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Umiltà e determinazione: come Macron intende uscire dalla crisi del Coronavirus

Ci stiamo tutti imbarcando nell’impensabile”, con queste parole rilasciate al Financial Times, il Capo dell’Eliseo ha voluto descrivere la situazione di emergenza che l’intera comunità internazionale è costretta ad affrontare a causa dell’esplosione del Covid-19.

Umiltà e determinazione: come Macron intende uscire dalla crisi del Coronavirus - Geopolitica.info

La Francia, con più di 146,000 casi e quasi 18,000 morti (dati del Ministère des Solidarités et de la Santé), è il quinto paese al mondo per numero di contagi di Coronavirus, e quarto per numero di vittime. Al Financial Times, il Presidente francese ha ammesso dell’alta dose di incertezza che circonda questa crisi, chiamando i governi a rimanere umili e a non essere troppo ottimisti.

 Al contrario dei proclami di alcuni leader mondiali, fra tutti Donald Trump, Macron invita ad essere cauti e definisce questa crisi come un “evento esistenziale” per l’umanità, destinato a cambiare la natura della globalizzazione e perfino la struttura del modello economico capitalista. In aggiunta, il Presidente ha intenzione di utilizzare questa pandemia, che ha costretto i governi a prioritizzare la salvaguardia della vita umana rispetto alla crescita economica, per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sugli effetti del cambiamento climatico, una tematica passata forse troppo sottotraccia in questo periodo. Infatti, ha comparato la dispnea da Coronavirus agli gli effetti dell’inquinamento atmosferico, affermando che se i cittadini sono stati chiamati a sacrifici immensi per fermare la pandemia, lo stesso potrebbe accadere per quanto riguarda la salvaguardia dell’ambiente. Nel corso dell’intervista, sono emersi tre fronti sui quali il Presidente sta giocando la sua battaglia per vincere la sfida lanciata dal Coronavirus ma anche quella per la sopravvivenza della sua visione politica liberare e internazionalista: il fronte interno, quello europeo e quello cinese. Andiamo ad analizzarli.

La situazione francese

A partire dal 24 gennaio (giorno del contagio n°1 in Francia) ad oggi, il Capo dell’Eliseo ha parlato per ben 4 volte alla nazione. Tuttavia, se nel discorso del 16 marzo, nel quale veniva annunciato il lockdown del paese, aveva ripetuto per ben sei volte di come la nazione francese si trovasse di fronte ad una guerra, i toni usati nell’ultimo discorso, quello di lunedì 16 aprile, sono stati molto più delicati e meno drammatici, facendo un insolito mea culpa ed ammettendo di aver avuto delle lacune nella gestione dell’emergenza, riuscendo a ricucire almeno una parte di quello squarcio creatosi con i cittadini francesi. Infatti, ad inizio emergenza, l’Eliseo era stato ripetutamente attaccato dall’opinione pubblica e dall’opposizione per aver sottovalutato la situazione, come dimostrava la testarda insistenza verso il volere tenere a tutti i costi il primo turno delle elezioni amministrative, svoltosi il 15 Marzo ( con un record minimo di affluenza) e le indicazioni contrastanti circa l’utilizzo delle mascherine in pubblico, prima sconsigliate e poi incoraggiate, probabilmente a causa della mancanza di DPI (Dispositivi di protezione individuale).

Ma nel corso delle settimane seguenti, l’abilità del giovane Presidente nel riuscire ad avere una comunicazione efficace, che cercasse di sopperire alla mancanza di fiducia fra popolo ed establishment sembra aver funzionato, almeno a giudicare dagli indici di gradimento, saliti ai massimi livelli da due anni. Probabilmente, su questi ultimi ha pesato anche la notizia della sospensione delle riforme macroniane del sistema pensionistico e del mercato del lavoro, cheprovocarono l’ondata di proteste dei gilets jaunes e il più grande sciopero sindacale nella storia della Francia, avvenuto soltanto quattro mesi fa. Oggi le piazze francesi sono vuote, ed i cittadini si stringono attorno al loro Enfant Prodige, il più giovane Capo di Stato francese dai tempi di Napoleone, il quale con la gestione di questa enorme crisi si sta anche giocando la sua rielezione politica fra due anni.  

