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Germania e la fine dell’era Merkel

La decisione di Angela Merkel di abbandonare la leadership della CDU dopo il congresso del 6 dicembre ha riportato la Germania al centro dell’attenzione. Questo significa che la Cancelliera non si ricandiderà alle prossime elezioni e tutto lascia intendere che lascerà la politica, senza neanche candidarsi per un seggio in parlamento (Bundestag). La domanda che tutti si pongono adesso è quali sono le implicazioni di questa scelta su questa legislatura, quanto è alto il rischio di elezioni anticipate e come tutto questo potrebbe ripercuotersi sull’UE e sull’Eurozona.

Germania e la fine dell’era Merkel - Geopolitica.info Photo credit: Medienmagazin pro on Visualhunt.com / CC BY-SA

Di sicuro, la Germania è entrata in una fase in cui guarderà con più attenzione alla politica interna che a quella comunitaria, in un periodo in cui l’UE deve confrontarsi con la Brexit, la questione italiana e le elezioni per il rinnoveranno del Parlamento Europeo, che si preannunciano incendiarie. Dal punto di vista dell’assetto istituzionale, la rinuncia alla leadership della CDU non mette in discussione la sua posizione di Cancelliere: il  leader della CDU viene eletto dal partito, ma il Cancelliere viene eletto dal Bundestag. La lista dei candidati alla guida della CDU  per adesso sono tre, anche se in ballo ci sono altri nomi e la lista che correrà al congresso di dicembre è ancora da definire. I tre candidati più importanti sono:

  • Annegret Kramp Karrenbauer, la “delfina” di Angela Merkel e attuale segretario generale del partito, rappresenta la continuità. Nonostante non sembri essere un personaggio molto carismatico per via della suo ruolo di ancella della Merkel non va sottovalutata, rappresenta un gruppo di potere ben strutturato e con lei la CDU potrebbe formare in maniera molto agevole un’alleanza con gli ambientalisti Die Grunen.
  • Friedrich Merz, presidente del partito dal 2000 al 2002 con una solida esperienza anche nel settore privato, soprattutto in BlackRock. Piace molto alla confindustria tedesca, sembra essere il candidato più europeista e aperto a una stagione riformista in sede comunitaria, ma bisogna capire quanto il suo riformismo sia genuino e come sarà accolto dai falchi del partito.
  • Jens Spahn, attuale ministro della Sanità, per ora sembra volersi presentare come il candidato più di destra adottando una retorica dura su immigrazione e controllo dei bilanci dei membri dell’Eurozona.

Fondamentalmente sono tutti candidati di centrodestra in linea con la contraddittoria visione del mondo e dell’Europa che la Germania ha avuto negli ultimi 15 anni, la postura tedesca a sostegno di una solida disciplina di bilancio in patria e nei paesi dell’Eurozona non dovrebbe cambiare, senza  intaccare la tradizionale linea rossa invalicabile imposta dai tedeschi nei confronti di qualsiasi riforma della zona euro che includa trasferimenti fiscali verso i paesi della periferia. Friedrich Merz è il candidato che sta suscitando maggiore attenzione, ma anche Annegret Kramp Karrenbauer sta cominciando a dire la sua. Tuttavia, per avere un quadro più completo dei candidati alla guida della CDU bisogna aspettare le prossime settimane e trattare l’argomento con un’analisi specifica in vista del congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre.

Per adesso, nonostante contraddizioni e compromessi, la Grosse Koalition (GroKo) è destinata a restare in carica. Le tornate elettorali in Baviera e Assia hanno già sortito i loro effetti e il grande sconfitto, il partito socialdemocratico SPD, non è in grado di abbandonare il governo per lanciarsi in quelle che in questo momento sarebbero elezioni disastrose. Il rischio di una rottura della GroKo tornerà a concretizzarsi dopo le elezioni europee di primavera e dopo quelle per il governo dei Lander dell’ex Germania Est, previste per settembre e ottobre, eventi che metteranno nuovamente alla prova i partiti della GroKo in Lander dove il partito in ascesa è l’estrema destra di AfD e non il rassicurante partito ambientalista Die Grunen.

