Archivio Tag: Europa

#VersoleelezioniUE-Who is Who? Frans Timmermans

Name: Frans Timmermans
Nationality: Dutch
Date of birth: 6 May 1961
Role: First Vice-President of the European Commission, Party of European Socialists’ Spitzenkandidat for the European Commission

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Frans Timmermans was born on 6 May 1961 in Maastricht, South Netherlands. After taking a degree in French Language and Literature at Radboud University (Nijmegen, Netherlands) and a postgraduate course in European Law and French Literature the University of Nancy (France), he started to work as civil servant in the Minister of Foreign Affairs in 1987, focusing specifically on European integration. Due to his studies and interests, Timmermans is reported to speak seven different languages: Limburgish, Dutch, English, French, German, Italian, and Russian.
After a short experience as Vice-Secretary in the Dutch Embassy in Moscow, in 1995 he had the chance to work hand in hand with Hans van den Broek, former European commissioner.

He was elected six times as MP for the Partij van de Arbeid (the Labour Dutch Party) from 1998 to 2007. Later on, he was also able to cover important roles in the government: he was Minister of European Affairs from 2007 to 2012, and Minister of Foreign Affairs from 2012 to 2014.

Finally, in 2014 he assumed the office of First Vice-President of the European Commission, in charge of Better Regulation, Inter-Institutional Relations, the Rule of Law and the Charter of Fundamental Rights. Through the years, he was an important figure involved in difficult issues, such as the rule of law dispute with Poland and the migration crisis. Indeed, he was in charge on the controversial refugee agreement between EU and Turkey in 2016. On December 2018, he was appointed as PES’ Lead Candidate for the European Commission.

Junker’s right hand is known as an intelligent politician, a competent civil-servant, and a skilled orator. However, some argue that the enthusiasm around the “rising star” of the Commission (frequently claimed as “Timmermania”) born after his appointment as First Vice-President has vanished. Nevertheless, it is fair to say that he was assigned to some of the most difficult issues facing the Commission. As Timmermans said in an interview: “I don’t always get the easiest jobs, let me put it that way.”

 

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di)

[…] Con specifico riferimento al Mediterraneo, Berlusconi decise di migliorare le relazioni bilaterali con la Libia puntando sulla normaliz­zazione dei rapporti con Muhammar Gheddafi il quale, grazie agli sfor­zi diplomatici del Regno Unito di Tony Blair, da “cane pazzo del Me­dio Oriente”, stava diventando un interlocutore, se non propriamente affidabile, certamente meno minaccioso.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di) - Geopolitica.info

La scelta di normalizzare i rapporti con la Libia, superan­do gli ultimi attriti prodotti dal passato coloniale, veniva collegata con­cettualmente alle garanzie di sicurezza di Israele. Supportare Gheddafi significava da un lato sfruttare la stabilizzazione delle relazioni tra i due paesi come volano per la penetrazione nell’Africa subsahariana, dall’al­tro legittimare uno dei principali avversari della Lega Araba, dell’A­rabia Saudita e del Qatar. Finché il fronte arabo rimaneva spaccato al suo interno, Israele poteva perseguire una diplomazia di cauti accordi bilaterali e assicurare la propria posizione nella regione. […]

Il 10 febbraio 2004, durante un bilaterale a Tripoli, il colonnello confidò a Berlusconi di aver pau­ra di “fare la fine di Saddam Hussein”, catturato dagli americani il 13 dicembre 2003 poco fuori Tikrit. Fu questo evento, oltre alle pressioni provenienti dal secondogenito Saif al-Islam, dal capo del Mukhabarat, Moussa Koussa, e da un certo fermento interno al regime, a convincere il ra’is a rinunciare definitivamente ad ogni velleità nucleare e ad accet­tare la proposta di Blair di smantellare la tecnologia in suo possesso. In cambio, la Libia fu tolta dalla lista nera degli Stati Uniti e le sanzioni economiche revocate. Mentre Gheddafi invitava tecnici americani a su­pervisionare lo smantellamento delle centrifughe nucleari, Saif al-Islam si intratteneva in una serie di colloqui riservati a Londra con l’MI6 bri­tannico e la CIA, fornendo informazioni su al-Qa’eda.

Sebbene il Colonnello avesse optato per una politica di apertura, l’Italia paradossalmente finì per restarne schiacciata. L’anti-italianismo faceva parte dell’arsenale retorico di Gheddafi dal 1969 ma, in un con­testo di isolamento ed embargo, intrattenere rapporti più o meno stret­ti con Roma era necessario a sopravvivere. Tuttavia, venute meno tali condizioni, la retorica anti-italiana poteva essere utilizzata senza il ti­more che questo potesse causare danni all’economia libica in quanto, tra 2003 e 2010, la Libia divenne una sorta di Klondike del Nord Africa. Nonostante l’Italia fosse ancora il primo partner commerciale, il regime libico continuò a giocare una partita fatta non di scambi ma di ricatti. […] Alla richiesta di suggerimenti e indicazio­ni da parte dell’ambasciatore Francesco Paolo Trupiano, Berlusconi ri­spose: “Galleggiare, Ambasciatore. Bisogna galleggiare!”.

Alla erraticità della politica estera italiana, corrispondevano le stra­nezze, le manie e i cambiamenti di umore del Colonnello. Alle proposte negoziali, alle promesse, l’ambiguità degli interlocutori, la loro inaffida­bilità e le continue lotte intestine che coinvolgevano tanto la famiglia del ra’is, con i suoi viziati ed imprevedibili figli, quanto gli uomini del regime come l’ambasciatore Hafed Gaddur, il ministro Shalgam, il capo dei servizi Moussa Koussa e il cognato del Leader, Abdallah Senoussi, quest’ultimo a capo del temutissimo apparato di sicurezza interna.

Durante il Governo Prodi, la Farnesina guidata da Massimo D’A­lema riuscì ad intavolare i principali punti di una trattativa per giunge­re alla firma di un Trattato di Amicizia che permettesse di superare, una volta per sempre, il passato coloniale. Nonostante sostanziali progressi, come sempre rallentati da uno snervante e continuo gioco al rialzo libi­co, il Governo riuscì a malapena ad elaborare una bozza e ad approvare, tramite il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, un accordo per il con­trollo dell’immigrazione nel dicembre 2007.

Per il governo di Tripoli l’u­nica condizione che avrebbe reso possibile l’accettazione delle posizioni italiane era che la controparte tenesse fede ai contenuti della Dichiara­zione Congiunta sottoscritta da Dini nel 1998, la quale collegava la nor­malizzazione delle relazioni tra i due paesi al “Grande Gesto” riparatore. In poche parole, Gheddafi voleva un’autostrada costiera che da Tu­nisi arrivasse fino ai confini con l’Egitto, per collegare le zone più popo­lose della Libia, e voleva che a pagare per quel progetto faraonico fosse, con la scusa del colonialismo, l’Italia.