Fronte Europeo

Riguardo l’Europa, Macron vede sia dei pericoli che delle opportunità. Riguardo ai primi, l’attuale pandemia è il primo evento dalla Seconda guerra mondiale che mette di fronte agli europei la morte sistematica e la paura, la quale fa riemergere un primitivo istinto di sopravvivenza che comporta un aumento dello spirito di competizione ed un danneggiamento del motore della solidarietà e dell’integrazione europea. Secondo Macron, se l’Unione Europea non riuscisse a garantire una risposta solidale e decisa soprattutto nei confronti dei paesi più colpiti da Covid-19, il rischio è quello di veder collassare il progetto comunitario e l’ascesa dei populismi nazionalisti, a partire da Italia e Spagna ma anche in Francia. Riguardo alla politica economica europea, il Capo dell’Eliseo si è attivato soprattutto per la realizzazione di un Recovery Fund, della durata limitata di 5 o 10 anni, il quale permetterebbe una mutualizzazione del debito dei paesi europei per finanziare la ripresa economia, all’interno del suddetto fondo, cercando quindi di mediare le due posizioni, quasi inconciliabili, della linea interventista (con a capo Francia, Italia e Spagna),favorevole ad una mutualizzazione del debito pubblico, e quella rigorista (in primis Germania, Olanda e Svezia), contraria ad ogni sorta di condivisione debitoria.

 “Siamo al momento della verità, il quale è decidere se l’Unione Europea sia un progetto politico o soltanto un progetto di mercato. Io penso sia un progetto politico.” Con queste parole Macron vorrebbe cercare di cogliere l’opportunità di rilanciare il progetto d’integrazione europeo, in un momento in cui l’attore preponderante, la Germania, sembrerebbe soddisfatto dello status quo dell’architettura istituzionale europea, da Berlino largamente influenzata. La Francia al contrario, con le aspirazioni del suo Presidente, vede l’UE come un moltiplicatore di potenza e vorrebbe spingere per una più forte integrazione economica ed un maggior peso da parte delle istituzioni comunitarie in ambito sanitario. Quest’ultimo infatti è stato il settore più colpito dall’attuale crisi ma è anche quello in cui la competenza europea è più limitata.

Ormai la spaccatura Nord-Sud è evidente, non solo in ambito economico, ma anche politico, dato che si sono palesate due visioni differenti di Europa: una “soft”, meno federale e più economica, sostenuta dai paesi che orbitano nella sfera d’influenza tedesca, e una “hard” che contempla una maggiore condivisione di responsabilità politica fra gli Stati Europei, con Francia, Italia e Spagna in prima linea.  Dalla risposta del Consiglio Europeo del prossimo 23 aprile si vedrà se prevarrà la linea del compromesso o dell’intransigenza.

Le relazioni con la Repubblica Popolare Cinese

Interessante è la parte dell’intervista dedicata alla Cina. Infatti, Macron ha affermato la necessità di non mostrarsi “così ingenui”, al punto da credere che la gestione dell’epidemia da parte della Repubblica Popolare sia stata così efficace e trasparente come ci viene fatto credere: “Ci sono certamente cose che sono successe di cui non siamo a conoscenza” ed è difficile fidarsi delle informazioni provenienti da paesi in cui il dissenso è sistematicamente represso. Questi commenti sono l’apice della polemica scaturita in Francia da qualche settimana, da quando l’ambasciata cinese a Parigi ha pubblicato un post sul proprio sito, intitolato “Restoring distorted facts”, in cui viene difesa la gestione della crisi sanitaria da parte della Cina e vengono lanciate accuse nei confronti delle democrazie occidentali, colpevoli di comportamenti sconsiderati, tra cui l’accusa che gli operatori sanitari francesi abbiano lasciato gli anziani a morire in case di cura. A causa del trambusto politico generato da queste parole, l’ambasciatore cinese in Francia, Lu Shaye è stato convocato di fronte al Ministro degli Esteri Le Drian giovedì, per chiarire la posizione del suo paese. Interessante notare come nella giornata di venerdì, la municipalità di Wuhan, abbia rivisto i propri dati sul contagio, aumentando il numero di morti del 50% rispetto ai dati comunicati fino ad ora.

In secondo luogo, la polemica con la Cina è anche scaturita dalla “diplomazia delle mascherine” attuata da Pechino, la quale sta sfruttando la sua ampia disponibilità di materiale sanitario per “redimere” le sue colpe di paziente 0, effettuando un enorme sforzo diplomatico e di soft power inviando aiuti sanitari a numerosi paesi europei, soprattutto all’Italia, e pubblicizzando ampiamente tale sforzo. Tuttavia, il 19 febbraio l’Unione Europea aveva spedito 56 tonnellate di materiale sanitario alla Cina, di cui 17 tonnellate solo dalla Francia, la quale aveva cortesemente chiesto il basso profilo di questi aiuti ma Pechino ha deciso di non ricambiare il favore.  Il Presidente francese ha ribadito quindi la necessità di allentare la dipendenza dei paesi europei nei confronti della Cina riguardo all’approvvigionamento di materiale sanitario, spingendo verso un’autonomia europea in questo campo attraverso una messa in sicurezza delle catene produttive ed un potenziamento del mercato comune.

