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Il Gasdotto Tap e la sostenibilità ambientale

Il dibattito sviluppatosi sulla vicenda del gasdotto TAP, a valle della positiva decisione del Governo di completare l’opera, è stato caratterizzato da una serie di informazioni parziali e spesso fuorvianti rispetto agli obiettivi effettivi del progetto. Proviamo a ricostruire le prospettive che apre il completamento del gasdotto nel contesto della Strategia Energetica Europea, di quella nazionale e i relativi scenari geopolitici di riferimento.

Il Gasdotto Tap e la sostenibilità ambientale - Geopolitica.info Emerging Europe

Innanzitutto di cosa parliamo, cos’è TAP?

Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto che trasporterà per la prima volta in Europa il gas naturale estratto dal giacimento di Shah Deniz nel Mar Caspio, in acque territoriali dell’Azerbaijan. Partendo dal confine tra Grecia e Turchia, dove si interconnetterà al Trans Anatolian Pipeline (TANAP) attraversando la Tracia e la Macedonia interna greche, l’Albania e il Mar Adriatico per approdare in Salento (dove dopo 8 chilometri dalla costa incontrerà il costruendo terminale di ricezione) e poi collegarsi alla rete italiana del Gruppo SNAM. La Società di gestione del gasdotto TAP è un consorzio costituito dalla SNAM (20%), dalla britannica BP (20%), dall’azera Socar (20%), dalla belga Fluxys (19%), dalla spagnola Enagàs (16%) e dalla svizzera Axpo (5%). SNAM, Società Italiana a prevalente controllo pubblico attraverso la partecipazione azionaria maggioritaria di Cassa Depositi e Prestiti, entra nel capitale di TAP nel 2015, sostituendo la norvegese Statoil, su precisa indicazione del Governo italiano, al fine di favorire il ruolo del nostro Paese quale hub sud europeo del trasporto del metano, in coerenza con quanto previsto dalla Strategia Energetica Nazionale. Il gasdotto viene realizzato sulla base dell’accordo intergovernativo firmato da Italia, Albania e Grecia nel 2013 e ratificato dal Parlamento italiano, che contiene l’impegno dei tre Stati a sostenere il progetto nei tempi previsti (in Italia il gas dovrebbe essere riconsegnato in rete ad inizio 2020) e l’obbligo a non modificare, evitare o limitare l’accordo senza il consenso degli altri Paesi. L’investimento dell’infrastruttura è sostenuto totalmente da capitale privato con finanziamenti delle principali Istituzioni finanziarie europee (BEI, BERS).

Come si inserisce TAP nella Strategia Energetica Europea

Insieme al già citato TANAP (gasdotto che percorre esclusivamente il territorio turco) e al South Caucasus Pipeline (rete di trasporto gas che percorre i territori di Azerbaijan e Georgia), TAP andrà a realizzare il cosiddetto Corridoio Meridionale del Gas, una delle più importanti infrastrutture per il trasporto del gas (oltre 3.500 chilometri di percorrenza) dal valore di oltre 40 miliardi di dollari d’investimento e individuato dall’Unione Europea quale struttura prioritaria (non a caso è stato inserito nei Progetti di Interesse Comune) per l’approvvigionamento di gas naturale nella Strategia Energetica Europea. La realizzazione di questo collegamento riveste un’importanza fondamentale, perché, accompagnata dai necessari investimenti per il potenziamento delle attuali infrastrutture, sarà in grado di interconnettersi con la rete di trasporto di tutta Europa, attraverso i collegamenti garantiti dalla rete nazionale italiana gestita dalla SNAM Rete Gas. Il gruppo italiano ha lavorato in questi anni a questo obiettivo siglando partecipazioni, accordi, ottenendo controlli diretti (TAG e GAC in Austria, Interconnector, società che trasporta il gas nel Canale della Manica verso il Regno Unito e TIGF, gestore della rete meridionale francese; alleanza con la società belga  Fluxys) e assumendo un ruolo baricentrico nel trasporto europeo del gas naturale. Così facendo il gruppo potrà sfruttare la posizione geografica del nostro Paese, assicurando il flusso di approvvigionamento da Sud verso Nord, in alternativa alle consolidate vie di fornitura, garantite dalla Russia e che passano dal Nord Europa (Germania). Tutto ciò, anche in previsione dell’immissione in rete del gas, che sarà estratto dai nuovi giacimenti individuati nel Mediterraneo sudorientale (Zohr in Egitto, Leviathan e Aphrodite nelle acque di Cipro e Israele, con Eni protagonista) attraverso il collegamento dei gasdotti Eastmed e Igi Poseidon che avranno approdo nei pressi di Otranto. Inoltre TAP entrerà in interconnessione con le reti di approvvigionamento della Penisola Balcanica assicurate da IGB (gasdotto greco bulgaro) e Ionian Adriatic Pipeline (impianto croato).

Emerge ancora di più l’importanza strategica per l’Unione Europea di avere un Corridoio Meridionale del gas efficiente e strutturato, dopo la recente sottoscrizione dell’accordo tra Russia e Turchia per l’avvio del Turkish Stream, gasdotto realizzato da Gazprom e che alimenterà con 15,3 milardi di metri cubi di gas naturale russo, sia la Turchia che in prospettiva altri paesi Balcanici (Ungheria, Serbia ed altri paesi).

Ruolo del gasdotto TAP nel mercato del gas e a garanzia dei fabbisogni energetici nazionali

La domanda di gas in Italia ha ripreso a crescere gradualmente dal 2014 (da circa 62 miliardi di metri cubi nel 2014 a circa 75 nel 2017); la crisi economica ha provocato infatti la diminuzione dei consumi, dai circa 84 miliardi di metri cubi del 2005 ai già citati 62 del 2014. Nel 2017 i consumi sono aumentati progressivamente del 6% rispetto al 2016 e dell’11% rispetto al 2015. Il nostro è uno dei Paese maggiormente dipendenti dal gas in tutta l’Unione Europea, con un utilizzo di circa il 50% per la generazione elettrica (rispetto ad una media UE del 23,6%) ed il 38% nei consumi primari (la media UE è del 25,1%; i consumi primari sono la disponibilità energetica complessiva annua di un paese). Dei 75 miliardi di metri cubi di gas naturale consumato nel 2017 in Italia, il 92,67% è stato importato ed il restante 7,33% proviene dalle produzioni nazionali (in graduale diminuzione).

Le importazioni sono garantite per l’88% dalle reti dei gasdotti provenienti dalla Russia attraverso TAG (che copre oltre il 40% della domanda), con punto di ingresso a Tarvisio; dall’Algeria attraverso Transmed al punto di consegna di Mazara del Vallo; da Norvegia/Olanda tramite il Transitgas (9,5% della domanda) all’ingresso di Passo Gries e dalla Libia con il Green Stream di Gela (il 6,1%). Il rimanente 12% di importazione è assicurato tramite gas naturale liquefatto (GNL) immesso in rete tramite i terminali di rigassificazione off shore operativi nel nostro Paese: Adriatic LNG di Porto Viro (Rovigo), di gran lunga il più produttivo (garantisce il 10% circa della domanda complessiva nazionale); GNL Italia (Gruppo Snam) di Panigaglia (La Spezia); OLT LNG di Livorno.

L’apporto del TAP all’approvvigionamento sarà pari a 10 miliardi di metri cubi l’anno (già acquistati per i prossimi 25 anni anche da grandi operatori italiani di mercato come Enel ed Hera) con la possibilità di svilupparne la portata sino a 20 miliardi di metri cubi. Questo apporto sarà determinante a breve termine, vista la scadenza entro il 2020 degli importanti contratti di fornitura a lungo termine con Algeria e Russia e dal progressivo calo delle produzioni del Mare del Nord (Norvegia/Olanda).

TAP e prezzo del gas naturale per i consumi finali

Il prezzo dell’energia è uno dei fattori a rischio per la nostra economia; limitandoci ad un’analisi della “bolletta” del gas, oggi le famiglie e le imprese italiane pagano circa il 10% in più di quelle tedesche o del Nord Europa. Nelle previsioni di mercato dei già citati 10 miliardi di metri cubi di gas che transiteranno in Italia attraverso TAP, circa 8 miliardi saranno nella disponibilità del nostro Paese, raddoppiabili a 16 miliardi nel caso di utilizzo a pieno della capacità del gasdotto, con una riduzione di importazione di gas naturale tra il 7,5% e il 15%. Inoltre, nel caso specifico di TAP, il costo del trasporto dal giacimento del Mar Caspio sino al nostro Paese e all’interno delle reti di trasporto nazionale, saranno pagati dalle società private che importeranno, in concorrenza tra loro, il gas in Italia, con un effetto benefico sul costo finale dell’energia. Le stime più ottimistiche parlano di una riduzione media del 10% rispetto ai prezzi attuali.

Citando la Strategia Energetica Nazionale su questo punto ritroviamo il concetto: “Le iniziative per migliorare la competitività del sistema gas nazionale si pongono l’obiettivo di favorire l’allineamento dei prezzi italiani con i prezzi dei mercati liquidi del Nord Europa”.

