Archivio Tag: Europa

Who is who: Valdis Dombrovskis

Nome: Valdis Dombrovskis
Nazionalità: lettone
Data di nascita: Riga, 05 agosto 1971
Chi è: Vicepresidente della Commissione UE e Commissario per l’euro ed il dialogo sociale a capo del project team che si occuperà di Unione economica e monetaria

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Nato a Riga da una famiglia di origini polacche, Dombrovskis si è laureato nella facoltà di fisica e matematica dell’Università della Lettonia. Ottiene la laurea in economia per ingegneri dall’Università di tecnologia di Riga nel 1995 e un master in fisica dall’Università della Lettonia nel 1996. Dal 1995 al 1996 lavora come assistente di laboratorio all’Istituto di fisica dell’Università di Mainz, in Germania e nel 1997 è assistente all’Istituto di fisica dello stato solido all’Università della Lettonia. Nel 1998 si trasferisce per  ricerca alla facoltà di ingegneria elettrica dell’Università del Maryland, negli Stati Uniti.
Dombrovskis è membro della dirigenza di Nuova Era, partito conservatore lettone, dal 2001. Dal 2002 al 2004 è ministro delle finanze della Lettonia e  membro del Saeima (parlamento lettone) durante l’ottava legislatura. Diventa in seguito osservatore presso il Consiglio dell’Unione europea. In quanto parlamentare europeo, Dombrovskis è membro di tre suoi comitati: comitato per il budget, delegazione per l’Assemblea parlamentare unita ACP—UE, delegazione per l’assemblea parlamentare euro-latino americana. È inoltre membro supplente del Comitato degli affari economici e monetari, del Comitato sul controllo del budget e della Delegazione del comitato per la cooperazione parlamentare UE-Kazakhstan, UE-Kirghizistan e UE-Uzbekistan, e per le relazioni con Tagikistan, Turkmenistan e Mongolia. E’ uno dei sei membri del Parlamento Europeo a partecipare alla missione di osservazione in Togo per le elezioni parlamentari del 2007. Il 26 febbraio 2009, a seguito delle dimissioni di Ivars Godmanis, il presidente della Lettonia Valdis Zatlers lo nomina nuovo primo ministro. Il 12 marzo 2009 il parlamento lettone ha approvato la nomina di Dombrovskis. Alle elezioni del 2010 è riconfermato primo ministro. Il suo governo è costretto alle dimissioni dal parlamento, ma alle elezioni del 2011, sostenuto da una coalizione di centrodestra in parlamento, ha ottenuto un terzo mandato. Si dimette dall’incarico il 27 novembre 2013, a seguito di un incidente avvenuto a Riga il 21 novembre nel quale muoiono 54 persone a causa del crollo del tetto di un supermercato. Il 22 gennaio 2014 viene sostituito nell’incarico di primo ministro dall’ex-ministro da L. Straujuma, prima donna a capo del governo lettone, per assumere l’incarico di vicepresidente della Commissione UE e Commissario con delega agli affari monetari dell’Unione.

Voglio vivere e amare a l’Aquila

Devo essere sincero. Ho pensato a lungo se scrivere questo articolo, e provo un certo disagio ancora adesso, mentre digito sui tasti impolverati del portatile scampato con me al sisma.

Voglio vivere e amare a l’Aquila - Geopolitica.info

Mi sono chiesto se fosse giusto aggiungere altre parole ai fiumi di inchiostro che sono stati versati per descrivere tutto quello che è successo: la morte, il dolore, la celerità e l’efficacia degli aiuti, ma anche le polemiche, la politica…

O meglio la demagogia di certi politici che inseguono un attimo di attenzione mediatica, dimentichi dell’insegnamento evangelico per cui, nel dono e nell’aiuto, la mano destra non dovrebbe sapere quello che fa la mano sinistra; o che comunque cercano un “ruolo” nel racconto della tragedia.

Ma alla fine mi sono convinto. La scrittura è anche catarsi. E senza scadere in un banale psicologismo è un modo per metabolizzare, per elaborare… E poi ci sono tante storie che non sono riuscite ad entrare nel cono di attenzione dei media… O se sono finite sotto i riflettori, sono state paradossalmente distorte da quella luce troppo intensa.

Sarebbe forse un atto di giustizia provare a raccontarle queste storie, forse semplicemente accennandole, difendendo il pudore di quei protagonisti che, a differenza di altri, non hanno cercato la “compensatoria” – per quanto effimera – notorietà che il dramma ha concesso a una terra, a una città, a un popolo che in qualche modo aveva condotto per secoli la sua dignitosa, antica e forse un po’ provinciale esistenza praticamente ignorata.

Gli aquilani erano irritati dal fatto che tante emittenti televisive, dando le previsioni atmosferiche, parlassero solo della rivale Pescara. Oggi persino le notizie del meteo sono focalizzate sulla nostra città, per rendere giustamente conto degli ulteriori disagi che un tempo inclemente sta arrecando ad una popolazione già tanto colpita.

Il terremoto è un evento traumatico. Traumatico certo per le abitazioni, per gli oggetti colpiti nella loro fisicità, ma lo è anche per le anime: ci si sente totalmente in balia del caso. La linea tra la vita e la morte è segnata da un tragico gioco di casualità.

Una statistica cieca e crudele: dove ti trovi, la conformazione del terreno che amplifica o attutisce la violenza delle scosse, i tuoi tempi di reazione o di non reazione, il modo il cui il sisma esprime la sua forza.

Abbiamo imparato che quasi trenta secondi in balia del tremore della terra sono un tempo impressionante. O meglio, è il tempo stesso che appare dilatato in modo strano. Adesso passa… Vedrai che passa: ma non passa…

Il 6 aprile. L’attesa dell’alba, e poi il chiarore della luce che rivela un impressionante scenario di distruzione. Immagini già viste nei reportage che raccontano di città bombardate nelle guerre degli uomini. Ma adesso siamo nel cuore della “guerra della natura”.

La stessa durata del giorno appare stranamente distorta. E poi di nuovo la notte, rischiarata dalle lampade dei soccorritori che come termiti, attorno a un termitaio distrutto, si muovono freneticamente per salvare il salvabile: una vita, un respiro, un battito di cuore. A volte ce la fanno. Altre volte, troppe volte, quella vita è stata già schiacciata, sepolta, travolta.

E allora si liberano occhi che non torneranno a guardare, mani che afferrano altre mani, o bocche, nasi, fermi a inseguire l’aria respirata tra le fessure. E appaiono bambole di pezza scomposte, o pietrificate nel momento del crollo…

Traballando si scende da un terzo piano con i vigili, su rampe di scale in equilibrio precario, gravati dal peso di un corpo senza vita. Che comunque va portato fuori. E là, fuori, i visi dei cari in attesa. Si esce e si uccide la speranza.

Oltre queste isole di azione, la città è desolata, la popolazione in gran parte defluita verso i primi punti di raccolta che la Protezione civile e la Croce rossa hanno tempestivamente allestito. Il centro è deserto, sfigurato, irriconoscibile. Una maschera distorta dal dolore ha preso il posto del suo viso abituale.

Il terremoto è un evento che spezza vite, distrugge opere d’arte, e che restringe l’orizzonte esistenziale. Che farò domani? Ha senso rimanere a vivere, a lavorare, a studiare, ad amare, in questa città? E la città è solo ferita, o questo dramma è l’epilogo del suo lento declino economico?

Ma il terremoto è anche un’incredibile esplosione di coraggio, di generosità e di solidarietà. Centinaia di ragazzi e ragazze, non solo con la divisa, sono accorsi per dare una mano, per far sentire agli aquilani che non erano soli…

Ora c’è la sfida della ricostruzione… una ricostruzione che dovrà coniugare nel rigore tradizione e innovazione, una ricostruzione identitaria per ridare vita a questa città e per rispondere a quelle domande:”Si! Vale la pena rimanere a vivere, a studiare, a lavorare, ad amare a L’Aquila…”

(Pubblicato il 12/05/2009 su Limes Online)

Bruxelles (ed Europa) Vs Jihad: problema di volontà politica, prima che di intelligence.
A poche ore dai drammatici fatti di Bruxelles, pur disponendo di frammentarie informazioni e di bilanci ancora parziali, è tuttavia possibile cercare di individuare alcune chiavi di interpretazione della situazione attuale sia belga sia più generalmente continentale, nel tentativo di consegnare un quadro analitico delle debolezze e problematiche che investono, ormai con assoluta urgenza, la sicurezza europea. 