In questa interessante intervista, abbiamo potuto osservare un Macron molto più pragmatico del solito, lasciando da parte i toni bellicosi adottati in precedenza e chiamando i leader mondiali ad essere umili, e non azzardati, nella gestione dell’emergenza. In ambito nazionale, bisognerà attendere per vedere se la nuova popolarità del Presidente sia dovuta soprattutto all’effetto del “Rally ’round the flag”, e se riuscirà ad essere capitalizzata per mettere al sicuro la sua rielezione. Per quanto riguarda l’Europa, Macron sembra determinato a voler cambiare il volto di un’Unione seriamente danneggiata da questa sfida, sollecitando i suoi colleghi ad una maggiore condivisione di responsabilità, altrimenti il rischio è quello di un trionfo populista. Il Presidente francese è convinto di trovarsi di fronte ad un evento decisivo per la Francia, per l’Europa e per l’intera comunità internazionale. Un evento impossibile da controllare autonomamente segnato dall’impossibilità di prevederne la fine, il quale necessita di un affidamento “nelle mani del destino” e nel cercare di “comprendere quello che prima sembrava impensabile”. 

Thomas Bastianelli,
Centro Studi Geopolitica.info

Crisi economica e UE: in Germania non esiste solamente la linea del rigore

La crisi innescata dalla diffusione del Corona virus ha posto alcuni temi chiave per il futuro dell’Unione Europea. Dal bisogno di maggiori risorse per i sistemi sanitari degli Stati alla necessità di misure di stimolo per le economie nazionali l’Unione dovrà necessariamente divenire soggetto geopolitico 

Crisi economica e UE: in Germania non esiste solamente la linea del rigore - Geopolitica.info

In queste settimane caratterizzate da quarantena e restrizioni legate all’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia da Covid-19, oltre alle morti ed ai contagi, abbiamo assistito in tutta la sua drammaticità alla debolezza strutturale dell’Unione Europea, materializzatasi con maggior evidenza in occasione del Consiglio Europeo del 26 marzo scorso. Un vero e proprio redde rationem fra gli stati membri. Da una parte la Germania, che mostra ancora la propria difficoltà ad esercitare una vera leadership che non sia supportata esclusivamente di politiche economiche basate sull’austerità (Santangelo 2019) e dall’altra gli stati mediterranei con l’Italia in testa nel chiedere animatamente maggiore solidarietà e tolleranza senza peraltro aver individuato con precisione quale strategia adottare, se non il generico riferimento all’emissione di eurobond per sostenere i paesi in difficoltà. Giudicata quest’ultima proposta come irricevibile nei termini in cui è stata presentata sia dalla cancelliera Angela Merkel che dal presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, la quale prima di scusarsi con l’Italia aveva liquidato i corona bond come uno slogan, tale opposizione ha innescato una fortissima polemica antigermanica, particolarmente in Italia, sfociata anche in plateali manifestazioni di dissenso.

Rispetto all’efficacia che avranno le pressioni esercitate sull’opinione pubblica tedesca e degli altri paesi, definiti come rigoristi, dalla lettera aperta sottoscritta da Carlo Calenda e da vari politici italiani di tutti gli schieramenti nonché alle ripetute interviste rilasciate dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prima alla rete televisiva tedesca Ard e successivamente all’influente giornale olandese De Telegraaf, risulta opportuno segnalare come proprio in Germania si sia sviluppato sin dall’inizio dell’emergenza, un serrato dibattito fra alcuni dei più autorevoli economisti tedeschi favorevoli ad un programma di emissione di obbligazioni europee e contrario al ricorso agli strumenti previsti dall’ESM, per sostenere le economie dei paesi dell’Unione maggiormente in difficoltà.

Discostandosi dai principi ordoliberali molto diffusi in Germania, alcuni di loro hanno firmato un appello pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e poi successivamente ripreso da alcune importanti testate europee come El Mundo e New Statesman, in cui all’Europa veniva sostanzialmente richiesta una dimostrazione di solidarietà finanziaria per evitare il disastro economico. In un passaggio del discorso, primo sottoscrittore il prof. Michael Huther direttore dell’Istituto tedesco di economia di Colonia, viene sottolineato come l’emissione di obbligazioni comunitarie concederebbe la possibilità a tutti i governi europei di avere il margine di manovra di bilancio necessario, distribuendo in questo modo i costi della crisi nella maniera più ampia possibile. Un strumento simile del resto sempre secondo la lettera/appello venne utilizzato anche in occasione della crisi petrolifera del 1974. Per tali ragioni è fondamentale impedire ai paesi indeboliti di affrontare una crisi bancaria e finanziaria di cui non hanno colpa. Così facendo si eviterebbe anche una secondo crisi dell’eurozona. Insieme ad Huther si sono espressi in questi termini Sebastian Dullien, docente di Politica internazionale presso l’Htw dell’Università di Berlino, Peter Bofinger, economista presso la Bundesbank, vicino a Schröder e docente di Economia a Würzburg, Jens Suedekum, docente al Düsseldorf Institute for Competition Economics, Gabriel Felbermayr, presidente del Kiel Institute for the World Economy, Moritz Schularick, professore di economia all’Università di Bonn e Christoph Trebesch professore di economia e membro anch’egli del Kiel Institute. Alla discussione sviluppatasi in Germania sul futuro dell’Unione e dell’economia tedesca che rischia seriamente la recessione, ha contribuito senz’altro Achim Truger, membro del Consiglio degli esperti economici del governo federale (Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung) che ha illustrato tre direttrici per uscire dalla crisi economica peggiore in cui si trova l’area euro: 1) titoli di stato più sicuri, e cioè, bond europei che siano veri safe asset anche quando i singoli Paesi sono colpiti da una crisi; 2) più spazio di manovra per la politica fiscale 3) una politica industriale europea per rafforzare la convergenza e prevenire gli enormi squilibri. Inoltre per Truger se l’area euro dovesse andare in frantumi, la prima a pagare un conto molto salato sarebbe proprio la Germania visto il surplus commerciale che la contraddistingue. Il dibattito sugli strumenti più appropriati per combattere la crisi economica europea procurata dalla pandemia dunque si intensifica, nonostante il paese sia sempre classificato come il capofila del fronte rigorista, mostrando rispetto alla precedente crisi dell’Euro, un panorama di posizioni più frastagliato in cui non mancano le critiche alla linea di Angela Merkel.