Pertanto è probabile e realistico, pur non indicando percentuali certe di riduzione ed un progressivo riallineamento al prezzo, che l’immissione in rete del gas trasportato da TAP potrebbe permettere una riduzione del prezzo praticato sull’hub italiano del gas naturale, anche in funzione dei volumi ridotti delle importazioni dal Nord Europa.

TAP e il territorio; principali questioni aperte

Il progetto, gli approdi del gasdotto, il terminale di ricezione nell’entroterra salentino, il rispetto dell’ecosistema e dell’ambiente locale e il rapporto con i cittadini ed il territorio sono stati oggetto durante questi anni, soprattutto dal 2013 in poi, di ampio dibattito locale e che ha poi assunto una risonanza nazionale e soprattutto implicazioni e strumentalizzazioni di carattere politico. Sul piano della comunicazione e delle relazioni istituzionali il consorzio TAP non è riuscito nel periodo iniziale di operatività a garantire continuità alla richiesta di contatto delle popolazioni locali. Il rapporto non è partito al meglio ed è passato un messaggio distorto sul gasdotto e sugli effetti improbabili che la sua messa in opera comporterebbe.

Le ricognizioni tecniche propedeutiche allo studio di fattibilità dell’infrastruttura sono iniziate nel 2006 (individuazione dell’approdo e della posizione del terminale di ricezione, compatibilità ambientali). Il progetto è stato sottoposto ad un articolato e minuzioso percorso autorizzativo da parte dei diversi Ministeri competenti (Ambiente, Sviluppo Economico, Beni e le Attività Culturali), della Regione Puglia e a pareri o permessi di competenza locale (Provincia di Lecce, Comune di Melendugno e Sovrintendenza Territoriale). I principali atti amministrativi per la realizzazione del progetto sono il decreto VIA, emanato dal Ministero dell’Ambiente, il decreto di Autorizzazione Unica, emesso dal Ministero dello Sviluppo Economico, ed il già citato Accordo Intergovernativo tra i Paesi coinvolti nel tracciato del gasdotto (Italia, Albania, Grecia). Il 10 settembre 2013, TAP ha consegnato lo Studio di Impatto Ambientale e Sociale al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. L’11 settembre 2014, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha emesso il Decreto di valutazione di impatto ambientale del progetto presentato da TAP per la realizzazione del tratto italiano. A dicembre del 2013 il Parlamento italiano ha ratificato l’Accordo intergovernativo tra Italia, Grecia ed Albania con entrata in vigore da febbraio 2014. Il 20 maggio 2015, il Ministero dello sviluppo economico ha emesso il Decreto di Autorizzazione Unica, che permette l’apertura dei cantieri e l’entrata in esercizio. A maggio 2016 TAP ha ufficialmente avviato i lavori di costruzione del gasdotto in Italia, con una consegna del primo gas prevista entro il 2020.

Negli studi preliminari sono state valutate dal consorzio TAP oltre venti possibilità di approdo del gasdotto. Su sollecitazione della Regione Puglia, TAP ha formalizzato alla Commissione Nazionale Tecnica le VIA (Valutazioni di Impatto Ambientale) per undici possibili punti di approdo; la Commissione ha valutato l’area territoriale di San Foca/Melendugno quella con il minor impatto ambientale.

Quali sono invece le difficoltà e le complicazioni che hanno caratterizzato e sconsigliato l’approdo in altri siti, compresi quelli indicati dalla Regione Puglia?

  • Corridoio di Brindisi Nord: interferenza con gli spazi dedicati al decollo e all’atterraggio dell’aeroporto di Brindisi, estrema fragilità geomorfologica (presenza di falesia), diffusa urbanizzazione del territorio.
  • Corridoio di Brindisi Sud: interferenze con l’area dell’ex petrolchimico, “Sito di Interesse Nazionale” per gli alti livelli di inquinamento del suolo, moltiplicazione dei fattori di rischio di incidente rilevante per la compresenza di attività industriali del settore chimico ed energetico; presenza a mare di aree protette (estesa prateria di Posidonia Oceanica, riconosciuto Sito di interesse Comunitario, rete Natura 2000).
  • Otranto: presenza di altro gasdotto transfrontaliero autorizzato.
  • Nel dicembre 2015, su richiesta della Regione Puglia, TAP ha realizzato uno studio di fattibilità per un approdo a sud del Petrolchimico di Brindisi indicato dai tecnici regionali a ca. 150 metri da uno dei punti già studiati in precedenza da TAP (Brindisi Sud). Lo studio ha dimostrato il significativo aggravio dell’impatto ambientale rispetto a San Foca in ragione della richiesta/necessità di scavalcare la estesa prateria di Posidonia Oceanica mediante microtunnell di lunghezza non convenzionale (superiore ai 5,5 km) che richiederebbe la realizzazione di 4‐5 pozzi stagni, in mare, con conseguente rilascio di fanghi), e della indicata localizzazione del terminale di ricezione in area interessata da progetto regionale di messa in sicurezza di un sito inquinato (ex discarica di rifiuti chimici del Petrolchimico in località Micorosa).
  • Nel 2017 è stato segnalato Squinzano (territorio comunale di Lecce) come possibile approdo alternativo del gasdotto sulla base di una disponibilità espressa da quel Comune. Il sindaco di Squinzano ha però chiarito non esserci in merito altro che una delibera di Consiglio Comunale del dicembre 2013 con la quale si dava disponibilità a valutare l’approdo qualora fosse stata avviata la conversione a gas della centrale Enel di Cerano e smantellati i parchi minerali e i nastri trasportatori del carbone.

 

Il progetto presentato da TAP, approfondito anche dalle parti sociali ai tavoli istituzionali durante questi anni, prevede la necessaria e doverosa compatibilità con l’ambiente locale e con l’ecosistema marino e terrestre del territorio interessato all’approdo e al terminale di ricezione. In Italia con oltre 32.000 Km di rete primaria di gasdotti ci sono già condizioni consolidate di rapporto positivo con il territorio: in particolare sulla costa e nell’entroterra adriatico, dove convivono km di rete di alta, media e bassa pressione, in località turistiche importanti (località marine e parchi nazionali), che hanno anche avuto riconoscimenti ufficiali di “ambiente tutelato e valorizzato” da parte di Istituzioni pubbliche e private. Nel caso specifico di San Foca/Melendugno, la scelta è ricaduta anche per il minor impatto che i lavori avrebbero provocato: non sarà scavata la spiaggia; il microtunnel di collegamento nei suoi 1.500 metri di lunghezza uscirà a mare soltanto per brevissimi tratti sottomarini e sarà costruito attraverso un pozzo di spinta situato a 700 metri alle spalle della spiaggia e uscirà a mare ad 800 metri dalla costa, scendendo ad una profondità di 25 metri; la scelta di questo sito permetterà un minore movimento terra per gli scavi previsti; non saranno scavati pozzi intermedi, come invece si sarebbe dovuto realizzare nelle due opzioni di Brindisi; le piante di ulivo progressivamente e momentaneamente rimosse, dopo essere state mappate e geolocalizzate per la loro identificazione, saranno gestite e curate per il tempo necessario al programma dei lavori e per poi essere riposizionate nel punto preciso di espianto. Infine, va ripristinata la corretta informazione sulle funzioni e gli effetti del Terminale di Ricezione, che non è un impianto industriale di trasformazione del gas e che pertanto non può produrre emissioni nocive.

Conclusioni

Per concludere questa analisi sulla vicenda TAP nella sua complessità (energetica, economica, politica/geopolitica, sociale) riassumiamo i punti salienti della centralità e dell’importanza del gasdotto:

  • da anni il dibattito (politico, sindacale) italiano sul Mezzogiorno è concorde nel favorire il protagonismo delle regioni del Sud se si vuol far ripartire l’economia nazionale, e la Cisl in modo particolare, ha ribadito in questi ultimi mesi, l’importanza di sbloccare le opere infrastrutturali del nostro Paese per riallinearsi ai parametri economici e sociali europei e il Gasdotto Tap offre questa occasione per essere all’avanguardia nella politica energetica europea;
  • il completamento e l’avvio di TAP si inserisce nella realizzazione del Corridoio Meridionale del Gas; in questo contesto l’Italia assumerà un ruolo baricentrico come hub sud europeo e conseguentemente un ruolo politico fondamentale nel legame tra Paesi del Mediterraneo ed il Nord Europa e come crocevia tra l’Est e l’Ovest;
  • la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, farà ridurre la pressione e le possibilità di condizionamento della Russia nei confronti dell’Italia e del Sud Europa. La Russia continuerà ad essere un partner fondamentale, ma non eccessivamente condizionante in campo energetico (oggi il 47% dell’energia italiana è di provenienza russa);
  • la realizzazione di TAP, che vede già impegnate diverse aziende italiane, permetterà lo sviluppo dell’economia locale a supporto del funzionamento a regime dell’impianto, con riflessi positivi su sviluppo ed occupazione, durante la realizzazione dei lavori e nella successiva gestione;
  • ci saranno effetti benefici sull’ambiente del territorio con l’incremento dell’utilizzo del metano, quale idrocarburo ad emissioni molto più basse degli altri fossili, tra cui il carbone;
  • possibili progetti integrativi nel settore energetico con lo sviluppo del biometano, che potrebbe attivare una filiera di economia circolare, dall’agricoltura all’energia, dalla zootecnia all’industria e alle attività commerciali.