Quando Berlusconi rientrò a Palazzo Chigi nel 2008, il premier decise di dare nuovo impulso al negoziato spendendosi personalmente nell’assicurare i capricci del Colonnello. Gli incontri, che spesso lascia­rono l’ambasciata a Tripoli se non all’oscuro comunque informata sul fatto compiuto, furono portati avanti in trattative separate alla Farnesi­na durante il mese di agosto dall’ambasciatore Gaddur, dal viceministro per gli affari europei Al-Obeidi, dal viceministro Siala, da un consulen­te giuridico libico, e, per la parte italiana, da Gianni Letta, funzionari della Direzione Generale del Ministero e dal Consigliere di Legazione Luzzi, all’epoca già in servizio a Tripoli.

I negoziati furono conclusi nel giro di poche settimane e la firma del Trattato di Amicizia e Coopera­zione fra Italia e Libia fu fissata al 31 agosto 2008 con la contestuale re­stituzione della Venere di Cirene.  Sebbene i contenuti del Trattato fossero più gravosi per l’Italia che non per la Libia (e Berlusconi dovette assumersi la responsabilità personale di approvare alcune variazioni finanziarie per un capriccio di Gheddafi che rischiava di far saltare la cerimonia della firma), l’accor­do sanciva la parificazione e la normalizzazione definitiva dei rapporti tra i due paesi dopo oltre quarant’anni. Nelle sue memorie, l’ambascia­tore Trupiano ha ricordato che, tra le varie clausole del Trattato, vi era l’obbligo per l’Italia “nel rispetto dei principi della legalità internazio­nale, [a non] usare, né permettere l’uso dei propri territori in qualsia­si atto ostile contro la Libia”. A posteriori potrebbero sembrare parole profetiche ma all’epoca erano la manifestazione della paura ossessiva che Gheddafi aveva dei bombardamenti americani del 1986. […]

Dopo le intese con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e la chiusu­ra del contenzioso per le infermiere bulgare, il Trattato con l’Italia completa il processo di pieno reinserimento della Libia nel contesto internazionale. Dopo esser stato per decenni messo all’indice dalla comunità internazionale, Gheddafi può ora ben dire di aver chiuso i conti con il suo stesso passato.

Paradossalmente, i conti per il Colonnello si sarebbero chiusi in meno di tre anni quando la crisi interna al regime finì per saldarsi con l’onda delle Primavere Arabe. Il tenue riformismo di Saif al-Islam ebbe l’effetto contrario di far credere che le aperture del regime fossero stru­mentali a garantirsi l’appoggio dell’Occidente e dunque a preservare lo status quo, fatto che spinse alla definitiva rottura tra popolo e regime e all’inizio delle rivolte.

Il nuovo corso della politica libica non aveva lasciato certo indiffe­rente neanche la Francia di Nicholas Sarkozy che, dopo la sua elezione all’Eliseo, fin da subito aveva iniziato a intessere strette relazioni con i leader nordafricani. Ma nel febbraio 2011, durante le Rivolte Arabe, il Presidente francese impresse una torsione e, riconoscendo il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) dei ribelli come l’unico governo legit­timo in Libia, chiese le dimissioni del ra’is. Complice il Regno Unito di David Cameron e una inizialmente reticente Hillary Clinton, Sar­kozy si adoperò affinché venisse approvata una risoluzione dell’ONU per imporre una zona di interdizione al volo sulla Libia […].

Lo scopo della risoluzione tuttavia, più che difendere i guerriglieri libici, a cui Parigi già garantiva mezzi, denaro e il supporto delle forze speciali transalpine per tramite di Ab­delfateh Youness, era quello di avere copertura giuridica all’uso della forza nei confronti del Colonnello. Saif al-Islam, probabile successore del padre alla guida del regime insieme al fratello Mohatassim, accusò Sarkozy di voler muovere guerra alla Libia per coprire i finanziamenti illeciti, più di 50 milioni di euro, che il Presidente avrebbe ricevuto dal governo libico per la sua campagna elettorale. Sebbene l’accusa abbia poi avuto una coda giudiziaria anche Oltralpe, non è solo un caso di tan­genti o l’influenza sull’Eliseo di un atipico intellettuale come Bernard Henry-Lévi che possono spiegare una guerra. Le motivazioni, allora, sono da ricercare in un quadro più complesso e meno univoco.

Di fronte all’acuirsi della crisi provocata dalle Primavere Arabe, Parigi si trovò nella scomoda posizione di aver sostenuto, fino a po­chi mesi prima l’inizio delle rivolte, tutti quei regimi che le avevano permesso di tenere un piede nell’Africa Nord-Occidentale. La caduta di Ben Alì in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto colse contropiede buona parte delle cancellerie europee che si trovarono improvvisamen­te ad avere a che fare con interlocutori le cui posizioni erano, per usa­re un eufemismo, assai ambigue. La possibilità che una situazione del genere potesse ripetersi in Libia, dove la crisi del regime fu innescata proprio dalla paura che il riformismo di Saif al-Islam preannunciasse la definitiva accettazione dello status quo da parte degli occidentali, spin­se Sarkozy ad invertire bruscamente la rotta della sua politica africa­na.

Allinearsi con il CNT significava scommettere sulla fine di Ghed­dafi e giocare di anticipo sul recupero della posizione francese in una nuova Libia. Sarkozy cercava così di cogliere da un lato il frutto, an­cora acerbo, di un Nord Africa post-rivolte che guardasse con favore al protettore francese, dall’altro di capitalizzare un successo internaziona­le che potesse rinsaldare la sua credibilità presso l’elettorato di Francia. Ancora una volta, ragioni di politica interna, ad un anno dalle elezioni presidenziali, tenevano il passo a quelle strategiche e regionali, forse addirittura incedendo con veemenza su di esse. Se a queste motivazio­ni di fondo possono esserne aggiunte altre, come le ipotesi avanzate da Sidney Blumenthal, uomo americano a Tripoli, in alcune e-mail con­fidenziali inviate ad Hillary Clinton durante la guerra, esse appaiono più come elementi marginali che possono aver rinforzato decisioni già maturate.