Insomma in un confronto ancora aperto ed in cui è possibile raggiungere un accordo che tenga conto della crisi epocale, «criminalizzare la Germania- come ha notato Flavio Cuniberto- perché ha tenuto il timone fermo sulle proprie coordinate economiche, sfruttando le opportunità gentilmente offerte dal fantoccio europeista e da una moneta imposta da Mitterrand, significa non avere capito i reali rapporti di forza, la reale geografia economico-politico-culturale della nuova Europa» (Cuniberto 2020). Ferme restando le considerazioni sulla centralità tedesca per la tenuta dell’Euro e dell’Unione europea (Guérot 2011) non si può non tener conto della difficoltà della Germania nel percepirsi come soggetto geopolitico in grado di guidare l’Unione Europea in cui da sempre ha ricoperto il ruolo di potenza civile ed anzi trasferendo tale concezione a livello europeo (Thomann 2019), con l’inevitabile conseguenza, oggi acuita dalla crisi del corona virus, che all’urgenza di ricostruire dal punto di vista sanitario ed economico l’Europa, non c’è ancora traccia di indicazioni che possano condurre ad un’Europa geopolitica, come peraltro auspicato dalla presidente Von Der Leyen al momento del suo insediamento alla guida della Commissione.

Dopo la crisi l’UE dovrà affrontare gli stessi problemi geopolitici di prima. Tuttavia questa volta potrebbe doverli affrontare con meno solidarietà interna e meno credibilità. Come è stato opportunamente ricordato si apre un’epoca di scelte per l’UE e per l’Italia naturalmente ed in queste circostanze a dettare la strategia non potranno essere né l’approccio isterico né tantomeno l’approssimazione, come hanno dimostrato alcuni recenti avvenimenti.

Raimondo Fabbri,
Fondazione Fare Futuro

L’ascesa di Gibuti come hub militare strategico

Negli ultimi anni il piccolo stato del Corno d’Africa ha visto crescere il numero di basi militari straniere nel suo territorio. La sua posizione è strategica: si trova incastrato tra Eritrea, Etiopia e Somalia e, soprattutto, si affaccia sullo Yemen. Si può dire che sia una porta per il Medio Oriente.

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Gibuti è uno dei quattro stati che forma il Corno d’Africa, insieme ad Etiopia, Eritrea e Somalia. Conosciuto ai tempi del colonialismo prima come Somalia francese, poi come Territorio degli Afars e degli Issas, fu l’ultima colonia francese a diventare indipendente (1977). Lo stato fu rinominato Repubblica di Gibuti e il suo primo presidente fu Hassan Gouled Aptidon. Le tensioni interetniche tra Issa e Afar diedero vita, nel 1991, a una sanguinosa guerra civile durata fino al 2001. Nel 1999, anno delle prime elezioni multipartitiche del paese, divenne presidente il nipote di Aptidon, Ismail Omar Guelleh. In carica ancora oggi, dopo aver vinto tre ulteriori elezioni presidenziali fortemente criticate, il suo governo è descritto come altamente dittatoriale.

L’importanza di Gibuti è dovuta alla sua posizione strategica. Lo stato è situato all’incrocio tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, di fronte allo Yemen. Ciò significa che è vicino alle rotte di navigazione più trafficate al mondo e ai giacimenti petroliferi della penisola arabica. Inoltre, è un ottimo punto di osservazione per quello che succede in Medio Oriente, nonché un punto di partenza per le operazioni militari nel Corno o, appunto, in Medio Oriente. Per questi motivi, vari paesi hanno costruito basi militari nel paese. La grossa presenza estera nello stato africano è stata possibile grazie al presidente Guelleh, il quale ha concesso l’affitto di terreni per la realizzazione di installazioni militari alle potenze straniere in cambio del loro supporto politico.

