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L’ascesa di Gibuti come hub militare strategico

Negli ultimi anni il piccolo stato del Corno d’Africa ha visto crescere il numero di basi militari straniere nel suo territorio. La sua posizione è strategica: si trova incastrato tra Eritrea, Etiopia e Somalia e, soprattutto, si affaccia sullo Yemen. Si può dire che sia una porta per il Medio Oriente.

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Gibuti è uno dei quattro stati che forma il Corno d’Africa, insieme ad Etiopia, Eritrea e Somalia. Conosciuto ai tempi del colonialismo prima come Somalia francese, poi come Territorio degli Afars e degli Issas, fu l’ultima colonia francese a diventare indipendente (1977). Lo stato fu rinominato Repubblica di Gibuti e il suo primo presidente fu Hassan Gouled Aptidon. Le tensioni interetniche tra Issa e Afar diedero vita, nel 1991, a una sanguinosa guerra civile durata fino al 2001. Nel 1999, anno delle prime elezioni multipartitiche del paese, divenne presidente il nipote di Aptidon, Ismail Omar Guelleh. In carica ancora oggi, dopo aver vinto tre ulteriori elezioni presidenziali fortemente criticate, il suo governo è descritto come altamente dittatoriale.

L’importanza di Gibuti è dovuta alla sua posizione strategica. Lo stato è situato all’incrocio tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, di fronte allo Yemen. Ciò significa che è vicino alle rotte di navigazione più trafficate al mondo e ai giacimenti petroliferi della penisola arabica. Inoltre, è un ottimo punto di osservazione per quello che succede in Medio Oriente, nonché un punto di partenza per le operazioni militari nel Corno o, appunto, in Medio Oriente. Per questi motivi, vari paesi hanno costruito basi militari nel paese. La grossa presenza estera nello stato africano è stata possibile grazie al presidente Guelleh, il quale ha concesso l’affitto di terreni per la realizzazione di installazioni militari alle potenze straniere in cambio del loro supporto politico.

Quali sono e che funzione hanno queste basi? Partiamo dalla Francia, la cui presenza a Gibuti è la più longeva. Infatti, le truppe francesi stazionano nel territorio sin dalla fine dell’Ottocento quando, al termine della Conferenza di Berlino (1884-1885) che diede il via allo scramble for Africa, il governo di Parigi stabilì un protettorato, poi divenuto colonia. Ottenuta l’indipendenza nel 1977, la neo Repubblica di Gibuti dovette firmare un trattato di mutua difesa con la Francia: quest’ultima ha così conservato il possedimento di varie infrastrutture militari e una presenza cospicua di soldati. Le Forces Françaises Stationnées à Djibouti (FFDj) dovrebbero contare, attualmente, tra i duemila e i tremila militari. Essi sono dislocati in vari siti nei dintorni della capitale omonima Gibuti, tra cui l’aeroporto internazionale di Gibuti-Ambouli, l’aeroporto militare Chabelley e la base navale di Héron. Quest’ultima, in particolare, svolge un prezioso ruolo di sostegno logistico sia per la marina francese sia per le marine alleate. Parigi mantiene fissa una standby force di forze speciali nel caso dello scoppio di una crisi nella regione del Corno o nel vicino Medio Oriente e Oceano Indiano. Un cruciale compito per le FFDj è garantire la difesa del territorio gibutiano e del suo spazio aereo, e la protezione dei cittadini francesi presenti. Le basi francesi ospitano anche contingenti della Germania e della Spagna.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, gli Stati Uniti maturarono l’idea di stabilire una base militare permanente in Africa. Gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, il bombardamento del cacciatorpediniere USS Cole ormeggiato in Yemen da parte di Al-Qaeda nel 2000, e gli eventi dell’11 settembre furono determinanti. Nel 2001, il governo del Gibuti diede in affitto agli Stati Uniti la base di Camp Lemonnier. Un anno dopo, l’amministrazione Bush stabilì la Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), un comando militare con il compito di organizzare, supervisionare e portare a termine le missioni nell’ambito dell’Operation Enduring Freedom-Horn of Africa (OEF-HOA). L’operazione, lanciata nel 2002 con la creazione della CJTF-HOA, mira a combattere il terrorismo islamico e la pirateria nell’Africa orientale. La CJTF-HOA svolge anche altre funzioni quali promuovere la stabilità nella regione, evitare lo scoppio di conflitti e proteggere gli interessi e i cittadini americani. Il contingente, dal 2003 di stanza a Camp Lemonnier, conta circa duemila soldati americani oltre che personale di paesi alleati (in particolare, della Gran Bretagna). Nel febbraio 2007, il presidente Bush annunciò la creazione dell’United States Africa Command (AFRICOM), acquartieratosi a Stoccarda, Germania. L’AFRICOM si è preso in carico della CJTF-HOA e di tutte le forze armate statunitensi nel continente. Il comando è – cito il suo sito web – “responsabile di tutte le operazioni, le esercitazioni e la cooperazione in materia di sicurezza del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel continente africano, nelle sue isole e nelle acque circostanti”. Camp Lemonnier è il centro di gravità attorno al quale ruotano tutte le basi americane del continente africano e, soprattutto, serve come hub per le operazioni aeree nel Golfo. Ricordo che Camp Lemonnier è l’unica base militare permanente degli Stati Uniti in Africa.

