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L’irrisolta questione tedesca nell’era Trump

Il Dipartimento statunitense del commercio ha concluso l’inchiesta sulle importazioni di auto europee negli Stati Uniti e ha consegnato il dossier alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal giornale tedesco Handelsblatt – che ha visionato una bozza – il Dipartimento ha stabilito che l’import di auto europee negli USA rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale e ha indicato tre possibili contromisure: dazi del 20-25% (la misura più dura), dazi mirati (per esempio solo sulle auto elettriche), dazi inferiori al 20%  accompagnati da sostegni all’industria automobilistica nazionale.

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Secondo la FAZ (altro giornale tedesco), la lobby dell’industria automotive statunitense sta facendo pressione contro l’introduzione di dazi perché questi danneggerebbero anche le loro produzioni per via dell’aumento del costo dei componenti importati dall’Unione Europea. Donald Trump ha 90 giorni di tempo a partire dal 18 febbraio per prendere una decisione, attualmente nessuno sa quale sarà la sua scelta. L’unica certezza è che adesso il presidente degli Stati Uniti ha in mano un’arma negoziale utilizzabile in più modi, sia nella scelta delle contromisure che nella tempistica con cui applicarle, soprattutto in funzione delle scadenze connesse alla Brexit.

Per esempio, Trump potrebbe agire  con una mossa repentina e colpire il settore automotive europeo prima della conclusione di un accordo per la Brexit ormai sempre più difficile. Una mossa del genere metterebbe sotto pressione i negoziatori europei, costretti a cedere su alcune richieste britanniche per evitare una crisi su due fronti aperta dalle tariffe “punitive” degli Stati Uniti da una parte, e da quelle del WTO che entrerebbero automaticamente in vigore tra UK e UE in caso di una Brexit senza nessun accordo. La scelta sarebbe interpretata come una mossa di Washington in soccorso di Londra, sancendo il ritorno a un comportamento più assertivo dello storico asse Angloamericano che a quel punto si schiererebbe contro quello franco-tedesco. Un’applicazione dei dazi così veloce significherebbe anche che Trump ha scatenato la guerra commerciale con l’UE mentre sta ancora negoziando con la Cina, dimostrando di essere disposto ad aprire due fronti.

Altrimenti, la Casa Bianca potrebbe rimandare la decisione il più possibile – tra aprile e maggio – aspettando di sapere quale dei tre scenari della Brexit si sarà effettivamente realizzato. Il primo scenario è uno stallo del negoziato per la Brexit con l’estensione dell’art. 50 e il caos politico a Londra, il secondo è un accordo pieno per una Brexit ordinata che scongiuri il rischio di crisi su due fronti, consentendo all’UE di affrontare la guerra commerciale con gli USA, il terzo è una Brexit senza accordo su cui Trump potrebbe decidere di infierire introducendo i dazi alle auto, come appena descritto.

Comunque vada, in caso di dazi sulle auto europee la Germania sarebbe il paese più colpito, molto più della Francia. Berlino sarebbe indotta a soddisfare alcune delle richieste americane, in maniera da risolvere il prima possibile una guerra commerciale che metterebbe in crisi il modello economico su cui si basa la potenza tedesca. Ma la posizione della Germania sarà influenzata anche dalle scelte della Francia, dal modo in cui Parigi e Berlino troveranno una posizione comune su come affrontare le sfide economiche poste dagli Stati Uniti e dalla Cina, minacce che stanno portando a un asse franco-tedesco più orientato al protezionismo commerciale come si è visto nel caso Alstom-Siemens. Una guerra commerciale così apertamente dichiarata influenzerà l’opinione pubblica tedesca, francese ed europea, con ripercussioni dirette sul risultato delle elezioni europee del 26 maggio. Le implicazioni di una guerra commerciale transatlantica lanciata nei prossimi tre mesi vanno oltre i semplici dossier commerciali, l’Italia rischia di trovarsi in mezzo alla contesa senza possibilità di agire concretamente, in balia delle scelte europee e americane.

La notizia ha causato un’immediata risposta diplomatica, iniziata con il discorso di Angela Merkel alla Conferenza per la sicurezza di Monaco (MSC 2019), dove la Cancelliera ha detto davanti a Mike Pence e Ivanka Trump che trova incomprensibile che le auto tedesche vengano considerate una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense visto che gran parte di queste sono costruite in fabbriche americane, sottolineando che lo stabilimento in South Carolina è più grande di quello in Baviera. Ovviamente Merkel ha ragione, anche Trump lo sa bene, ma aprire questo dossier è l’unico mezzo legale per imporre tariffe senza violare le regole del WTO. Jean-Claude Juncker invece ha detto che se saranno introdotti dazi la reazione dell’UE sarà immediata, una delle prime cose a essere messe a rischio sarebbe la promessa di aumentare l’import di soia e gas naturale liquefatto (LNG) statunitense.

Il rapporto USA-Germania è cambiato profondamente negli ultimi anni, ed è sulla questione tedesca che si basano tutte le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Unione Europea, soprattutto adesso che il Regno Unito è in uscita. Anche dopo la presidenza Trump sarà difficile riportare le relazioni al precedente status quo, le ragioni di conflitto sembrano sostanziali: il surplus della Germania (quindi dell’Eurozona), il progetto per il gasdotto Nord Stream 2, lo scarso impegno nella NATO, la questione del nucleare iraniano e tanto altro.

Nella CDU ci sono politici che vorrebbero imporre una svolta netta al rapporto Washington-Berlino, uno di questi è Norbert Röttgen, presidente del comitato per gli affari esteri del Bundestag. Röttgen vorrebbe annullare la realizzazione del Nord Stream 2 e aumentare il budget per la difesa, con l’idea che fare i primi passi verso le richieste degli USA apra la strada verso una riappacificazione e una relazione più stretta, ma la realtà è che la sua posizione non è maggioritaria nel suo partito, né nel resto del panorama politico tedesco.

La stessa Angela Merkel non ha investito il suo capitale politico verso un approccio di questo tipo, lasciando che la Germania continuasse a capitalizzare al massimo i vantaggi economici dell’Eurozona e i vantaggi diplomatici di vivere all’ombra degli Stati Uniti, approfittando dello spazio d’azione consentito da questo status di neutralità sostanziale. Il tempo dell’ambiguità però sta finendo, ed è proprio per questo che il 2019 sarà un anno importante per la Germania e per l’Europa intera, un anno in cui si cominceranno a capire molte cose sugli assetti geopolitici del mondo di domani.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per scontata

Su Afghanistan, Siria, Iran emergono visioni contrapposte tra Europa e Stati Uniti e sull’Africa, un dossier particolarmente importante per l’Italia, una necessità di governare il fenomeno migratorio. Cosa si è detto durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per  scontata - Geopolitica.info

Gli Stati Uniti si presentano a Monaco in versione strong Bi-partisan con la presenza di Nancy Pelosi e una folta delegazione. Il vice-presidente Mike Pence ha parlato di una rinnovata forza americana tanto economica quanto militare. Sottolineando la creazione di 5 milioni di posti di lavoro, la dimostrazione per Pence di quanto il protezionismo americano abbia funzionato. L’obiettivo americano ha dichiarato Pence all’inizio del suo discorso durante i lavori della Conferenza inaugurata la scorsa settimana a Monaco, non è era quello di isolare gli Stati Uniti ma di renderli più forti di fronte alle sfide che l’Occidente sta affrontando e mettere un freno alla deriva economica nazionale. Per ciò che concerne le sfide della sicurezza internazionale, la Nato, nonostante le controverse dichiarazioni del Presidente Trump, risulta essere ancora molto importante. Un rafforzamento americano significa anche un rafforzamento militare, ha sottolineato il vice-presidente. Questa è la visione di forza e di leadership del presidente Trump. É chiaro che la visione di Trump sulla Nato sia anche quella di suggerire agli alleati una maggiore spesa nel procurement militare, con lo scopo di rinnovare la partecipazione di tutti gli Stati dell’alleanza. In materia di sicurezza, quella militare resta la principale difesa su cui gli Stati Uniti chiedono di sostenere una visione comune, tra Eu e Usa, pur affrontando il vice presidente apertamente la questione Huawei, su cui gli Stati Uniti hanno precisato che non sosterranno chi continua a dipendere dall’Est. Pence ha parlato di un cambiamento di tattica non di missione che resta nelle sue parole indirizzata alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Per l’Europa non sarà facile prendere le giuste decisioni, ci sono davvero molti fattori da valutare: primo fra tutti la perdita del suo alleato più importante potrebbe lasciare il continente privo di una sicurezza vitale oggi garantita dall’ombrello Nato ma d’altra parte ciò che l’Amministrazione Trump ha portato avanti con il ritiro dal JCPOA e dall’INF non lasciano molto spazio di discussione politica. Quello che l’Europa si trova ad affrontare è un vuoto di natura politica senza precedenti e una imposizione di leadership da parte degli Usa. Questa divisione potrebbe però costare cara proprio agli Usa, lasciando ad altri Paesi – come la Cina, la possibilità di avanzare attraverso una deriva autoritaria conquistando potere e influenza in Europa. Nel bel mezzo di questa bufera, quella di Maduro è solo l’ultima prova di un’alleanza che gli Stati Uniti stanno testando.

