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Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio

Una lunga intervista a Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo e di Medio Oriente, per tanti anni corrispondente in Israele e negli Stati Uniti, dove ha condotto diverse inchieste sul ruolo dei narcos messicani e sul traffico di migranti e di droga. Ha pubblicato diversi libri sul terrorismo jihadista, ed è da poco in libreria con il suo nuovo lavoro “Terrorismi. Atlante mondiale del terrore”, edito da La Nave di Teseo.

Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio - Geopolitica.info

Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico e la caduta dei principali centri operativi del Califfato, sono destinati a scomparite i grandi attentati in Europa?

Sono sincero, è davvero complicata la realtà dello Stato Islamico. Possiamo dire due cose: c’è un difficoltà maggiore dal punto di vista operativo per organizzare attacchi eclatanti come quello del Bataclan. Al tempo stesso, quell’attacco è stato condotto da persone che avevano rapporti tra loro. Quindi potrebbe anche essere che lo Stato Islamico riesca a mettere in contatto alcune persone, magari in una città del Belgio o del Francia, che già avevano dei rapporti precedenti, e che potrebbero arrivare a compiere azioni di quel tipo. In linea generale credo però che vedremo più azioni con coltelli o veicoli, perché più semplici da organizzare.

Arrivando a questi attentati meno sofisticati, lei nel suo libro, citando l’istituto francese CAT (Centre d’analyse du Terrorisme), scrive che nel 2017 la maggioranza di attentati è stata condotta con esplosivi rudimentali, armi bianche o veicoli. Crede che la propaganda jihadista troverà sempre uomini e donne pronti a condurre questa tipologia di attacchi sul suolo europeo?

Sì, assolutamente, anche se propaganda è diminuita rispetto a un paio di anni fa.
Visto il profilo degli autori degli attacchi non serve molto, basta un appello. E’ anche vero, come detto, che questi appelli diminuiti. Teniamo conto che nel mese di Ramadan, dove si è sempre registrato un picco di attacchi, questi non sono stati numerosi. Il problema vero è che lo Stato Islamico si adatta facilmente, e sfrutta le opportunità usando i mezzi che ha al momento. Io credo che continuerà sulla strada degli attacchi più soft. Non solo, altre persone che non hanno a che vedere con lo Stato Islamico imiteranno queste tecniche. In qualche modo la propaganda fatta negli anni resta e si diffonde, e la gente non sa più ritenere se un attacco sia stato condotto dallo Stato Islamico o da una persone instabile. Tutto va a finire sotto un unico grande contenitore confuso.

A proposito dei profili degli attentatori: ultimamente le analisi sul terrorismo si concentrano sempre meno sul fattore religioso e sempre più sugli identikit di chi conduce l’attacco. Per quale motivo?

I motivi sono figli del tempo. Cominciamo a dire che i militanti dello Stato Islamico sono indottrinati in maniera molto approssimativa. Delle volte non c’è neanche un indottrinamento: vanno su internet, leggono un discorso o vedono un video di 30 secondi. Il secondo aspetto è che la tattica dello Stati Islamico è quella dell’ “agire comunque”. Non importa se sei preparato: agisci con un coltello, con un macchina o con una pietra, l’importante è compiere qualcosa sul territorio. Un terzo aspetto riguarda il profilo psicologico degli attentatori: sempre più abbiamo a che fare con elementi che sono ex detenuti o persone instabili. Con questo non voglio assolutamente dare delle giustificazioni o annullare la valenza politica degli attacchi, ma non c’è dubbio che l’aspetto personale del terrorista, e quindi non quello politico, incide in maniera prevalente. Il messaggio politico aiuta in questo cammino di violenza. Ecco perché noi vediamo degli atti, come quello di Liegi, in cui è difficile se l’uomo ha agito perché odiava la polizia come criminale comune o ha agito perché si riconosceva nello Stato Islamico. Io credo che queste due strade siano parallele, e che oramai sia difficile distinguere il motivo personale da quello politico.

E’ per questo che nel suo libro fa un paragone tra i “mass shooters” americani e i terroristi?

Esattamente. Non tutti gli esperti accademici riconoscono questo collegamento. Io nel libro faccio questo raffronto citando carte giudiziarie, raccontando le storie e gli identikit dei profili e portando dei dati. Mi rendo contro che alcuni accademici non considerano questo fenomeno come terrorismo perché manca una motivazione politica.
Ma se noi andiamo a confrontare il profilo di un mass shooters americano e di un attentatore dello Stato Islamico ci accorgiamo che è perfettamente sovrapponibile. Instabilità, odio, rivolta contro qualcosa, una forma di ribellismo in cui si inseriscono aspetti personali. C’è un parallelo anche nel loro avvicinamento all’attacco: questo avviene per fasi, e spesso è un fatto contingente che li spinge ad agire. Per un mass shooters è la ragazza che lo lascia, un brutto voto, una sospensione. Lo stesso vale per il potenziale terrorista: un decreto di espulsione, il mancato rinnovo del passaporto. Se uno mette insieme questi aspetti si può delineare un profilo parallelo.