Ciò che ha destato preoccupazione a Washington, negli anni, è il fiorente coinvolgimento della Cina negli affari economici, politici e militari del continente, Corno d’Africa incluso. Le prime attività cinesi nella regione si videro nel 2008, quando Pechino lanciò un’operazione antipirateria nel Golfo di Aden. Da quel momento, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (MEPL) è diventata una presenza fissa nel Corno, svolgendo varie operazioni di sicurezza marittima. Nell’agosto del 2017, il governo cinese ha annunciato l’apertura a Gibuti della sua prima base militare fuori dei confini nazionali. Le sue funzioni sono la fornitura di supporto logistico e supporto operativo alle missioni antipirateria, antiterrorismo e di peacekeeping, oltre che di protezione degli interessi e dei cittadini cinesi nella regione. La base pare che possa contenere fino a diecimila soldati e un alto numero di navi, elicotteri e UAV.

L’altra potenza asiatica, il Giappone, ha aperto la sua prima base militare all’estero dalla Seconda guerra mondiale, nel 2011. Essa si trova in prossimità di Camp Lemonnier e al suo interno sono stanziati circa 180 soldati della Japan Self-Defense Forces (JSDF), oltre a componenti della guardia costiera. Il compito iniziale della base era di svolgere missioni di antipirateria. Con il tempo, però, le sue funzioni si sono allargate: supporto alla missione Onu UNMISS, distribuzione di aiuti sanitari nella regione, evacuazione dei cittadini giapponesi in caso di crisi e, forse più importante di tutte, controbilanciare la presenza della Cina a Gibuti.

Infine, il nostro paese: l’Italia. La base militare italiana di supporto “Amedeo Guillet” è stata costruita nel 2013 e si trova a Loyada, Gibuti, vicino al confine con la Somalia. È una base operativa avanzata interforze e ospita circa 100 militari, anche se può contenerne fino a 300. Generalmente, il contingente è composto dai soldati della Brigata San Marco, da un team di forze speciali e da un piccolo numero di carabinieri. Lo scopo della base è fornire supporto ai contingenti italiani operanti nella regione, impegnati principalmente in missioni di antipirateria (ad esempio, “Atalanta” e “Ocean Shield”) nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano.

Gibuti si sta affermando come un vero e proprio hub militare strategico. Il numero di basi straniere presenti nel suo territorio fa impressione, ma potrebbe persino crescere. L’Etiopia, priva di sbocchi sul mare, vorrebbe costruire una base navale per la sua marina militare. L’Arabia Saudita ha ottenuto, nel 2017, il permesso dal governo gibutiano di stabilire una base sul territorio mentre l’India ci sta pensando seriamente. 


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Alla ricerca dei campioni industriali europei

Dopo soli 10 giorni dal suo insediamento la nuova Commissione europea ha aperto le porte a una revisione delle regole della concorrenza, rispondendo così alla richiesta presentata in varie occasioni da Francia e Germania per facilitare la nascita di campioni industriali tutti europei, in grado di competere con i concorrenti di Cina e Stati Uniti. La decisione segna un importante raffreddamento nella fiducia nella dottrina della massima concorrenza e de libero mercato, e conferma la volontà di Ursula Von der Leyen di dare seguito alla promessa di una Commissione che difenda gli interessi strategici dell’UE.