Secondo la Costituzione tedesca, la sostituzione del Cancelliere o le nuove elezioni possono esserci solo dopo che:

  1. Il Cancelliere si dimette di sua spontanea volontà e resta in carica fino a quando il Bundestag non ne elegge uno nuovo a maggioranza assoluta.
  2. Il Bundestag decide di rimpiazzare il Cancelliere attraverso un voto di sfiducia che in Germania deve per forza essere “costruttiva”, quindi si può togliere la fiducia al Cancelliere solo se si ha un sostituto da votare a maggioranza.
  3. Il Cancelliere non si dimette, ma chiede il voto di fiducia. Se il Bundestag gliela nega, il Cancelliere può chiedere al Presidente della repubblica federale di sciogliere il Bundestag e quindi andare a nuove elezioni.

Nel caso 1. e 2. le elezioni anticipate non sono automatiche e serve una maggioranza assoluta pronta a sostenere un altro Cancelliere al Bundestag, mentre per arrivare a un caso come il 3. servirebbe una crisi totale di governo e di coalizione che non vuole nessuno. In questo momento sul tavolo non c’è nessuna di queste tre opzioni.

Viste le condizioni attuali della politica tedesca, con una crescita di AfD e un generale spostamento di voti all’interno del quadro politico preesistente (in primis il travaso di voti del SPD verso Die Grünen), un compromesso parlamentare senza nuove elezioni sembra piuttosto difficile. In teoria, un’uscita di scena di Angela Merkel renderebbe possibile la coalizione tra CDU/CSU, FDP e Die Grünen (la cosiddetta Jamaika Koalition) naufragata dopo le elezioni proprio per l’indisponibilità del leader del FDP di formare un governo con Angela Merkel come Cancelliera, ma giunti a questo punto non converrebbe a nessuno avventurarsi in un governo debole e breve dando ad AfD la possibilità di scatenarsi per due anni dall’alto del pulpito dell’unico partito di opposizione all’establishment.

Tuttavia, non bisogna dimenticare il ruolo della SPD. Una crisi di governo che porti a elezioni anticipate potrebbe arrivare anche dall’altra metà della GroKo, un partito sempre più debole nel palazzo e tra i gli elettori. Le elezioni in Baviera e Assia hanno confermato i già disastrosi dati rilevati nei sondaggi e messo in evidenza l’alternativa per l’elettorato progressista: gli ambientalisti Die Grünen, una forza che ha dimostrato di saper fare opposizione ma anche di poter governare con la CDU senza snaturarsi come ha fatto la SPD. Per il partito dei socialdemocratici la terza GroKo è stata una scelta sofferta, quasi obbligata, e ora che il prezzo da pagare per aver ricevuto cariche e  ministeri si sta facendo sentire, il partito e la stampa progressista si chiedono quanto sia conveniente continuare a fare lo junior partner fino alla fine dell’ultimo governo Merkel. La leader del partito, Andrea Nahles, ha rimandato la decisione se continuare o meno la coalizione alla “revisione di metà mandato” dello contratto di governo della GroKo, prevista per l’autunno del 2019 (due anni prima della fine naturale della legislatura ad autunno del 2021).

Quello delle elezioni anticipate in Germania quindi rappresenta un scenario possibile, ma non imminente. Il periodo da guardare con più attenzione è il dopo elezioni europee fino all’estate. Inoltre, anche se in Germania Angela Merkel è sul viale del tramonto, a livello europeo resta potente e rispettata, la sua figura sarà importante nei negoziati che seguiranno la formazione della nuova Commissione europea e la distribuzione di tutti gli incarichi ai vari livelli di governance delle istituzioni europee, compresa la possibilità di mettere un tedesco in un ruolo chiave come la presidenza della Commissione o della Bce. Proprio in questi giorni il Partito Popolare Europeo ha confermato che il suo candidato alla presidenza della Commissione europea (lo Spitzenkandidat) sarà Manfred Weber, falco bavarese della CSU e uomo fidato di Angela Merkel nei palazzi di Bruxelles da circa 14 anni.

Molti commentatori considerano la fine dell’era Merkel una sciagura per la Germania e l’inizio di un’era di instabilità, ma c’è anche un’altra chiave di lettura. Il passo indietro della Merkel non è un segno di debolezza ma di forza, forse la politica tedesca sta effettuando la transizione dalla politica bipolare a quella della frammentazione post-ideologica meglio di tanti altri paesi europei. Nonostante il calo dei consensi, la CDU è ancora il partito indispensabile per formare una coalizione di governo, e nonostante la crescita di AfD susciti preoccupazione e il crollo della SPD sembri irreversibile, la crescita esponenziale del partito ambientalista Die Grunen sta mostrando già da adesso i contorni di quello che sarà la Germania dopo le GroKo a guida Merkel.