C’è una guerra non solo commerciale in corso, combattuta a colpi di retorica politica, in cui gli Usa si rivolgono di nuovo  all’Occidente affinché si mantenga unito, e possa trionfare nuovamente sotto la guida americana. Eppure durante la Conferenza è emerso quanto il concetto stesso di sicurezza sia diverso tra Europa e Stati Uniti. Le nuove politiche di Trump hanno allontanato gli Usa da obiettivi comuni e più comprensivi come la food security o la lotta contro i cambiamenti climatici e se l’interdipendenza è e sarà una costante del futuro allora è necessario andare oltre la componente militare, ha dichiarato la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Sull’Africa, ha dichiarato la Merkel l’Europa potrebbe imparare dalla Cina, ma anche questo dossier rischia di dare qualche preoccupazione ai paesi europei stretti tra la leadership protezionista di Trump e quella autoritaria di Pechino. Si è ribadita la necessità di fermare l’immigrazione africana, mettendo a disposizione investimenti per creare condizioni economiche adeguate, sottolineando come siano inutili iniziative politiche come il G5 Sahel se poi tali azioni non possono essere sostenute da investimenti reali. Ha richiamato come partner africano la Cina.

Sulla Nato ci si continua ad interrogare, su cosa significhi oggi in questo scenario sempre più multipolare un’alleanza difensiva occidentale: la Germania e la Francia insistono che riprenda il dialogo tra Nato e Russia, messo a dura prova dalla frattura del 2014 con l’annessione russa della Crimea. La Merke ha inoltre messo in luce che nonostante le violazioni del trattato INF da parte Russa, la presa di posizione da parte degli Usa di un ritiro dall’accordo potrebbe avere un impatto per l’EU, come pericolo per la Sicurezza europea. A tal proposito la cancelliera è tornata a prporree l’idea di sviluppare una difesa comune europea, progetto che resta comunque ancora privo del sostegno politico ed economico adeguato.

Quello che emerge in sostanza è la necessità di affrontare le sfide del prossimo futuro secondo un approccio diverso, più consapevole dello scenario geopolitico attuale. L’UE cerca ancora di condividere con gli Usa una politica comune, di condivisione di valori e mostra la necessità di restare ancorata all’Alleanza Atlantica non sono come alleanza militare ma prima di tutto come gruppo unito da una visione comune. La Merkel a tale proposito ha ricordato l’ingresso della Macedonia del Nord nella Nato come un esempio di coraggio per far fronte alle crisi locali e di conseguenza globali e quindi l’avvicinamento dei Balcani all’orbita occidentale.

Quale cooperazione vogliamo? Si è chiesta la cancelliera richiamando gli alleati al tavolo delle trattative. Ma sa bene che non potrà allentare l’ordine mondiale esistente come gli Usa stanno facendo. Chi si occuperà di ricucire i pezzi? La risposta della Germania a quanto pare è chiaramente  nel multilateralismo.

Ricerca e sviluppo delle tecnologie quantistiche

Sia nella sfera civile che militare, l’innovazione tecnologica è un obiettivo politico estremamente importante per i governi dalle economie più avanzate e per i paesi come Stati Uniti, Israele, Cina e paesi dell’Europa occidentale impegnati nella ricerca e nei quali molte tecnologie emergenti sono ancora in fase di sviluppo e test. L’impiego “dual use” di macchine con capacità quantiche nei settori dell’industria, comunicazione, sanità, energetico, economico e sicurezza permetterà di raggiungere la supremazia nello spazio dell’informazione sui competitor internazionali.

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L’integrazione tecnologica civile – militare

L’aspetto militare dell’innovazione tecnologica è cruciale nonostante non siano state ancora completamente integrate nelle forze armate. Tra i principali attori la Cina è impegnata nel colmare il divario con l’Occidente, fornendo il massimo sostegno normativo e finanziario alle industrie nazionali per farle progredire nelle tecnologie competitive in settori chiave come il calcolo quantico, robotica, A.I., tecnologia spaziale, armi ipersoniche ed a energia diretta. Alle imprese straniere che vogliono entrare nel mercato interno la Cina ha imposto degli obblighi come la conservazione dei dati e la limitazione delle vendite di I.C.T. estere. Il programma spaziale cinese è stato reso possibile grazie alla cooperazione con le organizzazioni europee e l’Agenzia Spaziale Europea. Sono state incrementate le capacità di sorveglianza, counterspace, difesa missilistica e jammer satellitare per mezzo della serie di satelliti Yaogan (impiegati per l’imaging satellitare) e del sistema di navigazione Beidou (l’equivalente del GPS statutinetense e GALILEO europeo).

La Cina ha ottenuto e reso operativi sistemi integrati per un monitoraggio intelligente di allarme precoce, mirato a migliorare le capacità di ricognizione, sorveglianza ed intelligence. Sul piano informatico sviluppare tecnologie quantiche permetterà ai governi ed alle big company informatiche di accrescere le potenzialità di gestione nel cyberspazio soprattutto in materia di sicurezza. Grazie alla crittografia quantica sarà possibile garantire l’impenetrabilità dei sistemi informatici. Per risparmiare in ricerca e sviluppo, cinesi e russi attraverso attacchi informatici nei confronti delle reti governative, dei server delle società, delle università ed istituti di ricerca hanno beneficiato delle tecnologie e proprietà intellettuali delle stesse. L’ U.E. per sfruttare e proteggere i propri vantaggi strategici nel settore ha istituito la Joint European Disruptive Initiative (JEDI), per riportare l’Europa alla pari con gli Stati Uniti e la Cina nelle tecnologie rivoluzionarie.

 

L’impatto del mercato digitale

Nel 2018 il numero dei dispositivi connessi al worldwide nel mondo è salito a 17 miliardi di cui 7 miliardi sono dispositivi IoT (Internet of Things). Il numero dei dispositivi connessi con IoT è stimato a crescere in modo esponenziale fino a raggiungere i 22 miliardi entro il 2025. L’utilizzo della BlockChain, la crescita delle intelligenze artificiali e l’IoT porteranno ad un maggiore impiego dei device connessi introducendo novità in vari settori imprenditoriali, nei programmi di analisi dei dati e servizi personalizzati. I sistemi di connessione riguardano le WLAN (Wireless Local Area Network), le LPWAN (Low-power Wide Area Networks), l’ M2M (Machine to machiMe in generale ci si riferisce a tecnologie ed applicazioni di telemetria e telematica che utilizzano le reti wireless) ed il 5G (standard che assicura una elevata velocità di download ed upload e che permette di far interagire i dispositivi IoT).

Lo sviluppo dei software e delle piattaforme cloud continueranno così come per i sistemi di raccolta e analisi dei big data. In generale il mercato IoT crescerà così come il valore di hardware, software, systems integration, servizi dati e cloud computing. Secondo uno studio, in tre anni il valore del mercato europeo dei dispositivi IoT aumenterà arrivando a toccare entro il 2020 quota 80 miliardi di euro. In Italia il mercato è  destinato ad aumentare grazie ad una serie di misure istituzionali per il passaggio all’industria 4.0 da parte delle aziende.

 

Il primato sulle tecnologie quantistiche

Le leggi della meccanica quantistica descrivono un mondo dove tutto è probabilistico nell’universo microscopico della materia. I princìpi della fisica quantistica  scoperti nella prima metà del ‘900 da Plank, Bohr, Feynman e Einstein hanno costituito la base per la prima rivoluzione quantistica, che nella seconda metà del secolo ha determinato le nuove regole che presiedono la realtà fisica. La seconda rivoluzione quantistica utilizzerà queste regole per sviluppare la tecnologia quantistica dell’informazione, sistemi elettromeccanici quantistici, elettronica quantistica coerente, ottica quantistica e la tecnologia di materia coerente. Le particolarità della fisica quantistica saranno  usate ed ingegnerizzate per costruire nuovi dispositivi dalle prestazioni enormemente più grandi delle attuali.

Nel piano europeo, sulla base degli obiettivi indicati dalla Commissione Europea nel documento “Quantum Manifesto: A new Era of Technology” si è scelto di investire in progetti di ricerca per proporre un’agenda strategica.  Negli USA, IBM, Microsoft, Intel e Google stanno puntando sul calcolo quantistico e della possibile realizzazione del “supremacy chip”, il primo chip quantistico che realizzerà calcoli complessi.

L’applicazione della quantistica, così come  avvenne con il piano dell’atomica grazie agli studi e ricerche degli scienziati Hoppenheimer, Teller e Fermi, quest’ultimo collega di Majorana all’istituto di fisica di Via Panisperna dove fu condotto il primo esperimento nucleare, produrrà forti mutamenti globali. La scienza e la tecnica hanno sempre influenzato il corso della storia e continueranno ad avere un ruolo di primo piano negli equilibri internazionali, interessi geopolitici e nell’evoluzione della specie umana.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi.