 

Angelo colombini

Segretario Confederale Cisl                                                         

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF

L’annuncio del Presidente statunitense Donald Trump circa il possibile ritiro dal Trattato INF e l’ultimatum del Segretario di Stato, Mike Pompeo, con cui si intima alla Federazione Russa la cessazione delle sue (presunte) violazioni al documento, pongono la comunità internazionale dinanzi a incognite che interessano gli equilibri nucleari tra le grandi potenze. Il rischio non è soltanto quello di una nuova “crisi degli Euromissili” ma pure di una sua riproposizione in altre aree del globo in cui gli Stati Uniti appaiono impegnati nel contrastare l’assertività di potenze regionali emergenti. Washington e Mosca devono scegliere se percorrere sino in fondo la via dell’intransigenza oppure optare per una soluzione negoziale

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Department of State on Foter.com

 

La scelta di Trump

Lo scorso 20 ottobre, il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, aveva affermato che la sua Amministrazione è determinata a recedere dal Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev per l’eliminazione dei missili balistici e cruise a medio-corto raggio dispiegati in Europa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta da Unione Sovietica, da un lato, Stati Uniti e NATO, dall’altro. Quell’accordo mise fine alla cosiddetta crisi “degli Euromissili” la quale, de facto, rappresentò quella che, con un saggio pubblicato nel 2006, Maynard Glitman – all’epoca capo negoziatore per Washington – definì “l’ultima battaglia della Guerra Fredda”. I motivi della decisione statunitense sono da addebitarsi a ripetute violazioni del trattato (che sarebbero) avvenute negli ultimi anni ad opera della Federazione Russa, erede unica dell’URSS. Sebbene già nel gennaio 2014 gli Stati Uniti avessero provveduto ad informare gli alleati NATO di tali violazioni, il contenzioso aperto con Mosca può datarsi ufficialmente al 28 luglio di quell’anno, quando Barack Obama, per mezzo di una lettera [fonte: nytimes.com], notificò al capo del Cremlino, Vladimir Putin, il mancato adempimento degli obblighi derivanti dalle clausole del trattato. Nel corso di quello stesso mese, inoltre, il ‘Bureau of Arms Control Verification and Compliance’ del Dipartimento di Stato rilasciò il documento intitolato Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation, and Disarmament Agreements and Commitments, in cui si affermava che: “the Russian Federation is in violation of its obligations under the INF Treaty not to possess, produce, or flight-test a ground-launched cruise missile (GLCM) with a range capability of 500 km to 5,500 km, or to posses or produce launchers of such missiles”.

Dal Baltico al Pacifico passando per Bruxelles

 Il 30 novembre 2018, il Director of National Intelligence, Daniel Coats, aveva indicato il missile russo 9M729 “Novator” (SSC-8, secondo la classificazione diffusa da Washington) quale principale imputato di tali violazioni. Il 29 novembre, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, aveva affermato che tale vettore rappresenta una minaccia alla sicurezza europea e al Trattato INF poiché in grado di colpire le capitali europee, abbassando così “the threshold for nuclear conflict” [fonte: nato.int]. Lo scorso 4 dicembre, in occasione del Summit dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica, il Secretary of State, Mike Pompeo, ha infine lanciato un ultimatum alla Russia, dichiarando che gli Stati Uniti – sostenuti in questa decisione dalla NATO – sospenderanno i proprî obblighi verso l’INF entro sessanta giorni se i russi non dovessero ottemperare al rispetto verificabile del trattato. Definendo tutta la vicenda un “misunderstanding”, il presidente della commissione Sicurezza e Difesa del Consiglio della Federazione Russa, Viktor Bondarev, il 5 dicembre ha suggerito un aggiornamento dell’INF, ovvero la sua limitazione allo specifico teatro europeo. Assai più dura, invece, è stata la replica del responsabile del Genshtab (Stato Maggiore russo), Generale Valery Gerasimov, il quale ha avvertito che in caso di uscita di Washington dall’INF e conseguente schieramento di missili a medio-corto raggio in Europa la riposta di Mosca prenderà di mira (“will target”) i Paesi europei che ospiteranno eventuali vettori statunitensi. A queste considerazioni si sono aggiunte quelle dello stesso leader del Cremlino, Vladimir Putin, secondo cui le parole di Pompeo rappresentano null’altro che l’ultimo tassello di una strategia finalizzata a giustificare, ulteriormente, il riarmo statunitense attraverso l’uscita di Washington dall’INF; riarmo a cui la Russia risponderebbe in egual misura [fonte: en.kremlin.ru]. In realtà la Federazione Russa ha già cominciato ad installare sul territorio europeo vettori della versione “Iskander-M 9K720” (nome in codice NATO SS-26 “Stone”), con gittata compresa tra i 400 e i 500 km [fonte: MissileThreat/CSIS], riproponendo con tale iniziativa criticità simili a quelle che furono all’origine della crisi degli Euromissili. Il 5 febbraio 2018, il presidente della Commissione Difesa della Duma di Stato, Vladimir Shamanov, aveva infatti confermato il loro dispiegamento permanente nell’exclave russa di Kaliningrad. I motivi erano stati illustrati dal capo del Cremlino, Dmitry Medvedev, il 5 novembre 2008, durante un discorso all’Assemblea Federale. Secondo Medvedev, il configurarsi di una nuova situazione geopolitica internazionale – conseguenza soprattutto della costruzione ad opera degli Stati Uniti di un sistema globale anti-missile che interessa anche l’Europa – rendeva necessarie adeguate contromisure, tra cui lo schieramento degli “Iskander” con l’obiettivo: “se necessario, di neutralizzare il sistema di difesa missilistico [americano, N.d.A.]” [fonte: en.kremlin.ru]. Questo sebbene sia Washington che l’Ue in passato abbiano affermato che tale iniziativa di difesa non costituisca una minaccia per la Russia, perché unicamente concepita contro possibili attacchi da Nord Corea e Iran. L’INF è stato chiamato in causa anche in rapporto alla regione Asia-Pacifico, dove gli Stati Uniti sono impegnati in un braccio di ferro con Pechino. Ad esempio, il 27 aprile 2017, in una audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato di Washington, il Comandante dell’USPACOM (U.S. [Indo-]Pacific Command), Ammiraglio Harry Harris Jr., aveva affermato che, a causa dei vincoli dell’INF, gli Stati Uniti non hanno adeguate capacità per fronteggiare, in quella regione, i sistemi missilistici cinesi  che – specificava l’alto ufficiale oggi ambasciatore a Seoul – per il 95% violerebbero l’INF se Pechino fosse anch’essa firmataria del trattato. Una motivazione che – va detto – oltreché lapalissiana, appare debole, se si considera che l’INF proibisce i sistemi a medio-corto raggio dispiegati a terra, ma non quelli imbarcati su unità navali.

L’INF Act 2017 e il ruolo del Congresso

In occasione del 30° anniversario (8 dic. 2017) della firma dell’INF, la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, aveva illustrato l’Integrated Strategy dell’Amministrazione Trump in merito alla questione, utilizzando concetti che – in sostanza – ricordano molto da vicino il dual-track adottato da Stati Uniti e NATO negli anni ’80 per rispondere al dispiegamento dei missili sovietici. Secondo le parole della portavoce, Washington si riservava di attuare una “risposta flessibile”, basata su coercizione e dialogo, ovvero sviluppo di nuovi sistemi missilistici a medio-corto raggio a cui gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a rinunciare nel caso Mosca avesse accettato una soluzione diplomatica in grado di riportarla nell’alveo dell’INF. Tale strategia si ritrovava, più compiutamente, nella legge fiscale 2018 licenziata dal Congresso il 12 dicembre 2017 come Public Law 115-91, dove nella Sezione 1239A, intitolata Strategy to Counter the Threat of Malign Influence by the Russian Federation, veniva accluso (Subtitle E) l’Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) Treaty Preservation Act of 2017. Quest’ultimo ricordava come l’articolo XV (sez. 2) dell’INF preveda che i firmatarî possano recedere dal trattato qualora eventi straordinarî legati alla materia regolata mettano in pericolo i loro supremi interessi. In ragione di ciò, ovvero delle violazioni da essi attribuite alla Russia, gli Stati Uniti si ritenevano (già allora) legalmente autorizzati a sospendere (“to suspend“) i loro obblighi, in parte o in toto, rispetto al trattato. Il testo legislativo del Congresso autorizzava un programma di sviluppo, in fìeri, per un sistema “roadmobile” GLCM con gittata compresa tra i 500 e 5.500 km, vale a dire quella vietata dall’INF. Il documento prevedeva inoltre lo stanziamento (anno fiscale 2018) di 58 mln di $ per ricerca, sviluppo, sperimentazione (“test“) e valutazione di sistemi di difesa capaci di rispondere a missili ground-launched. Tali disposizioni appaiono di poco al di qua della violazione. L’articolo VI dell’INF stabilisce infatti che nessuna parte contraente possa produrre (“produce“) o condurre test di volo (“flight-test“) di alcun tipo di vettori IRM (intermediate-range missile) e SRM (shorter-range missile). L’INF Act del Congresso, utilizzando il termine << test >>, sembrava dunque porre una differenza che, per quanto sottile e cavillosa, era di per sé rilevante, perché lasciava trasparire come Washington manifestasse (in quel frangente) la volontà di ingaggiare Mosca, unicamente, sul terreno del confronto diplomatico. Il ruolo, non secondario, del Congresso è conseguenza pure del fatto che la Costituzione americana (art. II, sez. 2) attribuisce al Presidente la prerogativa di stipulare trattati, subordinando però tale potere al previo parere e consenso (“advice and consent”) del Senato. Il 27 maggio 1988 l’INF, essendo un trattato non un accordo, fu sottoposto a ratifica del Senato che lo approvò a larga maggioranza (93 voti favorevoli), allegando però tre condizioni, due dichiarazioni e tre declarations and understandings. Durante la crisi degli Euromissili, Reagan aveva inoltre coinvolto i senatori nel processo negoziale con l’URSS, suscitando la formazione di un Senate Arms Control Observer Group. Oggi, una decisione motu proprio dell’Amministrazione Trump potrebbe ingenerare anche una controversia costituzionale poiché, sebbene l’articolo XV dell’INF preveda che le parti possano recedere, l’iniziativa presidenziale sarebbe suscettibile di dibattito negli Stati Uniti, forse incontrando ostacoli nel Campidoglio, benché i risultati delle elezioni di mid-term 2018 abbiano assegnato ai Democratici 233 seggi (su 435) alla Camera e solamente 47 (su 100) al Senato. In questo senso, il caso “Goldwater contro Carter” del 1979 – a suo tempo però respinto dalla Corte Suprema – circa il quesito concernente la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti possa recedere unilateralmente da un trattato senza consultare il Senato, costituisce un precedente sintomatico, toccando un tema già affrontato ab origine della storia costituzionale statunitense da Alexander Hamilton nel 1788 nello studio intitolato The Treaty Making Power and Executive, oggi incluso nella serie The Federalist Papers n.75.