Le elezioni in Baviera e Assia hanno confermato proprio questo nonostante i risultati completamente diversi: in Baviera la CSU in caduta libera – ma sempre maggioritaria – ha messo insieme un governo con Freie Waehler (una lista civica di “liberi elettori” dal profilo conservatore) senza snaturarsi, mentre in Assia la già collaudata alleanza tra CDU e Die Grünen è pronta governare di nuovo nonostante un forte spostamento dei rapporti di forza a favore di questo astro nascente della politica tedesca. Cosa significherà tutto questo per il futuro dell’Unione Europea e dell’Eurozona è ancora presto per dirlo, ma tra i grandi paesi europei la Germania presenta un quadro politico molto più leggibile, seppur in piena rivoluzione.

Negli ultimi 5 anni la politica europea è cambiata moltissimo, in alcuni paesi sono saltati completamente gli schemi storici. In Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e nel resto d’Europa è molto più difficile immaginare come saranno i profili dei governi delle prossime legislature. La Germania sta affrontando questi stravolgimenti meglio degli altri e sarà al centro dell’agenda europea ancora a lungo, nei prossimi due anni il tema centrale dell’Unione Europea sarà ancora il rapporto della Germania con gli Stati Uniti e il rifiuto di Berlino ad accettare i trasferimenti fiscali all’interno dell’Eurozona, mentre in molti altri paesi saranno alle prese con il tentativo di capire qual è il partito di destra e quale quello di sinistra.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin

Concepite per limitare la Russia ai capitali europei, le sanzioni economiche imposte dall’Ue – varate per la prima volta nel luglio 2014, dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nella regione del Donbass – sono state prorogate fino a gennaio 2019. Secondo recenti fonti dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione Europea), all’indomani del 2014, le esportazioni europee verso la Russia sono vertiginosamente diminuite: dai 119, 4 miliardi di euro del 2013 si è toccata la soglia di 86,1 miliardi di euro nel 2017. Il Cremlino più volte ha  respinto le accuse di ingerenza negli affari ucraini e contestualmente ha adottato misure di ritorsione.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin - Geopolitica.info Gazprom

Nonostante da più parti politiche occidentali nasce l’esigenza di fermare questa manovra, vista come controproducente da entrambe i fronti, il rapporto tra la bandiera celeste europea e quella tricolore della Russia appare sempre più lontano e sempre più difficile.

Ed è proprio all’interno di questa difficile cornice internazionale che si inserisce il progetto del gasdotto Nord Stream 2. Destinato per il trasporto del gas naturale delle maggiori riserve russe al mercato dell’Unione Europeo, il progetto del nuovo corridoio sottomarino, secondo le più rosee prospettive, è in grado di raddoppiare la capacità di trasporto annuale: da 55 a 110 miliardi di metri cubi di gas. Infatti la linea dei nuovi gasdotti sottomarini, attraverso i fondali del mar Baltico, percorrerà quella già esistente tracciata dal gasdotto Nord Stream, inaugurato nel novembre 2011.  L’azienda monopolista russa produttrice di gas naturale, Gazprom, è stata tra le prime a imporre il proprio timbro sul nuovo piano energetico del mar Baltico, insieme ad alcuni partner europei come BASF (DEU), E.ON (DEU), Engie (FRA), OMV (AUT) e Shell (NLD). Con una lunghezza di 1200 km la linea passerà attraverso le acque territoriali di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania.

Le maggiori pressioni per la realizzazione del gasdotto provengono in particolar modo da Berlino. La cancelliera Angela Merkel, come sottolineato durante lo scorso vertice nell’agosto 2018 con il presidente russo Putin a Meseberg, poco lontano da Berlino, ha  ribadito in forma sempre più decisa la necessità della realizzazione del gasdotto Ns2: un progetto coerente con la politica energetica tedesca e cruciale per il rifornimento complessivo del vecchio continente. Tuttavia il fronte tracciato dal corridoio del nuovo gasdotto, identificato inizialmente come un progetto esclusivamente economico, ha notevolmente riacceso le speranze, da più fazioni politiche europee, di armonizzare il rapporto tra Ue e Russia sulla questione ucraina.