Quali sono e che funzione hanno queste basi? Partiamo dalla Francia, la cui presenza a Gibuti è la più longeva. Infatti, le truppe francesi stazionano nel territorio sin dalla fine dell’Ottocento quando, al termine della Conferenza di Berlino (1884-1885) che diede il via allo scramble for Africa, il governo di Parigi stabilì un protettorato, poi divenuto colonia. Ottenuta l’indipendenza nel 1977, la neo Repubblica di Gibuti dovette firmare un trattato di mutua difesa con la Francia: quest’ultima ha così conservato il possedimento di varie infrastrutture militari e una presenza cospicua di soldati. Le Forces Françaises Stationnées à Djibouti (FFDj) dovrebbero contare, attualmente, tra i duemila e i tremila militari. Essi sono dislocati in vari siti nei dintorni della capitale omonima Gibuti, tra cui l’aeroporto internazionale di Gibuti-Ambouli, l’aeroporto militare Chabelley e la base navale di Héron. Quest’ultima, in particolare, svolge un prezioso ruolo di sostegno logistico sia per la marina francese sia per le marine alleate. Parigi mantiene fissa una standby force di forze speciali nel caso dello scoppio di una crisi nella regione del Corno o nel vicino Medio Oriente e Oceano Indiano. Un cruciale compito per le FFDj è garantire la difesa del territorio gibutiano e del suo spazio aereo, e la protezione dei cittadini francesi presenti. Le basi francesi ospitano anche contingenti della Germania e della Spagna.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, gli Stati Uniti maturarono l’idea di stabilire una base militare permanente in Africa. Gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, il bombardamento del cacciatorpediniere USS Cole ormeggiato in Yemen da parte di Al-Qaeda nel 2000, e gli eventi dell’11 settembre furono determinanti. Nel 2001, il governo del Gibuti diede in affitto agli Stati Uniti la base di Camp Lemonnier. Un anno dopo, l’amministrazione Bush stabilì la Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), un comando militare con il compito di organizzare, supervisionare e portare a termine le missioni nell’ambito dell’Operation Enduring Freedom-Horn of Africa (OEF-HOA). L’operazione, lanciata nel 2002 con la creazione della CJTF-HOA, mira a combattere il terrorismo islamico e la pirateria nell’Africa orientale. La CJTF-HOA svolge anche altre funzioni quali promuovere la stabilità nella regione, evitare lo scoppio di conflitti e proteggere gli interessi e i cittadini americani. Il contingente, dal 2003 di stanza a Camp Lemonnier, conta circa duemila soldati americani oltre che personale di paesi alleati (in particolare, della Gran Bretagna). Nel febbraio 2007, il presidente Bush annunciò la creazione dell’United States Africa Command (AFRICOM), acquartieratosi a Stoccarda, Germania. L’AFRICOM si è preso in carico della CJTF-HOA e di tutte le forze armate statunitensi nel continente. Il comando è – cito il suo sito web – “responsabile di tutte le operazioni, le esercitazioni e la cooperazione in materia di sicurezza del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel continente africano, nelle sue isole e nelle acque circostanti”. Camp Lemonnier è il centro di gravità attorno al quale ruotano tutte le basi americane del continente africano e, soprattutto, serve come hub per le operazioni aeree nel Golfo. Ricordo che Camp Lemonnier è l’unica base militare permanente degli Stati Uniti in Africa.

Ciò che ha destato preoccupazione a Washington, negli anni, è il fiorente coinvolgimento della Cina negli affari economici, politici e militari del continente, Corno d’Africa incluso. Le prime attività cinesi nella regione si videro nel 2008, quando Pechino lanciò un’operazione antipirateria nel Golfo di Aden. Da quel momento, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (MEPL) è diventata una presenza fissa nel Corno, svolgendo varie operazioni di sicurezza marittima. Nell’agosto del 2017, il governo cinese ha annunciato l’apertura a Gibuti della sua prima base militare fuori dei confini nazionali. Le sue funzioni sono la fornitura di supporto logistico e supporto operativo alle missioni antipirateria, antiterrorismo e di peacekeeping, oltre che di protezione degli interessi e dei cittadini cinesi nella regione. La base pare che possa contenere fino a diecimila soldati e un alto numero di navi, elicotteri e UAV.