Bruxelles (ed Europa) Vs Jihad: problema di volontà politica, prima che di intelligence. - Geopolitica.info
– Innanzitutto, il quarto grande evento terroristico condotto sul territorio europeo dopo Londra, Madrid e Parigi, ci ricorda come la strategia jihadista sia tutt’altro che “folle” e “irrazionale”: le formazioni jihadiste, comunque composte (lupi solitari, cellule homegrown, returnees, reti transnazionali) si attivano anche in base a logiche ben precise e del tutto razionali. Con ogni evidenza, per le modalità di esecuzione e per la complessità insista in un’operazione che prevede azioni sostanzialmente simultanee (come nel caso di Londra e Parigi), si tratta di un attacco organizzato da tempo e ben  congegnato, a ulteriore riprova del salto di qualità logistico già dimostrato da parte delle cellule radicali autoctone. Un piano senz’altro in cantiere da tempo, quindi, che non è fuori luogo ipotizzare sia scattato in risposta all’operazione di polizia che ha condotto all’arresto di Salah proprio a Molenbeek, la “Raqqa d’Europa”. Con ogni probabilità, l’azione terroristica ha una forte componente mediatica: i gruppi jihadisti attivi nel cuore della capitale dell’UE hanno inteso dimostrare la propria vitalità operativa e capacità di reazione.
– la rivendicazione da parte di Daesh (e non della rete di Al Qaeda) suggerisce inoltre che l’attacco odierno risponda anche ad una precisa esigenza avvertita dalla dirigenza dello Stato Islamico: in difficoltà sul piano bellico nello scacchiere siro-iraqeno, e di fronte ad una contrazione del flusso di foreign figthers diretti nei territori controllati dall’esercito di Al Baghdadi (in aggiunta a fenomeni di diserzioni tra le fila dei miliziani di ISIS), Daesh deve dimostrare la propria forza, se non bellica, almeno attrattiva e mediatica tanto al mondo occidentale quanto ai suoi potenziali aderenti e simpatizzanti. Anche portando a termine – o ispirando –  attacchi in grande stile sul modello parigino (come molte agenzie di informazione e sicurezza avevano previsto già alla fine del 2015).
– sul piano della politica di sicurezza, i fatti di Bruxelles confermano ulteriormente come la minaccia jihadista abbia smesso i tradizionali panni del improvvisazione logistica e dell’adesione settaria, minoritaria e fanatica, per vestire quelli di una strategia che, sul piano organizzativo, potremmo definire di “anarchismo coordinato”, in grado di autosostenersi nei territori europei grazie ad una radicalizzazione religioso-culturale penetrata in profondità nella mente e nel corredo valoriale di un numero preoccupante di musulmani europei. A dispetto della interpretazione diffusa, il problema non si colloca tanto a livello di apparati di sicurezza, quanto piuttosto fondamentalmente sul piano dell’indirizzo politico: è infatti la mancanza di volontà/capacità politica di individuare la cifra esatta della minaccia (con i suoi sfuggenti connotati, le sue origini e i complicati meccanismi nazionali, internazionali e transnazionali di finanziamento e sostegno) che impedisce agli apparati di prevenzione e repressione di far fronte coerentemente e con sufficiente efficacia a manifestazioni di radicalismo sempre più catastrofiche. L’intreccio tra incapacità politiche e inadeguatezza degli apparati di sicurezza ha generato pertanto problematiche che affiorano oggi, con prepotente e sconcertante violenza, sia nella dimensione nazionale (belga e non solo) che sul piano euro-continentale.
  • prospettiva nazionale belga – le autorità belghe hanno dimostrato, oltre che scarse capacità di presidio del territorio, anche e soprattutto una imbarazzante difficoltà nell’ottenere la collaborazione “civica” delle comunità dei quartieri bruxellesi a maggiore presenza islamica, giungendo rocambolescamente alla cattura di Salah dopo mesi di una latitanza definita da taluni come “mafiosa”, poiché sostanzialmente garantita e protetta dalla connivenza di buona parte degli abitanti della commune di Molenbeek. Questo rappresenta il preoccupante risultato della prolungata sottovalutazione politico-governativa delle conseguenze della penetrazione del radicalismo di matrice islamica nel tessuto sociale della comunità islamica bruxellese (e belga in generale). Le autorità politiche non hanno compreso appieno la natura e le conseguenze, sul piano della sicurezza interna, dell’attentato al Museo Ebraico del maggio 2014, primo evento terroristico nella capitale d’Europa e momento che ha chiaramente segnato il passaggio di Bruxelles da centro meramente logistico del jihad europeo a testa di ponte operativa e possibile teatro di guerra asimmetrica. L’incapacità politica di cogliere la portata dell’escalation lanciata dalla filiera terroristica ha impedito agli apparati di sicurezza, già ridimensionati sin dai primi anni ’90, di operare avvalendosi di risorse, mezzi e (soprattutto) strumenti di analisi e di reazione adeguati ai segnali di “attivazione terroristica” in rapido aumento sul suolo belga. Nulla può l’intelligence (specie se depotenziata) quando gli organi di direzione politica ignorano troppo a lungo (spesso per miopi ragioni elettorali) le dimensioni di una minaccia concreta, e non approntano pertanto le necessarie misure sul piano dell’attività di counterterrorism.
  • prospettiva nazionale europea – le fragilità del contesto socio-politico e del sistema di sicurezza interna si sono manifestate con particolare evidenza in Belgio, ma altri Paesi europei non sono esenti dallo stesso genere di debolezze. L’incapacità (o la non-volontà) delle élites politiche europee di interpretare e affrontare per tempo la minaccia del jihad globale è la principale causa dell’inefficacia dell’attività di prevenzione e repressione della radicalizzazione islamica. Pur senza le adeguate risorse e in mancanza di strumenti adatti a comprendere analiticamente l’evoluzione sociale, organizzativa e logistica della filiera terroristica, in alcuni casi le agenzie di informazione e sicurezza sono state in grado di avvertire il decisore politico circa la possibilità di attacchi in grande stile, ma non sempre con successo (anche l’intelligence belga, secondo quanto riportano alcune agenzie, avrebbe avvertito il governo dell’imminenza di un attacco). Disattenzione (e sottovalutazione) politica o meno, è necessario ora che i governi europei, singolarmente presi, ridisegnino lo schema delle priorità politiche interne, consegnando al tema della sicurezza interna la giusta attenzione e dotando le rispettive agenzie di sicurezza e gli organismi di law-enforcement di risorse tecniche ed umane in grado di penetrare nella intricata trama del jihad europeo, contro il quale nulla o quasi possono le logiche e gli strumenti di analisi dell’intelligence tradizionale (difesa militare, controspionaggio politico, etc…). Attualmente, sul terreno informativo e preventivo, gli organismi di molti Paesi europei sono ancora inadeguati ad affrontare al meglio una sfida non futuribile, ma attuale e drammaticamente urgente.
  • prospettiva europea comunitaria – occorre sgombrare il campo da un grossolano equivoco, che anche oggi, come dopo ogni dramma di queste dimensioni, riecheggia nel dibattito pubblico: il coordinamento dell’intelligence a livello europeo. A parte alcuni meccanismi di dialogo intergovernativo, è impossibile immaginare in ambito UE una vera e propria cooperazione capace di mettere a sistema comune un volume di informazioni utile e sufficiente ad affrontare efficacemente il problema. Questo fondamentalmente per più motivi: innanzitutto, lo scambio di informazioni tra servizi nazionali di informazione e sicurezza avviene regolarmente, nel quadro però di un “mercato” fondato sulla logica del baratto. E’ impensabile che le agenzie nazionali si scambino, in piena e spontanea sinergia, i rispettivi patrimoni informativi, che rappresentano il prodotto finale dell’utilizzo di forze e risorse sia umane che finanziarie e tecnologiche, impiegate in base alla definizione degli interessi strategici strettamente nazionali. Un meccanismo di cooperazione di intelligence continentale a “vasi automaticamente comunicanti” sarebbe pensabile solo all’interno di una quadro istituzionale europeo di tipo federale (per ora solo teorico, per quanto possa a taluni apparire la struttura di governance più adatta per affrontare una minaccia terroristica transnazionale per definizione). Inoltre, per essere efficace, un ipotetico coordinamento dovrebbe coinvolgere non solo le agenzie governative, ma anche le strutture informative che operano all’interno di grandi realtà economico-industriali: un passo di ancora più complicata realizzabilità. Infine, sarebbe necessario anche il coinvolgimento di agenzie extra-europee, considerando come alcune operazioni di polizia negli ultimi anni abbiano visto tra i soggetti coinvolti aspiranti terroristi extra-europei (per esempio dalla Cecenia o dal Daghestan), e non solo cittadini propriamente europei.
In definitiva, per le regole e le logiche che governano il complicato mondo dell’intelligence, un organismo di coordinamento automatico ed istituzionalizzato tra le agenzie europee veramente efficace è sostanzialmente fuori dal novero delle possibilità, e lo sarà ancora per molto tempo, quantomeno fino ad una ipotetica e futuribile Europa federale. Allo stato attuale e nel breve-medio periodo, è auspicabile il rafforzamento di meccanismi ci scambio di informazioni, senza tuttavia che il prodotto di tale collaborazione inter-agenzie possa dirsi quantitativamente e qualitativamente soddisfacente, considerando come le informazioni utili non sono necessariamente e soltanto quelle in possesso delle sole agenzie governative europee, ma anche di quelle extra-continentali (mediorientali-mediterranee, russe, statunitensi, etc…) e di quelle non statuali.
Non potendo attendere una salvezza dal jihad che l’UE non è istituzionalmente in grado di garantire (almeno nel breve-medio periodo), è necessario che i governi del continente, in aggiunta agli auspicabili (ma non sufficienti) sforzi di collaborazione bi- e multilaterale, ridisegnino il quadro delle priorità nazionali nel campo della sicurezza domestica, dotando gli apparati preposti di risorse e strumenti di analisi e previsione adeguati, e prendendo coscienza della improcrastinabilità di coraggiose scelte politiche in grado di disinnescare le dinamiche socio-culturali (id est, anche intraprendendo misure ai vari livelli di governo volte alla de-radicalizzazione religioso-culturale) che hanno alimentato la parabola evolutiva del radicalismo di matrice islamica in Occidente. E, non ultimo, mettendo da parte il consolidato atteggiamento (di governi e UE) di “ambiguità” nei confronti di attori -politici e non- che dall’esterno hanno alimentato il brodo culturale (e riempito le casse) delle casematte del jihadismo in Europa.
Se il populismo sbarca in Germania