Un auspicio che però trova tra i suoi principali oppositori, proprio l’Ucraina. Il timore espresso da Kiev è sintetizzata nella concreta possibilità di perdere i propri profitti derivanti dal transito del gas russo in Europa. Il corridoio del nuovo gasdotto, infatti, potrebbe bypassare la posizione geografica dell’Ucraina tra l’Europa e la Russia.  Benché la cancelliera tedesca abbia chiesto garanzie a Putin per il coinvolgimento delle autorità ucraine sulla realizzazione del gasdotto, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha rivolto un preoccupante appello all’Ue; il trasferimento del gas russo direttamente in Germania attraverso il mar Baltico, comporterebbe un indebolimento e una significativa perdita delle entrate ucraine.

Oltre all’appello ucraino, nel marzo 2016, i leader di nove paesi dell’UE – Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Romania e Lituania – hanno firmato una lettera rivolta alla Commissione europea, avvertendo che il progetto Nord Stream 2 contraddice i requisiti della politica energetica dell’UE; nel maggio 2018, inoltre, è stato denunciato dall’antitrust polacco, l’intervento del colosso russo, Gazprom: accusato di concorrenza sleale sul mercato del gas. Il progetto Ns2, denunciano i paesi firmatari, rischia di rafforzare ancora di più il ruolo della Russia sul fronte energetico in Europa. Le Repubbliche Baltiche, probabilmente ancora vivo  il ricordo dell’espansionismo sovietico e zarista nei loro territori, ha manifestato un determinata azione per la bocciatura del nuovo corridoio di gas. Infine anche gli Stati Uniti hanno mostrato la loro contrarietà alla costruzione del gasdotto; il progetto rischia di limitare gravemente i piani statunitensi per l’esportazione del gas naturale liquefatto nei paesi della Ue.

Se il 2019 dovrebbe vedere la realizzazione del Nord Stream 2, è più che evidente come il Vecchio Continente continui a non riuscire a mettere sul tavolo un politica energetica comune; la Russia, al contrario, è sempre più inarrestabile su questo fronte.  Non a caso il presidente Putin ha dichiarato, entro la fine del 2019, nonostante lo spettro di Chernobyl aleggiato dai suoi oppositori, l’attivazione della prima unità di potenza della centrale nucleare di Astraviec in Bielorussia. Pur constatando l’avvicinamento tra la Germania di Angela Merkel e la Russia di Putin, a seguito degli interessi comuni affacciati sul mar Baltico, la fine della stagione delle sanzioni europee contro la Russia sembra ancora lontana.

La rivoluzione energetica degli Stati Uniti

L’amministrazione Trump è stata fin da subito una delle più amichevoli nei confronti dell’industria energetica. Segnali molti chiari sono stati dati fin dalle prime mosse del nuovo inquilino della Casa Bianca, che ha mantenuto la promessa di uscire dagli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (PCA) e deregolamentato gli standard di controllo ambientale sul carbone e altri combustibili inquinanti applicati da suo predecessore.

La rivoluzione energetica degli Stati Uniti - Geopolitica.info

Trump ha rimosso o ridotto anche le regolamentazioni che contenevano l’espansione dell’industria energetica, comprese quelle che impedivano le perforazioni off-shore in entrambe le coste degli Stati Uniti, allentando anche in questo caso le rigide normative di sicurezza istituite dall’amministrazione precedente dopo il disastroso sversamento di petrolio causato dall’incidente della piattaforma di BP nel Golfo del Messico.

Negli Stati Uniti è iniziata una nuova epoca per tutto il settore, le riserve naturali un tempo protette ora sono aperte all’esplorazione e alla perforazione per la prima volta da generazioni, mentre le normative che per anni hanno proibito l’esportazione di greggio americano sono state eliminate. Adesso, l’America è uno dei principali attori nel settore energetico globale.

Trump ha abbracciato la rivoluzione dello shale gas, considerato uno dei settori in grado di tenere alta la crescita e portare il paese all’indipendenza energetica. Durante il decennio 2000-2010 la produzione di shale gas negli USA è passata da 10 a 140 miliardi di metri cubi, un aumento che ha avvicinato il paese all’indipendenza energetica e fatto crollare i prezzi del metano a livello mondiale, conseguenza del fatto che gli USA sono diventati esportatori invece che importatori. Il gas naturale normalmente viene trasportato attraverso i gasdotti, ma la tecnologia della liquefazione permette di ridurre il volume specifico del gas naturale liquefatto (LNG) di circa 600 volte, consentendo il trasporto oltreoceano per mezzo di navi metaniere.

