti, già si addensano come nubi oscure all’orizzonte. Nel mirino di Hollande non sono finite solo le Regioni, che passeranno dalle attuali 22 a 14, ma anche i piccoli Comuni, ritenuti, a torto o a ragione, uno dei principali elementi di disfunzione della macchina amministrativa. A loro si rivolge l’obiettivo di esercitare le funzioni in modo congiunto su aree abitate da non meno di 20 mila residenti, mentre oggi ne bastavano 5 mila per consentire la creazione di un Ente Pubblico di Cooperazione Intercomunale (EPCI), che hanno una propria fiscalità ed erogano direttamente i servizi ai cittadini. Ma il vero traguardo, fissato per il 2020, è l’eliminazione dei Dipartimenti, eredità della Rivoluzione. Tre quinti dei parlamentari dovrebbero votare a favore, circostanza al momento neppure ipotizzabile. Meglio spianare la strada, dunque, procrastinando a data remota l’attuazione dell’intervento più controverso. Quasi certo della non rielezione, il Presidente traccia la rotta per il suo successore.

Che il groviglio di competenze produca inefficienze è pacifico, e l’intera classe politica francese avalla l’ipotesi di una riforma. In un Paese a forte e radicata vocazione centralista, dove proprio Hollande si era dimostrato più aperto alle ragioni dei territori con la legge del 2014, non sembrerebbe difficile ridare a Parigi ciò che è di Parigi. Ma, contrariamente a quanto avviene in Italia, in Spagna ed in altri Paesi d’Europa, la riforma annunciata dal successore di Sarkozy mira a rafforzare le Regioni, conferendo loro dimensioni e poteri in grado di renderle autonome e competitive nel panorama continentale. Idem per i Comuni: allargarne il raggio d’azione per irrobustirli è l’idea di fondo del progetto socialista. In questo caso, si ravvede un’eco delle recenti riforme italiane, che hanno stabilito limiti più stringenti per le gestioni di servizi in forma associata.

Nessuna di queste tre innovazioni nell’architettura amministrativa sarà indolore. Quanto all’accorpamento delle Regioni, i territori già lamentano la perdita delle specificità che li connotano, in un rigurgito di campanilismo dietro il quale si celano, spesso, rendite di posizione difficili da intaccare. Per tacere dell’ingombrante sospetto di una ridefinizione dei confini più tesa ad arginare destra e centrodestra che basata su criteri obiettivi. E’ il caso della Picardie, che sarà accorpata alla Champagne-Ardenne, anziché, come naturale, al Nord- Pas de Calais, da più parti indicato come uno sgambetto al rampante Fronte Nazionale.

I Dipartimenti sono, da sempre, l’istituzione più cara ai francesi, in virtù delle molte competenze esercitate in campo socio-assistenziale: gestione delle scuole, delle infrastrutture, dei servizi ai disabili ed ai disoccupati. Comprensibile che oltralpe guardino con scetticismo ad una riforma che, agli occhi dei suoi critici, minaccia di abbassare i livelli di servizio sinora garantiti.

Che il percorso di riforme non sia indolore è sicuro, anche date le reazioni dei rivali di Hollande. Dalla “palude federalista” evocata da Marine Le Pen all’astrattismo paventato dai centristi, la strada è lastricata di ostacoli. Vedremo se le “macroregioni” di Hollande usciranno indenni dal lungo travaglio parlamentare. Appuntamento al 4 di luglio.

La delicata questione tuareg

È  passato poco  più di  un anno dall’entrata in  guerra della Francia a fianco  degli alleati maliani e tchadiani contro i gruppi estremisti islamici che, nella  primavera del  2012, avevano invaso il  Nord del Mali, cacciando l’esercito nazionale. Facevano parte delle fazioni ribelli gruppi di  ispirazione islamico radicale come Ansar Dine, Mujao, il Movimento per L’unicità e la Jihad nell’Africa dell’Ovest e l’Aqmi, ossia  la succursale di Al  Qaeda nel  Maghreb  Islamico. Al loro fianco combatteva anche l’MNLA, l’esercito laico che  mira a  rendere libero il popolo tuareg e per dare vita a uno stato auto-nomo dove questa etnia possa  finalmente autogovernarsi: l’Azawad. La maggioranza degli insorti era re-duce della guerra in Libia, dove avevano sostenuto  le forze di Gheddafi. Una volta caduto il regime del dittatore, questi combattenti erano tornati nelle loro regioni d’appartenenza, carichi delle armi sottratte dai depositi dell’esercito libico.