Un’altra sovrapposizione che lei fa è quella tra i terroristi e i narcos centroamericani sul tema della violenza: come mai ha deciso di evidenziare questo aspetto?

Per l’elemento politico che si rileva nelle azioni di alcuni narcos colombiani o messicani: la volontà di controllare il territorio e  di imporre il loro “contro-stato”. L’obiettivo è quello di evidenziare la loro forza. Il secondo aspetto è il carattere militare di alcune formazioni: abbattono elicotteri, organizzano imboscate contro l’esercito, dimostrando di avere un braccio militare armato e molto preparato. Poi c’è l’aspetto della propaganda: esattamente come lo Stato Islamico, alcuni cartelli fanno propaganda sul web. Video di torture, decapitazioni. Il tutto per intimorire, per trasmettere un’immagine di violenza e di potenza che ricorda molto la strategia qaedista: uccidere per annientare il nemico.

Con un terrorismo che si sovrappone sempre più alla dimensione della criminalità, quali sono le cose da fare per sviluppare una strategia di contrasto alla radicalizzazione?

E’ un tema molto complesso. Bisognerebbe trovare un messaggio più forte di quello dello Stato Islamico. Paradossalmente la scarsa preparazione dei militanti di base potrebbe aiutare: non hanno studi alle spalle o una preparazione approfondita. Hanno una “verniciata” di islamismo. Però al tempo stesso è difficile trovare un messaggio che sia così immediato e universale, abbracciato da giovani in tutte le parti del mondo, con il quale contrastare la radicalizzazione sul piano ideologico. E’ un percorso che richiede molto tempo, perché fortemente legato alla società: la nostra è una società che in generale tende alla violenza e all’aggressività. Purtroppo i social non aiutano in questo, c’è la tendenza a voler sopraffare sull’altro. Bisognerà insistere su questa strada, io non credo molto alle scelte che cadono dall’alto.
C’è da fare tanto sulle carceri, questo sì: sono diventati veri e propri luoghi di addestramento e reclutamento, dove persone deboli dal punto di vista psicologico possono essere facilmente cooptate e indirizzate verso una strada  di violenza.

Come mai l’Italia al momento non è stata vittima di attacchi terroristici?