Anche in Italia si insinua il dubbio sul provider cinese Huawei. Fin’ora a parlarne in modo critico è stato solo il quotidiano La Stampa, subito smentito in una nota dal MISE. Il Governo italiano  sbaglia a non dedicare la giusta attenzione al caso che da mesi sta interessando le agenzie di intelligence occidentali, preoccupate che Huawei possa rappresentare una minaccia alla sicurezza occidentale.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi. - Geopolitica.info

Secondo il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico non ci sono le prove oggi che la sicurezza nazionale possa essere messa in discussione, né per quanto riguarda la partecipazione di Huawei né di ZTE, l’altra azienda di tecnologia cinese, in vista dell’adozione del 5G in Italia. Secondo il MISE l’utilizzo di Huawei al momento non è considerato rischioso ma voci del Ministero della Difesa e degli Esteri sosterrebbero il contrario. Un caso che necessiterebbe una adeguata discussione a livello governativo e parlamentare.

L’azienda cinese Huawei in Italia è già in gran parte presente sul territorio nazionale, dal momento che si è già aggiudicata la fornitura dei sistemi di monitoraggio O&M (Operations and Maintenance di Open Fiber azienda leader nella fibra ottica, per mezzo del quale gestirà e monitorerà la rete di almeno dieci città italiane. Dal 2014 ha avviato poli di innovazione tecnologica a Roma, Milano, Torino e in Sardegna, su tecnologie chiave con un certo numero di università italiane: Padova, Pavia, Trento, Perugia, Bologna e il Politecnico di Milano. Ha instaurato rapporti a lungo termine con tutti i principali operatori in Italia, tra cui Telecom Italia, Vodafone, Wind-3 e Fastweb. ZTE, altra azienda cinese nel mirino delle agenzie di intelligence per la sicurezza occidentali, è già provider di sviluppo di Wind-3 ed è impegnata nella realizzazione delle reti 5G. Se di esclusione dovesse trattarsi, implicherebbe una decisione collegiale di disimpegno, presa dal Governo, con conseguenze economiche rilevanti. Una decisione tuttavia possibile attraverso l’esercizio dei poteri speciali esercitabili (secondo decreto-legge 15 marzo 2012) nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

Come spesso accade il dibattito arriva con un consistente ritardo ma è lecito sollevare preoccupazioni riguardo alla salvaguardia degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Le agenzie di intelligence statunitensi hanno messo in guardia l’Europa dai possibili rischi legati alle attività di spionaggio cinese attraverso infrastrutture sensibili come quelle internet di nuova generazione.  Risale ad agosto, un disegno di legge firmato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vieta al governo degli Stati Uniti di utilizzare apparecchiature Huawei. Ad oggi anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno bandito Huawei dalla costruzione delle reti 5G, a causa dei suoi possibili legami diretti con Pechino.

Le agenzie europee si sono mostrate concordi sulle preoccupazioni: pochi giorni fa il servizio di sicurezza norvegese PST ha lanciato un avvertimento sul gigante cinese, i cui legami con il Governo troppo poco liberale di Pechino risultano tali da sollevare serie considerazioni. “Bisogna stare attenti agli stretti legami tra un attore commerciale come Huawei e il regime cinese”, ha detto il capo dell’intelligence nazionale norvegese PST, Benedicte Bjornland, presentando un rapporto di valutazione del rischio nazionale per 2019. “Un attore come Huawei potrebbe essere soggetto ad influenza dal suo paese d’origine fino a quando la Cina avrà una legge sull’intelligence che impone a privati, enti e società di cooperare con la Cina”, ha affermato.

Nel 2017 la Cina infatti ha approvato una nuova legge sull’intelligence investendo, dopo un insolito breve giro di discussioni, di ulteriori poteri le agenzie di sicurezza cinesi, non solo all’interno ma anche all’esterno della Cina, verso gruppi stranieri e persone che presumibilmente danneggerebbero la sicurezza nazionale. La legge permette alle autorità deputate alla sicurezza cinese, solide basi legali per monitorare e indagare individui e organismi sia stranieri che nazionali –  dichiara Reuter, in un’intensificazione della sorveglianza statale oltre confine. Secondo la legge, i veicoli, i dispositivi di comunicazione e persino gli immobili, come gli edifici, possono essere usati o sequestrati dalle autorità durante la raccolta di informazioni.

In Europa la Polonia è l’unico paese che si è detto favorevole a limitare l’uso dei prodotti della compagnia cinese da parte di enti pubblici in seguito ad una grave accusa di spionaggio e all’arresto di un dipendente di Huawei. Il ministro degli affari interni, Joachim Brudzinski, ha invitato l’Unione europea e la NATO a lavorare su una posizione comune per escludere Huawei dai loro mercati.

In Germania la cancelliera Angela Merkel ha escluso un divieto assoluto contro il fornitore cinese per la gara sul 5G di Marzo, il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha segnalato che qualsiasi restrizione legata al passaggio della Germania alla tecnologia di prossima generazione non implicherà il targeting di società specifiche, ma piuttosto una comune legislazione che sottoponga tutti i potenziali fornitori di servizi a standard di sicurezza rigorosi. Eppure le agenzie di sicurezza tedesche hanno votato all’unanimità a gennaio per il divieto. Il dilemma tedesco si gioca probabilmente in seguito alle dichiarazioni dell’influente associazione dell’industria BDI che il 6 febbraio scorso avvertiva che una tale mossa avrebbe indotto Pechino a rappresaglia contro le aziende tedesche in Cina. Anche in Francia, il senato ha appena respinto una proposta di legge volta a rafforzare i controlli sulle apparecchiature di telecomunicazione Huawei, ma solamente perché, come diversi senatori hanno sottolineato, il governo non ha offerto loro il tempo sufficiente per discutere adeguatamente la questione, che hanno riconosciuto come cruciale e strategica. Lo sviluppo futuro della tecnologia mobile di quinta generazione ha sollevato preoccupazioni in Francia, poiché due dei principali operatori di telecomunicazioni della Francia, Bouygues Telecom e Gruppo SFR di Altice Europe, stanno già utilizzando le apparecchiature Huawei per la loro rete.

Il Regno Unito vive ore decisive, con il termometro politico che si surriscalda attorno al ruolo di Huawei nel paese, gli operatori di telefonia mobile attendono una decisione del governo in merito alla possibilità di continuare a operare con il provider cinese: come riporta la BBC i principali operatori inglesi sono a conoscenza della necessità di tenere Huawei al di fuori dalle parti più sensibili delle reti, ma un divieto generalizzato sarebbe un disastro per il lancio del 5G nel Regno Unito, perché considerata una tecnologia vitale.

A quanto pare le resistenze europee sono soprattuto economiche, laddove già numerosi operatori hanno avviato con Huawei partnership e iniziative congiunte, stesse motivazioni che portano presumibilmente l’Italia a respingere l’ipotesi di una messa al bando dell’azienda cinese.  Alcuni analisti hanno suggerito che vietare Huawei potrebbe un vuoto che nessun altro operatore è in grado riempire tempestivamente, e potrebbe compromettere le implementazioni 5G in tutto il mondo. Ma il dilemma di sicurezza sollevato dalle agenzie di intelligence e in alcuni casi dai governi europei non può e non deve restare lettera morta, ed è auspicabile che si continui a parlarne nelle giuste sedi, ne va del futuro della nostra sicurezza.

 

Brexit: storia dell’agonia Europea
Se non fosse il più grande fallimento dell’Europa dal secondo dopoguerra ad oggi la “Brexit” potrebbe essere una traccia per una tipica telenovela televisiva britannica.
Il voto democratico avvenuto trenta mesi fa nel Regno Unito aveva sancito tra lo stupore del mondo intero la volontà del popolo di Sua maestà di voler abbandonare Bruxelles con la, assai remota, convinzione che navigare in solitudine sia la soluzione migliore per ottenere al meglio i propri interessi.

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Come tutti sappiamo l’esito del voto costrinse, per coerenza morale, il Premier Cameron alle dimissioni che lascio’ il numero 10 di Downing street alla titolare del ministero degli interni Theresa May con la convinzione che potesse essere la donna giusta per traghettare Londra fuori dall’Unione Europea. Le circostanze hanno invece sancito un esito ben differente e tra le stanze di Westminster ancora oggi regna sovrano il caos. Il partito conservatore che detiene la maggioranza parlamentare oggi si trova spaccato tra chi sostiene una pericolosissima uscita senza alcun accordo e chi ritiene la necessità di dover negoziare con le istituzioni comunitarie per evitare una deriva troppo pericolosa. Il partito socialista di contro riesce a fare forse peggio: il tenace Corbyn, ad oggi conosciuto più per le sue posizioni antisemite che per le sue reali capacità politiche, chiede legittimamente un anticipo al voto senza però chiarire quale sia la soluzione per uscire dall’empasse. Infine c’è il fronte trasversale che chiede con insistenza il ritorno ad una consultazione referendaria che creerebbe di fatto il primo pericolosissimo caso storico in cui le istituzioni costringono gli elettori a votare fino a quando l’esito non è consono alle esigenze dei palazzi.Nella tragica trama di questa vicenda di certo anche Bruxelles non è e non può essere esente da critiche. Prossima ad un voto parlamentare che cambierà la storia del continente intero l’Europa continua a mostrare il volto più arrogante. I vertici della commissione, con il presidente in testa, hanno ostentato intransigenza ad ogni richiesta dei singoli paesi e hanno erroneamente lasciato credere che l’Europa sia una banca d’affari e non un progetto politico che non può e non deve fallire. Il patetico “mea culpa” di Juncker sulla vicenda greca appare debole e poco credibile e non fa che aumentare la percezione di distanza tra i vertici europei e gli elettori che su alcune importanti tematiche quali il lavoro e l’immigrazione hanno pagato sulla propria pelle anni di errori palesi. Non solo. Sorprende che una persona d’esperienza come il presidente del parlamento Europeo (unico organo delle istituzioni eletto dai cittadini) Tajani dichiari testualmente “che permettere agli elettori inglesi di esprimersi sulla brexit sia stato un errore”. Sarebbe intollerabile che l’Europa culla della civiltà moderna, della democrazia e dei valori occidentali, metta in dubbio il suffragio universale.