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In realtà, l’alleanza tra le coorti  islamiche e  l’MNLA durò il  tempo di scacciare  l’esercito maliano. I terroristi ebbero la meglio in  poco tempo  anche sui  loro ex alleati tuareg, che da  quel momento in poi avrebbero combattuto contro di loro nel nord del Mali. Nel frattempo, un manipolo di graduati dell’esercito governativo aveva effettuato  un colpo militare, motivato  dall’insoddisfazione riguardo a come il governo stesse conducendo le  operazioni militari  contro gli insorti. Nel  paese regnava il caos più totale.

Nel gennaio 2013, in seguito  all’avanzata dei  gruppi islamisti verso  Bamako, la  capitale maliana nel sud del  paese, la  Francia decise, dopo  la richiesta  esplicita del  governo maliano, di  lanciare l’operazione Serval per eliminare una  volta per tutte la minaccia islamista dallo stato africano.

L’11 gennaio, gli aerei francesi cominciarono a bombardare le postazioni dei ribelli islamici attorno a Sevarè. Grazie allo strapotere aereo, i francesi e i loro alleati  non faticarono a  sbaragliare i  vari gruppi  terroristici e, circa  tre mesi dopo, a  seguito della battaglia  nella regione dell’Adrar Ifoghas, l’alleanza franco-africana poté dichiarare la fine delle principali operazioni militari.

Sebbene il grosso della resistenza islamista fosse stato battuto e le principali città del nord del Mali fossero state liberate, la situazione non poteva certo definirsi completamente sotto controllo. Qualche  sparuto gruppo  appartenente a  Aqmi , Ansar  Dine o a  Mujao era, ed  è tutt’ora, ancora  operativo  nelle vaste zone desertiche  dello stato africano. Tuttavia, subito  dopo la fine  della fase più  importante  della  campagna  militare, riemerse  con forza  la  spinosa  situazione riguardante i tuareg e il loro desiderio di autodeterminazione.

Gli uomini blu, come vengono anche chiamati i tuareg, hanno avuto  rapporti conflittuali con  chiunque cercasse di assoggettarli. Numerose furono le  ribellioni contro i  colo-nizzatori francesi e più numerose ancora quelle contro il governo  centrale maliano. Infatti,  diverse sollevazioni si sono susseguite nei sessant’anni d’indipendenza dello stato africano.

La prima esplose subito dopo il processo di  decolonizzazione, dal 1962 al 1964, e l’altra, forse più famosa, durò dal 1990 al 1996, causando migliaia di  vittime, soprattutto tra la popolazione civile, e la diaspora dei tuareg nei paesi  confinanti , come l’Algeria e la Mauritania. Due  sollevazioni minori scoppiarono anche nel 2006 e nel 2009 . La tensione nei rapporti è dovuta anche a una sostanzia-le differenza etnica e culturale. I tuareg sono legati alle tribù nomadi del nord Africa, come  i berberi, e anche dal punto di vista  somatico, si  differenziano dalle popolazioni del  sud, che  hanno  una carnagione più scura e tratti simili alle popolazioni dell’Africa sub sahariana, parlano una lingua  lo-ro, il tamasheq, e vivono secondo un sistema di caste che perdura da tempo immemorabile.

Nel caos generale  seguito all’operazione Serval, l’MNLA, insieme  ad altri gruppi tuareg minori co-me il MAA, ossia il  Movimento Arabo per  l’Indipendenza dell’Azwad, decise  di passare all’azione, occupando Kidal e dichiarando a gran voce l’intento di non  lasciare le armi e continuare a combattere contro lo stato centrale fino a quando la nazione dell’Azwad  non fosse nata. La  Francia si trovò a dover far da paciere tra i due contendenti, cercando di evitare un intervento contro Kidal e, nel frattempo, ammorbidendo le pretese tuareg.