Scenari negoziali

Sino al proclama di Trump e all’ultimatum di Pompeo, gli Stati Uniti erano ricorsi soprattutto alla dissuasione economica per ricondurre la Russia al rispetto dell’INF. Il 20 dicembre 2017 il Department of Commerce aveva infatti esteso il regime sanzionatorio di cui è destinataria Mosca a due società russe – la Novator e la Titan-Barrikady – ritenute coinvolte nella fornitura di sistemi d’arma che violerebbero i contenuti del trattato. Il National Security Advisor, John Bolton, parlando da Mosca, dove si era recato in visita il 22 e 23 ottobre scorsi incontrando il suo omologo russo Nikolai Patrushev e Lavrov, aveva affermato che il prossimo passo, dopo la dichiarazione di Trump, sarebbe consistito in consultazioni con gli alleati in Europa e in Asia, nonché in intensi negoziati diplomatici con la Russia [fonte: ru.embassy.gov]. Ciò lascia supporre che la partita negoziale non possa dirsi ancora del tutto conclusa, sebbene alcune recenti dichiarazioni provenienti dall’Alleanza Atlantica rischino – se fraintese – di guastare sul nascere ogni possibile dialogo. È il caso, ad esempio, di quanto affermato il 29 novembre da Stoltenberg circa il fatto che “after many years of categorical denials” la Russia abbia infine ammesso l’esistenza del missile SSC-8 accusato di violare l’INF [fonte: nato.int]. Non serve scomodare oltremisura Retorica e Logica per avvertire come il paralogìsmo del Segretario Generale della NATO sembri volere persuadere che Mosca abbia ammesso anche la violazione del trattato. Va da sé infatti che l’ammissione dell’esistenza di un missile non implica parimenti la prova che esso violi ipso facto gli obblighi del Trattato INF.

 

L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

Sul piano energetico gli Stati Uniti, come evidenziato nella NSS-17, occupano una posizione centrale in quanto consumatori, produttori e innovatori e, grazie all’incremento della produzione nazionale di gas legato alla shale revolution, godono di una nuova indipendenza che li ha svincolati dall’approvvigionamento estero. Dall’altro lato dell’Atlantico, un Europa sempre più dipendente dal gas russo e alla costante ricerca di una diversificazione delle proprie forniture di gas, come dimostrano il progetto del Corridoio Sud del gas e le speranze riposte nelle nuove scoperte nel Mediterraneo orientale. E un importante ruolo nella “sfida” energetica tra Europa e Russia potrebbe essere giocato proprio dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti. L’articolo si prefigge l’obiettivo di analizzare i tratti essenziali della politica energetica di Donald Trump nonché i tentativi dell’Europa di affrancarsi dalla dipendenza energetica della Russia, il Paese che più di tutti oggi, insieme alla Cina, costituisce una minaccia al mantenimento dell’ordine internazionale unipolare a guida americana.  -> LEGGI IL PAPER

L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti - Geopolitica.info Max Phillips/Jeremy Buckingham MLC on climatechangenews
La CDU dopo Angela Merkel

Sulla carta, la competizione per diventare il successore di Angela Merkel alla guida dell’Unione Cristiano Democratica (CDU), e con alta probabilità il prossimo Cancelliere della Germania, avrebbe tutti gli elementi di una grande sfida: personaggi di spessore, antiche rivalità, conti in sospeso e l’ambizione di raggiungere un ruolo dal grande potere. Le aspettative per una competizione di spessore c’erano tutte, ma le cose stanno andando diversamente e l’esito del congresso della CDU sembra già scritto in partenza.

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Nel congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre l’Unione Cristiano Democratica (CDU) eleggerà il nuovo leader del partito, il successore di Angela Merkel destinato a diventare con altissima probabilità anche il prossimo Cancelliere. La CDU è un partito granitico, in 45 anni ha avuto solo tre leader: dal 1973 a oggi si sono succeduti alla guida del partito più importante della Germania solo tre persone: Helmut Kohl, Wolfgang Schauble (un breve periodo di 15 mesi) e Angela Merkel, ancora in carica fino a al congresso di dicembre dopo la scelta di porre fine alla sua carriera politica dopo 18 anni di leadership. In un sondaggio di Infratest Dimap, mostrato sulla rete pubblica ARD venerdì 16 novembre, è stato rilevato che la maggioranza degli elettori tedeschi desidera che Angela Merkel rimanga in carica fino alla fine della legislatura (quindi fino al 2021), un dato che arriva al 75% tra elettori della CDU ma che supera il 50% anche tra quelli dei Grune (verdi), della Linke (estrema sinistra) e della SPD (socialdemocratici). Ovviamente, tanta approvazione non è riscontrabile tra l’elettorato di AfD (estrema destra). Lo stesso sondaggio ha testato l’opinione pubblica anche in merito alla competizione per la leadership della CDU, riscontrando ancora l’effetto Merkel.

Dalla rilevazione infatti risulta che Annegret Kramp-Karrenbauer ha il consenso del 46% dei sostenitori del partito, seguita da Friedrich Merz al 31% e da Jens Spahn al 12%. Kramp-Karrenbauer è considerata la delfina della Merkel, anche se la Cancelliera non si è spesa direttamente a sostegno della sua candidatura. Dal canto suo, la Kramp-Karrenbauer ha cercato di prendere le distanze dalla Cancelliera soprattutto sul tema dell’immigrazione, contestando la politica delle porte aperte che portò in Germania più di un milione di rifugiati. All’inizio Kramp-Karrenbauer (56 anni) poteva sembrare un personaggio con poco appeal, una “mini-Merkel” che non porta niente di nuovo, una ripetizione della solita ricetta che nel lungo periodo non saprebbe esprimere una leadership nuova. Il suo punto debole però è anche il suo punto di forza: lei rappresenta la continuità di una storia di successo, una leader ben radicata che conosce e sa gestire tutte le complessità di un partito in cui non mancano le conflittualità. Inoltre, con Kramp-Karrenbauer sarebbe molto facile per la CDU formare un’alleanza con i Grüne dopo le prossime elezioni, una prospettiva sempre più realistica secondo i sondaggi.

L’altro candidato di rilievo, Friedrich Merz, è considerato l’uomo in grado di spostare la CDU verso politiche più liberiste, cosa che lo rende un politico attraente per il mondo degli affari e dell’industria tedesca, ma guardato con sospetto da una larga parte del partito. Merz, che ha 63 anni, è stato un pezzo grosso del partito ma negli ultimi 15 anni è stato fuori dalla politica attiva è si è dedicato alla carriera nel mondo degli affari, con grande successi nel ramo tedesco del fondo BlackRock. Sta provando a conquistare il favore dell’opinione pubblica e soprattutto del partito, ma esauritosi l’interesse iniziale non sembra in grado di superare Kramp-Karrenbauer.

Poi c’è Jens Spahn, il candidato più giovane (38 anni), anche lui dalla forte impostazione liberale, europeista e dura sull’immigrazione. Spahn già in partenza non era destinato a vincere, cosa che con la discesa in campo di Merz è diventata impossibile. Molte delle persone che potrebbero sostenere Spahn per le sue idee di politica economica trovano in Merz una figura più esperta e rappresentativa, ma come spesso accade in questo genere di competizioni, si partecipa per misurare il proprio peso nel partito e metterlo sul tavolo nelle future spartizioni di potere. Spahn è il candidato più “trumpiano” dei tre, identitario, una delle sue polemiche più recenti riguarda quello che a suo dire è l’eccessivo uso della lingua inglese nella cosmopolita Berlino.