Sono diversi i motivi che hanno permesso all’Italia di non venire colpita. Il primo riguarda essenzialmente la sfera sociale: noi non abbiamo ancora le seconde generazioni di immigrati musulmani, al contrario di Belgio e Francia. Soprattutto non abbiamo quartieri-ghetto tipo Molenbeek a Bruxelles o le banlieu francesi, con una enorme concentrazioni di musulmani e che presentano problematiche di alienazione e di identità ai giovani che nascono in queste aree. Sono quartieri che causano difficoltà di riconoscimento che portano la singola persona, come si è visto negli anni ’90 nelle banlieu, a domandarsi: “sono francese o maghrebino?”.
Inoltre in Italia non ci sono i numeri di militanti dello Stato Islamico che si riscontrano in negli altri paesi d’Europa. Secondo la polizia sono partiti, per arruolarsi con il Califfato, circa 120 militanti dall’Italia, e solo una minima parte di questi è cittadina italiana. Da Trinidad e Tobago sono partiti 125-130 militanti: un paragone, forzato, che però fornisce un’immagine chiara dei numeri di cui parliamo.
Un altro aspetto è quello della propaganda: quella in italiano è partita dopo rispetto a quella inglese o francese. Inoltre non ci sono italiani che hanno fatto carriera all’interno dello Stato Islamico, mentre inglesi e francesi hanno ricoperto ruoli di rilievo per la propaganda sul web. C’è inoltre un problema di lingua: un militante francese può diffondere il messaggio in Belgio, in Francia, in Nord Africa, un italiano si rivolge ad un’area territorialmente ristretta. Questo è un aspetto che non va sottovalutato.
Sicuramente le inchieste hanno funzionato: iniziate negli anni ’90, hanno indotto alcune comunità musulmane che in quegli anni simpatizzavano per gli ambienti radicali a moderarsi. 
Tutti questi motivi chiaramente valgono per minacce e realtà più organizzate: non spiegano i pericoli legati al singolo individuo radicalizzato. Su questo io non ho una risposta precisa, continuo a pensare che ci sia un problema legato alla nostra percezione. In Italia c’è una percezione del rischio terrorismo molto più alta della realtà: interessante è stata una ricerca pubblicata dall’Ispi, che ha chiesto a diverse persone quante vittime avesse fatto l’Isis ed evidenziando come le risposte riportassero dei numeri molto superiori alla realtà. L’immedesimazione porta le persone ad avere una percezione del pericolo molto alta.
Al tempo stesso, come mai nessun militante o potenziale tale decide di fare in Italia un’azione simile a quelle viste negli altri paesi europei? C’è sicuramente una percezione diversa dell’Italia. Non escluderei, però, che un domani, in caso di aumento delle tensioni, soprattutto in questa fase dove i toni sono molto alti, qualcuno potrebbe passare all’azione. Per questo io dico sempre che i governi, di qualsiasi colore siano, sul tema del terrorismo debbano sempre tenere un profilo basso pensando alla sicurezza del cittadino, senza fare annunci o proclami. Non si deve usare il terrorismo come elemento di battaglia politica.
Per finire c’è un fattore logistico: io credo che ci sia un giro di trafficanti di uomini e di droga che considera l’Italia troppo importante geograficamente. Mi spiego, rifiuto la teoria che vede nella mafia un argine al terrorismo, che è evidentemente una bufala perché non spiegherebbe l’assenza di attacchi in tutte le parti d’Italia. Credo invece che una certa forma di criminalità organizzata nordafricana sia molto attenta, in quanto un attentato metterebbe in crisi gli affari. Siamo sempre in un contesto molto fluido, perché questi discorsi potevano essere fatti anche per Moleenbek o per altre zone che invece sono state basi organizzative di attentati. Quello che dico sempre, e che tengo a far emergere, è che questo è un tipo di terrorismo occasionale, non scientifico, fortemente legato al singolo. Il singolo può agire per motivi che sfuggono al controllo della polizia, da qui la difficoltà nell’intercettarlo e nel prevenirlo.

Nord Stream 2: la “guerra del gas” tra Europa e Russia

Il raddoppio del gasdotto che porta il gas russo in Germania sta dividendo l’Europa, con la Commissione europea alla ricerca degli strumenti giuridici per bloccarne la realizzazione. Se da un lato, infatti, si teme un’eccessiva dipendenza dalle forniture russe, dall’altro lato l’idea di ottenere gas a buon prezzo ed in maniera affidabile “fa gola” a numerosi Paesi, tra cui la Germania. Anche perché non sembrano esserci (credibili) alternative all’orizzonte.

Nord Stream 2: la “guerra del gas” tra Europa e Russia - Geopolitica.info

Negli ultimi anni la Russia di Vladimir Putin si è mossa sullo scacchiere energetico europeo secondo una linea ben precisa: portare il proprio gas verso il vecchio continente cercando di aggirare l’Ucraina, territorio politicamente ostile che spesso ha bloccato, seppure parzialmente, il transito del gas proveniente dai giacimenti russi. In questo contesto, quindi, si è inserita la realizzazione del Nord Stream, il più lungo gasdotto sottomarino al mondo che trasporta, dal 2012, 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia verso la Germania. E da qualche anno, oramai, si parla con insistenza della possibilità di un suo raddoppio a partire dal 2019, con un’Europa che, quindi, dipenderebbe sempre più dalle importazioni di gas russo proprio mentre a Bruxelles si ripete a gran voce la necessità di una diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico.

La posizione di Gazprom

Secondo Gazprom, la compagnia energetica russa che sarà proprietaria del gasdotto, vi sono diverse ragioni che spingono alla realizzazione del raddoppio di Nord Stream. In primo luogo, infatti, da un punto di vista meramente commerciale, la costruzione del gasdotto consentirebbe alla compagnia di risparmiare sulle tariffe di transito che oggi vengono pagate all’Ucraina e che sono piuttosto elevate (2 miliardi di dollari all’anno). Inoltre, il costo previsto per la realizzazione dell’opera non è superiore a quello che dovrebbe essere pagato qualora si optasse per l’ipotesi alternativa, ovvero il rafforzamento del gasdotto che oggi porta il gas russo in Europa attraverso, appunto, l’Ucraina. Da un punto di vista geopolitico, poi, e quindi in termini di sicurezza energetica europea, la costruzione del nuovo gasdotto consentirebbe di aggirare il territorio ucraino, evitando così che le continue tensioni tra Mosca e Kiev possano avere conseguenze sul piano degli approvvigionamenti energetici, garantendo all’Europa una diversificazione in termini di rotte di transito del gas russo. D’altronde, all’orizzonte, non sembrano prospettarsi alternative percorribili: i fornitori del Medio Oriente e del Nord Africa non hanno una sufficiente capacità di esportazione mentre il Corridoio Sud, qualora venisse realizzato, porterebbe in Europa non più di 10 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno.