Nel maggio 2013 si aprì uno spiraglio di  trattative, con  dei rappresentati tuareg, che per favorire il dialogo, decisero di rinunciare alla lotta  armata e creare l’ Alto  Consiglio dell’Azwad(HCA). Così si avviarono le negoziazioni di  Ouagadougou con la  mediazione di Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso. L’inizio delle trattative vide la  fazione tuareg disponibile a  non contrastare lo svolgi-mento delle  elezioni  presidenziali a  Kidal, ma  assolutamente  contraria a  permettere  all’esercito maliano di entrare nella  città, proponendo invece che fossero le truppe Onu e i  membri dell’MNLA a occuparsi della sicurezza. Questo fu sicuramente uno dei primi momenti di scontro tra le due  fazioni. A ciò si aggiunge l’episodio del 2 giugno, quando i  separatisti tuareg arrestarono  180 perso-ne a Kidal, accusandole di spionaggio per conto del governo  centrale. La situazione all’interno del-la città si fece sempre più  tesa, soprattutto quando i capi  dei ribelli tuareg dichiararono che avrebbero espulso dal territorio da loro occupato chiunque non fosse originario della regione dell’Azwad. Nel  tentativo di  far  valere la propria  autorità, il 4 giugno, il governo centrale inviò  un contingente nella regione, conquistando la città di Anéfif, dopo degli scontri con l’MNLA  che fecero diversi mor-ti in entrambi gli  schieramenti. Lo stesso giorno, un kamikaze cercò  di uccidere un colonnello dell’MNLA a Kidal, senza però  riuscirvi. A seguito del deteriorarsi  della situazione, la Francia si  vide costretta a intervenire ancora, fermando  definitivamente l’avanzata  dell’esercito maliano  verso la città occupata dall’MNLA.

Il 18 giugno, dopo due settimane di negoziazioni, il governo di transazione maliano e i ribelli tuareg firmarono un cessate il fuoco, per consentire lo  svolgimento delle elezioni del 28 luglio senza  particolari  disordini. Comunque, onde  evitare una  nuova escalation  di  violenza, truppe  ONU  e  appartenenti al  MISMA, ossia la Missione  Internazionale di Sostegno al Mali, furono  inviate nella regione, in modo da creare un cordone di sicurezza tra i due contendenti.

Il 5 luglio, secondo gli accordi, le forze tuareg si  ritirarono da una parte  della città di Kidal, lasciando libero il passaggio alle forze governative. L’approccio della popolazione rese ancora  più palese la frattura tra coloro che  supportavano  l’MNLA, quasi esclusivamente tuareg, e coloro, soprattutto di etnia Songhai, che  invece  avrebbero voluto un  ripristino delle autorità che vigevano prima  dell’insurrezione del 2012. Queste due fazioni  iniziarono a manifestare il loro disappunto o il loro supporto nei riguardi dell’entrata in città delle truppe di Bamako, arrivando anche allo scontro.

Il 20 luglio, cinque agenti elettorali vennero rapiti a Tessalit, da  un commando composto da membri dell’MNLA ostili alle elezioni.

Le elezioni del  28 luglio sancirono la vittoria di Ibrahim Boubacar Keita, eletto con più del 70% del-le preferenze. Sebbene i  tuareg avessero accettato qualche compromesso, la loro sete di indipendenza era tutt’altro che sopita. L’11 settembre a Foità, nella regione di Timbouctou, uno scontro tra membri dell’MNLA e truppe governative provocò  diversi morti. In questa  occasione, i due schiera-menti scaricarono l’uno sull’altro la responsabilità per quanto fosse accaduto. L’MNLA accusò il governo di  non aver  rispettato gli  accordi di Ouagadougou, non  avendo lasciato la  giurisdizione  in quella zona alle truppe dell’ONU e della  MISMA. Oltretutto, sempre  secondo il gruppo secessioni-sta, i prigionieri di  guerra non erano ancora stati liberati e nessuna  commissione di inchiesta della comunità internazionale che dovesse indagare sulla condotta dell’esercito maliano era  ancora sta-ta indetta. Dall’altra parte, il governo centrale accusava  gli insorti di una deriva verso il banditismo.

Un punto di  svolta sembrò  essere l’accordo di  Bamako del 17 settembre, quando i rappresentanti dei diversi  gruppi  tuareg,l’MNLA, il MAA e l’Alto consiglio  dell’Azwad, si ritrovarono  nella capitale per  firmare un accordo che dichiarasse il loro impegno a mettere fine alla crisi nel Nord del paese. Ciononostante, questo accordo fu criticato da altri  esponenti di spicco di queste  fazioni, i quali sostennero che, in realtà, coloro che  lo avevano firmato  non fossero stati  in alcun modo legittimati a farlo.

Il 26 settembre, i  portavoce dei tre  principali gruppi di  ribelli tuareg annunciarono  la sospensione dei trattati con il governo maliano, in quanto il presidente Keita si sarebbe rifiutato categoricamente di negoziare l’indipendenza del nord del Mali.