Il governo tedesco non cambierà la propria politica dell’immigrazione, nonostante i risultati delle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno visto una repentina avanzata del AfD (Alternative für Deutschland), il partito populista-nazionalista guidato da Frauke Petry. Il messaggio politico che si può ricavare da questo voto è stato piuttosto chiaro: a fette sempre più consistenti dell’elettorato teutonico piace sempre meno la politica aperturista di Angela Merkel sugli immigrati. Ma il voto in Germania di domenica scorsa ha avuto anche un altro significato, più generale: oramai le forze “anti-sistema” o “populiste” sono riuscite a ritagliarsi uno spazio consistente anche lì dove si pensava che non sarebbero mai riuscite a mettere piede, se non in misura marginale. Nel caso specifico, in Germania.

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Un voto non solo regionale

Il voto tedesco è stato un voto “regionale”, svoltosi in tre dei sedici länder che compongono la Repubblica federale tedesca, che tuttavia ha assunto una valenza nazionale. La discussione pubblica è stata egemonizzata o quasi da una tematica di valenza nazionale e, secondo molti commentatori, gli elettori dei tre länder in questione (Renania-Palatinato, Sassonia-Anhalt, Baden-Württemberg) avrebbero formulato le proprie scelte, almeno in maniera significativa, non tanto su questioni “regionali”, ma, appunto, su una issue nazionale come l’immigrazione.

Questo fenomeno, cioè la preponderanza di una tematica nazionale in elezioni “secondarie”, è riscontrabile nella storia politica di molti paesi europei. Tuttavia in questi ultimi anni questa dinamica si è accentuata notevolmente, essendo il dibattito pubblico sempre più segnato da tematiche sovra-nazionali declinate, poi, nel panorama politico nazionale di ogni paese. Crisi economica e dei debiti sovrani, uscita o permanenza di alcuni stati dalla o nella zona Euro, se non addirittura uscita o permanenza dalla o nella Unione Europea, e la crisi dei migranti, sono alcune delle issue che hanno ridisegnato la competizione tra le forze politiche nazionali, creando un nuovo schema competitivo tra i partiti in paesi molto diversi fra loro, con condizioni economiche e istituzionali differenti.
Uno schema che risulta molto favorevole alle forze populiste di vario genere che affollano il panorama europeo. Questi partiti o movimenti (di destra, di sinistra o difficilmente posizionabili sull’asse destra-sinistra) nascono infatti all’interno dei contesti politici nazionali, ma la loro stessa ragion d’essere e il loro messaggio politico sono fortemente ancorati a issue nazionali ed europee. Si può notare infatti come le nuove forze populiste, le più giovani, non avendo nel proprio bagaglio esperienze amministrative o un particolare radicamento territoriale, trovino in un contesto competitivo sempre più nazionale ed europeo un terreno fertile sul quale crescere. Si potrebbe azzardare un’ipotesi: più una consultazione (primaria o secondaria) è segnata da un confronto su tematiche nazionali o inter/sovra-nazionali, più le nuove o rinnovate forze populiste hanno chance di ottenere buoni risultati. In Grecia, come in Spagna, come in Italia, come in Germania.
Bisognerà aspettare la “prova del nove”, cioè le elezioni nazionali, per capire se l’AfD diventerà una nuova forza del panorama politico tedesco o se si è trattato di un fuoco di paglia. Per quanto di “valenza nazionale” le elezioni di domenica hanno coinvolto il 20% circa della popolazione tedesca. E va detto che è comprensibile che in Germania si potesse assistere a una ridefinizione degli equilibri politici: dopo dieci anni di dominio della scena politica tedesca, ma anche europea, da parte del cancelliere Angela Merkel, forse potremmo essere entrati nella fase calante della sua carriera politica. Tuttavia si è trattato di consultazioni che hanno coinvolto una quota non irrilevante degli aventi diritto al voto in Germania e che si sono svolte in realtà molto diverse fra loro, il che rende questo voto un caso che travalica il contesto politico regionale e nazionale della Repubblica tedesca.
Di certo si può dire, infatti, che i segnali provenienti dalle elezioni di domenica scorsa sono stati un ennesimo colpo alla stabilità politica europea, soprattutto perché provenienti dal paese guida della UE. Una fase politica segnata dalla presenza di una nuova forza in grado di ostacolare i successi elettorali delle forze più consolidate, indirizzare in misura significativa i processi politici tedeschi, estremizzare il dibattito politico, rappresenterebbe una variabile in grado di produrre effetti importanti su tutta l’Europa. Il problema è capire se le classi dirigenti dell’Unione e dei singoli stati saranno in grado di accettare questo fenomeno, trovarne le cause e trovare soluzioni efficaci. Elementi tutt’altro che scontati.
Da Haiti al Brasile: storie di migranti e del modello di accoglienza sudamericano

Fino a pochi anni fa, gli haitiani che emigravano dal proprio Paese in cerca di condizioni di vita dignitose, compivano dei veri e propri viaggi della morte verso il Sud America – molto spesso affidandosi a trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Grazie ad una politica di immigrazione accogliente, il Brasile è diventato il Paese che più attrae il popolo colpito dal terremoto del 2010.Come vedremo, il Paese sudamericano ha adottato una politica molto simile a quella per i rifugiati siriani colpiti dalla guerra, ma con una importante variante.

Da Haiti al Brasile: storie di migranti e del modello di accoglienza sudamericano - Geopolitica.info (Cr: Oxfam International / Flickr / Creative)

In seguito al terremoto del 12 gennaio 2010, il numero di haitiani che ha iniziato ad emigrare è aumentato in maniera crescente: Stati Uniti, Canada e Francia sono i principali paesi di destinazione. L’altro polo di attrazione è il Sud America, con il Brasile che detiene il primato di cittadini haitiani espatriati nella regione. Questa tendenza è stata favorita da una politica di immigrazione molto favorevole: è sufficiente che un cittadino haitiano che voglia emigrare in Brasile si presenti in un ufficio della capitale Port-au-Prince e depositare una domanda di visto umanitario.

Un sistema simile è stato adottato per i rifugiati siriani, che possono recarsi presso i consolati brasiliani in Medio Oriente e depositare una domanda di visto speciale, che agevola il viaggio verso il Brasile dove, una volta arrivati, possono avanzare domanda di asilo: ad oggi, 8.000 visti sono stati concessi ai migranti siriani. L’UNHCR ha più volte sollecitato i policy makers europei a favorire la concessione di visti umanitari per agevolare delle ’’vie migratorie legali’’ e per permettere ai rifugiati di raggiungere l’Europa in sicurezza. Il modello brasiliano potrebbe certamente essere un esempio.