La (dura) opposizione dei “Quattro di Visegrad”

A guidare il blocco dei Paesi contrari alla realizzazione del raddoppio del gasdotto Nord Stream ci sono i cosiddetti “Quattro di Visegrad”, ovvero la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e, soprattutto, la Polonia. Considerazioni sia di natura politica che economica stanno alla base della dura resistenza al progetto russo. La costruzione del Nord Stream 2, infatti, è in contraddizione con l’obiettivo europeo di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas, nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Questi Paesi, inoltre, qualora le forniture di gas attraverso Nord Stream rimpiazzassero quelle che oggi arrivano in Europa attraverso il gasdotto “Fratellanza”, perderebbero lo status di “Paese di transito”, unitamente agli introiti che derivano dalle connesse tariffe di transito pagate da Mosca.

USA e Germania divisi su Nord Stream 2

Il gasdotto baltico farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo. Per questo motivo, quindi, Berlino continua a guardare con grande interesse alla realizzazione di Nord Stream 2, sottolineandone il suo carattere prettamente economico e cercando di lasciare fuori dal dibattito le considerazioni di natura politica. Per la Germania (e la Francia) Nord Stream è particolarmente importante perché, quando la capacità del gasdotto arriverà a pieno regime (e sarà quindi in grado di trasportare sino a 110 miliardi di metri cubi l’anno), coprirà il consumo annuale di gas dei due Paesi. Di conseguenza, la Germania ha criticato la possibile imposizione da parte degli USA di sanzioni contro le aziende che collaborano con la Russia nel tentativo di espandere la rete di forniture energetiche di Mosca. La posizione di Washington è chiara: gli Stati Uniti, infatti, intendono sfruttare la propria posizione leader di produttori di shale gas per promuovere sempre di più il proprio export di gas verso il mercato europeo. E ciò può avvenire, inevitabilmente, solo a scapito delle forniture russe.

Le mosse dell’Unione europea

Bruxelles, anche se in maniera non proprio compatta, è tra i principali oppositori del progetto. Più volte, infatti, le istituzioni europee hanno definito Nord Stream 2 una “minaccia per la sicurezza energetica e la diversificazione degli approvvigionamenti” del continente. Per questo motivo la Commissione europea si sta muovendo in due direzioni. Poco prima dell’estate, la Commissione ha chiesto agli Stati membri un mandato per poter negoziare con la Russia la costruzione del nuovo gasdotto. Sul punto, però, il Consiglio dell’Unione europea ha chiarito come, in realtà, non vi sarebbe alcuna base giuridica per riconoscere tale mandato, in quanto la richiesta della Commissione si baserebbe esclusivamente su “meri argomenti politici”. Inoltre, proprio recentemente, Bruxelles ha annunciato l’intenzione di “integrare” l’attuale direttiva sul gas, precisando che “i principi essenziali della legislazione energetica dell’Unione si applicano a tutti i gasdotti che arrivano o partono dai Paesi terzi”. Una direttiva che prevede, in particolare, che i produttori di gas debbano essere separati dai proprietari delle infrastrutture e che, sino ad oggi, è stata applicata solamente ai gasdotti intra-europei.

Dove sta l’Italia?

Non manca, in Italia, una certa preoccupazione per il possibile raddoppio di Nord Stream. Il nuovo gasdotto, infatti, farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo, costringendo la nostra industria a pagarlo stabilmente di più, dovendo aggiungere il costo del trasporto Nord-Sud. E l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico nel Mediterraneo, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane, cipriote ed israeliane nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian attraverso il Corridoio Sud.

Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo

Oggi la Germania va al voto e Angela Merkel, molto probabilmente, sarà Cancelliere per la quarta volta. Tuttavia, le incognite di questa tornata elettorale sono molte e le conseguenze del voto tutt’altro che scontate. Con chi governerà, Angela Merkel? Ci sarà una nuova große koalition con i socialdemocratici? O sarà costretta a dare vita alla coalizione “Jamaica”, composta da CDU (nero), liberali (giallo) e verdi? E quale sarà il risultato degli estremisti dell’AfD? Riuscirà il partito di estrema destra a ottenere più del 10% dei voti e a conquistare il terzo posto in termini di voti? E quali saranno le conseguenze del voto sul sistema politico e sulle scelte del prossimo governo sul futuro dell’Unione Europea?

Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo - Geopolitica.info

Guardando gli ultimi sondaggi elettorali, l’unico aspetto relativamente certo è che a guidare il prossimo governo tedesco sarà ancora Angela Merkel, che potrebbe ottenere il suo quarto mandato dopo 12 anni di governo. L’ultimo sondaggio Infratest Dimap per ARD assegna ai cristiano-democratici della CDU il 37% dei voti, mentre i socialdemocratici dello SPD si posizionerebbero al secondo posto, con il 21%. La partita per il terzo posto appare invece molto più aperta. Il partito di estrema destra AfD dovrebbe ottenere circa l’11% dei voti, seguito dalla lista di sinistra Linke, che dovrebbe conquistare il 10% dei consensi. Infine, i liberali dello FDP dovrebbero ottenere il 9% dei voti, seguiti dai verdi all’8%.

 

Solo domani sapremo quale sarà il quadro in cui dovranno destreggiarsi le forze politiche tedesche, ma se i risultati elettorali dovessero ricalcare i sondaggi visti in questi mesi, appare evidente come gli attori in campo saranno costretti a fare i conti con una realtà molto più problematica di quattro anni fa. A cominciare dalla composizione della nuova coalizione di governo.
Lo scenario più probabile sembra essere una riedizione della große koalition che ha governato la Germania nel periodo 2005-2009 e durante gli ultimi quattro anni. Tuttavia, anche questa prospettiva non sarebbe priva di ostacoli. Infatti, i socialdemocratici potrebbero optare per un ritorno all’opposizione, cercando di recuperare un profilo più schiettamente alternativo ai cristiano-democratici – che negli ultimi quattro anni sono stati molto abili nel far proprie alcune tematiche e politiche progressiste, come ad esempio le politiche sui rifugiati.

Un secondo scenario sarebbe la coalizione “Jamaica” – nomignolo derivante dai colori dei partiti che la comporrebbero, ossia nero (CDU), verde (Grüne) e giallo (FDP). Tuttavia, almeno per ora, i liberaldemocratici dell’FDP non sembrano propensi a sostenere un governo del genere, che li costringerebbe a una complicata convivenza con i verdi. Ma allo stesso tempo, se la SPD si tirasse indietro, non è irragionevole supporre che i liberaldemocratici possano scendere a patti con la CDU e i Grüne.
Se ci si fermasse qui il quadro politico tedesco ricalcherebbe, grossomodo, dinamiche ed equilibri visti negli ultimi dodici anni. Se non fosse che per la prima volta, a partire dalle elezioni del 1949, un partito di estrema destra, ossia l’AfD, potrebbe entrare nel Bundestag. E se Alternative für Deutschland dovesse affermarsi come terzo partito, superando quota 10% dei voti, si potrebbe assistere a una seria alterazione delle dinamiche politiche in Germania, che influenzerebbe e potrebbe essere influenzata anche dalle dinamiche sulla formazione del governo, presentate precedentemente.
Se dovesse andare in porto la coalizione CDU-SPD, la Germania avrebbe una larga maggioranza al centro sistema politico, che da una parte – considerando gli ultimi anni di governo – consentirebbe un governo stabile, ma dall’altra precluderebbe alla CDU la possibilità di andare a caccia di voti a destra, lasciando campo libero all’AfD. Inoltre, un governo di larghe intese potrebbe ulteriormente indebolire i socialdemocratici – intesi come forza alternativa al partito di Merkel – spostando sempre più la competizione politica verso un confronto tra forze di sistema (CDU in testa) e forze antisistema (AfD in testa).   

Se invece dovesse andare in porto la coalizione “Jamaica”, il governo potrebbe assumere un profilo ibrido, orientato a seconda del peso dei due alleati, ossia verdi e liberali. In questo scenario, la SPD tornerebbe all’opposizione e avrebbe lo spazio per costruire una proposta alternativa a quella della CDU, ricalibrando la competizione elettorale sull’asse destra-sinistra. Allo stesso tempo, però, il nuovo governo potrebbe incontrare problemi dettati dalla convivenza forzata tra liberali e verdi, e questa conflittualità ricadrebbe sulle capacità di governo e gli spazi di manovra del prossimo governo Merkel, a tutto vantaggio delle forze più estreme.