Da  quel momento, nessun significativo passo  in avanti è stato fatto  per risolvere  questo  conflitto etnico e culturale. Molti  scontri sono intercorsi  tra i ribelli secessionisti  e le forze  governative, soprattutto nella  regione di Kidal. Da  una parte e  dall’altra piovono ancora  accuse pesanti: vi  sono molte testimonianze di  violenze  sia contro la  popolazione civile sia nei confronti dei  prigionieri di guerra che vedono protagonisti sia i ribelli tuareg, sia l’esercito nazionale maliano.

In questo clima teso, la  piena stabilità del paese è ancora lontana da essere raggiunta e lo spettro di una  nuova  escalation di violenze, nonostante la presenza delle forze di pace internazionali, non può essere ancora scongiurato.

A tu per tu con Henri de Grossouvre: uno sguardo geopolitico sulla crisi ucraina

Henri de Grossouvre, 46 anni, è attualmente responsabile delle relazioni istituzionali della Lyonnaise des Eaux, una società afferente al gruppo del colosso energetico francese GdF Suez, e direttore del think thank europeista Forum Carolus, avente sede a Strasburgo. Profondo conoscitore delle questioni relative all’Europa centrale ed orientale, è un noto studioso di geopolitica. Il suo testo più famoso a livello internazionale è Paris Berlin Moscou, la voie de l’indépendance et de la paix del 2004, tradotto in Italia da Fazi Editore.

A tu per tu con Henri de Grossouvre: uno sguardo geopolitico sulla crisi ucraina - Geopolitica.info

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Monsieur de Grossouvre, quanto sta accadendo in Ucraina nelle ultime settimane, e le forti tensioni tra UE e Russia, dimostra che l’asse Parigi-Berlino-Mosca da lei teorizzato “non è altro che una visione romantica senza sostanza storica e politica” come sostiene Xavier Moreau?
Il semplice fatto che un asse Parigi-Berlino-Mosca costituisca un elemento di preoccupazione per gli Stati Uniti, come dimostrano le riflessioni sviluppate da vari think thank americani, prova, al contrario, che si tratta di una possibilità molto seria, ancorata nella storia e nella geografia dell’Europa. L’accanita volontà occidentale di sottrarre l’Ucraina all’influenza russa va letta in questa ottica.
La Germania e la Francia, dai tempi di Carlo Magno, passando per l’Europa dei 6 e arrivando fino ad oggi, sono la chiave della potenza europea o, per meglio dire, della possibilità che l’Europa assurga al rango di superpotenza. Questa base franco-tedesca ha dei legami oggettivi molto forti con la Russia e quando essi vengono concertati consapevolmente, ecco che l’asse Parigi-Berlino-Mosca può mettersi all’opera.

Fino ad ora, però, abbiamo avuto soltanto delle enunciazioni di principio di questa opzione strategica…
Si, qualcosa del tipo “guardate che cosa potremmo fare”. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non si sono scomposti e hanno lavorato, in questi anni, alla sistematica demonizzazione della Russia di Putin, perché essi sanno che un’unione europea continentale fondata sul motore ideale Parigi-Berlino-Mosca li relegherebbe immediatamente al ruolo di potenza secondaria. In ogni caso l’ossessione anti-tedesca di certi sovranisti del mio paese mi sembra totalmente anacronistica, frutto di un’idealizzazione romantica della “Francia solitaria”. 

Ma per la Germania è veramente più vantaggioso annettere alla propria sfera di influenza economica (secondo modalità già attuate in occasione della crisi jugoslava) il vasto territorio ucraino, piuttosto che rafforzare la partnership strategica con la Russia di Putin? Conviene a Berlino, in questa fase di gravi tensioni sia nei suoi rapporti con Washington, sia all’interno dell’Unione Europea, aprire un altro fronte ad est?
Io non credo affatto che in Ucraina la Germania stia giocando una partita contro la Russia. Gli ambienti economici tedeschi, ogni giorno più potenti e rispettati dai politici locali, non appoggerebbero mai una simile strategia e per l’attuale governo sarebbe complicato, sia perché è un governo di grosse Koalition, sia perché non è nell’interesse del paese. La SPD ha preteso il ministero degli esteri per Steinmeier. La coppia Steinmeier ministro e Gernot Erler responsabile delle relazioni con la Russia è di nuovo al comando dell’Auswaertiges Amt dal 9 gennaio, come nel periodo 2005-2009. La novità sta nel fatto che il mandato di responsabile delle relazioni con la Russia di Erler comprende anche tutti i paesi dell’ex-URSS, tra cui l’Ukraina. Questo aspetto è molto importante. Egli avrà un peso notevole nell’elaborazione della politica estera tedesca e la sua linea è diametralmente opposta a quella del suo predecessore Andreas Schockenhoff, che si era occupato più di denunciare le violazioni dei diritti umani in Russia che di lavorare ad un partenariato economico e strategico, costruttivo e pragmatico con la Russia e gli stati ex-sovietici. Ciò detto, io penso che la Germania sia assai meno potente di quanto appare: economicamente, perché essa dipende dal suo commercio con i paesi dell’UE; strategicamente, perché essa non può più esercitare un’autentica politica sovrana, come gli Stati Uniti la Russia o la Cina, anche perché essa non ha reali possibilità di proiezione militare esterna come, invece, ancora la possiedono Francia e Gran Bretagna. L’ideale per la Germania sarebbe effettivamente integrare economicamente l’Ucraina, ma non si arrischierà a farlo senza il dovuto riguardo per la Russia: non rischierà di compromettere le sue relazioni privilegiate con Mosca. 