L’altra potenza asiatica, il Giappone, ha aperto la sua prima base militare all’estero dalla Seconda guerra mondiale, nel 2011. Essa si trova in prossimità di Camp Lemonnier e al suo interno sono stanziati circa 180 soldati della Japan Self-Defense Forces (JSDF), oltre a componenti della guardia costiera. Il compito iniziale della base era di svolgere missioni di antipirateria. Con il tempo, però, le sue funzioni si sono allargate: supporto alla missione Onu UNMISS, distribuzione di aiuti sanitari nella regione, evacuazione dei cittadini giapponesi in caso di crisi e, forse più importante di tutte, controbilanciare la presenza della Cina a Gibuti.

Infine, il nostro paese: l’Italia. La base militare italiana di supporto “Amedeo Guillet” è stata costruita nel 2013 e si trova a Loyada, Gibuti, vicino al confine con la Somalia. È una base operativa avanzata interforze e ospita circa 100 militari, anche se può contenerne fino a 300. Generalmente, il contingente è composto dai soldati della Brigata San Marco, da un team di forze speciali e da un piccolo numero di carabinieri. Lo scopo della base è fornire supporto ai contingenti italiani operanti nella regione, impegnati principalmente in missioni di antipirateria (ad esempio, “Atalanta” e “Ocean Shield”) nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano.

Gibuti si sta affermando come un vero e proprio hub militare strategico. Il numero di basi straniere presenti nel suo territorio fa impressione, ma potrebbe persino crescere. L’Etiopia, priva di sbocchi sul mare, vorrebbe costruire una base navale per la sua marina militare. L’Arabia Saudita ha ottenuto, nel 2017, il permesso dal governo gibutiano di stabilire una base sul territorio mentre l’India ci sta pensando seriamente. 


Di questi temi si parlerà in occasione della
XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più.


Alla ricerca dei campioni industriali europei

Dopo soli 10 giorni dal suo insediamento la nuova Commissione europea ha aperto le porte a una revisione delle regole della concorrenza, rispondendo così alla richiesta presentata in varie occasioni da Francia e Germania per facilitare la nascita di campioni industriali tutti europei, in grado di competere con i concorrenti di Cina e Stati Uniti. La decisione segna un importante raffreddamento nella fiducia nella dottrina della massima concorrenza e de libero mercato, e conferma la volontà di Ursula Von der Leyen di dare seguito alla promessa di una Commissione che difenda gli interessi strategici dell’UE.

Alla ricerca dei campioni industriali europei - Geopolitica.info

Il dossier è fondamentale per il futuro della politica comunitaria. All’epoca del Trattato di Aquisgrana – l’accordo franco-tedesco sottoscritto da Merkel e Macron – passò quasi inosservata l’appendice del Manifesto franco-tedesco per una politica industriale adatta al XXI secolo, un documento dove venne messo nero su bianco la volontà di rendere le aziende europee (in primis francesi e tedesche) capaci di competere con successo, dentro e fuori la UE,  in tutti i settori industriali della competizione globale.

L’obiettivo del manifesto è favorire la creazione di grandi aziende europee in grado di reggere la concorrenza delle multinazionali non europee sostenute (direttamente e indirettamente) dagli apparati statali, in particolare dalle grandi potenze continentali, quindi:  Cina, e Stati Uniti su tutti. All’origine del documento presentato da Parigi e Berlino c’è il veto posto dalla Commissione europea al progetto di fusione Alstom-Siemens, l’ambizione di creare un gruppo ferroviario mondiale soffocata dalla solerte applicazione di Margrethe Vestager delle norme antitrust europee. L’idea franco-tedesca era creare un campione europeo capace di tenere testa al colosso statale cinese CRRC, il maggior produttore di veicoli ferroviari del mondo.

Capire gli obiettivi che si pongono Parigi e Berlino è importante per interpretare meglio le cose che stanno succedendo oggi (vedi la fusione FCA-Renault e l’indagine aperta su Fincantieri-CdA) e quelle che succederanno domani. È significativo che a dare il via alla revisione di un approccio ventennale sia stata proprio Vestager, la stessa donna (danese, di orientamento liberale) che poco tempo fa bloccò quell’ambiziosa fusione. L’obiettivo è fare in modo che la UE sia in grado di difendere i suoi interessi economico-strategici dalla politica assertiva dei giganti dell’high-tech di Stati Uniti e Cina L’autorizzazione agli aiuti di Stato per lo sviluppo delle batterie per le auto elettriche, l’indagine sulla portabilità dei dati e lo studio per una definizione precisa delle linee guida per le green-policy sono passi in questa direzione.

Il commissario alla concorrenza, precedentemente assegnato alla nordica e anseatica Danimarca, è stato assegnato alla più dirigista Francia, con un portafoglio di competenze particolarmente rinforzato per l’occasione. Per chi si chiedeva come avrebbero fatto i francesi e i tedeschi a sviluppare una politica interventista sulla politica industriale, questa è stata la risposta: incaricando un commissario francese o tedesco con un mandato specifico di Parigi e Berlino. Inizialmente Macron aveva scelto l’ex ministra della difesa Sylvie Goulard, ma la sua candidatura è stata clamorosamente respinta dalla commissione giudicante. Per l’Eliseo è stato un affronto politico, è la prima volta che un commissario in pectorefrancese viene respinto dal Parlamento europeo.