Piuttosto ci si interroghi sul perché i cittadini europei ricorrano in continuazione ad ideali così estremi (a partire dalla Brexit) che potrebbero portarci ad effimeri risultati nell’immediato ma a dover fare i conti con problemi ancor maggiori nel medio e lungo periodo. È assai probabile che, in attesa di capire il futuro di Londra, da maggio molto cambierà in Europa. I partiti sovranisti sbarcheranno a Bruxelles con l’intenzione, legittima e comprensibile, di portare grandi novità. Ma l’Europa oggi è un malato cronico che necessità di cure farmacologiche prescritte da medici e non basteranno dosi di vitamine o sali minerali. Chi avrà la maggioranza a Strasburgo dovrà tener conto che le aggressive, e talvolta illegittime, politiche cinesi o l’inarrestabile crescita demografica africana e la sua emigrazione sono fenomeni che puoi gestire solo se al tavolo l’Europa si presenta compatta sotto il profilo economico, sociale e politico. In caso contrario il rischio è che la Brexit non sia stata un lecito allarme popolare che avrebbe dovuto far riflettere chi di dovere ma sia la certificazione che la malattia Europea da cronica sia diventata irreversibile.

Il Gasdotto Tap e la sostenibilità ambientale

Il dibattito sviluppatosi sulla vicenda del gasdotto TAP, a valle della positiva decisione del Governo di completare l’opera, è stato caratterizzato da una serie di informazioni parziali e spesso fuorvianti rispetto agli obiettivi effettivi del progetto. Proviamo a ricostruire le prospettive che apre il completamento del gasdotto nel contesto della Strategia Energetica Europea, di quella nazionale e i relativi scenari geopolitici di riferimento.

Il Gasdotto Tap e la sostenibilità ambientale - Geopolitica.info Emerging Europe

Innanzitutto di cosa parliamo, cos’è TAP?

Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto che trasporterà per la prima volta in Europa il gas naturale estratto dal giacimento di Shah Deniz nel Mar Caspio, in acque territoriali dell’Azerbaijan. Partendo dal confine tra Grecia e Turchia, dove si interconnetterà al Trans Anatolian Pipeline (TANAP) attraversando la Tracia e la Macedonia interna greche, l’Albania e il Mar Adriatico per approdare in Salento (dove dopo 8 chilometri dalla costa incontrerà il costruendo terminale di ricezione) e poi collegarsi alla rete italiana del Gruppo SNAM. La Società di gestione del gasdotto TAP è un consorzio costituito dalla SNAM (20%), dalla britannica BP (20%), dall’azera Socar (20%), dalla belga Fluxys (19%), dalla spagnola Enagàs (16%) e dalla svizzera Axpo (5%). SNAM, Società Italiana a prevalente controllo pubblico attraverso la partecipazione azionaria maggioritaria di Cassa Depositi e Prestiti, entra nel capitale di TAP nel 2015, sostituendo la norvegese Statoil, su precisa indicazione del Governo italiano, al fine di favorire il ruolo del nostro Paese quale hub sud europeo del trasporto del metano, in coerenza con quanto previsto dalla Strategia Energetica Nazionale. Il gasdotto viene realizzato sulla base dell’accordo intergovernativo firmato da Italia, Albania e Grecia nel 2013 e ratificato dal Parlamento italiano, che contiene l’impegno dei tre Stati a sostenere il progetto nei tempi previsti (in Italia il gas dovrebbe essere riconsegnato in rete ad inizio 2020) e l’obbligo a non modificare, evitare o limitare l’accordo senza il consenso degli altri Paesi. L’investimento dell’infrastruttura è sostenuto totalmente da capitale privato con finanziamenti delle principali Istituzioni finanziarie europee (BEI, BERS).

Come si inserisce TAP nella Strategia Energetica Europea

Insieme al già citato TANAP (gasdotto che percorre esclusivamente il territorio turco) e al South Caucasus Pipeline (rete di trasporto gas che percorre i territori di Azerbaijan e Georgia), TAP andrà a realizzare il cosiddetto Corridoio Meridionale del Gas, una delle più importanti infrastrutture per il trasporto del gas (oltre 3.500 chilometri di percorrenza) dal valore di oltre 40 miliardi di dollari d’investimento e individuato dall’Unione Europea quale struttura prioritaria (non a caso è stato inserito nei Progetti di Interesse Comune) per l’approvvigionamento di gas naturale nella Strategia Energetica Europea. La realizzazione di questo collegamento riveste un’importanza fondamentale, perché, accompagnata dai necessari investimenti per il potenziamento delle attuali infrastrutture, sarà in grado di interconnettersi con la rete di trasporto di tutta Europa, attraverso i collegamenti garantiti dalla rete nazionale italiana gestita dalla SNAM Rete Gas. Il gruppo italiano ha lavorato in questi anni a questo obiettivo siglando partecipazioni, accordi, ottenendo controlli diretti (TAG e GAC in Austria, Interconnector, società che trasporta il gas nel Canale della Manica verso il Regno Unito e TIGF, gestore della rete meridionale francese; alleanza con la società belga  Fluxys) e assumendo un ruolo baricentrico nel trasporto europeo del gas naturale. Così facendo il gruppo potrà sfruttare la posizione geografica del nostro Paese, assicurando il flusso di approvvigionamento da Sud verso Nord, in alternativa alle consolidate vie di fornitura, garantite dalla Russia e che passano dal Nord Europa (Germania). Tutto ciò, anche in previsione dell’immissione in rete del gas, che sarà estratto dai nuovi giacimenti individuati nel Mediterraneo sudorientale (Zohr in Egitto, Leviathan e Aphrodite nelle acque di Cipro e Israele, con Eni protagonista) attraverso il collegamento dei gasdotti Eastmed e Igi Poseidon che avranno approdo nei pressi di Otranto. Inoltre TAP entrerà in interconnessione con le reti di approvvigionamento della Penisola Balcanica assicurate da IGB (gasdotto greco bulgaro) e Ionian Adriatic Pipeline (impianto croato).

Emerge ancora di più l’importanza strategica per l’Unione Europea di avere un Corridoio Meridionale del gas efficiente e strutturato, dopo la recente sottoscrizione dell’accordo tra Russia e Turchia per l’avvio del Turkish Stream, gasdotto realizzato da Gazprom e che alimenterà con 15,3 milardi di metri cubi di gas naturale russo, sia la Turchia che in prospettiva altri paesi Balcanici (Ungheria, Serbia ed altri paesi).

Ruolo del gasdotto TAP nel mercato del gas e a garanzia dei fabbisogni energetici nazionali

La domanda di gas in Italia ha ripreso a crescere gradualmente dal 2014 (da circa 62 miliardi di metri cubi nel 2014 a circa 75 nel 2017); la crisi economica ha provocato infatti la diminuzione dei consumi, dai circa 84 miliardi di metri cubi del 2005 ai già citati 62 del 2014. Nel 2017 i consumi sono aumentati progressivamente del 6% rispetto al 2016 e dell’11% rispetto al 2015. Il nostro è uno dei Paese maggiormente dipendenti dal gas in tutta l’Unione Europea, con un utilizzo di circa il 50% per la generazione elettrica (rispetto ad una media UE del 23,6%) ed il 38% nei consumi primari (la media UE è del 25,1%; i consumi primari sono la disponibilità energetica complessiva annua di un paese). Dei 75 miliardi di metri cubi di gas naturale consumato nel 2017 in Italia, il 92,67% è stato importato ed il restante 7,33% proviene dalle produzioni nazionali (in graduale diminuzione).

Le importazioni sono garantite per l’88% dalle reti dei gasdotti provenienti dalla Russia attraverso TAG (che copre oltre il 40% della domanda), con punto di ingresso a Tarvisio; dall’Algeria attraverso Transmed al punto di consegna di Mazara del Vallo; da Norvegia/Olanda tramite il Transitgas (9,5% della domanda) all’ingresso di Passo Gries e dalla Libia con il Green Stream di Gela (il 6,1%). Il rimanente 12% di importazione è assicurato tramite gas naturale liquefatto (GNL) immesso in rete tramite i terminali di rigassificazione off shore operativi nel nostro Paese: Adriatic LNG di Porto Viro (Rovigo), di gran lunga il più produttivo (garantisce il 10% circa della domanda complessiva nazionale); GNL Italia (Gruppo Snam) di Panigaglia (La Spezia); OLT LNG di Livorno.