Per cui, appare chiaro come la scelta degli alleati di governo avrà un impatto decisivo sull’evoluzione del quadro politico tedesco. Ma sarà anche determinante per le scelte di politica estera del prossimo governo, che avranno ricadute importanti sulle sorti dell’Unione Europea, chiamata ad affrontare la Brexit e le sfide provenienti dal contesto extraeuropeo. La natura della prossima coalizione di governo sarà un primo segnale per capire se il Cancelliere tedesco avrà intenzione di promuovere l’integrazione europea – ritenuta oramai improrogabile – seguendo un modello intergovernativo o se scenderà a patti con la prospettiva francese, volta a implementare l’integrazione europea per mezzo di una governance più accentrata. Un governo con i socialdemocratici di Schultz, infatti, potrebbe indicare una maggiore disponibilità della Merkel a scendere a patti con la visione francese, mentre un governo con i liberali dell’FDP potrebbe significare l’intenzione della leadership tedesca di spingere l’integrazione europea seguendo un modello intergovernativo.

Doveva diventare l’Europa dei populismi. Invece …

… l’Europa si scopre sempre più liberale. L’ondata nazionalista e populista, che avrebbe dovuto devastare il processo di integrazione politica, economica e monetaria del Vecchio Continente, si è infranta di fronte alle scogliere dell’Europeismo della volontà popolare; scogliere a quanto pare non facilmente sormontabili, come paventato da molti, ma piuttosto raffigurabili come le solidee maestose Cliffs of Moher d’Irlanda.

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Dopo il clamoroso risultato del referendum britannico nel giugno del 2016, per qualcuno la Brexit avrebbe sancito la morte dell’Unione Europea, dimenticando che non si deve mai equiparare l’umore europeo con quello inglese. Gli inglesi, contrariamente agli scozzesi, sono tipicamente isolani e misurano eventuali legami con la terraferma né più né meno come se stessero trattando del Commonwealth. Sia chiaro che non si tratta di una critica, ma di una constatazione.

Dunque, la Brexit aveva nutrito timori o speranze, a seconda delle aspettative di ciascuno, arenatesi, nel volgere di pochi mesi, per via delle elezioni in Olanda e, nei giorni scorsi, in Francia.

Il cuore dell’Europa, non per imposizione delle cosiddette lobbies finanziarie così frequentemente additate di essere la causa dell’attuale crisi, ma per voto dei cittadini, gesto supremo di espressione democratica, ha deciso e premiato l’Europeismo.

La conseguenza è che la vittoria di Mark Rutte, a marzo, e quella di Emmanuel Macron, neanche due mesi dopo, con programmi inequivocabilmente liberali e filocomunitari, rimettono in moto la locomotiva avviata dalla storica Dichiarazione di Laeken del 2001 e alimentata dal Trattato di Lisbona del 2007.

 

I cittadini olandesi e francesi hanno indubbiamente premiato i partiti liberali anche per diverse ragioni interne:

  • nel caso di Rutte, non può essere trascurato il fatto che egli, in qualità di primo ministro uscente, avesse da proporre un curriculum politico impreziosito dai brillanti risultati conseguiti in campo economico. Con il suo governo, infatti, e grazie alle sue riforme, i Paesi Bassi hanno registrato un tasso di crescita superiore al resto d’Europa;
  • per quanto riguarda Macron, la mancanza di valide alternative e la convergenza delle forze europeiste intorno alla sua figura nel confronto con Marine Le Pen, hanno favorito la vittoria del più giovane Presidente della storia di Francia, nonostante egli non godesse della simpatia non solo della destra d’Oltralpe, ma della sinistra, per via del suo operato “liberista” in qualità di Ministro dell’Economia del Governo Valls. Il politico di Amiens, formatosi negli ambienti finanziari all’interno della banca d’affari Rothschild, motivo di attacco da parte dei rivali, ha abbandonato la matrice socialista delle origini, dichiarandosi apertamente di centro, liberale e liberista, e proponendo col suo partito “En Marche!” un programma che si potrebbe definire una felice traduzione francese del Manifesto di Oxford del 1997.

 

Premesso quanto sopra, è con riferimento alla permanenza o meno nell’Unione Europea che i liberali olandesi e francesi hanno vinto. L’antieuropeismo dei rivali GeertWilders e Marine Le Pen è stato nitidamente sconfitto, benché la crescita dei partiti populisti e nazionalisti rappresenti un elemento di grande attenzione, e dimostri come la politica debba essere sempre in grado di fornire risposte concrete alle necessità e alle aspettative dei cittadini.