Ci sarebbero anche altri candidati, alcuni sono nomi pesanti come quello del ministro della Difesa Ursula Von Der Leyen, ma la competizione reale è solo tra questi tre. Un quarto candidato poteva essere Armin Laschet, 57 anni, governatore del Nord-Reno Vestfalia, ma in questa occasione ha deciso di non farsi avanti, anche se in futuro potrebbe puntare direttamente alla cancelleria. Tuttavia, una cosa da tenere a mente è che il nuovo leader della CDU non sarà votato dai simpatizzanti in primarie aperte, né dall’ampia platea degli iscritti al partito. La votazione è riservata esclusivamente ai 1001 delegati al congresso, un elettorato selezionato e ristretto con dinamiche di scelta molto diverse da quelle del grande pubblico, allo stato attuale non è chiaro quanta influenza avrà l’opinione pubblica sulla decisione finale dei delegati al congresso.

Per chi si occupa di geopolitica il tema più importante è la posizione in politica estera dei potenziali leader della Germania. Tutti i candidati sembrano in linea con i pilastri della CDU, ovvero l’impegno a preservare la relazione privilegiata con gli Stati Uniti all’interno del quadro dell’Unione Europea, ma ci sono anche delle differenze, piccole ma potenzialmente sostanziali.

Al di là del sostegno per i pilastri di Atlantismo ed europeismo, Kramp-Karrenbauer si distingue per una diffidenza verso la Russia e un particolare legame con la Francia, legato alla sua esperienza di governo del piccolo stato del Saarland, marca della frontiera franco-tedesca abitata da meno di un milione di abitanti. Kramp-Karrenbauer parla francese e nel 2011 è stata nominata dalla Merkel come rappresentante delle relazioni culturali franco-tedesche. Supporta l’esercito unico proposto da Macron ed è rappresentativa di tutta l’area filo-francese della CDU.

Friedrich Merz è decisamente il più Atlantista, è a capo dell’Atlantik Brüke, network USA-Germania che riunisce imprese e personaggi politici. Attraverso la sua carriera di Avvocato d’impresa Merz è organico ai gruppi di potere che coinvolgono il mondo degli affari tedesco e americano, soprattutto grazie al suo ruolo di presidente del fondo BlackRock in Germania. Nonostante questo però Merz – come tanti altri tedeschi – prova disagio per le politiche e la postura di Donald Trump, ecco perché in questa campagna congressuale si è fatto portatore di una visione più europeista, rafforzata dalla sua vecchia esperienza di parlamentare europeo dal 1989 al 1994. Merz propone una riforma dell’eurozona e più cooperazione comunitaria nella politica estera e nella difesa, una visione sostanzialmente identica a quella di Kramp-Karrenbauer. In un’ottica più ampia però Merz sottolinea l’importanza dell’ordine liberale del mondo, con un allarme particolare nei confronti del modello autoritario della Cina, da contenere. Anche Merz guarda con diffidenza al Cremlino e si è dichiarato a favore delle sanzioni alla Russia.

Jens Spahn è Atlantista e trumpiano, in questa campagna è quello che più di tutti sta sottolineando i problemi dell’immigrazione causati dalla politica di accoglienza della Merkel. La sua simpatia nei confronti dell’amministrazione Trump non è solo verbale, Spahn ha un’amicizia personale con Richard Grenell, l’ambasciatore americano a Berlino ben conosciuto per essere un uomo di Trump. Spahn sottolinea spesso gli interessi comuni di Stati Uniti e Germania ed è a favore di un maggiore impegno tedesco nella NATO, che vuol dire aumentare il budget tedesco per la difesa (cosa già in programma, dal 2020). Per quel che riguarda la politica comunitaria, Spahn pone particolare enfasi all’interesse nazionale. Ovviamente è contrario a qualsiasi tipo di “unione dei trasferimenti” all’interno dell’eurozona, ma la cosa più importante è che considera l’Unione Europea “un gruppo di stati-nazione” piuttosto che la costruzione di uno Stato continentale e federale.

Infine, sullo sfondo resta l’uomo che non corre oggi ma potrebbe ripresentarsi domani, Armin Laschet. L’attuale governatore della Nord-Reno Vestfalia (il più popoloso Land della Germania) ha la forza di chi ha dietro di sé la più forte delle federazioni locali della CDU, da cui provengono i due terzi delle federazioni regionali. Laschet è un centrista molto vicino alla Merkel ma senza essere identificato come subalterno della Cancelliera, da tempo il suo nome è regolarmente nella lista dei potenziali cancellieri. Come Kramp-Karrenbauer, è più europeista che atlantista, ma la cosa che più di tutte segna nettamente una differenza rispetto gli altri candidati è la sua posizione nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. Nonostante un sincero atlantismo, Laschet condanna la Russofobia e l’anti-Putinismo dei mass media tedeschi, è ha dichiarato apertamente che Putin sta facendo bene in Siria.

Ricapitolando, tra tutti Laschet è il non-candidato più nettamente europeista e dalla visione multipolare, seguito da Kramp-Karrenbauer, sempre ricordando che nessuno di questi ha la minima intenzione di appoggiare l’unione di trasferimenti necessaria a risolvere le disfunzioni dell’eurozona. Tuttavia, sarebbero sicuramente disponibili a una maggiore condivisione dei rischi. Anche Merz non dovrebbe distanziarsi particolarmente da questa posizione, lasciando a Spahn il ruolo di falco del rigore.

Per adesso la storia sembra già scritta: Kramp-Karrenbauer diventerà leader della CDU e molto probabilmente, visti i sondaggi sulle elezioni politiche, Cancelliera della Germania alla guida di un governo di coalizione composto da Grüne e FDP, forse anche senza i liberali vista la concreta possibilità che CDU/CSU e Grüne continuino a crescere riuscendo a mettere insieme la maggioranza al Bundestag. L’unica incognita a oggi sembra essere la possibilità di vedere Kramp-Karrenbauer alla guida della CDU per un periodo lungo come quello dei suoi predecessori Merkel e Kohl, ma probabilmente anche Angela Merkel quando divenne leader della CDU nel 2000 non sembrava avere il carisma che ha dimostrato nei 18 anni successivi.

Superato il congresso della CDU, Angela Merkel potrà dedicarsi completamente alla conclusione della sua carriera politica, e la Cancelliera sembra avere tutta l’intenzione di volerlo fare portando a compimento qualcosa di storico a livello europeo.


Germania e la fine dell’era Merkel

La decisione di Angela Merkel di abbandonare la leadership della CDU dopo il congresso del 6 dicembre ha riportato la Germania al centro dell’attenzione. Questo significa che la Cancelliera non si ricandiderà alle prossime elezioni e tutto lascia intendere che lascerà la politica, senza neanche candidarsi per un seggio in parlamento (Bundestag). La domanda che tutti si pongono adesso è quali sono le implicazioni di questa scelta su questa legislatura, quanto è alto il rischio di elezioni anticipate e come tutto questo potrebbe ripercuotersi sull’UE e sull’Eurozona.

Germania e la fine dell’era Merkel - Geopolitica.info Photo credit: Medienmagazin pro on Visualhunt.com / CC BY-SA

Di sicuro, la Germania è entrata in una fase in cui guarderà con più attenzione alla politica interna che a quella comunitaria, in un periodo in cui l’UE deve confrontarsi con la Brexit, la questione italiana e le elezioni per il rinnoveranno del Parlamento Europeo, che si preannunciano incendiarie. Dal punto di vista dell’assetto istituzionale, la rinuncia alla leadership della CDU non mette in discussione la sua posizione di Cancelliere: il  leader della CDU viene eletto dal partito, ma il Cancelliere viene eletto dal Bundestag. La lista dei candidati alla guida della CDU  per adesso sono tre, anche se in ballo ci sono altri nomi e la lista che correrà al congresso di dicembre è ancora da definire. I tre candidati più importanti sono:

  • Annegret Kramp Karrenbauer, la “delfina” di Angela Merkel e attuale segretario generale del partito, rappresenta la continuità. Nonostante non sembri essere un personaggio molto carismatico per via della suo ruolo di ancella della Merkel non va sottovalutata, rappresenta un gruppo di potere ben strutturato e con lei la CDU potrebbe formare in maniera molto agevole un’alleanza con gli ambientalisti Die Grunen.
  • Friedrich Merz, presidente del partito dal 2000 al 2002 con una solida esperienza anche nel settore privato, soprattutto in BlackRock. Piace molto alla confindustria tedesca, sembra essere il candidato più europeista e aperto a una stagione riformista in sede comunitaria, ma bisogna capire quanto il suo riformismo sia genuino e come sarà accolto dai falchi del partito.
  • Jens Spahn, attuale ministro della Sanità, per ora sembra volersi presentare come il candidato più di destra adottando una retorica dura su immigrazione e controllo dei bilanci dei membri dell’Eurozona.