L’apporto del TAP all’approvvigionamento sarà pari a 10 miliardi di metri cubi l’anno (già acquistati per i prossimi 25 anni anche da grandi operatori italiani di mercato come Enel ed Hera) con la possibilità di svilupparne la portata sino a 20 miliardi di metri cubi. Questo apporto sarà determinante a breve termine, vista la scadenza entro il 2020 degli importanti contratti di fornitura a lungo termine con Algeria e Russia e dal progressivo calo delle produzioni del Mare del Nord (Norvegia/Olanda).

TAP e prezzo del gas naturale per i consumi finali

Il prezzo dell’energia è uno dei fattori a rischio per la nostra economia; limitandoci ad un’analisi della “bolletta” del gas, oggi le famiglie e le imprese italiane pagano circa il 10% in più di quelle tedesche o del Nord Europa. Nelle previsioni di mercato dei già citati 10 miliardi di metri cubi di gas che transiteranno in Italia attraverso TAP, circa 8 miliardi saranno nella disponibilità del nostro Paese, raddoppiabili a 16 miliardi nel caso di utilizzo a pieno della capacità del gasdotto, con una riduzione di importazione di gas naturale tra il 7,5% e il 15%. Inoltre, nel caso specifico di TAP, il costo del trasporto dal giacimento del Mar Caspio sino al nostro Paese e all’interno delle reti di trasporto nazionale, saranno pagati dalle società private che importeranno, in concorrenza tra loro, il gas in Italia, con un effetto benefico sul costo finale dell’energia. Le stime più ottimistiche parlano di una riduzione media del 10% rispetto ai prezzi attuali.

Citando la Strategia Energetica Nazionale su questo punto ritroviamo il concetto: “Le iniziative per migliorare la competitività del sistema gas nazionale si pongono l’obiettivo di favorire l’allineamento dei prezzi italiani con i prezzi dei mercati liquidi del Nord Europa”.

Pertanto è probabile e realistico, pur non indicando percentuali certe di riduzione ed un progressivo riallineamento al prezzo, che l’immissione in rete del gas trasportato da TAP potrebbe permettere una riduzione del prezzo praticato sull’hub italiano del gas naturale, anche in funzione dei volumi ridotti delle importazioni dal Nord Europa.

TAP e il territorio; principali questioni aperte

Il progetto, gli approdi del gasdotto, il terminale di ricezione nell’entroterra salentino, il rispetto dell’ecosistema e dell’ambiente locale e il rapporto con i cittadini ed il territorio sono stati oggetto durante questi anni, soprattutto dal 2013 in poi, di ampio dibattito locale e che ha poi assunto una risonanza nazionale e soprattutto implicazioni e strumentalizzazioni di carattere politico. Sul piano della comunicazione e delle relazioni istituzionali il consorzio TAP non è riuscito nel periodo iniziale di operatività a garantire continuità alla richiesta di contatto delle popolazioni locali. Il rapporto non è partito al meglio ed è passato un messaggio distorto sul gasdotto e sugli effetti improbabili che la sua messa in opera comporterebbe.

Le ricognizioni tecniche propedeutiche allo studio di fattibilità dell’infrastruttura sono iniziate nel 2006 (individuazione dell’approdo e della posizione del terminale di ricezione, compatibilità ambientali). Il progetto è stato sottoposto ad un articolato e minuzioso percorso autorizzativo da parte dei diversi Ministeri competenti (Ambiente, Sviluppo Economico, Beni e le Attività Culturali), della Regione Puglia e a pareri o permessi di competenza locale (Provincia di Lecce, Comune di Melendugno e Sovrintendenza Territoriale). I principali atti amministrativi per la realizzazione del progetto sono il decreto VIA, emanato dal Ministero dell’Ambiente, il decreto di Autorizzazione Unica, emesso dal Ministero dello Sviluppo Economico, ed il già citato Accordo Intergovernativo tra i Paesi coinvolti nel tracciato del gasdotto (Italia, Albania, Grecia). Il 10 settembre 2013, TAP ha consegnato lo Studio di Impatto Ambientale e Sociale al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. L’11 settembre 2014, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha emesso il Decreto di valutazione di impatto ambientale del progetto presentato da TAP per la realizzazione del tratto italiano. A dicembre del 2013 il Parlamento italiano ha ratificato l’Accordo intergovernativo tra Italia, Grecia ed Albania con entrata in vigore da febbraio 2014. Il 20 maggio 2015, il Ministero dello sviluppo economico ha emesso il Decreto di Autorizzazione Unica, che permette l’apertura dei cantieri e l’entrata in esercizio. A maggio 2016 TAP ha ufficialmente avviato i lavori di costruzione del gasdotto in Italia, con una consegna del primo gas prevista entro il 2020.

Negli studi preliminari sono state valutate dal consorzio TAP oltre venti possibilità di approdo del gasdotto. Su sollecitazione della Regione Puglia, TAP ha formalizzato alla Commissione Nazionale Tecnica le VIA (Valutazioni di Impatto Ambientale) per undici possibili punti di approdo; la Commissione ha valutato l’area territoriale di San Foca/Melendugno quella con il minor impatto ambientale.

Quali sono invece le difficoltà e le complicazioni che hanno caratterizzato e sconsigliato l’approdo in altri siti, compresi quelli indicati dalla Regione Puglia?

  • Corridoio di Brindisi Nord: interferenza con gli spazi dedicati al decollo e all’atterraggio dell’aeroporto di Brindisi, estrema fragilità geomorfologica (presenza di falesia), diffusa urbanizzazione del territorio.
  • Corridoio di Brindisi Sud: interferenze con l’area dell’ex petrolchimico, “Sito di Interesse Nazionale” per gli alti livelli di inquinamento del suolo, moltiplicazione dei fattori di rischio di incidente rilevante per la compresenza di attività industriali del settore chimico ed energetico; presenza a mare di aree protette (estesa prateria di Posidonia Oceanica, riconosciuto Sito di interesse Comunitario, rete Natura 2000).
  • Otranto: presenza di altro gasdotto transfrontaliero autorizzato.
  • Nel dicembre 2015, su richiesta della Regione Puglia, TAP ha realizzato uno studio di fattibilità per un approdo a sud del Petrolchimico di Brindisi indicato dai tecnici regionali a ca. 150 metri da uno dei punti già studiati in precedenza da TAP (Brindisi Sud). Lo studio ha dimostrato il significativo aggravio dell’impatto ambientale rispetto a San Foca in ragione della richiesta/necessità di scavalcare la estesa prateria di Posidonia Oceanica mediante microtunnell di lunghezza non convenzionale (superiore ai 5,5 km) che richiederebbe la realizzazione di 4‐5 pozzi stagni, in mare, con conseguente rilascio di fanghi), e della indicata localizzazione del terminale di ricezione in area interessata da progetto regionale di messa in sicurezza di un sito inquinato (ex discarica di rifiuti chimici del Petrolchimico in località Micorosa).
  • Nel 2017 è stato segnalato Squinzano (territorio comunale di Lecce) come possibile approdo alternativo del gasdotto sulla base di una disponibilità espressa da quel Comune. Il sindaco di Squinzano ha però chiarito non esserci in merito altro che una delibera di Consiglio Comunale del dicembre 2013 con la quale si dava disponibilità a valutare l’approdo qualora fosse stata avviata la conversione a gas della centrale Enel di Cerano e smantellati i parchi minerali e i nastri trasportatori del carbone.

 

Il progetto presentato da TAP, approfondito anche dalle parti sociali ai tavoli istituzionali durante questi anni, prevede la necessaria e doverosa compatibilità con l’ambiente locale e con l’ecosistema marino e terrestre del territorio interessato all’approdo e al terminale di ricezione. In Italia con oltre 32.000 Km di rete primaria di gasdotti ci sono già condizioni consolidate di rapporto positivo con il territorio: in particolare sulla costa e nell’entroterra adriatico, dove convivono km di rete di alta, media e bassa pressione, in località turistiche importanti (località marine e parchi nazionali), che hanno anche avuto riconoscimenti ufficiali di “ambiente tutelato e valorizzato” da parte di Istituzioni pubbliche e private. Nel caso specifico di San Foca/Melendugno, la scelta è ricaduta anche per il minor impatto che i lavori avrebbero provocato: non sarà scavata la spiaggia; il microtunnel di collegamento nei suoi 1.500 metri di lunghezza uscirà a mare soltanto per brevissimi tratti sottomarini e sarà costruito attraverso un pozzo di spinta situato a 700 metri alle spalle della spiaggia e uscirà a mare ad 800 metri dalla costa, scendendo ad una profondità di 25 metri; la scelta di questo sito permetterà un minore movimento terra per gli scavi previsti; non saranno scavati pozzi intermedi, come invece si sarebbe dovuto realizzare nelle due opzioni di Brindisi; le piante di ulivo progressivamente e momentaneamente rimosse, dopo essere state mappate e geolocalizzate per la loro identificazione, saranno gestite e curate per il tempo necessario al programma dei lavori e per poi essere riposizionate nel punto preciso di espianto. Infine, va ripristinata la corretta informazione sulle funzioni e gli effetti del Terminale di Ricezione, che non è un impianto industriale di trasformazione del gas e che pertanto non può produrre emissioni nocive.