Tra questi elementi secondari vi era certamente il desiderio francese, al fine di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento in Africa nord-occidentale, di ottenere una maggiore quota delle risorse energetiche libiche, incluso l’uranio nella striscia di Aouzou a cavallo tra Ciad e Fezzan, a scapito dell’Italia e dell’ENI, e forse, ma qui si entra nella speculazione e nelle operazioni coperte del DGSE, neutralizzare un possibile tentativo di Gheddafi di sostituire il CFA (Franco Fran­cese Africano), la cui convertibilità è ancora oggi garantita dal Tesoro della Repubblica, con una nuova valuta ancorata al dinaro libico. Mo­tivazioni di circostanza certamente forti, ma non unicamente sufficienti a giustificare un intervento armato, le cui ragioni devono allora essere ricercate nel quadro più complesso sopra delineato.

Sebbene avesse condannato l’uso dell’aviazione da parte di Ghed­dafi, Berlusconi fu contrario all’idea di muovere guerra alla Libia. An­che in questo caso, motivazioni di circostanza, come il timore che la fine del regime avrebbe significato il collasso del paese e la precarizzazione degli interessi economici, energetici e di sicurezza italiani, si sommava­no a ragioni a monte che, nel caso di Berlusconi, rispondevano al con­dizionamento dei suoi rapporti di amicizia con Gheddafi, al rispetto del Trattato di Bengasi del 2008 e ad una sua etica personale che pone al di sopra delle contingenze, per quanto gravi esse possano essere, il princi­pio pacta sunt servanda.

Ciò nondimeno, il Cavaliere si trovava all’epoca in una posizione negoziale estremamente debole; attaccato dalla magi­stratura per il caso Ruby, separato in casa con il Ministro Tremonti, nel pieno della crisi del debito sovrano, si trovò isolato in una Europa dove Berlino si era ritirata in disparte mentre Londra e Parigi sembravano essere tornate all’entusiasmo della spedizione di Suez. Come se non ba­stasse, in quel frangente Palazzo Chigi e il Quirinale erano più distanti che mai. La sera del 17 marzo, mentre all’ONU si votava la risoluzione contro la Libia, Berlusconi con il resto del governo era all’Opera per le celebrazioni dei 150 anni di Unità Nazionale. Durante una pausa ci fu una riunione nel foyer con Ignazio La Russa, Franco Frattini, in colle­gamento telefonico da New York, Gianni Letta e il Presidente Napoli­tano che, insieme al ministro degli esteri e della difesa, sosteneva la necessità di allinearsi alle posizioni degli alleati in Europa.

“Mi rimetto a lei, Presidente”, disse Berlusconi. La posizione del Capo dello Stato, che in quel momento era sostenuta da vasti set­tori dell’opinione pubblica e delle forze politiche di opposizione, non è ancora stata chiarita ma è possibile ipotizzare che, a fronte di un inde­bolimento conclamato del Governo e del Presidente del Consiglio, e ad una antipatia mai nascosta per il leader libico, il Quirinale temesse che l’isolamento italiano potesse aggravarsi, scalzando definitivamente l’I­talia da un dossier vitale come quello nord-africano. Dando per sconta­to la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli, se l’Italia fosse rimasta dal­la parte di Gheddafi, o comunque defilata come la Germania, avrebbe quasi certamente perduto la possibilità di incidere sul futuro processo di transizione e quindi tutelare i propri interessi. Fino a quel momen­to infatti, l’Italia aveva separato la questione politica, riconoscendo il CNT e legittimando Mustafa Abdel-Jelil quale capo di Stato ad interim, da quella militare.

Al vertice di Parigi del 19 marzo, Berlusconi tentò comunque di ar­ginare la foga di Sarkozy, goccia che fece traboccare l’acqua dal vaso nel rapporto già logoro tra i due politici. Tuttavia, poiché la guerra non si sarebbe potuta fare senza le basi italiane, Berlusconi ottenne, in cam­bio del supporto logistico, che le operazioni fossero gestite dalla NATO così da sottrarne la guida ai Comandi francesi e inglesi. La resisten­za del governo di Parigi fu vinta solo grazie alla mediazione di Hillary Clinton e alle pressioni inglesi: quest’ultimi dimostravano, ancora una volta, quanto fosse importante per loro ancorare interventi di sicurezza alla cornice euroatlantica. Ciò nondimeno, negli stessi giorni circolò la voce che tra i bersagli da colpire fossero stati inseriti anche alcuni ter­minali petroliferi dell’ENI, una circostanza che l’ex Ministro Frattini ha definito: “Non inverosimile”.

[…] L’Italia mise a disposizioni le sue basi e, in una prima fase, gli aerei ricognitori italiani monitorarono unicamente i radar antiaerei libici. In aprile, tuttavia, il Governo decise di autorizzare i bombardamenti e l’A­eronautica iniziò la guerra vera. Da Grosseto decollarono i Tornado che, riforniti in volo sul Golfo della Sirte, utilizzando missili SCALP-EG Storm Shadow, sferrarono attacchi di profondità oltre le linee dell’eser­cito libico. L’Italia si premunì, per evitare vittime civili, ottenendo una sorta di diritto di veto sulle singole sortite e rifiutandosi di illumina­re gli obiettivi qualora il rischio di danni collaterali fosse stato ritenuto troppo alto. […].

Quando la guerra finì e Gheddafi fu esecutato insieme al figlio Mohatassim, Silvio Berlusconi si limitò a commentare “Sic transit gloria mundi”. Un epitaffio involontario anche per la fine, che sarebbe giunta di lì a poche settimane, del suo governo e della sua politica dell’amicizia.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di), con una prefazione di Giulio Sapelli, pp. 456, Idrovolante Edizioni;

Bella e perduta – L’Italia nella politica internazionale

I dubbi dell’accordo italo cinese

L’imponente Boeing 747 di Air China atterrato da Pechino nelle scorse ore con a bordo Xi Jinping e oltre 200 delegati, rappresenta al meglio l’importanza per la Cina di questo incontro bilaterale. Sui giornali molto si è scritto in merito a questo storico evento ma, il tono trionfale che ha caratterizzato i diversi incontri istituzionali e le cene di gala romane, necessitano di alcuni doverosi approfondimenti. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza. 

I dubbi dell’accordo italo cinese - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

La Cina è senza ombra di dubbio un partner commerciale di primario livello. È la seconda economia mondiale dopo gli USA e ha una forza lavoro di 800 milioni di persone circa; il suo PIL cresce dal 1999 con un tasso mai inferiore al 6% e la disoccupazione media è la metà di quella italiana.