Fondamentalmente sono tutti candidati di centrodestra in linea con la contraddittoria visione del mondo e dell’Europa che la Germania ha avuto negli ultimi 15 anni, la postura tedesca a sostegno di una solida disciplina di bilancio in patria e nei paesi dell’Eurozona non dovrebbe cambiare, senza  intaccare la tradizionale linea rossa invalicabile imposta dai tedeschi nei confronti di qualsiasi riforma della zona euro che includa trasferimenti fiscali verso i paesi della periferia. Friedrich Merz è il candidato che sta suscitando maggiore attenzione, ma anche Annegret Kramp Karrenbauer sta cominciando a dire la sua. Tuttavia, per avere un quadro più completo dei candidati alla guida della CDU bisogna aspettare le prossime settimane e trattare l’argomento con un’analisi specifica in vista del congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre.

Per adesso, nonostante contraddizioni e compromessi, la Grosse Koalition (GroKo) è destinata a restare in carica. Le tornate elettorali in Baviera e Assia hanno già sortito i loro effetti e il grande sconfitto, il partito socialdemocratico SPD, non è in grado di abbandonare il governo per lanciarsi in quelle che in questo momento sarebbero elezioni disastrose. Il rischio di una rottura della GroKo tornerà a concretizzarsi dopo le elezioni europee di primavera e dopo quelle per il governo dei Lander dell’ex Germania Est, previste per settembre e ottobre, eventi che metteranno nuovamente alla prova i partiti della GroKo in Lander dove il partito in ascesa è l’estrema destra di AfD e non il rassicurante partito ambientalista Die Grunen.

Secondo la Costituzione tedesca, la sostituzione del Cancelliere o le nuove elezioni possono esserci solo dopo che:

  1. Il Cancelliere si dimette di sua spontanea volontà e resta in carica fino a quando il Bundestag non ne elegge uno nuovo a maggioranza assoluta.
  2. Il Bundestag decide di rimpiazzare il Cancelliere attraverso un voto di sfiducia che in Germania deve per forza essere “costruttiva”, quindi si può togliere la fiducia al Cancelliere solo se si ha un sostituto da votare a maggioranza.
  3. Il Cancelliere non si dimette, ma chiede il voto di fiducia. Se il Bundestag gliela nega, il Cancelliere può chiedere al Presidente della repubblica federale di sciogliere il Bundestag e quindi andare a nuove elezioni.

Nel caso 1. e 2. le elezioni anticipate non sono automatiche e serve una maggioranza assoluta pronta a sostenere un altro Cancelliere al Bundestag, mentre per arrivare a un caso come il 3. servirebbe una crisi totale di governo e di coalizione che non vuole nessuno. In questo momento sul tavolo non c’è nessuna di queste tre opzioni.

Viste le condizioni attuali della politica tedesca, con una crescita di AfD e un generale spostamento di voti all’interno del quadro politico preesistente (in primis il travaso di voti del SPD verso Die Grünen), un compromesso parlamentare senza nuove elezioni sembra piuttosto difficile. In teoria, un’uscita di scena di Angela Merkel renderebbe possibile la coalizione tra CDU/CSU, FDP e Die Grünen (la cosiddetta Jamaika Koalition) naufragata dopo le elezioni proprio per l’indisponibilità del leader del FDP di formare un governo con Angela Merkel come Cancelliera, ma giunti a questo punto non converrebbe a nessuno avventurarsi in un governo debole e breve dando ad AfD la possibilità di scatenarsi per due anni dall’alto del pulpito dell’unico partito di opposizione all’establishment.

Tuttavia, non bisogna dimenticare il ruolo della SPD. Una crisi di governo che porti a elezioni anticipate potrebbe arrivare anche dall’altra metà della GroKo, un partito sempre più debole nel palazzo e tra i gli elettori. Le elezioni in Baviera e Assia hanno confermato i già disastrosi dati rilevati nei sondaggi e messo in evidenza l’alternativa per l’elettorato progressista: gli ambientalisti Die Grünen, una forza che ha dimostrato di saper fare opposizione ma anche di poter governare con la CDU senza snaturarsi come ha fatto la SPD. Per il partito dei socialdemocratici la terza GroKo è stata una scelta sofferta, quasi obbligata, e ora che il prezzo da pagare per aver ricevuto cariche e  ministeri si sta facendo sentire, il partito e la stampa progressista si chiedono quanto sia conveniente continuare a fare lo junior partner fino alla fine dell’ultimo governo Merkel. La leader del partito, Andrea Nahles, ha rimandato la decisione se continuare o meno la coalizione alla “revisione di metà mandato” dello contratto di governo della GroKo, prevista per l’autunno del 2019 (due anni prima della fine naturale della legislatura ad autunno del 2021).

Quello delle elezioni anticipate in Germania quindi rappresenta un scenario possibile, ma non imminente. Il periodo da guardare con più attenzione è il dopo elezioni europee fino all’estate. Inoltre, anche se in Germania Angela Merkel è sul viale del tramonto, a livello europeo resta potente e rispettata, la sua figura sarà importante nei negoziati che seguiranno la formazione della nuova Commissione europea e la distribuzione di tutti gli incarichi ai vari livelli di governance delle istituzioni europee, compresa la possibilità di mettere un tedesco in un ruolo chiave come la presidenza della Commissione o della Bce. Proprio in questi giorni il Partito Popolare Europeo ha confermato che il suo candidato alla presidenza della Commissione europea (lo Spitzenkandidat) sarà Manfred Weber, falco bavarese della CSU e uomo fidato di Angela Merkel nei palazzi di Bruxelles da circa 14 anni.

Molti commentatori considerano la fine dell’era Merkel una sciagura per la Germania e l’inizio di un’era di instabilità, ma c’è anche un’altra chiave di lettura. Il passo indietro della Merkel non è un segno di debolezza ma di forza, forse la politica tedesca sta effettuando la transizione dalla politica bipolare a quella della frammentazione post-ideologica meglio di tanti altri paesi europei. Nonostante il calo dei consensi, la CDU è ancora il partito indispensabile per formare una coalizione di governo, e nonostante la crescita di AfD susciti preoccupazione e il crollo della SPD sembri irreversibile, la crescita esponenziale del partito ambientalista Die Grunen sta mostrando già da adesso i contorni di quello che sarà la Germania dopo le GroKo a guida Merkel.

Le elezioni in Baviera e Assia hanno confermato proprio questo nonostante i risultati completamente diversi: in Baviera la CSU in caduta libera – ma sempre maggioritaria – ha messo insieme un governo con Freie Waehler (una lista civica di “liberi elettori” dal profilo conservatore) senza snaturarsi, mentre in Assia la già collaudata alleanza tra CDU e Die Grünen è pronta governare di nuovo nonostante un forte spostamento dei rapporti di forza a favore di questo astro nascente della politica tedesca. Cosa significherà tutto questo per il futuro dell’Unione Europea e dell’Eurozona è ancora presto per dirlo, ma tra i grandi paesi europei la Germania presenta un quadro politico molto più leggibile, seppur in piena rivoluzione.

Negli ultimi 5 anni la politica europea è cambiata moltissimo, in alcuni paesi sono saltati completamente gli schemi storici. In Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e nel resto d’Europa è molto più difficile immaginare come saranno i profili dei governi delle prossime legislature. La Germania sta affrontando questi stravolgimenti meglio degli altri e sarà al centro dell’agenda europea ancora a lungo, nei prossimi due anni il tema centrale dell’Unione Europea sarà ancora il rapporto della Germania con gli Stati Uniti e il rifiuto di Berlino ad accettare i trasferimenti fiscali all’interno dell’Eurozona, mentre in molti altri paesi saranno alle prese con il tentativo di capire qual è il partito di destra e quale quello di sinistra.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin

Concepite per limitare la Russia ai capitali europei, le sanzioni economiche imposte dall’Ue – varate per la prima volta nel luglio 2014, dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nella regione del Donbass – sono state prorogate fino a gennaio 2019. Secondo recenti fonti dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione Europea), all’indomani del 2014, le esportazioni europee verso la Russia sono vertiginosamente diminuite: dai 119, 4 miliardi di euro del 2013 si è toccata la soglia di 86,1 miliardi di euro nel 2017. Il Cremlino più volte ha  respinto le accuse di ingerenza negli affari ucraini e contestualmente ha adottato misure di ritorsione.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin - Geopolitica.info Gazprom

Nonostante da più parti politiche occidentali nasce l’esigenza di fermare questa manovra, vista come controproducente da entrambe i fronti, il rapporto tra la bandiera celeste europea e quella tricolore della Russia appare sempre più lontano e sempre più difficile.

Ed è proprio all’interno di questa difficile cornice internazionale che si inserisce il progetto del gasdotto Nord Stream 2. Destinato per il trasporto del gas naturale delle maggiori riserve russe al mercato dell’Unione Europeo, il progetto del nuovo corridoio sottomarino, secondo le più rosee prospettive, è in grado di raddoppiare la capacità di trasporto annuale: da 55 a 110 miliardi di metri cubi di gas. Infatti la linea dei nuovi gasdotti sottomarini, attraverso i fondali del mar Baltico, percorrerà quella già esistente tracciata dal gasdotto Nord Stream, inaugurato nel novembre 2011.  L’azienda monopolista russa produttrice di gas naturale, Gazprom, è stata tra le prime a imporre il proprio timbro sul nuovo piano energetico del mar Baltico, insieme ad alcuni partner europei come BASF (DEU), E.ON (DEU), Engie (FRA), OMV (AUT) e Shell (NLD). Con una lunghezza di 1200 km la linea passerà attraverso le acque territoriali di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania.