Per Haiti, l’agenzia umanitaria IRIN ha riportato l’interessante testimonianza di uno dei migranti trasferitisi in Brasile, Ernson Etienne, 20 anni. Dopo aver attraversato la frontiera con la Repubblica Dominicana e preso un volo per Bogotà (Colombia), è volato in Equador, per poi passare la frontiera con il Perù e fare il resto del tragitto via terra. È in Perù, racconta, che i suoi problemi sono iniziati: alcuni poliziotti corrotti lo hanno costretto a versare una bustarella e dei trafficanti di esseri umani gli hanno domandato somme esorbitanti per trasportarlo di città in città. Dopo un tragitto di più di un mese ed una spesa di 3.500 dollari si è infine stabilito nello Stato dell’Acre, nel nord-ovest del Paese.

Oggi Etienne vive in un centro di accoglienza per gli immigrati e rifugiati nella periferia di Rio Branco, la capitale dello Stato dell’Acre (cha ad oggi accoglie 1.200 migranti, di cui la maggioranza haitiana). Sta aspettando che il fratello gli mandi dei soldi per acquistare un biglietto dell’autobus e raggiungere così lo stato di Santa Caterina, nel sud, dove spera di trovare lavoro nel settore edile o in quello agricolo.

I migranti haitiani non sono coperti dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati. Non fuggono da una persecuzione né da un conflitto (e la Convenzione non prevede la copertura per tutti coloro che scappano da una catastrofe naturale), ma il Brasile li considera come una categoria speciale di migranti economici e, nel 2011, ha creato un visto umanitario specifico per loro.Fino a qualche mese fa, nei fatti,soltanto un numero limitato di migranti hanno potuto depositare una domanda di visto umanitario, poiché il Consolato brasiliano a Port-au-Prince ne rilascia soltanto 100 al mese: la domanda supera di gran lunga l’offerta. Molti migranti hanno così scelto di partire illegalmente piuttosto che attendere. Ma così facendo si ritrovano nel circolo vizioso cui è stato soggetto Etienne.

Tale situazione di stallo si è in parte risolta grazie all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)che ha aperto un ufficio a Port-au-Prince che permette agli haitiani di depositare la propria domanda di visto umanitario, prima entrare in Brasile. Con tale iniziativa l’OIM cerca di porre fine alle partenze clandestine, offrendo un’alternativa legale e trasparente.

Un motivo che ha spinto gli haitiani a scegliere il Brasile come destinazione preferita è stata la prospettiva di trovare un impiego legato all’organizzazione della Coppa del Mondo del 2014. Come Etienne, la maggioranza dei migranti raggiungono gli Stati ricchi del Sud – Sao Paolo, Santa Caterina o Rio Grande de Sul. Ma il Brasile non ha le risorse necessarie per procurare un sostegno reale ai migranti arrivati: in mancanza di posti abitativi nei quartieri poveri delle città del Sud, i migranti sono spesso costretti ad affittare degli appartamenti privati, ed inoltre hanno difficoltà a trovare un posto nel mercato del lavoro, a causa delle barriere linguistiche.

Il Brasile inoltre sta attraversando una crisi economica molto acuta. Dal 2010, il Real ha perso più del 70% del suo valore rispetto al dollaro americano: ciò vuol dire un abbassamento delle rimesse che gli stranieri possono inviare alle loro famiglie.Inoltre, l’anno scorso, il Paese ha perso più di un milione di posti di lavoro, soprattutto nell’edilizia, principale settore di occupazione dei migranti. Tali eventi mettono certamente in discussione la politica di immigrazione del Paese sudamericano portando a tensioni sociali che per il momento restano circoscritte ad alcuni episodi sporadici di violenza, ma che potrebbero esplodere in eventi molto più significativi.

 

The Role of the Caspian Sea countries in European Energy Diversification

The collapse of the Soviet Union led to both an end of an ideological clash and the emergence of new geopolitical interests among great powers.To obtain sustainable energy resources is one of the new political challenges of powerful states. However, the strategic dimension of energy is not a new issue in international politics. “It has been widely discussed at least since the 1973-4 Arab oil embargo”.

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“After the Arab oil crises, new energy cooperation and partnerships emerged and this process accelerated after the Cold War”(Yergin 2012, p. 267). In other words, powerful countries like the United States, Russia and China realized that sustainable energy resources can accelerate and strengthen their economic and military interests. In light of this,many countriesstarted to use their political, economic and even military power in order to obtain and provide cheap and alternative energy sources. Meanwhile, the importance of energy resources led to the emergence of new conflicts and competitions amongst great powers.Europe is a major region of international energy politics due to its energy dependency and interest, yet also because it is the headquarters of the IAEA and IEA.  The four main areas of these organizations – Energy Security, Economic Development, Environmental Awareness and especially Engagement Worldwide – makes the region a prominentglobal energy centers. The IEA is working with both member and non-member states, providing them with authoritative  recommendations and statistics. Meanwhile, it has a strong relations with other international energy organizations such as OPEC, IRENA and IEF. Thus, these strong partnerships and engagements make Europe one of the major energy regions.

In addition to the new political challenges, “the end of the Cold War sparked an emergence of new energy rich countries in the international sphere. Russia and newly independent Caspian Sea countries, Azerbaijan, Turkmenistan, Kazakhstan, have become new and significant energy actors in international politics, due to having abundant energy reserves”(Yergin 2012, p. 44).However, theRussian government has effectively used the disunity of member states for its own advantage and established huge energy dependency relations with numerous European countries. At the same time, Moscow has monopolized the pipeline projects of the Caspian Sea to restrict alternative access of the EU. Thus, as stated by ZeynoBaran“the EU relies on Russia for more than 30 percent of its oil imports and 50 percent of its natural gas imports”(Baran 2007, p. 132).

Nevertheless, the energy politics of the EU began to change after the gas crisis between Russia and Ukraine in 2007. The EU has realized that high dependency, lack of energy diversification and disunity between member states are the main obstacles that prevent member states from implementing strong energy policies. In light of this, the main research question for this paper is: isRussia the main obstacle which prevents the EU from establishing alternative energy relations with other regions, especially the Caspian countries, or are there other internal and external reasons? This will be explored by developing various sub-questions. To investigate the EU’s internal side:How successful was the European Union in its energy policy agenda during the period between 1991-2007 in the Caspian Region? How did competing strategic, economic and commercial interests impact on the EU policy? To investigate the external reasons: does Russia need the EU more than the EU needs Russia? How can the Caspian resources influence the energy diversification of the EU?  How will strong EU cooperation with the Caspian states impact the strategic sphere of its partner United States? In this paper, I use two main methodologies, analytical and descriptive, to answer the questions. For analytical part, I seek to outline where the Caspian resources can be located within the present paradigm of the EU energy security. I make particular reference to R. Young’s Energy Security analyzing concepts of the energy security and EU foreign policy. For the descriptive part, I utilize international journal articles to provide comparative and statistical information.

The Energy Policy of the European Union and Challenges

To begin with, what is energy security? and How can one define it? Is there a definition?In his analysis of Energy Security,Daniel Yergin mentions that “although in the developed world the usual definition of energy security is simply the availability of sufficient supplies at affordable prices, different counties interpret what the concept means for them differently” (Yergin 2006,p.71).However, Nikolay Kaveshinkov explains it from a different perspective in his article ‘The Issue of Energy Security’. According to him, “energy security should be defined as the elimination of a threat that in the longer run the energy factor would become a potential barrier to the economic development of a country” (Kaveshinkov 2010, p. 589).Meanwhile, he mentions that energy security should be explained in terms of both supply and demand. Finally, IEA defines energy security as  “the uninterrupted availability of energy sources at an affordable price”(Bahgat 2006, p.965).

In short, energy security is not only reliable and sustainable supplies but is also available at areasonable price.For the European Union, energy security hasnot been the main strategy of foreign policy since the mid-2000s. “The looming threat to energy security has not automatically led to member states developing a genuine ‘common’ energy policy” (Keukeleire&MacNaughtan 2008, p.222). In other words, the lack of attention and concern of EU member states to energy issues prevented them from establishing and implementing coherent and strategic energy policies. Stephan Keukeleire and TomDelreuxdiscuss critically three main obstacles and strategies to the EU in their book ‘The Foreign Policy of The European Union’

According to them, “the first challenge is the EU’s growing import dependence” (Keukeleire&MacNaughtan 2008, p.223). Although the percentage of energy importer countries varied significantly, every year their dependence rates are increasing considerably. “According to European Commission statistics, the EU dependency rating  has increased from 47.2 to 53.7 percent since 2002” (Ec.europa.eu, 2014).In the light of this, critics point out that due to  high energy consumption and demand in the world market, this dependence rate will be higher in the near future. In addition, European countries import their energy resources from different countries that influence their foreign policy priorities. Each of the member states has independent energy relations with different countries, and their position and policy toward energy exporter countries differentiate. Thus, high energy dependency is not only making security of EU countries vulnerable and weak, but also it impacts foreign policy priorities of its member countries.