Di fronte ad un Europa debole (con un Italia a rischio stagnazione) intensificare i rapporti commerciali con Pechino è un opportunità a cui oggettivamente non si può rinunciare ma il memorandum sottoscritto tra i due governi nelle scorse, per un valore potenziale di 20 miliardi, rischia di essere un boomerang per il nostro paese.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali del Ministero dello sviluppo economico, esportiamo in Cina poco più di 13 miliardi di Euro con addirittura una flessione rispetto all’anno precedente di quasi 3 punti percentuali. Di contro, l’importazione dal paese comunista, è pari a circa 31 miliardi di euro e i dati degli ultimi anni sottolineano una costante ed inarrestabile invasione di prodotti cinesi sul mercato nazionale. Un invasione talvolta dettata da una politica economica aggressiva e da una concorrenza sleale.

Una concorrenza che negli ultimi decenni è stata, in parte, la causa della chiusura di molte medie e piccole aziende italiane, specie lombarde, che non hanno retto la concorrenza asiatica nella produzione artigianale. Il memorandum firmato, è giusto ricordarlo, non ha valore legale ma è un accordo di intenti che prevede una serie di punti per un rafforzamento ed una maggiore partnership tra i due paesi.

Quello che non è chiaro è come l’Italia potrà guadagnare da un accordo di questo tipo visto che ad oggi c’è la certezza che potremo vendere (ed è un bene) le arance siciliane tramite il celebre portale “alibabà” ma di contro avremo ad esempio possibili ingressi azionari cinesi (ed è un male) nei CDA delle principali infrastrutture italiane. Infrastrutture determinanti per importare più beni dal gigante asiatico.

È noto a tutti che è l’esportazione a far crescere l’economia di un paese e la Cina rappresenta per noi il nono mercato per la vendita dei nostri prodotti. Sempre per chiarire la situazione con qualche numero ufficiale, vendiamo più Made in Italiy in Belgio che in Cina considerando però che la popolazione belga rappresenta meno di un centesimo di quella cinese mentre i nostri due principali mercati leader per l’export continuano ad essere la Germania e la Francia a cui vendiamo le nostre merci tra le 4 e le 5 volte rispetto a quanto si vende a Pechino.

Non si comprende allora perché tanto entusiasmo per un Memorandum con il Governo di Pechino e tanta acredine nei confronti di Berlino e Parigi senza cui la nostra economia sarebbe a terra. Certo l’Europa ha le sue colpe e l’ammonimento, più che giustificato, di Bruxelles dinnanzi agli accordi di questi giorni è tardivo e necessiterebbe di qualche esame di coscienza. Come è possibile ad esempio constatare che ogni importante infrastruttura costruita nella zona balcanica sia firmata da un’ azienda cinese e l’Europa non sia stata in grado di aiutare un’area geografica di naturale appartenenza europea?

Infine un ultimo punto, il cui silenzio assordante è stato interrotto dal solo presidente Mattarella, è quello sui diritti umani. Secondo Amnesty International l’85% delle condanne a morte al mondo avvengono in Cina; i principali siti internet quali Google, Facebook o Instagram sono inaccessibili. I processi sono sommari, la corruzione è ancora dilagante ed il presidente Xi Jinping auspica l’annessione del democratico stato di Taiwan senza alcuna remora. Un peccato che nelle sette pagine firmate nella sontuosa villa Madama non vi sia traccia di alcun riferimento a tutto questo.

L’irrisolta questione tedesca nell’era Trump

Il Dipartimento statunitense del commercio ha concluso l’inchiesta sulle importazioni di auto europee negli Stati Uniti e ha consegnato il dossier alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal giornale tedesco Handelsblatt – che ha visionato una bozza – il Dipartimento ha stabilito che l’import di auto europee negli USA rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale e ha indicato tre possibili contromisure: dazi del 20-25% (la misura più dura), dazi mirati (per esempio solo sulle auto elettriche), dazi inferiori al 20%  accompagnati da sostegni all’industria automobilistica nazionale.

L’irrisolta questione tedesca nell’era Trump - Geopolitica.info

Secondo la FAZ (altro giornale tedesco), la lobby dell’industria automotive statunitense sta facendo pressione contro l’introduzione di dazi perché questi danneggerebbero anche le loro produzioni per via dell’aumento del costo dei componenti importati dall’Unione Europea. Donald Trump ha 90 giorni di tempo a partire dal 18 febbraio per prendere una decisione, attualmente nessuno sa quale sarà la sua scelta. L’unica certezza è che adesso il presidente degli Stati Uniti ha in mano un’arma negoziale utilizzabile in più modi, sia nella scelta delle contromisure che nella tempistica con cui applicarle, soprattutto in funzione delle scadenze connesse alla Brexit.

Per esempio, Trump potrebbe agire  con una mossa repentina e colpire il settore automotive europeo prima della conclusione di un accordo per la Brexit ormai sempre più difficile. Una mossa del genere metterebbe sotto pressione i negoziatori europei, costretti a cedere su alcune richieste britanniche per evitare una crisi su due fronti aperta dalle tariffe “punitive” degli Stati Uniti da una parte, e da quelle del WTO che entrerebbero automaticamente in vigore tra UK e UE in caso di una Brexit senza nessun accordo. La scelta sarebbe interpretata come una mossa di Washington in soccorso di Londra, sancendo il ritorno a un comportamento più assertivo dello storico asse Angloamericano che a quel punto si schiererebbe contro quello franco-tedesco. Un’applicazione dei dazi così veloce significherebbe anche che Trump ha scatenato la guerra commerciale con l’UE mentre sta ancora negoziando con la Cina, dimostrando di essere disposto ad aprire due fronti.

Altrimenti, la Casa Bianca potrebbe rimandare la decisione il più possibile – tra aprile e maggio – aspettando di sapere quale dei tre scenari della Brexit si sarà effettivamente realizzato. Il primo scenario è uno stallo del negoziato per la Brexit con l’estensione dell’art. 50 e il caos politico a Londra, il secondo è un accordo pieno per una Brexit ordinata che scongiuri il rischio di crisi su due fronti, consentendo all’UE di affrontare la guerra commerciale con gli USA, il terzo è una Brexit senza accordo su cui Trump potrebbe decidere di infierire introducendo i dazi alle auto, come appena descritto.