Secondo lei, affidare, come ha fatto l’UE, ad un negoziatore polacco, l’ex-presidente Aleksandre Kwasniewski, la questione ucraina, dimostra più ignoranza storica o uno scomposto desiderio di mortificare la controparte? Ma, soprattutto, è nell’interesse dell’Europa assecondare la pressione americana ai danni di Putin
La scelta di un negoziatore polacco è evidentemente una provocazione controproducente. Assecondare la pressione americana contro Putin non è nell’interesse dell’Unione Europea. Bisogna tuttavia dire che la politica della commissione europea si è quasi sempre assestata su questa linea.
Io penso Bisognerebbe nominare per l’Ucraina un mediatore né occidentale né russo. Qualcuno privo di interessi diretti in questa storia: un mediatore cinese sarebbe, per esempio, pertinente, con l’obiettivo di organizzare un referendum popolare sul destino dell’Ucraina. 

Ma cosa anima maggiormente i manifestanti di Kiev: l’odio anti-russo e l’avversione nei confronti di Yanukovich o il desiderio di entrare a far parte  dell’Unione Europea?
Entrambe le cose, ma quelle manifestazioni sono anche l’espressione di un nazionalismo ucraino… 

Spontaneo?
Ritengo oltremodo sorprendente che un senatore americano, McCain, venga a dare lezioni di democrazia agli europei e soprattutto a sostenere dei manifestanti, una buona parte dei quali è formato da neonazisti! Se si vuole rispettare la democrazia bisogna privilegiare una soluzione referendaria. Ma l’Ucraina è oggetto dai tempi delle dimostrazioni arancioni dell’attenzione interessata di ambienti politico-finanziari che sostengono i dimostranti con lo scopo di determinare una guerra civile e il caos, veri ostacoli alla cooperazione continentale europea. Mi ricorda molto quanto è avvenuto in Siria: caos e guerra civile. 

E dividere l’Ucraina in due (Kiev e l’Ovest all’UE e la parte orientale russofona nella sfera di influenza di Mosca) è una soluzione percorribile o Putin non accetterebbe mai di cedere un metro su questa partita?
Mai, per la Russia l’Ucraina è vitale. 

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente?
Nel dicembre 2010 è scoppiata in Tunisia la rivolta contro il regime di Ben Ali che ha sancito l’inizio delle cosiddette “rivoluzioni arabe”. La fiamma della protesta si è propagata velocemente lungo i Paesi del Maghreb e del Medioriente mettendo in discussione il potere di consolidate autocrazie che hanno retto per decenni i destini di quella vasta area del mondo. Per quanto l’argomento necessiti indubbiamente di un’analisi più approfondita, in questa sede possiamo limitarci a rilevare che le cause del malcontento che ha portato centinaia di migliaia di persone a riempire le piazze delle maggiori città del Vicino oriente e della costa mediterranea dell’Africa sono da ascriversi principalmente ad un progressivo aumento del prezzo dei generi alimentari che ha messo via via in ginocchio le già magre finanze di una popolazione che spesso vive presso la soglia della povertà e che è stata storicamente educata dai regimi politici locali a covare un forte risentimento anti-occidentale ed anti-israeliano al fine di nascondere le inefficienze, le mancanze e la corruzione che caratterizzano da sempre i governi impersonati dal “ra’is” mediorientale di turno.