Secondly, critics claim that the EU does not have reliable energy partners because energy rich countries are either undemocratic and authoritarian states-like Russia- or unstable places like the Middle East. In other words, because of energy interest, some European countries undermine traditional values of the European Union and overlook undemocratic regimes. “Even Saudi Arabia’s violent oppression of the unfolding revolt in Bahrain in 2011 did not lead to any serious reaction from the EU and its member states”(Keukeleire&MacNaughtan 2008, p.225 ). In the light of this,Youngsargues that “the standard critical view was that where the West did focus on such values it was only as a cloak for pursuing oil interests” (Youngs 2009, p.11).

Some European countries imported their energy resources from the Middle East. Although, the Middle East is very rich in its oil and natural gas resources, there is always conflict between countries which makesthis region an unreliable energy partner. For example, there has been conflict between Israel and Palestine since the beginning of the Cold War, and also, during the 1990s, the war between Iran and Iraq in the 1980s, then Iraq invaded Kuwait which led to the Gulf War. After that, in 2003, the U.S invasion of Iraq. In short, the common point of most experts isthe EU should increase diversification of energy sources to response energy shocks and disruptions.

The last and the most important challenge of the European Union is the absence of internal unification that prevents the EU from implementing a common ‘external energy policy’. This idea is also supported by both experts and the Commission. According to Amelia Hadfield,  “each EU member state places a different emphasis on the role of energy within its own national foreign and security policy’’(Hadfield 2008, p.237).This is also one of the main reasons of high energy dependency because instead of establishing energy relations under the EU, member states prefer to establish bilateral relations with exporter countries. At the same time, they do not want the EU commission to interfere their national energy relations. “Even energy policy was not formally incorporated within the scope of the Common Foreign and Security Policy (CFSP) and no legal base existed for the development of common external energy policy”(Youngs 2009,p.22). In the same vein, Bauman argues that, “during the gas disputes between Ukraine and Russia,  the common approach of the EU failed due to some bilateral actions of member states like Germany”(Baumann 2010, p.78)In other words, most of the experts and also the EU politicians believe that the disunity among members and ineffective collective responsibility are more significant obstacle than Russia. “At the end of 2006, Commission president Jose Manuel Barroso declared that energy had been until recently a forgotten subject in the European agenda”(Youngs 2009,p.24).

What are the main reasons of these problems?

The first reason is the differences between power and capabilities of member states that impact both their foreign and energy policy priorities. Small member states fear the power games of great ones. Meanwhile, for the largest states, “EU composed of powerless member states with little capabilities to offer” (Keukeleire&MacNaughtan 2008,p.123).  Moreover, divergent levels of capabilities leads to the second problem: different interests among member states. In other words, due to their power and capabilities, member states are following different foreign policy interests. Some members of the EU – France, the UK – have different agendas because they have nuclear weapons. Due to these reasons, they want to maximize their power capabilities and establish bilateral relations with third party countries in terms of economic, security and energy policy. Other reasons are political will and strategic culture. Meanwhile, because of different interests, capabilities and strategies, member states do not have strong political unity to establish a common EU approach.

Finally, critics claim that the last reason is the differences between energy dependency and preferences of states. As it has been mentioned before, the energy dependency of states is different from one toanother. For example, “although Latvia, Lithuania and Slovakia are obtaining 100 percent of their imported energy from Russia, Sweden, Spain and the UK have a low dependency on Russia”(Youngs 2009,p.79). Also, member states have different energy preferences like, nuclear power plants, that some of them prefer to change their energy from natural gas and oil to nuclear but others are against this idea. “For instance, France and Finland, prefer nuclear energy, whereas others such as Germany opted to close nuclear power plants (Youngs 2009,p.225).

The Caspian Sea

“The Caspian is the largest salt lake in the world”(Encyclopedia Britannica 2014). But, because of scientific  controversies about this idea, it is called the Caspian Sea. Five nations border the Caspian’s shores: in the southwest by Azerbaijan, in the south by Islamic Republic of Iran, in the northeast by Kazakhstan, in the southeast by Turkmenistan and in the northwest by Russian Federation.After the collapse of Soviet Union, three border countries of the Caspian Sea- Azerbaijan, Turkmenistan and Kazakhstan- became independent states. Meanwhile, due to its rich energy resources and geopolitical importance, the region gained the interest of foreign oil and natural gas companies and great powers. However, these newly independent states had weak governments and economies.This led to powerful countries in the region, such as Russia and Iran, intending to monopolize on the Caspian’s energy resources and strengthen their political influence over these three countries. Due to its strategic geography and rich energy resources, the Caspian Sea gained the attention of the United States. Washington immediately recognized the independence of these states and intended to spread its political influence over them.Thus, the Caspian Sea has become the ‘new power game’of great powers.

Although, the European Union did not present themselves as being particularly interested in the region’s geopolitical importance and energy resources.In his article,Ensuring European Security in Russian Near Abroad: the Case of the South Caucasus,Lussac explains that“for a long time, some EU actors have been reluctant to promote European activism in the South Caucasus due to Russia’s longstanding influence there” (Lussac 2010, p.608). This idea is also supported by other experts. Similarly,Youngs claims that “European foreign policy struggled to gain a meaningful foothold”(Youngs 2009,p.102). However, it does not mean that the EU was inactive in the region during those times. Rather, European programs were mainly intended to spread the idea of democratization and rule of law. In other words,Lussacargues that at the beginning of 1990s, the EU did not want to compete with Russian energy interests. But, how did European activities start to change from democracy to energy politics? What are the main reasons that have prevented the EU from utilizing of oil and natural gas resources of theCaspian Sea?

Russia

However, before to pass the importance of the Caspian energy resources, it is important to mention briefly about the relationship between the EU and Russia. This way, it will be clear why Russia is very significant for the EU. Also, the question will be asked: does Russia need the EU more than the EU needs Russia?

The relation between Russia and the European Union is very special because before the end of the Cold War, some of its member states especially the Baltic countries were the members of the Soviet Union. After the collapse of the USSR, they joined the EU and Russia has become the main‘successor’ of the USSR. After that, the EU launched several  programs  to establish and develop mutual relations with the Russian government.Amelia Hadfield claims that, “the centerpiece of the EU-Russia relationship is the Partnership and Cooperation Agreement”(Hadfield 2008, p.233).However, in his article ‘Towards Strategic Partnership’, Abellan explains that “PCA is fundamentally limited, acting primarily as an ambitious normative framework”(Abellan 2004, p.14). Besides spreading democracy and rule of law, using rich energy resources of Russia was the particular purpose of the EU. Nevertheless, Javier Solana – High Representative for the EU Common Foreign and Security Policy- “argued that to develop the partnership with Russia was the most important and the most challenging task that the Union faces at the beginning of the twenty first century”(Hadfield 2008, p.234).

Although, following the collapse of the Soviet Union, Russia had a weak economy and was struggling with a political transition, rich energy resources of the country strengthened its economy and provided a more or less smooth transition. Therefore, both oil and gas resources and pipeline projects have become national power and new foreign policy tools of Moscow. In his ‘Russia and Europe’s Mutual Energy Dependence’ article, Paillard, claims that “Russia used its energy resources, just as it used missiles in the 1980s to disorganize NATO”(Pillard 2010, p.78). However, Kaveshinkovclaims that it is the easiest way to explain power of energy but the question is “how the peculiarities of the energy industry and the domestic regulatory regime influence the goals and practice of external energy policy”(Kaveshinkov 2010, p.587). He mentions that energy should not be explained only from the perspective of politics.

According to statistics, “Russia accounted for 40 per cent of the growth in world oil production between 2000-2007” (Youngs 2009,p. 79). Russia has become the biggest energy trade partner of Europe. According to statistics of the European Commission: “in 2007, 44.5% of total EU’s gas imports (150bcm), 33.05% of total EU’s crude oil imports, and 26% of total EU coal imports came from Russia. In total, around 24% of total EU gas sources are originating from Russia” (Ec.europa.eu, 2014). The energy dependency rate of countries differentiate from each other and can be divided to three groups, law, medium and high dependent on the level of the Russian energy dependency. Spain, the UK and Sweden are among the less dependent countries. France, Germany and Italy comprise the second group. “The last group with high dependency on Russian energy, including Finland, Latvia, Lithuania and Slovakia that obtaining 100 per cent of their imported energy from Russia”(Youngs 2009, p.80). However, this dependency is not bilateral. In his article ‘The Prism of Interdependence’, Proedrou claims that, “Russia is dependent on the EU with its vast market power and potential.” In other words,  there is a mutual vulnerability between both sides and this claim is supported by the Commission. According to the statistics of the Commission,“in terms of overall trade, the Russian Federation is the third biggest world trade partner of the EU”(Ec.europa.eu, 2014).