Se il sogno di completamento dell’integrazione europea, che aveva ispirato la Convenzione presieduta da un grande liberale francese, Valéry Giscard d’Estaing, sta trovando intoppi rilevanti, per via di una crisi economico-finanziaria e di gestione delle tematiche sociali interne e di immigrazione, la risposta qualificata non sta nell’uscita dalla UE. Non è così che si risolvono i problemi, ma analizzando, al proprio interno e insieme agli altri Stati membri, ogni singola tematica al fine di addivenire a soluzioni non a vantaggio di una singola nazione, ma del sistema faticosamente e brillantemente forgiato in tanti anni con un metodo mai sperimentato prima nella storia.

La prosperità e la pace garantite dall’Unione Europea sono fuori discussione. Difficile pensare a paesi,come l’Italia, capaci di crescere al di fuori del meccanismo comunitario. Come evidenziato dal prof. Carlo Scognamiglio Pasini nell’articolo “Gli Stati Uniti (politici) d’Europa”, pubblicato su Rivoluzione Liberale il 23 febbraio 2016, “l’Italia non sarebbe certamente diventata l’ottava potenza economica del mondo, e la seconda potenza europea dopo la Germania per l’export industriale, se non avesse potuto avere un mercato interno della dimensione europea, che ha un Pil di 14.000 miliardi di euro, sostanzialmente pari a quello degli Stati Uniti, e molto superiore a quello degli altri competitors mondiali”.

Pertanto, pensare a una politica e a politiche economiche di tipo “secessionistico”, senza peraltro avere un chiaro quadro alternativo, porta a spingersi verso orizzonti ignoti su navi barcollanti e senza ancore di salvataggio. Su questo, olandesi e francesi hanno evidentemente riflettuto e compreso come il filoeuropeismo del Partito Popolare per la Libertà e la Democraziae di En Marche! non significa mantenere lo status quo, ma adoperarsi per migliorare il quadro vigente e risolvere le problematiche che al momento ostacolano le auspicabili unione fiscale e compiutamente politica dell’Europa.

Qualcosa di importante sta accadendo. Ci avevano detto che i cittadini del Vecchio Continente avrebbero potuto premiare i partiti nazionalisti e populisti. Invece, proprio per superare l’attuale stato di crisi e completare il percorso che potrà un giorno portare ai già citati “Stati Uniti d’Europa”, gli europei si affidano ai partiti liberali.

Ed è così che la Francia si aggiunge a Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Slovenia ed Estonia, quale nazione governata dai fautori del Liberalismo. Che anche in Italia si rifletta su questo:

l’Europa si scopre sempre più liberale.

 

Viva l’Europa!

GeRussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea.

L’Unione europea e il Continente europeo rappresentano, da qualche anno oramai, due delle incognite più preoccupanti dello scacchiere internazionale. Atrofizzata al suo interno da una crisi economica, politica e istituzionale senza precedenti, e posta sotto pressione da eventi internazionali e fenomeni globali sempre più pervasivi, l’Europa, oggi, appare incapace di affrontare le dinamiche riguardanti sia il contesto, continentale e globale, dell’Unione, sia i suoi affari interni. In questo quadro, composto da svariati attori, la Germania è divenuta, di fatto, il Paese guida. Un ruolo che ha attraversato varie fasi e attraversa varie dimensioni – quella economica, chiaramente, ma anche quella politica e quella strettamente geopolitica – e che oggi sembra definirsi anche grazie ai rapporti tra Berlino e un’altra capitale: Mosca. Una relazione apparentemente recente, ma che in realtà affonda le sue radici in un passato che ha visto la Germania e la Russia legate da intensi rapporti economici, ma anche relazioni politiche e strategiche, che, nei secoli, non si sono mai del tutto spezzate, anche nei periodi di maggior tensione e di aperta conflittualità.
Salvatore Santangelo, giornalista e saggista, ha pubblicato recentemente il volume “GeRussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea.”, edito da Castelvecchi. Un libro nel quale si analizza l’attuale rapporto tra Germania e Russia, alla luce della storia delle relazioni tra questi due Paesi e inserendo questa relazione all’interno di un quadro continentale e globale frammentato, nel quale le due nazioni sembrano intenzionate a ritagliarsi ruoli sempre più importanti. Abbiamo così intervistato l’autore del libro, per fargli qualche domanda su questa “relazione speciale” tra la Repubblica federale tedesca e la Federazione Russa.

GeRussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea. - Geopolitica.info

 

Lei nel suo libro affronta le origini storiche, le varie fasi di questa liaison non solo economica tra Germania e Russia. Oggi in che fase stiamo? I due Paesi navigano a vista, c’è tensione o c’è in corso un processo di ulteriore strutturazione delle loro relazioni?