Conclusioni

Per concludere questa analisi sulla vicenda TAP nella sua complessità (energetica, economica, politica/geopolitica, sociale) riassumiamo i punti salienti della centralità e dell’importanza del gasdotto:

  • da anni il dibattito (politico, sindacale) italiano sul Mezzogiorno è concorde nel favorire il protagonismo delle regioni del Sud se si vuol far ripartire l’economia nazionale, e la Cisl in modo particolare, ha ribadito in questi ultimi mesi, l’importanza di sbloccare le opere infrastrutturali del nostro Paese per riallinearsi ai parametri economici e sociali europei e il Gasdotto Tap offre questa occasione per essere all’avanguardia nella politica energetica europea;
  • il completamento e l’avvio di TAP si inserisce nella realizzazione del Corridoio Meridionale del Gas; in questo contesto l’Italia assumerà un ruolo baricentrico come hub sud europeo e conseguentemente un ruolo politico fondamentale nel legame tra Paesi del Mediterraneo ed il Nord Europa e come crocevia tra l’Est e l’Ovest;
  • la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, farà ridurre la pressione e le possibilità di condizionamento della Russia nei confronti dell’Italia e del Sud Europa. La Russia continuerà ad essere un partner fondamentale, ma non eccessivamente condizionante in campo energetico (oggi il 47% dell’energia italiana è di provenienza russa);
  • la realizzazione di TAP, che vede già impegnate diverse aziende italiane, permetterà lo sviluppo dell’economia locale a supporto del funzionamento a regime dell’impianto, con riflessi positivi su sviluppo ed occupazione, durante la realizzazione dei lavori e nella successiva gestione;
  • ci saranno effetti benefici sull’ambiente del territorio con l’incremento dell’utilizzo del metano, quale idrocarburo ad emissioni molto più basse degli altri fossili, tra cui il carbone;
  • possibili progetti integrativi nel settore energetico con lo sviluppo del biometano, che potrebbe attivare una filiera di economia circolare, dall’agricoltura all’energia, dalla zootecnia all’industria e alle attività commerciali.

 

Angelo colombini

Segretario Confederale Cisl                                                         

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF

L’annuncio del Presidente statunitense Donald Trump circa il possibile ritiro dal Trattato INF e l’ultimatum del Segretario di Stato, Mike Pompeo, con cui si intima alla Federazione Russa la cessazione delle sue (presunte) violazioni al documento, pongono la comunità internazionale dinanzi a incognite che interessano gli equilibri nucleari tra le grandi potenze. Il rischio non è soltanto quello di una nuova “crisi degli Euromissili” ma pure di una sua riproposizione in altre aree del globo in cui gli Stati Uniti appaiono impegnati nel contrastare l’assertività di potenze regionali emergenti. Washington e Mosca devono scegliere se percorrere sino in fondo la via dell’intransigenza oppure optare per una soluzione negoziale

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Department of State on Foter.com

 

La scelta di Trump

Lo scorso 20 ottobre, il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, aveva affermato che la sua Amministrazione è determinata a recedere dal Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev per l’eliminazione dei missili balistici e cruise a medio-corto raggio dispiegati in Europa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta da Unione Sovietica, da un lato, Stati Uniti e NATO, dall’altro. Quell’accordo mise fine alla cosiddetta crisi “degli Euromissili” la quale, de facto, rappresentò quella che, con un saggio pubblicato nel 2006, Maynard Glitman – all’epoca capo negoziatore per Washington – definì “l’ultima battaglia della Guerra Fredda”. I motivi della decisione statunitense sono da addebitarsi a ripetute violazioni del trattato (che sarebbero) avvenute negli ultimi anni ad opera della Federazione Russa, erede unica dell’URSS. Sebbene già nel gennaio 2014 gli Stati Uniti avessero provveduto ad informare gli alleati NATO di tali violazioni, il contenzioso aperto con Mosca può datarsi ufficialmente al 28 luglio di quell’anno, quando Barack Obama, per mezzo di una lettera [fonte: nytimes.com], notificò al capo del Cremlino, Vladimir Putin, il mancato adempimento degli obblighi derivanti dalle clausole del trattato. Nel corso di quello stesso mese, inoltre, il ‘Bureau of Arms Control Verification and Compliance’ del Dipartimento di Stato rilasciò il documento intitolato Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation, and Disarmament Agreements and Commitments, in cui si affermava che: “the Russian Federation is in violation of its obligations under the INF Treaty not to possess, produce, or flight-test a ground-launched cruise missile (GLCM) with a range capability of 500 km to 5,500 km, or to posses or produce launchers of such missiles”.

Dal Baltico al Pacifico passando per Bruxelles

 Il 30 novembre 2018, il Director of National Intelligence, Daniel Coats, aveva indicato il missile russo 9M729 “Novator” (SSC-8, secondo la classificazione diffusa da Washington) quale principale imputato di tali violazioni. Il 29 novembre, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, aveva affermato che tale vettore rappresenta una minaccia alla sicurezza europea e al Trattato INF poiché in grado di colpire le capitali europee, abbassando così “the threshold for nuclear conflict” [fonte: nato.int]. Lo scorso 4 dicembre, in occasione del Summit dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica, il Secretary of State, Mike Pompeo, ha infine lanciato un ultimatum alla Russia, dichiarando che gli Stati Uniti – sostenuti in questa decisione dalla NATO – sospenderanno i proprî obblighi verso l’INF entro sessanta giorni se i russi non dovessero ottemperare al rispetto verificabile del trattato. Definendo tutta la vicenda un “misunderstanding”, il presidente della commissione Sicurezza e Difesa del Consiglio della Federazione Russa, Viktor Bondarev, il 5 dicembre ha suggerito un aggiornamento dell’INF, ovvero la sua limitazione allo specifico teatro europeo. Assai più dura, invece, è stata la replica del responsabile del Genshtab (Stato Maggiore russo), Generale Valery Gerasimov, il quale ha avvertito che in caso di uscita di Washington dall’INF e conseguente schieramento di missili a medio-corto raggio in Europa la riposta di Mosca prenderà di mira (“will target”) i Paesi europei che ospiteranno eventuali vettori statunitensi. A queste considerazioni si sono aggiunte quelle dello stesso leader del Cremlino, Vladimir Putin, secondo cui le parole di Pompeo rappresentano null’altro che l’ultimo tassello di una strategia finalizzata a giustificare, ulteriormente, il riarmo statunitense attraverso l’uscita di Washington dall’INF; riarmo a cui la Russia risponderebbe in egual misura [fonte: en.kremlin.ru]. In realtà la Federazione Russa ha già cominciato ad installare sul territorio europeo vettori della versione “Iskander-M 9K720” (nome in codice NATO SS-26 “Stone”), con gittata compresa tra i 400 e i 500 km [fonte: MissileThreat/CSIS], riproponendo con tale iniziativa criticità simili a quelle che furono all’origine della crisi degli Euromissili. Il 5 febbraio 2018, il presidente della Commissione Difesa della Duma di Stato, Vladimir Shamanov, aveva infatti confermato il loro dispiegamento permanente nell’exclave russa di Kaliningrad. I motivi erano stati illustrati dal capo del Cremlino, Dmitry Medvedev, il 5 novembre 2008, durante un discorso all’Assemblea Federale. Secondo Medvedev, il configurarsi di una nuova situazione geopolitica internazionale – conseguenza soprattutto della costruzione ad opera degli Stati Uniti di un sistema globale anti-missile che interessa anche l’Europa – rendeva necessarie adeguate contromisure, tra cui lo schieramento degli “Iskander” con l’obiettivo: “se necessario, di neutralizzare il sistema di difesa missilistico [americano, N.d.A.]” [fonte: en.kremlin.ru]. Questo sebbene sia Washington che l’Ue in passato abbiano affermato che tale iniziativa di difesa non costituisca una minaccia per la Russia, perché unicamente concepita contro possibili attacchi da Nord Corea e Iran. L’INF è stato chiamato in causa anche in rapporto alla regione Asia-Pacifico, dove gli Stati Uniti sono impegnati in un braccio di ferro con Pechino. Ad esempio, il 27 aprile 2017, in una audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato di Washington, il Comandante dell’USPACOM (U.S. [Indo-]Pacific Command), Ammiraglio Harry Harris Jr., aveva affermato che, a causa dei vincoli dell’INF, gli Stati Uniti non hanno adeguate capacità per fronteggiare, in quella regione, i sistemi missilistici cinesi  che – specificava l’alto ufficiale oggi ambasciatore a Seoul – per il 95% violerebbero l’INF se Pechino fosse anch’essa firmataria del trattato. Una motivazione che – va detto – oltreché lapalissiana, appare debole, se si considera che l’INF proibisce i sistemi a medio-corto raggio dispiegati a terra, ma non quelli imbarcati su unità navali.