Until the gas dispute between Ukraine and Russia in 2006, the EU has been trying to improve energy relations and partnership with Russia. The EU launched several civil society, political and especially economic programs to establish strong relations with the Russian government. In addition, before the dispute, most of European countries believed that with this partnership they would assure sustainable and cheap energy. As mentioned before, Russia energy has been a new weapon to dominate over other countries, especially in Europe. Russia believes that with these means, it can influence political and foreign policy decisions of the EU countries. Indeed, this policy had been successful until 2006 since Moscow could limit the critics of the member states. According to ZeynoBaranadvantages of energy interest blinded the EU members.

“The July 2006 shutdown of the Lithuanian pipelinedrew little protest outside of Poland and the Baltic states. The response from most western European countries was rather muted during that time” (Baran 2007,p.132).

Diversification of Energy Resources and the Importance of Caspian Energy    

The beginning of 2006 was a turning point of the EU’s energy policy. First, due to high prices, Moscow cut gas supplies to Ukraine which influenced negatively energy flows to the EU member states. In the same year, due to so called technical excuses,energy to Lithuania  was stopped by Russia. “Moscow then more than doubled gas prices to Georgia, and in 2007 cut gas supplies through Belarus in relation to another pricing dispute, this time with President Lukashenko”(Youngs 2009, p.3). The last example of Russian energy aggression is a second gas crisiswith Ukraine which led to huge protests.

In other words, these examples, especially within Lithuania, increased and warned the EU to evaluate its energy relations with Russia since thenext energy victim would be its member states.For some critics, it is a very significant issue and the EU should not undermine it. For instance, in her article ‘EU Energy Security’,Baran claims that the unjust manipulation and interruption of energy supplies is as much a security threat as military action is”  (Baran 2007,p.133). In the light of this, “in late 2006, the Commission proposed plans to move towards sub-regional energy markets in the Caspian basin, Caucasus and Central Asia, through a new EU-Black Sea Synergy initiative” (Youngs 2009,p.105). The aim of this proposal was to increase EU engagement with region countries and integrate their energy resources to the European market. After these energy flow issues, the Commission started to give priority to energy security. In 2006, a French diplomat had a message: “Brussels was willing to support new gas transportation infrastructures between the Central Asian producing states and the EU, bypassing Russia” (Lussac 2010, p.619). But before that, the initial energy step of European countries was to include the Southern Caucasus in the ‘European Neighborhood Policy’(ENP). “When Azerbaijan was indeed included in the ENP, Commissioner Benita Ferrero-Waldner declared that “this offer reflected the country’s geo-strategic location and energy resources” (Youngs 2009,p.104).

Also, Central Asian states were included in the Development and Economic Cooperation. This led the EU to increase its energy relations with countries in the region. However,  energy policy of the EU was complicated at that because the EU implemented two different cooperation programs dividing the countries in the region into two. Due to that, “Kazakhstan reacted badly to being excluded from the Neighborhood Policy.”(Youngs 2009,p.105). Despite these complications, the EU approach started to change positively in 2006. For example, although the partnership meetings started with South Caucasus countries at the beginning of the 2004, the significant decision occurred in 2006. During the second Baku Initiative ministerial meeting the EU and Caspian countries decided to establish new ‘Energy Road Map’ to improve mutual energy partnership and cooperation. In addition to that one European diplomat identified as the main energy related priority “the need to lead Central Asian states (Turkmenistan and Kazakhstan) towards membership of the World Trade Organization (WTO)”  (Youngs 2009, p.112).

The Importance of Caspian Energy

Although, the Caspian Regioncannot be considereda new Middle East, these countries have several political and economic advantages for the EU. Firstly, they are the source of sustainable alternative energy. According to the International Energy Agency, “it is the world’s largest undiscovered reservoir of energy resources.” In his,‘EnsuringEnergy Security’, Daniel Yergin claims that “ the first principle of energy security is diversification of supply.”(Yergin 2006, p.76). This view is also supported by Hadfield in his EU-Russia Energy Relations article. He mentions that “Europe must put its external instruments at the service of more secure and competitive energy.”In contrast to them, Noel P. explains energy security from different perspective in his ‘Beyond Dependency’. He does not support the idea of diversification. According to him,“the most efficient solution to the Russian gas problem lies not in the development of an external energy policy but in further restructuring of the EU’s internal gas market.” Nevertheless, G. Bahgat claims that “the potential for energy self-sufficiency within the EU is limited.” Although,Baran also supports the idea of strong internal market, she claims that “diversifying oil and gas supplies would not only decrease Russian’s influence but would also loosen Moscow’s grip on Europe’s neighbors” (Baran 2007,p.135).Therefore, there are two possible solutions of energy dependency but in terms of energydiversification, the Caspian countries can be the key to diversification. Meanwhile, for energy resources, they can be distinguished from each other. For instance, Azerbaijan is important not only for its natural resources but also its geostrategic location.

Especially, its location is a key aspect of pipeline projects since Azerbaijan is part of South Caucasus and the traditional Silkroad; meanwhile it has borders with Georgia, Armenia, Iran, Russia and Turkey. In addition, after the 2001 terror attacks, its location has become a crucial transportation route to Afghanistan.According to former U.S. Special Envoy for Eurasian Energy and former U.S. Ambassador to Azerbaijan Richard Morningstar, “Azerbaijani natural gas is absolutely essential to the development of the Southern Corridor. Furthermore, “Turkmenistan was also positioned in the top 15 of world gas reserves”(Youngs 2009,p.102.).Nevertheless, according to report of Congressional Research Service, despite Turkmenistan’s desire to export more of its gas, thus far, its orientation seems to be toward the east and not yet toward Europe. On the other hand, critics explain that the main reason for this attempt is Russia, because the Russian government prevents Turkmenistan from competing directly with Russian natural gas.Kazakhstan shares the most important part of Caspian oil and natural gas reserves. Due to its rich oil reserves, the Kashgan field has special importance.“The EU’s most senior fording-policy figures defined Kazakhstan as the main target for European energy security concerns in Central Asia” (Youngs 2009,p.117). However,  critics  mention that some EU energy firms and other private foreign investors have become discouraged in recent years by harsh Kazakh government terms, taxes, and fines that some allege reflect corruption within the ruling elite. Turkmenistan and Kazakhstan are also the largest countries of Central Asia.

The second advantage of the Caspian region is its strategic location. In his article ‘Geopolitics and Energy Security’, Justynaproposes that the control of this area formed the basis for the domination of the Eurasian landmass. In other words, to establish strong relations with Azerbaijan, Turkmenistan and Kazakhstan will provide not only economic advantages for the EU but also assure geopolitical control of the region. It is clear that both the South Caucasus and Central Asia are backyard of Russia and this gives them a significant political control over the region. Its political control limits the spread of democratic values of the EU. In other words, with strong energy cooperation, the EU can effectively implement and spread its traditional ideas like rule of law, human rights and democracy. Also it can influence future foreign policy decisions of Caspian countries. Nevertheless, it is significant to note that the EU should not separate energy policy from human rights and democratization. As mentioned before, due to energy relations with Russia, some European countries limit criticism of Moscow and ignore several human rights abuses. If this situation is repeated in the Caspian region, these countries will use European money for increasing their authoritarian regimes. According to Sir Halford Mackinder, regarded as one of the founding fathers of geopolitics and geostrategy, “the Caspian region and its hinterland, can be called the Eurasian Heartland”(Misiagiewicz 2013, p.64). That is why, after the collapse of the USSR, Moscow implemented several aggressive politic and military policies to monopolize region’s control. Justyna claims that “the Caspian states, assisted by foreign aid, tried to limit their dependence on Russian-dominated infrastructure at the heart of Caspian geopolitics”(Misiagiewicz 2013,p.63). However, critics mention that Central Asian (Turkmenistan and Kazakhstan) states failed to accomplish this idea. According to Huseyinli“Kazakhstan and Turkmenistan are strongly under Russian influence”(Huseyinli 2013,p.26) Moscow knew that after the collapse of the USSR, the Caspian basin would gain foreign interest of great powers like theUnited States, China and the EU.