Questo percorso – quello di Gerussia – ha avuto una traiettoria molto positiva a partire dalla caduta del Muro fino alla crisi di Maidan, nel 2014. Un evento che ha rimesso in discussione i rapporti tra i due poli, con le sanzioni che ne sono seguite e il processo di demonizzazione della Russia e della sua leadership attuale, quella di Putin. Oggi questa relazione si trova in una fase molto delicata: l’economia e il realismo politico spingono per una maggiore integrazione, in qualche modo esemplificata dall’ipotesi di raddoppio del Nord Stream (in vigenza delle sanzioni). Allo stesso tempo occorrerà mantenere grande attenzione per il rischio di collasso dell’attuale governo di Kiev sempre più in preda a una crisi politica ed economica che potrebbe spingere i vertici ucraini verso una prova di forza contro Mosca trascinando con sé la Nato. Si tratta di una dinamica assolutamente da scongiurare.

 

Il prossimo anno, a settembre, in Germania, ci saranno le nuove elezioni nazionali e Angela Merkel ha annunciato che si ricandiderà per guidare nuovamente il Paese. Che scenari si aprirebbero nei rapporti russo-tedeschi se rivincesse l’attuale Cancelliere? In che modo un rapporto con la Russia di Putin potrebbe giovare ad Angela Merkel?

Sullo scenario della quarta ricandidatura della Cancelliera, si innesta l’ipotesi dell’elezione di Frank Walter Steinmeier – attuale ministro degli Esteri – come presidente della Repubblica federale e potenziale garante della relazione speciale con la Russia di cui è da sempre alfiere. Di fatto, se non si dovesse riaprire il conflitto ucraino, la relazione russo-tedesca, almeno sul versante più importante, quello energetico, dovrebbe proseguire in modo sempre più netto, al di là della retorica bellicista della Merkel e dei falchi della Nato. Il tutto alla luce dell’inaspettata elezione di Trump che ha momentaneamente fermato il partito della guerra americano che appariva davvero intenzionato ad alimentare un’escalation politico-militare contro la Russia di Putin. La Germania ha tutto da guadagnare da un’integrazione con la Russia: sicuri approvvigionamenti energetici, un importante mercato per beni, capitali e servizi. Ma forse qualcuno a Berlino preferirebbe un presidente russo più docile e sensibile alle agende politiche occidentali, anche per proiettare in modo ancor più netto la propria influenza sull’Europa dell’Est da sempre considerata dai tedeschi una propria area di competenza.

 

Lei descrive minuziosamente la salita al potere di Putin, la sua visione politica, ma anche questa sorta di corte che il presidente russo, nel tempo, ha costruito intorno a sé; un quadro che dà il senso di una situazione complessa. Alla luce di questo quadro, cosa cerca Putin nel partenariato con la Germania? Una Germania che, tra l’altro come lei scrive, sta anche aumentando i suoi investimenti nell’intero spazio post-sovietico?

Putin, che parla correntemente tedesco e che in Germania ha passato tanti anni come agente operativo del Kgb, vede in Berlino un partner fondamentale per il processo di modernizzazione del suo Paese. Allo stesso tempo, considera la relazione tra la Russia e la Germania l’asse fondamentale per la pace e la prosperità del continente eurasiatico.

 

Per chiudere: l’Italia come si sta muovendo, se si sta muovendo, in questo quadro? Insegue un rapporto con la Russia, aumentando la polemica in seno all’Europa, in contrasto con la Germania? Oppure sta, in realtà, lavorando per rientrare, in qualche modo, nell’accordo tra i due attori?

L’Italia è uno dei Paesi, se non il Paese che più ha sofferto per il regime delle sanzioni contro la Russia. Il presidente Matteo Renzi, seppur stretto dai vincoli della fedeltà atlantica, lo ha fatto notare cercando, con scarso successo, di allentare le sanzioni. Più in generale dobbiamo notare che per un trentennio abbiamo vissuto nella stagione del neoliberismo, ora sta arrivando quella del neonazionalismo: in questo quadro, i Paesi con un’identità fragile, come l’Italia, rischiano tantissimo. Dunque, Gerussia – la possibilità che ci sia pace e prosperità tra due nazioni che si sono combattute in maniera spietata – è un messaggio di speranza, seppure sottende un pizzico di spregiudicatezza e di cinismo da parte tedesca, ma allo stesso tempo questa dinamica rischia di lasciare indietro i Paesi più deboli che faticano a trovare la strada per mediare le esigenze di carattere europeo con la giusta difesa degli interessi nazionali. Infine questo asse ha una chiara traiettoria verso nord-est che rischia di marginalizzare sempre più il Mediterraneo, relegandolo in una condizione di crisi e instabilità semipermanente. Con l’Italia al centro.