Comunque vada, in caso di dazi sulle auto europee la Germania sarebbe il paese più colpito, molto più della Francia. Berlino sarebbe indotta a soddisfare alcune delle richieste americane, in maniera da risolvere il prima possibile una guerra commerciale che metterebbe in crisi il modello economico su cui si basa la potenza tedesca. Ma la posizione della Germania sarà influenzata anche dalle scelte della Francia, dal modo in cui Parigi e Berlino troveranno una posizione comune su come affrontare le sfide economiche poste dagli Stati Uniti e dalla Cina, minacce che stanno portando a un asse franco-tedesco più orientato al protezionismo commerciale come si è visto nel caso Alstom-Siemens. Una guerra commerciale così apertamente dichiarata influenzerà l’opinione pubblica tedesca, francese ed europea, con ripercussioni dirette sul risultato delle elezioni europee del 26 maggio. Le implicazioni di una guerra commerciale transatlantica lanciata nei prossimi tre mesi vanno oltre i semplici dossier commerciali, l’Italia rischia di trovarsi in mezzo alla contesa senza possibilità di agire concretamente, in balia delle scelte europee e americane.

La notizia ha causato un’immediata risposta diplomatica, iniziata con il discorso di Angela Merkel alla Conferenza per la sicurezza di Monaco (MSC 2019), dove la Cancelliera ha detto davanti a Mike Pence e Ivanka Trump che trova incomprensibile che le auto tedesche vengano considerate una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense visto che gran parte di queste sono costruite in fabbriche americane, sottolineando che lo stabilimento in South Carolina è più grande di quello in Baviera. Ovviamente Merkel ha ragione, anche Trump lo sa bene, ma aprire questo dossier è l’unico mezzo legale per imporre tariffe senza violare le regole del WTO. Jean-Claude Juncker invece ha detto che se saranno introdotti dazi la reazione dell’UE sarà immediata, una delle prime cose a essere messe a rischio sarebbe la promessa di aumentare l’import di soia e gas naturale liquefatto (LNG) statunitense.

Il rapporto USA-Germania è cambiato profondamente negli ultimi anni, ed è sulla questione tedesca che si basano tutte le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Unione Europea, soprattutto adesso che il Regno Unito è in uscita. Anche dopo la presidenza Trump sarà difficile riportare le relazioni al precedente status quo, le ragioni di conflitto sembrano sostanziali: il surplus della Germania (quindi dell’Eurozona), il progetto per il gasdotto Nord Stream 2, lo scarso impegno nella NATO, la questione del nucleare iraniano e tanto altro.

Nella CDU ci sono politici che vorrebbero imporre una svolta netta al rapporto Washington-Berlino, uno di questi è Norbert Röttgen, presidente del comitato per gli affari esteri del Bundestag. Röttgen vorrebbe annullare la realizzazione del Nord Stream 2 e aumentare il budget per la difesa, con l’idea che fare i primi passi verso le richieste degli USA apra la strada verso una riappacificazione e una relazione più stretta, ma la realtà è che la sua posizione non è maggioritaria nel suo partito, né nel resto del panorama politico tedesco.

La stessa Angela Merkel non ha investito il suo capitale politico verso un approccio di questo tipo, lasciando che la Germania continuasse a capitalizzare al massimo i vantaggi economici dell’Eurozona e i vantaggi diplomatici di vivere all’ombra degli Stati Uniti, approfittando dello spazio d’azione consentito da questo status di neutralità sostanziale. Il tempo dell’ambiguità però sta finendo, ed è proprio per questo che il 2019 sarà un anno importante per la Germania e per l’Europa intera, un anno in cui si cominceranno a capire molte cose sugli assetti geopolitici del mondo di domani.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per scontata

Su Afghanistan, Siria, Iran emergono visioni contrapposte tra Europa e Stati Uniti e sull’Africa, un dossier particolarmente importante per l’Italia, una necessità di governare il fenomeno migratorio. Cosa si è detto durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per  scontata - Geopolitica.info

Gli Stati Uniti si presentano a Monaco in versione strong Bi-partisan con la presenza di Nancy Pelosi e una folta delegazione. Il vice-presidente Mike Pence ha parlato di una rinnovata forza americana tanto economica quanto militare. Sottolineando la creazione di 5 milioni di posti di lavoro, la dimostrazione per Pence di quanto il protezionismo americano abbia funzionato. L’obiettivo americano ha dichiarato Pence all’inizio del suo discorso durante i lavori della Conferenza inaugurata la scorsa settimana a Monaco, non è era quello di isolare gli Stati Uniti ma di renderli più forti di fronte alle sfide che l’Occidente sta affrontando e mettere un freno alla deriva economica nazionale. Per ciò che concerne le sfide della sicurezza internazionale, la Nato, nonostante le controverse dichiarazioni del Presidente Trump, risulta essere ancora molto importante. Un rafforzamento americano significa anche un rafforzamento militare, ha sottolineato il vice-presidente. Questa è la visione di forza e di leadership del presidente Trump. É chiaro che la visione di Trump sulla Nato sia anche quella di suggerire agli alleati una maggiore spesa nel procurement militare, con lo scopo di rinnovare la partecipazione di tutti gli Stati dell’alleanza. In materia di sicurezza, quella militare resta la principale difesa su cui gli Stati Uniti chiedono di sostenere una visione comune, tra Eu e Usa, pur affrontando il vice presidente apertamente la questione Huawei, su cui gli Stati Uniti hanno precisato che non sosterranno chi continua a dipendere dall’Est. Pence ha parlato di un cambiamento di tattica non di missione che resta nelle sue parole indirizzata alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Per l’Europa non sarà facile prendere le giuste decisioni, ci sono davvero molti fattori da valutare: primo fra tutti la perdita del suo alleato più importante potrebbe lasciare il continente privo di una sicurezza vitale oggi garantita dall’ombrello Nato ma d’altra parte ciò che l’Amministrazione Trump ha portato avanti con il ritiro dal JCPOA e dall’INF non lasciano molto spazio di discussione politica. Quello che l’Europa si trova ad affrontare è un vuoto di natura politica senza precedenti e una imposizione di leadership da parte degli Usa. Questa divisione potrebbe però costare cara proprio agli Usa, lasciando ad altri Paesi – come la Cina, la possibilità di avanzare attraverso una deriva autoritaria conquistando potere e influenza in Europa. Nel bel mezzo di questa bufera, quella di Maduro è solo l’ultima prova di un’alleanza che gli Stati Uniti stanno testando.

C’è una guerra non solo commerciale in corso, combattuta a colpi di retorica politica, in cui gli Usa si rivolgono di nuovo  all’Occidente affinché si mantenga unito, e possa trionfare nuovamente sotto la guida americana. Eppure durante la Conferenza è emerso quanto il concetto stesso di sicurezza sia diverso tra Europa e Stati Uniti. Le nuove politiche di Trump hanno allontanato gli Usa da obiettivi comuni e più comprensivi come la food security o la lotta contro i cambiamenti climatici e se l’interdipendenza è e sarà una costante del futuro allora è necessario andare oltre la componente militare, ha dichiarato la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Sull’Africa, ha dichiarato la Merkel l’Europa potrebbe imparare dalla Cina, ma anche questo dossier rischia di dare qualche preoccupazione ai paesi europei stretti tra la leadership protezionista di Trump e quella autoritaria di Pechino. Si è ribadita la necessità di fermare l’immigrazione africana, mettendo a disposizione investimenti per creare condizioni economiche adeguate, sottolineando come siano inutili iniziative politiche come il G5 Sahel se poi tali azioni non possono essere sostenute da investimenti reali. Ha richiamato come partner africano la Cina.