Trump è diventato il principale promotore dell’aumento delle esportazioni di LNG prodotto negli Stati Uniti e ha dimostrato di essere disposto a mettere sul tavolo dei negoziati commerciali l’export di LNG come strumento di riequilibrio dei deficit che gli Stati Uniti hanno con praticamente tutte le regioni del mondo.

Un esempio evidente di questo nuovo driver della strategia statunitense si è visto durante l’ultima visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla Casa Bianca per discutere le tensioni commerciali tra USA e Unione Europea (il 25 luglio di quest’anno). In quell’occasione, Trump ha promesso una revisione dei dazi su acciaio e alluminio imposti all’inizio dell’anno in cambio di un impegno dell’UE ad acquistare più LNG dagli Stati Uniti, gettando le basi per quella che sarà una nuova era del mercato energetico europeo. Anche la minaccia di imporre sanzioni economiche alle industrie che parteciperanno alla costruzione del nuovo gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 – che punta a raddoppiare le forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania – rientra in questo disegno, la minaccia di sanzioni infatti è stata affiancata all’offerta del LNG statunitense alla Germania come valido sostituto del gas russo, accompagnato da un altro messaggio molto chiaro: Berlino deve ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

Berlino sta comunque andando avanti con la realizzazione del progetto Nord Stream 2 ma sta anche costruendo le infrastrutture necessarie per “accogliere” le importazioni di LNG provenienti dall’Atlantico del Nord, in quello che è stato apertamente definito come un gesto di amicizia nei confronti dell’alleato. Polonia e Lituania invece aderiscono con molto più entusiasmo alla possibilità di affrancarsi dalla dipendenza energetica da Mosca stringendo un rapporto energetico con gli Stati Uniti, e stanno costruendo anch’esse dei rigassificatori per accogliere LNG americano e distribuirlo nel resto dell’Europa orientale.

Nonostante i costi molti più alti rispetto a quelli del gas russo e norvegese, ormai molti esperti del settore cominciano a considerare inevitabile che in futuro una componente del mercato energetico europeo sarà composta da LNG proveniente dagli Stati Uniti. Una scelta del genere ha senso anche semplicemente per mantenere buoni rapporti con Washington e garantire ai membri dell’UE l’accesso al mercato statunitense, un’apertura in grado di placare i proclami di Trump sul commercio sleale degli alleati europei. Poco importa che il deficit commerciale transatlantico si concentri soprattutto sull’industria automobilistica tedesca piuttosto che sull’energia: se la vendita di LNG serve a ridurre il deficit commerciale tra UE e Stati Uniti, entrambe le parti saranno soddisfatte e il rapporto transatlantico ne uscirebbe rafforzato.

Lo stesso si può dire del deficit commerciale tra USA e Cina. L’Impero di Mezzo è un grande consumatore di energia, condizione che offre al paese l’opportunità di ridurre il deficit commerciale con gli Stati Uniti importando LNG statunitense. Pechino ha già un accordo ventennale con la Cheniere Energy, una delle compagnie americane leader nel settore e può facilmente ridurre le quote di import da altri paesi (la lista è ampia: Qatar, Iran, Russia, Australia, Nuova Guinea) per sostituirle con LNG americano. All’atto pratico per la Cina non cambierebbe molto, ma otterrebbe un importante dividendo geopolitico grazie al riequilibrio del surplus commerciale su cui Trump ha costruito parte del suo successo elettorale. Nel mese di maggio, la Cina ha sottoscritto accordi per 25 miliardi di importazioni di LNG statunitense. Se ipotizziamo uno scenario in cui un negoziato USA-Cina porti a sottoscrivere altri 25 miliardi di importazioni di LNG, le esportazioni degli USA verso la Cina arriverebbero a un valore di 180 miliardi rendendo più accettabile il deficit con la Cina per Washington e per l’opinione pubblica americana. Trump otterrebbe il primo successo concreto nella guerra commerciale con Pechino. La debolezza di questo scenario è data dalla presunzione che entrambe le parti coinvolte vogliano davvero trovare una soluzione alla disputa commerciale quando è altrettanto corretto pensare che i dazi USA alla Cina abbiano ben poco a che fare con il commercio e molto con l’obiettivo di contenere la crescita economica e militare della Cina, a partire dalla disputa nel Mar Cinese Meridionale.