Tuttavia, per la Francia a essere importante era il pacchetto di competenze destinate al suo commissario, che in questo caso include: mercato unico, politiche industriali, Information Tecnology (IT) e industria della difesa. Macron quindi ha rilanciato mandando a Bruxelles Thierry Breton, professore di IT, matematica e uomo d’affari con una vasta esperienza (CEO di Thomson, France Télécom e Atos) e ministro delle finanze durante il governo di Jacques Chirac. Breton ha già curato personalmente numerosi progetti industriali franco-tedeschi, ed è un esperto di big-data e cyber-security. Inoltre, già conosceva personalmente Von der Leyen. Le sue credenziali professionali inattaccabili sollevano questioni di conflitto di interessi: Breton sarà responsabile degli investimenti europei nel campo dei super-computer, una specialità della Atos, l’unica azienda europea leader del settore di cui è stato presidente e CEO fino a poche settimane prima della nomina.

I confini del libero mercato e della concorrenza sono cambiati man mano che il mondo è diventato più globalizzato e digitalizzato rispetto al 1997, anno in cui furono adottate le attuali regole di antitrust. La politica di concorrenza degli Stati Uniti è diventata meno vigorosa, consentendo ai giganti digitali di prosperare, mentre in Cina le società fortemente sovvenzionate distorcono il mercato e presentano questioni di sicurezza. Non si tratta quindi solo della rigidità delle regole di mercato, riguarda anche il potere geopolitico di non essere dipendenti da potenze straniere nei settori strategici come la gestione dei dati (personali e commerciali), le telecomunicazioni e le grandi infrastrutture.

Parigi vuole una revisione delle vecchie regole a fronte di due nuove realtà adiacenti agli interessi dell’UE, e la Germania è d’accordo. L’anno scorso uno studio del ministero delle finanze francese ha suggerito che i casi di concorrenza non dovrebbero essere decisi esclusivamente dalla Direzione Generale della Concorrenza (DG-COMP), ma dovrebbero includere consultazioni con altre DG della Commissione europea, per esempio quella dell’ambiente. Lo studio suggerisce di tenere conto delle informazioni su come i paesi in esame – su tutti la Cina – si sono comportati in altri mercati, e di avere un comitato di supervisione dedicato esclusivamente ai mercati digitali, per individuare acquisizioni killer e portare avanti controlli ex post dopo una fusione.

L’orizzonte temporale per l’adozione delle nuove regole è di due o tre anni. Per l’Italia può essere un’occasione importante per rivitalizzare alcuni settori industriali all’interno di un ecosistema protetto, ma per farlo c’è bisogno delle competenze per elaborare e mettere in pratica un’accurata strategia politica ed economica. Non riuscirci significa perdere ulteriori quote di mercato e peso politico all’interno dell’Unione europea. Il primo passo è stato fatto, Roma ha ricevuto il permesso di investire 570 milioni di euro (su 3,2 miliardi totali) in aiuti di Stato per sviluppare il settore delle batterie per auto elettriche, inserendo le aziende italiane in un consorzio di 17 imprese di sette Stati membri. L’obiettivo è colmare il gap tecnologico in un settore che vede l’UE molti passi indietro rispetto ai concorrenti statunitensi e asiatici.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije

Con il rifiuto da parte del Consiglio Europeo di avviare le trattative per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE, i due piccoli paesi balcanici sono ritornati al centro della politica europea riaprendo il dibattito sui pro e i contro dell’ampliamento dell’Unione a nuovi stati.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije - Geopolitica.info

La possibilità di ampliare la membership europea è oggi uno dei principali terreni di scontro all’interno delle istituzioni comunitarie. Da un lato il blocco dei paesi dell’Est con importanti sostenitori a Ovest (primo tra tutti l’Italia) spinge per l’adesione dei Balcani Occidentali al fine di stabilizzare la regione e continuare il percorso avviato con il “big bang” del 2004; dall’altro, un secondo gruppo di stati, principalmente occidentali, con in testa la Francia, si oppone all’ampliamento a paesi che non manifestano ancora un effettivo consolidamento della democrazia, dello stato di diritto e del rule of law.

Tra Bruxelles e Skopije

All’indomani dell’indipendenza, le relazioni tra la UE e la Macedonia del Nord hanno visto un andamento altalenante caratterizzato dalla costante opposizione all’adesione da parte della Grecia e dal conseguimento dell’aquis comunitario come condizione fondamentale per l’ingresso. Malgrado le importanti riforme portate avanti dal 2005, anno in cui viene riconosciuto lo status di “candidato a membro”, in più occasioni il Consiglio Europeo ha stentato a prendere una posizione netta in favore dell’adesione della Macedonia. Anche a seguito della firma dell’Accordo di Prespa, che definisce il contorno istituzionale per la normalizzazione delle relazioni tra Macedonia del Nord e Grecia, in occasione del summit europeo dello scorso 17 ottobre 2019, è emerso un saldo blocco di paesi contrario all’allargamento dell’UE all’Albania e alla Macedonia del Nord guidato dalla Francia di Emmanuel Macron.