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente? - Geopolitica.info
Approfittando del diffuso malcontento politico ed economico e delle situazioni sociali più degradate, il fondamentalismo islamico di natura politica, organizzato da esponenti delle classi medio-alte della società, ha acquistato progressivi consensi fra la popolazione e ha per anni pazientemente preparato la sua ascesa al potere attendendo il momento più propizio per mettere in atto i suoi piani di occupazione sistematica di tutte le posizioni chiave dello Stato. Da questo punto di vista è esemplare il caso dell’Egitto che nel gennaio 2011 è stato coinvolto nella rivolta che è dilagata con estrema celerità in Medioriente e che ha visto l’ascesa al potere del partito dei Fratelli Musulmani il quale, messe da parte le deboli forze democratiche e liberali presenti nel Paese che pure avevano partecipato inizialmente alle manifestazioni anti-Mubarak, ha assunto rapidamente il controllo della piazza e con essa del Paese. A questo punto, messo in discussione lo status quo dell’Egitto, alleato storico degli Usa, la mossa successiva che tutti si attendevano verteva su un forte intervento politico degli Stati Uniti al fine di garantire la continuità della politica estera del governo de Il Cairo a fronte dell’importante posizione strategica del Paese e dei conseguenti cospicui finanziamenti che Washington elargisce da decenni a favore delle forze armate e dell’economia del Paese del Nilo.

Oltre a ciò ci si attendeva che gli Americani iniziassero a mettere in atto tutta una serie di contromosse politiche volte a far sì che la propria supremazia nell’area, su cui si erano innestati gli interessi degli alleati degli Usa, non venisse messa in discussione da cambiamenti di regime che non andassero nella direzione più o meno desiderata. Abbiamo assistito al contrario ad una politica di “inazione totale” promossa dall’amministrazione Obama che, mano a mano che la situazione in Medioriente e nel Maghreb seguitava a precipitare, è rimasta ad osservare passiva quanto stava accadendo e a “benedire gratuitamente”, come accaduto in Egitto, qualunque regime tentasse di sorgere dalle ceneri dei precedenti governi rovesciati dalle proteste di piazza. L’assenza americana sullo scenario mediorientale da un lato ha messo in pericolo gli interessi europei nell’area e dall’altro ha lasciato attoniti i Paesi del Golfo che, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, hanno sempre contato sulla presenza politica e militare statunitense al fine di garantire la stabilità nella regione. In particolare la casa reale dei Saud ha iniziato a temere per la propria sopravvivenza politica quando il germe della rivolta è sbarcato sulla penisola arabica ed in particolare nel Bahrein. Nel piccolo regno del Golfo persico regna la dinastia degli Al-Khalifa di fede sunnita mentre la popolazione appartiene in maggioranza alla fede sciita.

La rivolta in Bahrein ha conosciuto subito l’infiltrazione di elementi filoiraniani e, di conseguenza, delle ambizioni regionali di Teheran, la quale ha tentato fin dai primi momenti di sfruttare la confusione in atto per estendere la propria influenza nella regione. Gli scontri di piazza in atto in Bahrein hanno immediatamente preoccupato Riyad che ha organizzato nel marzo 2011, su richiesta del re del Bahrein ed in collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti ed altri paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, un intervento militare nel piccolo regno mediorientale scosso dalle richieste di riforme di una maggioranza che mal sopporta il governo della casa reale sunnita al potere. La vicina monarchia del Qatar non è rimasta a guardare gli eventi dall’esterno e, animata da un’intraprendente e spregiudicata politica estera promossa dall’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani (a cui è succeduto il figlio nel giugno scorso), ha pensato bene di cavalcare l’onda delle rivolte laddove fossero presenti forti movimenti islamici, da sempre sostenuti politicamente e finanziariamente dall’emirato stesso: in primo luogo Egitto, Libia e Siria oltreché Tunisia. Nel febbraio 2011 sono scoppiate le prime rivolte in Libia che hanno visto la feroce repressione di Gheddafi, azioni che hanno suscitato l’indignazione della comunità internazionale.