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Il dossier è fondamentale per il futuro della politica comunitaria. All’epoca del Trattato di Aquisgrana – l’accordo franco-tedesco sottoscritto da Merkel e Macron – passò quasi inosservata l’appendice del Manifesto franco-tedesco per una politica industriale adatta al XXI secolo, un documento dove venne messo nero su bianco la volontà di rendere le aziende europee (in primis francesi e tedesche) capaci di competere con successo, dentro e fuori la UE,  in tutti i settori industriali della competizione globale.

L’obiettivo del manifesto è favorire la creazione di grandi aziende europee in grado di reggere la concorrenza delle multinazionali non europee sostenute (direttamente e indirettamente) dagli apparati statali, in particolare dalle grandi potenze continentali, quindi:  Cina, e Stati Uniti su tutti. All’origine del documento presentato da Parigi e Berlino c’è il veto posto dalla Commissione europea al progetto di fusione Alstom-Siemens, l’ambizione di creare un gruppo ferroviario mondiale soffocata dalla solerte applicazione di Margrethe Vestager delle norme antitrust europee. L’idea franco-tedesca era creare un campione europeo capace di tenere testa al colosso statale cinese CRRC, il maggior produttore di veicoli ferroviari del mondo.

Capire gli obiettivi che si pongono Parigi e Berlino è importante per interpretare meglio le cose che stanno succedendo oggi (vedi la fusione FCA-Renault e l’indagine aperta su Fincantieri-CdA) e quelle che succederanno domani. È significativo che a dare il via alla revisione di un approccio ventennale sia stata proprio Vestager, la stessa donna (danese, di orientamento liberale) che poco tempo fa bloccò quell’ambiziosa fusione. L’obiettivo è fare in modo che la UE sia in grado di difendere i suoi interessi economico-strategici dalla politica assertiva dei giganti dell’high-tech di Stati Uniti e Cina L’autorizzazione agli aiuti di Stato per lo sviluppo delle batterie per le auto elettriche, l’indagine sulla portabilità dei dati e lo studio per una definizione precisa delle linee guida per le green-policy sono passi in questa direzione.

Il commissario alla concorrenza, precedentemente assegnato alla nordica e anseatica Danimarca, è stato assegnato alla più dirigista Francia, con un portafoglio di competenze particolarmente rinforzato per l’occasione. Per chi si chiedeva come avrebbero fatto i francesi e i tedeschi a sviluppare una politica interventista sulla politica industriale, questa è stata la risposta: incaricando un commissario francese o tedesco con un mandato specifico di Parigi e Berlino. Inizialmente Macron aveva scelto l’ex ministra della difesa Sylvie Goulard, ma la sua candidatura è stata clamorosamente respinta dalla commissione giudicante. Per l’Eliseo è stato un affronto politico, è la prima volta che un commissario in pectorefrancese viene respinto dal Parlamento europeo.

Tuttavia, per la Francia a essere importante era il pacchetto di competenze destinate al suo commissario, che in questo caso include: mercato unico, politiche industriali, Information Tecnology (IT) e industria della difesa. Macron quindi ha rilanciato mandando a Bruxelles Thierry Breton, professore di IT, matematica e uomo d’affari con una vasta esperienza (CEO di Thomson, France Télécom e Atos) e ministro delle finanze durante il governo di Jacques Chirac. Breton ha già curato personalmente numerosi progetti industriali franco-tedeschi, ed è un esperto di big-data e cyber-security. Inoltre, già conosceva personalmente Von der Leyen. Le sue credenziali professionali inattaccabili sollevano questioni di conflitto di interessi: Breton sarà responsabile degli investimenti europei nel campo dei super-computer, una specialità della Atos, l’unica azienda europea leader del settore di cui è stato presidente e CEO fino a poche settimane prima della nomina.