Tuttavia, una cosa non esclude l’altra. Così come gli Stati Uniti hanno iniziato a “militarizzare” il dollaro usando i dazi, possono fare lo stesso anche con l’export di LNG, che a questo punto si prospetta come un pretesto per ridurre i deficit e aumentare la dipendenza con alleati e potenze da contenere, fermo restando che le questioni strategiche – in questo caso contenere la Cina – hanno la priorità su quelle economiche. Per i Repubblicani però ottenere un vittoria concreta nella disputa commerciale con la Cina è fondamentale. Trump ha recentemente dichiarato di essere pronto a parlare del commercio con la Cina. Un incontro tra Trump e Xi Jinping dovrebbe avere luogo durante  il G20 previsto in Argentina alla fine del mese prossimo (dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre), ma potrebbe anche avvenire prima.

Un accordo di questo tipo con la Cina potrebbe essere utilizzato dagli Stati Uniti come modello per accordi analoghi con Giappone, India e Corea del Sud, i prossimi maggiori importatori asiatici di gas naturale. Non è una coincidenza il fatto che, proprio come l’Unione Europea, questi paesi importatori di energia sono minacciati in qualche modo dai dazi statunitensi per un rapporto commerciale definito “ingiusto” dalla Casa Bianca. Non è un caso che le sanzioni americane che non lasciano spazio a una trattativa siano contro la Russia e l’Iran, giganti del settore energetico mondiale con una propria capacità di proiezione geopolitica. Al contrario, sta diventando molto chiaro che gli Stati Uniti invece di “ripiegarsi” in vista di un presunto declino in favore di un mondo multipolare stanno invece adottando una postura più assertiva che mai usando la supremazia del dollaro, la minaccia della guerra commerciale e l’eventualità di un conflitto militare come leva per scardinare le dinamiche esistenti e aprire i mercati al nuovo attore del mercato energetico mondiale.

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera

In termini geopolitici, questa regione è stata definita “il luogo più frammentato e più critico dell’ex Unione Sovietica”. Il volume è una raccolta di saggi redatti da un gruppo di analisti dell’Associazione Doctis Ardua e curati da Daniele Cellamare.

Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera - Geopolitica.info

 

Il volume riesce a declinare, pur attraverso le difficoltà di una identità regionale non ancora definita, le complesse variabili che rendono il Caucaso un compromesso tra i conflitti etnico-territoriali interni, gli interessi energetici e strategici di attori diversi e le più generali aspirazioni socio-politiche non sempre condivise.

Il dilemma più percepito sembra comunque espresso dalle forti divergenze tra il tentativo della Federazione Russa di conservare, e possibilmente estendere, la sua naturale proiezione di influenza sul cosiddetto “spazio ex sovietico” e la forza centrifuga di alcuni paesi che cercano, anche a costo di profonde lacerazioni, di sottrarsi agli orientamenti di Mosca in linea con gli aspetti politici, economici e persino ideologici. In particolare, per la diffidenza nutrita dalla Russia verso l’allargamento della Nato in Europa Orientale, da sempre percepito come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Anche se la formazione della Comunità degli Stati Indipendenti è servita proprio per evitare le spinte delle ex repubbliche sovietiche verso interessi e alleanze diversi, gli effetti della disgregazione dell’impero sovietico si sono fatti maggiormente sentire proprio nella regione del Caucaso, e in particolare in quella settentrionale, dove le tensioni politiche e sociali hanno colpito il Kabardino-Balkaria, la Cecenia, il Daghestan, l’Inguscezia, il Karacajevo-Circassia, l’Ossezia del Nord e il Territorio di Stavropol e Transcaucasia (oltre tutto, causa di marcata instabilità delle frontiere).

Oggettivamente, la transizione del sistema economico sovietico, centralizzato e pianificato, verso un’economia fondata sui principi del libero mercato, ha provocato pesanti ripercussioni, o meglio una transizione particolarmente complessa, sino allo scoppio delle cosiddette Rivoluzioni Colorate tra il 2003 e il 2005. In particolare, nel volume si esaminano i fragili percorsi democratici (e i relativi ruoli geopolitici) faticosamente svolti dall’Armenia e dall’Azerbaijan.