In questo contesto si è affacciata la Francia che vanta forti interessi in Africa occidentale e che sta conducendo nell’area un serrato confronto politico-economico con le ambizioni internazionali della Cina. Il petrolio della Libia ed il suo ruolo geopolitico non hanno richiamato l’attenzione esclusivamente di Parigi ma anche di Londra, la quale ha compreso presto quanto fosse meglio “cavalcare la tigre” dei cambiamenti in atto in Medioriente appoggiando la richiesta francese di intervento militare contro il regime di Gheddafi piuttosto che stare a guardare i Francesi intavolare relazioni privilegiate con il mondo arabo, importante partner finanziario della City. Se Francia e Regno Unito hanno assunto subito l’iniziativa politica in Libia (anche in funzione anti-turca, anti-russa nonché anti-cinese), Washington, permeata dall’immobilismo obamiano, inizialmente non si è fatta coinvolgere dagli entusiasmi anglo-francesi per una possibile avventura libica, salvo poi partecipare alla campagna aerea contro Gheddafi grazie ai buoni uffici dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e al più che probabile interessamento delle compagnie petrolifere americane. Sul fronte opposto al regime di Tripoli si sono aggiunti anche alcuni Paesi del Golfo, tra i quali il Qatar che da allora in poi ha assunto ufficialmente un ruolo chiave nei focolai di crisi più importanti del mondo islamico. Se da un lato Francia, Regno Unito e Paesi del Golfo sono diventati attori attivi in seno ai mutamenti storici in corso nel Vicino Oriente, dall’altro la politica estera obamiana ha mostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto al ruolo politico-militare che gli Stati Uniti hanno saputo storicamente plasmare nei decenni successivi alla crisi di Suez del 1956.

Il declinare dell’influenza americana si è reso evidente non solo nella promozione del “non intervento” nelle crisi in atto ma anche nella gestione del travaglio egiziano con l’avallo del governo dei Fratelli Musulmani da parte della Casa Bianca, avallo al contrario negato dal premier britannico Cameron che nel corso di una sua visita a Il Cairo dopo la caduta di Mubarak ha incontrato tutti gli esponenti dell’opposizione al regime eccetto quelli dei Fratelli Musulmani. Da questo punto di vista gli Americani non solo hanno frettolosamente ed improvvidamente scaricato Mubarak lasciandolo al suo destino, in mano ad un esercito disorientato dagli eventi e politicamente abbandonato dai suoi alleati storici, ma hanno addirittura disconosciuto la loro politica estera precedente appoggiando con grande leggerezza un governo di stampo teocratico e di matrice anti-occidentale, quale quello dei Fratelli Musulmani, causando le ire di Israele e di alcuni Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, traditi due volte dagli Americani, una prima volta di fronte alla loro inazione sul campo, una seconda volta di fronte all’appoggio offerto ai loro nemici storici o contingenti. Al contrario il Qatar, sostenitore dei Fratelli Musulmani, ha inizialmente tratto beneficio politico dal nuovo corso egiziano, trovandosi in contrasto con Riyad sul governo de Il Cairo ma in alleanza con l’Arabia Saudita in Libia e Siria.

La stessa politica estera americana ha conosciuto un nuovo tracollo di credibilità nel momento in cui l’esercito egiziano, un tempo “confortato” nelle proprie azioni dagli Stati Uniti, si è sentito sufficientemente forte per fare da sponda all’opposizione “laica e liberale” scesa prepotentemente in piazza contro Morsi (questa volta stranamente organizzatissima rispetto alla prima fase della rivolta egiziana quando fu letteralmente scaraventata giù dal palco dai Fratelli Musulmani) e per defenestrare definitivamente il governo dei Fratelli Musulmani, sostenuto politicamente dalla Casa Bianca, riabilitando infine la figura del deposto presidente Mubarak. Tutto ciò ha potuto avere luogo nel momento in cui alcuni Paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno messo a disposizione de Il Cairo, oltreché il proprio appoggio politico, 12 miliardi di dollari come primo viatico per ristabilire l’ordine nel Paese, una cifra di denaro tale da far impallidire l’aiuto economico americano ancora elargito a favore dell’Egitto in cambio dell’accettazione di un nuovo status quo sostenuto da Obama che prevedesse il totale disimpegno della Casa Bianca tutto a vantaggio dei piani della fratellanza musulmana. E’ in quest’ottica che probabilmente va letta la sostanziale estromissione politica (e il suo conseguente “auto-allontanamento”) del mal sopportato El Baradei, “uomo per tutte le stagioni” ma ultimamente vicino a Washington e pertanto mal visto dal nuovo uomo forte d’Egitto, il generale Al-Sisi.