I confini del libero mercato e della concorrenza sono cambiati man mano che il mondo è diventato più globalizzato e digitalizzato rispetto al 1997, anno in cui furono adottate le attuali regole di antitrust. La politica di concorrenza degli Stati Uniti è diventata meno vigorosa, consentendo ai giganti digitali di prosperare, mentre in Cina le società fortemente sovvenzionate distorcono il mercato e presentano questioni di sicurezza. Non si tratta quindi solo della rigidità delle regole di mercato, riguarda anche il potere geopolitico di non essere dipendenti da potenze straniere nei settori strategici come la gestione dei dati (personali e commerciali), le telecomunicazioni e le grandi infrastrutture.

Parigi vuole una revisione delle vecchie regole a fronte di due nuove realtà adiacenti agli interessi dell’UE, e la Germania è d’accordo. L’anno scorso uno studio del ministero delle finanze francese ha suggerito che i casi di concorrenza non dovrebbero essere decisi esclusivamente dalla Direzione Generale della Concorrenza (DG-COMP), ma dovrebbero includere consultazioni con altre DG della Commissione europea, per esempio quella dell’ambiente. Lo studio suggerisce di tenere conto delle informazioni su come i paesi in esame – su tutti la Cina – si sono comportati in altri mercati, e di avere un comitato di supervisione dedicato esclusivamente ai mercati digitali, per individuare acquisizioni killer e portare avanti controlli ex post dopo una fusione.

L’orizzonte temporale per l’adozione delle nuove regole è di due o tre anni. Per l’Italia può essere un’occasione importante per rivitalizzare alcuni settori industriali all’interno di un ecosistema protetto, ma per farlo c’è bisogno delle competenze per elaborare e mettere in pratica un’accurata strategia politica ed economica. Non riuscirci significa perdere ulteriori quote di mercato e peso politico all’interno dell’Unione europea. Il primo passo è stato fatto, Roma ha ricevuto il permesso di investire 570 milioni di euro (su 3,2 miliardi totali) in aiuti di Stato per sviluppare il settore delle batterie per auto elettriche, inserendo le aziende italiane in un consorzio di 17 imprese di sette Stati membri. L’obiettivo è colmare il gap tecnologico in un settore che vede l’UE molti passi indietro rispetto ai concorrenti statunitensi e asiatici.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije

Con il rifiuto da parte del Consiglio Europeo di avviare le trattative per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE, i due piccoli paesi balcanici sono ritornati al centro della politica europea riaprendo il dibattito sui pro e i contro dell’ampliamento dell’Unione a nuovi stati.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije - Geopolitica.info

La possibilità di ampliare la membership europea è oggi uno dei principali terreni di scontro all’interno delle istituzioni comunitarie. Da un lato il blocco dei paesi dell’Est con importanti sostenitori a Ovest (primo tra tutti l’Italia) spinge per l’adesione dei Balcani Occidentali al fine di stabilizzare la regione e continuare il percorso avviato con il “big bang” del 2004; dall’altro, un secondo gruppo di stati, principalmente occidentali, con in testa la Francia, si oppone all’ampliamento a paesi che non manifestano ancora un effettivo consolidamento della democrazia, dello stato di diritto e del rule of law.

Tra Bruxelles e Skopije

All’indomani dell’indipendenza, le relazioni tra la UE e la Macedonia del Nord hanno visto un andamento altalenante caratterizzato dalla costante opposizione all’adesione da parte della Grecia e dal conseguimento dell’aquis comunitario come condizione fondamentale per l’ingresso. Malgrado le importanti riforme portate avanti dal 2005, anno in cui viene riconosciuto lo status di “candidato a membro”, in più occasioni il Consiglio Europeo ha stentato a prendere una posizione netta in favore dell’adesione della Macedonia. Anche a seguito della firma dell’Accordo di Prespa, che definisce il contorno istituzionale per la normalizzazione delle relazioni tra Macedonia del Nord e Grecia, in occasione del summit europeo dello scorso 17 ottobre 2019, è emerso un saldo blocco di paesi contrario all’allargamento dell’UE all’Albania e alla Macedonia del Nord guidato dalla Francia di Emmanuel Macron.