La posizione francese non è il frutto di un’opposizione ideologica ad ogni ulteriore allargamento, ma la sintesi di diversi elementi che riguardano tanto la politica europea propriamente detta quanto la politica interna francese:

  • Scarsi progressi nell’acquisizione dell’aquis comunitario, in particolar modo considerando l’efficacia del sistema giudiziario e il contrasto alla criminalità organizzata nonché l’efficienza delle istituzioni nel loro complesso;
  • Il pericolo percepito, evidentemente come concreto, che, sotto le ceneri della guerra degli anni ’90, possano covare nuovamente i fuochi del nazionalismo e che l’esplosione di una nuova crisi, innescata da ragioni socioeconomiche proprio nei paesi dalle istituzioni più fragili, possa portare l’UE sull’orlo del collasso;
  • Necessità di ridefinire le modalità di adesione di nuovi stati all’Unione e di approfondire il processo di integrazione europea prima di predisporre nuovi ampliamenti a paesi che risultano essere complessivamente molto deboli;
  • Dal punto di vista interno, Macron ha sofferto una progressiva perdita di consenso che ha rafforzato, soprattutto, il Front National. Aprire all’Albania e alla Macedonia del Nord riporterebbe in Francia il timore di nuovi enormi flussi di migranti che dalla Grecia, attraverso i Balcani, entrerebbero nel cuore dell’Europa offrendo così un nuovo argomento al partito di Marine Le Pen.

L’Italia ha tradizionalmente sostenuto il processo di allargamento ad est dell’Europa ed anche nel caso dei Balcani Occidentali è stata tra i principali sponsor dell’avvio delle discussioni per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE. Per Roma aprire le istituzioni europee all’altra sponda dell’Adriatico significa consolidare la propria posizione nella ex-Jugoslavia e rafforzare la propria sicurezza interna e internazionale. Dal punto di vista italiano, l’allargamento dell’UE è stato da sempre percepito come un fattore di forte stabilizzazione, tanto in termini di buon funzionamento delle istituzioni interne quanto di soluzione dei possibili conflitti tra i paesi coinvolti, di conseguenza, l’allontanamento della prospettiva di ingresso nell’Unione rischia di avere conseguenze gravi e concrete sulla stabilità dell’intera regione. Con l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord inoltre i confini di questi due stati diverrebbero confini propriamente europei favorendo così un maggior controllo sui fenomeni criminali e migratori. Da ultimo, i forti legami economici e culturali, frutto dei grandi flussi di migranti degli anni ’90 sono un ulteriore fattore che spinge Roma a prestare attenzione a quanto accade nel proprio vicinato orientale.

Se le stelle dell’Europa si spengono

Il rifiuto dell’Unione di aprire al dialogo con Albania e Macedonia del Nord ha avuto conseguenze immediate sul destino del Governo macedone. Zoran Zaev, Primo Ministro di Skopije, aveva scommesso il suo destino politico sull’integrazione euro-atlantica del Paese, il “no” europeo ha quindi indebolito la sua posizione al punto da determinare una crisi di governo che, il prossimo 3 gennaio, porterà l’esecutivo alle dimissioni ufficiali e ad elezioni anticipate il 12 aprile 2020.

La decisione del Consiglio Europeo non ha solo compromesso la stabilità del Governo di Skopije ma anche, e soprattutto, la credibilità dell’Unione Europea. Per quanto le ragioni francesi possano essere condivisibili, è innegabile che il rinvio dei negoziati sull’allargamento comporti un allontanamento delle istituzioni di Bruxelles dai Balcani Occidentali soprattutto se consideriamo le situazioni più instabili della regione, ovvero la condizione della Bosnia-Erzegovina e la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Sul fondo, vaga lo storico fantasma del nazionalismo balcanico. Dopo i traumi degli anni ’90, si ha la percezione che la rabbia e il furore legati a condizioni socioeconomiche estremamente fragili possano nuovamente esplodere e trovare una valvola di sfogo nell’odio interetnico che appena 20 anni fa insanguinava i confini dell’Europa.

In una recente intervista il Premier Zaev ha infatti dichiarato: “Se le stelle dell’Unione Europea si spegneranno, verrà il buio. Nel buio ci perderemo e rinasceranno le idee radicali, il nazionalismo, cose che generano danni in tutti i Balcani e quando i Balcani hanno un problema anche l’Europa ha un problema.”