Le maggiori pressioni per la realizzazione del gasdotto provengono in particolar modo da Berlino. La cancelliera Angela Merkel, come sottolineato durante lo scorso vertice nell’agosto 2018 con il presidente russo Putin a Meseberg, poco lontano da Berlino, ha  ribadito in forma sempre più decisa la necessità della realizzazione del gasdotto Ns2: un progetto coerente con la politica energetica tedesca e cruciale per il rifornimento complessivo del vecchio continente. Tuttavia il fronte tracciato dal corridoio del nuovo gasdotto, identificato inizialmente come un progetto esclusivamente economico, ha notevolmente riacceso le speranze, da più fazioni politiche europee, di armonizzare il rapporto tra Ue e Russia sulla questione ucraina.

Un auspicio che però trova tra i suoi principali oppositori, proprio l’Ucraina. Il timore espresso da Kiev è sintetizzata nella concreta possibilità di perdere i propri profitti derivanti dal transito del gas russo in Europa. Il corridoio del nuovo gasdotto, infatti, potrebbe bypassare la posizione geografica dell’Ucraina tra l’Europa e la Russia.  Benché la cancelliera tedesca abbia chiesto garanzie a Putin per il coinvolgimento delle autorità ucraine sulla realizzazione del gasdotto, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha rivolto un preoccupante appello all’Ue; il trasferimento del gas russo direttamente in Germania attraverso il mar Baltico, comporterebbe un indebolimento e una significativa perdita delle entrate ucraine.

Oltre all’appello ucraino, nel marzo 2016, i leader di nove paesi dell’UE – Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Romania e Lituania – hanno firmato una lettera rivolta alla Commissione europea, avvertendo che il progetto Nord Stream 2 contraddice i requisiti della politica energetica dell’UE; nel maggio 2018, inoltre, è stato denunciato dall’antitrust polacco, l’intervento del colosso russo, Gazprom: accusato di concorrenza sleale sul mercato del gas. Il progetto Ns2, denunciano i paesi firmatari, rischia di rafforzare ancora di più il ruolo della Russia sul fronte energetico in Europa. Le Repubbliche Baltiche, probabilmente ancora vivo  il ricordo dell’espansionismo sovietico e zarista nei loro territori, ha manifestato un determinata azione per la bocciatura del nuovo corridoio di gas. Infine anche gli Stati Uniti hanno mostrato la loro contrarietà alla costruzione del gasdotto; il progetto rischia di limitare gravemente i piani statunitensi per l’esportazione del gas naturale liquefatto nei paesi della Ue.

Se il 2019 dovrebbe vedere la realizzazione del Nord Stream 2, è più che evidente come il Vecchio Continente continui a non riuscire a mettere sul tavolo un politica energetica comune; la Russia, al contrario, è sempre più inarrestabile su questo fronte.  Non a caso il presidente Putin ha dichiarato, entro la fine del 2019, nonostante lo spettro di Chernobyl aleggiato dai suoi oppositori, l’attivazione della prima unità di potenza della centrale nucleare di Astraviec in Bielorussia. Pur constatando l’avvicinamento tra la Germania di Angela Merkel e la Russia di Putin, a seguito degli interessi comuni affacciati sul mar Baltico, la fine della stagione delle sanzioni europee contro la Russia sembra ancora lontana.

La rivoluzione energetica degli Stati Uniti

L’amministrazione Trump è stata fin da subito una delle più amichevoli nei confronti dell’industria energetica. Segnali molti chiari sono stati dati fin dalle prime mosse del nuovo inquilino della Casa Bianca, che ha mantenuto la promessa di uscire dagli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (PCA) e deregolamentato gli standard di controllo ambientale sul carbone e altri combustibili inquinanti applicati da suo predecessore.

La rivoluzione energetica degli Stati Uniti - Geopolitica.info

Trump ha rimosso o ridotto anche le regolamentazioni che contenevano l’espansione dell’industria energetica, comprese quelle che impedivano le perforazioni off-shore in entrambe le coste degli Stati Uniti, allentando anche in questo caso le rigide normative di sicurezza istituite dall’amministrazione precedente dopo il disastroso sversamento di petrolio causato dall’incidente della piattaforma di BP nel Golfo del Messico.

Negli Stati Uniti è iniziata una nuova epoca per tutto il settore, le riserve naturali un tempo protette ora sono aperte all’esplorazione e alla perforazione per la prima volta da generazioni, mentre le normative che per anni hanno proibito l’esportazione di greggio americano sono state eliminate. Adesso, l’America è uno dei principali attori nel settore energetico globale.

Trump ha abbracciato la rivoluzione dello shale gas, considerato uno dei settori in grado di tenere alta la crescita e portare il paese all’indipendenza energetica. Durante il decennio 2000-2010 la produzione di shale gas negli USA è passata da 10 a 140 miliardi di metri cubi, un aumento che ha avvicinato il paese all’indipendenza energetica e fatto crollare i prezzi del metano a livello mondiale, conseguenza del fatto che gli USA sono diventati esportatori invece che importatori. Il gas naturale normalmente viene trasportato attraverso i gasdotti, ma la tecnologia della liquefazione permette di ridurre il volume specifico del gas naturale liquefatto (LNG) di circa 600 volte, consentendo il trasporto oltreoceano per mezzo di navi metaniere.

Trump è diventato il principale promotore dell’aumento delle esportazioni di LNG prodotto negli Stati Uniti e ha dimostrato di essere disposto a mettere sul tavolo dei negoziati commerciali l’export di LNG come strumento di riequilibrio dei deficit che gli Stati Uniti hanno con praticamente tutte le regioni del mondo.

Un esempio evidente di questo nuovo driver della strategia statunitense si è visto durante l’ultima visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla Casa Bianca per discutere le tensioni commerciali tra USA e Unione Europea (il 25 luglio di quest’anno). In quell’occasione, Trump ha promesso una revisione dei dazi su acciaio e alluminio imposti all’inizio dell’anno in cambio di un impegno dell’UE ad acquistare più LNG dagli Stati Uniti, gettando le basi per quella che sarà una nuova era del mercato energetico europeo. Anche la minaccia di imporre sanzioni economiche alle industrie che parteciperanno alla costruzione del nuovo gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 – che punta a raddoppiare le forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania – rientra in questo disegno, la minaccia di sanzioni infatti è stata affiancata all’offerta del LNG statunitense alla Germania come valido sostituto del gas russo, accompagnato da un altro messaggio molto chiaro: Berlino deve ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

Berlino sta comunque andando avanti con la realizzazione del progetto Nord Stream 2 ma sta anche costruendo le infrastrutture necessarie per “accogliere” le importazioni di LNG provenienti dall’Atlantico del Nord, in quello che è stato apertamente definito come un gesto di amicizia nei confronti dell’alleato. Polonia e Lituania invece aderiscono con molto più entusiasmo alla possibilità di affrancarsi dalla dipendenza energetica da Mosca stringendo un rapporto energetico con gli Stati Uniti, e stanno costruendo anch’esse dei rigassificatori per accogliere LNG americano e distribuirlo nel resto dell’Europa orientale.

Nonostante i costi molti più alti rispetto a quelli del gas russo e norvegese, ormai molti esperti del settore cominciano a considerare inevitabile che in futuro una componente del mercato energetico europeo sarà composta da LNG proveniente dagli Stati Uniti. Una scelta del genere ha senso anche semplicemente per mantenere buoni rapporti con Washington e garantire ai membri dell’UE l’accesso al mercato statunitense, un’apertura in grado di placare i proclami di Trump sul commercio sleale degli alleati europei. Poco importa che il deficit commerciale transatlantico si concentri soprattutto sull’industria automobilistica tedesca piuttosto che sull’energia: se la vendita di LNG serve a ridurre il deficit commerciale tra UE e Stati Uniti, entrambe le parti saranno soddisfatte e il rapporto transatlantico ne uscirebbe rafforzato.

Lo stesso si può dire del deficit commerciale tra USA e Cina. L’Impero di Mezzo è un grande consumatore di energia, condizione che offre al paese l’opportunità di ridurre il deficit commerciale con gli Stati Uniti importando LNG statunitense. Pechino ha già un accordo ventennale con la Cheniere Energy, una delle compagnie americane leader nel settore e può facilmente ridurre le quote di import da altri paesi (la lista è ampia: Qatar, Iran, Russia, Australia, Nuova Guinea) per sostituirle con LNG americano. All’atto pratico per la Cina non cambierebbe molto, ma otterrebbe un importante dividendo geopolitico grazie al riequilibrio del surplus commerciale su cui Trump ha costruito parte del suo successo elettorale. Nel mese di maggio, la Cina ha sottoscritto accordi per 25 miliardi di importazioni di LNG statunitense. Se ipotizziamo uno scenario in cui un negoziato USA-Cina porti a sottoscrivere altri 25 miliardi di importazioni di LNG, le esportazioni degli USA verso la Cina arriverebbero a un valore di 180 miliardi rendendo più accettabile il deficit con la Cina per Washington e per l’opinione pubblica americana. Trump otterrebbe il primo successo concreto nella guerra commerciale con Pechino. La debolezza di questo scenario è data dalla presunzione che entrambe le parti coinvolte vogliano davvero trovare una soluzione alla disputa commerciale quando è altrettanto corretto pensare che i dazi USA alla Cina abbiano ben poco a che fare con il commercio e molto con l’obiettivo di contenere la crescita economica e militare della Cina, a partire dalla disputa nel Mar Cinese Meridionale.