At the same time, newly independent Caspian states intended to explore and deploy their resources with support of Western countries. To prevent this, the Russian government aimed to monopolize the regional pipeline projects and make its land as a main energy transport route. In other words, strong European support for these countries is very significant because it will decrease the dependency of both the EU and the Caspian countries on Russia. According to experts,“the exploitation of energy resources and the future routes of pipelines from the oil and gas fields in the Caspian basin will also determine the future economic and politic development of the region (Misiagiewicz 2013,p.63).

Lastly, strong EU cooperation with the Caspian states will increase the strategic sphere of its partner United States. Contrary to the EU, the US has started to play an active role in both the Caucasus and the Caspian region since the collapse of the Soviet Union. Firstly, the U.S recognized their independence and then implemented several development and aid programs for post-Soviet countries. “In the late 1990s, the United States pushed hard for the construction of several oil and gas pipelines that would carry Caspian energy westward without transiting through Russia”(Baran 2007,p.136). The Washington intended to provide newly independent states with ‘non-Russian perspectives’ and also to decrease economic and pipeline monopoly of Russia. During the 1990s, Washington supported vital projects such as theBaku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) pipeline is one of the first and most important energy project of the region.It is also called the “Contract of  the Century”. Although, the EU did not provide strong support for this project, for the U.S politicians accomplishment of it became very significant until the end. Another project was the ‘Trans Caspian’ pipeline project which was aimed to transport the Turkmenistan natural resources.

The construction of these pipeline projects provided significant freedom for region states and decreased Russian energy monopolization over these countries. In addition, successful construction of BTC led to the implementation of other energy projects such as the Baku- Tbilisi- Erzurum gas pipeline. “The gas is extracted from Shah Deniz field in Azerbaijan, crosses Turkish territory to Greece and from there it is to be extended toward Italy”(Misiagiewicz 2013,p.72). Meanwhile, Trans Adriatic (TAP)  and Nabucco pipeline project are two crucial future oriented projects that bypass Russia. ”Once built, TAP will play a part in helping secure Europe’s energy future. One of the most important energy infrastructure projects, TAP will allow Caspian natural gas to flow into Europe’s energy markets”(Tap-ag.com, 2014). “Nabucco project is also a big pipeline which aims at directly connecting the Caspian and Middle East gas resources to the EU gas market”(Huseyinli 2013, p.27). Despite Nabucco was signed in 2009, due to some disagreement between project states, its construction process is progressing too slowly. However, it is important to note that both South Caucasus and Caspian Sea are in the backyard of Russia. “It is also the largest trading partner of the newly independent states.”(Misiagiewicz 2013, p.66). With respect to this, the Caspian states don’t want to endanger their relations with Russia. That’s why, they prefer to have strong energy cooperation particularly with the EU. In other words, US is a strong economic, political and military competitor of Russia but the EU is not and it has strong trade relations with Russia. So that, for Caspian states, cooperation with the EU is more attractive than direct involvement of the US.

Challenges of the Caspian Sea Countries

However, there are several problems of Caspian countries. The first problem is the status of the Caspian Sea that hasn’t been decided since the 1990. During the Cold War, Caspian Sea was divided by the Soviet Union and Iran but the  problem with boundaries in the basin appeared with the dissolution of the Soviet Union. Critics mention that it is also a risk that investors have to consider in doing business in the region. Secondly, there are several frozen conflicts in the South Caucasus like NagornoKarabakh and Abkhazia. Especially, theCaucasus is a very sensitive region because there is a significant nationalistic feeling among countries. “That is why Zibgniew Brzezinski called it the “Eurasian Balkans”(Misiagiewcz 2013,p.64). Therefore, stability and peace of the region are as important as security of energy. In additionMisiagiewcz. mentions that there was a lack of clearly defined mechanism for preventing regional conflicts and instability within new states.

Conclusion

The paper has explained that besides Russia there are significant external and internal challenges that prevent the EU fromestablishingsuccessful energy policies toward Caspian countries. In light of this, the paper suggests three conclusions. Firstly, the lack of solidarity anddisunity between member states is the most important internal obstacle to the implementation of a single European energy policy. It also provides advantages to Russia that by using this internal problem Moscow is increasing their bilateral dependency. In addition, Russia is both a trade partner and an obstacle of the EU.  On the one hand, Russian’s economy highly depends on the EU’s money and trade agreements and meanwhile, the EU needs Russian energy. In other words, mutual vulnerability makes them partners. On the other hand, the monopolized energy policy of Russia is another important reason that prevents both member states and the Caspian countries from establishing energy relations with each other. Gazprom, the biggest state controlled energy company in Russia, is particularly playing an active role in the Caspian’s energy politics. For Gazprom, local state companies of the Caspian states are the potential competitors and it does not want to lose its energy market in Europe to these companies. In light of this, during the end of the 1990s, Russia allowed Turkmenistan to utilize its pipelines, if it would sell energy only to CIS states. Meanwhile, Gazprom has significant partnership relations with the EU states. For instance, it is supplying a third of the Germany’s natural gas by the ‘Nord Stream Pipeline’ and also it has an agreement with the French company Gas de France. In other words, the ambitions of the Gazprom are wider than just the Caspian Sea. Meanwhile, transportation of the Caspian resources is another problem that makes the Russian pipelines an alternative. The world energy markets are far from the Caspian Sea which requiringthe largeamount of foreign investment to construct the expansive infrastructures.

Finally, there are three main advantages of Caspian energy resources. First, the Caspian Region is energy rich. The European Union can utilize the resources ofthe  Caspian basin as one of the alternative energy diversifications.. With respect to this, the EU should support the important pipeline projects of the region like NABUCCO. Thegeostrategic location of the Caspian Sea is another significant advantage. In other words, the region lies along the traditional Silk Road and the ‘Eurasian Heartland’. To establish coherent relations with post-Soviet Caspian countries will provide an opportunity to increase the EU’s political and economic influence over them.Lastly, strong relations with the EU and the Caspian region directly influences and reinforces the political position of the United States.

Le crisi europee, il ruolo dell’UE e la difesa dell’interesse nazionale dell’Italia: Gianfranco Fini a colloquio con Geopolitica.info

Geopolitica.info ha intervistato Gianfranco Fini, Presidente dell’associazione Liberadestra, ex Ministro degli Esteri e Presidente emerito della Camera dei Deputati, conversando ad ampio raggio sulle crisi che circondando l’Europa, il ruolo dell’Unione Europea, l’interesse nazionale e le prerogative della politica estera italiana.

Le crisi europee, il ruolo dell’UE e la difesa dell’interesse nazionale dell’Italia: Gianfranco Fini a colloquio con Geopolitica.info - Geopolitica.info

Presidente, seguendo la cronaca politica italiana abbiamo l’impressione che i cittadini italiani, diversamente dagli osservatori internazionali, non riescano a percepire quali sono i capisaldi della nostra politica estera. Ci può dire qual è la sua definizione di interesse nazionale e quali sono secondo lei le linee programmatiche per una crescita della consapevolezza di tale concetto?

La difesa dell’interesse nazionale nell’epoca della globalizzazione presuppone la piena consapevolezza che un paese come il nostro deve avere un ruolo attivo in primo luogo all’interno delle organizzazioni internazionali, e sovranazionali, in primis l’Unione Europea. E’ infatti in quelle sedi, assai più che nel rapporto bilaterale con gli altri Stati, che è possibile affrontare positivamente le questioni che incidono sul presente e soprattutto sul futuro degli italiani. La globalizzazione porta con sè rischi e opportunità comuni ad intere aree geopolitiche, non solo per i singoli stati nazionali. Ne consegue che la nostra politica estera deve individuare le macro aree in cui essere protagonisti al fine di ottimizzare in sede multilaterale la sua azione: al primo posto vi è il Mediterraneo.

L’Unione Europea vive oggi una serie di crisi geopolitiche di tale gravità da comprometterne la tenuta. Dalla fine del momento bipolare in avanti mai il progetto della “casa comune” si era trovato a fronteggiare contemporaneamente molteplici situazioni di conflitto (sia militare che socio-politico) ai propri confini: dall’Ucraina alla Libia, dalla FYROM alla Turchia, l’Unione Europa appare sempre più una “fortezza Europa” chiusa su se stessa e sempre meno capace di “affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune”, come recita il Trattato di Maastricht. Qual è la sua lettura geopolitica degli eventi in corso?