La posizione francese non è il frutto di un’opposizione ideologica ad ogni ulteriore allargamento, ma la sintesi di diversi elementi che riguardano tanto la politica europea propriamente detta quanto la politica interna francese:

  • Scarsi progressi nell’acquisizione dell’aquis comunitario, in particolar modo considerando l’efficacia del sistema giudiziario e il contrasto alla criminalità organizzata nonché l’efficienza delle istituzioni nel loro complesso;
  • Il pericolo percepito, evidentemente come concreto, che, sotto le ceneri della guerra degli anni ’90, possano covare nuovamente i fuochi del nazionalismo e che l’esplosione di una nuova crisi, innescata da ragioni socioeconomiche proprio nei paesi dalle istituzioni più fragili, possa portare l’UE sull’orlo del collasso;
  • Necessità di ridefinire le modalità di adesione di nuovi stati all’Unione e di approfondire il processo di integrazione europea prima di predisporre nuovi ampliamenti a paesi che risultano essere complessivamente molto deboli;
  • Dal punto di vista interno, Macron ha sofferto una progressiva perdita di consenso che ha rafforzato, soprattutto, il Front National. Aprire all’Albania e alla Macedonia del Nord riporterebbe in Francia il timore di nuovi enormi flussi di migranti che dalla Grecia, attraverso i Balcani, entrerebbero nel cuore dell’Europa offrendo così un nuovo argomento al partito di Marine Le Pen.

L’Italia ha tradizionalmente sostenuto il processo di allargamento ad est dell’Europa ed anche nel caso dei Balcani Occidentali è stata tra i principali sponsor dell’avvio delle discussioni per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE. Per Roma aprire le istituzioni europee all’altra sponda dell’Adriatico significa consolidare la propria posizione nella ex-Jugoslavia e rafforzare la propria sicurezza interna e internazionale. Dal punto di vista italiano, l’allargamento dell’UE è stato da sempre percepito come un fattore di forte stabilizzazione, tanto in termini di buon funzionamento delle istituzioni interne quanto di soluzione dei possibili conflitti tra i paesi coinvolti, di conseguenza, l’allontanamento della prospettiva di ingresso nell’Unione rischia di avere conseguenze gravi e concrete sulla stabilità dell’intera regione. Con l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord inoltre i confini di questi due stati diverrebbero confini propriamente europei favorendo così un maggior controllo sui fenomeni criminali e migratori. Da ultimo, i forti legami economici e culturali, frutto dei grandi flussi di migranti degli anni ’90 sono un ulteriore fattore che spinge Roma a prestare attenzione a quanto accade nel proprio vicinato orientale.

Se le stelle dell’Europa si spengono

Il rifiuto dell’Unione di aprire al dialogo con Albania e Macedonia del Nord ha avuto conseguenze immediate sul destino del Governo macedone. Zoran Zaev, Primo Ministro di Skopije, aveva scommesso il suo destino politico sull’integrazione euro-atlantica del Paese, il “no” europeo ha quindi indebolito la sua posizione al punto da determinare una crisi di governo che, il prossimo 3 gennaio, porterà l’esecutivo alle dimissioni ufficiali e ad elezioni anticipate il 12 aprile 2020.

La decisione del Consiglio Europeo non ha solo compromesso la stabilità del Governo di Skopije ma anche, e soprattutto, la credibilità dell’Unione Europea. Per quanto le ragioni francesi possano essere condivisibili, è innegabile che il rinvio dei negoziati sull’allargamento comporti un allontanamento delle istituzioni di Bruxelles dai Balcani Occidentali soprattutto se consideriamo le situazioni più instabili della regione, ovvero la condizione della Bosnia-Erzegovina e la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Sul fondo, vaga lo storico fantasma del nazionalismo balcanico. Dopo i traumi degli anni ’90, si ha la percezione che la rabbia e il furore legati a condizioni socioeconomiche estremamente fragili possano nuovamente esplodere e trovare una valvola di sfogo nell’odio interetnico che appena 20 anni fa insanguinava i confini dell’Europa.

In una recente intervista il Premier Zaev ha infatti dichiarato: “Se le stelle dell’Unione Europea si spegneranno, verrà il buio. Nel buio ci perderemo e rinasceranno le idee radicali, il nazionalismo, cose che generano danni in tutti i Balcani e quando i Balcani hanno un problema anche l’Europa ha un problema.”