Sulla Nato ci si continua ad interrogare, su cosa significhi oggi in questo scenario sempre più multipolare un’alleanza difensiva occidentale: la Germania e la Francia insistono che riprenda il dialogo tra Nato e Russia, messo a dura prova dalla frattura del 2014 con l’annessione russa della Crimea. La Merke ha inoltre messo in luce che nonostante le violazioni del trattato INF da parte Russa, la presa di posizione da parte degli Usa di un ritiro dall’accordo potrebbe avere un impatto per l’EU, come pericolo per la Sicurezza europea. A tal proposito la cancelliera è tornata a prporree l’idea di sviluppare una difesa comune europea, progetto che resta comunque ancora privo del sostegno politico ed economico adeguato.

Quello che emerge in sostanza è la necessità di affrontare le sfide del prossimo futuro secondo un approccio diverso, più consapevole dello scenario geopolitico attuale. L’UE cerca ancora di condividere con gli Usa una politica comune, di condivisione di valori e mostra la necessità di restare ancorata all’Alleanza Atlantica non sono come alleanza militare ma prima di tutto come gruppo unito da una visione comune. La Merkel a tale proposito ha ricordato l’ingresso della Macedonia del Nord nella Nato come un esempio di coraggio per far fronte alle crisi locali e di conseguenza globali e quindi l’avvicinamento dei Balcani all’orbita occidentale.

Quale cooperazione vogliamo? Si è chiesta la cancelliera richiamando gli alleati al tavolo delle trattative. Ma sa bene che non potrà allentare l’ordine mondiale esistente come gli Usa stanno facendo. Chi si occuperà di ricucire i pezzi? La risposta della Germania a quanto pare è chiaramente  nel multilateralismo.

Ricerca e sviluppo delle tecnologie quantistiche

Sia nella sfera civile che militare, l’innovazione tecnologica è un obiettivo politico estremamente importante per i governi dalle economie più avanzate e per i paesi come Stati Uniti, Israele, Cina e paesi dell’Europa occidentale impegnati nella ricerca e nei quali molte tecnologie emergenti sono ancora in fase di sviluppo e test. L’impiego “dual use” di macchine con capacità quantiche nei settori dell’industria, comunicazione, sanità, energetico, economico e sicurezza permetterà di raggiungere la supremazia nello spazio dell’informazione sui competitor internazionali.

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L’integrazione tecnologica civile – militare

L’aspetto militare dell’innovazione tecnologica è cruciale nonostante non siano state ancora completamente integrate nelle forze armate. Tra i principali attori la Cina è impegnata nel colmare il divario con l’Occidente, fornendo il massimo sostegno normativo e finanziario alle industrie nazionali per farle progredire nelle tecnologie competitive in settori chiave come il calcolo quantico, robotica, A.I., tecnologia spaziale, armi ipersoniche ed a energia diretta. Alle imprese straniere che vogliono entrare nel mercato interno la Cina ha imposto degli obblighi come la conservazione dei dati e la limitazione delle vendite di I.C.T. estere. Il programma spaziale cinese è stato reso possibile grazie alla cooperazione con le organizzazioni europee e l’Agenzia Spaziale Europea. Sono state incrementate le capacità di sorveglianza, counterspace, difesa missilistica e jammer satellitare per mezzo della serie di satelliti Yaogan (impiegati per l’imaging satellitare) e del sistema di navigazione Beidou (l’equivalente del GPS statutinetense e GALILEO europeo).

La Cina ha ottenuto e reso operativi sistemi integrati per un monitoraggio intelligente di allarme precoce, mirato a migliorare le capacità di ricognizione, sorveglianza ed intelligence. Sul piano informatico sviluppare tecnologie quantiche permetterà ai governi ed alle big company informatiche di accrescere le potenzialità di gestione nel cyberspazio soprattutto in materia di sicurezza. Grazie alla crittografia quantica sarà possibile garantire l’impenetrabilità dei sistemi informatici. Per risparmiare in ricerca e sviluppo, cinesi e russi attraverso attacchi informatici nei confronti delle reti governative, dei server delle società, delle università ed istituti di ricerca hanno beneficiato delle tecnologie e proprietà intellettuali delle stesse. L’ U.E. per sfruttare e proteggere i propri vantaggi strategici nel settore ha istituito la Joint European Disruptive Initiative (JEDI), per riportare l’Europa alla pari con gli Stati Uniti e la Cina nelle tecnologie rivoluzionarie.

 

L’impatto del mercato digitale

Nel 2018 il numero dei dispositivi connessi al worldwide nel mondo è salito a 17 miliardi di cui 7 miliardi sono dispositivi IoT (Internet of Things). Il numero dei dispositivi connessi con IoT è stimato a crescere in modo esponenziale fino a raggiungere i 22 miliardi entro il 2025. L’utilizzo della BlockChain, la crescita delle intelligenze artificiali e l’IoT porteranno ad un maggiore impiego dei device connessi introducendo novità in vari settori imprenditoriali, nei programmi di analisi dei dati e servizi personalizzati. I sistemi di connessione riguardano le WLAN (Wireless Local Area Network), le LPWAN (Low-power Wide Area Networks), l’ M2M (Machine to machiMe in generale ci si riferisce a tecnologie ed applicazioni di telemetria e telematica che utilizzano le reti wireless) ed il 5G (standard che assicura una elevata velocità di download ed upload e che permette di far interagire i dispositivi IoT).

Lo sviluppo dei software e delle piattaforme cloud continueranno così come per i sistemi di raccolta e analisi dei big data. In generale il mercato IoT crescerà così come il valore di hardware, software, systems integration, servizi dati e cloud computing. Secondo uno studio, in tre anni il valore del mercato europeo dei dispositivi IoT aumenterà arrivando a toccare entro il 2020 quota 80 miliardi di euro. In Italia il mercato è  destinato ad aumentare grazie ad una serie di misure istituzionali per il passaggio all’industria 4.0 da parte delle aziende.