Il saggio si propone quindi al lettore come una raffigurazione delle variabili presenti nella regione – dove i contesti differenziati assumono omogeneità di interpretazione – e riesce a dispiegare con chiarezza le giunture dei sistemi storico-politici. Affronta anche con insolita accessibilità l’ombra lunga del fondamentalismo islamico, le frammentazioni etiche e territoriali, le vicende belliche, le componenti religiose, le spinte indipendentistiche e i settori considerati oggi come quelli di maggiore rilevanza strategica, quali la struttura economica e l’ambito energetico, la produzione bellica e il controllo del cyberspazio. Tutti elementi che hanno reso il Caucaso una delle regioni più conflittuali del panorama internazionale.

Il volume è stato scritto da Francesca Tortorella, Angela Chiara Festa, Gianluca Caselunghe, Federica De Paola, Ilaria De Napoli, Gregory Marinucci, Maria Serra, Giovanni Lella, Matteo Antonio Napolitano, Paolo Balmas, Vlora Mucha.

L’assistenza editoriale è stata fornita da “Literaria Consulenza Editoriale”.

Salvini – Le Pen: dietro le quinte del patto dell’UGL

Sembra ormai chiaro a tutti che il nastro di partenza della lunga campagna elettorale per le elezioni europee del prossimo maggio sia stato tagliato dai leader sovranisti d’Italia e Francia lo scorso 8 ottobre. Quello che forse resta sconosciuto ai più è la natura quasi casuale di quello che viene ormai descritto dalla stampa come il Patto dell’UGL.

Salvini – Le Pen: dietro le quinte del patto dell’UGL - Geopolitica.info

Questo almeno quanto emerge dalle considerazioni con cui Gian Luigi Ferretti, presente in quelle ore anche agli incontri riservati nello sede del sindacato a via delle Botteghe Oscure, ha commentato per Geopolitica.info l’incontro tra Matteo Salvini e Marine Le Pen. Responsabile delle relazioni internazionali del sindacato, Ferretti è stato tra i primi ad essere informato della partecipazione della segretaria di Rassemblement National a “Quarta Repubblica”, il programma di approfondimento politico condotto da Nicola Porro.

A lui, così come al segretario Paolo Capone e all’ufficio delle relazioni istituzionali,  si deve il suggerimento di organizzare un evento pubblico tra i due leader della destra europea. Del resto, tanto Le Pen quanto Salvini erano alla ricerca di un’occasione di confronto, un’opportunità per discutere nuovamente di Europa e di strategia comune, come erano soliti fare quando entrambi sedevano sui banchi del Parlamento di Strasburgo.

Ferretti riferisce che la leader di quello che un tempo fu il Front National sarebbe arrivata per prima alla sede UGL, seguita dopo cinque minuti dal Vicepremier italiano. Dopo un caloroso saluto, lontano dagli occhi della stampa ma alla presenza di Capone e di Ferretti stesso, i due si sarebbero immediatamente immersi in un lungo confronto sui temi che domineranno la campagna elettorale del 2019: mezzora di discussione privata in cui sono state concordate – senza troppe difficoltà – le posizioni rese pubbliche nella successiva conferenza stampa.

Entrambi hanno manifestato un giudizio del tutto critico sulla forma e sui contenuti che animano oggi l’Unione Europea e hanno chiesto esplicitamente di evitare che quest’ultima venga confusa con i popoli che la animano e che non il continente che la ospita. Sì all’Europa, no ad un’Unione Europea affidata a commissari anonimi ed oscuri che declinano il concetto di solidarietà col salvataggio delle banche con i soldi dei contribuenti.

Salvini e Le Pen si sono detti d’accordo sulla necessità di una vasta alleanza fra i grandi partiti nazionali come Rassemblement National e Lega e hanno concordato che affronteranno la campagna elettorale ognuno con la propria lista, ma con un programma comune. Di più: indicheranno candidati comuni per le cariche chiave dell’UE, in primis – scontatamente – per quella di Presidente della Commissione.

E’ nato così, quasi spontaneamente, quel Fronte della Libertà che è stato poi lanciato in conferenza stampa, dando l’impressione che fosse un progetto studiato da tempo nelle rispettive segreterie.

Una sintonia politica a cui si affianca una sincera complicità che non è sfuggita agli occhi di Ferretti. Dalla diffidenza verso Steve Bannon e il suo The Movement (pur sempre una realtà esterna all’Europa), allo scambio di regali che ha seguito l’evento, Salvini e Le Pen hanno dimostrato che i punti di contatto tra le destre occidentali prescindono dal semplice calcolo politico-elettorale.