La caduta del regime dei Fratelli Musulmani ha ridimensionato le mire qatariote nel Medioriente mentre ha adombrato la supremazia saudita nell’area. Dopo che in Libia gli Americani avevano tentato, in maniera fallimentare, di mettere il “loro uomo” alla guida del governo del Paese, gli stessi hanno provato a mettere in atto la stessa tattica in Siria. In entrambe le situazioni la pragmatica politica della CIA non era supportata altrettanto fattivamente dalla Casa Bianca e, in mancanza di aiuti materiali e morali da parte di Washington, il candidato americano è stato defenestrato a favore di candidati vicini a chi offriva “contenuti concreti” alle rivoluzioni in corso. In Siria l’azione politica europea ha visto coinvolta in prima linea la Francia, quale ex potenza coloniale mandataria a cui l’opposizione siriana ha chiesto apertamente aiuto, ed il Regno Unito, quale interprete delle preoccupazioni dei Paesi del Golfo, nelle vesti di partner economici di Londra e di “ex colonizzati” di Sua Maestà. Questa volta tuttavia il Qatar e l’Arabia Saudita si sono trovati, come in Libia, dalla stessa parte nel ruolo di principali finanziatori e sostenitori dei gruppi di opposizione, il Qatar maggiormente rivolto ai gruppi islamisti con risvolti per la verità piuttosto ambigui, l’Arabia Saudita interessata alla leadership sul campo prontamente assunta a suon di petroldollari ai danni del politicamente effimero candidato americano.

La Siria, per quanto di maggioranza sunnita, tuttavia ha presentato fin da subito difficoltà politico-militari non di poco conto dato che il regime della minoranza alawita (di matrice “sciita”) di Assad non è politicamente isolato come quello libico o concatenato con l’Occidente come quello egiziano. Assad può godere della protezione della Russia, la quale beneficia dell’utilizzo di una base navale a Tartus fin dai tempi della Guerra Fredda, e dell’Iran (a sua volta legato a Russia e Cina), che necessita dell’appoggio siriano per minacciare i Paesi del Golfo, Israele e porre sotto scacco il Libano e Tel Aviv tramite Hezbollah. Israele, disorientato dalla posizione americana, in questo contesto ha indubbiamente dovuto rivedere le sue priorità nella regione, condannare la caduta del regime di Mubarak e plaudere al ritorno dell’esercito al potere, condividere assieme alla Turchia l’aiuto all’opposizione siriana contro Assad ma sostenere Al-Sisi dalle critiche dell’islamico Erdogan, supportare l’Arabia Saudita, pur temendone l’accresciuta potenza, nell’azione in Siria ed in Egitto ma contrastare i piani qatarioti in Egitto a favore dei Fratelli Musulmani e, di conseguenza, di Hamas.

Oggi l’Arabia Saudita, assieme ai Paesi del Golfo compreso un Qatar che sembra aver intrapreso una strada caratterizzata da più miti consigli rispetto il mondo dell’integralismo islamico, nei fatti rappresenta il più importante attore politico della regione, un perno sul quale gli interessi di singoli stati europei (non dell’Unione Europea in quanto tale, la quale continua a dimostrare la propria ininfluenza politica) hanno posto il loro lubrificante per favorire la stabilizzazione dell’area. Allo stesso modo la politica del presidente Obama, il quale vive fin dalla sua prima elezione alla Casa Bianca quale separato in casa con il Pentagono e con i “falchi” americani, è piuttosto estranea alla tradizionale visione strategica statunitense nella regione. Obama, rinchiusosi a riccio sui problemi della politica interna (con modesto successo per la verità), ha dimostrato di possedere scarso interesse per le crisi internazionali e forse, in cuor suo, simpatizza per quelle rivendicazioni, giuste o sbagliate che siano, che mostrano “corrispondenza di amorosi sensi” con la storia del proprio vissuto personale e familiare. Se da un lato Obama è forse l’interprete di quelle che sono le aspettative e le priorità delle classi sociali medio-basse che fanno sentire una crescente pressione in seno al corpo elettorale americano, dall’altro, così facendo, il ruolo geopolitico degli Stati Uniti nel mondo si avvia verso un inevitabile ridimensionamento.

Se in campo occidentale diminuisce il ruolo degli Usa aumenta quello anglo-francese ed in particolare Parigi sta conducendo con successo, in cooperazione con le forze armate di alcune ex-colonie, un intervento militare in Mali contro le milizie islamiche inizialmente sostenute dal Qatar, accrescendo il proprio prestigio politico-militare in seno a quello che la Francia considera il “proprio giardino di casa” e mettendo in secondo piano una Cina che, per quanto colosso economico, è ancora un attore politico immaturo frenato da una classe dirigente non ancora preparata a compiere il “grande balzo in avanti” nel mondo. E’ altresì difficile valutare se l’obamismo imperante sia una tendenza destinata a durare o meno nel lungo periodo, tuttavia le difficoltà del bilancio federale degli Stati Uniti lasciano presagire che l’obamismo tragga in parte anche ragione da problematiche legate a più comprensibili difficoltà finanziarie e a conseguenti tagli nel comparto della Difesa.