L’INF Act 2017 e il ruolo del Congresso

In occasione del 30° anniversario (8 dic. 2017) della firma dell’INF, la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, aveva illustrato l’Integrated Strategy dell’Amministrazione Trump in merito alla questione, utilizzando concetti che – in sostanza – ricordano molto da vicino il dual-track adottato da Stati Uniti e NATO negli anni ’80 per rispondere al dispiegamento dei missili sovietici. Secondo le parole della portavoce, Washington si riservava di attuare una “risposta flessibile”, basata su coercizione e dialogo, ovvero sviluppo di nuovi sistemi missilistici a medio-corto raggio a cui gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a rinunciare nel caso Mosca avesse accettato una soluzione diplomatica in grado di riportarla nell’alveo dell’INF. Tale strategia si ritrovava, più compiutamente, nella legge fiscale 2018 licenziata dal Congresso il 12 dicembre 2017 come Public Law 115-91, dove nella Sezione 1239A, intitolata Strategy to Counter the Threat of Malign Influence by the Russian Federation, veniva accluso (Subtitle E) l’Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) Treaty Preservation Act of 2017. Quest’ultimo ricordava come l’articolo XV (sez. 2) dell’INF preveda che i firmatarî possano recedere dal trattato qualora eventi straordinarî legati alla materia regolata mettano in pericolo i loro supremi interessi. In ragione di ciò, ovvero delle violazioni da essi attribuite alla Russia, gli Stati Uniti si ritenevano (già allora) legalmente autorizzati a sospendere (“to suspend“) i loro obblighi, in parte o in toto, rispetto al trattato. Il testo legislativo del Congresso autorizzava un programma di sviluppo, in fìeri, per un sistema “roadmobile” GLCM con gittata compresa tra i 500 e 5.500 km, vale a dire quella vietata dall’INF. Il documento prevedeva inoltre lo stanziamento (anno fiscale 2018) di 58 mln di $ per ricerca, sviluppo, sperimentazione (“test“) e valutazione di sistemi di difesa capaci di rispondere a missili ground-launched. Tali disposizioni appaiono di poco al di qua della violazione. L’articolo VI dell’INF stabilisce infatti che nessuna parte contraente possa produrre (“produce“) o condurre test di volo (“flight-test“) di alcun tipo di vettori IRM (intermediate-range missile) e SRM (shorter-range missile). L’INF Act del Congresso, utilizzando il termine << test >>, sembrava dunque porre una differenza che, per quanto sottile e cavillosa, era di per sé rilevante, perché lasciava trasparire come Washington manifestasse (in quel frangente) la volontà di ingaggiare Mosca, unicamente, sul terreno del confronto diplomatico. Il ruolo, non secondario, del Congresso è conseguenza pure del fatto che la Costituzione americana (art. II, sez. 2) attribuisce al Presidente la prerogativa di stipulare trattati, subordinando però tale potere al previo parere e consenso (“advice and consent”) del Senato. Il 27 maggio 1988 l’INF, essendo un trattato non un accordo, fu sottoposto a ratifica del Senato che lo approvò a larga maggioranza (93 voti favorevoli), allegando però tre condizioni, due dichiarazioni e tre declarations and understandings. Durante la crisi degli Euromissili, Reagan aveva inoltre coinvolto i senatori nel processo negoziale con l’URSS, suscitando la formazione di un Senate Arms Control Observer Group. Oggi, una decisione motu proprio dell’Amministrazione Trump potrebbe ingenerare anche una controversia costituzionale poiché, sebbene l’articolo XV dell’INF preveda che le parti possano recedere, l’iniziativa presidenziale sarebbe suscettibile di dibattito negli Stati Uniti, forse incontrando ostacoli nel Campidoglio, benché i risultati delle elezioni di mid-term 2018 abbiano assegnato ai Democratici 233 seggi (su 435) alla Camera e solamente 47 (su 100) al Senato. In questo senso, il caso “Goldwater contro Carter” del 1979 – a suo tempo però respinto dalla Corte Suprema – circa il quesito concernente la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti possa recedere unilateralmente da un trattato senza consultare il Senato, costituisce un precedente sintomatico, toccando un tema già affrontato ab origine della storia costituzionale statunitense da Alexander Hamilton nel 1788 nello studio intitolato The Treaty Making Power and Executive, oggi incluso nella serie The Federalist Papers n.75.

Scenari negoziali

Sino al proclama di Trump e all’ultimatum di Pompeo, gli Stati Uniti erano ricorsi soprattutto alla dissuasione economica per ricondurre la Russia al rispetto dell’INF. Il 20 dicembre 2017 il Department of Commerce aveva infatti esteso il regime sanzionatorio di cui è destinataria Mosca a due società russe – la Novator e la Titan-Barrikady – ritenute coinvolte nella fornitura di sistemi d’arma che violerebbero i contenuti del trattato. Il National Security Advisor, John Bolton, parlando da Mosca, dove si era recato in visita il 22 e 23 ottobre scorsi incontrando il suo omologo russo Nikolai Patrushev e Lavrov, aveva affermato che il prossimo passo, dopo la dichiarazione di Trump, sarebbe consistito in consultazioni con gli alleati in Europa e in Asia, nonché in intensi negoziati diplomatici con la Russia [fonte: ru.embassy.gov]. Ciò lascia supporre che la partita negoziale non possa dirsi ancora del tutto conclusa, sebbene alcune recenti dichiarazioni provenienti dall’Alleanza Atlantica rischino – se fraintese – di guastare sul nascere ogni possibile dialogo. È il caso, ad esempio, di quanto affermato il 29 novembre da Stoltenberg circa il fatto che “after many years of categorical denials” la Russia abbia infine ammesso l’esistenza del missile SSC-8 accusato di violare l’INF [fonte: nato.int]. Non serve scomodare oltremisura Retorica e Logica per avvertire come il paralogìsmo del Segretario Generale della NATO sembri volere persuadere che Mosca abbia ammesso anche la violazione del trattato. Va da sé infatti che l’ammissione dell’esistenza di un missile non implica parimenti la prova che esso violi ipso facto gli obblighi del Trattato INF.

 

L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

Sul piano energetico gli Stati Uniti, come evidenziato nella NSS-17, occupano una posizione centrale in quanto consumatori, produttori e innovatori e, grazie all’incremento della produzione nazionale di gas legato alla shale revolution, godono di una nuova indipendenza che li ha svincolati dall’approvvigionamento estero. Dall’altro lato dell’Atlantico, un Europa sempre più dipendente dal gas russo e alla costante ricerca di una diversificazione delle proprie forniture di gas, come dimostrano il progetto del Corridoio Sud del gas e le speranze riposte nelle nuove scoperte nel Mediterraneo orientale. E un importante ruolo nella “sfida” energetica tra Europa e Russia potrebbe essere giocato proprio dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti. L’articolo si prefigge l’obiettivo di analizzare i tratti essenziali della politica energetica di Donald Trump nonché i tentativi dell’Europa di affrancarsi dalla dipendenza energetica della Russia, il Paese che più di tutti oggi, insieme alla Cina, costituisce una minaccia al mantenimento dell’ordine internazionale unipolare a guida americana.  -> LEGGI IL PAPER

L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti - Geopolitica.info Max Phillips/Jeremy Buckingham MLC on climatechangenews
La CDU dopo Angela Merkel

Sulla carta, la competizione per diventare il successore di Angela Merkel alla guida dell’Unione Cristiano Democratica (CDU), e con alta probabilità il prossimo Cancelliere della Germania, avrebbe tutti gli elementi di una grande sfida: personaggi di spessore, antiche rivalità, conti in sospeso e l’ambizione di raggiungere un ruolo dal grande potere. Le aspettative per una competizione di spessore c’erano tutte, ma le cose stanno andando diversamente e l’esito del congresso della CDU sembra già scritto in partenza.

La CDU dopo Angela Merkel - Geopolitica.info Photo credit: jonasschoenfelder on VisualHunt / CC BY

Nel congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre l’Unione Cristiano Democratica (CDU) eleggerà il nuovo leader del partito, il successore di Angela Merkel destinato a diventare con altissima probabilità anche il prossimo Cancelliere. La CDU è un partito granitico, in 45 anni ha avuto solo tre leader: dal 1973 a oggi si sono succeduti alla guida del partito più importante della Germania solo tre persone: Helmut Kohl, Wolfgang Schauble (un breve periodo di 15 mesi) e Angela Merkel, ancora in carica fino a al congresso di dicembre dopo la scelta di porre fine alla sua carriera politica dopo 18 anni di leadership. In un sondaggio di Infratest Dimap, mostrato sulla rete pubblica ARD venerdì 16 novembre, è stato rilevato che la maggioranza degli elettori tedeschi desidera che Angela Merkel rimanga in carica fino alla fine della legislatura (quindi fino al 2021), un dato che arriva al 75% tra elettori della CDU ma che supera il 50% anche tra quelli dei Grune (verdi), della Linke (estrema sinistra) e della SPD (socialdemocratici). Ovviamente, tanta approvazione non è riscontrabile tra l’elettorato di AfD (estrema destra). Lo stesso sondaggio ha testato l’opinione pubblica anche in merito alla competizione per la leadership della CDU, riscontrando ancora l’effetto Merkel.