Basi solide per la costruzione di un’alleanza di partiti e movimenti euroscettici con cui – separatamente o congiuntamente – tutte le formazioni politiche popolari e socialdemocratiche saranno presto chiamate a confrontarsi.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo

Si è chiuso ieri l’VIII International Gas Forum di San Pietroburgo, una delle principali convention mondiali sul tema, in particolare perché viene utilizzata dal colosso russo Gazprom come una tribuna dalla quale snocciolare dati e lanciare nuovi progetti. Quest’anno a tenere banco è una notizia molto significativa sotto il profilo geopolitico: nonostante le sanzioni, le forniture di gas naturale russo ai paesi dell’Unione Europea continuano a crescere senza sosta.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo - Geopolitica.info

Secondo quanto riferito dal presidente di Gazprom e viceministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksej Borisovic Miller, nel discorso tenuto al Forum, nel 2017 i volumi di fornitura del gigante russo al mercato europeo hanno raggiunto i 194,4 miliardi di metri cubi, con una crescita rispetto all’anno precedente dell’8,4%. Anche l’anno in corso segnerà un’ulteriore crescita, pari almeno al 6%, che farà segnare un nuovo record. “Parliamo di una fornitura – ha spiegato Miller – di oltre 200 miliardi di metri cubi. Cosa significa? Significa che ci avvicineremo alla soglia di 205 miliardi, ovvero il volume massimo di fornitura previsto dai nostri contratti in essere”. Ma non è tutto, perché la previsioni dicono che la domanda di gas russo aumenterà ulteriormente nei prossimi anni, anche in ragione del processo di de-carbonizzazione in atto a livello mondiale, e soprattutto in Europa, che ha reso il GNL la fonte energetica più conveniente nel rapporto tra costi e livello di inquinamento prodotto.

I numeri di Miller spiegano l’attacco rivolto da Trump alle Nazioni Unite contro la Germania, accusata di essere sempre più dipendente da Mosca sotto il profilo energetico: il presidente americano vorrebbe infatti indirizzare il mercato europeo verso lo shale gas statunitense, che però presenta l’inconveniente di essere particolarmente costoso. Addirittura il 30% in più secondo alcune stime.

E qui arriviamo al vero nodo geopolitico della questione: il North Stream 2. Secondo quanto riferito da Miller, negli ultimi 12 mesi il carico dell’attuale North Stream ha superato del 7% la capacità originariamente prevista per l’infrastruttura (59 miliardi di metri cubi, invece dei 55 previsti).

Sono queste le ragioni che spingono a realizzare a ogni costo il raddoppio del gasdotto (che raggiungerà un volume di carico di 110 miliardi di metri cubi). L’opera costerà 9,5 miliardi di euro, metà dei quali arriveranno da Gazprom, l’altra metà dai suoi partner europei: la francese Engie, l’austriaca OMV, la Royal Dutch Shell e la tedesca Uniper & Wintershall. Proprio l’ad di OMV, Rainer Seele, ha spiegato ai partecipanti del forum che 50 km della sezione offshore dell’infrastruttura sono già stati realizzati nelle acque finlandesi e tedesche, mentre manca solo l’assenso della Danimarca, previsto per l’anno prossimo. Per l’Italia si tratta di uno smacco strategico incalcolabile. Le sanzioni causate dal conflitto ucraino hanno infatti pregiudicato il progetto South Stream, concorrenziale alla pipeline baltica e fatto sfumare una straordinaria occasione a disposizione del nostro paese e degli stati balcanici. Taglienti le parole di Putin che un paio di giorni fa, in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere austriaco Sebastian Kurtz a Mosca, ha stigmatizzato la decisione del governo bulgaro “di abbandonare il progetto a causa delle pressioni straniere, venendo meno alla difesa dei propri interessi nazionali”, quantificati in 400 milioni di euro annui in cambio del semplice passaggio del gasdotto sul suo territorio nazionale. Non sorprende, quindi, l’annuncio del presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, di voler partecipare al finanziamento del North Stream 2, considerato altamente remunerativo. Soldi che invece di prendere la via del Baltico avrebbero potuto rimanere nel Mediterraneo se il progetto South Stream non fosse stato cancellato.