 

Il primato sulle tecnologie quantistiche

Le leggi della meccanica quantistica descrivono un mondo dove tutto è probabilistico nell’universo microscopico della materia. I princìpi della fisica quantistica  scoperti nella prima metà del ‘900 da Plank, Bohr, Feynman e Einstein hanno costituito la base per la prima rivoluzione quantistica, che nella seconda metà del secolo ha determinato le nuove regole che presiedono la realtà fisica. La seconda rivoluzione quantistica utilizzerà queste regole per sviluppare la tecnologia quantistica dell’informazione, sistemi elettromeccanici quantistici, elettronica quantistica coerente, ottica quantistica e la tecnologia di materia coerente. Le particolarità della fisica quantistica saranno  usate ed ingegnerizzate per costruire nuovi dispositivi dalle prestazioni enormemente più grandi delle attuali.

Nel piano europeo, sulla base degli obiettivi indicati dalla Commissione Europea nel documento “Quantum Manifesto: A new Era of Technology” si è scelto di investire in progetti di ricerca per proporre un’agenda strategica.  Negli USA, IBM, Microsoft, Intel e Google stanno puntando sul calcolo quantistico e della possibile realizzazione del “supremacy chip”, il primo chip quantistico che realizzerà calcoli complessi.

L’applicazione della quantistica, così come  avvenne con il piano dell’atomica grazie agli studi e ricerche degli scienziati Hoppenheimer, Teller e Fermi, quest’ultimo collega di Majorana all’istituto di fisica di Via Panisperna dove fu condotto il primo esperimento nucleare, produrrà forti mutamenti globali. La scienza e la tecnica hanno sempre influenzato il corso della storia e continueranno ad avere un ruolo di primo piano negli equilibri internazionali, interessi geopolitici e nell’evoluzione della specie umana.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi.

Anche in Italia si insinua il dubbio sul provider cinese Huawei. Fin’ora a parlarne in modo critico è stato solo il quotidiano La Stampa, subito smentito in una nota dal MISE. Il Governo italiano  sbaglia a non dedicare la giusta attenzione al caso che da mesi sta interessando le agenzie di intelligence occidentali, preoccupate che Huawei possa rappresentare una minaccia alla sicurezza occidentale.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi. - Geopolitica.info

Secondo il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico non ci sono le prove oggi che la sicurezza nazionale possa essere messa in discussione, né per quanto riguarda la partecipazione di Huawei né di ZTE, l’altra azienda di tecnologia cinese, in vista dell’adozione del 5G in Italia. Secondo il MISE l’utilizzo di Huawei al momento non è considerato rischioso ma voci del Ministero della Difesa e degli Esteri sosterrebbero il contrario. Un caso che necessiterebbe una adeguata discussione a livello governativo e parlamentare.

L’azienda cinese Huawei in Italia è già in gran parte presente sul territorio nazionale, dal momento che si è già aggiudicata la fornitura dei sistemi di monitoraggio O&M (Operations and Maintenance di Open Fiber azienda leader nella fibra ottica, per mezzo del quale gestirà e monitorerà la rete di almeno dieci città italiane. Dal 2014 ha avviato poli di innovazione tecnologica a Roma, Milano, Torino e in Sardegna, su tecnologie chiave con un certo numero di università italiane: Padova, Pavia, Trento, Perugia, Bologna e il Politecnico di Milano. Ha instaurato rapporti a lungo termine con tutti i principali operatori in Italia, tra cui Telecom Italia, Vodafone, Wind-3 e Fastweb. ZTE, altra azienda cinese nel mirino delle agenzie di intelligence per la sicurezza occidentali, è già provider di sviluppo di Wind-3 ed è impegnata nella realizzazione delle reti 5G. Se di esclusione dovesse trattarsi, implicherebbe una decisione collegiale di disimpegno, presa dal Governo, con conseguenze economiche rilevanti. Una decisione tuttavia possibile attraverso l’esercizio dei poteri speciali esercitabili (secondo decreto-legge 15 marzo 2012) nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

Come spesso accade il dibattito arriva con un consistente ritardo ma è lecito sollevare preoccupazioni riguardo alla salvaguardia degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Le agenzie di intelligence statunitensi hanno messo in guardia l’Europa dai possibili rischi legati alle attività di spionaggio cinese attraverso infrastrutture sensibili come quelle internet di nuova generazione.  Risale ad agosto, un disegno di legge firmato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vieta al governo degli Stati Uniti di utilizzare apparecchiature Huawei. Ad oggi anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno bandito Huawei dalla costruzione delle reti 5G, a causa dei suoi possibili legami diretti con Pechino.

Le agenzie europee si sono mostrate concordi sulle preoccupazioni: pochi giorni fa il servizio di sicurezza norvegese PST ha lanciato un avvertimento sul gigante cinese, i cui legami con il Governo troppo poco liberale di Pechino risultano tali da sollevare serie considerazioni. “Bisogna stare attenti agli stretti legami tra un attore commerciale come Huawei e il regime cinese”, ha detto il capo dell’intelligence nazionale norvegese PST, Benedicte Bjornland, presentando un rapporto di valutazione del rischio nazionale per 2019. “Un attore come Huawei potrebbe essere soggetto ad influenza dal suo paese d’origine fino a quando la Cina avrà una legge sull’intelligence che impone a privati, enti e società di cooperare con la Cina”, ha affermato.

Nel 2017 la Cina infatti ha approvato una nuova legge sull’intelligence investendo, dopo un insolito breve giro di discussioni, di ulteriori poteri le agenzie di sicurezza cinesi, non solo all’interno ma anche all’esterno della Cina, verso gruppi stranieri e persone che presumibilmente danneggerebbero la sicurezza nazionale. La legge permette alle autorità deputate alla sicurezza cinese, solide basi legali per monitorare e indagare individui e organismi sia stranieri che nazionali –  dichiara Reuter, in un’intensificazione della sorveglianza statale oltre confine. Secondo la legge, i veicoli, i dispositivi di comunicazione e persino gli immobili, come gli edifici, possono essere usati o sequestrati dalle autorità durante la raccolta di informazioni.

In Europa la Polonia è l’unico paese che si è detto favorevole a limitare l’uso dei prodotti della compagnia cinese da parte di enti pubblici in seguito ad una grave accusa di spionaggio e all’arresto di un dipendente di Huawei. Il ministro degli affari interni, Joachim Brudzinski, ha invitato l’Unione europea e la NATO a lavorare su una posizione comune per escludere Huawei dai loro mercati.