Dalla rilevazione infatti risulta che Annegret Kramp-Karrenbauer ha il consenso del 46% dei sostenitori del partito, seguita da Friedrich Merz al 31% e da Jens Spahn al 12%. Kramp-Karrenbauer è considerata la delfina della Merkel, anche se la Cancelliera non si è spesa direttamente a sostegno della sua candidatura. Dal canto suo, la Kramp-Karrenbauer ha cercato di prendere le distanze dalla Cancelliera soprattutto sul tema dell’immigrazione, contestando la politica delle porte aperte che portò in Germania più di un milione di rifugiati. All’inizio Kramp-Karrenbauer (56 anni) poteva sembrare un personaggio con poco appeal, una “mini-Merkel” che non porta niente di nuovo, una ripetizione della solita ricetta che nel lungo periodo non saprebbe esprimere una leadership nuova. Il suo punto debole però è anche il suo punto di forza: lei rappresenta la continuità di una storia di successo, una leader ben radicata che conosce e sa gestire tutte le complessità di un partito in cui non mancano le conflittualità. Inoltre, con Kramp-Karrenbauer sarebbe molto facile per la CDU formare un’alleanza con i Grüne dopo le prossime elezioni, una prospettiva sempre più realistica secondo i sondaggi.

L’altro candidato di rilievo, Friedrich Merz, è considerato l’uomo in grado di spostare la CDU verso politiche più liberiste, cosa che lo rende un politico attraente per il mondo degli affari e dell’industria tedesca, ma guardato con sospetto da una larga parte del partito. Merz, che ha 63 anni, è stato un pezzo grosso del partito ma negli ultimi 15 anni è stato fuori dalla politica attiva è si è dedicato alla carriera nel mondo degli affari, con grande successi nel ramo tedesco del fondo BlackRock. Sta provando a conquistare il favore dell’opinione pubblica e soprattutto del partito, ma esauritosi l’interesse iniziale non sembra in grado di superare Kramp-Karrenbauer.

Poi c’è Jens Spahn, il candidato più giovane (38 anni), anche lui dalla forte impostazione liberale, europeista e dura sull’immigrazione. Spahn già in partenza non era destinato a vincere, cosa che con la discesa in campo di Merz è diventata impossibile. Molte delle persone che potrebbero sostenere Spahn per le sue idee di politica economica trovano in Merz una figura più esperta e rappresentativa, ma come spesso accade in questo genere di competizioni, si partecipa per misurare il proprio peso nel partito e metterlo sul tavolo nelle future spartizioni di potere. Spahn è il candidato più “trumpiano” dei tre, identitario, una delle sue polemiche più recenti riguarda quello che a suo dire è l’eccessivo uso della lingua inglese nella cosmopolita Berlino.

Ci sarebbero anche altri candidati, alcuni sono nomi pesanti come quello del ministro della Difesa Ursula Von Der Leyen, ma la competizione reale è solo tra questi tre. Un quarto candidato poteva essere Armin Laschet, 57 anni, governatore del Nord-Reno Vestfalia, ma in questa occasione ha deciso di non farsi avanti, anche se in futuro potrebbe puntare direttamente alla cancelleria. Tuttavia, una cosa da tenere a mente è che il nuovo leader della CDU non sarà votato dai simpatizzanti in primarie aperte, né dall’ampia platea degli iscritti al partito. La votazione è riservata esclusivamente ai 1001 delegati al congresso, un elettorato selezionato e ristretto con dinamiche di scelta molto diverse da quelle del grande pubblico, allo stato attuale non è chiaro quanta influenza avrà l’opinione pubblica sulla decisione finale dei delegati al congresso.

Per chi si occupa di geopolitica il tema più importante è la posizione in politica estera dei potenziali leader della Germania. Tutti i candidati sembrano in linea con i pilastri della CDU, ovvero l’impegno a preservare la relazione privilegiata con gli Stati Uniti all’interno del quadro dell’Unione Europea, ma ci sono anche delle differenze, piccole ma potenzialmente sostanziali.

Al di là del sostegno per i pilastri di Atlantismo ed europeismo, Kramp-Karrenbauer si distingue per una diffidenza verso la Russia e un particolare legame con la Francia, legato alla sua esperienza di governo del piccolo stato del Saarland, marca della frontiera franco-tedesca abitata da meno di un milione di abitanti. Kramp-Karrenbauer parla francese e nel 2011 è stata nominata dalla Merkel come rappresentante delle relazioni culturali franco-tedesche. Supporta l’esercito unico proposto da Macron ed è rappresentativa di tutta l’area filo-francese della CDU.

Friedrich Merz è decisamente il più Atlantista, è a capo dell’Atlantik Brüke, network USA-Germania che riunisce imprese e personaggi politici. Attraverso la sua carriera di Avvocato d’impresa Merz è organico ai gruppi di potere che coinvolgono il mondo degli affari tedesco e americano, soprattutto grazie al suo ruolo di presidente del fondo BlackRock in Germania. Nonostante questo però Merz – come tanti altri tedeschi – prova disagio per le politiche e la postura di Donald Trump, ecco perché in questa campagna congressuale si è fatto portatore di una visione più europeista, rafforzata dalla sua vecchia esperienza di parlamentare europeo dal 1989 al 1994. Merz propone una riforma dell’eurozona e più cooperazione comunitaria nella politica estera e nella difesa, una visione sostanzialmente identica a quella di Kramp-Karrenbauer. In un’ottica più ampia però Merz sottolinea l’importanza dell’ordine liberale del mondo, con un allarme particolare nei confronti del modello autoritario della Cina, da contenere. Anche Merz guarda con diffidenza al Cremlino e si è dichiarato a favore delle sanzioni alla Russia.

Jens Spahn è Atlantista e trumpiano, in questa campagna è quello che più di tutti sta sottolineando i problemi dell’immigrazione causati dalla politica di accoglienza della Merkel. La sua simpatia nei confronti dell’amministrazione Trump non è solo verbale, Spahn ha un’amicizia personale con Richard Grenell, l’ambasciatore americano a Berlino ben conosciuto per essere un uomo di Trump. Spahn sottolinea spesso gli interessi comuni di Stati Uniti e Germania ed è a favore di un maggiore impegno tedesco nella NATO, che vuol dire aumentare il budget tedesco per la difesa (cosa già in programma, dal 2020). Per quel che riguarda la politica comunitaria, Spahn pone particolare enfasi all’interesse nazionale. Ovviamente è contrario a qualsiasi tipo di “unione dei trasferimenti” all’interno dell’eurozona, ma la cosa più importante è che considera l’Unione Europea “un gruppo di stati-nazione” piuttosto che la costruzione di uno Stato continentale e federale.

Infine, sullo sfondo resta l’uomo che non corre oggi ma potrebbe ripresentarsi domani, Armin Laschet. L’attuale governatore della Nord-Reno Vestfalia (il più popoloso Land della Germania) ha la forza di chi ha dietro di sé la più forte delle federazioni locali della CDU, da cui provengono i due terzi delle federazioni regionali. Laschet è un centrista molto vicino alla Merkel ma senza essere identificato come subalterno della Cancelliera, da tempo il suo nome è regolarmente nella lista dei potenziali cancellieri. Come Kramp-Karrenbauer, è più europeista che atlantista, ma la cosa che più di tutte segna nettamente una differenza rispetto gli altri candidati è la sua posizione nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. Nonostante un sincero atlantismo, Laschet condanna la Russofobia e l’anti-Putinismo dei mass media tedeschi, è ha dichiarato apertamente che Putin sta facendo bene in Siria.

Ricapitolando, tra tutti Laschet è il non-candidato più nettamente europeista e dalla visione multipolare, seguito da Kramp-Karrenbauer, sempre ricordando che nessuno di questi ha la minima intenzione di appoggiare l’unione di trasferimenti necessaria a risolvere le disfunzioni dell’eurozona. Tuttavia, sarebbero sicuramente disponibili a una maggiore condivisione dei rischi. Anche Merz non dovrebbe distanziarsi particolarmente da questa posizione, lasciando a Spahn il ruolo di falco del rigore.

Per adesso la storia sembra già scritta: Kramp-Karrenbauer diventerà leader della CDU e molto probabilmente, visti i sondaggi sulle elezioni politiche, Cancelliera della Germania alla guida di un governo di coalizione composto da Grüne e FDP, forse anche senza i liberali vista la concreta possibilità che CDU/CSU e Grüne continuino a crescere riuscendo a mettere insieme la maggioranza al Bundestag. L’unica incognita a oggi sembra essere la possibilità di vedere Kramp-Karrenbauer alla guida della CDU per un periodo lungo come quello dei suoi predecessori Merkel e Kohl, ma probabilmente anche Angela Merkel quando divenne leader della CDU nel 2000 non sembrava avere il carisma che ha dimostrato nei 18 anni successivi.

Superato il congresso della CDU, Angela Merkel potrà dedicarsi completamente alla conclusione della sua carriera politica, e la Cancelliera sembra avere tutta l’intenzione di volerlo fare portando a compimento qualcosa di storico a livello europeo.