Tuttavia, una cosa non esclude l’altra. Così come gli Stati Uniti hanno iniziato a “militarizzare” il dollaro usando i dazi, possono fare lo stesso anche con l’export di LNG, che a questo punto si prospetta come un pretesto per ridurre i deficit e aumentare la dipendenza con alleati e potenze da contenere, fermo restando che le questioni strategiche – in questo caso contenere la Cina – hanno la priorità su quelle economiche. Per i Repubblicani però ottenere un vittoria concreta nella disputa commerciale con la Cina è fondamentale. Trump ha recentemente dichiarato di essere pronto a parlare del commercio con la Cina. Un incontro tra Trump e Xi Jinping dovrebbe avere luogo durante  il G20 previsto in Argentina alla fine del mese prossimo (dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre), ma potrebbe anche avvenire prima.

Un accordo di questo tipo con la Cina potrebbe essere utilizzato dagli Stati Uniti come modello per accordi analoghi con Giappone, India e Corea del Sud, i prossimi maggiori importatori asiatici di gas naturale. Non è una coincidenza il fatto che, proprio come l’Unione Europea, questi paesi importatori di energia sono minacciati in qualche modo dai dazi statunitensi per un rapporto commerciale definito “ingiusto” dalla Casa Bianca. Non è un caso che le sanzioni americane che non lasciano spazio a una trattativa siano contro la Russia e l’Iran, giganti del settore energetico mondiale con una propria capacità di proiezione geopolitica. Al contrario, sta diventando molto chiaro che gli Stati Uniti invece di “ripiegarsi” in vista di un presunto declino in favore di un mondo multipolare stanno invece adottando una postura più assertiva che mai usando la supremazia del dollaro, la minaccia della guerra commerciale e l’eventualità di un conflitto militare come leva per scardinare le dinamiche esistenti e aprire i mercati al nuovo attore del mercato energetico mondiale.

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera

In termini geopolitici, questa regione è stata definita “il luogo più frammentato e più critico dell’ex Unione Sovietica”. Il volume è una raccolta di saggi redatti da un gruppo di analisti dell’Associazione Doctis Ardua e curati da Daniele Cellamare.

Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera - Geopolitica.info

 

Il volume riesce a declinare, pur attraverso le difficoltà di una identità regionale non ancora definita, le complesse variabili che rendono il Caucaso un compromesso tra i conflitti etnico-territoriali interni, gli interessi energetici e strategici di attori diversi e le più generali aspirazioni socio-politiche non sempre condivise.

Il dilemma più percepito sembra comunque espresso dalle forti divergenze tra il tentativo della Federazione Russa di conservare, e possibilmente estendere, la sua naturale proiezione di influenza sul cosiddetto “spazio ex sovietico” e la forza centrifuga di alcuni paesi che cercano, anche a costo di profonde lacerazioni, di sottrarsi agli orientamenti di Mosca in linea con gli aspetti politici, economici e persino ideologici. In particolare, per la diffidenza nutrita dalla Russia verso l’allargamento della Nato in Europa Orientale, da sempre percepito come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Anche se la formazione della Comunità degli Stati Indipendenti è servita proprio per evitare le spinte delle ex repubbliche sovietiche verso interessi e alleanze diversi, gli effetti della disgregazione dell’impero sovietico si sono fatti maggiormente sentire proprio nella regione del Caucaso, e in particolare in quella settentrionale, dove le tensioni politiche e sociali hanno colpito il Kabardino-Balkaria, la Cecenia, il Daghestan, l’Inguscezia, il Karacajevo-Circassia, l’Ossezia del Nord e il Territorio di Stavropol e Transcaucasia (oltre tutto, causa di marcata instabilità delle frontiere).

Oggettivamente, la transizione del sistema economico sovietico, centralizzato e pianificato, verso un’economia fondata sui principi del libero mercato, ha provocato pesanti ripercussioni, o meglio una transizione particolarmente complessa, sino allo scoppio delle cosiddette Rivoluzioni Colorate tra il 2003 e il 2005. In particolare, nel volume si esaminano i fragili percorsi democratici (e i relativi ruoli geopolitici) faticosamente svolti dall’Armenia e dall’Azerbaijan.

Il saggio si propone quindi al lettore come una raffigurazione delle variabili presenti nella regione – dove i contesti differenziati assumono omogeneità di interpretazione – e riesce a dispiegare con chiarezza le giunture dei sistemi storico-politici. Affronta anche con insolita accessibilità l’ombra lunga del fondamentalismo islamico, le frammentazioni etiche e territoriali, le vicende belliche, le componenti religiose, le spinte indipendentistiche e i settori considerati oggi come quelli di maggiore rilevanza strategica, quali la struttura economica e l’ambito energetico, la produzione bellica e il controllo del cyberspazio. Tutti elementi che hanno reso il Caucaso una delle regioni più conflittuali del panorama internazionale.

Il volume è stato scritto da Francesca Tortorella, Angela Chiara Festa, Gianluca Caselunghe, Federica De Paola, Ilaria De Napoli, Gregory Marinucci, Maria Serra, Giovanni Lella, Matteo Antonio Napolitano, Paolo Balmas, Vlora Mucha.

L’assistenza editoriale è stata fornita da “Literaria Consulenza Editoriale”.

Salvini – Le Pen: dietro le quinte del patto dell’UGL

Sembra ormai chiaro a tutti che il nastro di partenza della lunga campagna elettorale per le elezioni europee del prossimo maggio sia stato tagliato dai leader sovranisti d’Italia e Francia lo scorso 8 ottobre. Quello che forse resta sconosciuto ai più è la natura quasi casuale di quello che viene ormai descritto dalla stampa come il Patto dell’UGL.

Salvini – Le Pen: dietro le quinte del patto dell’UGL - Geopolitica.info

Questo almeno quanto emerge dalle considerazioni con cui Gian Luigi Ferretti, presente in quelle ore anche agli incontri riservati nello sede del sindacato a via delle Botteghe Oscure, ha commentato per Geopolitica.info l’incontro tra Matteo Salvini e Marine Le Pen. Responsabile delle relazioni internazionali del sindacato, Ferretti è stato tra i primi ad essere informato della partecipazione della segretaria di Rassemblement National a “Quarta Repubblica”, il programma di approfondimento politico condotto da Nicola Porro.

A lui, così come al segretario Paolo Capone e all’ufficio delle relazioni istituzionali,  si deve il suggerimento di organizzare un evento pubblico tra i due leader della destra europea. Del resto, tanto Le Pen quanto Salvini erano alla ricerca di un’occasione di confronto, un’opportunità per discutere nuovamente di Europa e di strategia comune, come erano soliti fare quando entrambi sedevano sui banchi del Parlamento di Strasburgo.

Ferretti riferisce che la leader di quello che un tempo fu il Front National sarebbe arrivata per prima alla sede UGL, seguita dopo cinque minuti dal Vicepremier italiano. Dopo un caloroso saluto, lontano dagli occhi della stampa ma alla presenza di Capone e di Ferretti stesso, i due si sarebbero immediatamente immersi in un lungo confronto sui temi che domineranno la campagna elettorale del 2019: mezzora di discussione privata in cui sono state concordate – senza troppe difficoltà – le posizioni rese pubbliche nella successiva conferenza stampa.

Entrambi hanno manifestato un giudizio del tutto critico sulla forma e sui contenuti che animano oggi l’Unione Europea e hanno chiesto esplicitamente di evitare che quest’ultima venga confusa con i popoli che la animano e che non il continente che la ospita. Sì all’Europa, no ad un’Unione Europea affidata a commissari anonimi ed oscuri che declinano il concetto di solidarietà col salvataggio delle banche con i soldi dei contribuenti.

Salvini e Le Pen si sono detti d’accordo sulla necessità di una vasta alleanza fra i grandi partiti nazionali come Rassemblement National e Lega e hanno concordato che affronteranno la campagna elettorale ognuno con la propria lista, ma con un programma comune. Di più: indicheranno candidati comuni per le cariche chiave dell’UE, in primis – scontatamente – per quella di Presidente della Commissione.

E’ nato così, quasi spontaneamente, quel Fronte della Libertà che è stato poi lanciato in conferenza stampa, dando l’impressione che fosse un progetto studiato da tempo nelle rispettive segreterie.

Una sintonia politica a cui si affianca una sincera complicità che non è sfuggita agli occhi di Ferretti. Dalla diffidenza verso Steve Bannon e il suo The Movement (pur sempre una realtà esterna all’Europa), allo scambio di regali che ha seguito l’evento, Salvini e Le Pen hanno dimostrato che i punti di contatto tra le destre occidentali prescindono dal semplice calcolo politico-elettorale.

Basi solide per la costruzione di un’alleanza di partiti e movimenti euroscettici con cui – separatamente o congiuntamente – tutte le formazioni politiche popolari e socialdemocratiche saranno presto chiamate a confrontarsi.