L’UE è al bivio: o riesce davvero, specie nella politica estera e di sicurezza (ma non solo) ad assumere “una sua identità sulla scena internazionale” oppure rischia di regredire, se non di dissolversi. Viene oggi al pettine il nodo rappresentato dal fallimento del tentativo di redigere una sorta di Costituzione europea: la Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing approvò un testo ma il referendum francese e olandese lo bocciarono. Da allora il pilastro dell’architettura istituzionale dell’UE è la riunione dei Capi di stato e di governo  assai più che la Commissione o il Parlamento di Strasburgo. Chi sia mister o lady PESC non importa: oggi la Mogherini, come ieri  la  Ashton, è a capo di un “ministero” che di fatto non esiste. Nè ci sono segnali confortanti circa la volontà di porre rimedio alla situazione; ed è paradossale che tutti si interroghino sulle conseguenze per l’UE della possibile uscita della Grecia dall’eurozona e quasi nessuno rifletta sul rischio ancora maggiore che le istituzioni europee corrono, in termini di credibilità, se continueremo ad essere inesistenti ogni volta che c’è una crisi politico militare ai suoi confini.

Lo stallo dei negoziati di adesione all’UE con la Turchia, il fallimento del Processo di Barcellona per il dialogo con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, l’irrilevanza del Partenariato Orientale. Viceversa, assistiamo a ottime relazioni dell’UE con la Repubblica Popolare Cinese, il Brasile e altre economie emergenti importanti ma lontane. Ora, possiamo chiederci provocatoriamente se proprio l’Unione Europea, fondata sui principi di collaborazione, dialogo e mantenimento della pace, non sia diventata in realtà un agente destabilizzatore?

Diciamo che l’UE è divenuta presbite: vede bene ciò che è lontano ma è miope, quasi cieca, quando si tratta di ”leggere” ciò che le è più vicino. La incapacità di sviluppare una politica estera e di difesa comune nella sua area geografica e di influenza ha fatto si che l’UE guardasse altrove, sia perché nessuno chiede a Bruxelles di esercitare un ruolo nel “mantenimento della pace” in Cina o Brasile sia perché gli interessi nazionali dei paesi UE tendono a convergere e non a contrapporsi quando si relazionano a macro realtà continentali.

“Povera Germania, troppo grande per l’Europa, troppo piccola per il mondo”. Le parole di Henry Kissinger risultano quanto mai attuali. Quali sono le chiavi per un dialogo proattivo con una Berlino che vive quasi un “momento unipolare”, leader europeo suo malgrado e affiancata da una Francia indebolita?

Aldilà della disputa ricorrente tra chi sostiene che Berlino vive “un momento unipolare” per  sua precisa scelta e volontà e chi pensa che sia costretta a viverlo per il venir meno dei partners ( la stessa Francia è ondivaga al riguardo), credo che un paese come il nostro possa e debba fare di più nel rapporto con la Repubblica federale tedesca. Ad esempio sostenere il tentativo di rafforzare il governo dell’euro zona tramite  politiche economiche e fiscali quanto più omogenee possibili da parte dei paesi che hanno rinunciato alla sovranità monetaria. L’Europa a due velocità è già una realtà di fatto non è più una prospettiva sgradita. Se è quasi inevitabile, pena l’esplosione dell’Unione, che sorga un “ direttorio” Roma deve farne parte proprio nell’ottica di come meglio tutelare il nostro legittimo interesse nazionale. E’ altresì ovvio che ciò comporta  politiche economiche e sociali tutt’altro che facili da adottare sul piano interno, ma questo è un altro discorso.

Il nostro Ministero degli Esteri qualifica come “relazioni privilegiate” i rapporti con la Russia, un “ partenariato strategico basato su interdipendenza e interessi comuni”. Nella fase attuale, quali sono secondo lei gli interessi comuni tra i due Paesi e come giudica nel merito la linea tenuta dalla Farnesina riguardo il dossier Ucraina? Se le sanzioni risultano utili – se non necessarie – nel caso di Paesi quali Bielorussia, Iran e Corea del Nord, lo stesso può dirsi nel caso di Mosca?

La nostra posizione verso Mosca dopo l’invasione militare della Crimea era inevitabile alla luce del “ fronte della fermezza” che univa Washington e Londra a Parigi, Berlino e Varsavia. Avessimo privilegiato il nostro interesse, specie in materia di approvvigionamento  energetico, rispetto al dovere morale di sanzionare   una invasione con i carri armati ( perché di questo si è trattato) avremmo tradito la ragione stessa della nostra collocazione nell’ambito occidentale ed europeista. Ciò detto, oggi si tratta soprattutto di contribuire a definire una posizione comune dell’UE non solo rispetto a Putin ma anche  rispetto al rischio, sempre più reale, del ritorno di una contrapposizione strategica e di fondo tra Mosca e Washington. E in questo contesto, molto più ampio delle sanzioni economiche, che occorre muoversi come ha lucidamente esortato a fare qualche giorno fa il presidente Mattarella. E l’Italia deve essere attiva in sede europea perché ciò avvenga.

Presidente, soffermiamoci sulla sponda sud del Mediterraneo. Dapprima il Processo di Barcellona, in seguito l’iniziativa incolore dell’Unione per il Mediterraneo a guida francese, l’intervento franco-inglese in Libia coperto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.1973, la spinta alla rivoluzione in Tunisia. Eliminando Gheddafi e Ben Ali i francesi, con l’assenso anglo-americano e il non intervento tedesco, hanno di fatto chiuso i conti con i due dittatori e imposto nuovamente la propria influenza in Nordafrica. Cosa non ha funzionato nella politica estera italiana?

Forse l’intervento anglofrancese contro Gheddafi, fortemente voluto da Parigi per affermare il proprio ruolo nel Nord Africa, non sarebbe stato possibile se tutto l’Occidente avesse tratto insegnamento dalla guerra in Irak e non avesse travisato la realtà in occasione della cosiddetta  primavera araba, ed in specie della caduta di Mubarak. Eliminare un dittatore non significa, specie nel mondo arabo mussulmano, instaurare automaticamente una democrazia, perché questa o sorge dal basso, dalla società, oppure rischia di morire nella culla, soffocata da tribalismi e integralismi. Può essere “politicamente poco corretto “ affermarlo, ma personalmente non ho dubbi nel dire che se in Egitto non ci fosse stato il colpo di stato militare dopo la vittoria  di Morsi, oggi quel paese sarebbe ridotto come la Libia o nella ipotesi migliore non sarebbe di certo in prima fila contro i tagliagole dell’ISIS… E’ risaputo che il governo Berlusconi subì l’intervento militare a Tripoli e non ebbe alcun ruolo nel promuoverlo, anzi. Si può obbiettare che non fece nulla per impedirlo, ma è purtroppo vero che nessuno poteva fare nulla contro quello che sembrava il… vento della storia.

La conseguenza più evidente delle dinamiche nordafricane è la ripresa dei flussi migratori. Quali sono le soluzioni di politica interna che il nostro Paese dovrebbe intraprendere? E’ opportuno rimettere mano alla legislazione sul tema  – la legge Bossi-Fini è ancora attuale? Le proposte in discussione in sede comunitaria la convincono?

L’esodo biblico di centinaia di migliaia di migranti verso L’Europa, e quindi in primo luogo verso  l’Italia, riguarda in maggioranza uomini e donne che provenendo da aree ( Libia, Siria, Corno d’Africa, Africa Subsahariana) in cui sono in corso guerre e carestie chiedono il diritto d’asilo per ragioni umanitarie. La legge Bossi Fini regola   la presenza in Italia del migrante che viene da noi per lavorare (permesso di soggiorno subordinato al contratto di lavoro)   e non è applicabile ai richiedenti asilo, ai profughi. Inoltre è ormai risaputo che il Trattato di Dublino II ( il richiedente asilo deve rimanere nel paese UE che per primo lo accoglie e lo identifica) alimenta egoismi nazionali di molti paesi dell’Unione che non vogliono farsi carico di un dovere di solidarietà che oggi grava in particolare sulle spalle dell’Italia. Sulla tragedia della immigrazione di massa l’UE sta perdendo ogni residua credibilità, balbetta e fugge di fronte alle sue responsabilità. Ma va anche detto che purtroppo la politica italiana sempre in campagna elettorale e incapace di coesione anche di fronte alle emergenze più gravi, si mostra inadeguata. Il nostro interesse nazionale avrebbe voluto che fossero  tutte le nostre istituzioni a sostenere gli sforzi del governo a Bruxelles per  1) condurre operazioni di polizia internazionale contro gli scafisti   2) allestire centri di raccolta in Africa dove riconoscere agli aventi diritto lo status di rifugiato  3) distribuirli  proporzionalmente nei paesi dell’Unione.  Purtroppo sappiamo che così non è stato e non è.