In Germania la cancelliera Angela Merkel ha escluso un divieto assoluto contro il fornitore cinese per la gara sul 5G di Marzo, il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha segnalato che qualsiasi restrizione legata al passaggio della Germania alla tecnologia di prossima generazione non implicherà il targeting di società specifiche, ma piuttosto una comune legislazione che sottoponga tutti i potenziali fornitori di servizi a standard di sicurezza rigorosi. Eppure le agenzie di sicurezza tedesche hanno votato all’unanimità a gennaio per il divieto. Il dilemma tedesco si gioca probabilmente in seguito alle dichiarazioni dell’influente associazione dell’industria BDI che il 6 febbraio scorso avvertiva che una tale mossa avrebbe indotto Pechino a rappresaglia contro le aziende tedesche in Cina. Anche in Francia, il senato ha appena respinto una proposta di legge volta a rafforzare i controlli sulle apparecchiature di telecomunicazione Huawei, ma solamente perché, come diversi senatori hanno sottolineato, il governo non ha offerto loro il tempo sufficiente per discutere adeguatamente la questione, che hanno riconosciuto come cruciale e strategica. Lo sviluppo futuro della tecnologia mobile di quinta generazione ha sollevato preoccupazioni in Francia, poiché due dei principali operatori di telecomunicazioni della Francia, Bouygues Telecom e Gruppo SFR di Altice Europe, stanno già utilizzando le apparecchiature Huawei per la loro rete.

Il Regno Unito vive ore decisive, con il termometro politico che si surriscalda attorno al ruolo di Huawei nel paese, gli operatori di telefonia mobile attendono una decisione del governo in merito alla possibilità di continuare a operare con il provider cinese: come riporta la BBC i principali operatori inglesi sono a conoscenza della necessità di tenere Huawei al di fuori dalle parti più sensibili delle reti, ma un divieto generalizzato sarebbe un disastro per il lancio del 5G nel Regno Unito, perché considerata una tecnologia vitale.

A quanto pare le resistenze europee sono soprattuto economiche, laddove già numerosi operatori hanno avviato con Huawei partnership e iniziative congiunte, stesse motivazioni che portano presumibilmente l’Italia a respingere l’ipotesi di una messa al bando dell’azienda cinese.  Alcuni analisti hanno suggerito che vietare Huawei potrebbe un vuoto che nessun altro operatore è in grado riempire tempestivamente, e potrebbe compromettere le implementazioni 5G in tutto il mondo. Ma il dilemma di sicurezza sollevato dalle agenzie di intelligence e in alcuni casi dai governi europei non può e non deve restare lettera morta, ed è auspicabile che si continui a parlarne nelle giuste sedi, ne va del futuro della nostra sicurezza.

 

Brexit: storia dell’agonia Europea
Se non fosse il più grande fallimento dell’Europa dal secondo dopoguerra ad oggi la “Brexit” potrebbe essere una traccia per una tipica telenovela televisiva britannica.
Il voto democratico avvenuto trenta mesi fa nel Regno Unito aveva sancito tra lo stupore del mondo intero la volontà del popolo di Sua maestà di voler abbandonare Bruxelles con la, assai remota, convinzione che navigare in solitudine sia la soluzione migliore per ottenere al meglio i propri interessi.

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Come tutti sappiamo l’esito del voto costrinse, per coerenza morale, il Premier Cameron alle dimissioni che lascio’ il numero 10 di Downing street alla titolare del ministero degli interni Theresa May con la convinzione che potesse essere la donna giusta per traghettare Londra fuori dall’Unione Europea. Le circostanze hanno invece sancito un esito ben differente e tra le stanze di Westminster ancora oggi regna sovrano il caos. Il partito conservatore che detiene la maggioranza parlamentare oggi si trova spaccato tra chi sostiene una pericolosissima uscita senza alcun accordo e chi ritiene la necessità di dover negoziare con le istituzioni comunitarie per evitare una deriva troppo pericolosa. Il partito socialista di contro riesce a fare forse peggio: il tenace Corbyn, ad oggi conosciuto più per le sue posizioni antisemite che per le sue reali capacità politiche, chiede legittimamente un anticipo al voto senza però chiarire quale sia la soluzione per uscire dall’empasse. Infine c’è il fronte trasversale che chiede con insistenza il ritorno ad una consultazione referendaria che creerebbe di fatto il primo pericolosissimo caso storico in cui le istituzioni costringono gli elettori a votare fino a quando l’esito non è consono alle esigenze dei palazzi.Nella tragica trama di questa vicenda di certo anche Bruxelles non è e non può essere esente da critiche. Prossima ad un voto parlamentare che cambierà la storia del continente intero l’Europa continua a mostrare il volto più arrogante. I vertici della commissione, con il presidente in testa, hanno ostentato intransigenza ad ogni richiesta dei singoli paesi e hanno erroneamente lasciato credere che l’Europa sia una banca d’affari e non un progetto politico che non può e non deve fallire. Il patetico “mea culpa” di Juncker sulla vicenda greca appare debole e poco credibile e non fa che aumentare la percezione di distanza tra i vertici europei e gli elettori che su alcune importanti tematiche quali il lavoro e l’immigrazione hanno pagato sulla propria pelle anni di errori palesi. Non solo. Sorprende che una persona d’esperienza come il presidente del parlamento Europeo (unico organo delle istituzioni eletto dai cittadini) Tajani dichiari testualmente “che permettere agli elettori inglesi di esprimersi sulla brexit sia stato un errore”. Sarebbe intollerabile che l’Europa culla della civiltà moderna, della democrazia e dei valori occidentali, metta in dubbio il suffragio universale.

Piuttosto ci si interroghi sul perché i cittadini europei ricorrano in continuazione ad ideali così estremi (a partire dalla Brexit) che potrebbero portarci ad effimeri risultati nell’immediato ma a dover fare i conti con problemi ancor maggiori nel medio e lungo periodo. È assai probabile che, in attesa di capire il futuro di Londra, da maggio molto cambierà in Europa. I partiti sovranisti sbarcheranno a Bruxelles con l’intenzione, legittima e comprensibile, di portare grandi novità. Ma l’Europa oggi è un malato cronico che necessità di cure farmacologiche prescritte da medici e non basteranno dosi di vitamine o sali minerali. Chi avrà la maggioranza a Strasburgo dovrà tener conto che le aggressive, e talvolta illegittime, politiche cinesi o l’inarrestabile crescita demografica africana e la sua emigrazione sono fenomeni che puoi gestire solo se al tavolo l’Europa si presenta compatta sotto il profilo economico, sociale e politico. In caso contrario il rischio è che la Brexit non sia stata un lecito allarme popolare che avrebbe dovuto far riflettere chi di dovere ma sia la certificazione che la malattia Europea da cronica sia diventata irreversibile.